Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

LE CAUSE RELIGIOSE E FILOSOFICHE DELLA CRISI DEL PENSIERO MODERNO: “L’intento di queste pagine è di ragionare su come sia possibile mettere a morte il Neo-Paganesimo” Da Verità e Menzogne di Fulton Sheen

QUI SOTTO POTETE LEGGERE UN PEZZO DEL PRIMO CAPITOLO DEL NUOVO LIBRO DI FULTON SHEEN APPENA PUBBLICATO “VERITÀ E MENZOGNE: UNA CRITICA PROFETICA DEL PENSIERO MODERNO”.

  • IL DECLINO DELLA CONTROVERSIA

Le cause di tale decadenza dell’arte della controversia sono duplici: religiose e filosofiche. La religione dell’uomo moderno ha enunciato un grande dogma fondamentale che sta alla base di ogni altro, vale a dire che la religione deve sbarazzarsi dei suoi dogmi. I credo e le confessioni di fede non sono più di moda; i nuovi leader religiosi si sono accordati per non essere in disaccordo e quelle convinzioni, per le quali alcuni dei nostri antenati sarebbero morti, si sono disciolte in un Umanesimo senza spina dorsale. Come altri Pilati, hanno voltato le spalle all’unicità della verità e hanno spalancato le braccia a tutti gli umori e le fantasie che impone il mondo. Posso immaginare che un Calvinista osservante, il quale ritenga che l’espressione «vai all’inferno» sia pregna di un tremendo senso dogmatico, arrivi ad un violento scontro intellettuale con un Metodista altrettanto osservante, il quale ritiene che si tratti semplicemente di una frase volgare, ma non riesco ad immaginare una possibilità di dibattito nel caso che entrambi, a somiglianza dei nostri Modernisti, decidano di mandare al diavolo l’inferno, per la ragione che non credono più nell’uno e neppure nell’altro.

La seconda causa è filosofica e si fonda sulla speciale corrente di pensiero americana detta «pragmatismo», il cui scopo è di provare l’inutilità di ogni prova. Il tedesco Hegel rese razionale l’errore, l’americano James ha reso irrazionale la verità. Da ciò nasce una preoccupante indifferenza nei confronti della verità, e la tendenza a considerare vero l’utile, e falso ciò che esula dal campo pratico. Colui che si lascia convincere dalle prove viene considerato bigotto, e colui che trascura ogni prova, né si occupa di ricercare la verità, viene giudicato di mente aperta e tollerante. È forse la Chiesa Cattolica, più di tutte le altre forme di cristianesimo, a notare la decadenza nell’arte della controversia. Mai come ora, lungo la sua storia, essa si è sentita altrettanto impoverita per la mancanza di una solida opposizione intellettuale. Oggi non esistono nemici degni della sua spada e se attualmente la Chiesa non offre alcun grande pensatore, o alcuna somma di pensiero, è perché non viene sfidata e quindi indotta a farlo. Il progresso in tutti i campi, anche nel pensiero, nasce da una sfida. Per due ragioni la Chiesa ama il dibattito: perché i conflitti intellettuali sono fruttuosi, e perché essa ama grandemente la ragione. Fu attraverso la controversia che venne edificata l’immane struttura della Chiesa Cattolica. (…)

La Chiesa ama la controversia, non soltanto perché ne trae un incitamento all’attività dello spirito, ma anche per amore della controversia in sé. Si accusa la Chiesa di essere nemica della ragione: al contrario, è la sola al mondo che abbia fiducia nella forza di questa. Col far uso della ragione al Concilio Vaticano I, essa si pronunciò ufficialmente in favore di un sano Razionalismo e dichiarò contro la falsa umiltà degli Agnostici, e la fede sentimentale dei Fideisti, che la sola ragione può giungere a conoscere qualcosa in più della realtà, e che partendo dai fenomeni puramente sensibili, può risalire sino al mistero delle «fortezze eterne», per scoprire il Senza Tempo al di là del tempo e il Senza Spazio al di là dello spazio, cioè Dio: l’Alfa e l’Omega di tutte le cose. La Chiesa chiede ai suoi figli di pensare con intensità e con chiarezza. Poi chiede loro di fare un doppio uso dei loro pensieri: in primo luogo li invita ad esteriorizzarli nel mondo concreto dell’economia, del governo, del commercio e dell’istruzione, per produrre, con tale opera di concretizzazione del pensiero bello e chiaro, una civiltà chiara e bella. La qualità di ogni civiltà dipende dalla natura dei pensieri di cui i suoi migliori pensatori l’arricchiscono. Se i pensieri esternati sulla stampa, nel parlamento o dalle tribune pubbliche saranno meschini, la civiltà stessa assumerà una natura ugualmente meschina, con la rapidità attraverso cui il camaleonte assume il colore dell’ambiente. Ma se i pensieri, che si traducono in parole, saranno alti e nobili, la civiltà, come un crogiuolo, si colmerà dell’oro delle cose degne. (…)

D’altro canto, la Chiesa combatte l’errore di pensiero, perché un pensiero cattivo, libero di girare per il mondo, è più pericoloso di un pazzo criminale. Ogni fatica ha una vita breve, ma i pensieri durano a lungo. Quando la società scopre che è troppo tardi per mandare alla sedia elettrica un pensiero, condanna a morte l’uomo che ne è colpevole. Vi fu un tempo in cui i Cristiani, per salvare la società, mettevano al rogo il pensiero e, dopo tutto, si potrebbe dire qualcosa in favore di tale pratica: l’uccisione di un solo pensiero cattivo può voler dire la salvezza di diecimila pensatori. Ben sapevano questo gli imperatori romani, i quali uccidevano i Cristiani non perché volevano i loro cuori, ma perché volevano le loro teste, o meglio, i loro cervelli; quei cervelli che stavano pensando a come distruggere il Paganesimo. L’intento di queste pagine è appunto di ragionare su come sia possibile mettere a morte il Neo-Paganesimo.

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO! Vi invitiamo a leggere l’anteprima del libro cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo direttamente sul sito della casa editrice Mimep per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

Verità e menzogne

“VERITÀ E MENZOGNE: UNA CRITICA PROFETICA DEL PENSIERO MODERNO” È STATO PUBBLICATO UN LIBRO IMPERDIBILE DI FULTON SHEEN!

Ringraziamo di cuore la casa editrice Mimep di Milano, gestita dalle suore loretane, per aver ristampato la vecchia edizione di “Verità e Menzogne”. Un classico imperdibile di Fulton Sheen. La vecchia traduzione è stata rivista e corretta, sono state aggiunte anche delle note.

Dalla quarta di copertina:

Così scriveva l’autore nel 1931: “È giunto il momento in cui si è resa necessaria una certa disinfezione, o sterilizzazione intellettuale, affinché la società pensante possa riacquistare la salute”.

Con la sua capacità di andare al cuore di ogni questione, analizzarla in termini chiari e spiegarla in termini concreti, Fulton Sheen ci offre, al di là di ogni pregiudizio, una critica precisa agli errori del pensiero moderno nei campi della morale, della filosofia, della religione, della scienza, della sociologia e della psicologia. Il libro cerca di dimostrare come sotto l’appellativo “moderno” si nasconde spesso un vecchio errore, mentre ciò che viene definito “non al passo coi tempi” è in realtà oltre il tempo e al di fuori delle mode, essendo un’espressione della verità che è eterna.

Un’opera profetica che il Vescovo Sheen avrebbe potuto scrivere al giorno d’oggi per l’attualità dei temi trattati: l’ateismo e l’agnosticismo, il relativismo e lo scientismo, la carità senza Dio e la falsa tolleranza, l’evoluzionismo di Darwin e la religione cosmica di Einstein, l’umanesimo e la Chiesa, il medioevo e il modernismo, la contraccezione, l’educazione, e tanti altri da scoprire.

“La natura di certe cose è fissa e non mai tanto fissa quanto quella della verità. La verità può essere contraddetta mille volte, ma ciò dimostra soltanto che ha la forza di sopravvivere a mille assalti” (Fulton J. Sheen)

INDICE DEL LIBRO:

INTRODUZIONE DELL’AUTORE – 1. IL DECLINO DELLA CONTROVERSIA – 2. INTIMIDAZIONE COSMICA – 3. L’AGNOSTICISMO – 4. UNA MORALE PER GLI AMORALI – 5. LA VOLUBILITÀ DELL’AUTORITÀ SCIENTIFICA – 6. IL TEISMO DEGLI ATEI – 7. UN APPELLO ALL’INTOLLERANZA – 8. LA FILOSOFIA E L’ARTE DEL MEDIOEVO – 9. IL LIRISMO DELLA SCIENZA – 10. INTRODUZIONE ALLA MORALE – 11. FEDE ALLA DERIVA – 12. L’ANIMA E LE CONTORSIONI DEL BEHAVIORISMO – 13. IL NEOPELAGIANESIMO – 14. LA FILOSOFIA DELLA CARITÀ – 15. LA RELIGIONE COSMICA – 16. I CIECHI DI FRONTE AL DIVINO E L’EDUCAZIONE – 17. IL CONTROLLO DELLE NASCITE – 18. DIO E L’EVOLUZIONE – 19. PIETRO O PAN? LA BATTAGLIA FINALE

Vi invitiamo a leggere l’anteprima del libro cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo direttamente sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

Verità e menzogne

UN NUOVO LIBRO DI FULTON SHEEN “PERCHÉ CREDERE?” Che cosa fa la grazia di Dio nella nostra natura umana? I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà.

Le edizioni Ares hanno pubblicato il primo volume di “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” (256 pagine). Tradotto per la prima volta in italiano.

“Dio e l’uomo, il male e il peccato, Cristo e la Chiesa, la redenzione e la libertà di scelta, i Sacramenti, il corpo e l’anima, con l’apparente dicotomia nel mondo tra la sfera materiale e la sfera spirituale… In modo semplice e diretto, ricorrendo secondo il suo stile a immagini del quotidiano e a una forte carica umoristica, Fulton Sheen offre in queste pagine i principali contenuti della fede in risposta alle domande fondamentali sul senso della vita. Un testo che mons. Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, ha definito «la Summa di tutta la saggezza» del suo autore.”

Prossimamente uscirà il secondo volume. Qui sotto potete leggere un pezzo straordinario di un capitolo che spiega l’azione della Grazia di Dio nell’uomo.

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

L’AZIONE DELLA GRAZIA DI DIO NELL’UOMO

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Prendiamo un esempio di cambio di direzione. L’allora editore del giornale comunista “Daily Worker” di Londra e sua moglie ascoltavano un programma radiofonico di un funzionario della Russia. All’improvviso la moglie si alzò e spense la radio. Disse al marito (ricordiamo che entrambi erano comunisti):

«Non credo che lui voglia la pace. Credo che voglia la guerra! Parla di pace, ma intende la guerra». Lui disse: «Non parlare così; non stai parlando da comunista». Lei rispose: «Non mi importa come sto parlando». E lui: «Se continui a parlare in questo modo farò rapporto al partito!». Lei: «Riferisci!». «Infatti», disse lui, «stai iniziando a parlare come se fossi diventata cattolica!». Lei: «Lo sono!». Lui: «Diamine! Lo sono anch’io!».

Così un marito e una moglie che vivevano insieme condividendo idee comuniste improvvisamente ignoravano di essere entrambi cambiati. Che cosa era accaduto? Un potere esterno a loro: la grazia.

Non c’è nulla di simile al diventare migliori nell’ordine naturale e improvvisamente, in senso stretto, meritare la grazia. Natura e grazia sono piuttosto distinte. È la differenza tra fare e generare. Quando fai qualcosa, realizzi qualcosa che non ti somiglia. Quando costruisci un tavolo, questo non condivide la tua natura. Quando i genitori mettono al mondo un figlio, fanno invece qualcosa di simile a loro stessi. Quando Dio ci ha creati, Dio era il nostro Creatore, invece quando ci ha generati come figli, non era solo il nostro Creatore, ma nostro Padre. Quando la grazia viene in noi, come ha detto il Signore, la linfa passa attraverso la vigna fino ai tralci, ma è la stessa linfa della vigna. Noi iniziamo a condividere la natura del Signore così Lui riversa in noi la sua natura. San Giovanni ha detto: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto» (Gv 1, 16). Quando rispondiamo alla grazia, allora diventiamo qualcosa di simile a una matita tra le mani, che farà tutto ciò che la mano vuole. Siamo gli strumenti di Dio e obbediamo al suo volere come la matita obbedisce alla volontà della mano. Quando c’è totale obbedienza c’è la santità. Ecco ciò che è un santo. Un santo è uno che è disponibile per Dio come la matita per la mano.

Che cosa fa la grazia nella nostra natura umana? La grazia fa del corpo un tempio di Dio; ed è una delle ragioni per la purezza. Un tempio è un luogo in cui Dio dimora. Ricordate quando il Signore è andato nel tempio di Gerusalemme? Quando i farisei gli chiesero un segno il Signore disse: «Io distruggerò questo tempio […] e in tre giorni ne costruirò un altro» (Mc 14, 58). Non parlava del tempio terreno, ma del tempio del suo corpo, poiché Dio dimora nella natura umana di Cristo. Egli dimora in noi per partecipazione. Il corpo è sacro e dobbiamo rispettarlo.

I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà. L’intelletto è la facoltà per cui conosciamo; la volontà è la facoltà per cui scegliamo. L’oggetto dell’intelletto o ragione è la verità; l’oggetto della volontà è il bene o l’amore. Quando la grazia arriva all’intelletto, lo raggiunge come una sorta di luce. È alquanto difficile descrivere che cosa faccia alla mente umana. Immaginiamo la luce del sole che splende attraverso una vetrata. Notate come si diffonde facendo risaltare ogni colore. Ecco ciò che fa la grazia all’intelletto: dà una visione nuova. La fede diventa per la ragione qualcosa di simile al telescopio per l’occhio: non distrugge l’occhio, lo perfeziona. Quando la fede viene in noi, abbiamo una nuova certezza che oltrepassa la ragione. Tutto ciò che otterrete da queste istruzioni sono ragioni di credibilità.

La certezza deve venire dalla fede, che a sua volta viene da Dio. Il Signore disse a Pietro: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei Cieli» (Mt 16, 17). La certezza della fede è così grande che nulla può distruggerla. La certezza è più grande della ragione per la fede, poiché la luce viene da Dio. Abbiamo molte certezze più forti di quanto possa darci la ragione. Se ci sfidano a provare di essere figli legittimi, può essere piuttosto difficile. Non abbiamo i documenti. Ma nulla può scuotere la nostra certezza. Un uomo esperto può dare molte ragioni contro l’esistenza di Dio e la divinità di Cristo a uno dei nostri figli, ma non può mai distruggere la fede di quel bambino. Non solo la fede dona certezza, ma ci dona anche un nuovo sguardo, un nuovo sguardo sulla nascita, la sofferenza, la morte, la gioia, i piaceri, la letteratura e l’arte. Coloro che possiedono ciò che san Paolo definisce la mente carnale non possono comprendere le cose della fede; è come pretendere che un uomo cieco capisca i colori.

Molto spesso coloro che mancano del dono della fede si chiedono perché ne siamo così certi. «Perché abbiamo questo sguardo sulla sofferenza?». «Perché non siamo depressi?». «Perché non pensiamo al suicidio?». Semplicemente perché vediamo meglio le cose. Abbiamo una luce di cui loro sono privi. Forse abbiamo già detto che abbiamo gli stessi occhi di notte e di giorno, eppure di notte non vediamo. Perché? Perché ci manca la luce del sole. Due persone che esaminano lo stesso problema, lo vedranno in modo molto differente, perché uno ha la sua ragione e i suoi sensi, l’altro la sua fede.

C’è anche la volontà umana. Quando la grazia viene nella volontà, ci dona un nuovo potere, una nuova forza che non abbiamo mai avuto prima. Ci dà una nuova capacità di resistere alle tentazioni. Troppo spesso in questo mondo appena uno diventa schiavo del peccato, parliamo di lui come se avesse una compulsione. Diciamo: «Oh, è un bevitore compulsivo. È un mangiatore compulsivo». È vero. La parola che usa il Signore per spiegare la compulsione è “schiavitù”. Questo non significa che queste persone abbiano completamente distrutto la propria libertà. C’è sempre una piccola parte di libertà che rimane in un alcolista, in un pervertito, in chiunque sia preda della schiavitù del peccato. Questi peccati iniziati con liberi atti nostri propri, possono aver indebolito, ma non distrutto la nostra volontà. È possibile che la grazia si insedi. La grazia ha il suo D-day e Dio può venire in ciascuna di queste persone.

Quando cerchiamo di curare una persona dai vizi, non possiamo mai estrarre il vizio, ma solo emarginarlo. Come si fa? Mettendovi qualcos’altro di nuovo. La grazia di Dio viene quando iniziamo ad amarlo; allora, questi vizi iniziano a fuoriuscire. Una volta che sopravviene un nuovo amore, siamo cambiati. Ricordo di aver fatto un patto con una donna alcolizzata, dicendole: «Tu ami l’alcol più di ogni altra cosa al mondo. Allora io non posso curarti finché non inizi ad amare qualcos’altro». Così abbiamo invocato la grazia, che è venuta in lei ed è guarita. Ecco ciò che la grazia fa alla povera e debole volontà umana. Poi essa ci dà anche potere di influenzare gli altri.

Se queste mie parole vi influenzano, non è per via di conoscenze o poteri che possiedo. Se ho qualche influenza su di voi, è perché lo Spirito e la grazia di Dio stanno operando in voi. Le mie parole non sono nulla. Di sicuro io non ho iniziato queste istruzioni senza pregare lo Spirito e la grazia di Dio che mi diano forza, ma se comunque siete cambiati non dite: «Oh, monsignor Sheen, quanto le siamo grati». Monsignor Sheen non ha fatto nulla, io sono solo il misero strumento del buon Dio. Se siete cambiati, ecco la differenza tra la vostra natura e la grazia. Prima che venisse la grazia agivate a modo vostro, dopo aver ricevuto la grazia agite a modo suo. La differenza è tutta qui. La vostra coscienza si è svegliata e ciò che prima era prezioso per voi adesso sembra nulla, mentre ciò che prima sembrava spazzatura adesso è prezioso. Questa è la grazia: è il potere soprannaturale che illumina la vostra mente per vedere le cose al di sopra della ragione; è quel potere soprannaturale che rafforza la vostra volontà a fare le cose che prima non avreste potuto fare. Essa vi cambia da creature in figli di Dio e soprattutto vi rende capaci di chiamarlo “Padre”.

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

IL LIBRO “VITA DI CRISTO” DI FULTON SHEEN È STATO RISTAMPATO

Segnaliamo la ristampa, da parte di Fede e Cultura, di un capolavoro di Fulton Sheen “Vita di Cristo”. Qui sotto potete leggere la prefazione e i primi due capitoli. Il link per acquistare il libro sul sito della casa editrice: https://shop.fedecultura.com/Vita-di-Cristo-p480690006

PREFAZIONE

Accade che Satana appaia, variamente camuffato, simile a Cristo. Alla fine del mondo, apparirà come un benefattore, un filantropo: tuttavia, con le stimmate non è mai apparso e non apparirà mai. Solo l’amore celeste può mostrare le cicatrici del supremo dono d’amore fatto in una notte ormai per sempre trascorsa. Non ci sono, in realtà, che due concezioni di vita: l’una è “prima il banchetto e poi il mal di capo”; l’altra, “prima il digiuno e poi il banchetto”. Le gioie differite e acquistate a prezzo di sacrificio sono sempre le più dolci e le più durature. Gli antichi insegnavano che qualunque prosperità o fortuna di cui questo o quell’uomo godesse senza avere sofferto era sgradita agli dèi! Lucrezio narra di un re egiziano che ruppe ogni rapporto con l’amico Policrate, tiranno di Samo, perché la sua prosperità era priva di imperfezioni, di “quel che di amaro scaturisce in mezzo alla fonte della dolcezza”. Il cristianesimo, diversamente da qualsiasi altra religione, inizia con la catastrofe, con la sconfitta. Le religioni radiose e le ispirazioni di natura psicologica terminano nella calamità e si inaridiscono nell’avversità; la vita del fondatore del cristianesimo, invece, essendo cominciata con la croce, termina con il sepolcro vuoto e la vittoria. La vita di Cristo differisce da tutte le altre vite sotto molti aspetti; tre i principali:

​​1) La croce ne concluse la vita nel tempo, ma ne era stata all’origine in quanto intento e scopo della sua venuta. Ecco perché i suoi biografi, martirizzati quando testimoniavano la verità da loro scritta, hanno dedicato la terza parte di ciascuno dei primi tre Vangeli e la quarta parte del quarto Vangelo agli eventi della sua passione e risurrezione. ​​

2) Come l’uomo non è derivato interamente dalla natura, perché in quanto dotato d’intelletto, ha in sé una misteriosa “x” che non è contenuta nei suoi precedenti chimici e biologici, così Cristo non è derivato interamente dall’ordine umano.

​​3) Il suo legato non è stato un’etica, ossia una collezione di precetti morali, né l’acquisizione della coscienza del peccato sociale perché gli uomini non amano sentir parlare di peccato personale, nonostante il raffronto tra la colpa umana e l’amore demente di Dio, di cui Dio ha pagato lo scotto.

Odiando il peccato e amando i peccatori, condannando il comunismo e amando i comunisti, sprezzando l’eresia e amando gli eretici, riammettendo gli erranti nel tesoro del suo cuore ma non mai l’errore nel tesoro della sua sapienza, perdonando ai peccatori già condannati dalla società ma intollerante di coloro che peccano e non vengono scoperti, ha riservato le sue più tremende esplosioni di sdegno per coloro che sono peccatori e negano il peccato, che sono colpevoli e si limitano a dichiarare di essere affetti da un complesso. Si spiega così come colui che ha pianto in silenzio allo spettacolo dell’afflizione umana e di un sepolcro aperto dia libero corso al torrente del suo dolore nel contemplare la triste sorte, l’inevitabile rovina di tutti coloro che, benché erosi dal cancro, si rifiutano di usare il rimedio da lui acquistato a ben più caro prezzo del sangue degli agnelli e dei manzi. Il mondo moderno, che nega la colpa personale e riconosce soltanto i reati sociali, che non ha posto per il pentimento personale ma solamente per le riforme pubbliche, ha divorziato Cristo dalla sua croce: lo sposo e la sposa sono stati violentemente separati. Ciò che Dio ha congiunto, gli uomini hanno lacerato. Perciò la croce sta a sinistra e Cristo a destra. Tutti hanno atteso nuovi compagni che li prendessero con sé in una specie di seconda unione adultera. Il comunismo si fa avanti e assume la croce svuotata così di significato; la civiltà occidentale post-cristiana sceglie il Cristo senza stimmate. Il comunismo ha scelto la croce in quanto ha restaurato in un mondo egoista un senso di disciplina, di abnegazione, di rinuncia, di duro lavoro, di studio e di dedizione a fini sovrannaturali. La croce senza Cristo equivale al sacrificio senza amore. Il comunismo ha prodotto una società autoritaria, crudele, oppressiva della libertà umana, piena di campi di concentramento, di plotoni d’esecuzione, di “lavaggi dei cervelli”. La civiltà occidentale post-cristiana ha assunto Cristo senza la croce. Un Cristo senza un sacrificio, che riconcili il mondo a Dio, è un predicatore da dozzina, svirilizzato, incolore, metodista, che merita, sì, il favore popolare per quel suo gran Sermone della Montagna, ma anche lo sfavore per ciò che ha detto della propria divinità da una parte, e del divorzio e del giudizio e dell’inferno dall’altra. Questo Cristo sentimentale viene raffazzonato con una quantità di luoghi comuni, sostenuti talvolta da etimologisti accademici, i quali non riescono a scorgere la parola soffermandosi sulla lettera; viene deformato, fuori del riconoscimento personale, dal principio dogmatico per cui tutto ciò che è divino dev’essere necessariamente un mito. Senza la croce, egli non diventa che un tedioso precursore della democrazia, oppure un umanitario che abbia predicato la fratellanza senza lacrime. Ora il problema si pone in questi termini: la croce, che il comunismo regge in pugno, troverà Cristo prima che il Cristo sentimentale del mondo occidentale trovi la croce? Personalmente, crediamo che la Russia troverà Cristo prima che il mondo occidentale congiunga Cristo con la sua croce redentrice. A quanti vogliano leggere una Vita di Cristo rigorosamente cronologica e inquadrata geograficamente, raccomandiamo quella di Giuseppe Ricciotti: La Vita di Cristo. La nostra opera non ha nulla a che vedere con la critica biblica: questa è stata ampiamente trattata da Ricciotti, Grandmaison, Lagrange e altri. Non c’è teoria critica che sopravviva di molto a una generazione. Un Bauer cede il posto a uno Strauss; uno Strauss a un Wellhausen; un Wellhausen a un Hamack e a un Renan; entrambi a uno Scheweitze e a un Loisy. Quando queste ultime teorie esaurirono la loro validità, sopraggiunsero Schmidt, Bultmann, Albertz, Betram e altri. I lettori che abbiano seguito le confutazioni scientifiche e critiche di Bultmann a opera di Leopoly Malevz, René Marlé e altri, sanno che queste stanno già perdendo la loro validità agli occhi degli studiosi della Bibbia. Benché si possa scrivere la Vita di Cristo senza citare nessuno di questi autori e delle menzionate teorie, la loro conoscenza è un requisito indispensabile per scriverla: non c’è stata mai infatti alcuna forma di critica, neppure quella di uno Strauss, che non abbia contribuito ad approfondire il sapere di coloro che devono conoscere i Vangeli sul piano tecnico e critico prima di potere adeguatamente trattare una Vita di Cristo. Delle tante traduzioni della Scrittura, abbiamo adottato quella di Knox, utilizzando soltanto in pochissimi passi la versione di Rheims Douay. Le Case Editrici Burns Oates and Washbourne, Ltd., e Sheed and Word, lnc., ci hanno cortesemente concesso di usare la traduzione di Knox. Il dipinto della scena della crocifissione è dovuto all’arte di Salvador Dalì, e alla sua gentilezza il diritto di riprodurlo. Più numerosi sarebbero stati gli errori dell’autore, senza l’assistenza editoriale donata con animo veramente fraterno dal reverendissimo Monsignor Edward T. O’Meara, dottore in teologia, e dal reverendo Joseph Havey. Vita di Cristo è stato scritto nel corso di molti anni, ma una più approfondita comprensione dell’unità di Cristo con la sua croce si è verificata quando Cristo ha tenuto l’autore, in ore buie e angosciose, vicinissimo alla croce. La dottrina si deve ai libri; la penetrazione di un mistero, alla sofferenza. È nostra speranza che la dolce intimità, originata dalle sofferenze, con il Cristo Crocifisso trapeli da queste pagine, dando così al lettore quella pace che solo Dio può portare alle anime, illuminandolo affinché comprenda che ogni dolore è in realtà l’ “ombra della sua mano carezzevolmente protesa”.

1 LA SOLA PERSONA CHE SIA MAI STATA PREANNUNCIATA 

La storia è piena di uomini che hanno asserito di venire da Dio, o di essere Dio, o di recare il messaggio di Dio: Budda, Maometto, Confucio, Cristo, Lao-Tse e tanti altri, fino a colui che oggi stesso ha fondato una nuova religione. Di essi, ciascuno ha il diritto di essere ascoltato e valutato. Come per ogni cosa che si debba misurare occorre un metro esterno, così servono alcune prove permanenti, che siano valide per tutti gli uomini, tutte le civiltà, tutte le epoche, affinché si possa stabilire se alcuni o tutti di coloro che hanno fatto simili affermazioni siano, o meno, nel giusto. Queste prove appartengono a due categorie: alla ragione e alla storia. Alla ragione, perché tutti ne sono dotati, anche quelli che mancano di fede; alla storia, perché tutti, vivendo, ne partecipano, ed è lecito presumere che la conoscano. La ragione ci suggerisce che, dove questo o quell’uomo venisse realmente da Dio, Dio ne avrebbe perlomeno preannunciato l’avvento al fine di convalidarne l’affermazione. I fabbricanti di automobili avvertono la clientela circa l’epoca in cui ci si aspetterà un nuovo modello. Se Dio quindi ci mandasse un messaggero o se egli stesso venisse su questa terra per diffondere un messaggio d’importanza vitale per tutti gli uomini, ci informerebbe sul quando il suo messaggero apparirebbe in mezzo a loro, dove nascerebbe, dove vivrebbe, quale dottrina predicherebbe, quali nemici susciterebbe, quale programma adotterebbe per il futuro, quale morte farebbe. Di modo che, nella misura in cui il messaggero si conformasse a tali annunci, sarebbe possibile giudicare la validità delle sue asserzioni. La ragione, inoltre, ci induce a credere che se Dio non agisse in questo modo, nulla potrebbe impedire che un qualunque impostore si introduca nella storia dicendo: “Provengo da Dio”, oppure: “Un angelo mi è apparso nel deserto e mi ha consegnato questo messaggio”. In questi casi, verrebbe a mancare un mezzo oggettivo, storico, per constatare la veridicità del messaggero, poiché non avremmo che la sua parola, e, pertanto, egli potrebbe essere nel torto. Se un visitatore venisse da un paese straniero a Washington e asserisse di essere un diplomatico, il governo gli chiederebbe il passaporto e altri documenti che provino la sua qualità di rappresentante di questo o quel governo; questi documenti dovrebbero recare una data anteriore al suo arrivo. Se dunque ai delegati dei nostri paesi vengono richieste simili prove d’identità, la ragione deve per certo agire allo stesso modo con i messaggeri che affermano di essere stati inviati da Dio. A ciascuno di questi la ragione domanda: “Che cosa, prima che tu nascessi, stava ad attestare che tu saresti venuto?”. Un simile criterio consente di giudicare il merito degli assertori (In questo stadio preliminare, Cristo non è più grande degli altri). Nessuno predisse la nascita di Socrate; nessuno preannunciò Budda e il suo messaggio, né svelò il giorno in cui egli si sarebbe seduto sotto l’albero; non ci sono stati tramandati né il nome della madre né il luogo di nascita di Confucio; né si può dire che questi dati fossero stati rivelati agli umani secoli prima del suo avvento cosicché quando egli venne al mondo gli uomini potessero riconoscere in lui un messaggero di Dio. Quanto a Cristo, il discorso è diverso: date le profezie dell’Antico Testamento, la sua venuta non era inaspettata. Perché, se mancò qualsiasi predizione relativa a Budda, a Confucio, a Lao-Tse, a Maometto, o a chiunque altro, non mancarono per contro le predizioni relative a Cristo. Gli altri vennero e dissero: “Eccomi, credete in me”. Erano, quindi, solo uomini fra gli uomini, non erano divini fra gli umani. L’unica eccezione fu Cristo, in quanto disse: “Ricercate gli scritti del popolo ebraico e i riferimenti storici dei Babilonesi, dei Persiani, dei Greci e dei Romani” (Per il momento, gli scritti del mondo pagano, e perfino l’Antico Testamento, possono considerarsi solo documenti storici e non già parole ispirate). Le profezie dell’Antico Testamento possono essere comprese nella loro pienezza alla luce del loro compimento. Il linguaggio profetico, infatti, non ha la precisione delle scienze matematiche; ma dove nell’Antico Testamento si ricerchino i ricorsi messianici, e dove si paragoni l’immagine che ne risulta con la vita e le opere di Cristo, si può mai dubitare che le predizioni antiche si riferiscano a Cristo e al regno da lui istituito? La promessa che Dio fece ai patriarchi che per il loro tramite tutti i popoli della terra sarebbero stati benedetti; la predizione che la tribù di Giuda avrebbe avuto su tutte le altre tribù ebraiche la supremazia fino all’avvento di colui al quale tutte le genti avrebbero obbedito; il fatto, certamente strano, ma innegabile, che nella Bibbia dei giudei di Alessandria, cioè nella versione detta dei Settanta, si trovi chiaramente predetta la nascita verginale del messia; la profezia di Isaia relativa all’uomo dei dolori, al servo del Signore, il quale darà la vita in espiazione delle colpe del suo popolo; le prospettive del glorioso ed eterno regno della stirpe di Davide: in chi, se non in Cristo, queste profezie hanno trovato il loro compimento? Da un punto di vista meramente storico, si verifica un’unicità che distingue Cristo da tutti gli altri fondatori di religioni terrene; giacché il compimento di tali profezie si verificò, storicamente, nella persona di Cristo, non soltanto cessarono in Israele tutte le profezie ma si produsse anche la cessazione dei sacrifici dopo il sacrificio del vero agnello pasquale. E si guardi alla testimonianza del mondo pagano. Tacito, parlando degli antichi Romani, dice: “Valeva per i più la convinzione profonda di quanto contenuto negli antichi scritti dei sacerdoti, che proprio in quel tempo l’Oriente avrebbe mostrato la sua forza e uomini venuti dalla Giudea si sarebbero impadroniti del mondo”. E Svetonio, là dove narra la vita di Vespasiano, così riferisce circa la tradizione romana: “Tutto l’Oriente credeva, per antica e costante tradizione, che il destino riservasse il dominio del mondo a gente venuta dalla Giudea a quel tempo”. La Cina nutriva la medesima attesa, ma, poiché si trovava dall’altra parte della terra, credeva che il Grande Saggio sarebbe nato in Occidente. Gli Annali del Celeste Impero contengono la seguente relazione: 

“Nell’anno ventiquattresimo di Chengwang della dinastia Zhou, nel giorno ottavo della quarta luna, una luce apparve a sud-ovest, che illuminò il palazzo del re. Colpito da tanto splendore, il monarca interrogò i savi, che gli mostrarono alcuni libri dai quali risultava che quel prodigio doveva venire interpretato come l’apparizione del Gran Santo d’Occidente, la cui religione sarebbe stata introdotta anche nel loro paese”. 

Lo aspettavano i greci. Nel Prometeo, composto sei secoli prima che lui nascesse, Eschilo scriveva: “E, inoltre, non aspettarti che questa maledizione abbia fine fino a quando Dio non si manifesti, per addossarsi, in vece tua, tutte le pene conseguenti dai peccati da te commessi”. Come fecero i Magi a sapere della sua venuta? Probabilmente in base alle tante profezie diffuse per il mondo dagli ebrei, nonché in base alla profezia che Daniele alcuni secoli prima della nascita di Cristo aveva fatto ai gentili. Quanto a Cicerone, dopo aver riportato le parole degli antichi oracoli e delle Sibille relativamente a un “Re che dovremo riconoscere se vorremo essere salvati”, si domanda ansioso: “A quale uomo e a quale periodo di tempo alludono queste predizioni?”. La quarta egloga di Virgilio testimonia la stessa antica tradizione e parla di “una donna casta, sorridente al suo bambino, con il quale avrebbe fine l’età del ferro”. Svetonio cita un autore contemporaneo per rilevare che i romani avevano così tanta paura di un re che avrebbe governato il mondo da ordinare che tutti i bambini nati in quell’anno venissero uccisi: ordine che poi non fu emanato se non da Erode. Non soltanto gli ebrei aspettavano la nascita di un gran re, di un savio, di un Salvatore, ma anche Platone e Socrate parlarono del logos e del savio universale “che doveva ancora venire”. Confucio parlò del “santo”; le Sibille, di un “re universale”; i tragici greci, di un Salvatore e redentore che avrebbe liberato l’uomo dalla “primaria remota maledizione”. Tutti costoro aspettavano nel senso dei gentili. Ciò che distingue Cristo da tutti gli uomini prima di tutto è che era atteso: perfino i gentili bramavano un liberatore o redentore. Il che è di per sé sufficiente a differenziarlo da tutti i condottieri religiosi. La seconda distinzione consiste nel fatto che, una volta apparso, con tanta violenza, egli percosse la storia da dividerla in due periodi: il primo, anteriore alla sua venuta; il secondo, posteriore. Budda non fece ciò; né nessun altro dei grandi filosofi indiani. Perfino coloro che negano l’esistenza di Dio devono datare in questo modo gli attacchi che conducono contro di lui: l’anno tale d. C., oppure l’anno tal altro a. C. La terza realtà che lo differenzia da tutti gli altri è questa: chiunque altro sia mai venuto al mondo è venuto per vivere; lui è venuto per morire. Per Socrate, la morte fu una pietra d’inciampo, poiché ne troncò l’insegnamento; mentre per Cristo fu la meta e il compimento della vita, la ricchezza a cui ambiva. Delle sue parole e azioni, poche sono intelligibili dove non si stabilisca un riferimento con la sua croce: egli, infatti, si manifestò come un Salvatore invece che come un semplice maestro. A nulla, infatti, sarebbe servito insegnare agli uomini il modo di essere buoni senza aver concesso loro la facoltà d’essere buoni, dopo averli riscattati dall’amarezza della colpa. La storia di ogni vita umana comincia con la nascita e finisce con la morte. Nella persona di Cristo, invece, venne prima la morte poi la vita. La Scrittura lo descrive come “l’agnello sgozzato fin dalla fondazione del mondo”, poiché, nell’intenzione, egli fu sgozzato dal primo peccato e dalla prima ribellione contro Dio. Non fu la sua nascita a proiettare un’ombra sulla sua vita e a trarlo quindi alla morte; prima in ordine di tempo venne la croce, la quale rimandò la propria ombra sopra la sua nascita. La sua è stata l’unica vita che sia mai stata vissuta a ritroso. Come il fiore nel muro screpolato rivela il poeta della natura, e come l’atomo è la miniatura del sistema solare, così la sua nascita rivela il mistero del patibolo. La sua esistenza si svolse tra i poli di due realtà conosciute, dalla ragione della sua venuta resa palese dal nome di Gesù”, ossia “Salvatore”, al compimento della sua venuta, cioè alla sua morte sulla croce. Di lui, Giovanni ci dà la preistoria eterna; Matteo, la preistoria temporale, attraverso la genealogia. È significativo che la sua stirpe umana sia tanto legata a peccatori e stranieri! Queste macchie sullo scudo del suo lignaggio umano gli ispirano pietà per i peccatori e per quanti siano estranei all’alleanza; ed entrambi questi aspetti della sua compassione gli saranno, in séguito, addebitati come accuse: “È amico dei peccatori”; “un Samaritano”. L’ombra di un passato contaminato predice il suo futuro amore per i contaminati. Nato da una donna, egli fu un uomo e, al tempo stesso, poté essere tutt’uno con l’umanità intera; nato da una Vergine adombrata dallo Spirito e “piena di grazia”, sarebbe stato altresì fuori da quella corrente di peccato che corrompeva tutti gli uomini.

2 INFANZIA DI CRISTO 

Un’altra realtà caratterizzante è che, diversamente dagli altri dottrinari, egli rifugge dal classificarsi nella categoria definita dei giusti. I giusti non mentono; se Cristo non fosse stato tutto ciò che diceva di essere, ossia il figlio del Dio di vita, il Verbo di Dio incarnato, non sarebbe stato “proprio un giusto”: sarebbe stato un briccone, un mentitore, un ciarlatano, il più grande ingannatore mai esistito. Se non fosse stato quello che diceva di essere, ossia il Cristo, il figlio di Dio, sarebbe stato l’anticristo! Se fosse stato solamente un uomo, non sarebbe stato neppure un uomo “giusto”. Egli non fu solamente un uomo. Voleva che lo disprezzassimo oppure che lo adorassimo: che lo disprezzassimo come un qualunque uomo, oppure che lo adorassimo come un vero Dio e come un vero uomo. Questa è l’alternativa che ci offre. Può darsi benissimo che i comunisti, così avversi a Cristo, gli siano più vicini di quelli che in lui vedono un sentimentale e un vago riformatore morale. I comunisti, almeno, hanno stabilito che se lui vince loro perdono; mentre gli altri paventano di considerarlo vincitore o perdente, perché non sono preparati a far fronte alle esigenze morali che questa vittoria imporrebbe alle loro anime. Se egli è quello che afferma di essere, cioè un Salvatore, un redentore, abbiamo allora un Cristo virile, un condottiero degno di essere seguito in questi tempi terribili: colui che agevolmente farà breccia nella morte, distruggendo il peccato, la tristezza e la disperazione; un capo cui possiamo far totale sacrificio di noi stessi senza perdere la libertà, sebbene conquistandola, e che possiamo amare fino al giorno della nostra morte. Oggi abbiamo bisogno di un Cristo che, composto con funi un flagello, scacci dai nostri nuovi templi coloro che lì attendono di comprare e vendere; di un Cristo che biasimi gli alberi di fichi sterili; di un Cristo che parli di croci e di sacrifici e la cui voce assomigli alla voce del mare in tempesta, e che, tuttavia, non ci permetta di piluccare e scegliere fra le sue parole, scartandone le difficili e accettando soltanto quelle che compiacciono alla nostra fantasia. Abbiamo bisogno di un Cristo che ristabilisca lo sdegno morale, che ci induca a odiare ardentemente il male e ad amare il bene al punto da poter bere la morte come l’acqua.

PER ACQUISTARE IL LIBRO:

https://shop.fedecultura.com/Vita-di-Cristo-p480690006

VOI SIETE FATTI PER DIO: “Sarete in pace soltanto quando approderete nel mare dell’infinito”

Perché provate le delusioni?

Perché tra i vostri desideri e la loro realizzazione c’è una sproporzione tremenda. La vostra anima ha una certa infinità di desiderio, essendo spirituale. Il vostro corpo, invece, e l’universo intorno a voi, sono materiali, limitati, circoscritti, stretti da confini. Potete immaginare una montagna d’oro, ma non la vedrete mai. Potete immaginare un palazzo con centomila stanze, una colma di diamanti e un’altra colma di smeraldi e una terza colma di perle, ma non vedrete mai un simile palazzo. Similmente, potete pregustare alcuni godimenti terreni, o una certa posizione sociale o condizione di vita; ma una volta raggiunti, comincerete subito a sentire la tremenda sproporzione che passa fra l’ideale immaginato e la realtà posseduta. La delusione segue sempre, perché ogni ideale terrestre, una volta posseduto resta perduto.

Quanto più il vostro ideale è materiale, tanto più grande è la vostra delusione. Quanto più il vostro ideale è spirituale, tanto minore è la delusione. Ecco perché coloro che si dedicano alla ricerca d’interessi spirituali, come l’investigazione della verità, non si svegliano mai al mattino con la bocca amara e con la sensazione di essere sfiniti e abbattuti.

L’anima non dice mai basta. La vostra intelligenza, una volta che ha conosciuto una foglia, un albero, una rosa, eccetera, non dice mai «basta». Il vostro bruciante desiderio d’amore non è mai soddisfatto. Tutte le poesie d’amore finiscono in un grido, in un lamento, in un pianto. Tanto più puro è l’amore, quanto più invoca. Quanto si sente più innalzato sulla terra, tanto più si lamenta. Se un grido di gioia o un momento di estasi interrompe questa domanda, è soltanto per un momento; subito dopo ricade nell’immensità dei desideri. Avete la gioia di riempire la terra con i vostri immensi sospiri del cuore, poiché voi siete fatti per l’Amore. Nessuna bellezza terrestre vi sazia, perché, quando essa scompare dai vostri occhi, voi la fate rivivere, anche più bella, nell’immaginazione. Anche quando voi camminate con gli occhi chiusi, la mente continua a presentarvela, senza difetti, senza limiti, senza ombre. Dove si trova quella bellezza ideale che voi andate sognando? L’amabilità terrestre non è forse l’ombra di qualcosa d’infinitamente più grande? Non c’è da meravigliarsi che Virgilio abbia desiderato di bruciare il suo poema, l’Eneide, e che lo scultore Fidia abbia gettato nel fuoco il suo scalpello. Quanto più quei due artisti si erano accostati alla bellezza, tanto più sembrava che essa fuggisse lontano, perché la bellezza ideale non sta nel tempo: ma nell’infinito.

-Il tormento dell’infinito-

Nonostante le continue delusioni di trovare i nostri ideali soddisfatti quaggiù, l’infinito continua a tormentarci. Lo splendore di un sole che tramonta, simile a «un’ostia nell’ostensorio d’oro dell’occidente», l’alito di un vento primaverile, la divina purezza nel volto d’una Madonna, tutto vi riempie di nostalgia, di un cocente protendersi oltre, verso qualcosa che sia ancora più bello. Con i piedi per terra, voi sognate il cielo; creature del tempo, voi disprezzate il tempo; fiori di un giorno, cercate di eternizzare voi stessi. Perché desiderate la vita, la verità, la bellezza, la bontà, la giustizia, se non perché voi siete fatti per loro? Da dove vengono esse? Durante il giorno, dov’è la sorgente della luce che illumina le strade cittadine? Non certamente sotto le auto, sotto i pullman, sotto i piedi dei passeggeri, perché là la luce è mescolata alle tenebre. Se volete trovare la sorgente della luce, dovete andare oltre, verso qualcosa che non ha mescolanza di tenebra e di ombra; dovete andare a quella pura luce che è il sole. In simile maniera, se volete trovare la sorgente della vita, della verità e dell’amore, dovete andare oltre, verso una verità che non è mescolata con ombre di errore; verso un amore che non è mescolato con ombre di odio. Dovete andare verso qualcosa che è Vita pura, Verità pura, Amore puro. Questa è la definizione di Dio. Perché siete stati delusi fin qui? Perché non avete ancora trovato Dio.

Udite il poeta Riccardo Chenevix Trench: «Se esistesse in qualche luogo un altro rifugio dove volare, i nostri cuori avrebbero cercato qui la loro quiete, e non in te, o Dio. Noi abbiamo cozzato contro le sbarre della creazione, come aquile prigioniere; abbiamo cercato attraverso gli immensi mondi soltanto un palmo di terreno su cui posare i nostri piedi, dove tu non sei. Soltanto quando, in terra, nell’aria, in cielo, o nell’inferno, scoprimmo che in nessun luogo si può trovare dove sfuggire a te, allora volammo a te».

Una volta che avete scoperto che la causa della vostra delusione deriva dalla distanza che passa fra l’ideale concepito nella mente e la sua realizzazione concreta, voi non diventate più dei cinici. Invece di diventare cinici, sarete pronti a scartare totalmente ogni delusione. Non c’è niente di anormale nel vostro desiderio di vivere, non soltanto di poter vivere due o tre anni di più, ma per sempre. Non c’è niente di esagerato nel vostro desiderio della verità, non soltanto questa o quella verità, ma tutta la verità. Non c’è niente di inumano nella vostra fame di amore, dal momento che essa durerà sempre, senza che la morte la sopprima, la sazietà la svuoti o il tradimento la uccida. Non sentireste il bisogno di una vita perfetta, di una perfetta verità e di un perfetto amore, se non esistessero. Il solo fatto che voi godete di una loro porzione, dimostra che ci dev’essere l’intero. Non ne conoscereste l’arco, se non ci fosse l’intera circonferenza. Non camminereste nelle ombre, se non ci fosse la luce. Come potrebbe l’anatra avere l’istinto di nuotare, se non ci fosse l’acqua? Potrebbe un bambino domandare con grida il nutrimento, se questo non esistesse? Come potrebbe esistere l’occhio, se non ci fossero bellezze da vedere? Ci sarebbe l’udito, senza armonie da udire? Come potrebbe esserci in voi lo struggente desiderio di una vita senza fine, di una verità senza errori e di un amore estatico, se non esistessero una vita perfetta, una verità perfetta e un amore perfetto?

Concludiamo, dunque: voi siete fatti per Dio! Dunque, non vi sazierà nulla di meno dell’infinito. Distruggereste la vostra natura se domandaste di essere soddisfatti da qualcosa che sia minore dell’infinito. Come una nave, una volta messa in un fiume, avanza faticosamente sulle acque troppo basse, fiancheggiata dai limiti ristretti delle sponde, così voi siete inquieti, sentendovi imprigionati dai limiti dello spazio e del tempo. Sarete in pace soltanto quando approderete nel mare dell’infinito.

(Fulton J. Sheen, da “Fatti per l’eternità: introduzione al Cristianesimo” edizioni Mimep)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

Vi invitiamo a leggere l’anteprima cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo direttamente sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

https://www.mimep.it/catalogo/spiritualita/fatti-per-leternita/

FATTI PER L’ETERNITÀ: INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO DI FULTON SHEEN

Ringraziamo di cuore la casa editrice Mimep di Milano, gestita dalle suore loretane, per aver ristampato con un nuovo titolo la vecchia edizione di “Vi presento la Religione”. Un classico di Fulton Sheen.

L’essenziale del cristianesimo prima di tutto, consiste nella rinascita, cioè nell’essere ricreati e incorporati in un nuovo tipo di vita più elevata – la vita soprannaturale della Grazia divina – e introdotti in un nuovo tipo di relazione spirituale come figli di Dio attraverso Gesù Cristo, vivo e presente nel Suo Corpo Mistico che è la Chiesa. L’autore ci ricorda che la nostra scelta di diventare figli di Dio avrà conseguenze nel nostro pellegrinaggio terreno, ma soprattutto nell’eternità dove saremo ciò che abbiamo deciso liberamente di essere nel tempo di questa vita. Le intuizioni di Sheen sono senza tempo. La saggezza profusa in questo libro è la stessa che portò le sue semplici trasmissioni televisive a un successo strepitoso.

«Il Cristianesimo non è un sistema di etica, ma è una Vita. Non è un buon consiglio, ma è un’adozione divina. Essere cristiani non consiste nell’essere caritatevoli verso i poveri, nell’andare in Chiesa, nel leggere la Bibbia, nel cantare inni sacri, nell’essere generosi con i comitati di beneficenza o disposti a servire le associazioni della Chiesa… Il cristianesimo include tutte queste cose, ma prima di tutto e soprattutto è una relazione d’amore».

Vi invitiamo a leggere l’anteprima del libro cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo direttamente sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

Fatti per l’eternità

61 MINUTI PER UN MIRACOLO: FULTON SHEEN E LA VERA STORIA DI UN FATTO INCREDIBILE! UN LIBRO IMPERDIBILE!

61 minuti per ottenere un miracolo indiscutibile attraverso l’intercessione dell’Arcivescovo Fulton Sheen. È questo il miracolo approvato da Papa Francesco, nel luglio del 2019, per la beatificazione la cui data è ancora da definire.

La fede e la preghiera di questa famiglia ha ridonato il respiro al loro figlio nato morto. È un fatto incredibile raccontato con la semplicità di una mamma che ha vissuto in prima persona il miracolo: James era nato morto e ha cominciato a respirare dopo 61 minuti.

Però il miracolo più grande non è il ritorno alla vita. Ciò che stupisce tutti, specialmente i medici e gli scienziati, è il fatto che il cervello di James non ha subito nessun danno dopo non aver ricevuto ossigeno per più di un’ora. Oggi James è un ragazzo normale senza nessuna difficoltà motoria o psicologica.

Questo libro racconta tutta questa meravigliosa vicenda. È un racconto semplice, colloquiale che arriva diritto al cuore del lettore. Non puoi leggere questa storia senza lasciarti coinvolgere dal dolore di una mamma che ha visto un figlio nascere senza respiro. Il suo modo di raccontare ci rende partecipi del suo dolore ma anche della sua gioia ad avere accanto il suo figlio che aveva perso. Alla fine di questo racconto non ti rimane altro che dire: il Signore è grande. Sì il Signore è grande e compie meraviglie fino ad oggi.

PER ACQUISTARE IL LIBRO CLICCA SUL LINK:

https://www.mimep.it/catalogo/spiritualita/santi/61-minuti-per-un-miracolo/

DIO, LA LEGGE DI GRAVITÀ DELL’AMORE, E IL PARADISO: “Ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale”

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini!

Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’Amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

LA MAGGIOR PARTE DEGLI UOMINI VUOLE UN AMORE E UN MATRIMONIO IMMATURO E ADOLESCENZIALE: “Se l’amore è l’emozione, quando questa svanisce anche l’amore sembra svanito”

Anche nel più nobile degli amori umani arriva un momento in cui si è “fatta l’abitudine” a quel che c’è di meglio (i gioiellieri non si commuovono più alla vista delle pietre preziose). E ciò rivela la necessità costitutiva che sempre, nella vita, deve esserci un mistero poiché, quando questo svanisce, la vita diventa banale. Forse potrebbe essere proprio questa la ragione della popolarità di cui oggi godono i libri gialli, ossia il fatto che essi andrebbero a colmare il vuoto creato dall’aver smarrito i misteri della fede. L’interesse violento suscitato dai racconti di misteriosi omicidi indica che la gente si appassiona di più al modo in cui una persona è stata ammazzata piuttosto che al destino eterno della persona ammazzata.

Quando nella vita non rimane nulla di arcano e di non rivelato viene meno la gioia di vivere. Il gusto dell’esistenza proviene in parte dal fatto che c’è ancora una porta che non è stata aperta, un velo che non è stato ancora sollevato, una nota che non è stata ancora suonata. Nessuno che stia vicino a un pozzo conosce la sete, ciò significa che proviamo ben poco desiderio di ciò che già possediamo, né c’è speranza di conseguire quel che già è nostro. Così avviene che il matrimonio spesso segni la fine del romanzo, come se fosse terminata la caccia e la selvaggina già riposta nel carniere. Quando una persona è da noi considerata come se ci spettasse di diritto, allora sfuma tutta quella sensibilità e quella delicatezza di affetto che è condizione essenziale dell’amicizia e della gioia. Il che è particolarmente vero in certe unioni coniugali dove domina il possesso senza il desiderio, una cattura senza l’emozione della caccia. Diversamente, il modo cristiano di preservare il mistero, e con esso l’attrazione, sta nel dischiudersi dell’amore nella generazione dei figli, mistero di vita e di amore, che è quel che intendiamo dicendo che esso diventa trino. (…)

Tutta la vita moderna è orientata verso il concetto che la forza maschile e la bellezza femminile siano e debbano essere un possesso permanente. Tutto il meccanismo dell’odierna pubblicità è rivolto verso questa menzogna. Si dice all’uomo che seguendo certe diete speciali migliorerà di dieci colpi il suo handicap al gioco del golf, che inghiottendo alcune pillole non avrà più, al posto della testa, la solita palla da biliardo. Quanto alla donna, le si promette che la sua bellezza può durare eternamente, che le sue mani screpolate dal bucato e il suo sorriso scarsamente attraente possono rimediarsi con un tubetto di questo o di quello, oppure le si fa credere che con una breve dieta lei non sarà più vittima di una circonferenza esagerata, che non mostrerà più di aver passato i quaranta ma sarà come se fosse tornata ventenne. Ma nonostante questa propaganda martellante circa l’eternità della bellezza e della forza, spesso avviene che un anno o due dopo il matrimonio il marito cessi di apparire quell’indomito e coraggioso Apollo che nei pomeriggi festivi faceva meraviglie nelle squadre di calcio, o che era tornato dalla guerra con tre decorazioni sul petto.

A un certo punto tutto sembra cambiare, e il giorno in cui la moglie lo pregherà di aiutarla a lavare i piatti lui le risponderà: “Questi sono lavori da donna, non mi riguardano”. Per quanto riguarda la donna, invece, lei non sembra più così bella come nei primi giorni della luna di miele. I suoi discorsi infantili che un tempo gli parevano così aggraziati e pieni di estatica tenerezza, ora cominciano a dargli seriamente sui nervi. È a questo punto che molte coppie sentono che l’amore se n’è andato, poiché, se l’amore è l’emozione, quando questa svanisce anche l’amore sembra svanito. Ma Dio non aveva mai inteso che la forza nell’uomo e la bellezza nella donna dovessero durare per sempre, bensì che dovessero riapparire nei loro figli: in questo si rivela la provvidenza divina. Proprio quando sembra che la bellezza dell’una e il vigore dell’altro si attenuino, Dio manda i figli per la protezione e la rifioritura di entrambi. Quando infatti il primo maschietto viene alla luce, sembra quasi che il padre torni a manifestarsi in tutta la sua forza e, per dirla con Virgilio, che “dal sommo cielo discenda una superiore stirpe umana”. Quando invece nasce la prima bambina, è la madre quella che rivive in tutta la sua bellezza e la sua grazia, e pare che anche il suo linguaggio puerile ritorni aggraziato. Inoltre, al marito piace perfino pensare che la madre sia l’unica origine dell’avvenenza della bimba. Così ogni bambino che nasce diventa uno di quei grani del rosario dell’amore che lega insieme i genitori nella catena di una dolce schiavitù d’amore. (…)

Bisogna mettersi in testa una verità inconfutabile e ineludibile: dove c’è dualismo c’è deficienza, dove c’è Trinità c’è pietà. La deficienza è avida di colmarsi a spese del prossimo, mentre la pietà nasce da una ricchezza che è impaziente di riversarsi sugli altri. Togliete all’amore il suo carattere “trinitario” e tutte le relazioni interiori si dissolveranno lasciando sussistere soltanto una mera esteriorità vuota, si tratti del contatto fisico dell’uomo con la donna, o del conflitto tra capitale e lavoro, oppure della guerra, fredda o calda, tra il mondo occidentale e il mondo orientale. Una società in cui il legame unificatore è stato abbandonato diviene progressivamente un agglomerato di atomi, fino a che alla fine gli uomini invocheranno una forza totalitaria che “organizzi” il caos: è così che nasce il socialismo ateo. Come la cultura, quando smarrisce una sua filosofia della vita, si frammenta in tanti reparti senza coesione né unità fuorché quella accidentale di vicinanza e di tempo. E come un corpo quando perde la sua anima si riduce ai suoi componenti chimici tranquillamente scindibili e scomponibili, così anche la famiglia quando perde il legame unificatore dell’amore si riduce alle aule dove si pronunciano i divorzi.

Senza un terzo elemento vivificante che sia esterno ai due coniugi, l’uomo è dapprima compresso e poi soppresso da forze ostili, fino a trovarsi rinchiuso entro i limiti dell’intelletto, solo, isolato, spaurito e prigioniero di se stesso. Che cosa può soddisfarlo se non ha rapporti con nulla? Rigettando l’amore fuori dal proprio ego l’uomo non può comprendere il sacrificio se non come un’amputazione e un’autodistruzione. Come può un essere che si rende coscientemente e volontariamente difettoso e impotente dare qualsiasi cosa se in lui regna il vuoto? Costui è pronto forse all’immolazione di sé sotto forma di suicidio ma non come sacrificio di sé per il bene degli altri. Nulla esiste in lui all’infuori del suo ego, per questo gli altri limitano la sua personalità e ostacolano i suoi desideri, apparendogli quindi detestabili. Finché non emerge quel più profondo amore che è il perfetto compimento della personalità, l’ego non cesserà mai di ribellarsi contro il sacrificio, sia che si tratti, per amore della pace o dell’amicizia, di compiacere il compagno, sia che si tratti di fondare una famiglia per vedere forza e bellezza prolungarsi fino alla “terza o quarta generazione”.

La sola cosa realmente progressiva in tutto l’universo è l’amore. Eppure, questa dimensione dell’essere che Dio ha fatto schiudere, sbocciare, e fiorire nel cuore dell’uomo perché sfidasse il tempo e l’eternità è quella che più spesso viene strappata quando è ancora in germoglio. Questa è forse la ragione per cui gli artisti rappresentano sempre l’amore come un piccolo Cupido che non diventa mai adulto. Armato di un semplice arco e di una freccia in un universo atomico, il povero angioletto ha ben poche possibilità di sopravvivenza. San Paolo ci dice che mentre la fede e la speranza in paradiso non avranno più ragion d’essere, l’amore, invece, rimarrà in eterno. Ma ciò che i mortali vorrebbero fosse eterno è proprio ciò che essi strozzano ancor prima che cominci a camminare.

Se un uomo proveniente dal pianeta Marte non avesse mai saputo del massimo evento della storia, ossia della nascita del divino amore nella persona di Cristo; probabilmente lui potrebbe, tuttavia, indovinare il resto di quella storia e predire la crocifissione. Gli basterebbe aver osservato come anche i più sublimi tra gli amori umani vengano disgiunti, rinnegati, mutilati, barattati e soffocati. Ma se l’amore è ciò che il cuore umano brama al di sopra di ogni altra cosa, perché non si sviluppa come amore? Questo dipende dal fatto che la maggior parte degli uomini vuole l’amore in forma di serpente e non di uccello: molte persone preferiscono l’amore che si trova sullo stesso piano della carne e non quello che con le proprie ali si innalza dalla polvere del suolo ai picchi montani per poi perdersi nel cielo. Vogliono cioè un amore che, come Cupido, non cresca mai, un amore immaturo e adolescenziale.

(Fulton Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

DIO E LA FAMIGLIA:”Il sacramento del matrimonio è l’immagine terrestre della Trinità”

L’unità non deve quindi significare assorbimento, o annichilimento, o distruzione, ma il compimento dell’uno nell’altro. Formare una cosa sola senza cessare di essere due persone distinte, ecco il paradosso dell’amore! Tale ideale non ci è dato di attuarlo nella vita perché siamo dotati di corpi come siamo dotati di anima. La materia non può interpenetrarsi! Dopo l’unione della carne ciascuno dei due è ricacciato dentro la propria personalità individuale. È soltanto nel sacramento della Comunione che ci viene offerta, sulla terra, la più vicina approssimazione a un tale congiungimento, ma anche quest’approssimazione è il riflesso di un amore soprannaturale.

Noi non potremo mai darci ad altri in modo completo, né gli altri possono darsi completamente a noi. Ogni amore terreno patisce di questa incapacità dei due amanti a formare un essere solo, eppure distinto. La più grande sofferenza di chi ama proviene da questa esteriorità, da questo stato di separazione dell’amato! Ma in Dio, l’Amore che congiunge il Padre e il Figlio è una fiamma vivente, è il bacio perenne del Padre e del Figlio. Nell’amore umano non c’è nulla di abbastanza profondo per rendere personale l’amore scambievole, ma in Dio lo spirito d’amore che unisce il Padre e il Figlio è così personale che è chiamato Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini! Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima. (…)

Se Dio non avesse un Figlio non sarebbe Padre, e se fosse un’individualità unitaria non potrebbe amare a meno di creare qualcosa d’inferiore a se stesso, nel qual caso avrebbe avuto “bisogno” delle creature, il che è assurdo. Ma nessuno a questo mondo è buono se non dona qualcosa, e se non fosse stato Dio a donare per primo nel modo più sublime, ossia mediante la generazione, non potrebbe dirsi “buono”, ma se non fosse buono sarebbe, poveri noi, il principio del terrore. Ma anche prima che il mondo esistesse, Dio era buono per propria natura, avendo “ab aeterno” generato il Figlio Unigenito. In Dio, infatti, non c’è, né potrebbe esserci, alcun atto che non sia Dio stesso. Stando così le cose, si può dire che Dio è l’eterno impeto di amore che è in perenne e gioiosa operosità, in quanto Lui è al contempo uno e trino perché procede da quell’unica natura divina.

Ecco la candida sorgente di ogni amore, da cui i raggi sparsi si spandono fino a noi. Qui soltanto risiede la fonte, la corrente e l’oceano di ogni forma di amore, perciò ogni paternità, maternità, figliolanza, amicizia, affetto tra fidanzati o amore coniugale non sono che, in misura parziale e ridotta, un’immagine riflessa di quell’unico amore che è Dio. Padre e madre nella loro unità costituiscono un principio generatore completo e perfetto nel suo ordine, e il bimbo nato da questo principio è legato ai genitori da uno spirito, lo spirito della famiglia! Tale spirito non procede soltanto dall’amore dei genitori verso i figli, ma anche e primariamente dal mutuo affetto dei genitori fra di loro. Lo spirito d’amore dei genitori è al tempo stesso desiderio, pietà, tenerezza, sopportazione e sofferenza di qualsiasi cosa per amore dei figli. Nei figli questo spirito d’amore diviene un’offerta simile a quella che in primavera gli uccelli fanno con il loro canto ai rami dell’albero dove costruirono il nido.

Lo spirito della famiglia è altrettanto necessario nella famiglia ai fini della generazione, quanto lo Spirito Santo è necessario all’amore del Padre e del Figlio. Tre in Uno: Padre, Figlio e Spirito Santo. Tre persone in un unico Dio, uno nell’essenza ma sussistente in tre persone uguali e distinte. Tanto grande e ineffabile è il mistero della Trinità, tanto intima è la vita di Dio e in Dio!

Come le tre persone divine non perdono la loro personalità nell’unità della loro essenza, ma rimangono distinte, così l’amore del marito e della moglie lascia distinte le loro anime. E come dall’amore del Padre e del Figlio procede una terza persona distinta, lo Spirito Santo, così, in modo imperfettamente riflesso, dall’amore dei coniugi procedono i figli che sono il vero vincolo di unione del loro amore. Ritornando sui genitori come un “effetto boomerang”, il bene dei figli, che la teologia chiama “bonum prolis” ponendolo al primo posto tra i beni del matrimonio, conferisce a entrambi l’amore nello spirito della famiglia. Ma non si dovrebbe furbamente, o stoltamente, pensare che il numero dei figli alteri minimamente la struttura trinitaria basilare della famiglia, poiché per quanto numerosi siano i figli che l’Altissimo mediante l’amore degli sposi farà germogliare fra di loro, Egli rimane sempre uno.

Il sacramento del matrimonio, che è amore donatore di vita e vita donatrice di amore, è l’immagine terrestre della Trinità. Come le ricchezze dello Spirito Santo d’amore sono a disposizione di coloro che vivono nel suo afflato, così il matrimonio, vissuto nel modo voluto da Dio, associa i congiunti alla gioia creatrice del Padre, all’amore sacrificantesi del Figlio, e all’amore unificante dello Spirito Santo. Anche se, senza colpa dei coniugi, non nasca nessun figlio dal matrimonio, questo non perde la sua impronta trinitaria, ma se arrivano i figli allora l’amore, fino a quel momento solo spirituale, assume la condizione di uomo, incarnandosi.

In definitiva, l’amore si manifesta prima come duplice, e poi come trino. L’essere in due, e in due che si amano, è il conforto che Dio ha voluto elargire alla nostra indigenza: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2,18). Ma l’amore perfetto è trino, sia che con il termine trino si intenda “il nostro amore”, cioè quel qualcosa di estraneo a entrambi che viene da Dio, sia che si intenda il “frutto del nostro amore”, ossia il figlio, la cui anima, o spirito immortale, proviene direttamente da Dio.

Come abbiamo visto, un amore che sia soltanto dono finisce inevitabilmente per esaurirsi, e un amore che sia soltanto ricerca muore nel proprio egoismo. Ma un amore che sia perenne volontà di dare e che sempre sia sopraffatto dal ricevere, è il riflesso della Trinità sulla terra e, pertanto, un’anticipazione del paradiso. Padre, madre, e figli, tre entità nell’unità della natura umana: tale è la legge trina dell’amore, in terra come in Cielo. “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). L’amore è dono eterno di sé e contemporaneamente comporta il recupero nella carne, o nell’anima, o in Cielo, di tutto ciò che fu donato e sacrificato. Questa è la garanzia dell’amore: tutto verrà raccolto di quanto si è dato e nessun frammento andrà perduto.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)