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PERCHÉ IL SIGNORE VUOLE CHE CONFESSIAMO I NOSTRI PECCATI A UN SACERDOTE? “I nostri peccati non sono solo affare nostro, ma dell’intera Chiesa”

Nessuno dubita che Nostro Signore abbia il potere di rimettere i peccati. I Vangeli riferiscono la guarigione del paralitico a Cafarnao. Nostro Signore dapprima ha detto al paralitico che i suoi peccati gli erano rimessi, al che quelli che stavano intorno ridevano di lui. In risposta il Salvatore chiese loro se fosse più facile guarirlo o rimettere i suoi peccati; così lo guarì, «perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra» (Mc 2, 10). Nostro Signore stava affermando che Dio apparso in forma umana aveva il potere di perdonare i peccati, vale a dire che, servendosi della natura umana che aveva ricevuto da Maria, egli stava perdonando i peccati. C’è qui un’anticipazione del fatto che egli continuerà a perdonare i peccati proprio attraverso l’umanità, cioè attraverso coloro che sono dotati del potere sacramentale per farlo.

L’uomo non può rimettere i peccati, ma Dio può perdonarli attraverso l’uomo. Nostro Signore ha promesso di conferire questo potere di perdonare innanzitutto a Pietro, che ha reso pietra fondante della Chiesa. Egli ha detto a Pietro che avrebbe ratificato in Cielo le decisioni che questi avrebbe preso sulla terra. Alludeva a queste decisioni con le due immagini del «legare» e «sciogliere». A chi deteneva le chiavi del regno era concesso il potere di giurisdizione. Questa promessa fatta a Pietro fu seguita poco dopo da un’altra fatta agli apostoli. La seconda promessa non conferiva il primato, perché questo era riservato a Pietro. Gesù disse loro: «”Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”» (Gv 20, 21-23).

Il nostro divino Redentore qui dice di essere stato mandato dal Padre; ora egli manda loro con il potere di perdonare o non perdonare. Queste parole implicano «ascoltare le confessioni», perché altrimenti come farebbero i sacerdoti della Chiesa a sapere quali peccati perdonare e quali non perdonare, senza prima ascoltarli? Si può essere certissimi che questo sacramento non sia di istituzione umana, perché se la Chiesa avesse inventato tutti i sacramenti, ne avrebbe certamente abolito uno, cioè il sacramento della Penitenza. Questo a causa della fatica che grava su quanti devono ascoltare le confessioni, sedendo lunghe ore in confessionale ad ascoltare la terribile monotonia della natura umana caduta. Ma poiché esso è di istituzione divina – quale splendida opportunità di restituire la pace ai peccatori e renderli santi!

PERCHÉ IL SIGNORE VUOLE CHE CONFESSIAMO I NOSTRI PECCATI?

Ci si potrebbe domandare perché il Signore chieda di confessare i peccati. Perché non nascondere la testa in un fazzoletto e dire a Dio che ci dispiace? Bene, se questo modo di chiedere scusa non funziona quando siamo colti da un poliziotto, perché dovrebbe andar bene con Dio? Versare lacrime in un fazzoletto non è prova di dispiacere, perché noi siamo i giudici. Chi sarebbe mai condannato al carcere se ogni uomo fosse il proprio giudice? Quanto sarebbe facile per assassini e ladri sfuggire alla giustizia e al giudizio avendo semplicemente un fazzoletto a portata di mano!

Poiché il peccato è orgoglio, esso richiede umiliazione e non c’è maggiore umiliazione che liberare la propria anima davanti al prossimo. Questa auto-rivelazione ci guarisce da più di una malattia morale. Certe cose che feriscono, fanno più male se restano taciute. Una bolla può essere curata se viene incisa per rilasciare il pus; così anche un’anima in cammino verso la Casa del Padre, quando ammette le proprie colpe e chiede perdono. L’intera natura suggerisce la liberazione di sé stessi. Se lo stomaco assume una sostanza estranea che non può assimilare, la vomita; così avviene con l’anima. Essa cerca di liberarsi da ciò che la opprime, cioè l’insopportabile contraddizione interna.

Inoltre, quando un peccato è riconosciuto e ammesso, perde la sua tenacia. Il peccato appare in tutto il suo orrore quando è visto alla luce della crocifissione. Sopprimi un peccato ed esso sarà sepolto per riemergere più tardi in forma di complessi. È come tenere il tappo su un tubetto di dentifricio. Se uno lo sottopone a una pressione intensa, il dentifricio uscirà da qualche parte, non si sa dove. La direzione ordinaria d’uscita sarà verso l’alto. Così anche noi, se sopprimiamo la nostra colpa o la neghiamo, sottoponiamo a pressione la nostra mente dando luogo a delle aberrazioni. Il peccato non fuoriesce dove dovrebbe, cioè nel sacramento della confessione. È per questo che, nell’opera di Shakespeare, la macchia di Lady Machbeth riemergeva lavandosi le mani. Avrebbe dovuto lavarsi l’anima, non le mani. (…)

Un’altra ragione per confessare i peccati al prete è che nessun peccato è individuale. Siamo membri del Corpo mistico di Cristo. Se un membro è malato, l’intero corpo è malato. Se abbiamo l’otite, ne soffre tutto il corpo. Ora, ogni peccato personale ha effetti sociali: tutte le altre cellule del corpo della Chiesa sono intaccate dal difetto di questa singola cellula. Ogni peccatore è degno di biasimo, non solo per sé stesso ma anche per riguardo alla Chiesa e prima e innanzitutto a Dio. Se va sempre curato, ciò può avvenire soltanto con l’intervento della Chiesa e di Dio. Nessuna medicina avrà effetto su un membro del corpo, se in qualche modo l’intero corpo non coopera con la medicina. Poiché ogni peccato è contro Dio e contro la Chiesa, ne consegue che un rappresentante di Dio e della Chiesa deve restituire l’amicizia al peccatore. Il sacerdote, agendo come rappresentante della Chiesa, accoglie il penitente nella comunità dei credenti.

Quando Nostro Signore ha trovato la pecorella smarrita, l’ha reintegrata subito nel suo gregge: «Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11, 51-52). Il sacerdote ristabilisce il peccatore nella grazia; restituisce al peccatore i suoi diritti di figlio dell’Eterno Padre; non lo riconcilia solo con Dio, ma anche con la compagnia di Dio, che è la Chiesa. La natura sociale della penitenza è inoltre visibile dal fatto che il penitente riconosce il diritto del Corpo mistico di giudicarlo, poiché attraverso il Corpo mistico è in relazione con Dio. Il perdono dei peccati, allora, non è solo una questione tra Dio e la nostra singola anima. Anche la Chiesa viene offesa dalle trasgressioni. Di conseguenza, i nostri peccati non sono solo affare nostro, ma dell’intera Chiesa – la Chiesa militante sulla terra e la Chiesa trionfante nel Cielo.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

CONFESSIONE E PENITENZA DEI PECCATI: “Pochi colgono la differenza tra essere perdonati ed espiare i peccati che sono stati perdonati” CHE COS’È L’INDULGENZA E COME FUNZIONA? “La Chiesa è un banchiere spirituale”

La soddisfazione dei peccati, che talvolta è chiamata «penitenza», è distinta dal dolore per i peccati. Pochi colgono la differenza tra essere perdonati ed espiare i peccati che sono stati perdonati.

Supponiamo che io rubi la tua borsa nel corso di una conversazione e poi dica a me stesso: «Ho scandalizzato questa persona. Sono considerato uno che promuove la giustizia e l’amore di Dio, ed ecco che ho violato la sua legge di giustizia, impugnato la sua misericordia e l’ho inchiodato alla croce rubando la borsa». Così, ti chiedo: «Mi perdonerai?», e nella tua gentilezza mi risponderai certamente: «Ti perdono». Ma dirai anche qualcos’altro, no? Non dirai forse: «Restituiscimi la borsa»? Potrei affermare di essere davvero dispiaciuto senza ridarti indietro la borsa?

Ci deve essere sempre la soddisfazione per il peccato, poiché ogni peccato disturba l’ordine divino. Il peccato sconvolge un equilibrio. Non ha senso dire: «Non piangere sul latte versato», solo perché ci è accaduto di versare il latte di qualcun altro. Se non possiamo recuperare il latte sparso, possiamo almeno ripagare la bottiglia o comprare altro latte. Alla fine della confessione, il sacerdote impone al penitente la cosiddetta «penitenza», un certo numero di preghiere o un digiuno o un’elemosina o qualche mortificazione o una Via Crucis o un Rosario. Tutte queste cose servono a «riparare» per il peccato e a provare che il dolore era sincero. È quello che i cattolici chiamano «recitare la mia penitenza» o «fare la mia penitenza».

Dio non ci chiede di compiere un’esatta riparazione per i nostri peccati, ma di farla in maniera proporzionale. È per questo che il sacramento della Penitenza non è tanto un rigido tribunale di giustizia quanto una riconciliazione tra amici. Il sacerdote che rappresenta Cristo non è un giudice che sentenzia la prigione al criminale. Il penitente non è un nemico. È un amico riconciliato e la riparazione, la penitenza o soddisfazione, è un’opera di amicizia tra membri del Corpo Mistico di Cristo.

Le penitenze che si danno al termine della confessione generalmente sono lievi. Alcuni dicono che sono troppo lievi. Ma non dobbiamo dimenticare le indulgenze. Per comprenderle dobbiamo richiamare alla mente che siamo membri del Corpo mistico di Cristo. Quando facciamo il male o commettiamo il peccato, noi in qualche modo colpiamo ogni membro della Chiesa. Questo avviene anche nei nostri peccati più nascosti. È evidente nel furto, nell’omicidio, nell’adulterio; ma lo facciamo anche nei peccati solitari, nei pensieri malvagi. Come? Diminuendo in qualche modo il livello di carità e di amore all’interno del Corpo mistico. Come un fastidio agli occhi intacca l’intero organismo e ci ferisce ovunque, così se amo di meno Cristo, danneggio il benessere spirituale della Chiesa.

Ma dal momento che io posso ferire la Chiesa con il mio peccato, posso anche essere aiutato dalla Chiesa quando sono in difetto. San Paolo applica al Corpo mistico la lezione del corpo fisico: «le varie membra [hanno] cura le une delle altre» (1 Cor 12, 25). La religione non è individuale, è sociale; è organica. Guardando all’ordine naturale, vediamo quanti benefici ricevo dal mio prossimo. Ci sono milioni di modi nei quali gli altri sono indulgenti verso di me. Io non allevo la mucca che fornisce il materiale per le mie scarpe. Non allevo il pollo che mangio a cena – ma questo è un esempio inappropriato: a me non piace il pollo! Diciamo piuttosto: il pollo che tu mangi. L’opera o il lavoro di qualcuno ti concedono questo lusso.

Possiamo dire che siamo circondati da «indulgenze» sociali, perché condividiamo i meriti, i talenti, le arti, le capacità, le scienze, le tecniche, il ricamo e il genio della società. Ora nella compagnia del popolo di Cristo, il suo Corpo mistico, è possibile aver parte ai meriti e alle buone opere, alle preghiere, ai sacrifici, alle abnegazioni e al martirio degli altri. Se c’è un’«indulgenza» economica che mi permette di viaggiare su un aereo che qualcun altro ha costruito, perché non dovrebbe esserci anche un’indulgenza spirituale, così che io possa essere condotto a Cristo più rapidamente grazie alla generosità di alcuni membri del Corpo mistico?

Torniamo ora alla distinzione tra perdono della colpa e soddisfazione per la colpa. Ogni peccato ha anche un castigo eterno o temporale. Benché i nostri peccati siano stati perdonati, resta ancora una riparazione da compiere nel tempo, oppure in purgatorio, sempre che moriamo in stato di grazia. Un’indulgenza non si riferisce al peccato, ma alla pena temporale. Prima di poter applicare l’indulgenza, ci deve essere stato il perdono della colpa.

Di fatto, ci sono diversi modi di compensare il castigo dovuto dopo che la colpa è stata perdonata. Tre di essi sono personali, uno è sociale: 1) recitare o compiere la penitenza data in confessionale; 2) ogni atto di mortificazione liberamente praticato nella vita, come aiutare i poveri e le missioni, digiunare o altri atti di abnegazione; 3) la paziente imitazione delle sofferenze di Nostro Signore sulla croce sopportando le prove della vita; 4) il rimedio sociale dell’applicazione dei meriti sovrabbondanti del Corpo mistico alle nostre anime.

Come dipendiamo dalla società intellettuale per riparare alla nostra ignoranza, così dipendiamo dalla società spirituale per riparare alla nostra rovina interiore. Si potrebbe chiedere dove la Chiesa attinga il potere di rimettere la pena temporale dovuta al peccato. Ebbene, la Chiesa si trova a essere ricchissima spiritualmente, proprio come alcuni uomini sono ricchissimi finanziariamente.

In un villaggio viveva un ricco banchiere che creò un fondo fiduciario in una banca; pregò tutti i malati, gli infermi, i disoccupati di attingere a quella riserva. Il banchiere disse loro: «Non abbiate paura che il fondo si esaurisca, perché sono abbastanza ricco da occuparmi di ciascuno di voi». Se il banchiere ha pagato parte del conto ospedaliero, ci sarebbe stata un’indulgenza parziale del debito dei malati; se avesse pagato tutto il conto, ci sarebbe stata un’indulgenza plenaria delle loro spese e costi.

La Chiesa è un banchiere spirituale. Possiede tutti i meriti della passione di Nostro Signore e della Beata Madre, i meriti dei martiri, dei santi, dei confessori e la paziente sopportazione al tempo presente; tutti questi meriti sono molto più grandi di quelli necessari alla salvezza di queste persone buone e sante. La Chiesa prende questo surplus, lo mette nel suo tesoro e invita tutti i deboli e i feriti che non possono pagare i debiti contratti dai loro peccati ad attingere a queste riserve.

La Chiesa impone certi requisiti per servirsi di questo tesoro, come il banchiere. Quanti ne fanno uso devono essere meritevoli, devono essere in stato di grazia, adempiere certe condizioni, per esempio, una preghiera, un pellegrinaggio, o altre mille piccole pratiche. Quando il debito del castigo temporale dovuto al peccato è liquidato solo in parte da un’indulgenza, si parla di indulgenza parziale. Ma se vengono pagati tutti i debiti del castigo temporale, adempiendo certe condizioni, si parla di indulgenza plenaria.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

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SENZA IL DOLORE DEL PECCATO NON È CONCESSO IL PERDONO: “Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati nel sacramento, sempre che ci sia sufficiente dolore dello spirito, o contrizione, vale a dire odio del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più”

Gli altri sacramenti richiedono che il soggetto abbia le disposizioni convenienti, ma queste non costituiscono la materia del sacramento. Nella penitenza, il dolore non è solo una condizione, bensì la materia stessa; poiché senza il dolore del peccato, non è concesso il perdono. Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati nel sacramento, sempre che ci sia sufficiente dolore dello spirito, o contrizione, vale a dire odio del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più.

La parola contrizione è tratta da un termine latino che significa «macinare» o «polverizzare»; in senso ampio significa avere il cuore affranto. La contrizione è un dolore della mente, non uno sfogo emotivo o un rimorso psicologico. Il figliol prodigo è passato attraverso molti stadi emotivi di rimorso, specialmente quando nutriva i porci o realizzava quanto stessero meglio i servi in casa di suo padre. Ma il vero dolore non è arrivato fino a che non gli entrò nell’anima la risoluzione: «Mi alzerò, andrò da mio padre» (Lc 15, 18). Qualche volta si dice che tutto ciò che un cattolico deve fare è andare a confessarsi e ammettere i propri peccati, e tornerà bianco come la neve per poi tornare a commettere lo stesso peccato. Questa è una caricatura del sacramento, in cui non c’è volontà di emendarsi né dolore. I peccati di un tale penitente non sono perdonati.

Il dolore dei peccati include necessariamente la risoluzione di non peccare più; non è solo un desiderio privo di risvolti pratici. Una parte dell’atto di contrizione contiene questo proposito: «E io sono fermamente risoluto, con l’aiuto della tua grazia, a confessare i miei peccati, fare penitenza ed emendare la mia vita. Amen». Significa che qui e ora prendiamo la decisione di non peccare; decidiamo di prendere tutti i mezzi necessari per evitare il peccato in futuro, come la preghiera e la fuga dalle occasioni. L’assoluzione non sarà efficace se nel dolore non c’è anche questo elemento chiave, la volontà di emendarsi. Ciò non implica la certezza assoluta che nessuno peccherà ancora, perché questo sarebbe presunzione. Ci sono due modi per verificare la saldezza di un proposito: uno è riparare il peccato il più presto possibile; per esempio, se uno è colpevole di sarcasmo contro il prossimo, va a chiedergli perdono oppure, se ha rubato, restituisce il maltolto. Il secondo modo è evitare le occasioni di peccato, come cattive letture, cattive compagnie, gozzoviglie e ogni azione che in precedenza ci ha condotti al peccato.

Ci sono due tipi di contrizione: perfetta e imperfetta. Entrambe sono incluse nell’atto di contrizione che il penitente recita in confessionale: «E io detesto tutti i miei peccati perché temo la perdita del Cielo e le pene dell’inferno» (dolore imperfetto); «ma più di tutto perché essi offendono te, mio Dio, che sei infinitamente buono e degno di tutto il mio amore» (dolore perfetto). Due tipi di timore sono alla base della distinzione tra i due tipi di contrizione o dolore: uno è il timore servile, l’altro è il timore filiale. Un timore servile è la paura della punizione giustamente riservataci dal padrone cui abbiamo disobbedito. Il timore filiale è quello che un figlio devoto prova per l’amato padre; vale a dire il timore di offenderlo. Applicando ciò alla contrizione, il timore servile ci porta verso Dio mossi dalla paura del castigo per i peccati, cioè dell’inferno. Il timore filiale è la paura di essere separati da Dio, o di offendere colui che amiamo.

Immaginiamo due gemelli che hanno disobbedito alla madre esattamente nello stesso modo. Uno dei due corre dalla mamma e le dice: «Oh, mamma, mi dispiace di aver disobbedito. Adesso non posso andare al picnic, vero?». L’altro getta le braccia al collo della madre e piange: «Non ti offenderò più». Il primo ha una contrizione imperfetta, il secondo una contrizione perfetta. Quale genere di contrizione, perfetta o imperfetta, è sufficiente per la Confessione sacramentale? La contrizione imperfetta è sufficiente, benché a nostro avviso la maggior parte dei penitenti non prova dolore tanto per il castigo riservato da Dio ai loro peccati, ma un profondo dispiacere per aver crocifisso di nuovo Cristo nel proprio cuore. Supponiamo, tuttavia, che una persona sia in stato di peccato mortale e non possa andare a confessarsi; per esempio, un soldato cui viene ordinato di combattere. Il dolore imperfetto sarebbe sufficiente per il perdono dei peccati? No, ma la contrizione perfetta lo sarebbe, se egli fosse risoluto a confessarsi appena possibile.

L’atteggiamento consueto dei penitenti consiste nel fare un’equazione personale tra i propri peccati e la crocifissione. Ciascuno dovrebbe dire nel suo cuore, accostandosi al sacramento della confessione: «Se io fossi stato meno orgoglioso, la corona di spine sarebbe stata meno dolorosa. Se fossi stato meno avaro e avido, le sue mani sarebbero state trafitte meno dai chiodi. Se fossi stato meno sensuale, la sua carne non avrebbe penzolato da lui come un cencio rosso. Se non avessi vagabondato come una pecora smarrita, nel mio egoismo perverso, i suoi piedi sarebbero stati meno dilaniati dai chiodi. Non solo mi dispiace di aver violato una legge: sono addolorato per aver ferito colui che è morto d’amore per me».

Nostro Signore doveva morire sulla croce prima che si potesse cogliere l’abisso del peccato. Noi non vediamo l’orrore del peccato nei crimini presentati dalla stampa, né nelle grandi crisi della storia, né nelle violenze di massa dei persecutori. Noi vediamo cos’è il male solo quando vediamo la divinità inchiodata alla croce. Se qualcuno di noi dice nel suo cuore: «Io non sono così cattivo come quelli che lo hanno crocifisso», dimenticherebbe che non sono stati loro a crocifiggere Nostro Signore; è stato il peccato. Essi erano i nostri rappresentanti, i nostri ambasciatori, quel giorno alla corte di satana. Noi li abbiamo rafforzati con il diritto di crocifiggere. Uno sguardo al crocifisso, allora, è una duplice rivelazione! Rivelazione dell’orrore del peccato e dell’amore di Dio.

La peggior cosa che il peccato può provocare non è uccidere bambini o bombardare città nella guerra nucleare; la peggiore è crocifiggere l’Amore divino. E la cosa più bella che l’Amore ha potuto fare, al momento della crocifissione, è stato estendere fino a noi il perdono nella preghiera sacerdotale al suo Padre celeste: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 33). Nella contrizione perfetta veniamo terribilmente colpiti dalla resistenza infinita di Nostro Signore nel sopportare il peggio che il maligno poteva infliggere e, tuttavia, perdonare i propri nemici. Di certo egli non ci insegna a essere indifferenti al peccato, poiché ne ha preso su di sé tutte le conseguenze. Ha pagato per esso, ma d’altro canto la misericordia era insieme alla giustizia. Ha offerto il perdono nella speranza che ci saremmo pentiti per gratitudine verso di lui che ha espiato il debito causato dalla nostra colpa.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

LA CRESIMA È IL SACRAMENTO DEL COMBATTIMENTO CONTRO IL MONDO, LA CARNE E IL DIAVOLO: LO SPIRITO SANTO CI RENDE SOLDATI DI CRISTO NELL’ESERCITO DELLA CHIESA!

Le parole di Nostro Signore sull’invio dello Spirito di verità che amplierà la nostra conoscenza di lui, prova che l’intera verità non può rientrare in parole scritte. La Pentecoste non è stata la discesa di un libro, ma di vive lingue di fuoco. Il sacramento della Confermazione smentisce quanti dicono che «il discorso della montagna era sufficiente per loro». L’insegnamento di Nostro Signore registrato nei Vangeli, fu implementato, completato e rivelato nel suo senso più profondo dallo spirito di verità che egli ha donato alla sua Chiesa. Certamente conosciamo Cristo leggendo i Vangeli, ma scopriamo il significato più autentico delle sue parole e conosciamo Cristo più pienamente quando abbiamo il suo Spirito.

Soltanto mediante lo Spirito riconosciamo che egli è il divino Figlio di Dio e il Redentore dell’umanità: «Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene» (Rm 8, 8-9).

-Il Sacramento del combattimento-

Ogni sacramento ha a che fare con la morte di Cristo, ma la Confermazione o Cresima intensifica tale rassomiglianza. Il Battesimo dona un tesoro al cristiano; la Confermazione lo spinge a combattere per custodirlo contro i tre grandi nemici: il mondo, la carne e il diavolo. Il carattere militare del sacramento è evidenziato nei quattro simboli o atti che seguono.

1) “La fronte è unta col crisma nel segno della croce”. La croce, per sua natura, evoca opposizione. Più uno crocifigge le sue passioni e rigetta i falsi insegnamenti del mondo, più è calunniato e combattuto. Il Calvario non unisce solo gli amici di Nostro Signore, ma anche i suoi nemici. Coloro che erano opposti l’un l’altro, misero da parte i loro conflitti minori per un odio più grande. Giuda e i sinedriti, i farisei e i pubblicani, i tribunali religiosi e i sovrintendenti romani, benché si disprezzassero l’un l’altro, nondimeno inflissero insieme i colpi di martello e chiodi alle mani e ai piedi di Cristo: «Poiché non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15, 19). Quando il piccolo fiore di Lisieux, santa Teresa, si preparava alla Confermazione, ne vide il legame con la crocifissione: «Sono andata al ritiro per la Cresima. Mi sono preparata con cura alla venuta dello Spirito Santo. Non posso comprendere perché si presti così poca attenzione al sacramento dell’amore. Come gli apostoli, ho atteso con gioia il Consolatore promesso. Ho gioito pensando che presto sarei dovuta essere una perfetta cristiana e avrei avuto la mia fronte segnata eternamente dalla misteriosa croce di questo sacramento ineffabile. Quel giorno ho ricevuto la forza di soffrire, una forza di cui avevo molto bisogno, perché il martirio della mia anima stava per iniziare di lì a poco».

2) “La grazia interiore del sacramento dona fortezza e altri doni destinati alla battaglia dello Spirito”. Nella Pentecoste gli apostoli furono resi testimoni della Risurrezione di Cristo e la parola “testimone”, in greco significa “martire”. Così, nella Confermazione, il cristiano è segnato con potenza e audacia sulla fronte, perché né paura né falsa modestia possano trattenerlo dal confessare pubblicamente Cristo. Il bestiame è spesso marchiato col nome del proprietario e gli schiavi o i soldati al servizio dell’imperatore sono tatuati per potersi riconoscere più facilmente qualora disertassero il servizio. Plutarco attesta che c’era l’usanza di marchiare gli animali destinati al sacrificio, come a sigillare che erano riservati per qualcosa di sacro. Erodoto parla di un tempio in Egitto in cui il fuggitivo poteva reclamare il diritto del santuario: una volta che lo avesse fatto, sarebbe stato marchiato o tatuato, a indicare che era proprietà di Dio e, di conseguenza, inviolabile e sacrosanto. Il significato spirituale del marchio è anticipato qui: «Ammazzate fino allo sterminio: non toccate, però, chi abbia il tau in fronte» (Ez 9,6). L’ultimo giorno, gli eletti saranno sigillati sulla fronte nel nome dell’Agnello e di suo Padre, per essere preservati dalla distruzione (Ap 7, 3). La Confermazione, quindi, consiste nel marchiare una persona nell’esercito dell’Agnello. San Paolo dice: «E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione» (Ef 4, 30).

3) “Al cresimato si dà un colpetto sulla guancia per ricordargli che, in quanto soldato di Cristo, dovrà essere pronto a soffrire ogni cosa per amor suo”. Rinnegare la propria fede per un effimero piacere carnale o arrendersi per timore del ridicolo, è molto più grave agli occhi di Dio del tradimento di un soldato dal suo dovere. Péguy, rimpiangendo un desiderio di coraggio spirituale scrive: «Vergogna a coloro che provano vergogna. Non è questione di credere o meno, è questione di sapere qual è la causa più frequente della perdita di fede. Nessuna causa può essere più vergognosa della vergogna – e della paura. E di tutte le paure, la più vergognosa è certamente la paura del ridicolo, la paura di essere presi per matti. Uno può credere o non credere. Ma vergogna a colui che rinnega il suo Dio per evitare di essere fatto oggetto di scherno. Ho in mente quel povero, timoroso disgraziato che guardava qua e là con paura per assicurarsi che non ci fosse qualche alto personaggio che aveva deriso lui, la sua fede e il suo Dio. Vergogna a coloro che si vergognano. La vergogna implica una codardia che non può far ricorso a nulla. Vergogna a coloro che si vergognano».

4) “Il carattere combattivo della Confermazione è ulteriormente evidenziato dal fatto che il suo ministro ordinario è il vescovo, che è come dire un generale nell’esercito della Chiesa”.
Poiché la Confermazione dona un aumento dello Spirito Santo rispetto al Battesimo, è amministrata opportunamente dall’unico che ha la pienezza del sacerdozio. Quando il vescovo estende le sue braccia sui cresimati, come successore degli apostoli, imita Pietro e Giovanni che imposero le mani sui nuovi convertiti della Samaria, così che «ricevevano lo Spirito Santo» (At 8, 17). Egli imita inoltre Paolo a Efeso: «Non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo» (At 19, 6). Il vescovo non tiene per sé la sua autorità; ne è un dispensatore, perché fu Nostro Signore che disse ai suoi apostoli di fare discepoli in tutte le nazioni (Mt 28, 19-20). Il vescovo, come autorità della Chiesa, incorpora il cresimato nelle responsabilità adulte. Da quel momento in poi il cresimato non conduce una vita cristiana individuale: egli inizia a impegnarsi nell’esercito. La Confermazione, di conseguenza, è la prima grande manifestazione della relazione stabilita tra l’autorità della Chiesa e l’individualità del cristiano.

Ogni sacramento è stato stabilito come una sorta di equilibrio tra l’individuo e la comunità. L’individuo è battezzato, ma il suo Battesimo lo incorpora nella comunità dei credenti: la Chiesa. La grazia discende nell’anima dell’individuo, ma la grazia è per la perfezione del Corpo mistico. Questo è vero anche per il sacramento della Confermazione che, ancor più del Battesimo, ci orienta verso la comunità o compagnia dei credenti. L’amore è un’unione da cui si fugge per egoismo. Quando uno raggiunge l’età adulta è aperto a un amore più ampio. I bambini vivono per sé stessi, gli adulti cessano di vivere solo per sé stessi, specialmente coloro che raggiungono la «perfetta età» dello spirito.

Il combattimento del Battesimo, come abbiamo visto, era un combattimento personale: nella Confermazione il combattimento è militare “ex officio” e sotto gli ordini del comandante. Il Battesimo è principalmente la battaglia contro i nemici invisibili: nella Confermazione c’è la battaglia contro i nemici sociali, vale a dire i persecutori della Chiesa. La morte mistica cui ci si sottopone nel Battesimo è individuale: nella Confermazione la morte mistica è comune. Siamo preparati a morire, a essere martiri, o a testimoniare Cristo per amore del suo «Corpo che è la Chiesa». La Confermazione quindi ci mette in relazione con la comunità; per questo nella Pentecoste lo Spirito fu infuso quando tutti gli apostoli erano radunati insieme con Maria in mezzo a loro.

La Confermazione ci rende soldati di Cristo. I soldati non si riuniscono da sé stessi per costituire un esercito. Così avviene nella Confermazione. La Chiesa non ha un esercito spirituale perché i suoi membri si offrono volontariamente in servizio. Piuttosto la Chiesa li fa crescere spiritualmente fino al punto in cui possono sostenere la battaglia spirituale ed essere autorizzati quali suoi combattenti che portano «la corazza della giustizia… lo scudo della fede… l’elmo della salvezza… e la spada dello Spirito» (Ef 6, 14.16.17).

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

-L’EUCARISTIA È IL CIBO DELLA NOSTRA ANIMA- L’Eucaristia è al di sopra di tutti gli altri sacramenti: è il sacramento della fede

«Se tu non mangi la carne del Figlio dell’uomo e non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te»

L’uomo ha un’anima così come ha un corpo. La sua parte spirituale richiede un cibo che è al di sopra di quello materiale, fisico e biologico. (…)
L’anima umana, essendo spirituale, richiede un cibo spirituale. Nell’ordine della grazia, questo cibo divino è l’Eucaristia, o la comunione dell’uomo con Cristo e di Cristo con l’uomo.

Non si tratta di qualcosa di contrario alla legge naturale, poiché se gli elementi chimici potessero parlare, direbbero alle piante: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te». Se la pianta potesse parlare, direbbe all’animale: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te». Se l’animale, la pianta e l’aria potessero parlare, direbbero all’uomo: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te».

Con la stessa logica, ma parlando dall’alto e dal basso, poiché l’anima è spirituale, Nostro Signore dice all’anima: «Se tu non mangi la carne del Figlio dell’uomo e non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te». La legge della trasformazione opera consistentemente attraverso la natura e la grazia. L’inferiore si trasforma nel superiore, la pianta si trasforma nell’animale quando questi se ne ciba; l’uomo è trasformato dalla grazia in Cristo, quando assume Cristo nella propria anima, perché è una qualità dell’amore quella di trasformarsi nell’oggetto amato.

Perché dovremmo sorprenderci del fatto che Egli si doni a noi come cibo? Dopo tutto, se Egli dona il cibo agli uccelli e alle bestie nell’ordine naturale, perché non dovrebbe fornirlo all’uomo nell’ordine soprannaturale? (…)

Se il cristianesimo fosse soltanto il ricordo di qualcuno che è vissuto oltre diciannove secoli fa, non varrebbe la pena di conservarlo. Se colui che è venuto su questa terra non fosse Dio, così come uomo, allora avremmo a che fare semplicemente con il fallibile e con l’umano. Ma anche ammettendo che egli sia Dio incarnato, come dovremmo entrare in contatto con lui? Certamente, non leggendo libri su di lui, benché siano edificanti e istruttivi; ovviamente non cantando inni, benché possano aiutarci dal lato emotivo. Il cuore umano desidera il contatto con l’amato. (…)

L’Eucaristia è il cibo della nostra anima, ma il potere di assimilazione qui appartiene a Cristo ed è lui che, nutrendoci, ci unisce e ci incorpora alla sua vita. Non è Cristo a essere trasformato in noi, come il cibo che mangiamo; siamo noi a essere incorporati a lui. Con Giovanni Battista diciamo: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3, 30). Il momento della Comunione è quella speciale intimità riservata ai veri amanti.

Nella vita ci sono tre tipi d’intimità: ascoltare, vedere e toccare. Il nostro primo contatto con chiunque ci ami è ascoltare la sua voce, il secondo è vederlo, il terzo – e questo è riservato solo ai più intimi – è il privilegio di toccarlo. Noi ascoltiamo su Cristo nelle Scritture, lo vediamo con gli occhi della fede, ma lo tocchiamo nell’Eucaristia. Egli ci chiede soltanto di purificare la nostra coscienza dal peccato e venire a lui pronti a ricevere ciò che Egli vuole donarci, poiché sa di cosa abbiamo bisogno.

La santa Comunione è incorporazione non solo alla vita di Cristo, ma anche alla sua morte. Questo secondo aspetto è talvolta dimenticato. San Paolo vi fa riferimento: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Cor 11, 26). In un altro passo, san Paolo ci dice che dobbiamo compiere nel nostro corpo ciò che manca alla Passione di Cristo. Per salvare le nostre anime, la vita di Cristo deve essere duplicata nella nostra vita.

Ciò che egli ha compiuto nella sua nascita, sul Calvario, nella sua risurrezione e nell’ascensione, dobbiamo farlo noi. Ma non possiamo avere accesso a quelle benedizioni celesti se non attraverso la croce, vale a dire attraverso la penitenza, la mortificazione, il rinnegamento di sé e la morte al nostro egoismo. Di qui, la Chiesa insiste sul fatto che dobbiamo essere in stato di grazia per poter ricevere Nostro Signore nell’Eucaristia. Come un cadavere non può ricevere nutrimento, così nessuno può ricevere il cibo divino senza la vita divina nella sua anima. In aggiunta a questo, la Chiesa richiede un certo tempo di digiuno prima della Comunione. Lo fa per ricordarci che l’Eucaristia non è solo un sacramento dei vivi, ma anche un sacramento di mortificazione.

Solo quando viene impresso in noi il segno della croce possiamo essere segnati dalla gloria della sua risurrezione. Dal momento della sua morte sul Calvario fino alla fine del tempo, quando verrà nella gloria, il Cristo morente è continuamente all’opera, ri-presentando la sua morte sull’altare e spingendoci, a nostra volta, a ri-presentarla nel distacco dai sette becchini dell’anima: i sette peccati capitali.

Noi siamo la cera ed egli è il sigillo. Egli vuole vedere in noi qualcosa della sua immolazione; e spetta a ogni cristiano, quindi, condurre una vita morente: essere più umili quando veniamo ostacolati, più pazienti quando le cose vanno male, morendo un po’ al mondo e al nostro io, essendo sempre felici di «testimoniare la sua morte nel nostro corpo fino a che egli venga». (…)

Il Santissimo Sacramento è presente nel tabernacolo giorno e notte. Qui Cristo dimora in corpo, sangue, anima e divinità sotto le specie sacramentali del pane. Come lo sappiamo? Cristo stesso ce lo ha detto! Ci sono altre evidenze fondamentali? Nient’altro che quella; ma ci sono forse altre ragioni al mondo così forti come la parola di Dio stesso? Per questo l’Eucaristia è al di sopra di tutti gli altri sacramenti: è il sacramento della fede.

I fedeli credono che Cristo è realmente presente, sacramentalmente, nel tabernacolo, come sei presente tu che leggi questo libro. È questo che fa la differenza tra la chiesa e ogni altro edificio. Non è il pulpito, né l’organo, né il coro, ma Cristo è il centro. Come il tabernacolo era il cuore del culto nell’Antico Testamento, così ora il tabernacolo e l’altare sono il cuore del culto nel Nuovo Testamento.

Coloro che visitano la chiesa affermano di «sentire la differenza», benché non sappiano nulla sull’Eucaristia, come si può sentire il calore anche senza sapere nulla sulla natura del fuoco. Ma per i fedeli, membri del Corpo mistico di Cristo, qui è presente Cristo!

Davanti alla sua presenza eucaristica, gli occhi abbattuti dal peccato trovano il ristoro delle lacrime purificatrici; qui il cuore ferito da amori infedeli rompe il suo silenzio con l’invito del Salvatore vivente: «Figlio, donami il tuo cuore». Qui le ginocchia si umiliano nella genuflessione e il cuore è esaltato nell’adorazione; qui i sacerdoti fanno la loro Ora santa, in risposta all’invito del Signore nel Getsemani. Qui si dà appuntamento l’amore, poiché questo è «il pane disceso dal cielo» (Gv 6, 41) e resterà con noi «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Qui Emmaus rivive nel momento in cui i suoi discepoli lo riconoscono allo spezzare del pane.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

PARTECIPARE ALLA MESSA È LO STESSO CHE ESSERE PRESENTI SUL CALVARIO: “Lo svantaggio di non aver vissuto all’epoca di Cristo è azzerato dalla Messa”; “Chi assiste alla Messa, solleva la croce dal suolo del Calvario per piantarla al centro del proprio cuore.”

La Messa, quindi, guarda avanti e indietro. Poiché viviamo nel tempo e possiamo servirci soltanto di simboli terreni, vediamo in successione quello che non è altro che un unico eterno movimento d’amore. Se una bobina cinematografica fosse dotata di coscienza, vedrebbe e capirebbe la storia in una volta; mentre noi non la afferriamo finché non ne vediamo lo svolgimento sullo schermo. Così accade con l’amore da cui Cristo ha preparato la sua venuta nell’Antico Testamento, ha offerto sé stesso sul Calvario e ora lo ripresenta nel sacrificio della Messa.

La Messa, di conseguenza, non è un’altra immolazione, ma una nuova presentazione dell’eterna vittima e la sua applicazione a noi. Partecipare alla Messa è lo stesso che essere presenti sul Calvario. Ma con alcune differenze. Sulla croce, Nostro Signore ha offerto sé stesso per tutta l’umanità; nella Messa noi applichiamo quella morte a noi stessi e uniamo il nostro sacrificio al suo.

Lo svantaggio di non aver vissuto all’epoca di Cristo è azzerato dalla Messa. Sulla croce, Egli ha potenzialmente redento tutta l’umanità; nella Messa noi rendiamo attuale quella Redenzione. Il Calvario è legato a un dato momento nel tempo e a una specifica collina nello spazio. La Messa temporalizza e spazializza quell’eterno atto di amore. Il sacrificio del Calvario è stato offerto in modo cruento mediante la separazione del suo corpo dal suo sangue.

Nella Messa, questa morte è presentata misticamente e sacramentalmente in modo incruento, mediante la consacrazione separata del pane e del vino. I due elementi non sono consacrati insieme, con parole del tipo: «Questo è il mio corpo e il mio sangue»; piuttosto, secondo le parole di Nostro Signore: «Questo è il mio corpo», si dice sul pane; poi, «Questo è il mio sangue», si dice sul vino. La consacrazione separata è una sorta di spada mistica che divide il corpo dal sangue, nel modo in cui il Signore è morto sul Calvario.

Supponiamo che ci sia un’eterna stazione radiofonica che trasmetta onde eterne di saggezza e illuminazione. Le persone che vivono in differenti epoche potrebbero sintonizzarsi a quella sapienza, assimilarla e applicarla a sé stessi. L’eterno atto di amore di Cristo è qualcosa con cui possiamo sintonizzarci nelle successive epoche storiche mediante la Messa. La Messa, di conseguenza, trae la sua realtà e la sua efficacia dal Calvario e non ha senso al di fuori di esso. Chi assiste alla Messa, solleva la croce dal suolo del Calvario per piantarla al centro del proprio cuore.

Questo è il solo perfetto atto d’amore, di sacrificio, di ringraziamento e di obbedienza con cui possiamo ripagare Dio; precisamente, quello che è offerto dal suo Figlio divino incarnato. Da noi stessi non siamo in grado di toccare il cielo perché non siamo abbastanza alti. Da noi stessi non possiamo toccare Dio. Abbiamo bisogno di un mediatore, qualcuno che sia Dio e uomo, che è Cristo.

Nessuna preghiera umana, nessun atto umano né abnegazione, nessun sacrificio è sufficiente a squarciare il cielo. Solo il sacrificio della croce può farlo ed è ciò che avviene nella Messa. Quando la celebriamo, per noi è come essere appesi alle sue vesti, aggrappati ai suoi piedi durante l’ascensione, stretti alle sue mani piagate mentre offre sé stesso al Padre celeste. Nascondendoci in lui, le nostre preghiere e i nostri sacrifici hanno il suo stesso valore. Nella Messa siamo una volta di più sul Calvario, associati a Maria, Maddalena e a Giovanni mentre vediamo tristemente alle nostre spalle i carnefici che disputano ai dadi le vesti del Signore.

Il sacerdote che offre il sacrificio semplicemente presta a Cristo la propria voce e le proprie dita. È Cristo il Sacerdote; è Cristo la Vittima. In tutti i sacrifici pagani e nei sacrifici giudaici, la vittima era sempre distinta dal sacerdote. Poteva trattarsi di una capra, un agnello o un toro. Ma quando è venuto Cristo, Egli, il Sacerdote, ha offerto sé stesso come Vittima. Nella Messa è Cristo che ancora offre sé stesso e che è la Vittima con la quale diventiamo una cosa sola.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

L’EUCARISTIA È UN SACRIFICIO E UN SACRAMENTO: NOI VIVIAMO DI CIÒ CHE UCCIDIAMO.

Il sacramento dell’Eucaristia ha due aspetti: è al contempo un sacrificio e un sacramento. Poiché la vita biologica non è che un riflesso, una debole eco, un’ombra della vita divina, nell’ordine naturale si possono trovare analogie con le bellezze divine. La natura stessa non ha forse un duplice aspetto: un sacrificio e un sacramento? Le verdure servite a tavola, la carne presentata sul piatto, sono i sacramenti naturali del corpo dell’uomo, che vive per mezzo loro. Se avessero la parola potrebbero dirci: «Se non entrerai in comunione con me non potrai vivere».

Ma se esaminiamo in che modo la creazione inferiore degli elementi, della verdura o della carne possano diventare il sacramento o la comunione dell’uomo, veniamo immediatamente introdotti al concetto di sacrificio. I vegetali non devono venire sradicati dalla terra, soggetti alla legge della morte e passare attraverso la dura prova del fuoco prima di poter divenire sacramento della vita fisica o entrare in comunione con il corpo? La carne nel piatto che era un giorno qualcosa di vivente, non è stata soggetta al coltello e il suo sangue versato sul suolo di un naturale Getsemani o Calvario prima che fosse pronta per essere presentata all’uomo? La natura, di conseguenza, suggerisce che un sacrificio deve precedere un sacramento; la morte è il preludio della comunione.

In altre parole, se una cosa non muore, non può iniziare a vivere in un ordine superiore. Per esempio, entrare in comunione senza un sacrificio sarebbe, nell’ordine naturale, come mangiare le verdure e la carne crude. Guardando faccia a faccia le realtà della vita, vediamo che noi viviamo di ciò che uccidiamo. Elevandoci all’ordine soprannaturale, viviamo ancora di ciò che uccidiamo. Sono stati i nostri peccati ad aver ucciso Cristo sul Calvario e, per la potenza di Dio che è risorto dai morti e regna nella gloria dei cieli, egli ora diventa la nostra vita entrando in comunione con noi, e noi con lui. Nell’ordine divino ci deve essere il sacrificio o la consacrazione della Messa prima che ci possa essere il sacramento o la comunione tra le anime e Dio.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

IL BATTESIMO DEI BAMBINI: PERCHÉ UN NEONATO DEVE ESSERE BATTEZZATO QUANDO NON PUÒ DIRE NULLA IN PROPOSITO?

Il Battesimo, o incorporazione nella Chiesa, è la condizione per ricevere la nuova Pasqua, l’Eucaristia. Come i mandriani marchiano il loro bestiame e gli antichi romani i loro schiavi, così Dio marchia i suoi figli, nell’Antico e nel Nuovo Testamento: con la circoncisione della carne nell’Antico e con la circoncisione dello spirito, cioè il Battesimo, nel Nuovo.

Si potrebbe obiettare: cosa apporta di buono un po’ d’acqua versata sulla testa di un bimbo? Ma ci si potrebbe anche chiedere cosa aggiunga un po’ d’acqua versata nella caldaia. L’acqua nella caldaia o sulla testa di un bimbo non può fare nulla di per sé. Ma quando l’acqua nella caldaia è unita alla mente di un ingegnere, può guidare una locomotiva lungo un continente o una nave attraverso il mare. Così quando l’acqua è unita alla potenza di Dio, può fare ben più che rendere vivo un cristallo. Può trasformare una creatura in figlio di Dio. (…)

Nel Battesimo, i neonati sono incorporati in Cristo, non attraverso un atto della loro volontà, bensì dei padrini che rappresentano la Chiesa e si assumono la responsabilità dell’educazione spirituale del bambino. I genitori, naturalmente, devono acconsentire al Battesimo; la Chiesa rifiuta di battezzare qualcuno contro la sua volontà o di battezzare i bambini se non c’è qualche garanzia che vengano educati nella fede. I padrini agiscono in rappresentanza della Chiesa, non dei genitori. Essi testimoniano l’incorporazione del neonato nella compagnia di Cristo.

Ci si potrebbe chiedere: perché un bambino deve essere battezzato quando non può dire nulla in proposito? Allora, perché dovrebbe essere nutrito? Gli si chiede forse un parere sul cognome che assumerà? Se riceve il cognome della famiglia, la sorte della famiglia, il ceto sociale della famiglia, l’eredità della famiglia, perché non dovrebbe anche ricevere la religione della famiglia?

Nel nostro Paese non attendiamo che i figli abbiano ventuno anni per poi permettere loro di scegliere se diventare cittadini americani, se intendono parlare la lingua inglese. Sono nati americani; così, nel Battesimo, siamo nati membri del Corpo mistico di Cristo. Se uno aspetta di avere ventun’anni prima di imparare qualcosa sulla propria relazione con il Signore che lo ha redento, avrà già imparato nel frattempo un altro catechismo, quello delle sue passioni, della sua concupiscenza, della sua lussuria.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

LA VITA UMANA E LA VITA DIVINA: LE SETTE CONDIZIONI DELLA VITA NATURALE E I SETTE SACRAMENTI DELLA VITA CRISTIANA.

La vita fisica o naturale richiede sette condizioni, cinque delle quali si riferiscono alla persona come individuo e le altre due in quanto membro della società. Le cinque condizioni per condurre la vita individuale sono: 1) per vivere un uomo deve ovviamente essere nato; 2) deve nutrirsi, poiché se non mangia non può vivere; 3) deve crescere e maturare, abbandonando le cose dell’infanzia e assumendo le responsabilità della vita adulta; 4) se è ferito, le sue piaghe devono essere fasciate e guarite; e 5) in caso di malattia (che è differente da una ferita), bisogna eliminare le conseguenze del male. In quanto membro della società sono richieste altre due condizioni: 1) deve vivere soggetto a un governo e alla giustizia nelle relazioni umane, e 2) è chiamato a propagare il genere umano.

Al di sopra di questa vita umana c’è la vita divina di Cristo. Le sette condizioni per condurre, a livello personale, la vita cristiana sono le seguenti: 1) dobbiamo nascere spiritualmente, nel sacramento del Battesimo; 2) dobbiamo alimentare la vita divina nell’anima, con l’Eucaristia; 3) dobbiamo crescere nella maturità spirituale e assumerci in pieno le responsabilità di membri dell’armata spirituale della Chiesa, con la Confermazione; 4) dobbiamo guarire le ferite del peccato, con la Penitenza; 5) dobbiamo eliminare le tracce della malattia del peccato, con l’Unzione degli infermi; 6) dobbiamo vivere sotto il governo spirituale della Chiesa, grazie all’Ordine Sacro; 7) dobbiamo prolungare e propagare il Regno di Dio sulla terra, grazie al Matrimonio.

Ogni sacramento ha un’espressione o segno visibile; per esempio, nel Battesimo è l’acqua, nell’Eucaristia sono il pane e il vino. Ma il sacramento ha anche una forma o formula, cioè le parole relative al significato spirituale donato alla materia nel momento in cui lo si amministra. Tre cose sono poi assolutamente necessarie per un sacramento: 1) la sua istituzione da parte di Cristo; 2) un segno esterno; 3) il potere di conferire la grazia, o vita divina, ottenuto a noi dalla passione, morte e risurrezione di Cristo.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

Nostro Signore era il segno tangibile di Dio, così i sacramenti sarebbero divenuti il segno visibile della grazia con cui Nostro Signore ci ha conquistati.

La parola «sacramento» in greco significa «mistero» e Cristo è stato definito da san Paolo «il mistero nascosto da secoli» (Ef 3, 9 e Col 1, 26). In lui c’è qualcosa di divino e di umano, di eterno e di temporale, di invisibile e di visibile. Il mistero di Betlemme era il Figlio di Dio che ha assunto una natura umana per unirla alla natura divina in una sola Persona.

Colui che, nel linguaggio della Scrittura, poteva arrestare il movimento della stella Arturo, vedeva compiersi la profezia sul suo luogo di nascita per opera, sia pure inconsapevole, di un Cesare che ordinò un censimento imperiale. Colui che vestiva i campi con l’erba, fu avvolto in fasce. Colui dalle cui mani erano usciti i pianeti e i mondi, aveva braccine così piccole che non arrivavano a toccare l’enorme testa delle bestie. Colui che passeggiava sulle colline eterne era ancora troppo debole per camminare. La Parola eterna era muta. L’uccello che aveva costruito il nido del mondo, veniva covato al suo interno.

La natura umana di Nostro Signore non aveva da sé stessa il potere di santificare, benché unita alla sua divinità. Ma in virtù di questa unione, l’umanità di Cristo divenne la causa efficiente della nostra giustificazione e santificazione e lo sarà fino alla fine del mondo. È qui nascosta un’allusione ai sacramenti. L’umanità di Cristo era il veicolo della vita divina e lo strumento per santificare gli uomini; i sacramenti stavano per diventare i segni efficaci della santificazione ottenuta dalla sua morte. Nostro Signore era il segno tangibile di Dio, così i sacramenti sarebbero divenuti il segno visibile della grazia con cui Nostro Signore ci ha conquistati.

Se gli uomini fossero angeli o puri spiriti Cristo non avrebbe avuto la necessità di usare la natura umana e le cose materiali per comunicare le realtà divine, ma poiché l’uomo è costituito di materia e spirito, di anima e corpo, risulta più agevole vedere ciò che è spirituale rivelato nel visibile. Sin dall’inizio della vita umana, le carezze materne non devono limitarsi a lasciare traccia sul corpo del bambino, piuttosto devono comunicare la sublime bellezza e l’invisibile amore della madre.

Non è la realtà materiale a essere apprezzata dall’uomo, piuttosto ciò che è significato dalla realtà materiale. Come ha detto Tommaso da Kempis, «non guardare tanto al dono di colui che ama, quanto all’amore di colui che dona». Noi togliamo il prezzo dai regali affinché non ci sia relazione materiale tra l’amore che dona e il dono stesso. Se l’uomo non avesse l’anima né un destino spirituale, allora il comunismo sarebbe in grado di soddisfarlo. Se l’uomo avesse solo un organismo biologico, allora sarebbe appagato semplicemente mangiando, dormendo e morendo come una mucca.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)