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GIUDA: LA COLPA SENZA LA SPERANZA IN CRISTO È DISPERAZIONE E SUICIDIO! “È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi”

Pietro si pentì nel Signore, mentre Giuda si pentì in se stesso. La differenza era enorme, come quella che vi può essere tra il sottoporre una causa all’autorità Divina e il sottoporla a se stessi; tra la Croce e il lettino dello psicanalista.

Giuda riconobbe di aver tradito il «sangue innocente» ma non volle mai esserne lavato. Pietro sapeva di aver peccato e cercò la Redenzione. Giuda sapeva di aver commesso un errore e cercò l’evasione, diventando il capolista di una lunga serie di fuggitivi che voltano le spalle alla Croce. Il perdono divino ha in sé il presupposto della libertà umana, mai quello della sua distruzione. Chissà se Giuda, fermo sotto l’albero dal quale gli sarebbe venuta la morte, abbia guardato, attraverso la vallata, l’Albero dal quale gli sarebbe potuta venire la Vita.

Giuda era il tipo che dice: «Sono un cretino!»; Pietro quello che dice: «Sono un peccatore!».
È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi. Giuda sentì il disgusto di sé, che è una specie d’orgoglio. Pietro non aveva avuto esperienze deplorevoli e la sua fu “metànoia”, un mutamento del cuore. La conversione della mente non è necessariamente la conversione della volontà.

Giuda andò al confessionale del padrone che l’aveva pagato; Pietro a quello di Dio. Giuda si addolorò per le conseguenze del suo peccato come una donna nubile si addolora per la sua gravidanza. Pietro soffriva per il peccato in sé, perché aveva ferito l’Amore.

La colpa non accompagnata dalla speranza in Cristo è disperazione e suicidio. La colpa accompagnata dalla speranza in Cristo è misericordia e gioia.

Giuda riportò il denaro ai sacerdoti del tempio. È sempre così, quando disertiamo il Signore per cose terrene, prima o poi ci prende il disgusto: quelle cose non le vogliamo più. Avendo amato quanto vi è di meglio, nient’altro ci può appagare. Il tradimento ai danni della Divinità, anche se minimo, è sempre eccessivo nei confronti del valore di ciò che è Divino. La tragedia di Giuda è che sarebbe potuto essere San Giuda.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

NON È SOLTANTO LO SGUARDO DI CRISTO CHE PORTA AL PENTIMENTO MA ANCHE LA NOSTRA REAZIONE: “Nessun uomo comprende pienamente il peccato se non quando lo vede alla luce del Volto di Cristo”

“Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro”. (Lc 22, 61).

Può anche darsi che Gesù Cristo abbia udito Pietro alzare la voce, a Lui ben nota, per imprecare e giurare ai presenti di non conoscere Gesù di Nazareth. Nostro Signore non gli rinfacciò: «Te lo avevo detto!». Nessuna parola di bruciante condanna uscì dalle sue labbra. Ebbe appena uno sguardo, un unico sguardo di amore ferito. Tale è la misericordia di Nostro Signore quando Gli siamo infedeli e sleali! Egli cerca di riconquistarci con privilegi maggiori e misericordia moltiplicata! Non sono soltanto i febbricitanti, i paralitici, i lebbrosi a conoscere il tenero sguardo del Figlio Incarnato, ma sono, soprattutto, i Sacerdoti e i peccatori.

Non è soltanto lo sguardo di Cristo che porta al pentimento, ma anche la nostra reazione. Il sole che splende, irradiando tanto calore, scioglie la cera, ma indurisce il fango. Al richiamo della Misericordia Divina, il peccatore può indurirsi per l’inferno o ammorbidirsi per il Cielo.Non fu Pietro che pensò di girarsi, ma il Signore. Pietro, essendo colpevole, preferiva guardare da qualsiasi altra parte, ma il Signore lo guardò. È questo il punto essenziale che tutti i seguaci di Cristo devono tenere presente quando cadono in peccato: è il Signore che si volta per primo. Nessun uomo comprende pienamente il peccato se non quando lo vede alla luce del Volto di Cristo. Può essere mortificato per essersi comportato da stupido, ma proverà dolore soltanto nel vedere il beneamato Crocifisso.

L’uomo che dice: «Sono stato uno stupido», invece di dire: «Signore, abbi pietà di me che sono peccatore», è ancora molto lontano dalla rinascita. Quale lezione di tenerezza ci rivela il rifiuto di Nostro Signore di detestare Pietro! In un momento simile, quando si sta vacillando come un funambolo sulla corda, un sospiro o uno sguardo possono essere decisivi. Possono segnare l’inizio del ritorno a Dio, anziché un tuffo nell’abisso del male.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

IL PECCATO NON È SOLO LA VIOLAZIONE DI UN COMANDAMENTO MA UNA NUOVA CROCIFISSIONE DI CRISTO.

Uno sguardo alla Divinità ci fa convinti del peccato. Sotto gli occhi del Figlio di Dio, Pietro il rinnegatore divenne immediatamente Pietro il penitente. Quello sguardo con il quale solo la Divinità fruga nell’anima, segna l’inizio della responsabilità personale verso Dio.

Noi non pecchiamo soltanto contro concetti astratti o contro i Comandamenti: come persone, pecchiamo contro una Persona. L’enormità del peccato non si esaurisce nella violazione di un Comandamento, ma comporta una nuova Crocifissione del Cristo.

È per questo che, in sostanza, il dolore è in rapporto al Cristo Crocefisso, dove ciascuno di noi può leggervi la propria autobiografia.
Nella corona di spine vediamo il nostro orgoglio, nei chiodi la nostra lussuria e la nostra sensualità, nei piedi forati il nostro oblio per il Signore, nelle mani piagate la nostra avidità.

La penitenza è fatta per elevarci nella luce pura e infinita di Dio che metterà in fuga l’oscurità in cui ci dibattiamo. La differenza tra il peccatore e il santo sta nel fatto che uno persiste nel peccare, mentre l’altro piange amaramente.

Nel Vangelo, il vocabolo greco tradotto con «pianto» indica un dolore lungo, continuativo. Chi non ha tempo per piangere i propri peccati non ha neanche tempo per ravvedersi.

Il rimorso non portò Giuda a colpirsi il petto con un mea culpa, ma al suicidio. Non ebbe il cuore di pregare né di cercare il Volto di Dio per impetrare misericordia. Pietro, invece, soffrì. Egli era umiliato, non indurito. Quando le lacrime hanno lavato gli occhi, la visione spirituale diviene più chiara.

È per questo che le lacrime sono sovente associate a una vera comprensione del peccato. Negli occhi di Pietro, le lacrime furono l’arcobaleno della speranza dopo l’oscurità della tempesta. In esse rifulse in tutta la sua ampiezza la visione radiosa del clemente sguardo del Cristo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

IL CONSIGLIO DEI SACERDOTI E LO SPIRITO SANTO “L’errore di molti Sacerdoti è quello di interessarsi maggiormente alle questioni amministrative che a quelle evangeliche.” “Nell’organizzare la salvezza delle anime, impieghiamo forse tutto lo zelo che dimostriamo nell’organizzare le gite?”

Ogni Sacerdote, quando si troverà al cospetto del Signore per essere giudicato, si sentirà chiedere: «Dove sono i tuoi figli?». La vocazione prima di ogni Sacerdote è quella di generare anime in Cristo.

Saliremo sul pulpito a denunciare contro natura il controllo delle nascite nella carne, mentre noi stessi pratichiamo questo controllo delle nascite nello spirito? Biasimeremo le madri perché non hanno un maggior numero di figli, mentre noi, per anni interi non possiamo registrare a nostro favore neanche la nascita di una sola anima in Cristo? I confini della nostra parrocchia e quelli del nostro dovere non sono unicamente determinati dai fedeli, perché: “altre pecore che non sono di quest’ovile; anche quelle devo condurre” (Gv 10, 16).

Siamo responsabili di ogni anima, e molte entrerebbero a far parte della Chiesa se soltanto lo chiedessimo loro. L’errore di molti Sacerdoti è quello di interessarsi maggiormente alle questioni amministrative che a quelle evangeliche.

Nell’organizzare la salvezza delle anime, impieghiamo forse tutto lo zelo che dimostriamo nell’organizzare le gite? Quando abbiamo bisogno di denaro, noi Sacerdoti non ci pensiamo due volte a organizzare una colletta di porta in porta; ma quando mai pensiamo di organizzarne una per convertire la gente? Dove vi è lo Spirito Santo, le conversioni non mancano. (…)

Qui negli Stati Uniti, le conversioni che abbiamo in un anno sono meno di tre per ogni Sacerdote. Ma chi, tra di noi, non sa di molti che hanno lasciato il solo Ovile, il solo Pastore per un voto non mantenuto, per la brama di un secondo o di un terzo matrimonio, per orgogliosa presunzione o per uno qualunque di quei sette becchini dell’anima comunemente chiamati i sette peccati capitali? Abbiamo centri catechistici, ma li adoperiamo per insegnare ai laici a essere Apostoli e a vivere appieno le responsabilità del sacramento della Cresima?

Ogni parrocchia dovrebbe essere un vivaio di anime che non appartengono ancora all’ovile; ogni Sacerdote un Pastore alla ricerca della pecorella smarrita; ogni Messa una proclamazione che la redenzione deve essere estesa a tutto il mondo.. Forse che lo Spirito Santo nel salvare le anime dimostra adesso minor larghezza che alla Pentecoste? Il tenore della nostra vita sacerdotale soffoca forse le fiamme e i venti impetuosi della conversione? Come mai le fiamme della Pentecoste ardono luminosissime nelle terre di missione e sono così fioche nella nostra parrocchia? Forse che la marea dello Spirito è defluita dai nostri porti? La colpa non è dello Spirito, giacché «Dio non si pente dei suoi doni e della sua chiamata» (Rm 11, 29). Lo slancio dei venti impetuosi non si è calmato e fermato da solo, producendo ristagno e sterilità. Lo Spirito Santo è sempre pronto ad aiutare il nostro sacerdozio, perché possiamo far progredire le anime nella santità.

Il Sacerdote agisce dall’esterno, lo Spirito Santo dall’interno. Noi ci auguriamo reciprocamente grazie e benedizioni. Egli ce le dà. Egli soltanto, con la sua opera divina, può gettare nel cuore quel seme che sboccerà in «una nuova creatura in Cristo» (2Cor 5, 17). Il suo Spirito può distruggere l’egoismo e l’indolenza che ci trattengono dall’andare alla ricerca delle anime. Tutto intorno a noi, nelle nostre parrocchie, nella gente con la quale veniamo quotidianamente a contatto, vi sono folle innumerevoli di anime simili a lingotti d’oro ricoperti di scorie. E noi, se appena avessimo il fuoco dello Spirito, potremmo sottoporli alle fiamme purificatrici e farne dei gioielli del Regno di Dio! (…)

Se il consiglio del Sacerdote si basa esclusivamente sull’esperienza naturale, con un nemico come Satana non la spunta. Il possesso da parte del demonio deve essere fronteggiato dal Sacerdote con il possesso da parte del Cristo; così, egli sarà impaziente di aprire ai cuori i tesori della bontà di Dio, di scoprire i peccati suscettibili di redenzione, di lasciare i novantanove giusti per ricercare quello che si è smarrito, di scovare elementi da istruire nell’apostolato e nella conversione, di avvolgere intorno a essi il manto del Sacro Cuore. Sarà pronto ad ascoltare senza interruzione gli afflitti, riconoscendo la dignità della persona che parla; a riconciliare i coniugi, rivelando loro in qual modo possono santificarsi a vicenda, come fece Paolo con l’infelice coppia di Corinto (1Cor 7, 14); a far sì che nel suo cuore sacerdotale s’incontrino, come già a Betlemme, le due correnti: la corrente delle necessità umane e quella dell’esaudimento divino; a guardare gli sbandati con lo stesso sguardo che Gesù rivolse a Pietro e che gli fece versare lacrime amare (Lc 22, 61); a dar prova della stessa pazienza avuta da Paolo nel ravvedimento di Marco; a contrapporsi ovunque alla rovinosa e funesta dissipazione del peccato; a pregare per chi ricorre a lui (perché la dedizione è l’insonnia dell’anima); a far sì che la gente, lasciando il parlatorio, pensi di essere stata con Cristo; a capire che lo Spirito Santo dà la forza a chi l’impiega; a rendersi conto che nel Sacerdote svogliato non c’è alcuna efficacia, proprio come nell’animale indolente non c’è alcuna bellezza; a pregare quotidianamente lo Spirito Santo di insegnargli a trovare godimento soltanto nelle anime; a convincersi che non è possibile arrivare al peccatore con le diramazioni periferiche dell’organizzazione parrocchiale o elevare un’anima alla santità dispensando a piene mani consigli a buon mercato; a non esitare mai nel ricevere visitatori che disturbino le sue comodità, ricordando che Dio ricompensa soltanto la dura fatica. In breve, a essere un «altro Cristo» e non semplicemente un «altro buon diavolo». (…)

Il consiglio del Sacerdote è fondamentalmente l’applicazione della redenzione all’individuo. Non si tratta semplicemente di predicare a una persona sola anziché a una folla: l’individuo, infatti, quando cerca il consiglio del Sacerdote espone il suo problema come fa il paziente con il medico. Proprio come il medico, il Sacerdote prima stabilisce i fatti, poi fa la diagnosi e prescrive la cura, avendo sempre presenti in mente le parole di Nostro Signore: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv 6, 63).

Lo Spirito Santo è particolarmente necessario quando il Sacerdote deve affrontare un problema che verte sulla condotta più che sull’intelletto. In almeno nove casi su dieci, coloro che in passato ebbero la Fede e che ora la respingono o negano ch’essa abbia un senso, non sono mossi dal ragionamento, ma dal modo in cui vivono. Di solito, i cattolici sbandano non per difficoltà riguardanti il Credo, ma per difficoltà riguardanti i Comandamenti. Quando ciò accade, è compito del Sacerdote risvegliare la coscienza per mezzo dello Spirito Santo. Nelle Scritture non troviamo molti riferimenti alla sola coscienza, ma troviamo in abbondanza la prova del risveglio della coscienza mediante lo Spirito Santo.

San Paolo ci dice che fu la sua coscienza, illuminata dallo Spirito Santo, a fargli desiderare di dannarsi pur di salvare i fratelli: “Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo” (Rm 9, 1). Spetta alla coscienza testimoniare il compimento del nostro dovere verso Dio, ma spetta al divino Spirito testimoniare l’accettazione da parte di Dio della nostra fede e della nostra obbedienza in Cristo. Grazie allo Spirito Santo, la testimonianza della coscienza e la testimonianza di Gesù Cristo nella nostra vita diventano identici.

La coscienza di una persona si può paragonare a una stanza fiocamente illuminata, sulle cui pareti sono stampati i Comandamenti in piccoli caratteri. Quando lo Spirito Santo illumina la coscienza, una luce brillante investe quei caratteri. Lo Spirito Santo risana le coscienze e queste accettano la guida della legge di Cristo. Lo Spirito Santo indica anche alla coscienza il rapporto tra il peccato e il suo riscatto mediante il Sangue del Cristo, in virtù del quale non vi è più alcuna coscienza di peccato (Eb 9, 14; 10, 2-22). Non è mai sufficiente che un Sacerdote dica ai suoi fedeli che devono seguire la propria coscienza. Il Sacerdote deve costantemente cercare di illuminare questa coscienza attraverso lo Spirito. “Il fine di questo richiamo è però la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera” (1Tm 1, 5).

Non è assolutamente possibile comprendere l’enormità del peccato se non per mezzo dello Spirito Santo, una verità, questa, che Nostro Signore spiegò ai suoi Sacerdoti durante l’Ultima Cena. Più che in termini di infrazione dei Comandamenti, il peccato si può meglio comprendere e debellare in termini di frattura dei nostri legami con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il peccato spezza i nostri vincoli con il Padre Celeste in quanto ci allontana da Lui come suoi figli. È questo il messaggio contenuto nella parabola del figliol prodigo (Lc 15, 11-32).

Inoltre, il peccato rinnova il Calvario di Cristo. Occorre stabilire un’equazione personale tra l’anima e il Cristo Crocifisso. Nei peccati d’orgoglio si deve vedere la corona di spine; nei peccati di lussuria, la carne ferita; nei peccati d’avarizia, la povertà della nudità; nei peccati dell’alcolismo, la sete. Inoltre, si deve vedere il peccato come ostinazione contro lo Spirito Santo (At 7, 51); come soffocamento dello Spirito (1Ts 5, 19); come tribolazione allo Spirito (Ef 4, 30).

La coscienza s’illumina sempre quando si vede il peccato come un dolore dato a qualcuno che si ama. Non vi è peccato che possa toccare una delle stelle di Dio o far tacere una delle sue parole; ma il peccato può ferire crudelmente il Suo Cuore. Quando il penitente comprende questa verità, può sapere perché mai nella sua anima vi sia un tale senso di vuoto, una tale desolazione: egli ha ferito Qualcuno che ama.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

IL SACERDOTE È COME LA SCALA DI GIACOBBE

Ogni Sacerdote sa di essere, per elezione divina, un intermediario fra Dio e l’uomo; egli porta Dio all’uomo e l’uomo a Dio. Come tale, il Sacerdote continua l’Incarnazione di Gesù Cristo, che era insieme Dio e Uomo. Nostro Signore non fu Sacerdote in quanto generato dal Padre dall’eternità, ma in virtù della natura umana che assunse e che offrì per la nostra redenzione. È da ciò che deriva la pienezza di ogni sacerdozio. Egli divenne, per usare la stupenda frase di san Tommaso d’Aquino, «fons totius sacerdotii». Già san Paolo aveva usato un’espressione altrettanto incisiva per indicare il nostro rapporto sacerdotale con il Cristo da un lato e con l’umanità dall’altro: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4, 1).

In quanto ministri di Cristo, i nostri poteri dipendono da Lui come i raggi della luce dipendono dal sole. Allo stesso tempo però, Paolo ribadisce che siamo anche i dispensatori dei misteri di Dio, a indicare la nostra relazione coi nostri simili in terra. Ogni sacerdote è simile alla scala di Giacobbe. Esiliato dalla sua casa, in fuga per sottrarsi al risentimento del fratello, l’errante figlio di Isacco si coricò sul terreno posando il capo su di una pietra. L’uomo è quanto mai indifeso quand’è addormentato, e fu mentre Giacobbe era in tale condizione che Dio gli apparve.

Fece un sogno: “una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco il Signore gli stava davanti e disse: Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza” (Gen 28, 12-13).

Immediatamente Giacobbe cambiò il nome del luogo, Luz, ove aveva avuto la visione, in Bethel. In origine, il nome Luz significava «separazione», mentre Bethel significava «Casa di Dio» (Gn 28, 19). Allo stesso modo, noi che siamo chiamati a fare da mediatori tra Dio e l’uomo diventiamo Sacerdoti degni della Casa di Dio unicamente separandoci dallo spirito del mondo. Dio ci compensa ogni abnegazione con più ampie benedizioni. La condizione per servire «Bethel» è «Luz», cioè il distacco dal mondo.

La scala è una semplice e incantevole raffigurazione del Sacerdozio di Cristo: “Io sono la Via” (Gv 14, 6). È mediante la sua morte, la sua Risurrezione e Ascensione alla destra di Dio che Cristo è diventato il Mediatore e ha ristabilito i rapporti tra Dio e l’uomo. Alcuni particolari della visione sono, in special modo, degni di nota: 1. La scala poggiava sulla terra. Veniva così stabilito il legame fra terra e cielo attraverso il Cristo, che si sarebbe incarnato prendendo un corpo umano, avrebbe camminato sulla terra e sarebbe stato innalzato sul Calvario. 2. La scala raggiungeva il cielo, simbolizzando che il Cristo, asceso e glorificato, siede alla destra del Padre. 3. Gli Angeli che salivano e scendevano rappresentano una delle funzioni del Sacerdote, il cui compito sta nel portare al cielo sacrifici e preghiere e nel riportare sulla terra grazie e benedizioni.

La croce, scala della mediazione, posava sulla terra. Era di origine terrena nel senso ch’era stata costruita dai soldati di Pilato. Ma non era di origine terrena come mezzo di espiazione in quanto proveniva dalla storia e dalle deliberazioni divine. La sua cima giungeva fino al cielo, perché il Mediatore divino siede alla destra del Padre. Come disse Nostro Signore benedetto: «Nessuno ascese al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo, che dal cielo è disceso» (Gv 3, 13). Egli è la scala sulla quale ascendiamo a Dio; nessuno va al Padre se non mediante Lui. Considerato che ogni Sacerdote è un “Alter Christus”, ciascuno di noi è un’altra scala di Giacobbe, avente relazione verticale con Cristo nei cieli e relazione orizzontale con gli uomini sulla terra.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17)

Le prediche sulle fiamme dell’inferno suscitano la paura, ma se lo Spirito Santo non è con il predicatore sarà una paura servile, non filiale. Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17).

Ebbene, che cosa fa nelle anime questa spada dello Spirito?

Intensifica il conflitto tra il corpo e l’anima, tra lo spirito del mondo e lo spirito di Cristo. “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12).

I peccatori si liberano nella contrizione per mezzo dello Spirito; scorgono la guerra civile che si combatte nella loro anima mediante lo Spirito; lo Spirito rivela loro i peccati più reconditi, che speravano nessuno avrebbe mai scoperto; lo Spirito mostra che l’uomo è una creatura caduta, bisognosa di aiuto dall’alto. Lo Spirito farà sì che gli atei si ricredano del loro scetticismo.

Nessun male si può crocifiggere prima che sia stato riconosciuto, diagnosticato e messo in luce. L’«io» si camuffa in tante e così diverse maniere che solo lo Spirito può costringerlo a rivelare il suo vero carattere peccaminoso.

Un Sacerdote in possesso dello Spirito di Cristo porterà un peccatore alla confessione laddove un Sacerdote che ne sia privo fallirebbe. Rimproverare un peccatore nel confessionale può voler dire allontanarlo per sempre, mentre sollevandolo nello Spirito di Cristo si farà di lui un vero penitente. Anche un Sacerdote poco dotato di eloquenza può, per mezzo dello Spirito di Cristo, dare alle sue parole un’efficacia che va oltre la sua scarsa oratoria.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

La possibilità che gli altri vedano in noi il Cristo dipende dal nostro agire come il Cristo

Quando, nel confessionale, il Sacerdote dice: «Io ti assolvo», è Cristo che assolve; quando, durante la Messa, dice: «Questo è il mio Corpo», è Cristo che offre il suo Corpo al Padre. Così è per tutti gli altri Sacramenti. Ma anche in tutti gli altri atti del Sacerdote dovrebbe ancora essere Cristo che visita gli ammalati, che istruisce quanti cercano la verità.

Questa specie di unione col Cristo, però, non proviene semplicemente dall’ordinazione. Essa richiede rinnegamento di sé. I fedeli cercano in noi il Cristo all’altare, nel confessionale, al Fonte Battesimale. Ma vedono in noi il Cristo a tavola, nella scuola, sul campo di golf o nell’ospedale? Sono luoghi questi per affermare il nostro «io», o sono occasioni perché gli altri vedano in noi il Cristo nella sala da pranzo di un Simeone o di un Lazzaro?

Non si depone il Cristo quando si depone la pianeta, né si può ripiegare e intascare l’ordinazione tanto facilmente come si può fare con una stola. I miscredenti non ci vedono rivestiti dei paramenti sacri: ci vedono nei negozi, nei teatri, alle riunioni. La possibilità che essi vedano in noi il Cristo dipende dal nostro agire come il Cristo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

DUBITARE DEL PERDONO DI DIO È FARE IL PRIMO PASSO VERSO L’INFERNO!

Il peccato che non emerge in modo dovuto nella confessione, e che quindi non può essere debitamente lavato dalla contrizione e dall’assoluzione, emerge spesso anormalmente in complessi, come la mania di persecuzione, l’ipercritica, il bisogno di evadere attraverso i piaceri. Una siffatta condizione può facilmente condurre alla disperazione. Allora il diavolo, giubilante, piomba sulla sua preda.

L’Apocalisse (12, 10) chiama il demonio «l’accusatore dei fratelli». Prima che commettiamo il peccato, Satana ci assicura che è una cosa da niente; dopo, ci persuade che è una cosa imperdonabile. Prima del peccato, si presenta come l’amico che spinge l’uomo alla rivolta; dopo, opprime l’anima con la falsa convinzione che la liberazione è impossibile. Dubitare del perdono è fare il primo passo verso l’inferno.

Le Scritture ci narrano che Esaù non trovò un luogo di pentimento, pur avendolo cercato piangendo. Le lacrime di rimorso, anziché di contrizione, sono inutili come lo furono quelle versate da Saul sulla perdita della regalità, da Giuda sulla perdita dell’apostolato, da Esaù sulla perdita del diritto di primogenitura. Ma lo Spirito Santo vede la colpa in relazione al Calvario per spingerci a sperare e perdonarci, perché su quel monte noi udiamo il grido di Cristo: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34).

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

SE NON C’È LA CODA DI FEDELI AL CONFESSIONALE È TEMPO CHE IL SACERDOTE SI PONGA QUALCHE DOMANDA!

Le anime trovano le guide migliori nei Sacerdoti santi, nei preti che hanno sofferto in unione con Cristo. È attraverso di loro che lo Spirito Santo riversa i suoi doni. Quelli che vivono di Gesù Cristo danno il Cristo. Dice Sant’Agostino: «Ciò di cui vivo, io impartisco». La sofferenza porta con sé la saggezza, i libri non portano che conoscenza naturale. Il Sacerdote che è stato crocifisso e ha sofferto pazientemente la sua passione non potrà che essere, in ogni momento, un Sacerdote misericordioso.

Se a un confessionale i fedeli fanno la coda, mentre a un altro confessionale non c’è che una persona o due, è tempo che il Sacerdote si ponga qualche domanda. La santità attira i penitenti dai Sacerdoti santi. L’attrazione che questi Sacerdoti esercitano è l’attrazione stessa del Cristo: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Nessun Sacerdote percepisce i problemi con tanta comprensione quanto il Sacerdote che ha fatto del Calvario la sua torre d’osservazione. È come il sole: magari non lo si vede, eppure illumina ogni cosa.

Quante sono le anime che di questo grande esercito di santi Sacerdoti dicono: «Mi ha mostrato lo stesso mio cuore» oppure: «Mi ha mostrato tutta la bellezza del Cristo» o ancora: «È stato come parlare con Nostro Signore». Non è possibile al Sacerdote essere, al tempo stesso, un uomo «in gamba» e un uomo capace di mostrare che il Cristo ha il potere di salvare. Con nobile ripetizione, non meno di trentatré volte san Paolo usa l’espressione «in Cristo». Per lui, il segreto sta nella consolazione in Cristo, nel conforto della Carità, nella comunione nello Spirito, nella tenerezza della compassione di cui parla nella lettera ai Filippesi (2, 1). Il Sacerdote imbevuto di questo concetto, avendo «crocifisso la carne con le sue passioni e le sue voglie» (Gal 5, 24), sarà sempre capace di guidare gli altri all’ombra della Croce e alla luce dello Spirito Santo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

Alla Consacrazione Cristo rinnova il suo sacrificio in maniera incruenta. È tutta l’umanità che il Sacerdote porta all’altare, dove egli congiunge il cielo e la terra.

Alla Consacrazione, Cristo rinnova il suo sacrificio in maniera incruenta. L’atto d’amore che dettò quel sacrificio è eterno, perché Egli è l’Agnello «sgozzato fin dalla fondazione del mondo» (Ap 13, 8). Ogni volta che il Sacerdote pronuncia le parole della Consacrazione, applica i frutti del Calvario a quel luogo particolare in cui viene celebrata la Messa. Il Calvario, situato a un dato punto nello spazio e a un dato momento nel tempo, viene così universalizzato nello spazio e nel tempo.

Il Sacerdote prende la Croce del Calvario, con il Cristo ancora inchiodato su di essa, e la innalza a New York, a Parigi, a Tokyo, al Cairo, oppure nella più povera missione del mondo. Sull’altare non siamo soli. Siamo in rapporto orizzontale con l’Africa, con l’Asia, con la nostra parrocchia, con la nostra città; in una parola, con tutti. Aggrappati alla pianeta di ogni Sacerdote vi sono, per esempio, i 600 milioni di cinesi che ancora non conoscono Cristo. Le nostre mani, mentre prendono l’Ostia, sono quelle corrose dal duro lavoro nelle miniere di sale della Siberia; mentre stiamo ritti davanti all’altare, i nostri piedi sono i piedi sanguinanti dei profughi che si trascinano verso Occidente, verso quelle barriere di filo spinato oltre le quali vi è la libertà. La fiammella delle candele è la vampata degli altiforni, attizzati da uomini sparuti, alla cui fatica è negata la giustizia economica. Gli occhi che contemplano l’Ostia sono bagnati dal pianto della vedova, del sofferente, dell’orfano. La stola è il pettorale del giudizio, il fardello della preoccupazione costante delle nostre chiese, delle missioni del mondo intero.

È tutta l’umanità che il Sacerdote porta all’altare, dove egli congiunge il cielo e la terra. E quando, al momento della Consacrazione, solleviamo le nostre mani al cielo, esse si intrecciano con le mani di Cristo, «sempre vivo per intercedere per noi» (Eb 7, 25). All’Offertorio, il Sacerdote è l’agnello portato alla morte. Alla Consacrazione è l’agnello sgozzato come vittima del sacrificio. Alla Comunione egli scopre di non essere morto affatto, ma di essere invece ben vivo dell’abbondanza di vita che gli viene dall’unione col Cristo.

Colui che cede alle cose materiali e se ne lascia sopraffare è come un uomo che annega, trascinato a fondo dall’acqua che gli è entrata nei polmoni e glieli ha riempiti. Quest’uomo non potrà più riprendersi. Ma quando ci arrendiamo a Dio ci ritroviamo non solo liberi, ma nobilitati e arricchiti. Troviamo che, dopo tutto, nella Consacrazione la nostra morte non era meno transitoria di quella del Calvario, perché la Santa Comunione è come una nuova Pasqua.

Diamo il nostro tempo e riceviamo la sua eternità; abbandoniamo i nostri peccati e riceviamo la sua grazia; sacrifichiamo i miseri affetti e riceviamo la fiamma dell’Amore. In questa unione con Cristo non siamo soli, perché la Comunione non è solamente unione dell’anima singola con Cristo, ma con tutte le membra del suo Corpo Mistico e, per mezzo della preghiera, con tutta l’umanità.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)