PERLE DI FULTON SHEEN PER I NOSTRI TEMPI E LA NOSTRA VITA SPIRITUALE

LA VERITÀ È FISSA E NON CAMBIA MAI

La mentalità moderna crede che la verità è una novità e quindi la “verità” cambia con le fantasie passeggere del momento. Come il camaleonte cambia i suoi colori per adattarsi al vestito su cui è collocato, così si suppone che la verità cambi per adattarsi alle manie e alle debolezze dell’epoca.

La natura di certe cose è fissa, e nessuna lo è più di quella della verità. La verità può essere contraddetta mille volte, ma questo prova solamente che è abbastanza forte da sopravvivere a mille assalti.

Dire: “Alcuni dicono questo, altri dicono quello, quindi non c’è verità”, è tanto logico quanto lo sarebbe stato per Colombo che sentendo alcuni dire: “La terra è rotonda”, e altri dire “La terra è piatta” avrebbe concluso: “Quindi, la terra non esiste”.

Come un falegname che potrebbe buttare via il suo metro e usare ogni trave come asta di misura, così, anche coloro, che hanno buttato via lo standard della verità oggettiva non hanno più nulla con cui misurare se non la moda mentale del momento.

(Fulton J. Sheen)

È una delle curiose anomalie della civiltà attuale che quando l’uomo raggiunge il massimo controllo sulla natura, ha il minimo controllo su se stesso.

Il grande vanto della nostra epoca è il nostro dominio dell’universo: abbiamo imbrigliato le cascate, reso schiavo il vento per trasportarci su ali d’acciaio, e spremuto dalla terra il segreto della sua età.

Tuttavia, nonostante questa padronanza della natura, forse non c’è mai stato un tempo in cui l’uomo fosse meno padrone di se stesso. È attrezzato come un vero gigante per controllare le forze della natura, ma è debole come un omiciattolo per controllare le forze delle sue passioni e delle sue inclinazioni.

(Fulton J. Sheen, da “The Moral Universe – L’Universo Morale”)

Più diventiamo cristiani, più siamo timorati di Dio, più insistiamo sulla moralità nell’educazione, nella vita famigliare e nella politica, più saremo considerati con sospetto e con odio. La nostra stessa esistenza sarà considerata un pericolo. Non dobbiamo fare nulla per provocare una reazione contro di noi, non più di quanto abbiano fatto i primi cristiani di Roma, che erano buoni cittadini, e non erano colpevoli di nessun crimine se non quello di rifiutarsi di chiamare Nerone “dio”.

(Fulton J. Sheen, da “Seven Pillars of Peace”)

UNA SOLA ANIMA VALE PIÙ DELL’INTERO UNIVERSO

In questi giorni di socialismo dove viene esaltato l’uomo nella massa, non si insisterà mai troppo sul valore della personalità. L’anima personale di un uomo vale più di tutti gli stati collettivi, perché gli stati sono fatti per servire la personalità, e non il contrario. Una personalità umana vale più dell’universo materiale, perché un uomo può portare l’intero universo nella sua mente attraverso la conoscenza. Lo stesso Buon Dio ha messo sul piatto della bilancia il cosmo con un’anima, e ha chiesto: “Che cosa potrà dare l’uomo in cambio della propria anima?”

(Fulton J. Sheen; “Lift Up Your Heart” 1950)

“La politicizzazione si è insinuata anche nelle chiese, dove la teologia sta diventando politica”

Un esempio di come la politicizzazione distrugga l’etica nel diritto è Pilato, quando aveva Cristo davanti a sé come prigioniero. Il suo giudizio fu: “Chiaramente non ha fatto nulla per meritare la morte. Propongo quindi di lasciarlo andare con una severa fustigazione”. Aveva ceduto al dominio della folla, alla convenienza: nessuna preoccupazione per la giustizia, ma molta preoccupazione per la stampa e le pressioni della folla.

La politicizzazione si è insinuata anche nelle chiese, dove la teologia sta diventando politica, e l’atteggiamento verso le cose di Dio è meno importante dell’atteggiamento verso Cesare.

Come cambierebbe il nostro atteggiamento verso il giusto e lo sbagliato, il male e il bene, se ogni giudice fosse rapinato e ogni legislatore subisse un furto per la sua auto. Almeno in quei settori, l’etica sostituirebbe presto la politica.

(Fulton J. Sheen, “Bishop Sheen Writes, 3 giugno 1972”)

Alcuni amano parlare ininterrottamente di religione, come fece Erode fino a quando Giovanni il Battista non gli rinfacciò il suo problema morale. Più che di discussione, la religione è argomento di decisione.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

Le passioni, le lealtà profonde, che un tempo erano legate alla visione di Dio, alla morale, alla religione, ora ruotano intorno a partiti, punti di vista e gruppi di potere. Il risultato è che gli americani si arrabbiano per le cose sbagliate. Filtrano i moscerini e ingoiano i cammelli (Matteo 23: 23,24).

(Fulton J. Sheen)

AMA DIO E FA’ CIÒ CHE VUOI

“Se ami Dio, non farai mai nulla che possa offenderlo”

Il vero amore si impone sempre delle restrizioni per amore di altri, tanto nel caso del santo che fugge il mondo per meglio aderire a Cristo, come in quello del marito che si allontana dalle persone che ha frequentato prima del matrimonio per appartenere più completamente alla sposa di sua elezione. Il vero amore, per sua stessa natura, non ammette compromessi; è un atto di liberazione dall’egoismo e dall’egotismo. Il vero amore si serve della libertà per darsi immutabilmente ad altri.

Disse Sant’ Agostino: “Ama Dio, e fa’ ciò che vuoi”. E con ciò vuol significare che se tu ami Dio, non farai mai nulla che possa offenderlo. Nell’amore coniugale c’è del pari una perfetta libertà e insieme una sola limitazione che sta a difesa di tale amore, ossia il rifiuto di offendere l’essere amato. Nella libertà non c’è momento più sacro di quello in cui la capacità di amare altre persone è sospesa e arrestata da ciò che ci attrae nell’essere a cui abbiamo votato il nostro cuore.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

“La famiglia come società, precede sia lo Stato che la Chiesa”

La famiglia è il principio morale fondamentale della Società Domestica: è l’unità naturale della società e il diritto all’educazione appartiene principalmente ai genitori, non allo Stato.

La famiglia è, nell’ordine naturale, l’unica istituzione divina nel mondo. Dio non ha fondato la Camera di Commercio Americana, il C.I.O., la Lega Nazionale, o l’U.S.S.R.; ma creando l’uomo e la donna, che trovano il loro naturale complemento l’uno nell’altra, e i cui figli sono l’incarnazione del loro amore reciproco, Dio ha fondato la famiglia.

Come la famiglia è la società divinamente organizzata dell’ordine naturale, così la Chiesa è la società divinamente organizzata dell’ordine soprannaturale. Poiché la grazia è costruita sulla natura, la Chiesa non può distruggere i diritti naturali della società. La famiglia quindi, come società, precede sia lo Stato che la Chiesa.

(Fulton J. Sheen; discorso pronunciato il 6 febbraio 1944)

Se desiderate che qualcuno si converta alla piena conoscenza di Gesù Nostro Signore e del Suo Corpo Mistico, insegnategli a pregare il Rosario. Accadrà che: o costui sospenderà la recitazione del Rosario oppure otterrà il dono della Fede.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

La libertà non è tanto un diritto di nascita quanto una conquista. Siamo nati con la libertà di scelta, ma il modo in cui usiamo le nostre scelte ci rende schiavi o uomini liberi. La libertà interiore di questo tipo è l’ultima cosa che un uomo raggiunge, ed è ciò che San Paolo chiama la “gloriosa libertà dei figli di Dio”.

(Fulton J. Sheen, da “Lift up Your Heart”)

Siamo in una condizione della società in cui la scuola ha sostituito la Chiesa nell’educazione, e stiamo arrivando a una condizione in cui lo stato sostituirà la scuola. Questa è sempre la logica della storia: quando la famiglia rinuncia ai suoi diritti, lo Stato li assume come propri. Per evitare questa condizione, il nuovo ordine deve integrare in qualche modo la religione all’educazione.

(Fulton J. Sheen, da “Philosophies at War” 1943)

A differenza dell’estremo freudianesimo, il cristianesimo non è così meschino da fare del sesso l’istinto più importante della vita o da attribuire alla sola repressione sessuale i disordini psichici. Se la repressione dei più brutali istinti del sesso è l’unica causa delle anomalie mentali, come mai quelli che si abbandonano alla licenza carnale sono i più anormali degli uomini mentre quelli che credono nella religione e nella morale sono perfettamente normali?

Con una visione più comprensiva e più sana della vita, il cristianesimo scopre non la causa, ma le cause dei disturbi psichici. Oltre al sesso, il cristianesimo indica altre sei possibili cause: superbia, avidità, ira, invidia, gola e accidia.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

“C’è così tanto male nel mondo che non può esserci un Dio…”

Il male è dunque una specie di parassita del bene. Se non ci fosse un bene con cui misurare le cose, il male non potrebbe esistere. Gli uomini a volte dimenticano questo, e dicono: c’è così tanto male nel mondo che non può esserci un Dio. Dimenticano che, se non ci fosse Dio, non avrebbero modo di distinguere il male dal bene. Il concetto stesso di male ammette e riconosce uno Standard, un Tutto, una Regola, un Ordine. Nessuno direbbe che la sua automobile è fuori uso se non avesse una concezione di come un’automobile dovrebbe funzionare.

(Fulton J. Sheen, da “Crisis in History”)

LE QUATTRO FASI DELL’ANIMA INNAMORATA DI DIO

Possiamo dunque individuare quattro fasi attraverso cui deve passare l’anima innamorata di Dio:

1) L’anima che comincia dall’amare se stessa per se stessa non tarda a sperimentare la propria insufficienza, in quanto si accorge che amare se stessa senza amare Dio è come amare il raggio senza amare il sole. Forse a questo punto l’anima scopre anche che l’individuo non sarebbe addirittura degno di essere amato qualora non vi fosse stata infusa da Dio stesso una certa amabilità o energia d’amore.

2) Dio non è amato per se stesso, ma nel nostro proprio interesse. A questo punto si fanno preghiere invocando questa o quella grazia, perché Dio viene amato in quanto può concedere dei favori. Tale era l’amore di Pietro quando chiese al Signore: “Che cosa ne ricaveremo?”.

3) Dio è amato per se stesso, non per il nostro proprio vantaggio. L’anima quindi invoca Dio, e non ciò che Dio può dare. Nell’ordine romantico questo corrisponde al momento in cui l’amata comincia ad amare il suo corteggiatore per se stesso, e non per le rose che le manda. È come l’amore materno che non chiede nulla in cambio.

4) Lo stadio finale è uno di quei rari momenti in cui l’amore di se stessi viene completamente abbandonato, svuotato e immolato per amore di Dio. Questo potrebbe corrispondere a quel momento della vita di una madre in cui lei non pensa più alla sua esistenza pur di salvare dalla morte il figlio. In questa forma di amore divino l’individuo non è distrutto ma trasfigurato: è questo quell’amore “al cui confronto ogni altro amore è pena”.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

Non è lontano il momento in cui gli uomini moderni lanceranno un appello frenetico a Dio perché li sollevi dalla cisterna vuota del loro ego… Il mondo è pieno di profeti dell’oscurità, e io sarei uno di loro se non credessi praticamente in Dio…Questo atteggiamento di pessimismo varia in rapporto diretto e proporzionale alla frequenza con cui si seguono le notizie del mondo…Di conseguenza, le persone conducono una vita politica, non una vita spirituale.

(Fulton J. Sheen, da “Way to Happiness”)

Il giorno in cui adotteremo nella nostra democrazia le idee già diffuse di alcuni giuristi americani secondo cui il diritto e la giustizia dipendono dalle convenzioni e dallo spirito del tempo, scriveremo la condanna a morte della nostra indipendenza…e quando negheremo Dio come fondamento dei nostri diritti, non avremo più diritti.

(Fulton J. Sheen)

OGNI PAESE HA IL GOVERNO CHE SI MERITA

Se marito e moglie vivono come se Dio non esistesse, allora l’America avrà dei burocrati che invocano l’ateismo come politica nazionale, ripudiando la Dichiarazione d’Indipendenza e negando che tutti i diritti e le libertà ci vengono da Dio. È la casa che decide la nazione. Quello che succede in famiglia accadrà più tardi al Congresso, alla Casa Bianca e alla Corte Suprema. Ogni paese ottiene il tipo di governo che si merita. Come viviamo in casa, così vivrà la nazione.

(Fulton J. Sheen, da “Communism and the Conscience of the West” 1948)

“Se il male venisse sempre chiamato con il suo vero nome, perderebbe gran parte delle sue attrattive”

Se ci chiediamo perché mai l’alcoolizzato ami l’alcool, perché il libertino ami certe perversioni, perché il criminale ami il furto, è perché ciascuno di loro ravvisa in quello che fa un qualche bene. Quel che ogni uomo cerca non è il massimo bene, perché, dotato com’è di libero arbitrio, ognuno può sempre scegliere un bene parziale anziché un bene totale, divinizzando così i propri appetiti. Per riuscire attraente, il male deve per lo meno assumere la parvenza della bontà. Bisogna che l’inferno s’indori dell’oro del paradiso, altrimenti gli uomini non desidererebbero mai quel male che esso comporta. Se il male venisse sempre chiamato con il suo vero nome, perderebbe gran parte delle sue attrattive. Quando le esagerazioni e le perversioni sessuali vengono chiamate “Kinsey Reports”, conferiscono un aspetto di bontà scientifica a ciò che non avrebbe alcuna attrattiva se venisse chiamato “lussuria”.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

Nota: I rapporti Kinsey sono due libri sul comportamento sessuale dell’essere umano: Sexual Behaviour in the Human Male (Il comportamento sessuale dell’uomo; 1948) e Sexual Behaviour in the Human Female (Il comportamento sessuale della donna; 1953), scritti dai Dott.ri Alfred Kinsey, Wardell Pomeroy e altri.

LA “BARACCOPOLI INTELLETTUALE” DEI NOSTRI GIORNI: EDUCAZIONE SENZA RAGIONE.

Il fatto triste è che i nostri intellettuali sono andati a “baraccopoli”. Nell’epoca vittoriana, c’era la “baraccopoli economica” in cui i ricchi scendevano dai poveri, non per sollevare i poveri dal loro bisogno, né per liberarsi delle loro superfluità, ma per godere dello shock e del brivido del contrasto economico. La “baraccopoli intellettuale” dei nostri giorni consiste nell’andare verso le masse non per alleviare la loro ignoranza dando loro la verità, ma per godere dello shock e del brivido dei movimenti rivoluzionari di massa senza una direzione intelligente… Come risultato, molte scuole oggi non stanno educando i giovani; stanno “condizionando” i giovani ad accettare un’autorità anonima senza ragione.

(Fulton J. Sheen, dal “discorso all’Associazione Nazionale Cattolica per l’Educazione, aprile 1954”)

Gli sconvolgimenti politici ed economici non sono che i sintomi del male più radicale, che nasce dall’irrazionalità perché la ragione umana ha perso le sue radici quando ha abbandonato la Ragione Eterna di Dio; nasce dalla violenza, perché vivere senza scopo è follia; nasce dall’ateismo, perché le coscienze inquiete devono perseguitare il bene.

(Fulton Sheen, da “The Declaration of Dependence, 1941”)

Nessuna ingiustizia che i nostri vicini ci hanno fatto può essere paragonata all’ingiustizia che facciamo a Dio attraverso i nostri peccati. Per questo dobbiamo perdonare i nostri nemici, perché ci è stato perdonato un peccato molto più grande: il peccato di aver trattato Dio come un nemico.

(Fulton J. Sheen, da “Go to Heaven – Andate in Paradiso”)

“Non è la nostra economia o la politica che ha fallito; è l’uomo che ha fallito, l’uomo che ha dimenticato Dio!”

Viviamo in tempi pericolosi, in cui i cuori e le anime degli uomini sono messi a dura prova. Mai prima d’ora il futuro è stato così imprevedibile…

E in tutta questa confusione e sconcerto i nostri “profeti” moderni dicono che la nostra economia ci ha deluso…No! Non è la nostra economia che ha fallito; è l’uomo che ha fallito, l’uomo che ha dimenticato Dio!

Quindi, nessun metodo di riaggiustamento economico o politico potrà salvare la nostra civiltà; possiamo essere salvati solo da un rinnovamento dell’uomo interiore, solo da una purificazione del nostro cuore e delle nostre anime; perché solo cercando prima il Regno di Dio e la Sua Giustizia tutte queste altre cose ci saranno date in aggiunta. In questo modo, 2000 fa, il mondo si è salvato dal paganesimo e dall’egoismo. Ed è così che sarà salvato di nuovo.

(Fulton J. Sheen, da “The prodigal world” 1935)

Quando Dio dona la libertà, non la toglie mai; per questo l’inferno è eterno. L’inferno è una garanzia della libertà umana; è il luogo dove l’uomo può gridare per sempre a Dio il suo rifiuto: “NON SERVIAM!”

(Fulton J. Sheen, da “Thinking Life Through” 1955)

La tragedia del mondo moderno è che in così tanti negano il peccato. Mai prima d’ora nella storia del mondo c’è stato così tanto male, e mai prima d’ora c’è stata così poca coscienza di esso. Parlate con un uomo moderno della riconciliazione della sua anima con Dio, e lui vi dirà: “Che cosa Gli ho mai fatto? L’ho lasciato in pace. Perché non dovrebbe lasciarmi in pace?”.

Perché dice questo? Per la stessa ragione per cui un uomo malato direbbe ad un chirurgo che volesse operarlo: “Non c’è niente che non vada in me. Lasciami in pace”. Allo stesso modo, se tu sei la tua legge, se tu stabilisci le norme, e se tu sei il tuo dio, allora non ha senso chiedere di essere riconciliato con Dio.

(Fulton J. Sheen)

Con la preghiera vocale andiamo da Dio a piedi. Con la meditazione andiamo da Dio a cavallo. Con la contemplazione andiamo da Dio come in un jet.

(Fulton J. Sheen)

Nella Chiesa, soltanto la preghiera ha importanza primaria; la pubblicità e i suoi metodi sono secondari. La ricerca delle vocazioni deve cominciare nelle nostre immediate vicinanze. Per due anni un Vescovo non ebbe alcun candidato al sacerdozio. Diede inizio a una campagna di preghiere nelle scuole della sua diocesi e nel giro di un anno, senza nessun altro genere di pubblicità, ne ebbe quaranta.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

Senza uomini giusti il mondo sarebbe oscuro e corrotto. Noi ci santifichiamo non per noi stessi come individui, ma per tutti gli altri, per il popolo di Dio. Non salviamo soltanto la nostra anima: o la salviamo col complesso del Corpo Mistico, o la perdiamo. Nessuna cellula del mio corpo può vivere normalmente se ne viene staccata, ma il mio corpo può vivere anche senza una qualunque cellula singola. In toto Christo viviamo e operiamo!

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

I libri rivoltanti contro la virtù sono definiti coraggiosi; quelli contro la moralità sono pubblicizzati come audaci e lungimiranti; e quelli contro Dio sono chiamati progressivi ed epocali. Dipingere le porte dell’inferno con l’oro del paradiso è sempre stata la caratteristica di una generazione in decadenza.

(Fulton J. Sheen, da “The Moral Universe”)

“Tutti nel mondo a un certo punto perdono la testa”

Erode aveva invitato Giovanni Battista nel suo palazzo non per ascoltare la verità ma per godere dell’emozione e provare il brivido della sua predicazione. Ce ne sono tanti al mondo così: non vogliono essere migliori, vogliono solo sentirsi meglio. Ma Giovanni non era il tipo di predicatore che attenuava il suo Vangelo per adattarsi al paganesimo dei suoi ascoltatori. Poiché condannò il secondo matrimonio di Erode, perse la testa. Tutti nel mondo a un certo punto perdono la testa, ma è meglio perdere la testa in difesa della Verità come Giovanni, piuttosto che perderla per il vino e la passione come Erode.

(Fulton J. Sheen, da “Personaggi della Passione”)

LA LOTTA ATTUALE È PER L’ANIMA DELL’UOMO

L’età della ragione è passata. Viviamo ora nei giorni della fede – la fede nei dittatori, ai quali gli uomini cedono la loro libertà per sfuggire al caos creato dal suo abuso. La civiltà secolare ha conquistato il mondo perdendo la sua anima, e avendo perso la sua anima, ora deve essere pronta a perdere il mondo. Ma il dualismo della storia esiste ancora. Ai tempi di Sant’Agostino, era il materiale che stava morendo e lo spirituale che stava per emergere. Oggi è lo spirituale che viene schiacciato e il materiale che rivendica il dominio. La lotta attuale è per l’anima dell’uomo. Ecco perché il Signore della Storia, nonostante tutte le smentite, è ancora coinvolto nella lotta.

(Fulton J. Sheen, da “Philosophy of Religion, The Impact of Modern Knowledge On Religion” 1948)

L’UNIONE CON LA FELICITÀ PERFETTA: OGNI PERSONA CERCA ARDENTEMENTE L’AMORE CHE È DIO!

L’unione con la felicità perfetta, che è Dio, non è qualcosa di estrinseco a noi, come una medaglia d’oro per uno studioso, ma è, piuttosto, intrinseca in noi come la fioritura nel fiore: senza di lei ci sentiamo incompleti e insoddisfatti. Effettivamente, l’ego ininterrottamente si strugge di questo amore divino: la sua insaziabile esigenza di felicità, le sue anticipazioni di piaceri estatici, il costante desiderio di un amore che non comporti la sazietà, il suo protendersi verso qualcosa che è oltre la sua portata, la sua tristezza inevitabile dopo aver conseguito ogni felicità che non si adegui all’infinito – tutti questi stati d’animo rappresentano un appello dell’anima alla congiunzione con Dio.

Come gli alberi della foresta si contorcono per superare gli altri alberi e arrivare ad assorbire la luce, così ogni essere cerca ardentemente l’amore che è Dio. E se questo amore dovesse sembrare contrario ai desideri di alcune persone, lo è solamente perché è contrario al loro egoismo radicale, ma non alla loro natura. Dio non ha dato all’essere tutto ciò di cui necessita per la felicità, ma si è trattenuto una cosa indispensabile: se stesso.

Qui appare un’importante analogia tra l’infelicità temporale qui sulla terra e l’infelicità eterna nell’inferno; in entrambi i casi l’anima è priva di qualcosa di vitale: Dio. Ed è proprio questo che provoca l’inferno: la mancanza di vita perfetta, di verità perfetta e di amore perfetto, ossia di Dio, che è essenziale alla nostra felicità, che è La nostra felicità. Dio trattiene qualcosa di essenziale all’uomo lontano dalla terra, non come punizione, ma come sprone. Il poeta George Herbert ci ha detto come Dio profondesse per l’uomo la ricchezza, la bellezza e il piacere, ma trattenesse se stesso:

“Perché se io dovessi (disse Egli) donare anche questo gioiello alle creature, l’uomo adorerebbe i Miei doni invece di Me, e si ristorerebbe nella natura, non già nel Dio della natura, e ci perderebbero entrambi. Che si tenga pure tutto il riposo ma lo tenga in dolente irrequietezza; sia ricco e inquieto, così che alla fine, se non lo guida la bontà, la stanchezza lo getti sul mio petto.”

Occorre uno sforzo per crescere in questo amore, poiché se l’arte della pittura si coltiva dipingendo, il parlare si acquista parlando e lo studio s’impara studiando, così l’amore s’impara amando. Occorre un notevole grado di ascetismo per bandire ogni pensiero disamorato e fare eventualmente di noi degli esseri amanti. È la volontà di amare, in definitiva, che ci rende tali.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

DOBBIAMO ESSERE DEI “PICCOLI GESÙ” COME SANTA TERESINA DI LISIEUX

La Chiesa ci ha dato una santa per i nostri tempi, una giovane monaca, Santa Teresina di Lisieux. Ella ci ha indicato la via per diventare santi, una via che innanzitutto è molto semplice.

Una volta, durante una conversazione con Papa Giovanni XXIII, egli mi disse: “Sa, ho sempre cercato di evitare le cose complicate della vita. Voglio essere sempre semplice”.
E Santa Teresina volle essere semplice in ogni cosa. Aveva dunque due regole. La prima di non cercare mai soddisfazioni e la seconda di fare ogni cosa, di sopportare ogni cosa, per amore di Nostro Signore. (…)

Così, ritornando al nostro punto, dico che per vivere in questi tempi problematici dobbiamo diventare santi. Santo è chi rende Cristo amabile. Questa è la definizione di un santo.

Ho un amico che ha trascorso 14 anni in una prigione comunista subendo ogni tipo di tortura.

Quando uscì dalla prigione, vide un ragazzino per strada e gli chiese: “Credi in Gesù Cristo?” Il ragazzino rispose: “No, non ci credo”. “Bene, e perché no?” “Beh, disse al mio amico, tu credi che Cristo sia Dio, lo credi, vero?” “Sì”. “Bene, disse il ragazzino, Dio può fare tante cose. Dio ha fatto gli elefanti. Ha fatto le rose, le grandi rose e le piccole. Dio ha fatto le scimmie. Le grandi e le piccole. Penso che se Gesù fosse Dio, Egli avrebbe dovuto essere capace di fare altri Gesù. E io non ho mai visto nessun altro Gesù. Mio padre è alcolizzato. Mia mamma lavora come lavandaia. Non ha tempo per me. Così, io non credo in Gesù perché non ho mai incontrato un altro Gesù”.

Ecco dunque ciò che noi tutti dovremmo essere e che Teresina, il Piccolo Fiore, volle che noi fossimo: “Piccoli Gesù”, che si sottopongono alla loro passione, che passano facendo del bene, diffondendo bontà e gentilezza proprio come Egli fece. Nessuno pensi di essere troppo vecchio. Ricordate, morì a 24 anni. Pensate solo a questo. All’età in cui molti dei nostri giovani adulti sono lontani dell’essere maturi, Teresa era già una santa.

Voglio darvi solo questo insegnamento: non abbiamo bisogno di molto tempo per diventare santi, c’è solo bisogno di molto amore.

(Fulton J. Sheen, da “A Treasured Love Story”)

CIÒ CHE LA CHIESA È, LO È IL MONDO. NON È LA POLITICA A DECIDERE PER LA PACE O LA GUERRA…LA CONDIZIONE DELLA CHIESA È DECISIVA!

Ciò che siamo noi, lo è la Chiesa; ciò che la Chiesa è, lo è il mondo. Il mondo, con tutto ciò che contiene, è in sostanza una strada maestra sulla quale la Sposa, ossia la Chiesa, avanza incontro allo Sposo per le nozze celesti. Non è la politica, in fondo, a decidere della guerra o della pace. Decisiva è la condizione della Chiesa che vive nel mondo e lo fa lievitare.

Leggere l’Antico Testamento è riconoscere nella storia la mano del Signore che benedice o punisce le nazioni a seconda dei loro deserti.
Ciò che noi facciamo per santificarci, santifica il mondo. Quando il pastore è pigro, il gregge è affamato; quando dorme, esso è perduto; quando è corrotto, il gregge si ammala; quando è infedele, perde il discernimento. Se il pastore non è disposto a sacrificarsi per le sue pecore, arrivano i lupi e se le divorano.

Ogni mattina, noi Sacerdoti teniamo nelle nostre mani il Cristo, che versò il sangue delle sue vene, le lacrime dei suoi occhi, il sudore del suo corpo per santificarci. Il fuoco di questo amore dovrebbe avvampare in noi con tale ardore da renderci capaci di comunicarlo agli altri!

Mentre il Signore è nuovamente crocifisso nell’anima dei peccatori, soffriamo noi per il gregge errante? Ci scaldiamo accanto al fuoco parlando con le serve come fece Pietro? Adottiamo, con i nemici della Chiesa, una posizione intransigente, dimenticando che da un Saulo fu tratto un Paolo?

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

IL SEGRETO DELLA FELICITÀ: “Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore”

Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore. In questo amore, che è Dio, si perfeziona l’amore di sé, poiché in Lui amiamo anche il prossimo nostro come noi stessi e per la stessa ragione. Se dunque io odierò qualcuno, rivolgerò il mio odio verso una creatura che è stata fatta da Dio, e se amerò me stesso escludendo Dio dovrò constatare che in realtà non sto amando, bensì odiando me stesso perché non vivrei all’altezza del mio essere umano chiamato a essere figlio di Dio mediante il battesimo e la vita in Cristo.

L’amore a primo acchito potrebbe sembrare una vera contraddizione: come possiamo infatti amare noi stessi senza essere egoisti? E come amare gli altri senza perdere se stessi? La risposta è questa: amando noi stessi e il prossimo in Dio. È l’amore divino e solo l’amore divino a farci rettamente amare noi stessi e il prossimo. Infatti, Dio ci ha amati per primo nonostante fossimo peccatori. L’amore di sé evita l’egoismo mediante la ricerca dell’auto-perfezione, la quale si raggiunge amando Dio, e di conseguenza l’amore del prossimo evita il totalitarismo, ossia la perdita di se stessi mediante l’assorbimento nella massa, mediante l’amore del prossimo nella fraternità spirituale del Padre Nostro.

Quelle povere anime frustrate, rinchiuse entro la morsa della propria eccentricità, mantengono troppo indaffarati i loro piccoli cervelli egocentrici e troppo in ozio le loro mani e i loro piedi egoisti. Se cominciassero ad amare il loro prossimo per amore di Dio, si accorgerebbero presto di aspirare al loro proprio perfezionamento morale, che consiste non nella ricerca meschina della propria volontà, ma nel conformarsi alla volontà divina. Questa duplice legge, dell’amore di sé e dell’amore del prossimo in Dio, è il segreto della vita; per questo nostro Signore, subito dopo averci impartito la legge dell’amore di Dio e del prossimo, soggiunse: “Fa’ questo e vivrai” (Lc 10,28).

Dio non ha mai avuto l’intenzione di separare l’ “Io” e il “Tu”, né si può considerare in alcun modo Dio come un ostacolo al pieno godimento di se stessi, né, tantomeno, Lui si pone in competizione con noi nell’amore del nostro prossimo. Ma quando l’amore si fa trino, allora al centro dell’ “Io” e del “Tu” viene a prendere dimora Dio stesso, impedendo in tal modo che l’ “Io” diventi egotista e che il “Tu” si trasformi in un utensile o in uno volgare strumento di piacere. In un tale amore è lo stesso Dio che si mette, per così dire, “in pellegrinaggio” al nostro fianco. Ma se volessimo ricercare la ragione per cui occorrono tre elementi perché si realizzi l’amore, dovremmo volgere il nostro sguardo nel cuore stesso di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

C’È UNA SOLA SOLUZIONE ALLA DIFFICOLTÀ CHE DEVONO AFFRONTARE TUTTI GLI SPOSI NEL MATRIMONIO

La difficoltà che tutti coloro che sono sposati devono sperimentare è il paradosso del matrimonio e del romanticismo, dell’inseguimento e della cattura. Ciascuna di queste condizioni ha le sue gioie, ma non sono in armonia tra loro. Il matrimonio pone fine al corteggiamento come la cattura pone fine all’inseguimento, ma il corteggiamento non presume il matrimonio. Come comporre allora questa contraddizione? C’è un modo solo affinché l’anima non ne esca bruciata o inaridita, ed è di considerare tanto il corteggiamento quanto il matrimonio come incompleti.

In realtà il corteggiamento era un desiderio, una ricerca dell’infinito, l’inseguimento di un amore estatico, eterno, senza fine, mentre il matrimonio è il possesso d’un amore finito e frammentario, per quanto possa avere momenti di dolcezza. Si cercava un giardino, e si è finito con il mangiare una mela. Si implorava una melodia, e non ne è venuta fuori che una sola nota. A questo punto il Cristianesimo ci ammonisce: non crediate che la vita sia una trappola o un’illusione; sarebbe tale se non esistesse l’Infinito per appagare i vostri sogni.

Piuttosto, il marito e la moglie dovrebbero dire: “Tutti e due vogliamo un Amore che non conosca morte, e che non abbia nemmeno un attimo di odio né di sazietà. Quell’amore esiste oltre noi stessi; facciamo quindi sì che il nostro reciproco attaccamento coniugale sia usato in modo tale da condurci a quell’amore perfetto e gioioso che è Dio”.

A questo punto l’amore cessa di essere una delusione e diventa un sacramento, un sentiero che certamente conserva la sua dimensione materiale e carnale, ma solo per condurre allo spirituale e al divino. Allora marito e moglie cominciano a scorgere che l’amore umano non è che una scintilla della Grande Fiamma dell’Eternità, e che quella felicità che deriva dall’unione di due esseri in una carne sola è soltanto il preludio a quella più completa comunione di due in uno spirito solo. È così che il matrimonio diventa il diapason a cui si accorda il canto degli angeli, o un fiume che corre al suo mare.

Soltanto allora la coppia di sposi si renderà conto che c’è una risposta all’ingannevole mistero dell’amore, che esiste, in qualche luogo, una riconciliazione fra la ricerca e la meta, e che questa sta nell’unione finale con Dio, per cui l’inseguimento e la cattura, la fase idilliaca e il matrimonio si fondono in una cosa sola. E poiché Dio è amore illimitato ed eterno, occorrerà un’indagine eterna ed estatica per scandagliarne le profondità. Solo allora si avranno in un medesimo ed eterno momento una ricettività illimitata e un dono senza fine. Così Eros ascende ad Agape, e ambedue conducono a quella massima rivelazione che mai sia stata offerta al mondo: “Deus Caritas est”, Dio è amore.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

SENZA IL DOLORE DEL PECCATO NON È CONCESSO IL PERDONO: “Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati nel sacramento, sempre che ci sia sufficiente dolore dello spirito, o contrizione, vale a dire odio del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più”

Gli altri sacramenti richiedono che il soggetto abbia le disposizioni convenienti, ma queste non costituiscono la materia del sacramento. Nella penitenza, il dolore non è solo una condizione, bensì la materia stessa; poiché senza il dolore del peccato, non è concesso il perdono. Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati nel sacramento, sempre che ci sia sufficiente dolore dello spirito, o contrizione, vale a dire odio del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più.

La parola contrizione è tratta da un termine latino che significa «macinare» o «polverizzare»; in senso ampio significa avere il cuore affranto. La contrizione è un dolore della mente, non uno sfogo emotivo o un rimorso psicologico. Il figliol prodigo è passato attraverso molti stadi emotivi di rimorso, specialmente quando nutriva i porci o realizzava quanto stessero meglio i servi in casa di suo padre. Ma il vero dolore non è arrivato fino a che non gli entrò nell’anima la risoluzione: «Mi alzerò, andrò da mio padre» (Lc 15, 18). Qualche volta si dice che tutto ciò che un cattolico deve fare è andare a confessarsi e ammettere i propri peccati, e tornerà bianco come la neve per poi tornare a commettere lo stesso peccato. Questa è una caricatura del sacramento, in cui non c’è volontà di emendarsi né dolore. I peccati di un tale penitente non sono perdonati.

Il dolore dei peccati include necessariamente la risoluzione di non peccare più; non è solo un desiderio privo di risvolti pratici. Una parte dell’atto di contrizione contiene questo proposito: «E io sono fermamente risoluto, con l’aiuto della tua grazia, a confessare i miei peccati, fare penitenza ed emendare la mia vita. Amen». Significa che qui e ora prendiamo la decisione di non peccare; decidiamo di prendere tutti i mezzi necessari per evitare il peccato in futuro, come la preghiera e la fuga dalle occasioni. L’assoluzione non sarà efficace se nel dolore non c’è anche questo elemento chiave, la volontà di emendarsi. Ciò non implica la certezza assoluta che nessuno peccherà ancora, perché questo sarebbe presunzione. Ci sono due modi per verificare la saldezza di un proposito: uno è riparare il peccato il più presto possibile; per esempio, se uno è colpevole di sarcasmo contro il prossimo, va a chiedergli perdono oppure, se ha rubato, restituisce il maltolto. Il secondo modo è evitare le occasioni di peccato, come cattive letture, cattive compagnie, gozzoviglie e ogni azione che in precedenza ci ha condotti al peccato.

Ci sono due tipi di contrizione: perfetta e imperfetta. Entrambe sono incluse nell’atto di contrizione che il penitente recita in confessionale: «E io detesto tutti i miei peccati perché temo la perdita del Cielo e le pene dell’inferno» (dolore imperfetto); «ma più di tutto perché essi offendono te, mio Dio, che sei infinitamente buono e degno di tutto il mio amore» (dolore perfetto). Due tipi di timore sono alla base della distinzione tra i due tipi di contrizione o dolore: uno è il timore servile, l’altro è il timore filiale. Un timore servile è la paura della punizione giustamente riservataci dal padrone cui abbiamo disobbedito. Il timore filiale è quello che un figlio devoto prova per l’amato padre; vale a dire il timore di offenderlo. Applicando ciò alla contrizione, il timore servile ci porta verso Dio mossi dalla paura del castigo per i peccati, cioè dell’inferno. Il timore filiale è la paura di essere separati da Dio, o di offendere colui che amiamo.

Immaginiamo due gemelli che hanno disobbedito alla madre esattamente nello stesso modo. Uno dei due corre dalla mamma e le dice: «Oh, mamma, mi dispiace di aver disobbedito. Adesso non posso andare al picnic, vero?». L’altro getta le braccia al collo della madre e piange: «Non ti offenderò più». Il primo ha una contrizione imperfetta, il secondo una contrizione perfetta. Quale genere di contrizione, perfetta o imperfetta, è sufficiente per la Confessione sacramentale? La contrizione imperfetta è sufficiente, benché a nostro avviso la maggior parte dei penitenti non prova dolore tanto per il castigo riservato da Dio ai loro peccati, ma un profondo dispiacere per aver crocifisso di nuovo Cristo nel proprio cuore. Supponiamo, tuttavia, che una persona sia in stato di peccato mortale e non possa andare a confessarsi; per esempio, un soldato cui viene ordinato di combattere. Il dolore imperfetto sarebbe sufficiente per il perdono dei peccati? No, ma la contrizione perfetta lo sarebbe, se egli fosse risoluto a confessarsi appena possibile.

L’atteggiamento consueto dei penitenti consiste nel fare un’equazione personale tra i propri peccati e la crocifissione. Ciascuno dovrebbe dire nel suo cuore, accostandosi al sacramento della confessione: «Se io fossi stato meno orgoglioso, la corona di spine sarebbe stata meno dolorosa. Se fossi stato meno avaro e avido, le sue mani sarebbero state trafitte meno dai chiodi. Se fossi stato meno sensuale, la sua carne non avrebbe penzolato da lui come un cencio rosso. Se non avessi vagabondato come una pecora smarrita, nel mio egoismo perverso, i suoi piedi sarebbero stati meno dilaniati dai chiodi. Non solo mi dispiace di aver violato una legge: sono addolorato per aver ferito colui che è morto d’amore per me».

Nostro Signore doveva morire sulla croce prima che si potesse cogliere l’abisso del peccato. Noi non vediamo l’orrore del peccato nei crimini presentati dalla stampa, né nelle grandi crisi della storia, né nelle violenze di massa dei persecutori. Noi vediamo cos’è il male solo quando vediamo la divinità inchiodata alla croce. Se qualcuno di noi dice nel suo cuore: «Io non sono così cattivo come quelli che lo hanno crocifisso», dimenticherebbe che non sono stati loro a crocifiggere Nostro Signore; è stato il peccato. Essi erano i nostri rappresentanti, i nostri ambasciatori, quel giorno alla corte di satana. Noi li abbiamo rafforzati con il diritto di crocifiggere. Uno sguardo al crocifisso, allora, è una duplice rivelazione! Rivelazione dell’orrore del peccato e dell’amore di Dio.

La peggior cosa che il peccato può provocare non è uccidere bambini o bombardare città nella guerra nucleare; la peggiore è crocifiggere l’Amore divino. E la cosa più bella che l’Amore ha potuto fare, al momento della crocifissione, è stato estendere fino a noi il perdono nella preghiera sacerdotale al suo Padre celeste: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 33). Nella contrizione perfetta veniamo terribilmente colpiti dalla resistenza infinita di Nostro Signore nel sopportare il peggio che il maligno poteva infliggere e, tuttavia, perdonare i propri nemici. Di certo egli non ci insegna a essere indifferenti al peccato, poiché ne ha preso su di sé tutte le conseguenze. Ha pagato per esso, ma d’altro canto la misericordia era insieme alla giustizia. Ha offerto il perdono nella speranza che ci saremmo pentiti per gratitudine verso di lui che ha espiato il debito causato dalla nostra colpa.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

SUPERBIA, LUSSURIA E AVARIZIA: “Le anime devote fanno penitenza per gli eccessi altrui, come se ne fossero colpevoli”

Nessun animale è curioso della clorofilla quando vede una pianta, né uno scoiattolo soffre di un complesso di ansie per la paura che tra dieci anni possa esserci scarsità di nocciole. Ma gli impulsi e le passioni dell’uomo sono soggetti alla sua volontà. Non essendo questi meccanicamente ordinati come mezzi di salvezza della sua anima, egli può usare male le sue passioni, renderle fini a se stesse, tentare di trovare l’assoluto nella loro relatività.

L’amor proprio, che è naturalmente sano, può degenerare in autoadorazione: “Io sono la mia legge, la mia verità, la mia regola. Nessuno può dirmi nulla. Quel che ritengo giusto è giusto; quel che ritengo male è male. Perciò sono Dio”. È questo il peccato di superbia, la degenerazione dell’amor proprio in egotismo. Questa indebita autoinflazione è una delle cause principali dell’infelicità: più un pallone sarà gonfio, più riuscirà facile bucarlo. L’egotista procede cauto, nel continuo pericolo che i suoi falsi idoli vengano abbattuti.

Anche l’istinto sessuale – che è naturalmente sano – può essere pervertito. Nei tempi della Roma pagana c’erano individui corrotti che banchettavano rimpinzandosi di cibo, solleticandosi la gola per vomitare e tornando poi a mangiare più di prima. Questo era ingiusto, perché, come insegnava loro la ragione, si mangia per vivere, e il piacere non deve essere separato dalla sua funzione. Allo stesso modo, quando i fuochi della vita vengono suscitati non per accendere nuove torce di vita ma per infiammare gli ardori della carne, qui c’è peccato di lussuria, ossia una perversione di cui gli animali non possono macchiarsi, incapaci come sono di disfunzionalizzare e di centralizzare artificialmente i loro istinti. Infine, il desiderio legittimo dell’autoespansione attraverso il possesso delle cose può degenerare in una sregolata passione di ricchezza, che non tenga in alcun conto né l’uso sociale del denaro né le necessità del prossimo. È questo il peccato di avarizia, per il quale non è l’uomo a possedere un patrimonio ma il patrimonio a possedere lui.

Poiché la volontà dell’uomo può corrompere le sane passioni, gli istinti, i desideri e le aspirazioni dell’uomo tramutandoli in superbia, lussuria e avarizia, la Chiesa impone la mortificazione: mediante la preghiera che umilia l’anima orgogliosa, il digiuno che frena gli impulsi violenti del corpo, e le elemosine che ci distaccano dall’amore sregolato delle cose. In un campo più elevato, la Chiesa permette ad alcune anime elette di prendere il voto di obbedienza per correggere il peccato di superbia, il voto di castità per redimere dalla lussuria, il voto di povertà per compensare l’avarizia. Questi voti si prendono non perché le gioie dello spirito, della carne o della proprietà siano ingiuste, ma perché alcuni membri della società ne abusano e li corrompono. Le anime devote fanno penitenza per gli eccessi altrui, come se ne fossero colpevoli. Così il giusto ordine del bene è conservato nell’universo di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

NON C’È NULLA DI PIÙ SOLENNE SULLA FACCIA DELLA TERRA DELL’ISTANTE DELLA CONSACRAZIONE: “La Messa è il collegamento tra noi e il sacrificio del Calvario sotto le specie del pane e del vino…Ecco lo scopo della vita! Redimere noi stessi in unione a Cristo!”

Poiché l’uomo si era separato da Dio, Egli, espiando, ha permesso che il suo Sangue fosse separato dal suo Corpo. Il peccato era entrato nel sangue dell’uomo; e come se tutti i peccati del mondo fossero su di sé, lasciò scorrere tutto il suo sacro Sangue dal calice del suo Corpo. Possiamo quasi sentirlo dire: «Padre, questo è il mio Corpo; questo è il mio Sangue. Vengono separati l’uno dall’altro come l’umanità è stata separata da te. Ecco la consacrazione della mia croce».

Ciò che accadde quel giorno sulla croce avviene ora nella Messa, con questa differenza: sulla croce il Salvatore era solo, nella Messa è insieme a noi. Nostro Signore ora è in Cielo alla destra del Padre, intercedendo per noi. Pertanto, non può tornare a soffrire nella sua natura umana. Allora come può la Messa ri-presentare il Calvario? Come può Cristo rinnovare la croce?

Egli non può soffrire più nella sua natura umana, che gode la beatitudine celeste, ma può soffrire nelle nostre nature umane. Non può rinnovare il Calvario nel suo Corpo fisico, ma può farlo nel suo Corpo mistico, la Chiesa. Il sacrificio della croce può essere ri-presentato, purché gli offriamo il nostro corpo e il nostro sangue e lo facciamo in maniera così completa che, a sua volta, Egli può offrire nuovamente sé stesso al Padre celeste per la redenzione del suo Corpo mistico, la Chiesa.

Cristo va per il mondo a radunare altre nature umane desiderose di essere altrettanti Cristi. Affinché i nostri sacrifici, i nostri dolori, i nostri Golgota, le nostre crocifissioni non restino isolati, disgiunti e scollegati, la Chiesa li raduna, li raccoglie, li unifica, li fonde, li ammassa, e l’insieme di tutti i sacrifici delle nostre singole nature umane nella Messa viene unito al grande sacrificio di Cristo sulla croce.

Quando partecipiamo alla Messa non siamo meri individui della Terra o solitarie unità, ma parti viventi di un grande ordine spirituale in cui l’Infinito penetra e avvolge il finito, l’Eterno fa irruzione nel temporale e lo Spirituale si riveste degli abiti della materia. Non c’è nulla di più solenne sulla faccia della terra dell’istante sbalorditivo della Consacrazione; infatti, la Messa non è una preghiera né un inno o qualcosa da dire, è un’azione divina con cui entriamo in contatto in un dato momento del tempo. (…)

Quindi la Messa è il collegamento tra noi e il sacrificio del Calvario sotto le specie del pane e del vino: noi siamo sull’altare sotto le specie del pane e del vino, poiché entrambi alimentano la vita; pertanto, offrendo ciò che ci dà vita, simbolicamente offriamo noi stessi. Inoltre, il grano deve «soffrire» per diventare pane, gli acini d’uva devono passare attraverso il torchio per diventare vino. Ecco perché entrambi rappresentano i cristiani, chiamati a soffrire con Cristo per regnare insieme a lui.

Durante la Messa, man mano che si avvicina la consacrazione è come se il Signore ci dicesse: «Tu, Maria; tu, Giovanni; tu, Pietro; e tu, Andrea, tutti voi, donatemi il vostro corpo e il vostro sangue. Donatemi tutto il vostro essere! Io non posso più soffrire, sono passato attraverso la mia croce, ho sofferto tutto quel che potevo nel mio corpo fisico, ma non le sofferenze che mancano al mio Corpo mistico, in cui siete voi. La Messa è il momento in cui ciascuno di voi può adempiere letteralmente la mia esortazione: “Prendete la vostra croce e seguitemi”». Sulla croce Nostro Signore guardava a voi, sperando che un giorno gli avreste donato voi stessi nel momento della consacrazione. Oggi, nella Messa, si compie l’auspicio di Nostro Signore. Quando partecipate alla Messa, Egli vi aspetta perché gli doniate voi stessi.

Allora, quando giunge il momento della consacrazione, il sacerdote, obbedendo alle parole del Signore, «Fate questo in memoria di me», prende il pane nelle sue mani e dice: «Questo è il mio Corpo»; e poi dice sul calice del vino: «Questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza». Non consacra insieme il pane e il vino, ma separatamente. La consacrazione distinta del pane e del vino è una rappresentazione simbolica della separazione del sangue dal corpo e poiché la crocifissione implica quel mistero, il Calvario viene rinnovato sul nostro altare. Ma, come abbiamo detto, Cristo non è da solo sull’altare; noi siamo con lui. Dunque, le parole della consacrazione hanno un duplice senso; il primo significato è: «Questo è il Corpo di Cristo; questo è il Sangue di Cristo»; mentre il secondo è: «Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue».

Ecco lo scopo della vita! Redimere noi stessi in unione a Cristo; applicare alle nostre anime i suoi meriti, imitandolo in tutto, anche nella sua morte sulla croce. Egli è passato attraverso la sua consacrazione sulla croce, così che noi possiamo passare attraverso la nostra nella Messa.

Al mondo non c’è nulla di più tragico del dolore sprecato. Pensate a quanta sofferenza c’è negli ospedali, tra i poveri e nel lutto. Pensate anche a quanta sofferenza viene sprecata! Quante di queste anime sole, sofferenti, abbandonate, crocifisse stanno dicendo al Signore, nell’istante della consacrazione: «Questo è il mio corpo, prendilo». Eppure, è ciò che tutti noi dovremmo dire in quel momento:

“Offro me stesso a Dio. Ecco il mio corpo. Prendilo. Ecco il mio sangue. Prendilo. Ecco la mia anima, la mia volontà, la mia energia, la mia forza, i miei beni, la mia ricchezza, tutto quello che ho. È tuo. Prendilo! Consacralo! Offrilo! Offrilo con te stesso al Padre celeste, affinché Lui, guardando a questo grande sacrificio, possa vedere solo te, il suo Figlio diletto, in cui si è compiaciuto. Trasforma l’umile pane della mia esistenza nella tua vita divina; ravviva il vino della mia vita vuota nel tuo Spirito divino; unisci il mio cuore spezzato al tuo cuore; trasforma la mia croce in un crocifisso. Non lasciare che il mio abbandono, il mio dolore e il mio lutto vadano sprecati. Raccogli i frammenti e come la goccia d’acqua è mescolata al vino nell’offertorio della Messa, lascia che la mia vita si mescoli alla tua; lascia che la mia piccola croce si intrecci alla tua grande croce, affinché io possa conquistare le gioie della felicità eterna unito a te. Consacra le tribolazioni della mia vita, che se non fossero unite a te resterebbero senza ricompensa; transustanziami perché, come il pane che ora si trasforma nel tuo Corpo, e il vino che si trasforma nel tuo Sangue, anch’io possa diventare interamente tuo. Non importa che rimangano le apparenze o che, come il pane e il vino, io appaia lo stesso di prima agli occhi terreni. Il mio ruolo nella vita, i miei doveri ordinari, il mio lavoro, la mia famiglia, non sono altro che le specie della mia esistenza, che possono rimanere immutate; ma la sostanza della mia vita, la mia anima, il mio intelletto, la mia volontà, il mio cuore, transustanziali, trasformali interamente al tuo servizio perché, attraverso di me, tutti possano conoscere quanto è dolce l’amore di Cristo. Amen.”

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

Per comprare il libro dal sito delle edizioni Ares, clicca qui: https://www.edizioniares.it/detail.asp?id_prod=916

“FULTON SHEEN? SEMBRA UN VAMPIRO! NON SONO INTERESSATA ALLE PAROLE DI QUESTO PRETE ORRIBILE” La madre del bambino miracolato grazie all’intercessione di Fulton

La madre del bambino miracolato grazie all’intercessione di Fulton:

“Essendo cresciuta nell’Illinois centrale, avevo sentito nominare il Vescovo Sheen, il più delle volte dai miei nonni. La prima volta che lo vidi, però, mi trovavo nel salotto dei miei genitori durante le vacanze estive, mentre ero all’Università. Stavo saltando da un programma all’altro in TV quando per un attimo mi soffermai a guardare un canale cattolico e fui colpita dallo sguardo penetrante di un uomo i cui occhi parevano fissarmi direttamente dallo schermo. “Chi è quello?” chiesi a mia madre, mentre attraversava la stanza. “Quello è il Vescovo Sheen. Viene da queste parti. È nato a El Paso, mi pare”, mi rispose lei. I suoi occhi scuri mi fissavano mentre la sua mano afferrava il bordo del lungo mantello facendolo svolazzare per coprirsi fin davanti sul petto. Le sue guance erano incavate, il suo volto era magro, trasmetteva una vera passione per qualcosa. “Sembra un vampiro”, risposi storcendo la bocca. Mia madre ridacchiò senza smettere di trafficare nella stanza. Scossi la testa e cambiai canale. Non ero interessata a cosa avesse da dire su Dio questo prete orribile. Non potevo immaginare minimamente che, dieci anni più tardi, dopo un travaglio e un parto bello e tranquillo, sarei stata in ginocchio sul pavimento della mia camera da letto reggendo un neonato che avrebbe portato il nome del Vescovo Sheen, né che avrei visto mio marito che, con gli occhi pieni di lacrime, osservava il nostro bimbo muto e cianotico. Allora non potevo sapere che la persona che avevo disprezzato da studentessa universitaria sarebbe stata la stessa che avrebbe accompagnato me e la mia famiglia nei più lunghi e difficili momenti della nostra vita.”

61 MINUTI PER UN MIRACOLO: FULTON SHEEN E LA VERA STORIA DI UN FATTO INCREDIBILE!

61 minuti per ottenere un miracolo indiscutibile attraverso l’intercessione dell’Arcivescovo Fulton Sheen. È questo il miracolo approvato da Papa Francesco, nel luglio del 2019, per la beatificazione la cui data è ancora da definire.

La fede e la preghiera di questa famiglia ha ridonato il respiro al loro figlio nato morto. È un fatto incredibile raccontato con la semplicità di una mamma che ha vissuto in prima persona il miracolo: James era nato morto e ha cominciato a respirare dopo 61 minuti.

Però il miracolo più grande non è il ritorno alla vita. Ciò che stupisce tutti, specialmente i medici e gli scienziati, è il fatto che il cervello di James non ha subito nessun danno dopo non aver ricevuto ossigeno per più di un’ora. Oggi James è un ragazzo normale senza nessuna difficoltà motoria o psicologica.

Questo libro racconta tutta questa meravigliosa vicenda. È un racconto semplice, colloquiale che arriva diritto al cuore del lettore. Non puoi leggere questa storia senza lasciarti coinvolgere dal dolore di una mamma che ha visto un figlio nascere senza respiro. Il suo modo di raccontare ci rende partecipi del suo dolore ma anche della sua gioia ad avere accanto il suo figlio che aveva perso. Alla fine di questo racconto non ti rimane altro che dire: il Signore è grande. Sì il Signore è grande e compie meraviglie fino ad oggi.

“Il racconto contenuto in questo libro si riferisce a un miracolo di proporzioni quasi bibliche. È anche la storia della fede di una famiglia, del potere della preghiera e il frutto dell’abbandono totale a Dio. Siccome con Dio niente succede per caso, io credo nella natura provvidenziale di questo racconto accaduto nella città di Fulton Sheen, tra le guglie della sua parrocchia cattedrale. Mi sento onorato di essere il vescovo incaricato dalla Chiesa per indagare sulle virtù eroiche di Sheen. Mi sento pieno di meraviglia per il privilegio di aver presieduto il tribunale diocesano che indagò su questo miracolo accertato. Soltanto Dio fa i miracoli. Soltanto la Chiesa può confermare un miracolo. Soltanto Dio fa i santi secondo i suoi tempi. Fulton Sheen, aiutaci!”

(Il Reverendissimo Daniel R. Jenky, CSC Vescovo di Peoria, Presidente della Fondazione dell’Arcivescovo Fulton John Sheen)

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