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COME RICONOSCERE L’UOMO MODERNO SCHIAVO DELLA MASSA: “L’uomo nuovo è l’uomo di massa, che non apprezza più la propria personalità individuale, ma che cerca di sommergersi nella collettività o nella folla”

Un nuovo tipo d’uomo si va moltiplicando nel mondo moderno, e caso mai qualche lettore riconosca qui sotto il proprio ritratto, auguriamoci che si soffermi, che rifletta e che operi un mutamento di sé. L’uomo nuovo è l’uomo di massa, che non apprezza più la propria personalità individuale, ma che cerca di sommergersi nella collettività o nella folla.

L’uomo di massa si può riconoscere dai tratti seguenti:

  1. È privo di originalità di giudizio; non legge altro che quel che si trova nei quotidiani o nei giornali illustrati, o eventualmente in qualche romanzo. Può tutt’al più, su un argomento non peregrino, esprimere un parere diverso da quello degli altri, non mai enunciare un nuovo principio o proporre una nuova soluzione.
  2. Detesta la tranquillità, la meditazione, il silenzio e tutto ciò che possa dargli l’agio di penetrare nelle profondità della propria anima. Ha bisogno della folla, del frastuono, della radio (l’ascolti oppure no).
  3. L’evasione o fuga da se stesso è per lui una necessità. Assume regolarmente dosi alte di alcool, di cocktails, di libri gialli, di cinema, per colmare il vuoto delle ore. A differenza del genio, che ama la concentrazione, egli ricerca la dispersione, e in particolar modo il sesso, affinché l’eccitazione del momento possa fugare la considerazione dei problemi dell’esistenza.
  4. Cerca piuttosto di essere influenzato che d’influenzare, è sensibile alla propaganda, alle sollecitazioni della pubblicità, e ha generalmente un articolista favorito che s’incarica di pensare per lui.
  5. Ritiene che ogni istinto debba essere soddisfatto, indipendentemente dal fatto che sia, o meno, conforme alla sana ragione. Non può capire la rinuncia o l’autodisciplina; identifica l’autoespressione con la libertà, e non è padrone di sé in nessuno di quelli che sono i punti vitali.
  6. Le sue opinioni sul giusto e sull’ingiusto cambiano come la banderuola che segna la direzione del vento; sostiene posizioni che non sono altro se non un succedersi di contraddizioni: un mese traccia degli itinerari mentali e il mese dopo li abolisce. Non approda in nessun luogo, ma è sicuro di essere «sulla buona via». Non ha il senso della gratitudine verso il passato né il senso della responsabilità verso l’avvenire. Nulla gli sta a cuore eccetto le distrazioni, cosicché la vita si frammenta in un assurdo schema d’istanti successivi di cui nessuno s’integra agli altri per acquistare un senso compiuto.
  7. Identifica il denaro con il piacere, e cerca quindi di procurarsi in abbondanza il primo per avere molto del secondo. Ma, per lui, il denaro dev’essere ottenuto col minore sforzo possibile. L’ego è il centro di tutto, e qualsiasi cosa dev’essere collegata all’ego per mezzo del denaro.
  8. Per rompere la propria solitudine ricorre a una pseudo-comunione con gli altri, mediante i locali notturni, i ricevimenti e le distrazioni collettive. Ma sempre se ne ritorna sentendosi più solo di prima, e infine si persuade con Sartre che «l’inferno sono gli altri».
  9. Essendo un uomo di massa completamente standardizzato, odia la superiorità negli altri, sia essa reale o immaginaria. Ama gli scandali perché sembrano dare la prova che gli altri non sono migliori di lui. Detesta la religione per il semplice motivo che, negandola, crede di poter continuare a vivere come vive, senza rimorsi di coscienza.
  10. Così sommerso nella mentalità della massa, potrebbe essere contrassegnato tanto da un numero quanto da un nome. Perfino l’autorità da lui invocata è anonima. Si configura sempre nella terza persona plurale : «Dicono», «fanno», «portano», e via dicendo. L’anonimato diventa una protezione contro l’assunzione di responsabilità. Nelle grandi città l’uomo di massa si sente più libero perché è meno conosciuto, ma nello stesso tempo detesta questa condizione in quanto cancella la sua distinzione personale.

Sono questi i dieci contrassegni dell’uomo di massa […]. Ma il suo caso non è senza speranza: gli basterebbe interiorizzarsi.

La sola ragione per cui vuole sperdersi nella folla è che non può sopportare la propria miseria interiore. Ne consegue che un tal uomo deve staccarsi dalle masse e mettersi faccia a faccia con se stesso. La fuga è codardia ed evasione, specialmente la fuga nell’anonimato. Bisogna essere coraggiosi per guardarsi nello specchio della propria anima al fine di scorgervi il deturpamento cagionato dalla cattiva condotta.

Non è lapalissiano il dire che gli uomini devono essere uomini, e non atomi sperduti nella massa. Una volta che l’uomo abbia potuto discernere le ferite ch’egli stesso si è inferte, la prima iniziativa che prenderà sarà quella di mostrarle al Medico Divino per essere curato. Fu per simili, travagliati uomini di massa che Cristo pronunciò il suo appello: «Venite a Me voi tutti che siete affaticati e oppressi, Io vi ristorerò».

(Fulton J. Sheen, da “Way to Happiness” 1953)

“PERCHÉ CREDERE? 50 RISPOSTE SUL SENSO DELLA VITA” È STATO PUBBLICATO IL SECONDO VOLUME DELLA SUMMA DI FULTON SHEEN!

Si completano in questo secondo volume le cinquanta lezioni dell’arcivescovo Fulton Sheen sulle buone ragioni della fede. Con il consueto stile rapido e comunicativo, l’autore ci accompagna in un’analisi approfondita sull’Eucaristia, sulla questione della grazia e del peccato, sui sacramenti, sulla preghiera e sui comandamenti, sul mondo ultraterreno (i novissimi), soffermandosi anche sulla specificità dei ruoli maschile e femminile all’interno della comunità e nell’economia della salvezza.

Un’opera che monsignor Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester e lui stesso noto predicatore, definisce nella prefazione del primo volume: «quanto di più vicino a una Summa Sheeniana». In queste 50 lezioni, come del resto in tutta la sua opera, emergono lo stile brillante e la cultura (non solo teologica) del grande evangelizzatore statunitense, capace di parlare al cuore delle persone di ogni estrazione sociale e allo stesso tempo di esporre in modo chiaro le ragioni della fede.

Barron sottolinea a proposito «il talento dell’autore nel trovare analogie, paragoni e immagini per esporre i misteri cristiani. […] Non conosco nessuno, nella grande tradizione dell’omiletica cristiana, della catechesi o della teologia, in grado di praticare il metodo analogico con maggiore capacità di Fulton Sheen».

IL VOLUME È DISPONIBILE SUL SITO DELLA CASA EDITRICE ARES. QUI SOTTO IL LINK: 👇

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QUI DI SEGUITO POTETE TROVARE UN ESTRATTO:

-La legge dell’amore: dedizione totale-

Tutto ciò che abbiamo discusso si può riepilogare nella differenza tra legge e amore. Nella vita cristiana non siamo governati esclusivamente dalla legge, dobbiamo andare oltre. Non accontentiamoci semplicemente di osservare i comandamenti, ma cerchiamo di essere vicini al Signore. È difficile? È possibile?

Ricordate, un giorno un giovane andò dal Signore e gli chiese che cosa dovesse fare per essere salvato e il Signore gli disse di osservare i comandamenti. Ne menzionò cinque o sei, come non rubare, non commettere adulterio e così via. Il giovane disse: «Ho osservato tutte queste cose sin dalla giovinezza». Il Signore allora aggiunse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21). Il giovane se ne andò triste, perché possedeva molto. Questo turbò gli apostoli. Ognuno deve vendere tutto per seguire il Signore. Dissero: «Allora, chi può essere salvato?» (Mt 19, 25). Il Signore rispose che non è possibile agli uomini con le loro forze, ma è possibile a Dio. Tutto è possibile a Dio; noi abbiamo la sua grazia.

Il cristianesimo è difficile da un punto di vista mondano, ma dona intima pace e gioia a coloro che obbediscono alla legge dell’amore del Signore. Quando comprendiamo in pieno il senso della legge, sentiamo il Signore dirci: «Dammi tutto, tutto di te. Dammi tutto il tuo essere». È una perdita? No, perché Lui ha detto: «Ti darò un nuovo io, ti darò Me stesso, la mia volontà diventerà tua». Cerchiamo di rimanere ciò che siamo e al tempo stesso di custodire la pace per quanto possibile. Vogliamo essere “buoni”. Vogliamo che i nostri cuori e le nostre menti vadano insieme; forse questo viene dopo il denaro, il piacere o il prestigio sociale e al contempo vogliamo comportarci con onestà, con purezza e osservando i comandamenti.

Il Signore ha detto: «Un cardo non può produrre un fico e un campo che contiene solo erba non può produrre grano» (Mt 7, 16-20). Se voglio produrre grano, il cambiamento deve avvenire in profondità. Devo lasciarmi arare e seppellire. Il Signore ha detto anche: «Se vuoi essere perfetto, […] vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21) e ancora: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48). Intende che dobbiamo lasciarci lavorare a fondo. È difficile, ma desiderarlo è ancora più difficile. Quando scendiamo fino in fondo, di che cosa abbiamo paura? Abbiamo paura di dare le nostre dita a Dio per timore che prenda tutta la mano. Nei nostri cuori coltiviamo dei piccoli giardini segreti, ma il frutto non è suo, è nostro. Lo nascondiamo a Lui, talvolta è un peccato di poco conto, un vizio o egoismo, qualsiasi cosa che ci toglie la piena gioia di essere cristiani. È difficile per un uovo trasformarsi in uccello, ma è ancora più difficile che possa volare rimanendo uovo. Noi ora siamo come uova e non possiamo continuare a essere soltanto buone uova. Un buon uovo è quello che si schiude.

Il Signore insiste su un certo tipo di morte; dobbiamo rinnovarla nelle nostre vite proprio com’è accaduto nella sua. Egli è il modello. A Nicodemo e a noi ha detto ripetutamente che per vivere ancora dobbiamo morire all’uomo vecchio (Gn 3, 1-21). Qualcuno spera che il pericolo sia superato perché Lui è un Salvatore gentile che riprende i peccatori ostinati senza far domande? Costui dovrebbe leggere il passo in cui Lui dice che al rigore della legge di Dio non sarà sottratto un solo iota (cfr Mt 5, 17). La grazia non è a buon mercato. Costa quanto la vita del Signore. Potete pensare a qualcosa di più costoso di ciò che un uomo deve pagare sulla croce? Se vogliamo la pace, dobbiamo pagarne il prezzo. Senza morire alla vita inferiore, non c’è pace, ma solo timore, e viviamo una sorta di mezza esistenza. Il Signore ha detto: «Chi vuol fare la sua volontà, riconoscerà se questa dottrina viene da Dio» (Gv 7, 17). Intende che una delle ragioni per cui ci sono agnostici e scettici è perché non osservano la legge di Dio. Se noi conosciamo la sua volontà, comprenderemo la sua dottrina.

Magari abbiamo insistito troppo sulla conoscenza della dottrina cristiana e non abbastanza sul fare. Il Signore ha detto: «Se farete la mia volontà, conoscerete la mia dottrina» (Gv 8, 31). Solo chi fa seriamente la sua volontà e mette in gioco la propria vita altrettanto seriamente su di essa giungerà a conoscere Cristo e tutto ciò che la sua Redenzione porta con sé. Il Signore si fa conoscere solo dagli avventurieri, non dai codardi. Il Signore è un disturbatore. Sembra irritarvi e vi spinge a una sorta di crocifissione. Potete essere dei mondani accomodanti, comodamente seduti nella vostra visione del mondo, ma, se prendete Cristo sul serio, dovrete rinunciare a quella comodità, perché è una falsa pace. La prima venuta di Cristo nelle nostre vite è quella di uno che ci viene a sconvolgere, ma una volta che ci diamo a Lui diventa il nostro difensore. Prima di avere Cristo, il nostro cuore ci accusa, siamo infelici delle mezze misure. Dopo esserci dati a Lui e alla sua legge d’amore, i nostri cuori sono in pace. Il suo atteggiamento cambia completamente una volta che noi abbiamo cambiato il nostro.

Ecco un altro modo di sottolineare la differenza tra i comandamenti e l’amore: «I comandamenti mi limitano soltanto». Li vediamo come ostacoli e impedimenti nella vita. Coloro che vivono per i comandamenti si chiedono: «Fin dove posso spingermi?», «Qual è il limite?», «Quanto posso accostarmi all’abisso senza cadervi?», «È peccato mortale?». Non è questa la via dell’amore né della pace. È il vecchio Adamo in me che parla in questo modo sui comandamenti. Quando mi limito a obbedire alle regole, non sono mai integro come persona. Ecco lo stato psicologico di chi si limita a obbedire ai comandamenti, senza il pieno coinvolgimento del cuore. Quando amo, sono una persona intera, perché l’amore coinvolge tutto il mio essere; di conseguenza non posso essere comandato. Fino a questo punto abbiamo detto che la dottrina morale cristiana è una dedizione totale a Cristo. Ci fissiamo sulla sua mente, pensiamo i suoi pensieri, amiamo ciò che Lui ama, e chiediamo a noi stessi qualsiasi cosa compiamo: «Questa cosa gli è gradita?».

C’è un altro risvolto dell’amore di Dio: l’amore del prossimo. Le due leggi vanno insieme. Amare il prossimo è farsi carico del suo peccato. Alcuni anni fa ricordo di aver incontrato una donna sconvolta perché suo figlio era stato arrestato. Penso che fosse il suo quarto arresto per delinquenza, furto e omicidio. Lei se ne vergognava e aveva il cuore spezzato. Mi chiedevo tra me: «Perché prova tanta vergogna?». Allora mi vennero in mente le parole del profeta Isaia riguardo al Signore e potevo dire di lei: «Si è caricata delle sue sofferenze, si è addossata i suoi dolori e il castigo che gli dà salvezza si è abbattuto su di lei» (cfr Is 53, 4-5). Solo dalle piaghe di lei, lui sarebbe stato guarito. Questa buona madre aveva pochissimi peccati nella sua vita, di certo non gravi, eppure l’amore l’ha fatta sentire peccatrice per amore di lui. Immediatamente si è chiarito il mistero: l’amore che una donna può provare per suo figlio la rende una sola cosa con lui. Il peccato, la disgrazia e la vergogna di lui diventano di lei, ed è la realtà più vicina su questa terra all’amore di Dio.

Dobbiamo vedere che ogni nostro peccato, disgrazia e vergogna diventano Suoi, che li ha portati nel suo stesso corpo sull’albero della croce. Ecco perché il perdono ha un prezzo e la grazia e il perdono non sono a buon mercato. Non dobbiamo pensare di essere devoti vivendo individualmente una vita santa ben separata dal prossimo, dal mondo e dall’umanità sofferente. Ecco qual era il problema di Simone il fariseo. La donna peccatrice venuta in casa che versava l’unguento sui piedi del Signore lasciò Simone scandalizzato. Non voleva entrare in contatto con una peccatrice, tutto preoccupato della propria osservanza della Legge e forse delle proprie colpe avvolte in una falsa pace. Il Signore disse a Simone: «Vedi questa donna? L’hai capita? I suoi peccati sono parte dei peccati del mondo». Egli stava prendendo i peccati di lei e l’unzione era una preparazione alla sua crocifissione e morte (cfr Lc 7, 36-50). Lei fu perdonata molto, e il perdono ha un prezzo terribile. Il perdono è l’amore in azione e l’amore significa portare il peccato. Il perdono si realizza solo portando il peccato, e questo esige una croce per Dio e per noi!

Il Signore ha detto: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, […] prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34). Il significato della croce è l’amore che si fa carico del peccato dell’amato per via dell’unione con lui. Noi possiamo conoscere il portatore, Cristo, solo se portiamo i peccati degli altri. Siamo redenti per essere redentori e non veniamo salvati finché Dio non ci rende salvatori. Un cristiano deve andare con il Signore nel Getsemani e passare da lì al Calvario, completando nel proprio corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo per amore del suo Corpo che è la Chiesa. Non possiamo lavarcene le mani come Pilato dicendo: «Non sono responsabile del sangue e delle sofferenze del mondo» (cfr Mt 27, 24).

La Chiesa è una chiesa, cioè un corpo di persone che portano il peccato, che amano con l’amore di Dio sparso nei loro cuori. Possono perdonare perché sono state perdonate. Coloro che sono stati amati diventano amanti. Se la Chiesa di Cristo non fosse unita dall’amore a tutta l’umanità, allora il peccato del mondo sarebbe il peccato della Chiesa, la disgrazia del mondo sarebbe la disgrazia della Chiesa, la vergogna del mondo sarebbe la vergogna della Chiesa, la miseria del mondo sarebbe la miseria della Chiesa; anzi non ci sarebbe affatto la Chiesa. La Chiesa non è e non può essere un fine in sé stessa, ma un mezzo di salvezza per il mondo, non solo per la nostra propria santificazione. Non possiamo salvarci da soli. Nel “Padre nostro”, non nel “Padre mio”, imploriamo il “nostro pane quotidiano”, non il “mio pane quotidiano”. La Chiesa è strumento di salvezza per l’umanità. Non è un rifugio pacifico, ma un esercito che si prepara alla guerra. Noi cerchiamo sicurezza, ma solo nel sacrificio, ecco il segno della Chiesa e il vessillo della croce.

Se il peccato dei nostri moderni bassifondi e la degradazione che ne deriva; se il peccato delle nostre case sovraffollate e la bruttezza e il vizio che portano; se il peccato di chi è senza cuore e senza scrupoli si staglia contro la squallida e degradante miseria dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina; se il peccato della truffa e della disonestà defrauda i poveri; se il peccato della prostituzione e dell’omicidio di donne e bambini per malattia; e se il peccato della guerra che gli altri hanno covato; se tutto non gravasse come un peso sulla Chiesa e su di noi, membra della Chiesa, e se non ne sentissimo dolore, non saremmo membra degne della Chiesa. Abbiamo perso la nostra vocazione. La moralità cristiana non è solo osservare i comandamenti; è amore, dedizione totale, e prendere su di sé i peccati degli altri. Ecco la legge nuova: amare Dio e amare il prossimo.

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UN APPELLO ALL’INTOLLERANZA: “LA NECESSITÀ DEI DOGMI E LA CHIESA DI CUI ABBIAMO BISOGNO”

DAL LIBRO APPENA PUBBLICATO:

“VERITÀ E MENZOGNE: UNA CRITICA PROFETICA DEL PENSIERO MODERNO” (Edizioni Mimep).

ESTRATTO DAL CAPITOLO 7: “UN APPELLO ALL’INTOLLERANZA”

Si dice che l’umanità sia colpita dal morbo dell’intolleranza. In realtà è vero il contrario. Essa è affetta da un eccesso di tolleranza, la tolleranza su ciò che è giusto e su ciò che non lo è, sulla verità e sull’errore, sulla virtù e sul vizio, sul Cristo e sul caos. Nel nostro Paese non imperversano tanto i bigotti, quanto gli spiriti tolleranti. L’uomo che sa prendere una decisione secondo un ordine preciso, così come sa rifarsi il letto, viene definito bigotto e colui che non sa organizzare i propri pensieri, più di quanto saprebbe compiere l’impresa di recuperare il tempo perduto, viene definito liberale e tollerante. Il bigotto è colui che rifiuta di accettare una ragione per qualsiasi cosa e l’uomo tollerante è colui che accetta qualsiasi cosa per una ragione – a patto che non sia una ragione valida. È vero che si esige dai più la precisione, l’esattezza, la finalità, ma solo nella valutazione scientifica, non nella logica. Il collasso che ha prodotto tale innaturale tolleranza non è morale, bensì mentale. La prova della nostra affermazione è triplice: la tendenza a determinare le conclusioni non in forza di argomenti, ma di parole; la disposizione ad accettare qualunque autorità nell’ambito della religione; infine, la passione rispetto alla novità.

Voltaire si vantava per il fatto che se fosse riuscito a scoprire soltanto dieci parole negative ogni giorno sul Cristianesimo, avrebbe potuto schiacciarne «l’infamia». Riuscì a trovarne non solo dieci, ma una dozzina al giorno, però non scoprì mai alcun argomento valido, perciò le parole andarono per la solita via che seguono le parole vane e alla fine, l’oggetto contro cui le scagliava, il Cristianesimo, sopravvisse. Oggi nessuno presenta nemmeno il più meschino argomento che tenti di dimostrare che Dio non esiste, ma sono a legioni coloro che credono di aver sigillato i Cieli dopo aver usato la parola «antropomorfismo». Questa parola è solo un esempio di quell’intero catalogo di nomi che servono come scusa a coloro che sono troppo pigri per pensare. Un attimo di riflessione gli direbbe che non ci si può liberare di Dio chiamandolo «antropomorfo», più di quanto si riesca a liberarsi dal mal di gola col nominare gli «streptococchi». In quanto all’uso della parola «antropomorfismo», non vedo che in teologia sia più giustificato di quanto sia nella fisica l’uso del termine «organismo», che i fisici moderni amano tanto praticare. Certi aggettivi come «reazionaria» o «medioevale» vengono applicati alla Chiesa Cattolica e sono usati con la stessa mancanza di rispetto che un uomo potrebbe portare nel deridere l’età di una donna.

-Falsa tolleranza-

La falsa tolleranza non è soltanto tradita da questa tendenza a sostituire le parole agli argomenti, ma anche dalla prontezza da parte di molti ad accettare come autorità in ogni campo del sapere qualsiasi individuo che sia diventato famoso in un campo particolare. Il concetto su cui poggia la religione trattata dal punto di vista giornalistico è che un uomo, per il fatto di essere bravo a fabbricare automobili, sarà altrettanto bravo a trattare i rapporti che intercorrono fra Buddismo e Cristianesimo e che un professore, per essere un’autorità nell’interpretazione dei fenomeni atomici, è necessariamente altrettanto autorevole nell’interpretazione del matrimonio. Allo stesso modo un uomo, il quale s’intende di illuminazione, potrà gettare sempre luce sull’argomento dell’immortalità o addirittura spegnere le luci sull’immortalità stessa. Vi è un limite alle nostre abilità: nessun pittore, abilissimo nel lavorare con la mano destra, potrà, volendo seguire il suggerimento di un cronista, dipingere altrettanto bene con quella sinistra. La scienza della religione ha il diritto di essere ascoltata scientificamente attraverso i suoi rappresentanti qualificati per parlare, esattamente come la fisica e l’astronomia hanno il diritto di essere espresse per bocca dei loro legittimi rappresentanti. La religione è una vera scienza, nonostante che qualcuno la voglia ridurre a semplice sentimento.

La religione possiede i suoi principi, sia naturali che rivelati, ancora più precisi di quelli matematici nella loro logica. Un falso concetto di tolleranza, purtroppo, ha oscurato questo fatto agli occhi di molte persone, che nei più piccoli particolari della vita sono tanto intolleranti mentre nelle loro relazioni con Dio sono molto tolleranti. Nelle questioni ordinarie della vita, queste persone si guarderebbero bene dal chiamare un seguace di Scientology quando hanno bisogno di riparare una finestra, non chiamerebbero mai un oculista perché si è rotta la cruna di un ago, non chiamerebbero il fiorista dopo essersi lacerati la pianta del piede, né andrebbero dal falegname a farsi sistemare le unghie. Non contatterebbero l’agente delle imposte per fargli estrarre una monetina inghiottita per sbaglio dal bambino. Si rifiuterebbero di prestare attenzione ad un sostenitore dell’Unicef, che pone in discussione l’autenticità di un presunto quadro di Rembrandt, così come ad un taglialegna, che si arroga il diritto di risolvere una spinosa questione legale. Tuttavia, nel campo di quell’argomento di somma importanza che è la religione, dal quale dipendono i nostri destini eterni, intorno alla questione di somma importanza sui rapporti dell’uomo con il mondo e con Dio, si dimostrano disposti ad ascoltare chiunque si autodefinisca un profeta. Perciò i nostri giornali sono pieni di articoli per gente straordinariamente tollerante e di «larghe vedute», nei quali ognuno, dal campione di pugilato Jack Dempsey al capo-cuoco del Ritz Carlton Hotel, ci parla della sua idea di Dio e del suo punto di vista sulla religione. Gli stessi individui che si sentirebbero profondamente turbati se i loro figli, in violazione di una fantasia educativa Watsoniana, mangiassero delle caramelle d’un colore «sconveniente», non si preoccuperebbero affatto se gli stessi figli crescessero senza sentir nominare nemmeno una volta il nome di Dio. Non sarebbe forse in perfetta sintonia con il giusto ordine delle cose, esigere alla base di ogni pronunciamento teologico certi requisiti minimi? Se insistiamo sul fatto che l’uomo al quale facciamo riparare le nostre tubature s’intenda di idraulica e chi ci prescrive dei farmaci abbia studiato la medicina, non potremmo, o meglio, non dovremmo esigere che colui il quale ci parla di Dio, della religione, di Cristo e dell’immortalità abbia almeno l’abitudine di pregare? Se il violinista Kreisler non trascura di esercitarsi nelle scale, perché i moderni teologi dovrebbero disdegnare la pratica elementare della religione?

-Una decadenza del pensiero-

Un’altra prova della decadenza della ragione, che ha dato vita allo strano parassita del libero pensiero, è la passione per la novità, in contrapposizione all’amore per la verità. Si sacrifica la verità in cambio di un epigramma e la divinità di Cristo per il titolo di un articolo comparso sul quotidiano del lunedì. Molti predicatori d’oggi si preoccupano meno di predicare il Cristo Crocifisso e più di conquistare la popolarità per loro e per la congregazione alla quale appartengono. La mancanza di una spina dorsale intellettuale fa sì che essi adoperino come cavalcatura sia il bue della verità, che l’asino dell’insensatezza e che si congratulino con i Cattolici in merito alla «loro grandiosa organizzazione» e con i cultori di sessuologia per la loro «onesta sfida ai giovani delle nuove generazioni».

Il fatto che pieghino le ginocchia innanzi alla folla e vogliano piacere agli uomini, più che a Dio, molto probabilmente toglierebbe loro il desiderio di recitare la parte di Giovanni Battista di fronte ad un moderno Erode. Nessuno di loro punterebbe un dito accusatore contro chi pratica il divorzio, oppure vive nell’adulterio, nessuna voce uscirebbe dalle loro bocche per tuonare all’orecchio del ricco e del potente, con l’accento di un’intolleranza quasi divina: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello!» (Mc 6,18). Sentiremo piuttosto: «Amico, i tempi sono cambiati! Gli acidi della modernità hanno corroso i fossili dell’ortodossia. Se la nobile urgenza del tuo istinto sessuale trova stimolo e risposta nella sola persona di Erodiade, prendila dunque come tua legittima sposa, nel nome di Freud e di Russell, e tienila presso di te fino a quando il sesso non vi separi». Le credenze nell’esistenza di Dio, nella Divinità del Cristo, nella legge morale, sono considerate mode passeggere. La tendenza del momento per questa moderna tolleranza viene considerata l’espressione della verità, come se la verità fosse una moda, tipo un cappello, anziché una parte del corpo, come lo è la testa. Oggi, nell’ambito della psicologia, la moda si rivolge al Behaviorismo o Comportamentismo ed in filosofia si volge al Temporalismo. E che non sia una validità oggettiva a dettare il successo di una moderna teoria filosofica, lo dimostra l’affermazione di un famoso filosofo inglese della teoria spazio-temporale, rivolta pochi anni or sono a chi scrive queste pagine, in risposta alla mia richiesta di spiegazione sull’origine del suo sistema. «Dalla mia fantasia», rispose, ed avendo obiettato che la fantasia non può essere la facoltà adatta alla pratica filosofica, egli replicò: «Lo è invece, se il successo di un sistema filosofico dipende non dalla verità che contiene, bensì dall’attrattiva della sua novità». Ecco dunque l’argomento conclusivo in favore della moderna e vasta apertura mentale: la verità non è se non il nuovo, quindi la «verità» muta col passare delle mode. Come il camaleonte che cambia i suoi colori per adattarsi all’ambiente in cui si trova, così si suppone che la verità cambi per adattarsi ai capricci e alle deviazioni dell’epoca.

La verità si accresce, ma in senso omogeneo, come la ghianda che diventa quercia; non gira col vento come la banderuola di una torre. Un triangolo non può avere quattro lati, il leopardo non può mutare le macchie del suo manto, né l’Etiope può cambiare il colore della sua pelle. La natura di certe cose è fissa e non mai tanto fissa quanto quella della verità. La verità può essere contraddetta mille volte, ma ciò dimostra soltanto che ha la forza di sopravvivere a mille assalti. La logica di chi afferma che «siccome “si dice questo” e “si dice quello”, non esiste verità»; è pressappoco la stessa che avrebbe sfoggiato Cristoforo Colombo se dopo aver sentito dire che «la terra è rotonda» e che «la terra è piatta», avesse concluso: «quindi la terra non esiste».

È questo modo di pensare, che non riesce a distinguere fra una pecora e il cappotto di lana, fra Napoleone ed il suo cappello a due punte, fra la sostanza e l’accidente, che ha prodotto delle menti così appiattite per la larghezza di vedute da aver perduto ogni profondità. Come il carpentiere il quale, gettato via il righello, usa ogni trave come simbolo di misura, così anche quelli che hanno buttato via il modello della verità oggettiva non hanno più nulla che serva loro come unità di misura, all’infuori della moda intellettuale del momento. La gioiosa ebbrezza della novità, l’irrequietudine sentimentale di una mente scardinata ed il timore innaturale di sottoporsi ad una rigorosa disciplina di pensiero, tutto ciò contribuisce a produrre un gruppo di sofisticati latitudinari, i quali credono che non vi sia differenza fra Dio in quanto Causa e Dio in quanto «proiezione mentale», che eguagliano Cristo al Buddha, e San Paolo a John Dewey e quindi dilatano la loro larghezza di vedute sino alla formulazione dell’abbagliante sintesi, secondo la quale non soltanto ogni setta cristiana equivale all’altra, ma che persino una religione è altrettanto valida come tutte le altre che esistono sulla terra. Quindi il sommo dio «Progresso» viene elevato sugli altari della moda, e quando agli adoratori disorientati si chiede: «Progresso in che direzione?», si riceve la tollerante risposta: «Verso un progresso sempre maggiore». Nel frattempo gli uomini sani di mente si domandano come può esistere un progresso, se non si ha una direzione e come può esistere una direzione, se non si ha un punto fisso. E per il fatto di aver accennato ad un «punto fisso» vengono accusati di non essere al passo coi tempi mentre in realtà sono oltre i tempi sia spiritualmente che mentalmente.

-Necessità dell’intolleranza-

Per contrapporla a questa falsa larghezza di vedute, il mondo ha un’urgente bisogno dell’intolleranza. La massa del popolo non ha perduto la facoltà di distinguere fra i dollari ed i centesimi, fra una nave da guerra e una da crociera, fra i crediti attivi e quelli passivi, ma pare abbia del tutto smarrito la forza di distinguere tra il bene ed il male, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. La migliore prova della verità di tale affermazione sta nel frequente uso errato che si fa dei termini «tolleranza» ed «intolleranza». Certuni credono che l’intolleranza sia sempre da rifiutare, perché per «intolleranza» intendono l’odio, la ristrettezza mentale, il bigottismo. Gli stessi ritengono sempre legittima la tolleranza, perché per essi vuol dire carità, larghezza di vedute, cordialità.

Che cos’è la tolleranza? La tolleranza è un atteggiamento di meditata pazienza verso il male, ed una sopportazione che ci trattiene dal cedere alla collera o dall’infliggere un castigo. Ma più importante della definizione è il campo in cui la si applica. Il punto importante è questo: la tolleranza si applica solo alle persone, ma mai alla verità; l’intolleranza si applica solo alla verità, ma mai alle persone; la tolleranza si applica all’errante, l’intolleranza all’errore. Quanto detto sopra chiarirà ciò che è stato detto al principio di questo capitolo, vale a dire che l’umanità non è tanto colpita da quell’intolleranza che è fatta di bigottismo, quanto dal dilagare della falsa tolleranza, la quale è indifferente alla verità e all’errore, e da una filosofica negligenza che viene interpretata come larghezza di vedute. Senza dubbio c’è da augurarsi un accrescimento della vera tolleranza, perché non sarà mai troppa la carità che si dimostra verso le persone diverse da noi. Il Signore stesso ci ha chiesto di amare coloro che ci calunniano, perché anch’essi formano il nostro prossimo, ma non ci ha mai detto di amare la calunnia. Tenendosi fedele allo spirito del Cristo, la Chiesa incita a pregare per coloro che si trovano fuori dalla Chiesa e vuole che verso di essi venga esercitata una grandissima carità. Come diceva San Francesco di Sales: «È più facile prendere le mosche con una goccia di miele, che con un barile d’aceto».

Se alcuni di noi che hanno la fortuna di far parte della Chiesa credessero nelle stesse cose in cui credono i suoi denigratori, se noi la conoscessimo solamente attraverso le parole dei traditori o le menzogne di storici disonesti e se la comprendessimo soltanto per mezzo di coloro che mai attinsero alla fonte dei suoi Sacramenti, forse anche noi odieremmo la Chiesa quanto essi la odiano. I nemici più irriducibili della Chiesa – coloro che l’accusano di antipatriottismo, stessa accusa ricevuta da Cristo davanti a Pilato; di essere insignificante, come Cristo fu accusato di essere davanti ad Erode; di essere troppo dogmatica, come Cristo fu accusato di essere davanti a Caifa; di essere troppo poco dogmatica, come Cristo fu accusato di essere davanti ad Anna; o di essere posseduta dal demonio, come Cristo fu accusato di esserlo davanti ai farisei – tutti questi non odiano veramente la Chiesa. Non possono odiare la Chiesa più di quanto possano odiare Cristo: odiano esclusivamente ciò che per errore credono sia l’essenza della Chiesa Cattolica, ed il loro odio non è che un vano tentativo di ignorare la realtà.

Si deve praticare la carità verso le persone ed in modo speciale verso coloro che si trovano fuori dall’ovile e che nell’ovile saranno ricondotti dalla carità, affinché vi sia un solo gregge ed un solo Pastore. Fino a qui arriva la tolleranza, ma non oltre. La tolleranza non si deve applicare alla verità, né ai principi. Sulla verità e sui principi si deve essere intolleranti e per questo tipo d’intolleranza, così necessaria per risvegliarci dal sentimentalismo in cui viviamo, faccio un appello. L’intolleranza di questo genere è la base di ogni stabilità. Il Governo dev’essere intollerante nei confronti della propaganda sovvertitrice. Durante la Prima Guerra Mondiale esso compilò un indice dei libri proibiti per difendere la stabilità nazionale, esattamente come la Chiesa, sempre in guerra contro l’errore, compila il suo indice dei libri proibiti per difendere la permanenza della Vita di Cristo – la Grazia – nelle anime degli uomini. Durante la guerra il Governo adottò rigorose misure nei confronti degli eretici nazionali che rifiutavano di accettare i suoi principi intorno alla necessità delle istituzioni democratiche e per mantenere in vigore tali principi ricorse anche alla forza. I soldati che combatterono si dimostrarono intolleranti nell’affermare i principi per i quali lottavano, come dev’essere intollerante il giardiniere nei confronti delle erbacce che crescono nel giardino. La Corte Suprema degli Stati Uniti non tollera alcuna interpretazione personale del primo paragrafo della Costituzione, secondo il quale ogni cittadino ha diritto alla vita, alla libertà, ed al conseguimento di un’esistenza felice e pertanto, ogni individuo che si considerasse «libero» di proseguire per la sua via quando il semaforo è rosso provocando un incidente mortale, si troverebbe senza dubbio rinchiuso in una cella, dove non splenderebbe nemmeno quella luce gialla che è il colore delle anime timide, le quali non sanno se andare avanti o fermarsi. Gli architetti non tollerano la sabbia come fondamenta per i grattacieli, i medici non tollerano la presenza di germi nel laboratorio e nessuno di noi si mostra tollerante verso l’allegro cassiere di vedute particolarmente larghe, il quale, nel fare il conto, fa risultare che sette più dieci fa venti.

Orbene, se è giusto – come lo è veramente – che i governi si mostrino intolleranti quando sono in gioco i principi dello Stato, che i costruttori di ponti siano intolleranti intorno alle leggi della tensione e del carico e che i fisici lo siano rispetto ai principi della forza di gravità, perché mai il Cristo e la Sua Chiesa e tutti gli uomini benpensanti non dovrebbero avere il diritto di essere intolleranti quando sono in gioco le verità del Cristo, le dottrine della Chiesa ed i principi della ragione? Le verità di Dio saranno meno rigide delle verità matematiche? Potranno le leggi del pensiero essere meno impegnative delle leggi della scienza, le quali si conoscono soltanto attraverso le leggi del pensiero? Possiamo definire «saggio» l’uomo che, non ignaro delle verità naturali, rifiuta di avere lo stesso occhio di riguardo sia per il matematico il quale dice «due più due fa cinque», sia per quello che dice «due più due fa quattro» e negheremo, per la stessa ragione, l’appellativo di «Sapienza Infinita» a Dio perché si rifiuta di avere lo stesso occhio di riguardo verso tutte le religioni della terra? E per questo motivo, lo definiremo un Dio «intollerante»? Affermeremo forse che i raggi riflessi del sole sono caldi, ma non è caldo il sole? Stiamo dicendo la stessa cosa quando ammettiamo l’intolleranza dei principi del la scienza e la neghiamo al Padre della scienza, che è Dio. E se un governo, fornito degli inflessibili principi della sua costituzione, può investire degli uomini col potere esecutivo di tale costituzione, perché non può il Cristo scegliere e delegare coloro a cui Egli dà l’incarico di rendere esecutivo il Suo Volere e di distribuire le Sue benedizioni? E se ammettiamo l’intolleranza attorno ai fondamenti di un governo che nel migliore dei casi si occupa del corpo dell’uomo, come non ammetteremo l’intolleranza intorno ai fondamenti di un governo che si cura degli eterni destini dello spirito dell’uomo? «Non vi è alcun fondamento sul quale gli uomini possano costruire, se non sul nome di Gesù»

-Necessità dei dogmi-

Perché dunque irridere i dogmi col definirli intolleranti? Oggi da ogni parte si sente dire: «Il mondo moderno ha bisogno di una religione libera dai dogmi», il che rivela quanto poco pensino coloro che si servono di tale formula, perché chi afferma di volere una religione senza dogmi sta nello stesso tempo formulando un dogma, che è ben più difficile da giustificare rispetto a molti dogmi della fede. Il dogma è un pensiero autentico ed una religione senza dogmi è una religione senza pensiero o una schiena senza spina dorsale. Tutte le scienze hanno dei dogmi. «Washington è la capitale degli Stati Uniti» è un dogma geografico. «L’acqua si compone di due atomi di idrogeno e di uno di ossigeno» è un dogma chimico. Vogliamo essere di larghe vedute e dire che Washington è un mare della Svizzera? Vogliamo avere la libertà di dire che l’H2 O è il simbolo dell’acido solforico?

Non siamo in grado di verificare tutti i dogmi della scienza, della storia e della letteratura e quindi dobbiamo fidarci delle competenze altrui. Io, per esempio, credo al professor Eddington quando mi dice che «la legge di gravità di Einstein asserisce che dieci coefficienti principali di curvatura sono zero nello spazio vuoto», come non credo invece al dottor Harry Elmer Barnes quando mi dice che «lo scarafaggio vive sulla terra, senza avere subito sostanziali mutamenti, da cinquanta milioni di anni». Accetto la testimonianza del dottor Eddington, perché egli ha dimostrato con le sue opere scientifiche di conoscere abbastanza bene le teorie di Einstein. Non accetto la testimonianza del dottor Barnes sulla vita degli scarafaggi, perché di fronte al mondo moderno egli non ha mai dato alcuna prova di essere uno specialista su tale argomento. In altre parole, metto al vaglio le testimonianze e le accetto alla luce della ragione. Allo stesso modo la mia ragione mette al vaglio le prove storiche sul Cristo, essa pondera la testimonianza di coloro che lo conobbero e quella data da Lui stesso. La mia ragione non si lascia influenzare da coloro che prendono le mosse da una teoria preconcetta, rifiutano ogni evidenza contraria alla loro teoria ed accettano come Vangelo tutto il resto. (…)

La mia ragione stessa mi porta alla fine ad accettare come divina la testimonianza di Gesù Cristo. Ed infine accetto quelle verità che non sono in grado di provare, come ho fatto per l’affermazione del professor Eddington intorno ad Einstein, e tali verità diventano dogmi. Esistono quindi sia i dogmi della religione che quelli della scienza, ed essi possono essere rivelati, gli uni da Dio, e gli altri dall’uomo. E inoltre questi dogmi fondamentali, come i primi principi di Euclide, possono essere usati come materia prima per il ragionamento e come un fatto scientifico può servire di base per un altro, così un dogma può servire di base per un altro. Ma per iniziare a pensare ad un primo dogma, bisogna identificarsi con esso sia in termini di tempo che di principio.

La Chiesa s’identificò in Cristo sia nel tempo che nel principio, essa incominciò a riflettere sui primi principi di Lui, e più rifletté, e più dogmi essa sviluppava. Essendo organica come la vita e non istituzionale come un’associazione, essa non dimenticò mai quei dogmi, li ricordò incessantemente e la sua memoria è la tradizione. Come lo scienziato deve risalire con la memoria ai primi principi della sua scienza, dei quali si serve come terreno per ulteriori conclusioni, così la Chiesa risale alla sua memoria intellettuale che è la tradizione e si serve dei primi dogmi come base per altri. In tutto questo procedimento essa non dimentica mai i suoi primi principi. Se lo facesse, assomiglierebbe ai dogmatisti antidogmatici d’oggi, i quali credono che il progresso consista nel negare il fatto invece di costruire su di esso, che si volgono verso nuovi ideali perché non hanno mai messo in pratica quelli antichi e che condannano come «oscurantista» la verità che ha una discendenza, celebrando le glorie «progressiste» della menzogna che non conosce né padre né madre. Questi antidogmatici appartengono alla scuola che sarebbe disposta a negare la natura stessa delle cose, che vorrebbe togliere al cammello la gobba e continuare a chiamarlo cammello; accorciare il collo alla giraffa e chiamarla sempre giraffa; a non incorniciare mai un quadro, perché la cornice è una limitazione e quindi un principio, un dogma. Ma significa essere tutt’altro che fautori del progresso se ci si comporta come topi che rodono le fondamenta del tetto che serve loro di protezione.

L’intolleranza riguardo ai principi è il fondamento dello sviluppo, ed il matematico disposto a deridere un quadrato perché ha sempre quattro lati e che in nome del progresso volesse incitarlo a rifiutare anche solo uno dei suoi lati, scoprirebbe ben presto di aver perduto tutti i quadrati. Lo stesso avviene per i dogmi della Chiesa, della scienza e della ragione: sono come i mattoni, oggetti solidi con i quali l’uomo può costruire, non come la paglia, che è «un’esperienza religiosa», adatta soltanto per essere bruciata. Quindi il dogma è la necessaria conseguenza dell’intolleranza intorno ai primi principi e la scienza o la Chiesa che ha la maggior quantità di dogmi è anche quella che ha lavorato di più con il pensiero. La Chiesa Cattolica, maestra da più di venti secoli, ha accumulato una somma enorme di pensiero solido e rigoroso e quindi ha costruito i suoi dogmi, come un uomo potrebbe edificare una casa di mattoni, fondata sulla roccia. Essa ha visto passare davanti ai suoi occhi i secoli con i loro entusiasmi transitori e le fedi del momento, con i medesimi errori, le stesse posizioni, le cadute nelle identiche trappole mentali, così da diventare molto tollerante e paziente verso gli alunni che sbagliano, ma anche molto intollerante e severa rispetto all’errore. È stata e sarà sempre intollerante quando sono in gioco i diritti di Dio, perché l’eresia, la menzogna e la mancanza di verità non colpiscono questioni personali sulle quali essa possa cedere, bensì un Diritto Divino sul quale non è lecito fare alcuna concessione. Mite verso l’errante, la Chiesa è violenta contro l’errore. La verità è divina, mentre l’eretico è umano. Una volta compiuta la dovuta riparazione, essa riaccoglierà l’eretico nel tesoro delle sue anime, ma non ammetterà mai l’eresia nel tesoro della sua saggezza.

La verità è sempre giusta, anche se nessuno si trovasse dalla parte della giustizia e l’errore è sempre sbagliato, anche se tutti si trovassero dalla parte dell’ingiustizia. Ai nostri giorni noi abbiamo bisogno, come disse Chesterton, «non di una Chiesa che sia nel giusto quando il mondo è nel giusto, ma di una Chiesa che sia nel giusto anche quando il mondo è nell’errore». L’atteggiamento della Chiesa in rapporto al mondo moderno su tale importante questione si può simbolizzare nella storia delle due donne presentatesi alla corte di Salomone (1Re 3,16–28). Entrambe reclamavano per sé un figlio. La madre legittima insisteva per avere il figlio intero, oppure nulla, perché un figlio è come la verità: indivisibile. La madre illegittima, al contrario, era disposta ad accettare un compromesso: avrebbe accettato di dividere il bambino, ed il bambino sarebbe morto, vittima di quella tollerante larghezza di vedute.

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO!

Vi invitiamo a leggere l’anteprima cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

Verità e menzogne

“VERITÀ E MENZOGNE: UNA CRITICA PROFETICA DEL PENSIERO MODERNO” È STATO PUBBLICATO UN LIBRO IMPERDIBILE DI FULTON SHEEN!

Ringraziamo di cuore la casa editrice Mimep di Milano, gestita dalle suore loretane, per aver ristampato la vecchia edizione di “Verità e Menzogne”. Un classico imperdibile di Fulton Sheen. La vecchia traduzione è stata rivista e corretta, sono state aggiunte anche delle note.

Dalla quarta di copertina:

Così scriveva l’autore nel 1931: “È giunto il momento in cui si è resa necessaria una certa disinfezione, o sterilizzazione intellettuale, affinché la società pensante possa riacquistare la salute”.

Con la sua capacità di andare al cuore di ogni questione, analizzarla in termini chiari e spiegarla in termini concreti, Fulton Sheen ci offre, al di là di ogni pregiudizio, una critica precisa agli errori del pensiero moderno nei campi della morale, della filosofia, della religione, della scienza, della sociologia e della psicologia. Il libro cerca di dimostrare come sotto l’appellativo “moderno” si nasconde spesso un vecchio errore, mentre ciò che viene definito “non al passo coi tempi” è in realtà oltre il tempo e al di fuori delle mode, essendo un’espressione della verità che è eterna.

Un’opera profetica che il Vescovo Sheen avrebbe potuto scrivere al giorno d’oggi per l’attualità dei temi trattati: l’ateismo e l’agnosticismo, il relativismo e lo scientismo, la carità senza Dio e la falsa tolleranza, l’evoluzionismo di Darwin e la religione cosmica di Einstein, l’umanesimo e la Chiesa, il medioevo e il modernismo, la contraccezione, l’educazione, e tanti altri da scoprire.

“La natura di certe cose è fissa e non mai tanto fissa quanto quella della verità. La verità può essere contraddetta mille volte, ma ciò dimostra soltanto che ha la forza di sopravvivere a mille assalti” (Fulton J. Sheen)

INDICE DEL LIBRO:

INTRODUZIONE DELL’AUTORE – 1. IL DECLINO DELLA CONTROVERSIA – 2. INTIMIDAZIONE COSMICA – 3. L’AGNOSTICISMO – 4. UNA MORALE PER GLI AMORALI – 5. LA VOLUBILITÀ DELL’AUTORITÀ SCIENTIFICA – 6. IL TEISMO DEGLI ATEI – 7. UN APPELLO ALL’INTOLLERANZA – 8. LA FILOSOFIA E L’ARTE DEL MEDIOEVO – 9. IL LIRISMO DELLA SCIENZA – 10. INTRODUZIONE ALLA MORALE – 11. FEDE ALLA DERIVA – 12. L’ANIMA E LE CONTORSIONI DEL BEHAVIORISMO – 13. IL NEOPELAGIANESIMO – 14. LA FILOSOFIA DELLA CARITÀ – 15. LA RELIGIONE COSMICA – 16. I CIECHI DI FRONTE AL DIVINO E L’EDUCAZIONE – 17. IL CONTROLLO DELLE NASCITE – 18. DIO E L’EVOLUZIONE – 19. PIETRO O PAN? LA BATTAGLIA FINALE

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Verità e menzogne

FATTI PER L’ETERNITÀ: INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO DI FULTON SHEEN

Ringraziamo di cuore la casa editrice Mimep di Milano, gestita dalle suore loretane, per aver ristampato con un nuovo titolo la vecchia edizione di “Vi presento la Religione”. Un classico di Fulton Sheen.

L’essenziale del cristianesimo prima di tutto, consiste nella rinascita, cioè nell’essere ricreati e incorporati in un nuovo tipo di vita più elevata – la vita soprannaturale della Grazia divina – e introdotti in un nuovo tipo di relazione spirituale come figli di Dio attraverso Gesù Cristo, vivo e presente nel Suo Corpo Mistico che è la Chiesa. L’autore ci ricorda che la nostra scelta di diventare figli di Dio avrà conseguenze nel nostro pellegrinaggio terreno, ma soprattutto nell’eternità dove saremo ciò che abbiamo deciso liberamente di essere nel tempo di questa vita. Le intuizioni di Sheen sono senza tempo. La saggezza profusa in questo libro è la stessa che portò le sue semplici trasmissioni televisive a un successo strepitoso.

«Il Cristianesimo non è un sistema di etica, ma è una Vita. Non è un buon consiglio, ma è un’adozione divina. Essere cristiani non consiste nell’essere caritatevoli verso i poveri, nell’andare in Chiesa, nel leggere la Bibbia, nel cantare inni sacri, nell’essere generosi con i comitati di beneficenza o disposti a servire le associazioni della Chiesa… Il cristianesimo include tutte queste cose, ma prima di tutto e soprattutto è una relazione d’amore».

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Fatti per l’eternità

GIUDA E PIETRO DAVANTI A CRISTO: TRADIMENTO, DISPERAZIONE, PERDONO E CONVERSIONE: “Non appena abbiamo coscienza di essere peccatori, Egli si volge a guardarci: Dio non rinuncia mai a noi”

“Ti saluto Maestro e lo baciò”

Non appena commesso il crimine, il disgusto s’impadronì di Giuda. Le acque profonde del rimorso cominciarono ad agitarsi nella sua anima, ma, al pari di molte anime dei nostri giorni, egli fraintese il senso del rimorso, e ritornò da quelli con cui aveva negoziato e ai quali aveva venduto Nostro Signore per trenta denari d’argento, qualcosa come diciassette dollari d’oggi.

La Divinità è sempre tradita in misura ultra-sproporzionata rispetto al suo valore effettivo. Ogni qualvolta noi vendiamo Cristo, sia al fine di progredire in una qualsiasi carriera terrena – come coloro che abbandonano la Fede perché con una croce sulle spalle non possono conseguire alcun successo politico – sia per denaro, ci par sempre, in ultima analisi, d’essere stati truffati.

Non c’è quindi da stupirsi che Giuda riportasse i trenta denari a coloro che glieli avevano dati. Non bramava più ciò che prima aveva tanto desiderato: l’incantesimo era scomparso. (…)

Noi che conosciamo Cristo, noi che ne possediamo la Verità e la Vita, noi possiamo offenderLo e tradirLo più di quelli che non Lo conoscono.

Potremo non agir mai da traditori in modo evidente e grossolano, bensì attraverso gesti “insignificanti” come il bacio di Giuda: attraverso il silenzio quando dovremmo fare da difensori, attraverso la paura del ridicolo quando dovremmo proclamare la nostra opinione, attraverso la critica quando dovremmo testimoniare, oppure nascondendoci quando dovremmo congiungere le mani nella preghiera.

E allora, avrà ben ragione Nostro Signore nel domandarci: “Amico! Con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?” (…)

Giuda restituì i trenta denari, ma perché le anime conseguano la salvezza non basta che rinuncino a ciò che hanno: devono anche donare ciò che esse sono. Né basta aver disgusto del peccato: dobbiamo anche provarne rimorso. Giuda non provò rimorso nel vero senso della parola: in lui si era solo compiuta una trasformazione di sentimento. Il rimorso di Giuda non riguardava Nostro Signore. Il che significa soltanto che ebbe odio di sé, e chi ha odio di sé è potenzialmente un suicida. L’odio di sé è il principio del suicidio ed è salutare solo se associato con l’Amore di Dio. (…)

Nel momento stesso in cui Pietro imprecava e giurava di non conoscere Cristo, si udì, attraverso i vestiboli esterni della casa di Caifa, il canto chiaro e inequivocabile, di un gallo. Perfino la natura è dalla parte di Dio.

Il canto del gallo fu in un certo modo “infantile” ma Dio può ben adoperare cose quanto mai “insignificanti” per donarci la Sua Grazia: il volto di un bambino, una parola attraverso la radio, il canto di un passero. Come mezzo di conversione, userà perfino il canto di un gallo all’alba. Un’anima può arrivare a Dio attraverso una serie di delusioni.

PER LA CONVERSIONE DOBBIAMO ABBANDONARE TUTTO CIÒ CHE CI INVITA AL PECCATO!

“E, uscito fuori, pianse amaramente” (Luca 22; 62)

Come il peccato inizia con l’abbandono della mortificazione, così la conversione implica il ritorno alla mortificazione stessa. Chiede il Re nell’Amleto: “Ove si sia perdonati, si può mai insistere nella colpa?”. Ci sono alcune cose che danno inizio al peccato: quelle persone, quei luoghi, e quelle circostanze che inaridiscono l’anima.

La conversione di Pietro non fu completa finché egli non lasciò il luogo in cui alcuni servi e la preoccupazione della propria persona congiuravano affinché egli rinnegasse il Maestro. Egli non rimarrà passivamente seduto mentre il Giudice Divino viene giudicato. La Scrittura registra l’emendamento, ossia la purificazione di Pietro con queste semplici parole: “E USCITO FUORI”.

Tutti i gioielli di cui si adorna il peccato: la preoccupazione della propria persona, i luoghi, le persone e le circostanze…Pietro ora li calpesta, perché “esce fuori” e piange amaramente .

DIO NON RINUNCIA MAI A NOI MISERI PECCATORI

La seconda fase del processo del ritorno a Dio di un’anima, dopo il risveglio della coscienza a seguito della delusione del peccato, procede direttamente da Dio stesso. Non appena ci sentiamo vuoti, o delusi, ecco il Signore affrettarsi a colmare il nostro vuoto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me” (Giov. 14-6). E ci dice San Luca: “Il Signore allora Si volse a guardare Pietro” (Luca 22-61).

Come il peccato significa un’avversione a Dio, così la Grazia significa una conversione a Dio. Lui non ci abbandona, anche se noi Lo abbandoniamo. Non appena abbiamo coscienza di essere peccatori, Egli si volge a guardarci: Dio non rinuncia mai a noi.

Pietro ricevette uno sguardo da occhi che ci vedono non già come ci vede il nostro prossimo, e neppure come noi stessi ci vediamo, ma come effettivamente siamo: erano gli occhi di un Amico ferito, di un Cristo ferito. Il linguaggio di quegli occhi non lo capiremo mai.

“E uscito fuori, Pietro pianse amaramente” (Luca 22-62).

Adesso Pietro aveva il cuore a pezzi, e i suoi occhi, quegli occhi che avevano fissato gli occhi di Cristo, si erano mutati in fontane. Mosè percosse una roccia, e ne scaturì l’acqua; Cristo guardò una roccia (Pietro), e ne scaturirono lacrime.

Vuole la tradizione che Pietro piangesse tanto per i peccati che aveva commesso che le sue guance fossero attraversate da torrenti di pentimento.

Sopra quelle lacrime si erge il Volto della Luce del Mondo, e attraverso di esse spunta l’arcobaleno della speranza, ad assicurare tutte le anime che nessun cuore sarà mai distrutto dalla marea del peccato a condizione che si volga a guardare Cristo, Colui che è l’Arca della Salvezza, l’Amore dell’Universo.

(Fulton J. Sheen, da “Personaggi della Passione”)

RIFLESSIONI SULLA GUERRA E LA POSSIBILITÀ DI UNA CATASTROFE MONDIALE: “Nulla può essere salvato se non vengono salvate le anime: non può esservi pace nel mondo se non c’è pace nelle anime”

Nulla può essere salvato se non vengono salvate le anime: non può esservi pace nel mondo se non c’è pace nelle anime. Le guerre mondiali sono solo proiezioni dei conflitti combattuti all’interno delle anime di uomini e donne, poiché nel mondo esterno non accade mai nulla che non sia accaduto per la prima volta in un’anima. (…)

Sarebbe bene che noi tutti, al giorno d’oggi, considerassimo la possibilità di una immane catastrofe indipendentemente dall’aspetto: guerra atomica, rivoluzione mondiale o sollevamento cosmico, non si tratta che di forma e la forma non è che un particolare.

Ma ciò che conta è questa possibilità che ci incombe, non solo perché il Santo Padre (al tempo Pio XII) ci ha ammoniti che la bomba atomica può eventualmente risolversi in un disastro per lo stesso pianeta, ma anche perché una tragedia di proporzioni catastrofiche rivelerebbe a un mondo scettico che l’universo è morale e che le leggi di Dio non possono essere violate impunemente.

Come la mancanza di cibo causa il mal di testa, perché viola una legge naturale, così le grandi crisi storiche sono giudizi sul modo di pensare, di volere, di amare e di agire dell’uomo. Periodi di delirio e ore tragiche che seguono lo scisma dell’anima da Dio operano a volte per un popolo ciò che la malattia o il disastro personale fanno per un solo individuo. (…)

Il mondo si è tanto allontanato da Dio e dal sentiero della pace divina che una tragedia sarebbe la grazia maggiore. Il peggior castigo di Dio sarebbe l’abbandonarci in questo caos, in questa contaminazione.

Due guerre mondiali, invece che migliorare il mondo, lo hanno reso peggiore. E ci si chiede se la prossima catastrofe sarà una guerra simile alle altre due o non piuttosto qualche calamità più sicuramente calcolata per produrre nell’uomo il pentimento.

Quando un’anima nel peccato si rivolge a Dio nell’impeto della Grazia, c’è penitenza; ma quando un’anima nel peccato si rifiuta di redimersi, Dio manda il castigo.

Non occorre che questo castigo sia esteriore, e certamente non è mai arbitrario: esso è l’inevitabile conseguenza della violazione della legge divina. Ma le forze trincerate del mondo moderno sono irrazionali; non sempre gli uomini d’oggi interpretano i disastri come avvenimenti morali. (…)

Il solo pensiero di una guerra atomica e di una conseguente catastrofe cosmica affretterà in molti uomini la crisi, anticipando la tensione e iniziando fin d’ora la loro conversione.

Questa specie di conversione può verificarsi anche tra coloro che già hanno la fede.
I cristiani diventeranno cristiani “veri”, con minore facciata e maggiori fondamenta.

La catastrofe li dividerà dal mondo, li costringerà a dichiarare la loro vera fede, farà rivivere pastori preoccupati di guardare il gregge piuttosto che di amministrarlo, rovescerà la proporzione tra scienziati e santi in favore dei santi, creerà più mietitori per il raccolto, più colonne di fuoco per i tiepidi, dimostrerà al ricco che la vera ricchezza è al servizio del bisognoso, e, soprattutto, farà brillare la gloria della Croce di Cristo nell’amore dei fratelli per i fratelli quali veri e fedeli figli di Dio e creature devote della Madre dal Cuore Immacolato.

La crisi incombe su noi tutti, chiunque noi siamo e qualunque sia la nostra condizione. (…)

Si è detto: “In tempo di pace prepara la guerra”. Ma sarebbe meglio modificare il detto così: “In tempo di tormenti e di disordini, preparati a incontrare Dio!”.

Quando il disastro sopraggiunge e i tesori si dissolvono come “orpello inconsistente”, l’anima, impaurita e disperata, è meglio disposta a rivolgersi a Lui.

Qui la tensione non è tra il peccatore e la misericordia di Cristo, non tra l’anima aspirante e il Cristo unico Figlio di Dio, ma tra l’uomo avvilito e il Cristo Giudice. Ci sarà qualcuno, anche durante una crisi, che si ergerà contro Dio, poiché i peccati di bestemmia, come dice l’Apocalisse, si moltiplicano col traboccare delle fiale della collera.

Ma la grande maggioranza degli uomini capirà, per la prima volta, che tanto più severo è il giudizio di Dio, quanto più noi ci allontaniamo dai Suoi sentieri.

La catastrofe può essere, per un mondo che ha dimenticato Dio, ciò che la malattia può essere per un peccatore; in conseguenza di tale catastrofe, milioni di individui possono essere condotti a una crisi non volontaria, ma forzata.

Questa calamità metterebbe fine all’ateismo e indurrebbe molti uomini, che altrimenti perderebbero la loro anima, a rivolgersi a Dio.

Dopo una successione di giornate calde e soffocanti, abbiamo la sensazione che scoppierà un temporale prima che tornino le giornate fresche. Similmente, in quest’epoca di confusione, avvertiamo l’imminenza di una catastrofe, di un’anormale, immensa perturbazione che farà rovinare tutto il male del mondo prima che noi possiamo essere nuovamente liberi. (…)

Sbaglierebbe chi immaginasse che le catastrofi storiche sono necessarie perché in una parte del mondo gli uomini sono buoni e in un’altra cattivi. Quando un virus arriva nella corrente sanguigna, non si isola nel braccio destro risparmiando il sinistro, ma colpisce tutto il corpo perché tutta la circolazione ne è infettata. Così è dell’umanità.

Poiché questa è un unico corpo, chiunque vi appartenga è peccatore in un grado più o meno elevato. È tutto il nostro mondo che è cattivo e corrotto, non solo il loro. Non soltanto i comunisti sono causa dei mali del mondo, perché tutte le idee comuniste hanno avuto origine nel nostro mondo occidentale. Tutti noi abbiamo bisogno di redenzione.

Più un’anima è cristiana, più si sente responsabile dei peccati del suo prossimo; allora – uomo o donna che sia – cerca di assumerli come se fossero suoi, come Cristo, l’Innocente, si assunse i peccati di tutto il mondo. Come la più grande prova di simpatia per chi piange sta nel piangere con lui, così il vero amore per il colpevole si dimostra espiando le sue colpe.

Il fardello della rigenerazione del mondo è posto su colui che conosce Cristo e ascolta la Sua voce nella Chiesa, e incorpora il suo corpo e il suo sangue nell’Eucaristia.

Un senso della nostra solidarietà nel male può allora diventare una solidarietà nel bene. Ma non c’è eguaglianza matematica nell’opera di redenzione. Dieci uomini giusti avrebbero potuto salvare Sodoma e Gomorra. Nei calcoli divini, le suore Carmelitane e i monaci Trappisti fanno, per salvare il mondo, molto più di quanto non facciano politici e generali.

Lo spirito ostile della civiltà odierna può essere ricondotto sulla via giusta soltanto attraverso la preghiera e il digiuno.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

Dio permette quello che sta accadendo solo per un bene più grande, attualmente invisibile. La guerra è più simile al Purgatorio che all’inferno, perché attraverso le sue fiamme purificatrici dobbiamo far bruciare le scorie del nostro materialismo.

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione che purghi il cuore dell’uomo dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria e dall’ira. La vera battaglia contro il comunismo ha inizio nel cuore di ogni singola persona. La rivoluzione deve aver inizio nell’uomo prima che nella società. La rivoluzione comunista è stata un fallimento basilare: non è abbastanza rivoluzionaria, perché lascia l’odio nel cuore dell’uomo. Più che del comunismo, dobbiamo aver paura di vivere senza Dio. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

C’è una sola certezza contro la bomba atomica: mantenersi in stato di Grazia, vivere in Grazia di Dio. Dio, con l’acqua, ha una volta distrutto l’umanità peccatrice; vorrà il nostro pazzo mondo, senza capo e senza Dio distruggersi da se stesso col fuoco? Non lo sappiamo, ma è possibile!

(Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso” edizioni Fede e Cultura)

Ciò che siamo noi, lo è la Chiesa; ciò che la Chiesa è, lo è il mondo. Il mondo, con tutto ciò che contiene, è in sostanza una strada maestra sulla quale la Sposa, ossia la Chiesa, avanza incontro allo Sposo per le nozze celesti. Non è la politica, in fondo, a decidere della guerra o della pace. Decisiva è la condizione della Chiesa che vive nel mondo e lo fa lievitare. Leggere l’Antico Testamento è riconoscere nella storia la mano del Signore che benedice o punisce le nazioni a seconda dei loro deserti. Ciò che noi facciamo per santificarci, santifica il mondo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

LE TERRIBILI CONSEGUENZE DEL PECCATO! LA PSICOLOGIA E LA DISPERAZIONE DEL PECCATORE OSTINATO CHE NON VUOLE PENTIRSI: “Più esperienza si ha del proprio peccato peccando, meno se ne è coscienti”

Più esperienza si ha del proprio peccato peccando, meno se ne è coscienti. Il peccato penetra nel sangue, nelle cellule nervose, nel cervello, nelle abitudini, nello spirito; e più esso penetra nell’uomo, meno l’uomo si rende conto della sua esistenza. Il peccatore si abitua talmente al peccato che non ne riconosce più la gravità.

Forte di questa nefanda certezza, Satana tentò Eva: le disse che se avesse posseduto la conoscenza del bene e del male, sarebbe stata simile a Dio. Satana non le disse la verità vera: che Dio conosce il male solo negativamente, intellettualmente, come un medico che non ha mai avuto la polmonite sa che essa è una negazione della salute. Ma un essere umano che voglia conoscere compiutamente il male deve conoscerlo sperimentalmente, il che significa che deve penetrarvi e diventarne parte.

Come la cataratta in un occhio ostruisce la vista, così il peccato oscura sempre la mente, indebolisce la volontà e induce l’uomo a commettere un altro peccato. Ogni peccato facilita il successivo; la coscienza diventa meno pronta al rimprovero, la virtù è più spiacevole e l’atteggiamento verso la moralità più sprezzante e beffardo. In alcune persone il peccato opera come un cancro minando e distruggendo il carattere senza che per molto tempo se ne vedano gli effetti. Quando la malattia si manifesta, è talmente avanzata che l’ammalato rinuncia quasi a ogni speranza di guarigione. (…)

Ma l’uomo moderno ha perduto perfino la comprensione della parola “peccato”. Quando pecca e sente gli effetti del suo peccato (come accade a molti), cerca sollievo in culti falsi e bugiardi oppure abbandonandosi alla menzogna dell’alcolismo o degli stupefacenti. Attribuisce la colpa del suo disagio alla propria moglie, al proprio lavoro, ai propri amici o alla situazione economica, sociale e politica. Spesso diventa un nevropatico. Se la sua nevrosi è abbastanza avanzata, qualche psicoanalista freudiano gli dirà che non è completamente responsabile delle sue azioni perché è un “ammalato”. Il che gli è di ulteriore pretesto per non riconoscere i suoi peccati.

Se rimaniamo nel peccato negandolo, la disperazione si impadronisce delle nostre anime. Un peccatore può peccare tanto da non riconoscere il carattere totalitario del suo peccato. Egli non considera mai che l’attuale colpa va ad aggiungersi a migliaia di altri peccati precedenti. I peccati di cui non ci si pente generano nuovi peccati, e l’astronomica cifra totale genera la disperazione. Maggiore è la disperazione, maggiore è il bisogno del peccatore di sfuggirvi attraverso altri peccati.

Lo stato di disperazione del peccatore, prodotto dal mancato pentimento dei peccati, raggiunge spesso un grado di fanatica rivolta contro la religione e la moralità. Chi è caduto in basso detesterà l’ordine spirituale che lo sovrasta, perché la religione gli ricorda la sua colpa. Queste anime giungeranno fatalmente, come Nietzsche, a desiderare di esasperare il male finché ogni distinzione tra quello che è giusto e quello che è ingiusto sia cancellata; allora potranno peccare impunemente e dire con Nietzsche: “Male, sii tu il mio bene!”.

La convenienza sostituisce la moralità, la crudeltà diventa giustizia, la lussuria diventa amore. Il peccato si moltiplica in queste anime fino a farne la dimora permanente di Satana, maledette da Cristo come i sepolcri imbiancati di questo mondo. Questa è la storia di una “brava persona” che crede di non commettere mai peccati.

(…) Il peccato veramente imperdonabile è la negazione del peccato, poiché, naturalmente, non rimane più nulla da perdonare.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

CHE COS’È LA COSCIENZA? FARE IL BENE ED EVITARE IL MALE: “Dio ha impresso in ogni uomo che nasce la luce che illumina le anime lungo i sentieri della pace, verso la patria dei figli della libertà”

“Dentro ogni uomo si trova un tribunale silenzioso: la coscienza è il giudice, che siede in giudizio”

Che cos’è la coscienza? La coscienza è il giudizio della ragione che ci dice che dovremmo fare il bene ed evitare il male. Questo suscita la domanda: “Cosa rende buona una cosa qualsiasi?”. Una cosa è buona se consegue lo scopo e il fine superiore per cui è stata fatta. Una matita è buona se scrive, perché quello è il fine di una matita. Ma una matita non è buona per aprire una scatola di latta, perché non è stata costruita come apriscatole; e se a questo scopo ci serviamo di una matita, non solo non apriamo la scatola, ma rompiamo la matita. Se impieghiamo le nostre vite per scopi diversi da quelli assegnati da Dio, non solo non raggiungiamo la felicità, ma facciamo del male a noi stessi e generiamo in noi strane anomalie (…)

Non ha senso dire che una cosa è ingiusta senza saper prima se sia giusta. Nessun arbitro rileverebbe un errore durante una partita di basket se non esistessero delle regole. Questo imperativo dentro di noi, che non è meccanico, né biologico, né istintivo, ma che è razionale, implica un canone ideale. La coscienza pone davanti a noi alcuni principi per guidare le nostre azioni. La coscienza stessa ha bisogno di essere aiutata, ma questo è un altro discorso. Tutti siamo nati con la facoltà di parlare, ma tutti abbiamo bisogno di una grammatica. Anche la coscienza ha bisogno di una rivelazione.

La nostra coscienza è molto simile al miglior governo del mondo, che a detta di molti è il governo degli Stati Uniti. Questo governo ha tre funzioni e tre branche. La scienza moderna ha esplorato l’intera superficie della terra, ha costretto il mare a rivelare i segreti delle sue profondità, il sole a narrarci la storia dei suoi vagabondaggi e le stelle il mistero della loro luce; ma tutta questa esplorazione è esteriore. L’uomo moderno ha fatto molto poco per esplorare quella regione che è a lui più vicina e che pure è la più sconosciuta: le profondità della propria coscienza.

Che cos’è la coscienza? La coscienza è un governo interiore, che esercita la medesima funzione di tutti i governi umani, cioè quella legislativa, esecutiva e giudiziaria. Essa ha il suo Congresso, il suo Presidente e la sua Corte Suprema: fa le leggi, controlla le nostre azioni in relazione alle leggi, e infine ci giudica. Prima di tutto, la coscienza ha funzione legislativa. Basta vivere per sapere che vi è in dentro di noi un Sinai interiore, in cui, tra i tuoni e i lampi della vita quotidiana, è promulgata una legge che ci dice di fare il bene ed evitare il male. Senza nemmeno essere consultata, la coscienza esercita il suo compito legislativo, indicando quali sono le azioni malvagie e giuste da compiere, e quali invece le azioni di per sé morali e buone.

In secondo luogo, la coscienza non è soltanto legislativa, nel senso che promulga una legge, ma è anche esecutiva, nel senso che controlla l’applicazione della legge alle azioni. Un’analogia imperfetta, ma utile, si può cogliere nel governo degli Stati Uniti. Il Congresso propone una legge, quindi il Presidente la esamina e la approva, applicandola a tutti gli effetti di legge nella vita dei cittadini. Analogamente, la coscienza esegue la legge, nel senso che controlla la fedeltà delle nostre azioni alla legge stessa. Aiutata dalla memoria, essa afferma il valore delle nostre azioni, ci dice se abbiamo avuto padronanza di noi stessi, in che misura siamo stati condizionati dalla passione, dall’ambiente, dalla forza, dall’ira; ci dice se le conseguenze erano previste o impreviste; ci mostra, come in uno specchio, le tracce di tutti i nostri atti; mette il suo dito sulle impronte delle nostre decisioni, viene a noi in qualità di testimone veritiero dicendoci: “Io ero presente, ti ho visto far questo. Le tue intenzioni erano quelle e queste”. Nell’amministrazione della giustizia umana, la legge può chiamare in causa solo quei testimoni che mi hanno conosciuto esteriormente, ma la coscienza, in qualità di testimone; non chiama soltanto coloro che mi hanno visto, ma convoca me che conosco me stesso. E, mi piaccia o meno, io non posso mentire rispetto a ciò che viene testimoniato contro di me.

Infine, la coscienza non solo formula le proprie leggi, non solo controlla la mia obbedienza o disobbedienza nei loro riguardi, ma mi giudica anche in maniera conforme. Dentro ogni uomo si trova un tribunale silenzioso: la coscienza è il giudice, che siede in giudizio. Il giudice formula le proprie decisioni con autorità tale da non ammettere un secondo appello, perché nessun uomo può appellarsi contro un giudizio che lui stesso pronuncia contro se stesso. Ecco perché intorno al foro interno della coscienza si affollano tutti i sentimenti e tutte le emozioni associate a ciò che è giusto e ingiusto: gioia e dolore, pace e rimorso, soddisfazione e timore, lode e biasimo. Se faccio il male, esso mi riempie di un senso di colpa di fronte al quale non posso sottrarmi; nel mio intimo, nel santuario della mia coscienza sono assalito dalla voce severa di questo giudice, per mezzo del quale sono cacciato fuori da me stesso a opera di me stesso. Dove allora posso fuggire se non in me stesso con quel senso di consapevolezza, rimorso e indegnità, che finisce per diventare l’inferno stesso dell’anima? Se, invece, la coscienza approva il mio atto, allora si forma dentro di me la dolcezza di una rugiada vespertina, quella gioia estranea all’effimero piacere dei sensi.

Chiaramente questa triplice funzione, che è alla base di ogni governo umano, deve avere una ragione che ne determini l’ordine; ma dove la si può ricercare? Qual è la fonte della funzione legislativa, esecutiva e giudiziaria esercitata dalla mia coscienza? Essa non proviene da me, perché nessuno può essere legislatore supremo di se stesso. Inoltre, se la legge della mia coscienza fosse solo opera mia, io potrei distruggerla; siccome non mi è possibile farlo, perché questa legge si presenta davanti a me sfidando la mia stessa volontà? Quando la mia volontà si erge contro di essa, nel rifiuto di ascoltarla o di obbedirle, essa si presenta come una delegata a cui appartiene il diritto di governarmi.

Ciò significa che non l’ho fatta io, ma che sono solamente libero di obbedirle o meno. Né questa legge viene dalla società, perché la società è soltanto un’interprete delle norme della coscienza, ma non ne è l’autrice. Le leggi umane possono sanzionarla ed elaborarla, ma non la creano. L’approvazione o la disapprovazione della società non hanno creato nella mia coscienza il senso del giusto e dell’ingiusto, perché talvolta la coscienza ci comanda di non considerare le leggi della società, laddove siano nemiche della legge di Dio, come nel caso dei martiri che sono morti per la fede. Se la voce del Sinai interiore che è la coscienza non viene né da me stesso né dalla società, e se nei suoi sussurri e le sue articolazioni essa è universale, in modo che nessuna creatura morale possa completamente ignorarla, vuol dire che dietro questa legge c’è un legislatore, e dietro questa voce una persona, e dietro questo comando un potere, cioè Dio. Egli ha impresso in ogni uomo che nasce la luce che illumina le anime lungo i sentieri della pace, verso la patria dei figli della libertà.

Così, un esame della mia coscienza e della sua triplice funzione porta a concludere che, poiché l’occhio corrisponde alle cose visibili, l’orecchio alle udibili e la ragione alle intelligibili, così anche la legge della mia coscienza dovrebbe corrispondere a un potere che legifera, la testimonianza della mia coscienza deve corrispondere a un’equità che esegue, e la lode e il biasimo della mia coscienza a una giustizia che giudica. Poiché il potere, l’equità e la giustizia corrispondono agli attributi essenziali di una persona, devo concluderne che quel potere personale è intelligente al fine di poter fare le leggi; che quell’equità personale è onnisciente al fine di poter avere una corretta introspezione del carattere morale; e che quella giustizia personale è suprema, al fine di poter emanare le sentenze a seconda dei suoi giudizi. E quel potere intelligente, quell’equità onnisciente e quella giustizia suprema, davanti a cui mi inginocchio accorato, sono Dio. (…)

Si potrà obiettare: “Se Dio sapeva ciò che avrei fatto, se sapeva che avrei rubato, perché mi ha creato?”. La risposta è la seguente: “Dio non ti ha creato ladro. Sei stato tu a fare di te stesso un ladro”. Noi siamo esseri suscettibili di auto-creazione, abbiamo dentro di noi il potere di scegliere i nostri atti: ciò comporta un’autodeterminazione. Quanti sostengono che resistendo alla nostra natura inferiore ci creiamo dei “complessi”, dimenticano che il complesso non si stabilisce resistendo alla tentazione, bensì cedendovi. Noi non siamo in questo mondo semplicemente come oggetti, cioè non solo le cose accadono a noi; ma siamo anche soggetti, nel senso che le facciamo accadere. Ciascuna delle nostre libere scelte forma nelle nostre vite uno schema; questo schema è il nostro carattere. Tutto quello che facciamo, nel bene e nel male affonda nel nostro inconscio. Al termine della sua giornata di lavoro, l’uomo d’affari trascriverà dal suo libro mastro tutti i debiti e i crediti della giornata. Analogamente, al termine di ogni vita umana sarà estratta dal nostro intelletto cosciente o incosciente la registrazione di ogni pensiero, di ogni parola e azione. Questa formerà il nostro giudizio.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

LA VERA RIVOLUZIONE DI CUI ABBIAMO BISOGNO DEVE INIZIARE NELL’UOMO PRIMA CHE NELLA SOCIETÀ: “Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione che purghi il cuore dell’uomo dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria e dall’ira”

Questa liquidazione dell’uomo nel mondo moderno non sarà arrestata dalle semplici proteste di orrore. È necessario riconoscere l’iniquità della filosofia comunista, e cominciare ad affermare, qui negli Stati Uniti, il valore della persona umana come creatura di Dio. Come Hitler ha messo l’accento sulla razza, come Mussolini lo fissò sulla nazione, così i comunisti lo pongono sulle masse rivoluzionarie. È giunta l’ora di affermare la potenza, il valore e la vocazione dell’individuo, cioè ritornare a quella che giustamente Marx considerò la base della democrazia, cioè la verità che ogni uomo possiede un’anima immortale.

Quanto ora procuriamo di fare nel mondo occidentale è lo stolto tentativo di preservare i frutti del Cristianesimo senza conservarne le radici. La personalità ha una base religiosa. Una persona è un soggetto, non un oggetto. Una persona vale di più dell’intero universo: “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?”. Una persona realizza se stessa e arriva a una relativa perfezione nella società, ma solo in quanto possiede in se stessa un principio indipendente dalla società, ovvero un’anima. L’anima ha diritti antecedenti a qualunque Stato, o dittatore, o parlamento, o sovrano.

La Dichiarazione d’indipendenza americana dice: “Il Creatore ha dotato l’uomo di alcuni diritti inalienabili”. Il mondo deve allontanarsi dalla civiltà di massa restaurando il valore della persona. Il Signore dell’universo scorse un valore anche in un criminale d’infima specie e gli disse: “Oggi sarai con me nel Paradiso”. Questa promessa fu la pietra su cui poggiano le basi della democrazia. I comunisti hanno ragione nel dire che il mondo americano necessita di una rivoluzione. È vero: questo mondo ha bisogno di una rivoluzione, ma non della volgare rivoluzione comunista che si limita a trasferire il bottino dalla tasca di uno in quella di un altro.

Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione che purghi il cuore dell’uomo dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria e dall’ira. La vera battaglia contro il comunismo ha inizio nel cuore di ogni singolo americano. La rivoluzione deve aver inizio nell’uomo prima che nella società. La rivoluzione comunista è stata un fallimento basilare: non è abbastanza rivoluzionaria, perché lascia l’odio nel cuore dell’uomo. Più che del comunismo, dobbiamo aver paura di vivere senza Dio. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? (…)

Il fondamento di questa negazione sovietica della libertà religiosa è ovvio. Il comunismo è totalitarismo, e totalitarismo significa il possesso totale dell’uomo, anima e corpo. Una democrazia lascia l’anima libera di servire il suo Dio, ma il totalitarismo non può permettersi di concedere all’anima la libertà. Quindi deve perseguitare la religione. Dov’è l’anima, là c’è la libertà. Il ghiaccio non ha spirito: deve necessariamente essere freddo. Per estinguere la libertà, il totalitarismo deve perseguitare l’anima. L’esilio di Dio significa sempre l’esercizio della tirannide sull’uomo. (…)

Infine, una delle grandi differenze tra la Costituzione americana e la Costituzione sovietica è che la prima ha fondato un governo del popolo, mentre la seconda ha fondato un governo delle masse. Il popolo è costituito da persone. Una persona è un essere razionale autodeterminato, con una coscienza propria, e una personalità unica e incomunicabile, ed è fonte di diritti e libertà inalienabili.

Che cosa sono le masse? Sono persone che hanno perduto la propria coscienza; sono persone che non sono capaci di autodeterminarsi, nonostante siano mosse dall’esterno mediante la propaganda; sembrano come formiche nel formicaio dello Stato sovietico. Le masse non sono l’opposto della classe, ma sono l’opposto della personalità. Il loro cervello è stato “depurato” al punto che esse sono diventate pronte ad aderire spontaneamente a qualsiasi cosa venisse loro proposta, a patto che sia stata ripetuta un sufficiente numero di volte. Il pericolo grave, nelle democrazie, è che il popolo possa diventare “massa”.

Il governo americano non è un governo di masse. La nostra Costituzione inizia così: “Noi, popolo degli Stati Uniti… ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione per gli Stati Uniti d’America”. Lincoln, nel suo discorso di Gettysburg, fece eco alla nostra gloriosa Costituzione quando espresse la speranza “che il governo del popolo, esercitato dal popolo e per il popolo”, non potesse mai sparire dalla faccia della terra. Siamo popolo perché siamo persone; siamo persone perché abbiamo un’anima; se abbiamo un’anima, abbiamo dei diritti, e questi diritti ci vengono da Dio. Se desideriamo conservare il nostro profumo, dobbiamo conservare i nostri fiori; se desideriamo conservare i nostri diritti, dobbiamo anche conservare il nostro Dio!

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)