61 MINUTI PER UN MIRACOLO: FULTON SHEEN E LA VERA STORIA DI UN FATTO INCREDIBILE! UN LIBRO IMPERDIBILE!

61 minuti per ottenere un miracolo indiscutibile attraverso l’intercessione dell’Arcivescovo Fulton Sheen. È questo il miracolo approvato da Papa Francesco, nel luglio del 2019, per la beatificazione la cui data è ancora da definire.

La fede e la preghiera di questa famiglia ha ridonato il respiro al loro figlio nato morto. È un fatto incredibile raccontato con la semplicità di una mamma che ha vissuto in prima persona il miracolo: James era nato morto e ha cominciato a respirare dopo 61 minuti.

Però il miracolo più grande non è il ritorno alla vita. Ciò che stupisce tutti, specialmente i medici e gli scienziati, è il fatto che il cervello di James non ha subito nessun danno dopo non aver ricevuto ossigeno per più di un’ora. Oggi James è un ragazzo normale senza nessuna difficoltà motoria o psicologica.

Questo libro racconta tutta questa meravigliosa vicenda. È un racconto semplice, colloquiale che arriva diritto al cuore del lettore. Non puoi leggere questa storia senza lasciarti coinvolgere dal dolore di una mamma che ha visto un figlio nascere senza respiro. Il suo modo di raccontare ci rende partecipi del suo dolore ma anche della sua gioia ad avere accanto il suo figlio che aveva perso. Alla fine di questo racconto non ti rimane altro che dire: il Signore è grande. Sì il Signore è grande e compie meraviglie fino ad oggi.

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DIO, LA LEGGE DI GRAVITÀ DELL’AMORE, E IL PARADISO: “Ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale”

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini!

Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’Amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

LA MAGGIOR PARTE DEGLI UOMINI VUOLE UN AMORE E UN MATRIMONIO IMMATURO E ADOLESCENZIALE: “Se l’amore è l’emozione, quando questa svanisce anche l’amore sembra svanito”

Anche nel più nobile degli amori umani arriva un momento in cui si è “fatta l’abitudine” a quel che c’è di meglio (i gioiellieri non si commuovono più alla vista delle pietre preziose). E ciò rivela la necessità costitutiva che sempre, nella vita, deve esserci un mistero poiché, quando questo svanisce, la vita diventa banale. Forse potrebbe essere proprio questa la ragione della popolarità di cui oggi godono i libri gialli, ossia il fatto che essi andrebbero a colmare il vuoto creato dall’aver smarrito i misteri della fede. L’interesse violento suscitato dai racconti di misteriosi omicidi indica che la gente si appassiona di più al modo in cui una persona è stata ammazzata piuttosto che al destino eterno della persona ammazzata.

Quando nella vita non rimane nulla di arcano e di non rivelato viene meno la gioia di vivere. Il gusto dell’esistenza proviene in parte dal fatto che c’è ancora una porta che non è stata aperta, un velo che non è stato ancora sollevato, una nota che non è stata ancora suonata. Nessuno che stia vicino a un pozzo conosce la sete, ciò significa che proviamo ben poco desiderio di ciò che già possediamo, né c’è speranza di conseguire quel che già è nostro. Così avviene che il matrimonio spesso segni la fine del romanzo, come se fosse terminata la caccia e la selvaggina già riposta nel carniere. Quando una persona è da noi considerata come se ci spettasse di diritto, allora sfuma tutta quella sensibilità e quella delicatezza di affetto che è condizione essenziale dell’amicizia e della gioia. Il che è particolarmente vero in certe unioni coniugali dove domina il possesso senza il desiderio, una cattura senza l’emozione della caccia. Diversamente, il modo cristiano di preservare il mistero, e con esso l’attrazione, sta nel dischiudersi dell’amore nella generazione dei figli, mistero di vita e di amore, che è quel che intendiamo dicendo che esso diventa trino. (…)

Tutta la vita moderna è orientata verso il concetto che la forza maschile e la bellezza femminile siano e debbano essere un possesso permanente. Tutto il meccanismo dell’odierna pubblicità è rivolto verso questa menzogna. Si dice all’uomo che seguendo certe diete speciali migliorerà di dieci colpi il suo handicap al gioco del golf, che inghiottendo alcune pillole non avrà più, al posto della testa, la solita palla da biliardo. Quanto alla donna, le si promette che la sua bellezza può durare eternamente, che le sue mani screpolate dal bucato e il suo sorriso scarsamente attraente possono rimediarsi con un tubetto di questo o di quello, oppure le si fa credere che con una breve dieta lei non sarà più vittima di una circonferenza esagerata, che non mostrerà più di aver passato i quaranta ma sarà come se fosse tornata ventenne. Ma nonostante questa propaganda martellante circa l’eternità della bellezza e della forza, spesso avviene che un anno o due dopo il matrimonio il marito cessi di apparire quell’indomito e coraggioso Apollo che nei pomeriggi festivi faceva meraviglie nelle squadre di calcio, o che era tornato dalla guerra con tre decorazioni sul petto.

A un certo punto tutto sembra cambiare, e il giorno in cui la moglie lo pregherà di aiutarla a lavare i piatti lui le risponderà: “Questi sono lavori da donna, non mi riguardano”. Per quanto riguarda la donna, invece, lei non sembra più così bella come nei primi giorni della luna di miele. I suoi discorsi infantili che un tempo gli parevano così aggraziati e pieni di estatica tenerezza, ora cominciano a dargli seriamente sui nervi. È a questo punto che molte coppie sentono che l’amore se n’è andato, poiché, se l’amore è l’emozione, quando questa svanisce anche l’amore sembra svanito. Ma Dio non aveva mai inteso che la forza nell’uomo e la bellezza nella donna dovessero durare per sempre, bensì che dovessero riapparire nei loro figli: in questo si rivela la provvidenza divina. Proprio quando sembra che la bellezza dell’una e il vigore dell’altro si attenuino, Dio manda i figli per la protezione e la rifioritura di entrambi. Quando infatti il primo maschietto viene alla luce, sembra quasi che il padre torni a manifestarsi in tutta la sua forza e, per dirla con Virgilio, che “dal sommo cielo discenda una superiore stirpe umana”. Quando invece nasce la prima bambina, è la madre quella che rivive in tutta la sua bellezza e la sua grazia, e pare che anche il suo linguaggio puerile ritorni aggraziato. Inoltre, al marito piace perfino pensare che la madre sia l’unica origine dell’avvenenza della bimba. Così ogni bambino che nasce diventa uno di quei grani del rosario dell’amore che lega insieme i genitori nella catena di una dolce schiavitù d’amore. (…)

Bisogna mettersi in testa una verità inconfutabile e ineludibile: dove c’è dualismo c’è deficienza, dove c’è Trinità c’è pietà. La deficienza è avida di colmarsi a spese del prossimo, mentre la pietà nasce da una ricchezza che è impaziente di riversarsi sugli altri. Togliete all’amore il suo carattere “trinitario” e tutte le relazioni interiori si dissolveranno lasciando sussistere soltanto una mera esteriorità vuota, si tratti del contatto fisico dell’uomo con la donna, o del conflitto tra capitale e lavoro, oppure della guerra, fredda o calda, tra il mondo occidentale e il mondo orientale. Una società in cui il legame unificatore è stato abbandonato diviene progressivamente un agglomerato di atomi, fino a che alla fine gli uomini invocheranno una forza totalitaria che “organizzi” il caos: è così che nasce il socialismo ateo. Come la cultura, quando smarrisce una sua filosofia della vita, si frammenta in tanti reparti senza coesione né unità fuorché quella accidentale di vicinanza e di tempo. E come un corpo quando perde la sua anima si riduce ai suoi componenti chimici tranquillamente scindibili e scomponibili, così anche la famiglia quando perde il legame unificatore dell’amore si riduce alle aule dove si pronunciano i divorzi.

Senza un terzo elemento vivificante che sia esterno ai due coniugi, l’uomo è dapprima compresso e poi soppresso da forze ostili, fino a trovarsi rinchiuso entro i limiti dell’intelletto, solo, isolato, spaurito e prigioniero di se stesso. Che cosa può soddisfarlo se non ha rapporti con nulla? Rigettando l’amore fuori dal proprio ego l’uomo non può comprendere il sacrificio se non come un’amputazione e un’autodistruzione. Come può un essere che si rende coscientemente e volontariamente difettoso e impotente dare qualsiasi cosa se in lui regna il vuoto? Costui è pronto forse all’immolazione di sé sotto forma di suicidio ma non come sacrificio di sé per il bene degli altri. Nulla esiste in lui all’infuori del suo ego, per questo gli altri limitano la sua personalità e ostacolano i suoi desideri, apparendogli quindi detestabili. Finché non emerge quel più profondo amore che è il perfetto compimento della personalità, l’ego non cesserà mai di ribellarsi contro il sacrificio, sia che si tratti, per amore della pace o dell’amicizia, di compiacere il compagno, sia che si tratti di fondare una famiglia per vedere forza e bellezza prolungarsi fino alla “terza o quarta generazione”.

La sola cosa realmente progressiva in tutto l’universo è l’amore. Eppure, questa dimensione dell’essere che Dio ha fatto schiudere, sbocciare, e fiorire nel cuore dell’uomo perché sfidasse il tempo e l’eternità è quella che più spesso viene strappata quando è ancora in germoglio. Questa è forse la ragione per cui gli artisti rappresentano sempre l’amore come un piccolo Cupido che non diventa mai adulto. Armato di un semplice arco e di una freccia in un universo atomico, il povero angioletto ha ben poche possibilità di sopravvivenza. San Paolo ci dice che mentre la fede e la speranza in paradiso non avranno più ragion d’essere, l’amore, invece, rimarrà in eterno. Ma ciò che i mortali vorrebbero fosse eterno è proprio ciò che essi strozzano ancor prima che cominci a camminare.

Se un uomo proveniente dal pianeta Marte non avesse mai saputo del massimo evento della storia, ossia della nascita del divino amore nella persona di Cristo; probabilmente lui potrebbe, tuttavia, indovinare il resto di quella storia e predire la crocifissione. Gli basterebbe aver osservato come anche i più sublimi tra gli amori umani vengano disgiunti, rinnegati, mutilati, barattati e soffocati. Ma se l’amore è ciò che il cuore umano brama al di sopra di ogni altra cosa, perché non si sviluppa come amore? Questo dipende dal fatto che la maggior parte degli uomini vuole l’amore in forma di serpente e non di uccello: molte persone preferiscono l’amore che si trova sullo stesso piano della carne e non quello che con le proprie ali si innalza dalla polvere del suolo ai picchi montani per poi perdersi nel cielo. Vogliono cioè un amore che, come Cupido, non cresca mai, un amore immaturo e adolescenziale.

(Fulton Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

DIO E LA FAMIGLIA:”Il sacramento del matrimonio è l’immagine terrestre della Trinità”

L’unità non deve quindi significare assorbimento, o annichilimento, o distruzione, ma il compimento dell’uno nell’altro. Formare una cosa sola senza cessare di essere due persone distinte, ecco il paradosso dell’amore! Tale ideale non ci è dato di attuarlo nella vita perché siamo dotati di corpi come siamo dotati di anima. La materia non può interpenetrarsi! Dopo l’unione della carne ciascuno dei due è ricacciato dentro la propria personalità individuale. È soltanto nel sacramento della Comunione che ci viene offerta, sulla terra, la più vicina approssimazione a un tale congiungimento, ma anche quest’approssimazione è il riflesso di un amore soprannaturale.

Noi non potremo mai darci ad altri in modo completo, né gli altri possono darsi completamente a noi. Ogni amore terreno patisce di questa incapacità dei due amanti a formare un essere solo, eppure distinto. La più grande sofferenza di chi ama proviene da questa esteriorità, da questo stato di separazione dell’amato! Ma in Dio, l’Amore che congiunge il Padre e il Figlio è una fiamma vivente, è il bacio perenne del Padre e del Figlio. Nell’amore umano non c’è nulla di abbastanza profondo per rendere personale l’amore scambievole, ma in Dio lo spirito d’amore che unisce il Padre e il Figlio è così personale che è chiamato Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini! Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima. (…)

Se Dio non avesse un Figlio non sarebbe Padre, e se fosse un’individualità unitaria non potrebbe amare a meno di creare qualcosa d’inferiore a se stesso, nel qual caso avrebbe avuto “bisogno” delle creature, il che è assurdo. Ma nessuno a questo mondo è buono se non dona qualcosa, e se non fosse stato Dio a donare per primo nel modo più sublime, ossia mediante la generazione, non potrebbe dirsi “buono”, ma se non fosse buono sarebbe, poveri noi, il principio del terrore. Ma anche prima che il mondo esistesse, Dio era buono per propria natura, avendo “ab aeterno” generato il Figlio Unigenito. In Dio, infatti, non c’è, né potrebbe esserci, alcun atto che non sia Dio stesso. Stando così le cose, si può dire che Dio è l’eterno impeto di amore che è in perenne e gioiosa operosità, in quanto Lui è al contempo uno e trino perché procede da quell’unica natura divina.

Ecco la candida sorgente di ogni amore, da cui i raggi sparsi si spandono fino a noi. Qui soltanto risiede la fonte, la corrente e l’oceano di ogni forma di amore, perciò ogni paternità, maternità, figliolanza, amicizia, affetto tra fidanzati o amore coniugale non sono che, in misura parziale e ridotta, un’immagine riflessa di quell’unico amore che è Dio. Padre e madre nella loro unità costituiscono un principio generatore completo e perfetto nel suo ordine, e il bimbo nato da questo principio è legato ai genitori da uno spirito, lo spirito della famiglia! Tale spirito non procede soltanto dall’amore dei genitori verso i figli, ma anche e primariamente dal mutuo affetto dei genitori fra di loro. Lo spirito d’amore dei genitori è al tempo stesso desiderio, pietà, tenerezza, sopportazione e sofferenza di qualsiasi cosa per amore dei figli. Nei figli questo spirito d’amore diviene un’offerta simile a quella che in primavera gli uccelli fanno con il loro canto ai rami dell’albero dove costruirono il nido.

Lo spirito della famiglia è altrettanto necessario nella famiglia ai fini della generazione, quanto lo Spirito Santo è necessario all’amore del Padre e del Figlio. Tre in Uno: Padre, Figlio e Spirito Santo. Tre persone in un unico Dio, uno nell’essenza ma sussistente in tre persone uguali e distinte. Tanto grande e ineffabile è il mistero della Trinità, tanto intima è la vita di Dio e in Dio!

Come le tre persone divine non perdono la loro personalità nell’unità della loro essenza, ma rimangono distinte, così l’amore del marito e della moglie lascia distinte le loro anime. E come dall’amore del Padre e del Figlio procede una terza persona distinta, lo Spirito Santo, così, in modo imperfettamente riflesso, dall’amore dei coniugi procedono i figli che sono il vero vincolo di unione del loro amore. Ritornando sui genitori come un “effetto boomerang”, il bene dei figli, che la teologia chiama “bonum prolis” ponendolo al primo posto tra i beni del matrimonio, conferisce a entrambi l’amore nello spirito della famiglia. Ma non si dovrebbe furbamente, o stoltamente, pensare che il numero dei figli alteri minimamente la struttura trinitaria basilare della famiglia, poiché per quanto numerosi siano i figli che l’Altissimo mediante l’amore degli sposi farà germogliare fra di loro, Egli rimane sempre uno.

Il sacramento del matrimonio, che è amore donatore di vita e vita donatrice di amore, è l’immagine terrestre della Trinità. Come le ricchezze dello Spirito Santo d’amore sono a disposizione di coloro che vivono nel suo afflato, così il matrimonio, vissuto nel modo voluto da Dio, associa i congiunti alla gioia creatrice del Padre, all’amore sacrificantesi del Figlio, e all’amore unificante dello Spirito Santo. Anche se, senza colpa dei coniugi, non nasca nessun figlio dal matrimonio, questo non perde la sua impronta trinitaria, ma se arrivano i figli allora l’amore, fino a quel momento solo spirituale, assume la condizione di uomo, incarnandosi.

In definitiva, l’amore si manifesta prima come duplice, e poi come trino. L’essere in due, e in due che si amano, è il conforto che Dio ha voluto elargire alla nostra indigenza: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2,18). Ma l’amore perfetto è trino, sia che con il termine trino si intenda “il nostro amore”, cioè quel qualcosa di estraneo a entrambi che viene da Dio, sia che si intenda il “frutto del nostro amore”, ossia il figlio, la cui anima, o spirito immortale, proviene direttamente da Dio.

Come abbiamo visto, un amore che sia soltanto dono finisce inevitabilmente per esaurirsi, e un amore che sia soltanto ricerca muore nel proprio egoismo. Ma un amore che sia perenne volontà di dare e che sempre sia sopraffatto dal ricevere, è il riflesso della Trinità sulla terra e, pertanto, un’anticipazione del paradiso. Padre, madre, e figli, tre entità nell’unità della natura umana: tale è la legge trina dell’amore, in terra come in Cielo. “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). L’amore è dono eterno di sé e contemporaneamente comporta il recupero nella carne, o nell’anima, o in Cielo, di tutto ciò che fu donato e sacrificato. Questa è la garanzia dell’amore: tutto verrà raccolto di quanto si è dato e nessun frammento andrà perduto.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

DIO NON PUÒ COSTRINGERE L’UOMO E VIOLARE LA SUA LIBERTÀ. L’AMORE CROCIFISSO: “Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio”

Dio non può violare la libertà dell’uomo, perché così facendo schiaccerebbe la libertà stessa che rende possibile l’amore. Perciò Dio, per conquistarci, si mette nell’atteggiamento di chi è incapace di distruggere la libertà. Viene a noi in una natura umana sulla croce. Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio. Può invitarci e richiamarci solo presentando l’immagine di ciò che il peccato ha fatto a Lui.

Cerca di commuoverci con la visione di un sacrificio per cui può dire: “Nessuno ha un amore più grande di questo” (Giovanni 15:13). Molto spesso la vista delle sofferenze che l’ubriachezza di un marito ha causato a una moglie lo fa desistere dalla sua abitudine; così anche Nostro Signore spera che la rivelazione di ciò che i nostri peccati hanno fatto a Lui ci porti al pentimento. La crocifissione non è stata un omicidio, ma un deicidio, il peggio che il peccato possa fare. La vista stessa della Sua sofferenza non è solo la misura della nostra colpa, ma è allo stesso tempo l’offerta del perdono.

Attraverso la Croce la nostra colpa si trasforma in dolore nel vedere le sue conseguenze – un dolore struggente e personale che tortura la nostra anima fino a farci gridare: “O Dio, sii misericordioso con me peccatore” (Lc 18,13). Da quella Croce l’Amore ha guardato in basso, perché per sua natura l’amore discende. I genitori amano i loro figli più di quanto i figli amino i loro genitori. Infatti, i figli non sanno quanto i loro genitori abbiano sofferto per loro finché non diventano essi stessi genitori. L’amore discende dalla Croce.

Siamo troppo stupidi per capire l’amore della Croce, perché siamo così estranei al sacrificio; non sappiamo cosa sia l’amore perché non abbiamo amato, ma solo desiderato. Poiché amiamo così poco, il Suo amore è misterioso per noi. Non abbiamo mai perdonato nessuno a un prezzo così alto come il Suo; non abbiamo mai amato nessuno a un prezzo così alto come Lui. La nostra mancanza di amore ha nascosto il Calvario. Solo quando inizieremo ad amare la Bontà capiremo quanto Dio sia stato buono a morire per noi.

Il peccato è colpa nostra! Che cosa faremo al riguardo? Il mondo lo spiegherà, il Signore lo perdonerà. Egli ha conferito questo potere di perdono alla sua Chiesa fino alla consumazione del mondo: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi” (Giovanni 20:23). Grazie a Dio, sono cattolico.

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country” 1941)

L’IRRESPONSABILITA’ DELL’UOMO MODERNO, LA PERDITA DELLA LIBERTÀ, E LA NEGAZIONE DEL PECCATO: “Non ci può essere salvezza personale o sociale finché non si recupera il senso del peccato…la negazione del peccato è la negazione della libertà”

George Bernard Shaw disse una volta: “L’uomo moderno è troppo occupato per pensare ai suoi peccati”. Forse sarebbe più vero il dire che l’uomo moderno nega di poter peccare. In alcuni ambienti cosiddetti “colti” il peccato viene spiegato biologicamente come una “caduta nel processo evolutivo” o come un ritorno temporaneo e atavico alla nostra ascendenza animale “che l’uomo può superare attraverso un accoppiamento corretto”. Altri lo spiegano “fisicamente” attribuendo le aberrazioni morali all’ambiente fisico, alla mancanza di parchi giochi, al latte scadente e alle ghiandole difettose. Secondo costoro il male non è quindi nella volontà, ma nella bile, non è nell’anima, ma nell’organismo; è fisiologico, non morale.

Un terzo tentativo di spiegare il peccato è quello sociale: il peccato non è personale ma sociale. Il male non è dovuto a violazioni della coscienza, ma a qualcosa di esterno, per esempio ai capitalisti, nel caso dei comunisti; alle dittature, nel caso della democrazia; alla democrazia, nel caso della dittatura. Il male viene imputato a un sistema o alle istituzioni, ma mai alla persona. La distinzione tra giusto e sbagliato lascia così il posto all’ “alleato” o al “nemico”. Mentre il mondo pecca di più, ci pensa di meno, una condizione pericolosa per l’anima come l’indifferenza ai germi in tempo di pestilenza. Poiché il mondo presume che il male sia del tutto esterno o sociale, crede erroneamente che il suo rimedio si trovi nell’ambito della politica e dell’economia, perché queste si occupano dell’esterno o di ciò che un uomo “ha” piuttosto che di ciò che egli “è”.

Proprio questo rifiuto di affrontare la questione che il peccato è personale ed è un fenomeno morale piuttosto che economico, rende impossibile una cura. Non ci può essere salvezza personale o sociale finché non si recupera il senso del peccato e non si riconosce il male non solo come qualcosa di esterno, ma anche come qualcosa dentro ognuno di noi. La negazione del peccato e della colpa personale ha tre conseguenze disastrose: 1) perdita della libertà; 2) paralisi nazionale; 3) nevrosi e frustrazione.

Non c’è nulla che l’uomo moderno apprezzi di più della libertà, ma si rende conto che la sua negazione del peccato è la negazione della libertà? La libertà non implica forse una scelta? La scelta non implica forse delle alternative tra il bene e il male? Se non pecco quando scelgo l’alternativa sbagliata, allora non sono responsabile, ma se non sono responsabile allora non sono libero. I pomodori, i cavalli, le calcolatrici, gli stivali, le navi e la ceralacca non possono peccare, perché non hanno libertà, quindi non hanno responsabilità.

Negare il peccato significa quindi ridurre l’uomo allo stato di “cosa”. Per inciso, questa è la ragione filosofica di fondo del fascismo, del nazismo e del comunismo, perché se l’uomo è solo una “cosa” e non un essere morale, libero e responsabile, allora per quale motivo non dovrebbe essere assorbito nella collettività o nella totalità della razza come in Germania, della classe come in Russia e della nazione come in Italia?

Non possiamo avere entrambe le cose: se siamo liberi, allora possiamo sbagliare; ma se non possiamo sbagliare, allora non siamo liberi. I nostri cosiddetti educatori liberali e progressisti, che hanno negato la realtà della colpa, non hanno liberato l’uomo, come avevano promesso, dalle catene della “morale medievale”; ma hanno liberato la persona dalla sua responsabilità e quindi dalla sua libertà. Gli psicologi freudiani che nelle democrazie imputavano ogni peccato o colpa al determinismo psichico di un fattore subrazionale o addirittura sessuale, e i filosofi marxisti che negli Stati totalitari imputavano il peccato al determinismo sociale dell’ordine economico, non spiegavano davvero il peccato, ma spiegavano la libertà. Gli uomini parlano di libertà soprattutto quando la stanno perdendo, come parlano di salute quando sono malati.

Oggi la vera libertà sta scivolando via dal mondo e l’era predetta da Dostoevskij è alle porte: “Le epoche passeranno e l’umanità proclamerà per bocca dei suoi saggi che non c’è crimine, e quindi non c’è peccato; c’è solo la fame… Alla fine deporranno la loro libertà ai nostri piedi e ci diranno: Rendeteci schiavi, ma dateci da mangiare”.

La negazione di poter sbagliare è il più grande errori di tutti. Il diavolo era più saggio dell’uomo moderno, perché tentò Adamo ed Eva di usare falsamente la loro libertà mangiando il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Satana non è mai stato così stupido da pensare che la libertà significasse irresponsabilità. Ma ha convinto in questo modo i suoi discepoli nel ventesimo secolo! Ha promesso la libertà all’inizio incitando al male; la toglie ora negando il male. E noi, nella nostra ignoranza, tutto questo lo chiamiamo “progresso”!

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country” 1941)

LO SPIRITO DELL’ANTICRISTO, L’UOMO MODERNO, IL MALE NEL MONDO: “È sotto la maschera e il travestimento di un progresso che nega il peccato e la colpa che l’Anticristo sfila oggi nel mondo…Il male è reale, è nel cuore dell’uomo”

C’è qualcosa di marcio nel mondo; e quel marcio è così radicale e universale che non si spiega con le cose, ma con uno spirito: lo spirito del male. È la nostra cecità a non vedere che c’è il male, perché ne abbiamo negato l’esistenza. Un uomo senza occhi può essere convinto che la notte è giorno e il giorno è notte.

Così anche il mondo moderno, che ha perso sia gli occhi della fede che quelli della ragione, può essere indotto a credere che lo spirito dell’anticristo non sia qui, perché ha dimenticato Cristo, chi lo convincerà che c’è un Anticristo? (…)

Gli uomini pensano che il male debba venire sotto le sembianze di un germe, o di una bomba, o di un’incidente, o di un’esplosione, o di un disastro ferroviario, o di un fallimento bancario, dimenticando che il più grande male può venire all’uomo sotto le mentite spoglie dei pensieri e delle idee umane.

È sotto la maschera e il travestimento di un progresso che nega il peccato e la colpa che l’Anticristo sfila oggi nel mondo, siede nelle nostre aule, scrive sulle nostre riviste, si pavoneggia sui nostri palcoscenici, promettendo di redimere l’uomo quando avrà abbandonato la Croce e la penitenza.

Satana non avrebbe alcuna attrattiva se non si vestisse da angelo di luce; l’inferno non avrebbe nessuno che bussa alle sue porte se non fossero indorate con l’oro del Paradiso. Cristo viene agli uomini con la sua croce: ecco perché ha così pochi seguaci. Satana viene senza croce, e solo quando le vittime sono sue capiscono che la più grande croce della vita è non avere la croce. (…)

Se non esiste il male, come possiamo pentirci? Come possiamo sconfiggere il male se non lo conosciamo? La condizione della pace nazionale è l’eliminazione della falsa educazione e della falsa politica, la prima delle quali nega il male e la seconda lo limita solo alle dittature, all’ambiente, al latte scadente o alle ghiandole cattive. Il male è reale, è nel cuore dell’uomo, nasce prima nell’uomo, poi si socializza nei gruppi e nella società.

Oggi temiamo le cose sbagliate. Temiamo l’esterno quando dovremmo temere l’interno; temiamo i pericoli esterni, ma non i peccati interni che producono i mali collettivi. Temiamo anche l’uomo, quando dovremmo temere Dio. L’uomo di oggi ha paura dei suoi stessi simili. Il capitalista teme l’operaio, l’operaio il capitalista, il povero teme il ricco, il ricco teme il povero – ma nessuno teme Dio. L’uomo deve sapere che teme il prossimo perché ha smesso di temere Dio; perché l’uomo che ha perso le sue radici in Dio è il terrore dei suoi simili. “Il timore del Signore è l’inizio della sapienza” (Prov 1,7) – solo l’inizio, perché nelle fasi successive l’amore sostituisce il timore. Ma all’inizio dobbiamo temere la giustizia per le nostre ingiustizie, il castigo per i nostri peccati, le conseguenze per le nostre malefatte morali. Non ci sarà mai pace in questo mondo finché l’uomo teme gli altri uomini piuttosto che Dio. Temere Dio non significa solo amare Dio, ma anche amare il prossimo. Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di paura: non solo la paura dell’invasore che colpisce le nostre coste, ma la paura che, negando l’esistenza del male, diventiamo impotenti a colpirlo; la paura che, se diciamo che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è il pane, il pane è tutto ciò che otterremo – come se l’uomo potesse vivere di solo pane; la paura che, negando il male, perderemo l’ideale della bontà; la paura che, mentre proteggiamo i nostri confini, le nostre cittadelle interiori e le nostre case vengano prese dall’interno.

Ci sono molte ragioni per cui sappiamo che il male esiste nel mondo; ci sono molte ragioni per cui crediamo che c’è lo spirito dell’anticristo. I nostri educatori moderni e la nostra stampa, negando la colpa, il peccato, il male, la penitenza, il sacrificio e la riparazione, non ci hanno convinto che non c’è Dio; non ci hanno convinto dell’inutilità della Croce; non ci hanno convinto che non c’è il male. Ma ci hanno convinto che c’è un diavolo, perché il diavolo non è mai così trionfante come quando induce i suoi seguaci a dire che lui non esiste!

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country” 1941)

C’È SOLO UNA SOLUZIONE PER SALVARE L’UOMO MODERNO DALLA SUA DISPERAZIONE: “La coscienza sociale libera oggi molti uomini dall’obbligo di rettificare la loro coscienza individuale”

Dapprima l’uomo viveva in un universo tridimensionale dove, da una terra che abitava insieme con i suoi simili, considerava il cielo al di sopra e l’inferno al di sotto di lui.

Dimenticando Dio, la visione dell’uomo si è ridotta, in questi ultimi tempi, a una sola dimensione; l’uomo moderno ritiene che la sua attività sia limitata alla superficie della terra, un piano dal quale non può muoversi né verso l’alto, cioè per salire a Dio, né verso il basso, cioè per scendere a raggiungere Satana, ma soltanto verso destra o verso sinistra. Alla vecchia divisione teologica tra coloro che sono in stato di grazia e coloro che non lo sono, si è sostituita la divisione politica tra Destra e Sinistra.

L’anima moderna ha decisamente limitato i propri orizzonti: negatrice dell’eternità, ha perduto perfino la sua fede nella natura, perché la natura senza Dio è falsa e infida. (…)

C’È SOLO UNA SOLUZIONE PER SALVARE L’UOMO MODERNO DALLA SUA DISPERAZIONE

La forma di autodisciplina meglio indicata per aiutarci a comprendere dove stiamo andando è la meditazione, che ci darà finalmente l’autocontrollo attraverso l’autorealizzazione. Tra tutte le anime moderne, le più tragiche sono quelle che si sono imprigionate nel proprio spirito; soltanto la meditazione può infrangere, con un’invasione divina, quel pazzesco autoaccerchiamento dell’uomo.

Oggi ci sono molti uomini che non meditano mai, né si disciplinano mai in altro modo. Credono di essere sazi con ciò che hanno creduto di appagare; tentano di rimediare a ogni nuova delusione con una nuova passione; tentano di esorcizzare i vecchi disgusti e le vecchie vergogne con nuovi febbrili eccitamenti. Cambiano gli oggetti del loro amore, ma la noia e il fastidio rimangono. I loro mali diventano un’abitudine e un’apparente necessità; non si richiudono le ferite delle loro anime, poiché essi negano l’esistenza delle ferite, o addirittura dell’anima. I ceppi che li incatenano alla disperazione sono forgiati; le loro passate sofferenze persistono nei loro rimorsi; il loro futuro è buio di paura; i loro piaceri sono meno ardenti di prima, le loro ansie più permanenti e la loro coscienza meno tranquilla: i minuti dei loro peccati diventano notti di terrore. Sono di peso a se stessi, di noia agli amici; sono disgustati, mai sazi; affamati, mai soddisfatti; e pagano somme non indifferenti ai ciarlatani che dicono loro che non c’è peccato e che il senso di colpa è dovuto al complesso paterno. Ma il cancro morale persiste: essi sentono che corrode i loro cuori.

Che cosa possono fare questi milioni di psicopatici, di nevrotici, di delusi, per sfuggire alla follia che serpeggia in loro e che minaccia di diventare pazzia? Non c’è che una soluzione: rientrare in se stessi, sollevare lo sguardo al Medico divino e gridare: “Dio, abbi pietà di me!”. Se lo sapessero, una singola confessione li salverebbe, aiutandoli a ottenere il perdono dei loro peccati; e salverebbe anche il piccolo patrimonio che dissipano per far interpretare erroneamente questi peccati. (…)

Come la medicina deve venire dal di fuori del corpo, così la guarigione morale deve venire dal di fuori dell’anima (con la confessione). Eppure molti uomini del nostro tempo fanno di tutto per sottrarsi a questa fonte di guarigione e di salute. I vigliacchi rifiutano di riconoscere che la loro vita è disordinata; oppure cercano un mezzo “facile” per evadere dalla loro miseria e peggiorano in questo modo le loro condizioni.

Alcuni dei “facili” mezzi di evasione da essi tentati sono: la maldicenza, che consente loro di apparire buoni in confronto alle persone di cui sparlano; la ridicolizzazione delle persone oneste e religiose per evitare il rimprovero della loro bontà; lo stordimento, l’eccitazione, la partecipazione incondizionata agli entusiasmi collettivi, di modo che la voce dolce e sommessa della coscienza, attraverso cui parla il Signore, non si possa più sentire; l’adesione al comunismo, rivoluzione anarchica mediante la quale l’individuo dissimula il proprio bisogno di rigenerazione individuale, intima, spirituale, rivoluzionando tutti gli altri. Indicando i torti altrui, il comunista si sottrae al bisogno di agire correttamente; diffondendo l’ideologia della lotta di classe, crea l’illusione che il male che combatte non sia in lui, ma nel sistema sociale. Così la coscienza sociale libera oggi molti uomini dall’obbligo di rettificare la loro coscienza individuale.

C’è inoltre un mezzo di evasione che consiste nel dare alla religione il nome di “codardia”, che è la più intollerabile tra le affermazioni di ateismo. È come dire a un uomo la cui casa sia in fiamme che è un “codardo” se chiama i pompieri.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

PER RISANARE UN PECCATORE SERVONO LA CONFESSIONE E IL DOLORE: “Il perfetto dolore proviene dalla consapevolezza di avere offeso Dio, il quale merita tutto il nostro amore”

Per risanare un peccatore servono dunque la confessione e il dolore. E il dolore deve avere in sé l’appello alla misericordia di Dio, per distinguersi dal rimorso. San Paolo fa questa distinzione scrivendo ai Corinti: “Perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte” (2Cor 7,10). Il rimorso o “dolore del mondo” si risolve in tormento, gelosia, invidia, indignazione; ma il dolore che ha rapporto con Dio si risolve in espiazione e speranza.

Il perfetto dolore proviene dalla consapevolezza di avere offeso Dio, il quale merita tutto il nostro amore; questo dolore, o contrizione, che si prova nella confessione, non è mai una tristezza stizzosa, irritante, deprimente, ma una tristezza da cui viene consolazione. Ha detto Sant’Agostino: “Il penitente dovrebbe sempre addolorarsi e godere del proprio dolore”. L’esperienza di un peccatore pentito che riceve il sacramento del perdono è stata molto ben descritta dalla Beata Angela da Foligno. Essa ci racconta del tempo in cui ebbe per la prima volta cognizione dei propri peccati:

“Risolsi di confessarmi a lui. Confessai i miei peccati completamente. Ricevetti l’assoluzione. Non sentivo amore, ma soltanto amarezza, vergogna e dolore. Poi per la prima volta volsi lo sguardo alla Divina Misericordia; conobbi quella Pietà che mi ha tratta dall’inferno e che mi ha dato la grazia. Fui illuminata e pertanto conobbi la misura dei miei peccati. Compresi così che avendo offeso il Creatore avevo offeso tutte le creature… Per mezzo della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi invocai la pietà di Dio e, inginocchiata, pregai per avere la vita. Subitamente credetti di sentire la pietà di tutte le creature e di tutti i santi. E allora ricevetti un dono: un gran fuoco d’amore e la forza di pregare come non avevo mai pregato… Iddio scrisse il Pater Noster nel mio cuore con un tale accento della Sua bontà e della mia indegnità che mi mancano le parole per esprimerlo”.

È difficilissimo che il mondo comprenda un dolore come quello; ma ciò dipende dal non sentire un amore come quello. Più uno ama, più indietreggia all’idea di ferire l’oggetto amato e più soffre quando gli succede di farlo. Ma questo dolore non dovrebbe renderci aridi e disperati come quelli che dicono: “Non mi perdonerò mai di aver fatto questo”. È un vero inferno per l’anima che rifiuta di accettare il perdono che gli viene concesso perché ha ferito l’Amore Divino.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

LE VERE CAUSE DELL’ATTUALE CATASTROFE E DELLA GUERRA: “Gli uomini governati dagli istinti animali non possono governare una civiltà. Si sentono a loro agio più in guerra che in pace”

Il famoso storico Arnold Toynbee osservava che, di 21 civiltà scomparse, 16 sono state distrutte dalla decadenza interiore. Difficilmente le nazioni vengono uccise; più spesso esse si uccidono. È questo il sinistro significato della nostra attuale disposizione all’egoismo e all’amore del piacere, alla nostra affermazione dell’egotismo, al nostro rifiuto di disciplinarci. Sebbene due guerre mondiali ci abbiano imposto molti sacrifici, da noi accettati volenterosamente, neanche queste hanno potuto indurci a compiere il sacrificio supremo: rinunciare all’illusione che l’uomo esprima meglio se stesso quando permette all’animale che è in lui di dominare lo spirito.

Ci siamo scandalizzati vedendo ciò che la liberazione del sub-umano ha fatto dei fascisti, nazisti, e comunisti. Eppure non abbiamo imparato che gli stessi effetti deleteri possono verificarsi nell’individuo che, partendo dal concetto che egli è soltanto una bestia, procede immediatamente ad agire come tale. Quanto meno un uomo mortifica le sue passioni egotistiche, tanto più è necessario che un’autorità al di fuori di lui controlli e sottometta queste passioni. Perciò la scomparsa della morale, della religione, e dell’ascetismo dalla vita politica è inevitabilmente seguita da uno stato poliziesco che cerca di mettere ordine nel caos prodotto da quell’egoismo. La legge dà luogo alla forza; la morale è sostituita dalla polizia segreta. I regimi totalitari sono sintomatici di un morbo che ha contagiato anche gli abitanti di Paesi liberi. È la malattia dell’intimo disagio dell’uomo.

Pochi si rendono conto dell’importanza e della portata dell’attuale catastrofe; tutti sono accecati dal fatto che l’uomo ha compiuto grandi progressi materiali. La verità, comunque, è che l’uomo ha perduto il controllo di se stesso nel momento in cui ha acquistato il controllo della natura. E perché ha perduto il controllo di sé e negato gli scopi spirituali della vita, utilizza per fini distruttivi le forze della natura che ha imbrigliato. La bomba atomica simboleggia a meraviglia la disintegrazione della personalità dell’uomo moderno. Qualsiasi progresso nel controllo delle forze naturali diventa un pericolo potenziale, a meno che non sia uguagliato da un progresso altrettanto importante nel controllo degli istinti animali.

Allo stesso modo in cui interpreta l’autoespressione come una liberazione degli istinti animali, lo psicologo materialista contribuisce all’attuale miseria e malessere universali. Gli uomini governati dagli istinti animali non possono governare una civiltà. Si sentono a loro agio più in guerra che in pace. L’odio per un comune nemico può cementare la nostra unità; occorrono uno spirito e una meta comuni per tenerci uniti quando viene la pace. Un tempo le guerre erano quanto mai difficoltose e la pace era la conseguenza naturale della vittoria. Oggi la situazione è rovesciata: i poteri di distruzione sono, nel mondo moderno, maggiori dei poteri di costruzione. La pace è un frutto dell’amore, e l’amore fiorisce nell’uomo orientato verso Dio. Il massimo privilegio dell’uomo è la guida di Dio, un privilegio che l’uomo può ottenere solo quando ha lastricato la propria strada di un ben disciplinato orientamento.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

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