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L’UNIONE CON LA FELICITÀ PERFETTA: OGNI PERSONA CERCA ARDENTEMENTE L’AMORE CHE È DIO!

L’unione con la felicità perfetta, che è Dio, non è qualcosa di estrinseco a noi, come una medaglia d’oro per uno studioso, ma è, piuttosto, intrinseca in noi come la fioritura nel fiore: senza di lei ci sentiamo incompleti e insoddisfatti. Effettivamente, l’ego ininterrottamente si strugge di questo amore divino: la sua insaziabile esigenza di felicità, le sue anticipazioni di piaceri estatici, il costante desiderio di un amore che non comporti la sazietà, il suo protendersi verso qualcosa che è oltre la sua portata, la sua tristezza inevitabile dopo aver conseguito ogni felicità che non si adegui all’infinito – tutti questi stati d’animo rappresentano un appello dell’anima alla congiunzione con Dio.

Come gli alberi della foresta si contorcono per superare gli altri alberi e arrivare ad assorbire la luce, così ogni essere cerca ardentemente l’amore che è Dio. E se questo amore dovesse sembrare contrario ai desideri di alcune persone, lo è solamente perché è contrario al loro egoismo radicale, ma non alla loro natura. Dio non ha dato all’essere tutto ciò di cui necessita per la felicità, ma si è trattenuto una cosa indispensabile: se stesso.

Qui appare un’importante analogia tra l’infelicità temporale qui sulla terra e l’infelicità eterna nell’inferno; in entrambi i casi l’anima è priva di qualcosa di vitale: Dio. Ed è proprio questo che provoca l’inferno: la mancanza di vita perfetta, di verità perfetta e di amore perfetto, ossia di Dio, che è essenziale alla nostra felicità, che è La nostra felicità. Dio trattiene qualcosa di essenziale all’uomo lontano dalla terra, non come punizione, ma come sprone. Il poeta George Herbert ci ha detto come Dio profondesse per l’uomo la ricchezza, la bellezza e il piacere, ma trattenesse se stesso:

“Perché se io dovessi (disse Egli) donare anche questo gioiello alle creature, l’uomo adorerebbe i Miei doni invece di Me, e si ristorerebbe nella natura, non già nel Dio della natura, e ci perderebbero entrambi. Che si tenga pure tutto il riposo ma lo tenga in dolente irrequietezza; sia ricco e inquieto, così che alla fine, se non lo guida la bontà, la stanchezza lo getti sul mio petto.”

Occorre uno sforzo per crescere in questo amore, poiché se l’arte della pittura si coltiva dipingendo, il parlare si acquista parlando e lo studio s’impara studiando, così l’amore s’impara amando. Occorre un notevole grado di ascetismo per bandire ogni pensiero disamorato e fare eventualmente di noi degli esseri amanti. È la volontà di amare, in definitiva, che ci rende tali.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

IL SEGRETO DELLA FELICITÀ: “Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore”

Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore. In questo amore, che è Dio, si perfeziona l’amore di sé, poiché in Lui amiamo anche il prossimo nostro come noi stessi e per la stessa ragione. Se dunque io odierò qualcuno, rivolgerò il mio odio verso una creatura che è stata fatta da Dio, e se amerò me stesso escludendo Dio dovrò constatare che in realtà non sto amando, bensì odiando me stesso perché non vivrei all’altezza del mio essere umano chiamato a essere figlio di Dio mediante il battesimo e la vita in Cristo.

L’amore a primo acchito potrebbe sembrare una vera contraddizione: come possiamo infatti amare noi stessi senza essere egoisti? E come amare gli altri senza perdere se stessi? La risposta è questa: amando noi stessi e il prossimo in Dio. È l’amore divino e solo l’amore divino a farci rettamente amare noi stessi e il prossimo. Infatti, Dio ci ha amati per primo nonostante fossimo peccatori. L’amore di sé evita l’egoismo mediante la ricerca dell’auto-perfezione, la quale si raggiunge amando Dio, e di conseguenza l’amore del prossimo evita il totalitarismo, ossia la perdita di se stessi mediante l’assorbimento nella massa, mediante l’amore del prossimo nella fraternità spirituale del Padre Nostro.

Quelle povere anime frustrate, rinchiuse entro la morsa della propria eccentricità, mantengono troppo indaffarati i loro piccoli cervelli egocentrici e troppo in ozio le loro mani e i loro piedi egoisti. Se cominciassero ad amare il loro prossimo per amore di Dio, si accorgerebbero presto di aspirare al loro proprio perfezionamento morale, che consiste non nella ricerca meschina della propria volontà, ma nel conformarsi alla volontà divina. Questa duplice legge, dell’amore di sé e dell’amore del prossimo in Dio, è il segreto della vita; per questo nostro Signore, subito dopo averci impartito la legge dell’amore di Dio e del prossimo, soggiunse: “Fa’ questo e vivrai” (Lc 10,28).

Dio non ha mai avuto l’intenzione di separare l’ “Io” e il “Tu”, né si può considerare in alcun modo Dio come un ostacolo al pieno godimento di se stessi, né, tantomeno, Lui si pone in competizione con noi nell’amore del nostro prossimo. Ma quando l’amore si fa trino, allora al centro dell’ “Io” e del “Tu” viene a prendere dimora Dio stesso, impedendo in tal modo che l’ “Io” diventi egotista e che il “Tu” si trasformi in un utensile o in uno volgare strumento di piacere. In un tale amore è lo stesso Dio che si mette, per così dire, “in pellegrinaggio” al nostro fianco. Ma se volessimo ricercare la ragione per cui occorrono tre elementi perché si realizzi l’amore, dovremmo volgere il nostro sguardo nel cuore stesso di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

È Dio il fine ultimo della vita: da Lui proveniamo, e solo in Lui sperimentiamo la vera pace

In una certa misura, noi uomini siamo come tutto il resto del creato. Abbiamo, per esempio, l’esistenza al pari delle pietre, dell’ossigeno, della sabbia. Ma l’uomo ha anche la vita, che lo rende simile ai fiori e agli alberi, i quali vegetano, crescono e si riproducono. L’uomo, al pari degli animali, possiede anche i sensi e, per mezzo di essi, entra in contatto con il mondo esterno, dalle stelle fino al cibo che egli trova a portata di mano.

Ma l’uomo dispone, in più, qualcosa di unico: egli non è solamente la somma di tutte queste cose. Ciò che l’uomo ha di peculiare è il fatto di costituire un essere pensante e volente. Prima di tutto, può pensare concetti che trascendono la conoscenza dei sensi, come per esempio il concetto di causa, di bellezza, o di relazione tra gli oggetti. Ma l’uomo possiede anche la libertà: egli può scegliere, decidere e stabilire i suoi obiettivi, tanto vicini quanto lontani. Questo intelletto e questa volontà superiore dell’uomo aspirano a molte cose: per esempio come arricchirsi, l’essere titolare di un’azienda oppure sposare la figlia di un magnate.

Ma ciò a cui principalmente gli essere umani anelano è la felicità. Questa felicità non ruota attorno alle cose esteriori, come per esempio una determinata rendita esente da tasse, perché queste cose si trovano fuori dell’uomo. E l’uomo invece vuole sentirsi felice interiormente. Egli desidera tre cose: vita, conoscenza e amore.

La vita che vuole non consiste nel vivere ancora un paio di minuti, ma la vita in tutta la sua pienezza, senza rughe, senza angosce, senza vecchiaia. La verità che l’uomo cerca non è soltanto la conoscenza della geografia, a esclusione della filosofia: vorrebbe conoscere tutto. L’uomo è irrimediabilmente curioso. Infine, l’uomo vuole l’amore. Ne ha bisogno perché in se stesso è incompleto, e vorrebbe un amore senza gelosia e, soprattutto, senza sazietà: un amore che comporti un’estasi costante e in cui non ci sia né solitudine né disagio. Ma l’uomo, quaggiù, non trova quella vita immutabile, quella conoscenza che abbraccia ogni cosa, quell’amore che è gioia infinita.

Quaggiù l’individuo trova che la vita è legata alla morte, la verità all’errore, l’amore all’odio. Intuisce che non si tormenterebbe per una felicità così, se questa non esistesse. Egli non avrebbe occhi se non ci fosse la luce o non ci fossero cose da vedere. Se c’è la parte, deve esserci anche il tutto. Allora la sua ricerca diviene qualcosa di affine al cercare, nel teatro in cui ci troviamo, dove sia la sorgente della luce.

Non è sotto questa lavagna, perché qui la luce è mescolata all’oscurità; non è sotto la macchina da presa, perché lì si mescola all’ombra. Se noi, in questo teatro, desideriamo scoprire la sorgente luminosa, occorre volgerci a quella luce viva che risplende al di sopra di noi stessi. In maniera analoga, se vogliamo rintracciare la sorgente della vita, della verità e dell’amore che sono nel mondo, dobbiamo andare verso quella vita opposta alla sua ombra, la morte; verso quella verità slegata dalla sua ombra, l’errore; verso quell’amore che è disgiunto dalla sua ombra, l’odio.

Dobbiamo andare verso la pura vita, la pura verità, il puro amore: questa è la definizione di Dio. È Lui il fine ultimo della vita: da Lui proveniamo, e solo in Lui sperimentiamo la vera pace.

(Fulton J. Sheen, da “La vita merita di essere vissuta – edizioni Fede e Cultura” i discorsi in TV dell’Arcivescovo)

LA SALVEZZA DELLE NOSTRE ANIME È LO SCOPO SUPREMO DELLA VITA!

Non c’è modo di sfuggire all’unica cosa necessaria nella vita cristiana: salvare le nostre anime e acquistare la gloriosa libertà dei figli di Dio. La crocifissione finisce, ma Cristo rimane. I dolori passano, ma noi restiamo. Perciò, non dobbiamo mai scendere dal fine e dallo scopo supremo della vita: la salvezza delle nostre anime.

Spesso la tentazione sarà forte, e i vantaggi temporali sembreranno grandi; ma in quei momenti, dobbiamo ricordarci della grande differenza tra la sollecitazione di un piacere peccaminoso e il richiamo del nostro destino celeste.

Prima di provare un piacere peccaminoso, questo è attraente e invitante. Dopo averlo provato, è disgustoso. Non valeva il prezzo; sentiamo di essere stati ingannati e che ci siamo venduti in modo sproporzionato rispetto al nostro valore, come si è sentito Giuda quando ha venduto il Salvatore per trenta monete d’argento.

Ma con la vita spirituale è diverso. Prima di avere un’intima unione con Cristo e la Sua Croce, ci sembra così ripugnante, così contrario alla nostra natura, così duro e così poco invitante. Ma dopo che ci siamo donati a Lui, Cristo ci dona una pace e una gioia che superano ogni comprensione.

(Fulton J. Sheen, da “The Rainbow of Sorrow”)

IL REGNO DEI CIELI È DEI VIOLENTI!

La Felicità è conseguibile a condizione che l’uomo superi la tendenza al male traducendo in realtà la propria Divina vocazione e dominando gli stimoli della natura; il che si compie non attraverso l’orgiastico rilassamento delle forze primordiali ma attraverso un’ascesi che giunge quasi alla violenza.

Questo è ciò che intendeva Gesù Nostro Signore quando disse che: “Il Regno dei Cieli soffre violenza e solo il violento se ne impadronirà”.

Per il Cristiano, la via della perfezione è la via della disciplina, perché egli intende la perfezione come soddisfazione della personalità nella sua più alta estensione: cioè il conseguimento della Vita, della Verità e dell’Amore, che è Dio. Se l’uomo si abbandona passivamente, è condannato a morire nella sua attuale condizione. Per recuperare la salute, deve ingoiare una medicina amara e sottoporsi ad una specie di operazione.

Quando Nostro Signore parlò della Sua Dottrina come di un giogo, chiese ai Suoi seguaci di essere puri in un mondo pieno di freudiani; di essere poveri di spirito in un mondo di competizioni capitalistiche; di essere mansueti in mezzo ai fabbricanti di armi; di gemere in mezzo ai ricercatori di piaceri; di aver fame e sete di giustizia in mezzo agli arruffoni di affari; di essere misericordiosi in mezzo a coloro che chiedono vendetta.

Chiunque sia così è detestato da un mondo che non desidera Dio.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima”)

IL TESORO DEL CUORE: Beati coloro il cui tesoro è Dio, che desiderano in tutti i modi che si compia la Sua Volontà, che pensano a Lui con tutti i loro pensieri.

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Fu questa la sana norma “psichiatrica” che diede Nostro Signore quando disse: “Dov’è il tuo tesoro, là c’è anche il tuo cuore”. Lasciate che un uomo guardi nello specchio del proprio cuore e conoscerà la causa dei propri disordini. La pietra di paragone è ciò che la mente considera un tesoro. Per tesoro s’intende ciò che ogni uomo crede che sia il meglio, ovvero il supremo valore della vita; ciò che ogni uomo si sforza col massimo ardore di conseguire e il cui mancato conseguimento lo scoraggia al massimo grado…

Venite a conoscenza di ciò che un uomo ambisce nel suo cuore, scoprite la fonte della sua massima gioia quando ne è in possesso, e del suo massimo scontento quando ne è privo, e conoscete il dio dell’uomo: il suo tesoro.

Fondamentalmente i cuori tendono verso tre tesori: l’egotismo, ovvero l’affermazione dell’autonomia della volontà; la lussuria, ovvero l’amore sregolato del sesso; l’avarizia, ovvero l’amore sregolato del denaro e del lusso. La maggior parte dei disordini da cui è affetta la gente dipende dall’aver essa il cuore in queste cose che non danno pace. Un uomo normale non ha bisogno di alcun aiuto esteriore per scoprire dov’è il suo cuore: nove volte su dieci, scoprirà che esso non sta dove dovrebbe stare.

Beati coloro il cui tesoro è Dio, che desiderano in tutti i modi che si compia la Sua Volontà, che pensano a Lui con tutti i loro pensieri. Allora, qualunque cosa accada al cuore umano in questa epoca atomica, esso sarà immortale come il suo tesoro…

Come può un estraneo il cui cuore non è in pace dar consigli a un altro cuore? Va forse lo psicanalista da un altro psicanalista? Nessuno può dare ciò che non ha. Se la psicanalisi è il modo di ottenere una qual certa pace, perché ci sono psicanalisti infelici?

Comunque sia, Gesù, il Nostro Buon Signore, oltre ad averci dato il segreto per vivere felici, ha anche offerto a gente più o meno normale la possibilità di risparmiare un mucchio di quattrini psicanalizzandosi da sé: ossia scoprendo semplicemente il tesoro del proprio cuore. Se costoro sono anormali e pieni di contraddizioni, allora faranno meglio a recarsi da uno psichiatra, ma i più non sono così pazzi come credono di essere: è che dove sono i loro falsi tesori, là hanno anche i loro cuori.

Non che Dio sia difficile da trovare: solo che per trovarLo bisogna essere severi con il proprio egotismo e il proprio orgoglio. Ma una volta che questi siano stati schiacciati, la ricompensa è indescrivibilmente bella.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

Ciò a cui l’uomo tende, ne sia o no consapevole, è la Vita Perfetta, la Verità Totale e l’Amore Estatico: e tale è la definizione di Dio.

La ricerca di ciò che è puramente temporale e secolare non può soddisfare questo desiderio, da parte dell’uomo, di un bene che è trascendente, al di fuori del tempo, e che soddisfa completamente le più sublimi aspirazioni della sua anima.

“L’obiettivo dell’uomo deve trascendere ciò che è possibile stringere in un pugno”.

Ciò a cui egli tende, ne sia o no consapevole, è la Vita Perfetta, la Verità Totale e l’Amore Estatico: e tale è la definizione di Dio. Sicché, come dice Sant’Agostino: “I nostri cuori non avranno riposo finché non riposeranno in Te, o Signore”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”).

Le anime devono abbracciare la Croce per diventare prima felici e poi sante. La religione è la Croce di chi purifica la propria coscienza.

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In realtà, la religione non è una stampella: è una Croce. Non è un’evasione, ma un fardello; non è una fuga, ma una risposta. Su una stampella siamo noi ad appoggiarci, ma una croce si appoggia su di noi. Un codardo può usare una stampella, ma occorre un eroe per abbracciare la Croce.

La Croce viene posta sulle spalle del nostro orgoglio e della nostra invidia, della nostra lussuria, della nostra ira e della nostra avarizia, fino a logorarli col suo attrito, portandoci quindi alle grandi gioie costanti della vita.

Le fonti d’acqua dolce scaturiscono in origine dall’acqua salata del mare; i più bei fiori alpini sbocciano nei più aspri passi montani; e i canti più nobili sono il prodotto della più profonda agonia dell’anima.

L’alcolismo è la stampella di chi non può vivere con la propria coscienza; la religione è la Croce di chi purifica la propria coscienza e non ha più bisogno della droga.

Come la neve, pur essendo fredda, riscalda e rafforza la terra, così le afflizioni e gli sforzi intesi alla rigenerazione morale riscaldano e perfezionano l’anima.

Coloro che si appoggiano sulle stampelle imputridiscono nel miele; coloro che portano la croce si salvano nell’oceano del mare.

Le anime devono abbracciare la Croce per diventare prima felici e poi sante.

I codardi definiscono la religione una stampella.

Dopo che Gesù, il Nostro Divino Eroe, fu inchiodato alla Sua Croce, quelli che la consideravano una stampella Gli dicevano di scenderne. Essi sapevano che quella specie di Amore era la morte dell’amor proprio.

Da allora, il mondo si è diviso in quelli che chiamano la religione una “stampella” perché essendo zoppi credono che tutti gli altri siano zoppi, e quelli che chiamano la Religione una Croce e hanno Fede in Colui che disse: “Prendete ogni giorno la vostra Croce e seguitemi”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”.)

Tutti vogliono essere felici. La Felicità comincia quando il nostro Ego muore.

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Giacché è così difficile sbarazzarsi dell’orgoglio, della lussuria, dell’avarizia, dell’ira, del peccato della gola e dell’ignavia, il processo di conseguimento della felicità terrena è molto lento. Raramente la pace interiore si raggiunge di colpo: dobbiamo avanzare gradatamente attraverso la porta della felicità.

Nella vita spirituale non ci sono pianure…le siepi, le spine e i roveti si trovano tuttora lungo il nostro cammino per graffiarci e ferirci le carni; sussiste sempre il pericolo di mettere, di tanto in tanto, un piede in fallo e scivolare indietro. Disse Gesù Nostro Signore: “Prendete OGNI GIORNO la vostra Croce e rinnegate voi stessi”…

Ma, per quanto difficile sia, la ricerca della Divina Felicità comporta una pace e una gioia che l’egotista non può comprendere. Ogni prova e battaglia ha la sua forza perché la Grazia vi si riversa copiosa dall’alto dei Cieli…

Tutti vogliono essere felici. Se i più non lo sono è perché vogliono essere felici a modo loro e senza pagare il prezzo di acquisto. Per quanto possa sembrare paradossale, la felicità comincia quando il nostro Ego muore.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

Questo vuol dire essere Cattolici: essere eternamente inquieti ed eternamente in pace! Più profonda è la nostra Fede, più acuta la nostra impazienza di conoscere la pienezza della Luce!

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“Nel mondo avrete tribolazioni; ma confidate in Me, Io ho vinto il mondo” (Giovanni 16,33)

In un certo senso si può rispondere con un paradosso: Cattolico è colui che risente nello stesso momento ciò che può sembrare una contraddizione: inquietudine e pace. Prima l’inquietudine che non è, naturalmente, la falsa inquietudine di coloro che non hanno ancora trovato Dio o che, avendolo trovato, lo hanno riperduto attraverso il peccato. La nostra inquietudine ha una doppia origine: la sublimità dell’ideale e la tensione che ha l’anima e il corpo.

Richiede molto sforzo domare i nostri più bassi istinti tanto da poter mettere in pratica le parole di San Paolo: “I seguaci di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze”.

Abbiamo una tentazione da respingere; abbiamo paura che le Sue Mani ferite tocchino le nostre e vi lascino un’impronta di sangue…

È un fatto psicologico che più noi serviamo il Corpo Mistico di Cristo, maggiore è lo scontento di noi stessi; più ci avviciniamo a Lui, più ci convinciamo di non saper far niente…

Più ci allontaniamo dall’ideale Divino più vantiamo le nostre perfezioni, ma maggiormente ci avviciniamo a Cristo e più distinguiamo le nostre imperfezioni. Questo è il nostro tormento. Nessuno si sente sicuro della propria innocenza di fronte alla Purezza Assoluta, ma tutti chiedono con gli apostoli: “Sono io Signore? Sono io?”.

L’inquietudine e l’irrequietezza hanno una seconda origine nel tremendo contrasto tra anima e corpo, o meglio, nell’insufficienza del corpo a seguire l’anima. Quali uccelli in gabbia abbiamo a volte momenti di grande aspirazione alla vicinanza di Dio, specialmente dopo il Sacramento della Comunione Eucaristica, ma ben presto il nostro corpo ci butta a terra e limita, imprigiona, costringe l’anima.

La parte migliore della poesia romantica è pianto e lamento. Di fronte alla bellezza terrestre il cuore soffre della sua deficienza. Se coloro che amano sulla terra sentono la loro impossibilità ad esprimersi, che cosa sentirà l’anima umana di fronte al “Suo, tra tanti amori che noi sentiamo incompleti?”. E tra uguali può esserci giustizia ma non amore; la identica parità fra i sessi è fatale: il vero dell’amore non sta nell’uguaglianza, ma nell’inferiorità di colui che ama e nella superiorità dell’amato. Chi ama è spinto a inginocchiarsi e chi è amato ad essere messo sul piedistallo, e ogni amante lamenta la sua indegnità.

Eleviamo questo esperimento psicologico all’Infinito Amore, nel momento della maggiore intimità, quando, nel Sacramento della Comunione, riceviamo il Signore dell’Amore e della Vita. È ben giusto che la Chiesa metta allora sulle nostre labbra queste parole: “Oh! Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto”. Niente di quanto possiamo dire della nostra anima al Divino Visitatore sembra convogliare il nostro amore. Unito al nostro desiderio insaziabile di maggior amore, sta un senso struggente della nostra adolescenza di fronte all’Eterno. Noi sappiamo di offrire erbacce, quando vorremmo donare rose, sentiamo di essere cenere mentre dovremmo essere carboni ardenti, tendiamo braccia che non raggiungono lo Spirito, mentre dovremmo avere ali per volare all’Eterno. E sopra tutto questo, la tremenda sensazione di non amare abbastanza, di essere morti, freddi, distratti, quando niente ci può rendere soddisfatti se non appartenere all’amato come tralci alla Vite.

Più profonda è la nostra Fede, più acuta la nostra impazienza di conoscere la pienezza della Luce; più viva la speranza, più appassionato il nostro desiderio di essere posseduti; più ardente l’amore, più intenso il desiderio di strappare i veli della carne, che dobbiamo perdere e che ci nascondono, per ora, la Bellezza del Volto che “Lascia ogni altra bellezza oscurata”.

In breve, la nostra inquietudine è quella dell’innamorato che è ancora separato dall’amata. La nostra Anima è quella per la quale Sant’Agostino scrive: “I nostri cuori sono fatti per Te, Signore, e saranno inquieti finché non riposeranno in Te”.

Unita a questa pena, che viene dalla nostra indegnità, sta una pace ineffabile e una gioia indescrivibile. C’è la gioia dell’intelletto di conoscere la Verità di Cristo, continuata attraverso il Suo Corpo Mistico, la Chiesa…

E non c’è solo pace dell’intelletto, c’è anche gioia per il cuore attraverso l’amore del Cuore di Gesù.

Il vero innamorato di Dio non si trattiene dal peccare solo per timore di mancare ad un comandamento, ma perché rifugge dal ferire Cristo-Amore. L’amore ha due necessità: vuol piacere, obbedire, essere in armonia con Dio.
L’amore di Dio fa cambiare tutti i punti di vista del mondo: ci accorgiamo di amare tutti in Lui, perché tutti sono fatti da Lui e per Lui; se il Signore li ama, anch’io li amerò.

Nel dolore la fede ci ricorda che noi siamo nati da una tragedia: la disfatta del Venerdì Santo. Il Crocefisso sulle pareti delle nostre case, sugli altari, ci rammenta la bontà di Dio che, raccogliendo tutti i mali del mondo e offrendoli in Alto, ha vinto il male. Sappiamo che Nostro Signore Gesù non ci disse mai che saremmo stati senza tentazioni, ma affermò che non sarebbero mai state superiori alle nostre forze. Per questo difficilmente vengono stroncati coloro che nel dolore, nelle crisi della vita sono sostenuti da Cristo-Amore.

C’è gioia nell’animo di un credente, anche quando il corpo soffre; ma non c’è mai dolore del corpo che possa affliggere l’animo. Questo vuol dire essere Cattolici: essere eternamente inquieti ed eternamente in pace.

Non c’è contraddizione perché la nostra ansia e la nostra serenità si fondano dolcemente nell’ amore. Siamo inquieti perché non possediamo completamente il Signore; siamo sereni in proporzione di quanto facciamo per essere a Lui uniti. La comune sorgente è l’amore. Perché amiamo l’Infinito, noi ci divincoliamo al guinzaglio del finito; se Egli tocca le estremità delle nostre dita siamo rapiti da un’estasi celeste, perché sappiamo che un giorno Egli ci prenderà la mano. Siamo inquieti perché amiamo troppo poco; siamo in pace perché c’è tanto da amare. Siamo invidiati per la nostra pace felice; siamo disprezzati perché il suo prezzo è la Croce…

La prossima volta che vorrete sapere che cosa significa essere in pace, non chiedetelo a coloro che spargono bugie sul nostro conto; chiedetelo ad uno di coloro che, ogni mattina nella Messa, riceve nel suo cuore, il Cristo che è nostra Verità, nostra Pace, nostra Gioia.

(Beato Fulton J. Sheen, da “The Rock Plunged Into Eternity – Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 12 Febbraio 1950”)