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LA MAGGIOR PARTE DEGLI UOMINI VUOLE UN AMORE E UN MATRIMONIO IMMATURO E ADOLESCENZIALE: “Se l’amore è l’emozione, quando questa svanisce anche l’amore sembra svanito”

Anche nel più nobile degli amori umani arriva un momento in cui si è “fatta l’abitudine” a quel che c’è di meglio (i gioiellieri non si commuovono più alla vista delle pietre preziose). E ciò rivela la necessità costitutiva che sempre, nella vita, deve esserci un mistero poiché, quando questo svanisce, la vita diventa banale. Forse potrebbe essere proprio questa la ragione della popolarità di cui oggi godono i libri gialli, ossia il fatto che essi andrebbero a colmare il vuoto creato dall’aver smarrito i misteri della fede. L’interesse violento suscitato dai racconti di misteriosi omicidi indica che la gente si appassiona di più al modo in cui una persona è stata ammazzata piuttosto che al destino eterno della persona ammazzata.

Quando nella vita non rimane nulla di arcano e di non rivelato viene meno la gioia di vivere. Il gusto dell’esistenza proviene in parte dal fatto che c’è ancora una porta che non è stata aperta, un velo che non è stato ancora sollevato, una nota che non è stata ancora suonata. Nessuno che stia vicino a un pozzo conosce la sete, ciò significa che proviamo ben poco desiderio di ciò che già possediamo, né c’è speranza di conseguire quel che già è nostro. Così avviene che il matrimonio spesso segni la fine del romanzo, come se fosse terminata la caccia e la selvaggina già riposta nel carniere. Quando una persona è da noi considerata come se ci spettasse di diritto, allora sfuma tutta quella sensibilità e quella delicatezza di affetto che è condizione essenziale dell’amicizia e della gioia. Il che è particolarmente vero in certe unioni coniugali dove domina il possesso senza il desiderio, una cattura senza l’emozione della caccia. Diversamente, il modo cristiano di preservare il mistero, e con esso l’attrazione, sta nel dischiudersi dell’amore nella generazione dei figli, mistero di vita e di amore, che è quel che intendiamo dicendo che esso diventa trino. (…)

Tutta la vita moderna è orientata verso il concetto che la forza maschile e la bellezza femminile siano e debbano essere un possesso permanente. Tutto il meccanismo dell’odierna pubblicità è rivolto verso questa menzogna. Si dice all’uomo che seguendo certe diete speciali migliorerà di dieci colpi il suo handicap al gioco del golf, che inghiottendo alcune pillole non avrà più, al posto della testa, la solita palla da biliardo. Quanto alla donna, le si promette che la sua bellezza può durare eternamente, che le sue mani screpolate dal bucato e il suo sorriso scarsamente attraente possono rimediarsi con un tubetto di questo o di quello, oppure le si fa credere che con una breve dieta lei non sarà più vittima di una circonferenza esagerata, che non mostrerà più di aver passato i quaranta ma sarà come se fosse tornata ventenne. Ma nonostante questa propaganda martellante circa l’eternità della bellezza e della forza, spesso avviene che un anno o due dopo il matrimonio il marito cessi di apparire quell’indomito e coraggioso Apollo che nei pomeriggi festivi faceva meraviglie nelle squadre di calcio, o che era tornato dalla guerra con tre decorazioni sul petto.

A un certo punto tutto sembra cambiare, e il giorno in cui la moglie lo pregherà di aiutarla a lavare i piatti lui le risponderà: “Questi sono lavori da donna, non mi riguardano”. Per quanto riguarda la donna, invece, lei non sembra più così bella come nei primi giorni della luna di miele. I suoi discorsi infantili che un tempo gli parevano così aggraziati e pieni di estatica tenerezza, ora cominciano a dargli seriamente sui nervi. È a questo punto che molte coppie sentono che l’amore se n’è andato, poiché, se l’amore è l’emozione, quando questa svanisce anche l’amore sembra svanito. Ma Dio non aveva mai inteso che la forza nell’uomo e la bellezza nella donna dovessero durare per sempre, bensì che dovessero riapparire nei loro figli: in questo si rivela la provvidenza divina. Proprio quando sembra che la bellezza dell’una e il vigore dell’altro si attenuino, Dio manda i figli per la protezione e la rifioritura di entrambi. Quando infatti il primo maschietto viene alla luce, sembra quasi che il padre torni a manifestarsi in tutta la sua forza e, per dirla con Virgilio, che “dal sommo cielo discenda una superiore stirpe umana”. Quando invece nasce la prima bambina, è la madre quella che rivive in tutta la sua bellezza e la sua grazia, e pare che anche il suo linguaggio puerile ritorni aggraziato. Inoltre, al marito piace perfino pensare che la madre sia l’unica origine dell’avvenenza della bimba. Così ogni bambino che nasce diventa uno di quei grani del rosario dell’amore che lega insieme i genitori nella catena di una dolce schiavitù d’amore. (…)

Bisogna mettersi in testa una verità inconfutabile e ineludibile: dove c’è dualismo c’è deficienza, dove c’è Trinità c’è pietà. La deficienza è avida di colmarsi a spese del prossimo, mentre la pietà nasce da una ricchezza che è impaziente di riversarsi sugli altri. Togliete all’amore il suo carattere “trinitario” e tutte le relazioni interiori si dissolveranno lasciando sussistere soltanto una mera esteriorità vuota, si tratti del contatto fisico dell’uomo con la donna, o del conflitto tra capitale e lavoro, oppure della guerra, fredda o calda, tra il mondo occidentale e il mondo orientale. Una società in cui il legame unificatore è stato abbandonato diviene progressivamente un agglomerato di atomi, fino a che alla fine gli uomini invocheranno una forza totalitaria che “organizzi” il caos: è così che nasce il socialismo ateo. Come la cultura, quando smarrisce una sua filosofia della vita, si frammenta in tanti reparti senza coesione né unità fuorché quella accidentale di vicinanza e di tempo. E come un corpo quando perde la sua anima si riduce ai suoi componenti chimici tranquillamente scindibili e scomponibili, così anche la famiglia quando perde il legame unificatore dell’amore si riduce alle aule dove si pronunciano i divorzi.

Senza un terzo elemento vivificante che sia esterno ai due coniugi, l’uomo è dapprima compresso e poi soppresso da forze ostili, fino a trovarsi rinchiuso entro i limiti dell’intelletto, solo, isolato, spaurito e prigioniero di se stesso. Che cosa può soddisfarlo se non ha rapporti con nulla? Rigettando l’amore fuori dal proprio ego l’uomo non può comprendere il sacrificio se non come un’amputazione e un’autodistruzione. Come può un essere che si rende coscientemente e volontariamente difettoso e impotente dare qualsiasi cosa se in lui regna il vuoto? Costui è pronto forse all’immolazione di sé sotto forma di suicidio ma non come sacrificio di sé per il bene degli altri. Nulla esiste in lui all’infuori del suo ego, per questo gli altri limitano la sua personalità e ostacolano i suoi desideri, apparendogli quindi detestabili. Finché non emerge quel più profondo amore che è il perfetto compimento della personalità, l’ego non cesserà mai di ribellarsi contro il sacrificio, sia che si tratti, per amore della pace o dell’amicizia, di compiacere il compagno, sia che si tratti di fondare una famiglia per vedere forza e bellezza prolungarsi fino alla “terza o quarta generazione”.

La sola cosa realmente progressiva in tutto l’universo è l’amore. Eppure, questa dimensione dell’essere che Dio ha fatto schiudere, sbocciare, e fiorire nel cuore dell’uomo perché sfidasse il tempo e l’eternità è quella che più spesso viene strappata quando è ancora in germoglio. Questa è forse la ragione per cui gli artisti rappresentano sempre l’amore come un piccolo Cupido che non diventa mai adulto. Armato di un semplice arco e di una freccia in un universo atomico, il povero angioletto ha ben poche possibilità di sopravvivenza. San Paolo ci dice che mentre la fede e la speranza in paradiso non avranno più ragion d’essere, l’amore, invece, rimarrà in eterno. Ma ciò che i mortali vorrebbero fosse eterno è proprio ciò che essi strozzano ancor prima che cominci a camminare.

Se un uomo proveniente dal pianeta Marte non avesse mai saputo del massimo evento della storia, ossia della nascita del divino amore nella persona di Cristo; probabilmente lui potrebbe, tuttavia, indovinare il resto di quella storia e predire la crocifissione. Gli basterebbe aver osservato come anche i più sublimi tra gli amori umani vengano disgiunti, rinnegati, mutilati, barattati e soffocati. Ma se l’amore è ciò che il cuore umano brama al di sopra di ogni altra cosa, perché non si sviluppa come amore? Questo dipende dal fatto che la maggior parte degli uomini vuole l’amore in forma di serpente e non di uccello: molte persone preferiscono l’amore che si trova sullo stesso piano della carne e non quello che con le proprie ali si innalza dalla polvere del suolo ai picchi montani per poi perdersi nel cielo. Vogliono cioè un amore che, come Cupido, non cresca mai, un amore immaturo e adolescenziale.

(Fulton Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

DIO NON PUÒ COSTRINGERE L’UOMO E VIOLARE LA SUA LIBERTÀ. L’AMORE CROCIFISSO: “Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio”

Dio non può violare la libertà dell’uomo, perché così facendo schiaccerebbe la libertà stessa che rende possibile l’amore. Perciò Dio, per conquistarci, si mette nell’atteggiamento di chi è incapace di distruggere la libertà. Viene a noi in una natura umana sulla croce. Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio. Può invitarci e richiamarci solo presentando l’immagine di ciò che il peccato ha fatto a Lui.

Cerca di commuoverci con la visione di un sacrificio per cui può dire: “Nessuno ha un amore più grande di questo” (Giovanni 15:13). Molto spesso la vista delle sofferenze che l’ubriachezza di un marito ha causato a una moglie lo fa desistere dalla sua abitudine; così anche Nostro Signore spera che la rivelazione di ciò che i nostri peccati hanno fatto a Lui ci porti al pentimento. La crocifissione non è stata un omicidio, ma un deicidio, il peggio che il peccato possa fare. La vista stessa della Sua sofferenza non è solo la misura della nostra colpa, ma è allo stesso tempo l’offerta del perdono.

Attraverso la Croce la nostra colpa si trasforma in dolore nel vedere le sue conseguenze – un dolore struggente e personale che tortura la nostra anima fino a farci gridare: “O Dio, sii misericordioso con me peccatore” (Lc 18,13). Da quella Croce l’Amore ha guardato in basso, perché per sua natura l’amore discende. I genitori amano i loro figli più di quanto i figli amino i loro genitori. Infatti, i figli non sanno quanto i loro genitori abbiano sofferto per loro finché non diventano essi stessi genitori. L’amore discende dalla Croce.

Siamo troppo stupidi per capire l’amore della Croce, perché siamo così estranei al sacrificio; non sappiamo cosa sia l’amore perché non abbiamo amato, ma solo desiderato. Poiché amiamo così poco, il Suo amore è misterioso per noi. Non abbiamo mai perdonato nessuno a un prezzo così alto come il Suo; non abbiamo mai amato nessuno a un prezzo così alto come Lui. La nostra mancanza di amore ha nascosto il Calvario. Solo quando inizieremo ad amare la Bontà capiremo quanto Dio sia stato buono a morire per noi.

Il peccato è colpa nostra! Che cosa faremo al riguardo? Il mondo lo spiegherà, il Signore lo perdonerà. Egli ha conferito questo potere di perdono alla sua Chiesa fino alla consumazione del mondo: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi” (Giovanni 20:23). Grazie a Dio, sono cattolico.

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country” 1941)

L’UNIONE CON LA FELICITÀ PERFETTA: OGNI PERSONA CERCA ARDENTEMENTE L’AMORE CHE È DIO!

L’unione con la felicità perfetta, che è Dio, non è qualcosa di estrinseco a noi, come una medaglia d’oro per uno studioso, ma è, piuttosto, intrinseca in noi come la fioritura nel fiore: senza di lei ci sentiamo incompleti e insoddisfatti. Effettivamente, l’ego ininterrottamente si strugge di questo amore divino: la sua insaziabile esigenza di felicità, le sue anticipazioni di piaceri estatici, il costante desiderio di un amore che non comporti la sazietà, il suo protendersi verso qualcosa che è oltre la sua portata, la sua tristezza inevitabile dopo aver conseguito ogni felicità che non si adegui all’infinito – tutti questi stati d’animo rappresentano un appello dell’anima alla congiunzione con Dio.

Come gli alberi della foresta si contorcono per superare gli altri alberi e arrivare ad assorbire la luce, così ogni essere cerca ardentemente l’amore che è Dio. E se questo amore dovesse sembrare contrario ai desideri di alcune persone, lo è solamente perché è contrario al loro egoismo radicale, ma non alla loro natura. Dio non ha dato all’essere tutto ciò di cui necessita per la felicità, ma si è trattenuto una cosa indispensabile: se stesso.

Qui appare un’importante analogia tra l’infelicità temporale qui sulla terra e l’infelicità eterna nell’inferno; in entrambi i casi l’anima è priva di qualcosa di vitale: Dio. Ed è proprio questo che provoca l’inferno: la mancanza di vita perfetta, di verità perfetta e di amore perfetto, ossia di Dio, che è essenziale alla nostra felicità, che è La nostra felicità. Dio trattiene qualcosa di essenziale all’uomo lontano dalla terra, non come punizione, ma come sprone. Il poeta George Herbert ci ha detto come Dio profondesse per l’uomo la ricchezza, la bellezza e il piacere, ma trattenesse se stesso:

“Perché se io dovessi (disse Egli) donare anche questo gioiello alle creature, l’uomo adorerebbe i Miei doni invece di Me, e si ristorerebbe nella natura, non già nel Dio della natura, e ci perderebbero entrambi. Che si tenga pure tutto il riposo ma lo tenga in dolente irrequietezza; sia ricco e inquieto, così che alla fine, se non lo guida la bontà, la stanchezza lo getti sul mio petto.”

Occorre uno sforzo per crescere in questo amore, poiché se l’arte della pittura si coltiva dipingendo, il parlare si acquista parlando e lo studio s’impara studiando, così l’amore s’impara amando. Occorre un notevole grado di ascetismo per bandire ogni pensiero disamorato e fare eventualmente di noi degli esseri amanti. È la volontà di amare, in definitiva, che ci rende tali.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

IL SEGRETO DELLA FELICITÀ: “Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore”

Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore. In questo amore, che è Dio, si perfeziona l’amore di sé, poiché in Lui amiamo anche il prossimo nostro come noi stessi e per la stessa ragione. Se dunque io odierò qualcuno, rivolgerò il mio odio verso una creatura che è stata fatta da Dio, e se amerò me stesso escludendo Dio dovrò constatare che in realtà non sto amando, bensì odiando me stesso perché non vivrei all’altezza del mio essere umano chiamato a essere figlio di Dio mediante il battesimo e la vita in Cristo.

L’amore a primo acchito potrebbe sembrare una vera contraddizione: come possiamo infatti amare noi stessi senza essere egoisti? E come amare gli altri senza perdere se stessi? La risposta è questa: amando noi stessi e il prossimo in Dio. È l’amore divino e solo l’amore divino a farci rettamente amare noi stessi e il prossimo. Infatti, Dio ci ha amati per primo nonostante fossimo peccatori. L’amore di sé evita l’egoismo mediante la ricerca dell’auto-perfezione, la quale si raggiunge amando Dio, e di conseguenza l’amore del prossimo evita il totalitarismo, ossia la perdita di se stessi mediante l’assorbimento nella massa, mediante l’amore del prossimo nella fraternità spirituale del Padre Nostro.

Quelle povere anime frustrate, rinchiuse entro la morsa della propria eccentricità, mantengono troppo indaffarati i loro piccoli cervelli egocentrici e troppo in ozio le loro mani e i loro piedi egoisti. Se cominciassero ad amare il loro prossimo per amore di Dio, si accorgerebbero presto di aspirare al loro proprio perfezionamento morale, che consiste non nella ricerca meschina della propria volontà, ma nel conformarsi alla volontà divina. Questa duplice legge, dell’amore di sé e dell’amore del prossimo in Dio, è il segreto della vita; per questo nostro Signore, subito dopo averci impartito la legge dell’amore di Dio e del prossimo, soggiunse: “Fa’ questo e vivrai” (Lc 10,28).

Dio non ha mai avuto l’intenzione di separare l’ “Io” e il “Tu”, né si può considerare in alcun modo Dio come un ostacolo al pieno godimento di se stessi, né, tantomeno, Lui si pone in competizione con noi nell’amore del nostro prossimo. Ma quando l’amore si fa trino, allora al centro dell’ “Io” e del “Tu” viene a prendere dimora Dio stesso, impedendo in tal modo che l’ “Io” diventi egotista e che il “Tu” si trasformi in un utensile o in uno volgare strumento di piacere. In un tale amore è lo stesso Dio che si mette, per così dire, “in pellegrinaggio” al nostro fianco. Ma se volessimo ricercare la ragione per cui occorrono tre elementi perché si realizzi l’amore, dovremmo volgere il nostro sguardo nel cuore stesso di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

LA RICERCA DELL’AMORE: IN CIELO NOI CATTUREREMO L’ETERNO AMORE! “È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno…Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri”

In ogni cuore c’è una lotta tra romanticismo e matrimonio, tra fidanzamento e unione, tra inseguimento e cattura. L’amore terreno che è soltanto ricerca è incompleto; l’amore che è soltanto conseguimento è inerte. L’amore che si limita al possesso assorbe e distrugge l’essere amato; quello che si limita al desiderio è una forza inutile che si estingue come una stella senza vita. Quando mancano la ricerca o la soddisfazione da soddisfare, si genera il mistero e, a volte, la pena dell’amore. Come semplice perseguimento, l’amore è la morte per fame; come sola soddisfazione è la morte per sazietà e per il suo stesso “troppo”.

Se l’amore non potesse elevarsi al di sopra della terra, oscillerebbe, come il pendolo di un orologio, tra inseguimento e cattura, cattura e inseguimento, all’infinito. Ma i nostri cuori aspirano a qualche cosa di più. Noi vogliamo sfuggire a questo stancante e incessante inseguimento: non desideriamo, in amore, emulare il cacciatore che si dà alla ricerca di una nuova preda solo perché ha già ucciso la vecchia. E il modo di sfuggire esiste.

Esso si trova in quel momento eterno che combina insieme la ricerca e il ritrovamento. In Cielo noi cattureremo l’Eterno Amore; ma a sondarne la profondità un inseguimento infinito non sarà sufficiente. È l’Amore nel quale finalmente ritroviamo e in pari tempo perdiamo noi stessi, e sarà eternamente uguale. Qui la tensione tra romanticismo e matrimonio si concilia in un eterno istante di gioia, un istante che per l’intensità della gioia spezzerebbe il cuore se quell’Amore non fosse vita.

Non aver sete sarebbe inumano, aver sempre sete sarebbe una sofferenza; ma bere e aver sete nello stesso eterno momento significa innalzarsi alla più alta beatitudine dell’Amore. Questo è l’Amore “di cui avvertiamo la mancanza in ogni altro amore, la Bellezza che fa apparire qualsiasi altra bellezza dolore… il non posseduto che rende vano il possesso”.

Per avvicinarci quanto più è possibile, con la nostra immaginazione, a una simile esperienza dobbiamo metterci a pensare al momento della più felice estasi della nostra vita e raffigurarcelo quindi eternato. Questa specie di amore sarebbe ineffabile e senza parole; non può esserci espressione adeguata alla sua estasi. Perciò l’Amore Divino viene chiamato Spirito Santo, Santo Anelito. (…)

Per comporre il perfetto amore servono non due ma tre personalità, sia nella carne (marito, moglie e figlio), sia nello spirito (amante, amata e amore), sia nella Divina Natura (Padre, Figlio e Spirito Santo). Il sesso è dualità, l’Amore è sempre uno e trino. È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno. Alcuni non lo immaginano neppure, perché non hanno mai aperto le imposte del loro cupo cuore per lasciarvi entrare la luce di Dio; altri sono stati privati della speranza da coloro che non possono pensare all’amore in altri termini che non siano quelli del contatto tra due scimmie; altri ancora se ne ritraggono, scioccamente timorosi di perdere, nelle fiamme dell’Amore Divino, la brace moribonda dei loro pervertiti desideri. Ma altri vedono che, come la lama argentea nelle acque di un lago è il riflesso della luna, così l’amore umano è solo il riflesso attenuato del Cuore Divino.

Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri. Alla donna accanto al pozzo, che aveva avuto cinque mariti e viveva con un tale al quale non era sposata, Nostro Signore disse: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” (Gv 4,13). Non ci sono pozzi umani tanto profondi da poter estinguere la sete insaziabile dell’anima umana. Ma questo desiderio può essere soddisfatto. “Ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,13-14). La religione nobilita l’amore, e coloro che tolgono Dio all’uomo pervertono la natura dell’uomo. Solo una religione divina può proteggere lo spirito dagli assalti della materia o impedire all’animale che è in noi di conquistare lo spirito, rendendo l’uomo più brutale del bruto.

Come la vita cambia significato quando noi vediamo l’amore della carne come un riflesso della Luce Eterna attraverso il prisma del tempo! Coloro che vorrebbero separare il suono umano da quello dell’arpa celeste non possono avere musica; coloro che credono che l’amore sia solo un anelito del corpo si accorgeranno ben presto che l’amore ha emesso il suo ultimo anelito e che essi hanno fatto un contratto con la morte. Ma coloro che vedono in ogni bellezza terrena una debole copia dello splendore divino, coloro che vedono nella fedeltà a ogni voto la prova che Dio ci ama nonostante non siamo degni di essere amati, coloro che, di fronte ai loro affanni, vedono che l’Amore di Dio andò a finire su una Croce, coloro che permettono al fiume della loro estasi di traboccare dai canali della preghiera e dell’adorazione, costoro impareranno, anche sulla terra, che l’Amore fu fatto carne e abitò tra noi. Così l’Amore diventa un’ascensione verso il giorno beato in cui le illimitate profondità delle anime nostre saranno colmate dal dono infinito, in un’eternità dove l’amore è l’eternità della vita e Dio è Amore.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

DIO CI AMA CON VERO AMORE E CI DONA CIÒ DI CUI ABBIAMO BISOGNO PER LA NOSTRA PERFEZIONE: “Sono troppi coloro che credono che Dio sia buono soltanto quando ci dona quello che desideriamo”

Sono troppi coloro che credono che Dio sia buono soltanto quando ci dona quello che desideriamo. Siamo, in altre parole, simili a quei figli che pensano che i loro genitori non li amino, perché non danno loro una pistola o perché li mandano a scuola. Per intendere la Divinità, dobbiamo fare una distinzione fra l’ottenere ciò che desideriamo e l’ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.

Ditemi: Dio è buono, quando soddisfa i nostri desideri, o quando noi soddisfiamo i Suoi?
Dio è buono, soltanto quando ci dona ciò che desideriamo, o è buono quando ci dona ciò di cui abbiamo bisogno anche se non lo desideriamo? Quando il figliuol prodigo lasciò la casa paterna, e disse: “dammi!”, considerò che suo padre era buono, perchè soddisfaceva i suoi desideri. Quando invece, tornò a casa, fatto molto più saggio dall’esperienza, domandò soltanto ciò di cui aveva bisogno, cioè l’amore del padre e disse: “fammi”.

Sul Calvario, il ladro che stava a sinistra di Cristo, giudicava la bontà di Lui, in base al potere che aveva di discendere dalla Croce. Ecco ciò che desiderava il ladro di sinistra. Il ladro di destra, invece, giudicava la bontà di Cristo Signore, in base al potere che aveva di portarlo in Paradiso. Ecco quello di cui aveva bisogno.

Le molte persone che seguivano il Nostro Redentore nel deserto non avevano bisogno di ricevere monete o pietre preziose dal Redentore, perché anche se le avessero ricevute, nessuno avrebbe detto che quelle bastavano. Il Redentore, invece, diede loro il pane, e ognuno dice la Scrittura: “fu saziato”. Mentre avrebbero desiderato monete e pietre preziose, esse, in realtà, avevano bisogno di pane.

La bontà di Dio consiste in questo: ci dona ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra perfezione, e non quello che desideriamo per il nostro piacere, che molto spesso diventa la nostra rovina.

Dio è come uno scultore: lavora di scalpello per togliere le nostre sporgenze e le nostre durezze di egoismo, affinchè la Sua immagine, che sta sotto, si riveli nella sua piena bellezza. Dio è come un musicista. Quando vede che nel violino della nostra personalità, le corde sono troppo allentate, le tira, anche facendole soffrire, allo scopo di far meglio emergere le nostre intime armonie.

Essendo il Supremo amante delle nostre anime, si prende cura del nostro agire, del nostro pensare e del nostro parlare. Qual padre non desidera gloriarsi del proprio figlio? Se qualche volta parla con severità al figlio, non è perche sia un tiranno; ma perché desidera che diventi un figliuolo degno.

Ecco la maniera esatta con cui la bontà di Dio si manifesta a noi. Dio ci ama di vero amore e quindi non è senza interesse nei nostri confronti. Come i vostri genitori desiderano che voi siate felici, così Dio desidera che voi siate felici. Dio ci creò non per la Sua felicità; ma per la nostra, e pretendere che Dio sia soddisfatto di lasciarci così come siamo, è pretendere che Dio smetta di amarci.

Dio non ci lascerebbe soffrire un dolore, un insuccesso, una triste esperienza, se non volesse con quella maniera aiutarci ad essere perfetti. Se non ha risparmiato il proprio Figlio in Croce, per la redenzione del mondo, potete essere sicuri che non risparmierà i vostri desideri, affinchè voi possiate essere ciò di cui avete bisogno: felici e perfetti figlioli di un padre amoroso.

Può anche permettere che noi facciamo la guerra, come risultato del nostro egoismo, affinché possiamo convincerci una buona volta, che non c’è pace, eccetto che nella Bontà e nella Verità.

(Fulton J. Sheen, da “Vi presento la Religione”)

Quello che lo zelo è per la religione, la fedeltà e la fecondità lo sono per il matrimonio, ossia la devozione verso la persona cara e la proiezione di quell’amore nella famiglia…“Non ama chi non ama per sempre”

Lo zelo non è soltanto un influsso positivo, come quando la religiosità si trasforma in apostolato, ma si traduce anche in un senso negativo, o meglio, non soltanto attraverso una forza attraente ma anche attraverso una spinta repellente, ossia nel rifiuto di tutto quello che è contrario alla volontà di Dio. Quando Nostro Signore, entrato nel Tempio di Gerusalemme, lo trovò profanato dalla presenza dei mercanti fece con una corda una frusta e scacciò tutti costoro, a testimonianza della Scrittura: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà” (Gv 2,17).

Dal volatile che difende il nido dei suoi nati al martire che muore per la fede, vediamo l’amore traboccare di zelo nel suo senso migliore. Ma anche il malvagio può essere zelante per quei mali che ama, sia che si tratti dell’avaro per il suo oro, o dell’adultera per il suo complice, o del comunista per la rivoluzione mondiale. Le cose che siamo pronti a difendere a costo di spendere tutta la nostra energia, o a dare la vita pur di conservarle, sono l’esatta misura del nostro zelo!

Bisogna persuadersi perciò che il movente di tutti i nostri atti è l’amore. Gli argomenti di cui parliamo, le persone che odiamo, gli ideali che perseguiamo, i fatti che ci contrariano, sono altrettante espressioni di quanto abbiamo nei nostri cuori. Pochi si rendono conto della misura in cui rivelano la loro personalità svelando ciò che più amano: “La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda” (Mt 12,34), e se amiamo ciò che non dovremmo, tutta la nostra vita ne risulterà falsata. (…)

Quello che lo zelo è per la religione, la fedeltà e la fecondità lo sono per il matrimonio, ossia la devozione verso la persona cara e la proiezione di quell’amore nella famiglia. Una tale fedeltà non sorge dall’abitudine, che è affine alle necessità organiche ed economiche, ma è invece un’affermazione del significato assoluto che una data persona ha per la nostra vita. Questo genere di zelo non solo sommerge tutti quei desideri biologici a esso estranei, ma è anche basato sulla consapevolezza che l’altra persona è quella che Dio ha scelta per noi “nella buona o nella cattiva sorte, nella ricchezza o nella povertà, finché morte non ci separi”. Bene scrisse perciò Euripide quando disse: “Non ama chi non ama per sempre”. (…)

Lo zelo si manifesta spiritualmente nel condurre altre anime a Dio, e fisicamente nella procreazione di altri figli a Dio. La fecondità è il naturale effetto dell’amore tra l’albero e la terra, tra il missionario e il pagano, tra il marito e la moglie: l’amore non prospera nella moderazione. Lo zelo è generosità. L’amore che misura i sacrifici da compiere per gli altri tarpa le proprie aspirazioni.

Nostro Signore disse che l’amore zelante aveva due caratteristiche: la prima è il perdono, la seconda consiste nel non conoscere limiti. È perdono perché sa che il perdono di Dio verso di noi è subordinato al nostro perdono verso gli altri, per tale ragione l’amore, quello vero, non inforca le lenti d’ingrandimento quando osserva gli errori altrui. La vita coniugale ha un bisogno vitale di questo zelo sotto la forma della tolleranza, il che non significa che di fronte a ogni contrarietà si debbano stringere i denti o che si debba coltivare l’indifferenza. Si tratta piuttosto di un’azione positiva e costruttrice, che introduce l’amore dove non c’è. Una tale specie di zelo ci fa sentire sottoposti a un obbligo ben più squisito e più divino del semplice contratto matrimoniale.

Lo zelo non conosce limiti, non dice mai “basta”. Nostro Signore disse che i suoi seguaci, dopo aver fatto quanto dovevano, dovevano ancora considerarsi “servi inutili”. Abbattendo ogni limitazione dell’amore, Gesù affermò: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,39-41).

Nel servizio di Dio e nel matrimonio occorre quindi una generosità che superi di gran lunga i limiti della giustizia. Il vicino di casa che offre di venire ad aiutare per un’ora e ci rimarrà per due, il medico che oltre alle visite professionali “si fermerà un momento a vedere come state”, il marito e la moglie che gareggeranno in amore reciproco, tutti avranno compreso quello che è uno degli effetti più belli dell’amore: lo zelo, che tutti rende folli l’uno dell’altro. Non per nulla San Paolo dice che per Cristo siamo diventati dei folli! (Cfr. 1Cor 4,10).

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)