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C’È SOLO UNA SOLUZIONE PER SALVARE L’UOMO MODERNO DALLA SUA DISPERAZIONE: “La coscienza sociale libera oggi molti uomini dall’obbligo di rettificare la loro coscienza individuale”

Dapprima l’uomo viveva in un universo tridimensionale dove, da una terra che abitava insieme con i suoi simili, considerava il cielo al di sopra e l’inferno al di sotto di lui.

Dimenticando Dio, la visione dell’uomo si è ridotta, in questi ultimi tempi, a una sola dimensione; l’uomo moderno ritiene che la sua attività sia limitata alla superficie della terra, un piano dal quale non può muoversi né verso l’alto, cioè per salire a Dio, né verso il basso, cioè per scendere a raggiungere Satana, ma soltanto verso destra o verso sinistra. Alla vecchia divisione teologica tra coloro che sono in stato di grazia e coloro che non lo sono, si è sostituita la divisione politica tra Destra e Sinistra.

L’anima moderna ha decisamente limitato i propri orizzonti: negatrice dell’eternità, ha perduto perfino la sua fede nella natura, perché la natura senza Dio è falsa e infida. (…)

C’È SOLO UNA SOLUZIONE PER SALVARE L’UOMO MODERNO DALLA SUA DISPERAZIONE

La forma di autodisciplina meglio indicata per aiutarci a comprendere dove stiamo andando è la meditazione, che ci darà finalmente l’autocontrollo attraverso l’autorealizzazione. Tra tutte le anime moderne, le più tragiche sono quelle che si sono imprigionate nel proprio spirito; soltanto la meditazione può infrangere, con un’invasione divina, quel pazzesco autoaccerchiamento dell’uomo.

Oggi ci sono molti uomini che non meditano mai, né si disciplinano mai in altro modo. Credono di essere sazi con ciò che hanno creduto di appagare; tentano di rimediare a ogni nuova delusione con una nuova passione; tentano di esorcizzare i vecchi disgusti e le vecchie vergogne con nuovi febbrili eccitamenti. Cambiano gli oggetti del loro amore, ma la noia e il fastidio rimangono. I loro mali diventano un’abitudine e un’apparente necessità; non si richiudono le ferite delle loro anime, poiché essi negano l’esistenza delle ferite, o addirittura dell’anima. I ceppi che li incatenano alla disperazione sono forgiati; le loro passate sofferenze persistono nei loro rimorsi; il loro futuro è buio di paura; i loro piaceri sono meno ardenti di prima, le loro ansie più permanenti e la loro coscienza meno tranquilla: i minuti dei loro peccati diventano notti di terrore. Sono di peso a se stessi, di noia agli amici; sono disgustati, mai sazi; affamati, mai soddisfatti; e pagano somme non indifferenti ai ciarlatani che dicono loro che non c’è peccato e che il senso di colpa è dovuto al complesso paterno. Ma il cancro morale persiste: essi sentono che corrode i loro cuori.

Che cosa possono fare questi milioni di psicopatici, di nevrotici, di delusi, per sfuggire alla follia che serpeggia in loro e che minaccia di diventare pazzia? Non c’è che una soluzione: rientrare in se stessi, sollevare lo sguardo al Medico divino e gridare: “Dio, abbi pietà di me!”. Se lo sapessero, una singola confessione li salverebbe, aiutandoli a ottenere il perdono dei loro peccati; e salverebbe anche il piccolo patrimonio che dissipano per far interpretare erroneamente questi peccati. (…)

Come la medicina deve venire dal di fuori del corpo, così la guarigione morale deve venire dal di fuori dell’anima (con la confessione). Eppure molti uomini del nostro tempo fanno di tutto per sottrarsi a questa fonte di guarigione e di salute. I vigliacchi rifiutano di riconoscere che la loro vita è disordinata; oppure cercano un mezzo “facile” per evadere dalla loro miseria e peggiorano in questo modo le loro condizioni.

Alcuni dei “facili” mezzi di evasione da essi tentati sono: la maldicenza, che consente loro di apparire buoni in confronto alle persone di cui sparlano; la ridicolizzazione delle persone oneste e religiose per evitare il rimprovero della loro bontà; lo stordimento, l’eccitazione, la partecipazione incondizionata agli entusiasmi collettivi, di modo che la voce dolce e sommessa della coscienza, attraverso cui parla il Signore, non si possa più sentire; l’adesione al comunismo, rivoluzione anarchica mediante la quale l’individuo dissimula il proprio bisogno di rigenerazione individuale, intima, spirituale, rivoluzionando tutti gli altri. Indicando i torti altrui, il comunista si sottrae al bisogno di agire correttamente; diffondendo l’ideologia della lotta di classe, crea l’illusione che il male che combatte non sia in lui, ma nel sistema sociale. Così la coscienza sociale libera oggi molti uomini dall’obbligo di rettificare la loro coscienza individuale.

C’è inoltre un mezzo di evasione che consiste nel dare alla religione il nome di “codardia”, che è la più intollerabile tra le affermazioni di ateismo. È come dire a un uomo la cui casa sia in fiamme che è un “codardo” se chiama i pompieri.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

PER RISANARE UN PECCATORE SERVONO LA CONFESSIONE E IL DOLORE: “Il perfetto dolore proviene dalla consapevolezza di avere offeso Dio, il quale merita tutto il nostro amore”

Per risanare un peccatore servono dunque la confessione e il dolore. E il dolore deve avere in sé l’appello alla misericordia di Dio, per distinguersi dal rimorso. San Paolo fa questa distinzione scrivendo ai Corinti: “Perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte” (2Cor 7,10). Il rimorso o “dolore del mondo” si risolve in tormento, gelosia, invidia, indignazione; ma il dolore che ha rapporto con Dio si risolve in espiazione e speranza.

Il perfetto dolore proviene dalla consapevolezza di avere offeso Dio, il quale merita tutto il nostro amore; questo dolore, o contrizione, che si prova nella confessione, non è mai una tristezza stizzosa, irritante, deprimente, ma una tristezza da cui viene consolazione. Ha detto Sant’Agostino: “Il penitente dovrebbe sempre addolorarsi e godere del proprio dolore”. L’esperienza di un peccatore pentito che riceve il sacramento del perdono è stata molto ben descritta dalla Beata Angela da Foligno. Essa ci racconta del tempo in cui ebbe per la prima volta cognizione dei propri peccati:

“Risolsi di confessarmi a lui. Confessai i miei peccati completamente. Ricevetti l’assoluzione. Non sentivo amore, ma soltanto amarezza, vergogna e dolore. Poi per la prima volta volsi lo sguardo alla Divina Misericordia; conobbi quella Pietà che mi ha tratta dall’inferno e che mi ha dato la grazia. Fui illuminata e pertanto conobbi la misura dei miei peccati. Compresi così che avendo offeso il Creatore avevo offeso tutte le creature… Per mezzo della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi invocai la pietà di Dio e, inginocchiata, pregai per avere la vita. Subitamente credetti di sentire la pietà di tutte le creature e di tutti i santi. E allora ricevetti un dono: un gran fuoco d’amore e la forza di pregare come non avevo mai pregato… Iddio scrisse il Pater Noster nel mio cuore con un tale accento della Sua bontà e della mia indegnità che mi mancano le parole per esprimerlo”.

È difficilissimo che il mondo comprenda un dolore come quello; ma ciò dipende dal non sentire un amore come quello. Più uno ama, più indietreggia all’idea di ferire l’oggetto amato e più soffre quando gli succede di farlo. Ma questo dolore non dovrebbe renderci aridi e disperati come quelli che dicono: “Non mi perdonerò mai di aver fatto questo”. È un vero inferno per l’anima che rifiuta di accettare il perdono che gli viene concesso perché ha ferito l’Amore Divino.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

LE VERE CAUSE DELL’ATTUALE CATASTROFE E DELLA GUERRA: “Gli uomini governati dagli istinti animali non possono governare una civiltà. Si sentono a loro agio più in guerra che in pace”

Il famoso storico Arnold Toynbee osservava che, di 21 civiltà scomparse, 16 sono state distrutte dalla decadenza interiore. Difficilmente le nazioni vengono uccise; più spesso esse si uccidono. È questo il sinistro significato della nostra attuale disposizione all’egoismo e all’amore del piacere, alla nostra affermazione dell’egotismo, al nostro rifiuto di disciplinarci. Sebbene due guerre mondiali ci abbiano imposto molti sacrifici, da noi accettati volenterosamente, neanche queste hanno potuto indurci a compiere il sacrificio supremo: rinunciare all’illusione che l’uomo esprima meglio se stesso quando permette all’animale che è in lui di dominare lo spirito.

Ci siamo scandalizzati vedendo ciò che la liberazione del sub-umano ha fatto dei fascisti, nazisti, e comunisti. Eppure non abbiamo imparato che gli stessi effetti deleteri possono verificarsi nell’individuo che, partendo dal concetto che egli è soltanto una bestia, procede immediatamente ad agire come tale. Quanto meno un uomo mortifica le sue passioni egotistiche, tanto più è necessario che un’autorità al di fuori di lui controlli e sottometta queste passioni. Perciò la scomparsa della morale, della religione, e dell’ascetismo dalla vita politica è inevitabilmente seguita da uno stato poliziesco che cerca di mettere ordine nel caos prodotto da quell’egoismo. La legge dà luogo alla forza; la morale è sostituita dalla polizia segreta. I regimi totalitari sono sintomatici di un morbo che ha contagiato anche gli abitanti di Paesi liberi. È la malattia dell’intimo disagio dell’uomo.

Pochi si rendono conto dell’importanza e della portata dell’attuale catastrofe; tutti sono accecati dal fatto che l’uomo ha compiuto grandi progressi materiali. La verità, comunque, è che l’uomo ha perduto il controllo di se stesso nel momento in cui ha acquistato il controllo della natura. E perché ha perduto il controllo di sé e negato gli scopi spirituali della vita, utilizza per fini distruttivi le forze della natura che ha imbrigliato. La bomba atomica simboleggia a meraviglia la disintegrazione della personalità dell’uomo moderno. Qualsiasi progresso nel controllo delle forze naturali diventa un pericolo potenziale, a meno che non sia uguagliato da un progresso altrettanto importante nel controllo degli istinti animali.

Allo stesso modo in cui interpreta l’autoespressione come una liberazione degli istinti animali, lo psicologo materialista contribuisce all’attuale miseria e malessere universali. Gli uomini governati dagli istinti animali non possono governare una civiltà. Si sentono a loro agio più in guerra che in pace. L’odio per un comune nemico può cementare la nostra unità; occorrono uno spirito e una meta comuni per tenerci uniti quando viene la pace. Un tempo le guerre erano quanto mai difficoltose e la pace era la conseguenza naturale della vittoria. Oggi la situazione è rovesciata: i poteri di distruzione sono, nel mondo moderno, maggiori dei poteri di costruzione. La pace è un frutto dell’amore, e l’amore fiorisce nell’uomo orientato verso Dio. Il massimo privilegio dell’uomo è la guida di Dio, un privilegio che l’uomo può ottenere solo quando ha lastricato la propria strada di un ben disciplinato orientamento.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

IL TEMPO DELLA VITA CI È DATO PERCHÉ POSSIAMO FARE PENITENZA: “Se non facciamo ammenda del nostro passato, posponiamo e aumentiamo le nostre pene eterne”

La penitenza è il riconoscimento del nostro “passato”. Riconoscere il passato non è un fatto morboso: lo è piuttosto negarne l’esistenza. Questo passato influisce sul nostro futuro. Noi non siamo soltanto ciò che mangiamo: siamo ciò che i nostri peccati ci hanno fatto. Se non facciamo ammenda del nostro passato, posponiamo e aumentiamo le nostre pene eterne. Il tempo ci è dato solo perché possiamo fare penitenza. Chi ama veramente Dio, conscio di aver ferito l’Amore, rinuncerà volentieri ai suoi privilegi e si comporterà in modo da identificarsi in Cristo che ha cinque orrende piaghe alle mani, ai piedi e al costato.

In questo mondo la maggior parte di noi si preoccupa più della pena che del peccato, perché crede che il dolore fisico sia il più grande dei mali. La penitenza ci aiuta a rimettere queste idee false nella loro giusta prospettiva; chi trova gioia nella penitenza capisce che nessun male può nuocergli più del peccato. Se non c’è amore, la penitenza e il sacrificio saranno sentiti come un male; non così quando c’è amore. Noi comprendiamo, quando accettiamo la penitenza, che è proprio l’egoismo che ha causato il nostro peccato a rendere necessario un qualche sacrificio, senza il quale non si possono domare gli impulsi incontrollati che hanno generato il male.

E quando la piena luce dell’amore di Cristo brilla in un’anima, questa comincia a incorporare non soltanto le penitenze imposte dalla Chiesa, ma tutte le amarezze della vita, nella grande opera della Redenzione. Invece di esplodere in tristi lamenti contro i rovesci della fortuna e le amarezze della vita, essa li accetta con spirito di rassegnazione, come sconto del peccato: con la paziente rassegnazione vengono espiati molti peccati.

Le penitenze non sono fatte solo da noi; il penitente è aiutato dagli altri membri del Corpo Mistico di Cristo. Ciò non potrebbe succedere se fossimo individui isolati, ma può succedere in quanto apparteniamo a un unico Corpo Mistico, dove tutti sono uno, perché governati da una sola Testa, vivificati da una sola Anima e professanti la stessa fede. Com’è possibile innestare la pelle di una parte del corpo in un’altra, o trasfondere il sangue di un membro della società in un altro, così nell’organismo spirituale della Chiesa è possibile innestare preghiere e trasfondere sacrifici.

Questa verità cristiana è conosciuta, nella sua interezza, come la “Comunione dei Santi”. Come siamo tutti uniti nel compimento della colpa dovuta agli errori di un singolo (il che è ampiamente provato dalle guerre moderne), così possiamo essere tutti uniti nella riparazione della colpa di un singolo. Questo miracolo si verifica nella reversibilità dei meriti e nella reciprocità dei vantaggi. Perciò chiediamo ai nostri amici di pregare per noi, perciò preghiamo nel contesto del “Padre Nostro”, perciò preghiamo, al termine delle Messe che si celebrano in tutto il mondo, per la conversione della Russia. Siamo spiritualmente bisognosi gli uni degli altri. “Non può l’occhio dire alla mano: ‘Non ho bisogno di te’; oppure la testa ai piedi: ‘Non ho bisogno di voi’. Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie” (1Cor 12,21-22).

Poche consolazioni sono più grandi di quella di sapere che siamo uniti in una grande associazione di preghiere e sacrifici. La Comunione dei Santi è la grande scoperta di quelli che trovano, da adulti, la perfezione della fede. Essi scoprono che, per anni, dozzine o centinaia di anime hanno pregato specialmente per loro, supplicando il cielo che un piccolo atto di umiltà da parte del convertito aprisse nella sua corazza uno spiraglio da cui potessero penetrare la grazia e la verità di Dio. Ogni anima ha da pagare un prezzo; e poiché molti non possono o non vogliono pagarlo, altri devono farlo per loro. Probabilmente non c’è altro mezzo per spiegare la conversione di certe anime, se non il fatto che in questo mondo – come nell’altro – i loro parenti e amici hanno interceduto presso Dio, acquistando per loro il premio della vita eterna.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

LE TERRIBILI CONSEGUENZE DEL PECCATO! LA PSICOLOGIA E LA DISPERAZIONE DEL PECCATORE OSTINATO CHE NON VUOLE PENTIRSI: “Più esperienza si ha del proprio peccato peccando, meno se ne è coscienti”

Più esperienza si ha del proprio peccato peccando, meno se ne è coscienti. Il peccato penetra nel sangue, nelle cellule nervose, nel cervello, nelle abitudini, nello spirito; e più esso penetra nell’uomo, meno l’uomo si rende conto della sua esistenza. Il peccatore si abitua talmente al peccato che non ne riconosce più la gravità.

Forte di questa nefanda certezza, Satana tentò Eva: le disse che se avesse posseduto la conoscenza del bene e del male, sarebbe stata simile a Dio. Satana non le disse la verità vera: che Dio conosce il male solo negativamente, intellettualmente, come un medico che non ha mai avuto la polmonite sa che essa è una negazione della salute. Ma un essere umano che voglia conoscere compiutamente il male deve conoscerlo sperimentalmente, il che significa che deve penetrarvi e diventarne parte.

Come la cataratta in un occhio ostruisce la vista, così il peccato oscura sempre la mente, indebolisce la volontà e induce l’uomo a commettere un altro peccato. Ogni peccato facilita il successivo; la coscienza diventa meno pronta al rimprovero, la virtù è più spiacevole e l’atteggiamento verso la moralità più sprezzante e beffardo. In alcune persone il peccato opera come un cancro minando e distruggendo il carattere senza che per molto tempo se ne vedano gli effetti. Quando la malattia si manifesta, è talmente avanzata che l’ammalato rinuncia quasi a ogni speranza di guarigione. (…)

Ma l’uomo moderno ha perduto perfino la comprensione della parola “peccato”. Quando pecca e sente gli effetti del suo peccato (come accade a molti), cerca sollievo in culti falsi e bugiardi oppure abbandonandosi alla menzogna dell’alcolismo o degli stupefacenti. Attribuisce la colpa del suo disagio alla propria moglie, al proprio lavoro, ai propri amici o alla situazione economica, sociale e politica. Spesso diventa un nevropatico. Se la sua nevrosi è abbastanza avanzata, qualche psicoanalista freudiano gli dirà che non è completamente responsabile delle sue azioni perché è un “ammalato”. Il che gli è di ulteriore pretesto per non riconoscere i suoi peccati.

Se rimaniamo nel peccato negandolo, la disperazione si impadronisce delle nostre anime. Un peccatore può peccare tanto da non riconoscere il carattere totalitario del suo peccato. Egli non considera mai che l’attuale colpa va ad aggiungersi a migliaia di altri peccati precedenti. I peccati di cui non ci si pente generano nuovi peccati, e l’astronomica cifra totale genera la disperazione. Maggiore è la disperazione, maggiore è il bisogno del peccatore di sfuggirvi attraverso altri peccati.

Lo stato di disperazione del peccatore, prodotto dal mancato pentimento dei peccati, raggiunge spesso un grado di fanatica rivolta contro la religione e la moralità. Chi è caduto in basso detesterà l’ordine spirituale che lo sovrasta, perché la religione gli ricorda la sua colpa. Queste anime giungeranno fatalmente, come Nietzsche, a desiderare di esasperare il male finché ogni distinzione tra quello che è giusto e quello che è ingiusto sia cancellata; allora potranno peccare impunemente e dire con Nietzsche: “Male, sii tu il mio bene!”.

La convenienza sostituisce la moralità, la crudeltà diventa giustizia, la lussuria diventa amore. Il peccato si moltiplica in queste anime fino a farne la dimora permanente di Satana, maledette da Cristo come i sepolcri imbiancati di questo mondo. Questa è la storia di una “brava persona” che crede di non commettere mai peccati.

(…) Il peccato veramente imperdonabile è la negazione del peccato, poiché, naturalmente, non rimane più nulla da perdonare.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

IL PERICOLO DEL CRISTIANESIMO SOCIALE E DELLA RELIGIONE INDIVIDUALE SENZA DOGMI “FAI DA TE”

Molte anime temono che Nostro Signore voglia fare precisamente ciò che è implicito nel Suo nome “Gesù”, ossia “Colui che ci salva dai nostri peccati”. Desideriamo essere salvati dalla povertà, dalla guerra, dall’ignoranza, dalle malattie, dall’incertezza economica: salvezze, queste, che non investono le nostre passioni e concupiscenze individuali.

Ecco una delle ragioni della grande popolarità del cristianesimo “sociale”, ecco perché molti affermano che il Cristianesimo non dovrebbe fare altro che contribuire al ripulimento dei bassifondi o allo sviluppo delle relazioni internazionali. Questa specie di religione è, in verità, assai comoda, perché lascia tranquilla la coscienza individuale.

La prima tentazione di Satana sulla Montagna fu di cercare d’indurre Gesù Nostro Signore a rinunciare alla redenzione e salvezza delle anime per dedicarsi alla salvazione sociale trasformando le pietre in pani, in base al falso assunto che agli stomachi affamati e non già ai cuori corrotti si doveva l’umana infelicità.

Alcuni uomini, perché avvertono un maggior bisogno di religione, sono disposti ad associarsi ad una setta cristiana sempre che questa si dedichi alla “elevazione sociale” o alla eliminazione del dolore, senza investire la necessità individuale di espiare i peccati.

A tavola, generalmente, gli uomini non si oppongono a parlare di religione, purché la religione non abbia niente a che vedere con la redenzione dal peccato e dalla colpa. Così molte anime impaurite rimangono tremanti sulla soglia della Beatitudine e non osano entrare “per paura che avendo Lui non abbiano null’altro che Lui”. (…)

Desideriamo essere salvati, ma secondo la nostra volontà, non secondo quella di Dio. Vogliamo adorare Dio a modo nostro e non a modo Suo.

Coloro che dicono: “Servirò Dio a modo mio, e voi servitelo a modo vostro” dovrebbero cercare di sapere se non sarebbe preferibile servire Dio a modo Suo. Ma è appunto questa prospettiva di una Religione Universalmente Vera che spaventa l’anima moderna.

Perché se la nostra coscienza non è tranquilla, noi desideriamo una religione nella quale non esista l’inferno. L’uomo che abbia divorziato e preso una seconda moglie contro la Legge di Cristo vorrà una religione che non condanni il divorzio. Questa riserva significa che costui desidera essere salvato secondo il suo pensiero, non secondo il Pensiero Divino.

Similmente un tremendo egoismo e una spaventosa presunzione si annidano in quegli articoli e pubblicazioni intitolati “Le mie idee sulla religione” o “La mia idea su Dio”. Una religione individuale può indurre in errore e fuorviare non meno di quanto potrebbero fare un’astronomia o una matematica individuali. Il traffico stradale si risolverebbe nel caos se ciascuno guidasse l’auto a modo proprio e non secondo le leggi della circolazione stradale.

Dato che molte anime non sono capaci di trovare Dio perché desiderano una religione che modifichi la società senza modificare le loro persone, o perché desiderano un Salvatore senza Corona di Spine e senza Croce, o perché vogliono seguire i propri disegni e non quelli di Gesù Nostro Signore, non ci si può non chiedere che cosa accadrà loro quando si troveranno davanti a Dio…

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

SUPERBIA, LUSSURIA E AVARIZIA: “Le anime devote fanno penitenza per gli eccessi altrui, come se ne fossero colpevoli”

Nessun animale è curioso della clorofilla quando vede una pianta, né uno scoiattolo soffre di un complesso di ansie per la paura che tra dieci anni possa esserci scarsità di nocciole. Ma gli impulsi e le passioni dell’uomo sono soggetti alla sua volontà. Non essendo questi meccanicamente ordinati come mezzi di salvezza della sua anima, egli può usare male le sue passioni, renderle fini a se stesse, tentare di trovare l’assoluto nella loro relatività.

L’amor proprio, che è naturalmente sano, può degenerare in autoadorazione: “Io sono la mia legge, la mia verità, la mia regola. Nessuno può dirmi nulla. Quel che ritengo giusto è giusto; quel che ritengo male è male. Perciò sono Dio”. È questo il peccato di superbia, la degenerazione dell’amor proprio in egotismo. Questa indebita autoinflazione è una delle cause principali dell’infelicità: più un pallone sarà gonfio, più riuscirà facile bucarlo. L’egotista procede cauto, nel continuo pericolo che i suoi falsi idoli vengano abbattuti.

Anche l’istinto sessuale – che è naturalmente sano – può essere pervertito. Nei tempi della Roma pagana c’erano individui corrotti che banchettavano rimpinzandosi di cibo, solleticandosi la gola per vomitare e tornando poi a mangiare più di prima. Questo era ingiusto, perché, come insegnava loro la ragione, si mangia per vivere, e il piacere non deve essere separato dalla sua funzione. Allo stesso modo, quando i fuochi della vita vengono suscitati non per accendere nuove torce di vita ma per infiammare gli ardori della carne, qui c’è peccato di lussuria, ossia una perversione di cui gli animali non possono macchiarsi, incapaci come sono di disfunzionalizzare e di centralizzare artificialmente i loro istinti. Infine, il desiderio legittimo dell’autoespansione attraverso il possesso delle cose può degenerare in una sregolata passione di ricchezza, che non tenga in alcun conto né l’uso sociale del denaro né le necessità del prossimo. È questo il peccato di avarizia, per il quale non è l’uomo a possedere un patrimonio ma il patrimonio a possedere lui.

Poiché la volontà dell’uomo può corrompere le sane passioni, gli istinti, i desideri e le aspirazioni dell’uomo tramutandoli in superbia, lussuria e avarizia, la Chiesa impone la mortificazione: mediante la preghiera che umilia l’anima orgogliosa, il digiuno che frena gli impulsi violenti del corpo, e le elemosine che ci distaccano dall’amore sregolato delle cose. In un campo più elevato, la Chiesa permette ad alcune anime elette di prendere il voto di obbedienza per correggere il peccato di superbia, il voto di castità per redimere dalla lussuria, il voto di povertà per compensare l’avarizia. Questi voti si prendono non perché le gioie dello spirito, della carne o della proprietà siano ingiuste, ma perché alcuni membri della società ne abusano e li corrompono. Le anime devote fanno penitenza per gli eccessi altrui, come se ne fossero colpevoli. Così il giusto ordine del bene è conservato nell’universo di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

LA CHIESA È NEMICA DEL SESSO? NO! “Non c’è maggiore sciocchezza di quella che afferma che la Chiesa si oppone al sesso”

A differenza dell’estremo freudianesimo, il cristianesimo non è così meschino da fare del sesso l’istinto più importante della vita o da attribuire alla sola repressione sessuale i disordini psichici. Se la repressione dei più brutali istinti del sesso è l’unica causa delle anomalie mentali, come mai quelli che si abbandonano alla licenza carnale sono i più anormali degli uomini mentre quelli che credono nella religione e nella morale sono perfettamente normali? Con una visione più comprensiva e più sana della vita, il cristianesimo scopre non la causa, ma le cause dei disturbi psichici. Oltre al sesso, il cristianesimo indica altre sei possibili cause: superbia, avidità, collera, invidia, gola e accidia. (…)

Non c’è maggiore sciocchezza di quella che afferma che la Chiesa si oppone al sesso. Non vi si oppone più di quanto si opponga alla necessità di consumare un pranzo, di andare a scuola, di possedere una casa. La natura non è corrotta. Come dice Aristotele, “la natura non mente mai”. È il falso uso che l’uomo fa della natura che oscura la faccia del mondo.

La Chiesa non ritiene che il sesso sia l’unico istinto dell’uomo o che tutti gli altri istinti debbano essere interpretati in termini di sesso. Ma, profondamente comprensiva della natura umana, essa insegna che l’aspirazione alla perfezione è fondamentale e che il sesso è soltanto un mezzo, dei tre menzionati, per conseguire una relativa perfezione nella vita terrena.

Dove dunque i fanatici del sesso hanno pescato l’idea che la Chiesa sia nemica del sesso? Nella loro stessa incapacità a fare una distinzione: la distinzione tra uso e abuso. Siccome la Chiesa condanna l’abuso della natura, i fanatici del sesso credono che la Chiesa condanni la natura stessa. Il che è un errore. Lungi dal diminuire il valore del corpo umano, la Chiesa lo onora. È senza dubbio più nobile dire, col cristiano, che il corpo è un tempio di Dio, che dire, con alcuni spiriti moderni, che l’uomo è soltanto una bestia.

Bene ci avvertì Clemente di Alessandria: “Non bisognerebbe vergognarsi di nominare ciò che Dio non si vergognò di creare”. Non è peccato fare un giusto uso della carne; anche senza la caduta dell’uomo, la sua immagine si sarebbe tramandata con la procreazione. E San Tommaso ci insegna che c’era maggior piacere nel matrimonio prima della caduta di quanto ce ne sia adesso, per la maggiore pace e armonia che regnavano nell’anima umana. Sant’Agostino ha detto: “Faremmo torto al Creatore se imputassimo a lui i vizi della nostra carne; la carne non è peccato, ma è male lasciare il Creatore per vivere secondo questo bene da Lui creato”.

Vero è che la Chiesa parla di peccato nell’ambito del sesso, come parla di peccato nell’ambito della proprietà o in quello dell’amor proprio. Ma il peccato non è nell’istinto o nella passione, perché i nostri istinti e le nostre passioni ci sono dati da Dio. Il peccato è nella loro degenerazione. Non è nella fame, ma nell’ingordigia. Non nella ricerca della sicurezza economica, ma nell’avarizia. Non nel bere, ma nell’ubriacarsi. Non nella ricreazione, ma nella pigrizia. Non nell’amore o nell’uso della carne, ma nella lussuria che ne è la perversione. (…)

L’abuso di una sola delle attività vitali produce l’anormalità, in quanto l’uomo si spoglia di ogni interesse per le altre attività. Il che è particolarmente vero quando la preoccupazione delle cose carnali è eccessiva, che finisce col trasformare in psichico ciò che è fisico, riportando tutto a un unico istinto.

In altri tempi il sesso era un elemento fisico; la sua funzione era di generare nuove vite. Oggi, siccome spesso si oppone alla vita, è diventato anche un elemento psichico. Si pensa al sesso come a un mezzo di piacere, tanto da farne un’ossessione. Come un cantante potrebbe impazzire se attribuisse più importanza al suo torace che alla sua voce, e un direttore d’orchestra potrebbe diventare nevrotico se concentrasse tutta la sua attenzione sulla bacchetta invece che sullo spartito, così l’uomo moderno può impazzire se si mette a pensare al sesso invece che alla vita.

È l’isolamento del fattore sesso dalla totalità della vita umana, l’abitudine di identificarlo con la passione che potrebbe provare un elefante, l’ignoranza della tensione tra corpo e anima, ciò che genera tante anormalità e malattie mentali. L’errato isolamento di una parte dal tutto è caratteristico del pensiero contemporaneo. La vita dell’uomo è, al giorno d’oggi, frammentata in compartimenti stagni. Il lavoro di un uomo d’affari non ha alcun rapporto con la sua vita di famiglia: sua moglie (la sua “mogliettina”) ignora quanto lui guadagni. Come non c’è rapporto tra la professione di un uomo e gli altri aspetti della sua esistenza quotidiana, così non ce n’è tra la sua vita quotidiana e la sua religione. La frammentarietà della vita in compartimenti stagni è tanto più pericolosa quanto meno le sue occupazioni e il lavoro sono subordinati a un ideale rigorosamente umano: la meccanizzazione rappresenta in tutto questo una parte catastrofica. Dalla meccanizzazione e dalla tendenza alla super specializzazione derivano gravi conseguenze alla vita moderna. Questi due fenomeni della nostra epoca sono entrambi collegati col costume analitico dello spirito, costume imposto dalla moda di un procedimento egemonicamente scientifico nel mondo intellettuale. Non c’è cosa che l’uomo moderno non consideri isolatamente, perché questo metodo è il legittimo procedimento della scienza. Ma ci sono campi nei quali lo studio dell’unità strappata dal suo insieme non è più possibile. Lo studio stesso della vita ha cominciato a soffrire l’uso eccessivo dell’analisi. (…)

L’attrazione del sesso non è mai, in nessun momento, puro istinto. Fin dalla sua origine il desiderio è compenetrato dallo spirito e non è mai un’esperienza isolata: produce una reazione tanto psichica che fisica. Come gli idealisti, che negano l’esistenza della materia, peccano contro la carne, così i sensuali e gli adoratori della carne peccano contro lo spirito. Ma il rivelare l’uno o l’altro aspetto è lo stesso che invitare alla rivincita.

“Il nostro corpo fa parte dell’ordine universale creato e conservato da Dio. Visto nella sua giusta luce, è di per sé un ben definito universo a noi affidato come una limitata ma sacra proprietà. Il peccato più grave è quello che commettiamo contro noi stessi e specialmente contro il nostro corpo. L’offesa contro il nostro corpo implica un peccato contro il Creatore”.

L’istinto sessuale del maiale e l’amore dell’uomo non sono la stessa cosa, perché l’amore si trova nella volontà, non nelle ghiandole; e il maiale non ha volontà. Il desiderio sessuale dell’uomo differisce dalla sessualità di un serpente in quanto promette qualche cosa che non può del tutto soddisfare. Infatti lo spirito anticipa qualche cosa, il che non avviene nel serpente: l’uomo desidera sempre più di quello che ha. Per il solo fatto che né la smania di conoscenza, né la sete di amore, né l’avidità di beni terreni possono mai essere interamente appagate su questa terra, è lecito arguire che l’uomo sia stato creato per qualche altro fine. (…)

La vergogna (che esiste solo nell’uomo) è l’istinto che più di tutti gli altri sottintende l’esistenza dell’anima. La vergogna stende un velo sul più profondo mistero della vita e lo preserva da un uso impaziente, tenendolo in scacco finché non possa servire interamente alla vita e soddisfare quindi tanto l’anima quanto il corpo. L’uomo non proverebbe vergogna se non sentisse che il corpo ha una sua particolare santità, non solo per il suo potere di continuare l’atto creativo di Dio, ma anche per la sua possibilità di diventare un vero Tempio di Dio.

L’uomo cerca l’assoluto, cioè la perfetta felicità. Servirsi del sesso in sostituzione dell’assoluto è un vano tentativo di trasformare la copia in originale, l’ombra in sostanza, il condizionato in assoluto. Gli infiniti desideri di un’anima non possono essere soddisfatti dalla sola carne. Ricordiamo che l’amore non è nell’istinto ma nella volontà. Se l’amore fosse una funzione totalmente organica, se non fosse più importante di qualsiasi altra funzione fisica, come per esempio la respirazione e la digestione, non sarebbe a volte accompagnato da un senso di disgusto. Ma il grande amore è molto più di tutto questo: non è l’eco della fantasia inibita del bambino, come qualcuno vorrebbe farci credere.

Ogni anima avverte un’irrequietezza, un’aspirazione, un vuoto, un desiderio che è il ricordo di qualche cosa che è stata perduta: il nostro Paradiso. Siamo tutti altrettanti sovrani in esilio. Questo vuoto può essere colmato soltanto dal Divino Amore. Perduto Dio (o essendone stato privato dai falsi predicatori e dai ciarlatani fanatici del sesso) l’uomo tenta di colmare il vuoto con promiscue “faccende amorose”. Ma l’amore, sia umano che divino, si allontanerà da colui che lo ritiene meramente fisiologico; solo chi vive una vita nobile può amare nobilmente.

È sbagliato affermare che il profondo amore spirituale dei santi per Dio è una sublimazione dell’istinto sessuale, come sostengono alcuni spiriti pervertiti. L’affermazione che la religione ha avuto la sua origine nell’istinto sessuale è quasi troppo stupida per essere confutata, poiché le più grandi personalità religiose della storia sono sempre state quanto mai lontane dal sesso. Quanto più una persona vive alla presenza di Dio, tanto più e meglio reagirà contro l’uso sbagliato del sesso, e sarà una reazione automatica come il vibrare delle palpebre quando nell’occhio penetra un granello di polvere.

D’altra parte, i fanatici del sesso non sono soltanto areligiosi, ma generalmente anche antireligiosi. È strano sentirli sostenere la necessità di ripudiare la morale cristiana e di sviluppare una nuova etica che si convenga alla immorale condotta di quella esigua minoranza da essi registrata. Se dalle statistiche risulta che 5.000 persone vivono in funzione della carne, essi ne deducono che l’ideale di queste persone deve diventare l’ideale universale. Altrettanti casi di tetano possono registrarsi negli Stati Uniti, il che tuttavia non basterebbe a stabilire che le persone colpite da tetano sono altrettanti modelli di salute fisica. I peccati non diventano virtù solo perché compiuti su vasta scala. Il bene è ancora bene anche se nessuno è buono; e il male è ancora male anche se tutti sono malvagi.

Alcuni hanno sostenuto che le deviazioni sessuali sono comuni come il raffreddore; ma nessuno, a tutt’oggi, ritiene che il raffreddore sia un’affezione normale e desiderabile. Dal lato positivo, la morale cristiana stabilisce che l’istinto sessuale è il riflesso dell’amore nell’ordine spirituale. Prima viene il sole, poi il suo riflesso nella pozza d’acqua. La voce non è una sublimazione dell’istinto carnale. Ogni amore, ogni perfezione, ogni felicità è prima di tutto in Dio, poi nelle cose. Più le creature – come angeli e santi – si avvicinano a Dio e più sono felici: più se ne allontanano, meno possono rivelare l’opera della divinità.

Poiché la violenza della sessualità è dovuta all’oblio della vera natura dell’uomo come corpo e spirito, ne consegue che la liberazione dalle ansie, tensioni e infelicità (create dall’identificare l’uomo con la bestia) dipende dal ripristino del significato dell’amore. L’amore sottintende la carne; ma la sessualità, intesa come istinto animale, non sottintende l’amore. L’amore umano sottintende sempre il Perfetto Amore.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

LA RICERCA DELL’AMORE: IN CIELO NOI CATTUREREMO L’ETERNO AMORE! “È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno…Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri”

In ogni cuore c’è una lotta tra romanticismo e matrimonio, tra fidanzamento e unione, tra inseguimento e cattura. L’amore terreno che è soltanto ricerca è incompleto; l’amore che è soltanto conseguimento è inerte. L’amore che si limita al possesso assorbe e distrugge l’essere amato; quello che si limita al desiderio è una forza inutile che si estingue come una stella senza vita. Quando mancano la ricerca o la soddisfazione da soddisfare, si genera il mistero e, a volte, la pena dell’amore. Come semplice perseguimento, l’amore è la morte per fame; come sola soddisfazione è la morte per sazietà e per il suo stesso “troppo”.

Se l’amore non potesse elevarsi al di sopra della terra, oscillerebbe, come il pendolo di un orologio, tra inseguimento e cattura, cattura e inseguimento, all’infinito. Ma i nostri cuori aspirano a qualche cosa di più. Noi vogliamo sfuggire a questo stancante e incessante inseguimento: non desideriamo, in amore, emulare il cacciatore che si dà alla ricerca di una nuova preda solo perché ha già ucciso la vecchia. E il modo di sfuggire esiste.

Esso si trova in quel momento eterno che combina insieme la ricerca e il ritrovamento. In Cielo noi cattureremo l’Eterno Amore; ma a sondarne la profondità un inseguimento infinito non sarà sufficiente. È l’Amore nel quale finalmente ritroviamo e in pari tempo perdiamo noi stessi, e sarà eternamente uguale. Qui la tensione tra romanticismo e matrimonio si concilia in un eterno istante di gioia, un istante che per l’intensità della gioia spezzerebbe il cuore se quell’Amore non fosse vita.

Non aver sete sarebbe inumano, aver sempre sete sarebbe una sofferenza; ma bere e aver sete nello stesso eterno momento significa innalzarsi alla più alta beatitudine dell’Amore. Questo è l’Amore “di cui avvertiamo la mancanza in ogni altro amore, la Bellezza che fa apparire qualsiasi altra bellezza dolore… il non posseduto che rende vano il possesso”.

Per avvicinarci quanto più è possibile, con la nostra immaginazione, a una simile esperienza dobbiamo metterci a pensare al momento della più felice estasi della nostra vita e raffigurarcelo quindi eternato. Questa specie di amore sarebbe ineffabile e senza parole; non può esserci espressione adeguata alla sua estasi. Perciò l’Amore Divino viene chiamato Spirito Santo, Santo Anelito. (…)

Per comporre il perfetto amore servono non due ma tre personalità, sia nella carne (marito, moglie e figlio), sia nello spirito (amante, amata e amore), sia nella Divina Natura (Padre, Figlio e Spirito Santo). Il sesso è dualità, l’Amore è sempre uno e trino. È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno. Alcuni non lo immaginano neppure, perché non hanno mai aperto le imposte del loro cupo cuore per lasciarvi entrare la luce di Dio; altri sono stati privati della speranza da coloro che non possono pensare all’amore in altri termini che non siano quelli del contatto tra due scimmie; altri ancora se ne ritraggono, scioccamente timorosi di perdere, nelle fiamme dell’Amore Divino, la brace moribonda dei loro pervertiti desideri. Ma altri vedono che, come la lama argentea nelle acque di un lago è il riflesso della luna, così l’amore umano è solo il riflesso attenuato del Cuore Divino.

Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri. Alla donna accanto al pozzo, che aveva avuto cinque mariti e viveva con un tale al quale non era sposata, Nostro Signore disse: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” (Gv 4,13). Non ci sono pozzi umani tanto profondi da poter estinguere la sete insaziabile dell’anima umana. Ma questo desiderio può essere soddisfatto. “Ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,13-14). La religione nobilita l’amore, e coloro che tolgono Dio all’uomo pervertono la natura dell’uomo. Solo una religione divina può proteggere lo spirito dagli assalti della materia o impedire all’animale che è in noi di conquistare lo spirito, rendendo l’uomo più brutale del bruto.

Come la vita cambia significato quando noi vediamo l’amore della carne come un riflesso della Luce Eterna attraverso il prisma del tempo! Coloro che vorrebbero separare il suono umano da quello dell’arpa celeste non possono avere musica; coloro che credono che l’amore sia solo un anelito del corpo si accorgeranno ben presto che l’amore ha emesso il suo ultimo anelito e che essi hanno fatto un contratto con la morte. Ma coloro che vedono in ogni bellezza terrena una debole copia dello splendore divino, coloro che vedono nella fedeltà a ogni voto la prova che Dio ci ama nonostante non siamo degni di essere amati, coloro che, di fronte ai loro affanni, vedono che l’Amore di Dio andò a finire su una Croce, coloro che permettono al fiume della loro estasi di traboccare dai canali della preghiera e dell’adorazione, costoro impareranno, anche sulla terra, che l’Amore fu fatto carne e abitò tra noi. Così l’Amore diventa un’ascensione verso il giorno beato in cui le illimitate profondità delle anime nostre saranno colmate dal dono infinito, in un’eternità dove l’amore è l’eternità della vita e Dio è Amore.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

PSICOANALISI, MALATTIE MENTALI E CONFESSIONE: “Molte anime distese sul lettino dello psicanalista si sentirebbero molto meglio se portassero la loro coscienza a un confessionale”

Alcuni disturbi mentali, tuttavia, non possono essere ignorati, anche dopo che nella colpa si è ravvisata la causa e nell’esame di coscienza il rimedio. Molte malattie mentali sono essenzialmente psicologiche, neurologiche o magari fisiologiche e possono essere guarite soltanto da un bravo psichiatra. Ma è indispensabile assicurarsi che sia davvero bravo, perché un sistema di psicanalisi che parte dalla negazione della volontà e della responsabilità della colpa, priva i suoi seguaci della capacità di comprendere la natura umana sulla quale essi operano e, in molti casi, aggrava la malattia che si prefigge di guarire.

Anime ammalate che hanno, fino ad ora, negato la possibilità del peccato e della colpa dovrebbero riesaminare la loro coscienza piuttosto che il loro inconscio e considerare la possibilità che alcune della loro turbe mentali siano dovute a un senso non riconosciuto di colpa. Molte anime distese sul lettino dello psicanalista si sentirebbero molto meglio se portassero la loro coscienza a un confessionale. Migliaia di pazienti migliorerebbero se, invece che stare distesi, si mettessero in ginocchio. La passività simboleggiata dalla posizione supina simboleggia l’irresponsabilità del paziente, che è l’assunto dell’intera teoria di Freud. Ed è in stridente contrasto con l’umiltà di colui che piegando le ginocchia, invece che “come sono stato sciocco!”, dice: “Signore, abbi pietà di me peccatore!”.

Di solito le anime che negano la possibilità della loro colpa, la negano o perché troppo soddisfatte di se stesse o perché troppo “snob” per guardare le cose in faccia. Sono “codardi” che tentano di ammucchiare il loro sudiciume morale sotto i tappeti freudiani. Invece che assumere la responsabilità dei propri peccati, li proiettano sugli altri. Se oggi il mondo è quello che è, ciò si deve al fatto che ciascuno di noi cerca di scaricare sugli altri la responsabilità delle sue colpe. Alcuni dei capri espiatori preferiti sono la madre che ha amato eccessivamente il peccatore e il padre che non lo ha amato abbastanza. Per i nazisti, i capri espiatori erano gli ebrei; per i comunisti, sono i cristiani; per i freudiani, il capro espiatorio è la cosiddetta repressione dovuta a totem e tabù.

Tutti i capri espiatori sono il risultato degli sforzi intesi a eliminare qualsiasi inquietudine in merito alla parte migliore del nostro essere, atrofizzandone il senso morale. Si mette in tal modo a dormire anche il senso critico, che dovrebbe scorgere l’illogicità di questa teoria. Difatti, se l’inconscio è la causa delle condizioni mentali anormali e dei conseguenti disturbi, due interrogativi s’impongono: che cosa fa sì che l’inconscio produca queste psicosi e questi disturbi? E se la repressione è la causa, perché il conscio desidera reprimere ciò che è male?

Lo psicanalista amorale, rifiutando di ammettere “bene” e “male,” trova difficoltà a rispondere. Senza dubbio, la spiegazione si deve rintracciare nell’ordine morale naturale, nell’esistenza di un ethos al quale ognuno è soggetto e contro il quale a volte ci si ribella. Quest’ordine morale è universale ed è stato universalmente riconosciuto. È difficile trovare in una qualsiasi letteratura l’affermazione che la sola differenza tra l’uomo sano e il pazzo è nel contenuto del loro inconscio; ma è facile trovare, attraverso i secoli, una distinzione tra l’apparenza e la realtà dell’uomo o tra ciò che egli è e ciò che dovrebbe essere.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)