Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

CONFESSIONE E PENITENZA DEI PECCATI: “Pochi colgono la differenza tra essere perdonati ed espiare i peccati che sono stati perdonati” CHE COS’È L’INDULGENZA E COME FUNZIONA? “La Chiesa è un banchiere spirituale”

La soddisfazione dei peccati, che talvolta è chiamata «penitenza», è distinta dal dolore per i peccati. Pochi colgono la differenza tra essere perdonati ed espiare i peccati che sono stati perdonati.

Supponiamo che io rubi la tua borsa nel corso di una conversazione e poi dica a me stesso: «Ho scandalizzato questa persona. Sono considerato uno che promuove la giustizia e l’amore di Dio, ed ecco che ho violato la sua legge di giustizia, impugnato la sua misericordia e l’ho inchiodato alla croce rubando la borsa». Così, ti chiedo: «Mi perdonerai?», e nella tua gentilezza mi risponderai certamente: «Ti perdono». Ma dirai anche qualcos’altro, no? Non dirai forse: «Restituiscimi la borsa»? Potrei affermare di essere davvero dispiaciuto senza ridarti indietro la borsa?

Ci deve essere sempre la soddisfazione per il peccato, poiché ogni peccato disturba l’ordine divino. Il peccato sconvolge un equilibrio. Non ha senso dire: «Non piangere sul latte versato», solo perché ci è accaduto di versare il latte di qualcun altro. Se non possiamo recuperare il latte sparso, possiamo almeno ripagare la bottiglia o comprare altro latte. Alla fine della confessione, il sacerdote impone al penitente la cosiddetta «penitenza», un certo numero di preghiere o un digiuno o un’elemosina o qualche mortificazione o una Via Crucis o un Rosario. Tutte queste cose servono a «riparare» per il peccato e a provare che il dolore era sincero. È quello che i cattolici chiamano «recitare la mia penitenza» o «fare la mia penitenza».

Dio non ci chiede di compiere un’esatta riparazione per i nostri peccati, ma di farla in maniera proporzionale. È per questo che il sacramento della Penitenza non è tanto un rigido tribunale di giustizia quanto una riconciliazione tra amici. Il sacerdote che rappresenta Cristo non è un giudice che sentenzia la prigione al criminale. Il penitente non è un nemico. È un amico riconciliato e la riparazione, la penitenza o soddisfazione, è un’opera di amicizia tra membri del Corpo Mistico di Cristo.

Le penitenze che si danno al termine della confessione generalmente sono lievi. Alcuni dicono che sono troppo lievi. Ma non dobbiamo dimenticare le indulgenze. Per comprenderle dobbiamo richiamare alla mente che siamo membri del Corpo mistico di Cristo. Quando facciamo il male o commettiamo il peccato, noi in qualche modo colpiamo ogni membro della Chiesa. Questo avviene anche nei nostri peccati più nascosti. È evidente nel furto, nell’omicidio, nell’adulterio; ma lo facciamo anche nei peccati solitari, nei pensieri malvagi. Come? Diminuendo in qualche modo il livello di carità e di amore all’interno del Corpo mistico. Come un fastidio agli occhi intacca l’intero organismo e ci ferisce ovunque, così se amo di meno Cristo, danneggio il benessere spirituale della Chiesa.

Ma dal momento che io posso ferire la Chiesa con il mio peccato, posso anche essere aiutato dalla Chiesa quando sono in difetto. San Paolo applica al Corpo mistico la lezione del corpo fisico: «le varie membra [hanno] cura le une delle altre» (1 Cor 12, 25). La religione non è individuale, è sociale; è organica. Guardando all’ordine naturale, vediamo quanti benefici ricevo dal mio prossimo. Ci sono milioni di modi nei quali gli altri sono indulgenti verso di me. Io non allevo la mucca che fornisce il materiale per le mie scarpe. Non allevo il pollo che mangio a cena – ma questo è un esempio inappropriato: a me non piace il pollo! Diciamo piuttosto: il pollo che tu mangi. L’opera o il lavoro di qualcuno ti concedono questo lusso.

Possiamo dire che siamo circondati da «indulgenze» sociali, perché condividiamo i meriti, i talenti, le arti, le capacità, le scienze, le tecniche, il ricamo e il genio della società. Ora nella compagnia del popolo di Cristo, il suo Corpo mistico, è possibile aver parte ai meriti e alle buone opere, alle preghiere, ai sacrifici, alle abnegazioni e al martirio degli altri. Se c’è un’«indulgenza» economica che mi permette di viaggiare su un aereo che qualcun altro ha costruito, perché non dovrebbe esserci anche un’indulgenza spirituale, così che io possa essere condotto a Cristo più rapidamente grazie alla generosità di alcuni membri del Corpo mistico?

Torniamo ora alla distinzione tra perdono della colpa e soddisfazione per la colpa. Ogni peccato ha anche un castigo eterno o temporale. Benché i nostri peccati siano stati perdonati, resta ancora una riparazione da compiere nel tempo, oppure in purgatorio, sempre che moriamo in stato di grazia. Un’indulgenza non si riferisce al peccato, ma alla pena temporale. Prima di poter applicare l’indulgenza, ci deve essere stato il perdono della colpa.

Di fatto, ci sono diversi modi di compensare il castigo dovuto dopo che la colpa è stata perdonata. Tre di essi sono personali, uno è sociale: 1) recitare o compiere la penitenza data in confessionale; 2) ogni atto di mortificazione liberamente praticato nella vita, come aiutare i poveri e le missioni, digiunare o altri atti di abnegazione; 3) la paziente imitazione delle sofferenze di Nostro Signore sulla croce sopportando le prove della vita; 4) il rimedio sociale dell’applicazione dei meriti sovrabbondanti del Corpo mistico alle nostre anime.

Come dipendiamo dalla società intellettuale per riparare alla nostra ignoranza, così dipendiamo dalla società spirituale per riparare alla nostra rovina interiore. Si potrebbe chiedere dove la Chiesa attinga il potere di rimettere la pena temporale dovuta al peccato. Ebbene, la Chiesa si trova a essere ricchissima spiritualmente, proprio come alcuni uomini sono ricchissimi finanziariamente.

In un villaggio viveva un ricco banchiere che creò un fondo fiduciario in una banca; pregò tutti i malati, gli infermi, i disoccupati di attingere a quella riserva. Il banchiere disse loro: «Non abbiate paura che il fondo si esaurisca, perché sono abbastanza ricco da occuparmi di ciascuno di voi». Se il banchiere ha pagato parte del conto ospedaliero, ci sarebbe stata un’indulgenza parziale del debito dei malati; se avesse pagato tutto il conto, ci sarebbe stata un’indulgenza plenaria delle loro spese e costi.

La Chiesa è un banchiere spirituale. Possiede tutti i meriti della passione di Nostro Signore e della Beata Madre, i meriti dei martiri, dei santi, dei confessori e la paziente sopportazione al tempo presente; tutti questi meriti sono molto più grandi di quelli necessari alla salvezza di queste persone buone e sante. La Chiesa prende questo surplus, lo mette nel suo tesoro e invita tutti i deboli e i feriti che non possono pagare i debiti contratti dai loro peccati ad attingere a queste riserve.

La Chiesa impone certi requisiti per servirsi di questo tesoro, come il banchiere. Quanti ne fanno uso devono essere meritevoli, devono essere in stato di grazia, adempiere certe condizioni, per esempio, una preghiera, un pellegrinaggio, o altre mille piccole pratiche. Quando il debito del castigo temporale dovuto al peccato è liquidato solo in parte da un’indulgenza, si parla di indulgenza parziale. Ma se vengono pagati tutti i debiti del castigo temporale, adempiendo certe condizioni, si parla di indulgenza plenaria.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

CLICCARE SUL LINK PER ACQUISTARE IL LIBRO: https://www.edizioniares.it/it/prodotti/spiritualita/i-7-sacramenti

SENZA IL DOLORE DEL PECCATO NON È CONCESSO IL PERDONO: “Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati nel sacramento, sempre che ci sia sufficiente dolore dello spirito, o contrizione, vale a dire odio del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più”

Gli altri sacramenti richiedono che il soggetto abbia le disposizioni convenienti, ma queste non costituiscono la materia del sacramento. Nella penitenza, il dolore non è solo una condizione, bensì la materia stessa; poiché senza il dolore del peccato, non è concesso il perdono. Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati nel sacramento, sempre che ci sia sufficiente dolore dello spirito, o contrizione, vale a dire odio del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più.

La parola contrizione è tratta da un termine latino che significa «macinare» o «polverizzare»; in senso ampio significa avere il cuore affranto. La contrizione è un dolore della mente, non uno sfogo emotivo o un rimorso psicologico. Il figliol prodigo è passato attraverso molti stadi emotivi di rimorso, specialmente quando nutriva i porci o realizzava quanto stessero meglio i servi in casa di suo padre. Ma il vero dolore non è arrivato fino a che non gli entrò nell’anima la risoluzione: «Mi alzerò, andrò da mio padre» (Lc 15, 18). Qualche volta si dice che tutto ciò che un cattolico deve fare è andare a confessarsi e ammettere i propri peccati, e tornerà bianco come la neve per poi tornare a commettere lo stesso peccato. Questa è una caricatura del sacramento, in cui non c’è volontà di emendarsi né dolore. I peccati di un tale penitente non sono perdonati.

Il dolore dei peccati include necessariamente la risoluzione di non peccare più; non è solo un desiderio privo di risvolti pratici. Una parte dell’atto di contrizione contiene questo proposito: «E io sono fermamente risoluto, con l’aiuto della tua grazia, a confessare i miei peccati, fare penitenza ed emendare la mia vita. Amen». Significa che qui e ora prendiamo la decisione di non peccare; decidiamo di prendere tutti i mezzi necessari per evitare il peccato in futuro, come la preghiera e la fuga dalle occasioni. L’assoluzione non sarà efficace se nel dolore non c’è anche questo elemento chiave, la volontà di emendarsi. Ciò non implica la certezza assoluta che nessuno peccherà ancora, perché questo sarebbe presunzione. Ci sono due modi per verificare la saldezza di un proposito: uno è riparare il peccato il più presto possibile; per esempio, se uno è colpevole di sarcasmo contro il prossimo, va a chiedergli perdono oppure, se ha rubato, restituisce il maltolto. Il secondo modo è evitare le occasioni di peccato, come cattive letture, cattive compagnie, gozzoviglie e ogni azione che in precedenza ci ha condotti al peccato.

Ci sono due tipi di contrizione: perfetta e imperfetta. Entrambe sono incluse nell’atto di contrizione che il penitente recita in confessionale: «E io detesto tutti i miei peccati perché temo la perdita del Cielo e le pene dell’inferno» (dolore imperfetto); «ma più di tutto perché essi offendono te, mio Dio, che sei infinitamente buono e degno di tutto il mio amore» (dolore perfetto). Due tipi di timore sono alla base della distinzione tra i due tipi di contrizione o dolore: uno è il timore servile, l’altro è il timore filiale. Un timore servile è la paura della punizione giustamente riservataci dal padrone cui abbiamo disobbedito. Il timore filiale è quello che un figlio devoto prova per l’amato padre; vale a dire il timore di offenderlo. Applicando ciò alla contrizione, il timore servile ci porta verso Dio mossi dalla paura del castigo per i peccati, cioè dell’inferno. Il timore filiale è la paura di essere separati da Dio, o di offendere colui che amiamo.

Immaginiamo due gemelli che hanno disobbedito alla madre esattamente nello stesso modo. Uno dei due corre dalla mamma e le dice: «Oh, mamma, mi dispiace di aver disobbedito. Adesso non posso andare al picnic, vero?». L’altro getta le braccia al collo della madre e piange: «Non ti offenderò più». Il primo ha una contrizione imperfetta, il secondo una contrizione perfetta. Quale genere di contrizione, perfetta o imperfetta, è sufficiente per la Confessione sacramentale? La contrizione imperfetta è sufficiente, benché a nostro avviso la maggior parte dei penitenti non prova dolore tanto per il castigo riservato da Dio ai loro peccati, ma un profondo dispiacere per aver crocifisso di nuovo Cristo nel proprio cuore. Supponiamo, tuttavia, che una persona sia in stato di peccato mortale e non possa andare a confessarsi; per esempio, un soldato cui viene ordinato di combattere. Il dolore imperfetto sarebbe sufficiente per il perdono dei peccati? No, ma la contrizione perfetta lo sarebbe, se egli fosse risoluto a confessarsi appena possibile.

L’atteggiamento consueto dei penitenti consiste nel fare un’equazione personale tra i propri peccati e la crocifissione. Ciascuno dovrebbe dire nel suo cuore, accostandosi al sacramento della confessione: «Se io fossi stato meno orgoglioso, la corona di spine sarebbe stata meno dolorosa. Se fossi stato meno avaro e avido, le sue mani sarebbero state trafitte meno dai chiodi. Se fossi stato meno sensuale, la sua carne non avrebbe penzolato da lui come un cencio rosso. Se non avessi vagabondato come una pecora smarrita, nel mio egoismo perverso, i suoi piedi sarebbero stati meno dilaniati dai chiodi. Non solo mi dispiace di aver violato una legge: sono addolorato per aver ferito colui che è morto d’amore per me».

Nostro Signore doveva morire sulla croce prima che si potesse cogliere l’abisso del peccato. Noi non vediamo l’orrore del peccato nei crimini presentati dalla stampa, né nelle grandi crisi della storia, né nelle violenze di massa dei persecutori. Noi vediamo cos’è il male solo quando vediamo la divinità inchiodata alla croce. Se qualcuno di noi dice nel suo cuore: «Io non sono così cattivo come quelli che lo hanno crocifisso», dimenticherebbe che non sono stati loro a crocifiggere Nostro Signore; è stato il peccato. Essi erano i nostri rappresentanti, i nostri ambasciatori, quel giorno alla corte di satana. Noi li abbiamo rafforzati con il diritto di crocifiggere. Uno sguardo al crocifisso, allora, è una duplice rivelazione! Rivelazione dell’orrore del peccato e dell’amore di Dio.

La peggior cosa che il peccato può provocare non è uccidere bambini o bombardare città nella guerra nucleare; la peggiore è crocifiggere l’Amore divino. E la cosa più bella che l’Amore ha potuto fare, al momento della crocifissione, è stato estendere fino a noi il perdono nella preghiera sacerdotale al suo Padre celeste: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 33). Nella contrizione perfetta veniamo terribilmente colpiti dalla resistenza infinita di Nostro Signore nel sopportare il peggio che il maligno poteva infliggere e, tuttavia, perdonare i propri nemici. Di certo egli non ci insegna a essere indifferenti al peccato, poiché ne ha preso su di sé tutte le conseguenze. Ha pagato per esso, ma d’altro canto la misericordia era insieme alla giustizia. Ha offerto il perdono nella speranza che ci saremmo pentiti per gratitudine verso di lui che ha espiato il debito causato dalla nostra colpa.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17)

Le prediche sulle fiamme dell’inferno suscitano la paura, ma se lo Spirito Santo non è con il predicatore sarà una paura servile, non filiale. Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17).

Ebbene, che cosa fa nelle anime questa spada dello Spirito?

Intensifica il conflitto tra il corpo e l’anima, tra lo spirito del mondo e lo spirito di Cristo. “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12).

I peccatori si liberano nella contrizione per mezzo dello Spirito; scorgono la guerra civile che si combatte nella loro anima mediante lo Spirito; lo Spirito rivela loro i peccati più reconditi, che speravano nessuno avrebbe mai scoperto; lo Spirito mostra che l’uomo è una creatura caduta, bisognosa di aiuto dall’alto. Lo Spirito farà sì che gli atei si ricredano del loro scetticismo.

Nessun male si può crocifiggere prima che sia stato riconosciuto, diagnosticato e messo in luce. L’«io» si camuffa in tante e così diverse maniere che solo lo Spirito può costringerlo a rivelare il suo vero carattere peccaminoso.

Un Sacerdote in possesso dello Spirito di Cristo porterà un peccatore alla confessione laddove un Sacerdote che ne sia privo fallirebbe. Rimproverare un peccatore nel confessionale può voler dire allontanarlo per sempre, mentre sollevandolo nello Spirito di Cristo si farà di lui un vero penitente. Anche un Sacerdote poco dotato di eloquenza può, per mezzo dello Spirito di Cristo, dare alle sue parole un’efficacia che va oltre la sua scarsa oratoria.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

La grande tragedia della vita non è tanto ciò che gli uomini hanno sofferto, ma ciò che hanno perso.

La grande tragedia della vita non è tanto ciò che gli uomini hanno sofferto, ma ciò che hanno perso. E quale tragedia maggiore c’è che perdere la pace del peccato perdonato? Non c’è un uomo vivente che, se lo desiderasse, non potrebbe godere del Cibo e della Bevanda spirituale che Dio serve a tutti coloro che lo chiedono.

(Beato Fulton J. Sheen)

La Santità è una stabilizzazione nell’Amore di Dio.

95258996_537444820259238_7780477760878673920_o

La passione d’amore non si soddisfa col semplice possesso, ma aspira perfino ad assimilare l’altro essere. Forse non c’è donna al mondo che tenendo in braccio il suo bambino non abbia detto qualche volta: «Quanto è caro! Lo mangerei».

Si cela in queste parole il mistero di quella assimilazione che raggiunge il suo vertice nel Sacramento della Santa Comunione, in cui Gesù, Dio Incarnato, soddisfa il nostro desiderio di adesione completa con la sua Divinità e Umanità, sotto le specie e l’apparenza del pane.

Se l’amore non implicasse l’unione, non si potrebbe spiegare psicologicamente come il male fisico o l’affronto arrecato ai nostri cari possa essere sentito come arrecato a noi stessi.

Nell’ordine soprannaturale, un tale amore diviene un’unione che s’identifica con la stabilizzazione. La Santità è una stabilizzazione nell’Amore di Dio.

(Beato Fulton J. Sheen da “Tre per sposarsi”.)

Il Sacramento della Confessione è una Resurrezione, una specie di secondo Battesimo.

94688575_534724820531238_8294525981171908608_n

Dio, nella Sua grande Misericordia, ha istituito il Sacramento della Riconciliazione-Confessione, mediante il quale i peccati compiuti dopo il Battesimo, possono essere perdonati.

Nessun essere umano avrebbe mai pensato a questo Sacramento come a qualcosa di paragonabile ad una Resurrezione: in effetti, noi risorgiamo dopo essere morti.

Si tratta di un viaggio di ritorno a Dio.

Ci permette di sbarazzarci delle infezioni prima che queste diventino malattie croniche.

Il Sacramento della Riconciliazione è l’afflusso, il concentramento della Misericordia di Dio, un’opportunità per l’accrescimento della Grazia del Calvario.

Esso è una medicina per l’anima, la guarigione per le nostre ferite, un ritorno a casa, il disfacimento del passato; la possibilità di ricominciare una nuova e rigogliosa vita, un altro bagno, una specie di secondo Battesimo.

(Beato Fulton J. Sheen)

Questo vuol dire essere Cattolici: essere eternamente inquieti ed eternamente in pace! Più profonda è la nostra Fede, più acuta la nostra impazienza di conoscere la pienezza della Luce!

95845030_539629610040759_3931018330046988288_o

“Nel mondo avrete tribolazioni; ma confidate in Me, Io ho vinto il mondo” (Giovanni 16,33)

In un certo senso si può rispondere con un paradosso: Cattolico è colui che risente nello stesso momento ciò che può sembrare una contraddizione: inquietudine e pace. Prima l’inquietudine che non è, naturalmente, la falsa inquietudine di coloro che non hanno ancora trovato Dio o che, avendolo trovato, lo hanno riperduto attraverso il peccato. La nostra inquietudine ha una doppia origine: la sublimità dell’ideale e la tensione che ha l’anima e il corpo.

Richiede molto sforzo domare i nostri più bassi istinti tanto da poter mettere in pratica le parole di San Paolo: “I seguaci di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze”.

Abbiamo una tentazione da respingere; abbiamo paura che le Sue Mani ferite tocchino le nostre e vi lascino un’impronta di sangue…

È un fatto psicologico che più noi serviamo il Corpo Mistico di Cristo, maggiore è lo scontento di noi stessi; più ci avviciniamo a Lui, più ci convinciamo di non saper far niente…

Più ci allontaniamo dall’ideale Divino più vantiamo le nostre perfezioni, ma maggiormente ci avviciniamo a Cristo e più distinguiamo le nostre imperfezioni. Questo è il nostro tormento. Nessuno si sente sicuro della propria innocenza di fronte alla Purezza Assoluta, ma tutti chiedono con gli apostoli: “Sono io Signore? Sono io?”.

L’inquietudine e l’irrequietezza hanno una seconda origine nel tremendo contrasto tra anima e corpo, o meglio, nell’insufficienza del corpo a seguire l’anima. Quali uccelli in gabbia abbiamo a volte momenti di grande aspirazione alla vicinanza di Dio, specialmente dopo il Sacramento della Comunione Eucaristica, ma ben presto il nostro corpo ci butta a terra e limita, imprigiona, costringe l’anima.

La parte migliore della poesia romantica è pianto e lamento. Di fronte alla bellezza terrestre il cuore soffre della sua deficienza. Se coloro che amano sulla terra sentono la loro impossibilità ad esprimersi, che cosa sentirà l’anima umana di fronte al “Suo, tra tanti amori che noi sentiamo incompleti?”. E tra uguali può esserci giustizia ma non amore; la identica parità fra i sessi è fatale: il vero dell’amore non sta nell’uguaglianza, ma nell’inferiorità di colui che ama e nella superiorità dell’amato. Chi ama è spinto a inginocchiarsi e chi è amato ad essere messo sul piedistallo, e ogni amante lamenta la sua indegnità.

Eleviamo questo esperimento psicologico all’Infinito Amore, nel momento della maggiore intimità, quando, nel Sacramento della Comunione, riceviamo il Signore dell’Amore e della Vita. È ben giusto che la Chiesa metta allora sulle nostre labbra queste parole: “Oh! Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto”. Niente di quanto possiamo dire della nostra anima al Divino Visitatore sembra convogliare il nostro amore. Unito al nostro desiderio insaziabile di maggior amore, sta un senso struggente della nostra adolescenza di fronte all’Eterno. Noi sappiamo di offrire erbacce, quando vorremmo donare rose, sentiamo di essere cenere mentre dovremmo essere carboni ardenti, tendiamo braccia che non raggiungono lo Spirito, mentre dovremmo avere ali per volare all’Eterno. E sopra tutto questo, la tremenda sensazione di non amare abbastanza, di essere morti, freddi, distratti, quando niente ci può rendere soddisfatti se non appartenere all’amato come tralci alla Vite.

Più profonda è la nostra Fede, più acuta la nostra impazienza di conoscere la pienezza della Luce; più viva la speranza, più appassionato il nostro desiderio di essere posseduti; più ardente l’amore, più intenso il desiderio di strappare i veli della carne, che dobbiamo perdere e che ci nascondono, per ora, la Bellezza del Volto che “Lascia ogni altra bellezza oscurata”.

In breve, la nostra inquietudine è quella dell’innamorato che è ancora separato dall’amata. La nostra Anima è quella per la quale Sant’Agostino scrive: “I nostri cuori sono fatti per Te, Signore, e saranno inquieti finché non riposeranno in Te”.

Unita a questa pena, che viene dalla nostra indegnità, sta una pace ineffabile e una gioia indescrivibile. C’è la gioia dell’intelletto di conoscere la Verità di Cristo, continuata attraverso il Suo Corpo Mistico, la Chiesa…

E non c’è solo pace dell’intelletto, c’è anche gioia per il cuore attraverso l’amore del Cuore di Gesù.

Il vero innamorato di Dio non si trattiene dal peccare solo per timore di mancare ad un comandamento, ma perché rifugge dal ferire Cristo-Amore. L’amore ha due necessità: vuol piacere, obbedire, essere in armonia con Dio.
L’amore di Dio fa cambiare tutti i punti di vista del mondo: ci accorgiamo di amare tutti in Lui, perché tutti sono fatti da Lui e per Lui; se il Signore li ama, anch’io li amerò.

Nel dolore la fede ci ricorda che noi siamo nati da una tragedia: la disfatta del Venerdì Santo. Il Crocefisso sulle pareti delle nostre case, sugli altari, ci rammenta la bontà di Dio che, raccogliendo tutti i mali del mondo e offrendoli in Alto, ha vinto il male. Sappiamo che Nostro Signore Gesù non ci disse mai che saremmo stati senza tentazioni, ma affermò che non sarebbero mai state superiori alle nostre forze. Per questo difficilmente vengono stroncati coloro che nel dolore, nelle crisi della vita sono sostenuti da Cristo-Amore.

C’è gioia nell’animo di un credente, anche quando il corpo soffre; ma non c’è mai dolore del corpo che possa affliggere l’animo. Questo vuol dire essere Cattolici: essere eternamente inquieti ed eternamente in pace.

Non c’è contraddizione perché la nostra ansia e la nostra serenità si fondano dolcemente nell’ amore. Siamo inquieti perché non possediamo completamente il Signore; siamo sereni in proporzione di quanto facciamo per essere a Lui uniti. La comune sorgente è l’amore. Perché amiamo l’Infinito, noi ci divincoliamo al guinzaglio del finito; se Egli tocca le estremità delle nostre dita siamo rapiti da un’estasi celeste, perché sappiamo che un giorno Egli ci prenderà la mano. Siamo inquieti perché amiamo troppo poco; siamo in pace perché c’è tanto da amare. Siamo invidiati per la nostra pace felice; siamo disprezzati perché il suo prezzo è la Croce…

La prossima volta che vorrete sapere che cosa significa essere in pace, non chiedetelo a coloro che spargono bugie sul nostro conto; chiedetelo ad uno di coloro che, ogni mattina nella Messa, riceve nel suo cuore, il Cristo che è nostra Verità, nostra Pace, nostra Gioia.

(Beato Fulton J. Sheen, da “The Rock Plunged Into Eternity – Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 12 Febbraio 1950”)

“L’anima forma la vita del corpo; Cristo è la Vita dell’anima. Come la vita del corpo è collegata con il sangue, così la Chiesa, il Corpo Mistico ha Vita se unito a Cristo nell’Eucaristia”

95258996_537444820259238_7780477760878673920_o

L’anima forma la vita del corpo; Cristo è la Vita dell’anima. Come la vita del corpo è collegata con il sangue, così la Chiesa, il Corpo Mistico ha Vita se unito a Cristo nell’Eucaristia.

Questa è la base dell’unità della Chiesa.

La balaustra dove si va a ricevere l’Eucaristia è perciò l’istituzione più democratica che ci sia mai stata nella storia. Chiunque vada a ricevere il Corpo e il Sangue del Signore Gesù Cristo, sente fluire nelle sue vene la stessa Vita Divina che fluisce nelle mie. La Vita di Cristo che si agita in me, è la stessa Vita che pulsa nelle altre membra del Corpo Mistico di Cristo; perciò ognuno di essi è mio fratello e mia sorella in Cristo. Comunione vuol dire “Comune Unione”, comunità. Ecco i frutti meravigliosi della nostra Fede.

E poiché la sorgente di questa Vita del Corpo Mistico è Cristo stesso, esso ha necessariamente una Vita Immortale perciò quelli che sospirano la scomparsa della Chiesa, dovrebbero guardar meglio il quotidiano spegnersi delle stelle all’apparir dell’alba. Gesù non scherzava quando disse a Pietro: “Le forze dell’inferno non prevarranno contro la Mia Chiesa”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “The Rock Plunged Into Eternity – Ancore sull’abisso, Radiomessaggio del 5 Febbraio 1950”)