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DIO E LA FAMIGLIA:”Il sacramento del matrimonio è l’immagine terrestre della Trinità”

L’unità non deve quindi significare assorbimento, o annichilimento, o distruzione, ma il compimento dell’uno nell’altro. Formare una cosa sola senza cessare di essere due persone distinte, ecco il paradosso dell’amore! Tale ideale non ci è dato di attuarlo nella vita perché siamo dotati di corpi come siamo dotati di anima. La materia non può interpenetrarsi! Dopo l’unione della carne ciascuno dei due è ricacciato dentro la propria personalità individuale. È soltanto nel sacramento della Comunione che ci viene offerta, sulla terra, la più vicina approssimazione a un tale congiungimento, ma anche quest’approssimazione è il riflesso di un amore soprannaturale.

Noi non potremo mai darci ad altri in modo completo, né gli altri possono darsi completamente a noi. Ogni amore terreno patisce di questa incapacità dei due amanti a formare un essere solo, eppure distinto. La più grande sofferenza di chi ama proviene da questa esteriorità, da questo stato di separazione dell’amato! Ma in Dio, l’Amore che congiunge il Padre e il Figlio è una fiamma vivente, è il bacio perenne del Padre e del Figlio. Nell’amore umano non c’è nulla di abbastanza profondo per rendere personale l’amore scambievole, ma in Dio lo spirito d’amore che unisce il Padre e il Figlio è così personale che è chiamato Spirito Santo.

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini! Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima. (…)

Se Dio non avesse un Figlio non sarebbe Padre, e se fosse un’individualità unitaria non potrebbe amare a meno di creare qualcosa d’inferiore a se stesso, nel qual caso avrebbe avuto “bisogno” delle creature, il che è assurdo. Ma nessuno a questo mondo è buono se non dona qualcosa, e se non fosse stato Dio a donare per primo nel modo più sublime, ossia mediante la generazione, non potrebbe dirsi “buono”, ma se non fosse buono sarebbe, poveri noi, il principio del terrore. Ma anche prima che il mondo esistesse, Dio era buono per propria natura, avendo “ab aeterno” generato il Figlio Unigenito. In Dio, infatti, non c’è, né potrebbe esserci, alcun atto che non sia Dio stesso. Stando così le cose, si può dire che Dio è l’eterno impeto di amore che è in perenne e gioiosa operosità, in quanto Lui è al contempo uno e trino perché procede da quell’unica natura divina.

Ecco la candida sorgente di ogni amore, da cui i raggi sparsi si spandono fino a noi. Qui soltanto risiede la fonte, la corrente e l’oceano di ogni forma di amore, perciò ogni paternità, maternità, figliolanza, amicizia, affetto tra fidanzati o amore coniugale non sono che, in misura parziale e ridotta, un’immagine riflessa di quell’unico amore che è Dio. Padre e madre nella loro unità costituiscono un principio generatore completo e perfetto nel suo ordine, e il bimbo nato da questo principio è legato ai genitori da uno spirito, lo spirito della famiglia! Tale spirito non procede soltanto dall’amore dei genitori verso i figli, ma anche e primariamente dal mutuo affetto dei genitori fra di loro. Lo spirito d’amore dei genitori è al tempo stesso desiderio, pietà, tenerezza, sopportazione e sofferenza di qualsiasi cosa per amore dei figli. Nei figli questo spirito d’amore diviene un’offerta simile a quella che in primavera gli uccelli fanno con il loro canto ai rami dell’albero dove costruirono il nido.

Lo spirito della famiglia è altrettanto necessario nella famiglia ai fini della generazione, quanto lo Spirito Santo è necessario all’amore del Padre e del Figlio. Tre in Uno: Padre, Figlio e Spirito Santo. Tre persone in un unico Dio, uno nell’essenza ma sussistente in tre persone uguali e distinte. Tanto grande e ineffabile è il mistero della Trinità, tanto intima è la vita di Dio e in Dio!

Come le tre persone divine non perdono la loro personalità nell’unità della loro essenza, ma rimangono distinte, così l’amore del marito e della moglie lascia distinte le loro anime. E come dall’amore del Padre e del Figlio procede una terza persona distinta, lo Spirito Santo, così, in modo imperfettamente riflesso, dall’amore dei coniugi procedono i figli che sono il vero vincolo di unione del loro amore. Ritornando sui genitori come un “effetto boomerang”, il bene dei figli, che la teologia chiama “bonum prolis” ponendolo al primo posto tra i beni del matrimonio, conferisce a entrambi l’amore nello spirito della famiglia. Ma non si dovrebbe furbamente, o stoltamente, pensare che il numero dei figli alteri minimamente la struttura trinitaria basilare della famiglia, poiché per quanto numerosi siano i figli che l’Altissimo mediante l’amore degli sposi farà germogliare fra di loro, Egli rimane sempre uno.

Il sacramento del matrimonio, che è amore donatore di vita e vita donatrice di amore, è l’immagine terrestre della Trinità. Come le ricchezze dello Spirito Santo d’amore sono a disposizione di coloro che vivono nel suo afflato, così il matrimonio, vissuto nel modo voluto da Dio, associa i congiunti alla gioia creatrice del Padre, all’amore sacrificantesi del Figlio, e all’amore unificante dello Spirito Santo. Anche se, senza colpa dei coniugi, non nasca nessun figlio dal matrimonio, questo non perde la sua impronta trinitaria, ma se arrivano i figli allora l’amore, fino a quel momento solo spirituale, assume la condizione di uomo, incarnandosi.

In definitiva, l’amore si manifesta prima come duplice, e poi come trino. L’essere in due, e in due che si amano, è il conforto che Dio ha voluto elargire alla nostra indigenza: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2,18). Ma l’amore perfetto è trino, sia che con il termine trino si intenda “il nostro amore”, cioè quel qualcosa di estraneo a entrambi che viene da Dio, sia che si intenda il “frutto del nostro amore”, ossia il figlio, la cui anima, o spirito immortale, proviene direttamente da Dio.

Come abbiamo visto, un amore che sia soltanto dono finisce inevitabilmente per esaurirsi, e un amore che sia soltanto ricerca muore nel proprio egoismo. Ma un amore che sia perenne volontà di dare e che sempre sia sopraffatto dal ricevere, è il riflesso della Trinità sulla terra e, pertanto, un’anticipazione del paradiso. Padre, madre, e figli, tre entità nell’unità della natura umana: tale è la legge trina dell’amore, in terra come in Cielo. “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). L’amore è dono eterno di sé e contemporaneamente comporta il recupero nella carne, o nell’anima, o in Cielo, di tutto ciò che fu donato e sacrificato. Questa è la garanzia dell’amore: tutto verrà raccolto di quanto si è dato e nessun frammento andrà perduto.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

DIO NON PUÒ COSTRINGERE L’UOMO E VIOLARE LA SUA LIBERTÀ. L’AMORE CROCIFISSO: “Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio”

Dio non può violare la libertà dell’uomo, perché così facendo schiaccerebbe la libertà stessa che rende possibile l’amore. Perciò Dio, per conquistarci, si mette nell’atteggiamento di chi è incapace di distruggere la libertà. Viene a noi in una natura umana sulla croce. Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio. Può invitarci e richiamarci solo presentando l’immagine di ciò che il peccato ha fatto a Lui.

Cerca di commuoverci con la visione di un sacrificio per cui può dire: “Nessuno ha un amore più grande di questo” (Giovanni 15:13). Molto spesso la vista delle sofferenze che l’ubriachezza di un marito ha causato a una moglie lo fa desistere dalla sua abitudine; così anche Nostro Signore spera che la rivelazione di ciò che i nostri peccati hanno fatto a Lui ci porti al pentimento. La crocifissione non è stata un omicidio, ma un deicidio, il peggio che il peccato possa fare. La vista stessa della Sua sofferenza non è solo la misura della nostra colpa, ma è allo stesso tempo l’offerta del perdono.

Attraverso la Croce la nostra colpa si trasforma in dolore nel vedere le sue conseguenze – un dolore struggente e personale che tortura la nostra anima fino a farci gridare: “O Dio, sii misericordioso con me peccatore” (Lc 18,13). Da quella Croce l’Amore ha guardato in basso, perché per sua natura l’amore discende. I genitori amano i loro figli più di quanto i figli amino i loro genitori. Infatti, i figli non sanno quanto i loro genitori abbiano sofferto per loro finché non diventano essi stessi genitori. L’amore discende dalla Croce.

Siamo troppo stupidi per capire l’amore della Croce, perché siamo così estranei al sacrificio; non sappiamo cosa sia l’amore perché non abbiamo amato, ma solo desiderato. Poiché amiamo così poco, il Suo amore è misterioso per noi. Non abbiamo mai perdonato nessuno a un prezzo così alto come il Suo; non abbiamo mai amato nessuno a un prezzo così alto come Lui. La nostra mancanza di amore ha nascosto il Calvario. Solo quando inizieremo ad amare la Bontà capiremo quanto Dio sia stato buono a morire per noi.

Il peccato è colpa nostra! Che cosa faremo al riguardo? Il mondo lo spiegherà, il Signore lo perdonerà. Egli ha conferito questo potere di perdono alla sua Chiesa fino alla consumazione del mondo: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi” (Giovanni 20:23). Grazie a Dio, sono cattolico.

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country” 1941)

L’ERRORE PRINCIPALE DEL GENERE UMANO: ESCLUDERE DIO DALL’AMORE! “L’amore o è trino o muore”

L’errore principale del genere umano è stato quello di presumere che per amare bastasse essere in due: tu e io, ovvero la società e io, oppure l’umanità e io. In verità, affinché l’uomo, sia preso individualmente che in società, possa essere in grado di amare, necessita di un “terzo elemento” nell’equazione. Occorre cioè, per amare, essere in tre: noi, gli altri e Dio; tu, io e Dio. L’amore di sé senza amore di Dio è l’egoismo, e l’amore del prossimo senza amore di Dio si limita solamente a coloro che ci sono gradevoli, non a coloro che ci appaiono odiosi.

Non si possono legare insieme due bastoni senza qualche altra cosa che sia al di fuori dei bastoni; allo stesso modo non è possibile riunire insieme le nazioni senza il riconoscimento di una legge e di una persona che sia al di fuori delle nazioni stesse. In amore il dualismo si estingue mediante il compimento del dono di se stessi, ma “l’amore o è trino o muore”. Affinché questo si compia si richiedono tre virtù: la fede, la speranza e la carità.

Queste si completano, si purificano e si rigenerano a vicenda, poiché credere in Dio significa slanciarsi tra le sue braccia, sperare in Lui significa riposare pazientemente sul suo cuore passando per tutte le prove e le tribolazioni, e amarlo significa vivere in Lui partecipando, mediante la grazia, alla sua divina natura. Se l’amore non avesse fede e fiducia, morirebbe; se non avesse speranza le sue sofferenze sarebbero torture, e l’amore stesso potrebbe apparire disamorato. Per questo l’amore di sé, l’amore del prossimo e l’amore di Dio procedono sempre insieme, e nel momento in cui vengono separati l’uno dall’altro vanno in frantumi.

L’amore di sé destituito dell’amore di Dio, come si è visto, è egotismo, perché se non esiste quel perfetto amore da cui fummo originati e al quale siamo destinati, allora l’ego diventa il nostro centro. Ma quando amiamo noi stessi in Dio, allora l’intero concetto di autoperfezione si trasforma. Se l’ego è un assoluto, la sua perfezione consiste nel possedere a ogni costo tutto ciò che possa farlo felice. Tale è l’essenza dell’egotismo o egoismo, che dir si voglia. Ma se ultimo fine della personalità è l’unione con l’amore perfetto, allora la perfezione dell’ego consiste non già nel possedere, ma nell’essere posseduti o, meglio ancora, non nell’avere ma nell’essere. (…)

L’amore tra marito e moglie si perfeziona quando diventa trino. Questa è la struttura geometrica dell’amore che consta di tre elementi: l’amante, l’amata, e l’amore. Quest’ultimo, essendo qualcosa di distinto da ambedue, è però al contempo insito in loro animando i loro desideri. Se infatti ci fosse soltanto il mio e il tuo, esisterebbero solo impenetrabilità e separazione, e l’unità non potrebbe realizzarsi finché non ci fosse un terzo elemento attivo, simile al suolo da cui due viti crescono e prendono vita intrecciandosi poi fra di loro. Allora, l’impotenza dell’io a possedere in modo completo l’altra creatura viene superata nella constatazione che esiste un legame esteriore che spinge i due l’uno verso l’altro, aleggiando su di essi come lo Spirito Santo adombrò Maria, trasformando così l’Io e il Tu in un Noi. Ed è a questo che alludono gli amanti quando parlano, senza saperlo, del “nostro amore”, come di qualcosa di distinto da ciascuno di loro ma che nondimeno li tiene uniti saldamente.

Senza il senso di quell’amore assoluto, che è più forte dell’amore singolo che l’uno nutre per l’altro, vige un falso dualismo che sfocia nell’assorbimento dell’Io nel Tu, o del Tu nell’Io, il che, nei casi di divorzio, viene chiamato “crudeltà mentale” o “dominazione”. In realtà si tratta di egocentrismo, per cui l’uno ama nell’altro soltanto il proprio ego; in tal modo l’Io si proietta nel Tu e in esso, come in uno specchio, ama se stesso. Il Tu perciò non è più amato come persona, ma come strumento di piacere dell’Io, e non appena cessa di inebriarci, il cosiddetto “amore” comincia a svanire. Una volta giunti a questo punto non c’è più nulla che possa tenere insieme una coppia del genere, perché un terzo termine non esiste. In due soltanto potrà esserci una reciproca idolatria, ma dopo un poco “la dea” o “il dio” si riveleranno di latta.

Risulta perciò incommensurabile la differenza tra l’amare se stessi in un altro, e il darsi, l’uno e l’altro, a quel terzo elemento che manterrà nei due un amore imperituro. Senza l’amore di Dio c’è il pericolo reale che l’amore umano perisca nel proprio eccesso, ma quando ciascuno ama – oltre e al di sopra di quelle scintille individuali che provengono dalla fiamma divina – la fiamma stessa dell’amore, allora non si dà più un reciproco “prosciugamento” ma un’intima comunione. Solo allora l’amore dell’altro diviene la prova che anch’egli ama Dio, perché è contemplato in Dio e non potrebbe essere amato separato da Lui.

Tre elementi occorrono dunque all’amore, poiché quel che lega l’amante e l’amata sulla terra è un ideale che è al di fuori di entrambi. Come non si dà pioggia senza nuvole, così è impossibile comprendere l’amore senza Dio. Nel Vecchio Testamento Dio è definito l’essere la cui natura è di esistere: “Io sono Colui che è”. Ma nel Nuovo Testamento Dio è definito amore: “Dio è Amore”. Ecco perché il fondamento di ogni filosofia è l’esistenza, ma la base di ogni teologia è la carità, ossia l’amore.

Se volessimo indagare il mistero per cui l’amore è trino e implica l’amante, l’amato e l’amore, dovremmo risalire a Dio stesso. L’amore è trino in Dio perché in Lui vi sono tre persone nell’unica natura divina. L’amore è trino in quanto è il riflesso di quell’amore divino in cui sussistono tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. È la Trinità che offre una risposta alle domande di Platone: se c’è un solo Dio, a che cosa potrebbe pensare? Si risponde: Egli pensa un pensiero eterno, il suo Verbo eterno, suo Figlio. E poi: se c’è un solo Dio, chi o che cosa potrebbe amare? Si risponde: Lui ama suo Figlio, e questo reciproco amore è lo Spirito Santo.

Quel grande filosofo rasentò il mistero della Trinità, perché il suo nobile intelletto parve in qualche modo intuire che un essere infinito debba avere relazioni di pensiero e di amore, e senza né pensiero né amore Dio non può addirittura essere concepito. Ma fu soltanto quando il Verbo si fu incarnato che l’uomo conobbe il segreto di quelle relazioni e della intima vita di Dio, perché fu Gesù Cristo, suo Figlio, a rivelarcela.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

AMATE I VOSTRI NEMICI E COLORO CHE VI ODIANO: L’amore di Dio rende possibile amare coloro che sono “difficili ad amarsi”…Quanto più saremo lontani da Dio, tanto più saremo lontani gli uni dagli altri.

Fondamentalmente, il motivo per cui noi dovremmo amare noi stessi, è il fatto che Dio ci ama. Se Lui vede in noi qualche cosa di degno e se è morto per salvarci, vuol dire che abbiamo un motivo più che valido per amarci. Come un uomo si sente nobilitato quando è amato da una bella e graziosa amica, quale allora dovrebbe essere l’estasi di un’anima nel momento in cui si risveglia alla travolgente verità: “Dio mi ama!”

È facile amare coloro che ci amano, e il nostro divino Signore ci disse che per questo non c’era ricompensa. Ma che cosa dire di quella parte di umanità che noi consideriamo indegna di amore? Uno dei più forti argomenti sociali che confermano l’esistenza di Dio è il seguente: ci deve essere un Dio, altrimenti tante persone non sarebbero amate. L’amore di Dio rende possibile amare coloro che sono “difficili ad amarsi”. Perché mai dovremmo amare coloro che ci odiano, che malignano sul conto nostro, che ci pestano i piedi a teatro per assicurarsi i posti migliori? C’è solamente una ragione: per amore di Dio.

Forse possono non piacerci perché il piacere è emotività, ma possiamo comunque amarli poiché l’amore risiede nella volontà ed è soggetto al comando: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5,44). Perciò, dal momento che amiamo Dio, siamo resi capaci di amare chiunque per amor suo, come un innamorato si farà piacere l’aragosta per far contenta la sua bella. Perciò quando ci imbattiamo in qualche persona particolarmente scostante e siamo tentati di respingerne la presenza sia pure per breve tempo, dovremmo pensare che in quel momento Dio ci appare dicendo “Ascolta, io l’ho sopportata per quarant’anni, tu non puoi sopportarla per dieci minuti?”.

Inoltre, l’amore di Dio ci ricorda che non dovremmo giudicare il prossimo in base alla sua apparenza, poiché se esso avesse ricevuto tutte le grazie e le possibilità che abbiamo ricevuto noi, quanto maggiormente potrebbe amare Dio! Il fariseo all’ingresso del Tempio che amministrava la legge e che dava ai poveri l’ammontare deducibile dalle tasse non fu elogiato da Dio, mentre il pubblicano che donò la sua anima a Dio domandando perdono, tornò a casa perdonato. Fu questo pensiero che fece dire a San Filippo Neri, quando vide un uomo salire sul patibolo: “Potrebbe essere Filippo, se non fosse stato per la grazia di Dio”.

Dopo un certo tempo tutte quelle persone che prima ci sembravano così poco attraenti ci appaiono molto migliori di noi. Su un piano spirituale arriviamo a un punto in cui sentiamo i loro peccati come fossero i nostri, e ci assumiamo i loro debiti in penitenza come il Salvatore si assunse i nostri perché le amiamo in Dio. (…)

L’amore del prossimo, quando è pervaso dall’amore di Dio, non sfrutta mai il prossimo per il proprio vantaggio. E ben sappiamo che nulla ha tanto contribuito ad abbassare il livello dei rapporti umani quanto l’idea che possiamo accattivarci amicizie mediante lusinghe. Niente di più lontano dal vero amore, il quale aiuta il prossimo ad adempiere la sua vocazione in Dio, e in tal modo coincide anche con l’adempimento della propria vocazione.

Disse San Paolo ai Romani: “Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo” (Rm 15,1-2).

Di solito nelle nostre relazioni noi limitiamo l’orizzonte del nostro affetto a coloro che amiamo, ma pochi sono i samaritani che amano coloro che li odiano. Nulla, però, può ampliare tanto questo orizzonte quanto il considerare non soltanto quelli che noi amiamo, ma quelli che sono anzitutto amati da Dio, che sono cioè tutti gli uomini. In tal modo l’anima si fa più simile a Dio, Lui che è il “creatore” di colui (o colei) che amiamo. In Lui queste creature che “a pelle” ci appaiono umanamente detestabili, cominciano con il diventarci amabili. L’amore di Dio, infatti, non soltanto prolunga la creazione divina, come abbiamo visto con la procreazione dei figli, ma continua anche la sua redenzione, almeno nella misura in cui vorremmo anche noi rigenerare e redimere coloro che amiamo.

Immaginiamo un gran cerchio dal cui centro s’irradiano tanti raggi luminosi verso la circonferenza, e facciamo conto che la luce al centro sia Dio, e ognuno di noi sia un suo raggio: quanto più i raggi si troveranno vicini al centro, tanto più vicini si troveranno tra loro. Perciò, quanto più viviamo vicini e uniti a Dio, tanto più vicini ci troveremo al suo e nostro prossimo, viceversa quanto più saremo lontani da Dio, tanto più saremo lontani gli uni dagli altri. E quanto più un raggio si allontana dal centro, tanto più si indebolisce, mentre quanto più gli si avvicina, tanto più si rafforza.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

IL SEGRETO DELLA FELICITÀ: “Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore”

Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore. In questo amore, che è Dio, si perfeziona l’amore di sé, poiché in Lui amiamo anche il prossimo nostro come noi stessi e per la stessa ragione. Se dunque io odierò qualcuno, rivolgerò il mio odio verso una creatura che è stata fatta da Dio, e se amerò me stesso escludendo Dio dovrò constatare che in realtà non sto amando, bensì odiando me stesso perché non vivrei all’altezza del mio essere umano chiamato a essere figlio di Dio mediante il battesimo e la vita in Cristo.

L’amore a primo acchito potrebbe sembrare una vera contraddizione: come possiamo infatti amare noi stessi senza essere egoisti? E come amare gli altri senza perdere se stessi? La risposta è questa: amando noi stessi e il prossimo in Dio. È l’amore divino e solo l’amore divino a farci rettamente amare noi stessi e il prossimo. Infatti, Dio ci ha amati per primo nonostante fossimo peccatori. L’amore di sé evita l’egoismo mediante la ricerca dell’auto-perfezione, la quale si raggiunge amando Dio, e di conseguenza l’amore del prossimo evita il totalitarismo, ossia la perdita di se stessi mediante l’assorbimento nella massa, mediante l’amore del prossimo nella fraternità spirituale del Padre Nostro.

Quelle povere anime frustrate, rinchiuse entro la morsa della propria eccentricità, mantengono troppo indaffarati i loro piccoli cervelli egocentrici e troppo in ozio le loro mani e i loro piedi egoisti. Se cominciassero ad amare il loro prossimo per amore di Dio, si accorgerebbero presto di aspirare al loro proprio perfezionamento morale, che consiste non nella ricerca meschina della propria volontà, ma nel conformarsi alla volontà divina. Questa duplice legge, dell’amore di sé e dell’amore del prossimo in Dio, è il segreto della vita; per questo nostro Signore, subito dopo averci impartito la legge dell’amore di Dio e del prossimo, soggiunse: “Fa’ questo e vivrai” (Lc 10,28).

Dio non ha mai avuto l’intenzione di separare l’ “Io” e il “Tu”, né si può considerare in alcun modo Dio come un ostacolo al pieno godimento di se stessi, né, tantomeno, Lui si pone in competizione con noi nell’amore del nostro prossimo. Ma quando l’amore si fa trino, allora al centro dell’ “Io” e del “Tu” viene a prendere dimora Dio stesso, impedendo in tal modo che l’ “Io” diventi egotista e che il “Tu” si trasformi in un utensile o in uno volgare strumento di piacere. In un tale amore è lo stesso Dio che si mette, per così dire, “in pellegrinaggio” al nostro fianco. Ma se volessimo ricercare la ragione per cui occorrono tre elementi perché si realizzi l’amore, dovremmo volgere il nostro sguardo nel cuore stesso di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

LA RICERCA DELL’AMORE: IN CIELO NOI CATTUREREMO L’ETERNO AMORE! “È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno…Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri”

In ogni cuore c’è una lotta tra romanticismo e matrimonio, tra fidanzamento e unione, tra inseguimento e cattura. L’amore terreno che è soltanto ricerca è incompleto; l’amore che è soltanto conseguimento è inerte. L’amore che si limita al possesso assorbe e distrugge l’essere amato; quello che si limita al desiderio è una forza inutile che si estingue come una stella senza vita. Quando mancano la ricerca o la soddisfazione da soddisfare, si genera il mistero e, a volte, la pena dell’amore. Come semplice perseguimento, l’amore è la morte per fame; come sola soddisfazione è la morte per sazietà e per il suo stesso “troppo”.

Se l’amore non potesse elevarsi al di sopra della terra, oscillerebbe, come il pendolo di un orologio, tra inseguimento e cattura, cattura e inseguimento, all’infinito. Ma i nostri cuori aspirano a qualche cosa di più. Noi vogliamo sfuggire a questo stancante e incessante inseguimento: non desideriamo, in amore, emulare il cacciatore che si dà alla ricerca di una nuova preda solo perché ha già ucciso la vecchia. E il modo di sfuggire esiste.

Esso si trova in quel momento eterno che combina insieme la ricerca e il ritrovamento. In Cielo noi cattureremo l’Eterno Amore; ma a sondarne la profondità un inseguimento infinito non sarà sufficiente. È l’Amore nel quale finalmente ritroviamo e in pari tempo perdiamo noi stessi, e sarà eternamente uguale. Qui la tensione tra romanticismo e matrimonio si concilia in un eterno istante di gioia, un istante che per l’intensità della gioia spezzerebbe il cuore se quell’Amore non fosse vita.

Non aver sete sarebbe inumano, aver sempre sete sarebbe una sofferenza; ma bere e aver sete nello stesso eterno momento significa innalzarsi alla più alta beatitudine dell’Amore. Questo è l’Amore “di cui avvertiamo la mancanza in ogni altro amore, la Bellezza che fa apparire qualsiasi altra bellezza dolore… il non posseduto che rende vano il possesso”.

Per avvicinarci quanto più è possibile, con la nostra immaginazione, a una simile esperienza dobbiamo metterci a pensare al momento della più felice estasi della nostra vita e raffigurarcelo quindi eternato. Questa specie di amore sarebbe ineffabile e senza parole; non può esserci espressione adeguata alla sua estasi. Perciò l’Amore Divino viene chiamato Spirito Santo, Santo Anelito. (…)

Per comporre il perfetto amore servono non due ma tre personalità, sia nella carne (marito, moglie e figlio), sia nello spirito (amante, amata e amore), sia nella Divina Natura (Padre, Figlio e Spirito Santo). Il sesso è dualità, l’Amore è sempre uno e trino. È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno. Alcuni non lo immaginano neppure, perché non hanno mai aperto le imposte del loro cupo cuore per lasciarvi entrare la luce di Dio; altri sono stati privati della speranza da coloro che non possono pensare all’amore in altri termini che non siano quelli del contatto tra due scimmie; altri ancora se ne ritraggono, scioccamente timorosi di perdere, nelle fiamme dell’Amore Divino, la brace moribonda dei loro pervertiti desideri. Ma altri vedono che, come la lama argentea nelle acque di un lago è il riflesso della luna, così l’amore umano è solo il riflesso attenuato del Cuore Divino.

Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri. Alla donna accanto al pozzo, che aveva avuto cinque mariti e viveva con un tale al quale non era sposata, Nostro Signore disse: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” (Gv 4,13). Non ci sono pozzi umani tanto profondi da poter estinguere la sete insaziabile dell’anima umana. Ma questo desiderio può essere soddisfatto. “Ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,13-14). La religione nobilita l’amore, e coloro che tolgono Dio all’uomo pervertono la natura dell’uomo. Solo una religione divina può proteggere lo spirito dagli assalti della materia o impedire all’animale che è in noi di conquistare lo spirito, rendendo l’uomo più brutale del bruto.

Come la vita cambia significato quando noi vediamo l’amore della carne come un riflesso della Luce Eterna attraverso il prisma del tempo! Coloro che vorrebbero separare il suono umano da quello dell’arpa celeste non possono avere musica; coloro che credono che l’amore sia solo un anelito del corpo si accorgeranno ben presto che l’amore ha emesso il suo ultimo anelito e che essi hanno fatto un contratto con la morte. Ma coloro che vedono in ogni bellezza terrena una debole copia dello splendore divino, coloro che vedono nella fedeltà a ogni voto la prova che Dio ci ama nonostante non siamo degni di essere amati, coloro che, di fronte ai loro affanni, vedono che l’Amore di Dio andò a finire su una Croce, coloro che permettono al fiume della loro estasi di traboccare dai canali della preghiera e dell’adorazione, costoro impareranno, anche sulla terra, che l’Amore fu fatto carne e abitò tra noi. Così l’Amore diventa un’ascensione verso il giorno beato in cui le illimitate profondità delle anime nostre saranno colmate dal dono infinito, in un’eternità dove l’amore è l’eternità della vita e Dio è Amore.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

DIO CI AMA CON VERO AMORE E CI DONA CIÒ DI CUI ABBIAMO BISOGNO PER LA NOSTRA PERFEZIONE: “Sono troppi coloro che credono che Dio sia buono soltanto quando ci dona quello che desideriamo”

Sono troppi coloro che credono che Dio sia buono soltanto quando ci dona quello che desideriamo. Siamo, in altre parole, simili a quei figli che pensano che i loro genitori non li amino, perché non danno loro una pistola o perché li mandano a scuola. Per intendere la Divinità, dobbiamo fare una distinzione fra l’ottenere ciò che desideriamo e l’ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.

Ditemi: Dio è buono, quando soddisfa i nostri desideri, o quando noi soddisfiamo i Suoi?
Dio è buono, soltanto quando ci dona ciò che desideriamo, o è buono quando ci dona ciò di cui abbiamo bisogno anche se non lo desideriamo? Quando il figliuol prodigo lasciò la casa paterna, e disse: “dammi!”, considerò che suo padre era buono, perchè soddisfaceva i suoi desideri. Quando invece, tornò a casa, fatto molto più saggio dall’esperienza, domandò soltanto ciò di cui aveva bisogno, cioè l’amore del padre e disse: “fammi”.

Sul Calvario, il ladro che stava a sinistra di Cristo, giudicava la bontà di Lui, in base al potere che aveva di discendere dalla Croce. Ecco ciò che desiderava il ladro di sinistra. Il ladro di destra, invece, giudicava la bontà di Cristo Signore, in base al potere che aveva di portarlo in Paradiso. Ecco quello di cui aveva bisogno.

Le molte persone che seguivano il Nostro Redentore nel deserto non avevano bisogno di ricevere monete o pietre preziose dal Redentore, perché anche se le avessero ricevute, nessuno avrebbe detto che quelle bastavano. Il Redentore, invece, diede loro il pane, e ognuno dice la Scrittura: “fu saziato”. Mentre avrebbero desiderato monete e pietre preziose, esse, in realtà, avevano bisogno di pane.

La bontà di Dio consiste in questo: ci dona ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra perfezione, e non quello che desideriamo per il nostro piacere, che molto spesso diventa la nostra rovina.

Dio è come uno scultore: lavora di scalpello per togliere le nostre sporgenze e le nostre durezze di egoismo, affinchè la Sua immagine, che sta sotto, si riveli nella sua piena bellezza. Dio è come un musicista. Quando vede che nel violino della nostra personalità, le corde sono troppo allentate, le tira, anche facendole soffrire, allo scopo di far meglio emergere le nostre intime armonie.

Essendo il Supremo amante delle nostre anime, si prende cura del nostro agire, del nostro pensare e del nostro parlare. Qual padre non desidera gloriarsi del proprio figlio? Se qualche volta parla con severità al figlio, non è perche sia un tiranno; ma perché desidera che diventi un figliuolo degno.

Ecco la maniera esatta con cui la bontà di Dio si manifesta a noi. Dio ci ama di vero amore e quindi non è senza interesse nei nostri confronti. Come i vostri genitori desiderano che voi siate felici, così Dio desidera che voi siate felici. Dio ci creò non per la Sua felicità; ma per la nostra, e pretendere che Dio sia soddisfatto di lasciarci così come siamo, è pretendere che Dio smetta di amarci.

Dio non ci lascerebbe soffrire un dolore, un insuccesso, una triste esperienza, se non volesse con quella maniera aiutarci ad essere perfetti. Se non ha risparmiato il proprio Figlio in Croce, per la redenzione del mondo, potete essere sicuri che non risparmierà i vostri desideri, affinchè voi possiate essere ciò di cui avete bisogno: felici e perfetti figlioli di un padre amoroso.

Può anche permettere che noi facciamo la guerra, come risultato del nostro egoismo, affinché possiamo convincerci una buona volta, che non c’è pace, eccetto che nella Bontà e nella Verità.

(Fulton J. Sheen, da “Vi presento la Religione”)

Come i Santi diventano un tutt’uno con Nostro Signore mediante l’identificazione della loro volontà con la volontà di Dio, così coloro che si amano coniugalmente diventano “due in una carne sola”

Qualsiasi amore brama l’unità: ciò è evidente nel matrimonio, dove si ha l’unità di due esseri in una sola carne. Quando una persona ama qualcosa la vede come il compimento di un desiderio e cerca d’incorporarla a sé, si tratti del vino o della scienza delle stelle. Nell’amicizia l’altra persona è amata come un altro se stesso, ossia come l’altra metà della propria anima. Il soggetto amante cerca di procurarle gli stessi favori che vorrebbe procurare a se stesso, e di intensificare in tal modo il vincolo di unione tra lui e la persona amata. L’amore, sia esso amore di saggezza, amore coniugale o amore d’amicizia, è sempre un principio unificatore sia per l’amante che per l’amato.

Dato che l’amore crea l’unità, abbiamo spiegato come alcune anime eroiche siano disposte ad assumersi le sofferenze e i peccati degli altri. Una madre affettuosa di fronte al dolore fisico del suo bambino vorrebbe poterlo assumere lei, al fine di liberarne il suo piccolo. Lei sente il dolore come suo, poiché il suo amore l’ha resa una sola cosa con il suo bambino. Proprio come l’amore di fronte al dolore si assume il dolore in quanto s’identifica con l’essere amato, così l’amore di fronte al male si assume i peccati degli altri in quanto s’identifica con l’essere amato.

Questo amore animato dal sacrificio raggiunse la sua più alta espressione nell’Orto del Getsemani, dove Cristo si identificò a tal punto con i peccatori che cominciò a sudare gocce di sangue. Raggiunse la più alta manifestazione fisica sul Calvario, quando Gesù offrì la sua vita per coloro che amava. Ma prima del Getsemani e del Calvario, la legge secondo cui l’amore tende a unificare quelli che si amano aveva prodotto l’incarnazione, mediante la quale Dio, che amava l’uomo, si fece uomo per salvare l’uomo dai suoi peccati. Come i Santi diventano un tutt’uno con Nostro Signore mediante l’identificazione della loro volontà con la volontà di Dio, così coloro che si amano coniugalmente diventano “due in una carne sola”.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

LA SANTITÀ È UNA STABILIZZAZIONE NELL’AMORE DI DIO…CHI AMA DIO NON CONOSCE MAI LA PAROLA “TROPPO”

La compenetrazione reciproca è il secondo effetto dell’amore, ciò significa letteralmente che nell’amore le due parti si immedesimano, ossia esistono l’una all’interno dell’altra. La passione d’amore non si soddisfa con il semplice possesso, ma aspira persino ad assimilare l’altro essere. Forse non c’è donna al mondo che tenendo in braccio il suo bambino non abbia detto qualche volta: “È talmente dolce che lo mangerei!”.

Si cela in queste parole il mistero di quell’assimilazione che raggiunge il suo vertice nella santa comunione, in cui Dio incarnato soddisfa il nostro desiderio di adesione completa alla sua divinità e umanità, sotto le specie e l’apparenza del pane. Se l’amore non implicasse inerenza, non si potrebbe spiegare psicologicamente come il male fisico o l’affronto arrecato ai nostri cari possa essere sentito come arrecato a noi stessi. Nell’ordine soprannaturale un tale amore diviene un’inerenza che s’identifica con la stabilizzazione.

La santità è una stabilizzazione nell’amor di Dio. L’amore coniugale è una stabilizzazione nell’amore umano per amore di Dio: “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). Questa compenetrazione della cosa o della persona amata è una realtà di fatto, tanto nell’ordine intellettuale che in quello affettivo. L’astronomo è appassionato delle stelle e le ha sempre per la testa, non nella loro entità materiale, ma secondo il modo che è proprio del suo intelletto spirituale. Ma se l’universo non fosse nella sua testa in quanto oggetto conosciuto, egli non potrebbe neanche amarlo.

Allo stesso modo, la cosa amata è nell’interiorità di chi ama. Nell’affetto, chi ama vive nell’amato, e l’amato vive nell’amante. Che cosa interessa tanto l’amante da renderlo così curioso di tutto ciò che fa la persona amata? Perché ogni minimo dono diventa un tesoro, perché ogni parola torna sempre alla memoria? Perché ogni scena si colora della visione dell’amato se non per il fatto che, in un certo senso, non c’è pace senza la completa compenetrazione dell’uno nell’altro? Nessun innamorato si accontenta mai di una conoscenza superficiale della cosa o persona amata. Chi ama la musica non si appaga mai abbastanza delle proprie conoscenze musicali.

Chi ama Dio non conosce mai la parola “troppo”. Per questo coloro che accusano gli altri di amar troppo Dio o la religione, in realtà non amano affatto Dio, né conoscono il significato dell’amore. Mentre coloro che sono uniti strettamente nell’amore, godono e soffrono delle medesime cose. Non a caso il salmista che amava Dio diceva che il suo cuore era infranto al pensiero di coloro che infrangono la legge divina.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

Ciò a cui l’uomo tende, ne sia o no consapevole, è la Vita Perfetta, la Verità Totale e l’Amore Estatico: e tale è la definizione di Dio.

La ricerca di ciò che è puramente temporale e secolare non può soddisfare questo desiderio, da parte dell’uomo, di un bene che è trascendente, al di fuori del tempo, e che soddisfa completamente le più sublimi aspirazioni della sua anima.

“L’obiettivo dell’uomo deve trascendere ciò che è possibile stringere in un pugno”.

Ciò a cui egli tende, ne sia o no consapevole, è la Vita Perfetta, la Verità Totale e l’Amore Estatico: e tale è la definizione di Dio. Sicché, come dice Sant’Agostino: “I nostri cuori non avranno riposo finché non riposeranno in Te, o Signore”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”).