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L’ERRORE PRINCIPALE DEL GENERE UMANO: ESCLUDERE DIO DALL’AMORE! “L’amore o è trino o muore”

L’errore principale del genere umano è stato quello di presumere che per amare bastasse essere in due: tu e io, ovvero la società e io, oppure l’umanità e io. In verità, affinché l’uomo, sia preso individualmente che in società, possa essere in grado di amare, necessita di un “terzo elemento” nell’equazione. Occorre cioè, per amare, essere in tre: noi, gli altri e Dio; tu, io e Dio. L’amore di sé senza amore di Dio è l’egoismo, e l’amore del prossimo senza amore di Dio si limita solamente a coloro che ci sono gradevoli, non a coloro che ci appaiono odiosi.

Non si possono legare insieme due bastoni senza qualche altra cosa che sia al di fuori dei bastoni; allo stesso modo non è possibile riunire insieme le nazioni senza il riconoscimento di una legge e di una persona che sia al di fuori delle nazioni stesse. In amore il dualismo si estingue mediante il compimento del dono di se stessi, ma “l’amore o è trino o muore”. Affinché questo si compia si richiedono tre virtù: la fede, la speranza e la carità.

Queste si completano, si purificano e si rigenerano a vicenda, poiché credere in Dio significa slanciarsi tra le sue braccia, sperare in Lui significa riposare pazientemente sul suo cuore passando per tutte le prove e le tribolazioni, e amarlo significa vivere in Lui partecipando, mediante la grazia, alla sua divina natura. Se l’amore non avesse fede e fiducia, morirebbe; se non avesse speranza le sue sofferenze sarebbero torture, e l’amore stesso potrebbe apparire disamorato. Per questo l’amore di sé, l’amore del prossimo e l’amore di Dio procedono sempre insieme, e nel momento in cui vengono separati l’uno dall’altro vanno in frantumi.

L’amore di sé destituito dell’amore di Dio, come si è visto, è egotismo, perché se non esiste quel perfetto amore da cui fummo originati e al quale siamo destinati, allora l’ego diventa il nostro centro. Ma quando amiamo noi stessi in Dio, allora l’intero concetto di autoperfezione si trasforma. Se l’ego è un assoluto, la sua perfezione consiste nel possedere a ogni costo tutto ciò che possa farlo felice. Tale è l’essenza dell’egotismo o egoismo, che dir si voglia. Ma se ultimo fine della personalità è l’unione con l’amore perfetto, allora la perfezione dell’ego consiste non già nel possedere, ma nell’essere posseduti o, meglio ancora, non nell’avere ma nell’essere. (…)

L’amore tra marito e moglie si perfeziona quando diventa trino. Questa è la struttura geometrica dell’amore che consta di tre elementi: l’amante, l’amata, e l’amore. Quest’ultimo, essendo qualcosa di distinto da ambedue, è però al contempo insito in loro animando i loro desideri. Se infatti ci fosse soltanto il mio e il tuo, esisterebbero solo impenetrabilità e separazione, e l’unità non potrebbe realizzarsi finché non ci fosse un terzo elemento attivo, simile al suolo da cui due viti crescono e prendono vita intrecciandosi poi fra di loro. Allora, l’impotenza dell’io a possedere in modo completo l’altra creatura viene superata nella constatazione che esiste un legame esteriore che spinge i due l’uno verso l’altro, aleggiando su di essi come lo Spirito Santo adombrò Maria, trasformando così l’Io e il Tu in un Noi. Ed è a questo che alludono gli amanti quando parlano, senza saperlo, del “nostro amore”, come di qualcosa di distinto da ciascuno di loro ma che nondimeno li tiene uniti saldamente.

Senza il senso di quell’amore assoluto, che è più forte dell’amore singolo che l’uno nutre per l’altro, vige un falso dualismo che sfocia nell’assorbimento dell’Io nel Tu, o del Tu nell’Io, il che, nei casi di divorzio, viene chiamato “crudeltà mentale” o “dominazione”. In realtà si tratta di egocentrismo, per cui l’uno ama nell’altro soltanto il proprio ego; in tal modo l’Io si proietta nel Tu e in esso, come in uno specchio, ama se stesso. Il Tu perciò non è più amato come persona, ma come strumento di piacere dell’Io, e non appena cessa di inebriarci, il cosiddetto “amore” comincia a svanire. Una volta giunti a questo punto non c’è più nulla che possa tenere insieme una coppia del genere, perché un terzo termine non esiste. In due soltanto potrà esserci una reciproca idolatria, ma dopo un poco “la dea” o “il dio” si riveleranno di latta.

Risulta perciò incommensurabile la differenza tra l’amare se stessi in un altro, e il darsi, l’uno e l’altro, a quel terzo elemento che manterrà nei due un amore imperituro. Senza l’amore di Dio c’è il pericolo reale che l’amore umano perisca nel proprio eccesso, ma quando ciascuno ama – oltre e al di sopra di quelle scintille individuali che provengono dalla fiamma divina – la fiamma stessa dell’amore, allora non si dà più un reciproco “prosciugamento” ma un’intima comunione. Solo allora l’amore dell’altro diviene la prova che anch’egli ama Dio, perché è contemplato in Dio e non potrebbe essere amato separato da Lui.

Tre elementi occorrono dunque all’amore, poiché quel che lega l’amante e l’amata sulla terra è un ideale che è al di fuori di entrambi. Come non si dà pioggia senza nuvole, così è impossibile comprendere l’amore senza Dio. Nel Vecchio Testamento Dio è definito l’essere la cui natura è di esistere: “Io sono Colui che è”. Ma nel Nuovo Testamento Dio è definito amore: “Dio è Amore”. Ecco perché il fondamento di ogni filosofia è l’esistenza, ma la base di ogni teologia è la carità, ossia l’amore.

Se volessimo indagare il mistero per cui l’amore è trino e implica l’amante, l’amato e l’amore, dovremmo risalire a Dio stesso. L’amore è trino in Dio perché in Lui vi sono tre persone nell’unica natura divina. L’amore è trino in quanto è il riflesso di quell’amore divino in cui sussistono tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. È la Trinità che offre una risposta alle domande di Platone: se c’è un solo Dio, a che cosa potrebbe pensare? Si risponde: Egli pensa un pensiero eterno, il suo Verbo eterno, suo Figlio. E poi: se c’è un solo Dio, chi o che cosa potrebbe amare? Si risponde: Lui ama suo Figlio, e questo reciproco amore è lo Spirito Santo.

Quel grande filosofo rasentò il mistero della Trinità, perché il suo nobile intelletto parve in qualche modo intuire che un essere infinito debba avere relazioni di pensiero e di amore, e senza né pensiero né amore Dio non può addirittura essere concepito. Ma fu soltanto quando il Verbo si fu incarnato che l’uomo conobbe il segreto di quelle relazioni e della intima vita di Dio, perché fu Gesù Cristo, suo Figlio, a rivelarcela.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

C’È UNA SOLA SOLUZIONE ALLA DIFFICOLTÀ CHE DEVONO AFFRONTARE TUTTI GLI SPOSI NEL MATRIMONIO

La difficoltà che tutti coloro che sono sposati devono sperimentare è il paradosso del matrimonio e del romanticismo, dell’inseguimento e della cattura. Ciascuna di queste condizioni ha le sue gioie, ma non sono in armonia tra loro. Il matrimonio pone fine al corteggiamento come la cattura pone fine all’inseguimento, ma il corteggiamento non presume il matrimonio. Come comporre allora questa contraddizione? C’è un modo solo affinché l’anima non ne esca bruciata o inaridita, ed è di considerare tanto il corteggiamento quanto il matrimonio come incompleti.

In realtà il corteggiamento era un desiderio, una ricerca dell’infinito, l’inseguimento di un amore estatico, eterno, senza fine, mentre il matrimonio è il possesso d’un amore finito e frammentario, per quanto possa avere momenti di dolcezza. Si cercava un giardino, e si è finito con il mangiare una mela. Si implorava una melodia, e non ne è venuta fuori che una sola nota. A questo punto il Cristianesimo ci ammonisce: non crediate che la vita sia una trappola o un’illusione; sarebbe tale se non esistesse l’Infinito per appagare i vostri sogni.

Piuttosto, il marito e la moglie dovrebbero dire: “Tutti e due vogliamo un Amore che non conosca morte, e che non abbia nemmeno un attimo di odio né di sazietà. Quell’amore esiste oltre noi stessi; facciamo quindi sì che il nostro reciproco attaccamento coniugale sia usato in modo tale da condurci a quell’amore perfetto e gioioso che è Dio”.

A questo punto l’amore cessa di essere una delusione e diventa un sacramento, un sentiero che certamente conserva la sua dimensione materiale e carnale, ma solo per condurre allo spirituale e al divino. Allora marito e moglie cominciano a scorgere che l’amore umano non è che una scintilla della Grande Fiamma dell’Eternità, e che quella felicità che deriva dall’unione di due esseri in una carne sola è soltanto il preludio a quella più completa comunione di due in uno spirito solo. È così che il matrimonio diventa il diapason a cui si accorda il canto degli angeli, o un fiume che corre al suo mare.

Soltanto allora la coppia di sposi si renderà conto che c’è una risposta all’ingannevole mistero dell’amore, che esiste, in qualche luogo, una riconciliazione fra la ricerca e la meta, e che questa sta nell’unione finale con Dio, per cui l’inseguimento e la cattura, la fase idilliaca e il matrimonio si fondono in una cosa sola. E poiché Dio è amore illimitato ed eterno, occorrerà un’indagine eterna ed estatica per scandagliarne le profondità. Solo allora si avranno in un medesimo ed eterno momento una ricettività illimitata e un dono senza fine. Così Eros ascende ad Agape, e ambedue conducono a quella massima rivelazione che mai sia stata offerta al mondo: “Deus Caritas est”, Dio è amore.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

AMORE E MATRIMONIO: I piaceri estatici del matrimonio sono come “un’esca” che alletta gli amanti a compiere la loro missione. Troppi coniugi pretendono che l’altra parte dia loro ciò che soltanto Dio può dare: un’estasi eterna.

Esser trasportati al di fuori di sé, questo è il terzo effetto dell’amore che si chiama “estasi”. Questo effetto si dimostra da quella presenza interiore dell’amante nell’amato causata dall’amore, per cui chi ama è già, in un certo senso, trasportato al di fuori di sé. Spesso gli adolescenti si stupiscono che i loro genitori sappiano già che essi sono innamorati, ma il fatto che studiano di mala voglia e che quasi non toccano cibo è indice che essi si trovano in uno stato di trasognamento, essendo già trascinati lontano dal loro ordinario modo di agire.

I Greci definiscono “follia” un grande amore, ma con il termine “follia” non lo intendono, come noi, con un senso di anormalità, bensì d’ispirazione. Il poeta ispirato veniva chiamato “folle” perché amava, come oggi in linguaggio romantico l’innamorato si autodefinisce “folle” del suo amato bene. Per questa “follia” d’amore i datori di lavoro non dovrebbero essere restii a concedere una o due settimane di permesso, perché sanno che i loro dipendenti sono praticamente inutili durante il periodo di “estasi”. Come scrisse Shakespeare, “Questa è la vera estasi d’amore”, per cui si dice che in seguito essi “ridiscendono sulla terra”, per indicare che prima avevano la testa tra le nuvole.

I professori che sono distratti a causa dei loro studi, al punto da arrivare a mettere, in una notte piovosa, un ombrello nel letto e da rimanersene vicino al lavandino tutta la notte, confermano che l’amore ci rende indifferenti al nostro normale mondo esterno. Quando siamo animati da un grande amore possiamo resistere a ogni genere di contrarietà grazie alla qualità dell’amore che ci astrae da ciò che ci circonda. La povera capanna del marito e della moglie veramente innamorati l’uno dell’altra non è così intimamente monotona come il ricco appartamento del marito e della moglie che hanno cessato di amarsi.

Il santo, come Vincenzo de’ Paoli, nutre un tale amore per il povero di Dio che si dimentica di prendere cibo. Il particolare fenomeno spirituale della levitazione, in virtù del quale i santi durante le loro estasi si innalzano fisicamente dal suolo, è una manifestazione ancora più alta di un amore in cui la materia sembra incapace di controllare lo spirito che si innalza irresistibilmente. (…)

La differenza tra l’amore degli umani e l’amore di Dio è che nell’amore umano l’estasi si manifesta all’inizio, mentre nell’amore di Dio si manifesta alla fine, ossia soltanto dopo aver vissuto molte sofferenze e l’agonia dell’anima. La carne consuma dapprima il suo banchetto, e poi prova il digiuno e qualche volta l’emicrania. Lo spirito, invece, osserva dapprima il digiuno, poi consuma il suo banchetto. I piaceri estatici del matrimonio sono come “un’esca” che alletta gli amanti a compiere la loro missione, e sono anche un credito divino esteso a coloro che più tardi porteranno il fardello di provvedere a una famiglia.

Nessuna grande estasi della carne o dello spirito viene mai concessa in possesso permanente senza che si rinunzi a qualche cosa: c’è un prezzo stabilito per ogni estasi!

La gioia di una Domenica di Pasqua costa un Venerdì Santo. Il privilegio dell’Immacolata Concezione fu un’estasi concessa prima del pagamento, ma Maria dovette pagarla ai piedi della croce. Nostro Signore le fece “credito,” ma più tardi lei pagò il suo debito. (…)

Spesso le giovani coppie che equiparano il matrimonio al fremito sessuale, si rifiutano di rimborsare la natura con i figli, e in tal modo perdono l’amore, come il violinista che ha il dono della musica ma non si tiene in esercizio e finisce per perdere il suo dono. A costoro dice il Signore: “Toglietegli dunque il talento” (Mt 25,28). Bisogna comprendere infatti che il primo amore non è necessariamente quello duraturo.

Per esempio, l’emozione del giovane prete alla sua prima messa solenne, o l’intima estasi della monaca in occasione della sua vestizione, sono “dolciumi” dati dal Signore per stimolarli a levarsi spiritualmente. Più tardi, quanto vi è di dolce svanisce, e occorre uno sforzo supremo della volontà per essere in tutto e per tutto come si dovrebbe essere. Questo vale anche per la luna di miele del matrimonio, in cui l’espressione stessa indica che l’amore dapprima è miele, ma poi può essere mutevole come la luna.

La prima estasi dunque non è quella vera. E l’ultima estasi viene solamente dopo le amare esperienze, la fedeltà dopo la tempesta, la perseveranza dopo la mediocrità, e la vocazione del destino divino dopo che si è passati attraverso le tentazioni terrene. (…)

Il profondo amore estatico di cui godono alcuni genitori cristiani dopo aver sperimentato i loro calvari è degno di ammirazione. La vera estasi, in realtà, non è quella della prima giovinezza, ma quella della maturità. Nella prima estasi si cerca di ricevere tutto quanto l’altra parte può dare, ma nella seconda si cerca di dare tutto a Dio. Se l’amore s’identifica con la prima forma di queste estasi, ne cercherà il duplicato in un’estasi diversa, ma se è identificabile con quell’amore che è tollerante e unificante, cercherà invece l’approfondimento di questo suo mistero.

Troppi coniugi pretendono che l’altra parte dia loro ciò che soltanto Dio può dare: un’estasi eterna. Se l’uomo o la donna potessero dare questa estasi, o lui o lei sarebbe Dio! Desiderare l’estasi dell’amore è giusto, ma pretenderla da quella carne che non considera se stessa come una pellegrina in cammino verso Dio è un grave errore. L’estasi non è un’illusione, è soltanto un “volantino turistico” che con le sue molte illustrazioni vuol invitare il corpo e l’anima a compiere il viaggio verso l’eternità. Se la prima estasi raggiunge il suo limite, è questo un invito non ad amare un altro, ma ad amare in un’altra maniera, ossia alla maniera di Cristo.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

LE CAUSE DELL’AMORE…L’AMORE PROVIENE DALLA CONOSCENZA

Tre elementi sono necessari all’amore, perché l’amante e l’amata sono legati sulla terra da un ideale che è al di fuori di entrambi. Se fossimo assolutamente perfetti non avremmo bisogno di amare nulla al di fuori di noi stessi. La nostra autosufficienza ci risparmierebbe di struggerci per quel che non abbiamo, ma l’amore stesso muove dal desiderio di ciò che è bene. Dio è bene, Dio è l’essere, e quindi non ha bisogno di nulla all’infuori di Sé.

Noi, invece, abbiamo l’essere: la creazione potrebbe definirsi l’introduzione nell’universo del verbo “avere”. Ciò che fa di noi delle creature è la nostra condizione di dipendenza (tutto quello che possediamo l’abbiamo ricevuto), e poiché non siamo perfetti, ci sforziamo costantemente di supplire a quel che ci manca, o d’integrare quel tanto che abbiamo con l’avere di più. Per esempio, la brama di proprietà privata è una delle aspirazioni naturali dell’uomo, perché con questo mezzo l’uomo spera di accrescere la propria personalità e di estendersi mediante il possesso dei beni.

Perciò, in sostanza, le cause dell’amore si riducono a tre: il bene, la conoscenza e l’affinità. È possibile che l’uomo si sbagli riguardo a quel che è bene per lui, ma non è possibile che lui non desideri il bene. Il figliol prodigo aveva ragione di aver fame, ma aveva torto nel cibarsi di ghiande. Così l’uomo ha ragione quando cerca di colmare di bene la vita, l’intelletto, il corpo e la casa, ma forse può aver torto relativamente a ciò che sceglie come bene. Ma senza desiderio di bene non ci sarebbe affatto amore, sia esso amor di patria, amore d’amicizia o amore coniugale. Attraverso l’amore ogni cuore si studia di acquistare un bene o una perfezione che gli manca, o anche di esprimere quella perfezione che già possiede. Ne consegue che qualsiasi amore è il prodotto della bontà, perché la bontà è amabile per sua natura.

Può tornar difficile capire perché alcune persone siano amate, ma di questo possiamo star certi: che quelli che le amano vedono in esse una bontà che gli altri non vedono. Dio ci ama in quanto immette in noi la sua bontà e in noi la ritrova. Analogamente, noi amiamo certe creature perché troviamo in esse un certo grado di bontà. I santi amano coloro che nessun altro ama, perché, al modo stesso di Dio, pongono la bontà negli altri e li trovano degni di amore. (…)

La seconda causa dell’amore è la conoscenza. Una donna non può amare un uomo se non lo conosce almeno un poco. Il “presentatemelo” è appunto l’esigenza preliminare di quella conoscenza che precede l’amore. Anche la “ragazza dei suoi sogni” mitizzata dal giovane ha bisogno d’essere costruita in base ad alcuni frammenti di conoscenza, giacché, come recita il noto adagio, non si può amare ciò che non si conosce (nihil volitum nisi præcognitum).

Perfino negli animali l’amore ha inizio da quella conoscenza che procede dai sensi, ma la conoscenza dell’uomo viene dai sensi e dall’intelletto insieme. E come l’amore proviene dalla conoscenza, così l’odio proviene dalla mancanza di conoscenza, e il bigottismo è frutto dell’ignoranza. Sebbene all’inizio la conoscenza sia la condizione preliminare dell’amore, nelle sue ultime fasi l’amore può accrescere la conoscenza.

Un marito e una moglie che abbiano vissuto molti anni insieme hanno un nuovo genere di conoscenza reciproca che supera in profondità qualsiasi parola detta o qualsiasi indagine scientifica: è la conoscenza che nasce dall’amore, una specie di percezione intuitiva di ciò che è nella mente e nel cuore dell’altro. In questo senso, può anche darsi che noi amiamo di più ciò che non conosciamo perfettamente.

Una persona semplice e in buona fede può amare Dio più di quanto non lo ami un teologo e avere, quindi, una comprensione più affinata che non quella degli psicologi riguardo ai modi in cui Dio agisce sui cuori degli uomini. Ma al principio la sola bontà isolata dalla conoscenza non solleciterebbe l’amore, bisogna prima che sia proposta alla mente e compresa come bene.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

Come i Santi diventano un tutt’uno con Nostro Signore mediante l’identificazione della loro volontà con la volontà di Dio, così coloro che si amano coniugalmente diventano “due in una carne sola”

Qualsiasi amore brama l’unità: ciò è evidente nel matrimonio, dove si ha l’unità di due esseri in una sola carne. Quando una persona ama qualcosa la vede come il compimento di un desiderio e cerca d’incorporarla a sé, si tratti del vino o della scienza delle stelle. Nell’amicizia l’altra persona è amata come un altro se stesso, ossia come l’altra metà della propria anima. Il soggetto amante cerca di procurarle gli stessi favori che vorrebbe procurare a se stesso, e di intensificare in tal modo il vincolo di unione tra lui e la persona amata. L’amore, sia esso amore di saggezza, amore coniugale o amore d’amicizia, è sempre un principio unificatore sia per l’amante che per l’amato.

Dato che l’amore crea l’unità, abbiamo spiegato come alcune anime eroiche siano disposte ad assumersi le sofferenze e i peccati degli altri. Una madre affettuosa di fronte al dolore fisico del suo bambino vorrebbe poterlo assumere lei, al fine di liberarne il suo piccolo. Lei sente il dolore come suo, poiché il suo amore l’ha resa una sola cosa con il suo bambino. Proprio come l’amore di fronte al dolore si assume il dolore in quanto s’identifica con l’essere amato, così l’amore di fronte al male si assume i peccati degli altri in quanto s’identifica con l’essere amato.

Questo amore animato dal sacrificio raggiunse la sua più alta espressione nell’Orto del Getsemani, dove Cristo si identificò a tal punto con i peccatori che cominciò a sudare gocce di sangue. Raggiunse la più alta manifestazione fisica sul Calvario, quando Gesù offrì la sua vita per coloro che amava. Ma prima del Getsemani e del Calvario, la legge secondo cui l’amore tende a unificare quelli che si amano aveva prodotto l’incarnazione, mediante la quale Dio, che amava l’uomo, si fece uomo per salvare l’uomo dai suoi peccati. Come i Santi diventano un tutt’uno con Nostro Signore mediante l’identificazione della loro volontà con la volontà di Dio, così coloro che si amano coniugalmente diventano “due in una carne sola”.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

SESSO E AMORE NEL CRISTIANESIMO: MATRIMONIO E INFEDELTÀ.

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Trattando dell’amore coniugale, due sono gli estremi da evitare: uno è il rifiuto di riconoscere l’amore sessuale, l’altro sta nel dare troppa importanza all’attrazione sessuale. Il primo errore fu vittoriano; il secondo è freudiano. Per il Cristiano, il sesso è inseparabile dalla persona, e voler ridurre la persona a sesso è tanto stolto quanto voler ridurre la personalità a polmoni o a torace. Alcuni vittoriani, per la loro stessa educazione, negarono praticamente il sesso come una funzione della personalità; alcuni sessuofili dei tempi moderni negano la personalità e divinizzano il sesso.

L’animale maschio è attratto verso l’animale femmina, ma una personalità umana è attratta verso un’altra personalità umana. L’attrazione della bestia verso la bestia è fisiologica; l’attrazione dell’essere umano verso un altro essere umano è fisiologia, psicologica e spirituale. Lo spirito umano ha una sete d’infinito che il quadrupede non ha. Quest’infinito è, in realtà, Dio. Ma l’uomo può pervertire tale sete, mentre l’animale non può perché non ha il concetto dell’infinito. L’infedeltà, nella vita coniugale è in sostanza la sostituzione di un infinito con una successione di esperienze carnali finite. La falsa infinità di tale successione si sostituisce all’Infinità del Destino, che è Dio. La bestia è promiscua per una ragione del tutto differente da quella per cui è promiscuo l’uomo. Il falso piacere dato da nuove conquiste nel regno del sesso è il surrogato della conquista dello Spirito nel Sacramento del Matrimonio! Il senso di vuoto, di malinconia e di umiliazione è una conseguenza dell’incapacità di trovare soddisfazione infinita in ciò che è carnale e limitato. La disperazione è edonismo deluso. Gli spiriti più depressi sono quelli che cercano Dio in un falso dio!

Se l’amore non si eleva, precipita. Se, come la fiamma, non arde verso il sole, brucia alla base, distruggendosi. Se il sesso non ascende al paradiso, discende nell’inferno. Il corpo non può donarsi se l’anima non si dona. Coloro che ritengono di poter essere reciprocamente fedeli nell’anima ma infedeli nel corpo, dimenticano che queste due condizioni sono inseparabili. Il sesso isolato dalla personalità non esiste! Un braccio vivo e gesticolante staccato da un organismo vivente è un assurdo. L’uomo non ha funzioni organiche isolate dall’anima. La sua personalità forma un tutto unico. Non v’è nulla di più psicosomatico dell’unione di due esseri in una carne sola; nulla migliora o peggiora tanto una mente, una volontà. La separazione dell’anima dal corpo è la morte. Coloro che separano il sesso dallo spirito prefigurano la morte. Godere della personalità altrui attraverso la propria personalità, questo è amore. Il piacere della funzione animale attraverso la funzione animale di un altro è sesso separato dall’amore.

Il sesso è uno dei mezzi istituiti da Dio per l’arricchimento della personalità. È un principio fondamentale di filosofia che nella mente non v’è nulla che non sia stato prima avvertito dai sensi. Qualsiasi nostra conoscenza ci viene dal corpo. Come ci dice San Tommaso, noi abbiamo un corpo perché il nostro intelletto è debole. Come la mente si arricchisce mediante il corpo e i suoi sensi, così l’amore si arricchisce mediante il corpo e il suo sesso. Come in una lacrima su una guancia si può vedere riflesso un universo, così nel sesso si può vedere riflesso il ben più vasto mondo dell’amore.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

PERCHÉ I MATRIMONI FALLISCONO?

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L’amore consiste principalmente nella volontà, non nelle emozioni o nelle ghiandole. La volontà è come la voce; le emozioni sono l’eco. Il piacere associato all’amore, vale a dire ciò che oggi viene chiamato “sesso”, è la vaniglia del dolce: la sua funzione è di farci amare il dolce, non di farcelo ignorare. La più grande illusione degli amanti è di credere che l’intensità della loro attrazione sessuale sia la garanzia della perpetuità del loro amore.

È a causa di questa incapacità di distinguere tra il ghiandolare e lo spirituale – ovvero tra il sesso, che abbiamo in comune con gli animali, e l’amore, che abbiamo in comune con Dio – che i matrimoni sono così illusori. Ciò che molti amano non è una persona, bensì l’esperienza di essere innamorati. La prima cosa è insostituibile; la seconda non lo è. Non appena le ghiandole cessano di reagire con il loro originario vigore, i coniugi che hanno identificato l’emotività con l’amore asseriscono di non essere più innamorati l’uno dell’altro. In tal caso, essi non hanno mai veramente amato l’altra persona: hanno amato soltanto di essere amati, il che rappresenta la forma più alta di egoismo.

Il matrimonio fondato esclusivamente sulla passione sessuale dura unicamente quanto la passione animale. Entro un paio d’anni l’attrazione animale verso l’altra persona può morire, e quando ciò avviene, la legge corre in suo soccorso giustificando il divorzio con termini privi di senso come “incompatibilità” o “crudeltà mentale”. Gli animali non ricorrono mai ai tribunali, perché non hanno la volontà di amare; ma l’uomo, essendo provvisto di ragione, sente il bisogno, quando ha torto, di giustificare l’irrazionalità della sua condotta.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

IL DIVORZIO È UN TERREMOTO PER LA CIVILTÀ E PER L’ORDINE SOCIALE.

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L’amore sessuale crea tra l’uomo e la donna una completezza che supera di gran lunga qualsiasi altra unione di ordine sociale o politico! Questa è la ragione per cui uno Stato rispettoso dell’unità familiare come fondamento della civiltà è molto più unito di una civiltà che ignori questo fondamento. Una civiltà lacerata dal divorzio è già in causa, è già una civiltà incrinata.

Possono bastare pochi decenni perché le crepe familiari si trasformino in terremoti dell’ordine sociale, e non si è autorizzati – per il fatto che a questa civiltà non sia stato ancora eretto il monumento funebre – a concludere che questa civiltà non sia già morta. «Tu hai nome di vivente, eppure sei morto». (Ap 3, 1)

Lo Stato può infrangere mediante il divorzio il legame esteriore tra marito e moglie ma non potrà mai infrangere quel legame interiore che la fusione in una sola carne ha creato.

Per giustificare la rottura della loro unione, tali coniugi possono dire: «L’amore mi ha ingannato». La verità è che sono stati loro a ingannare l’amore. E il loro inganno ebbe inizio il giorno in cui scambiarono per amore il «fremito sessuale».

In realtà essi non hanno mai amato, perché l’amore non riprende mai ciò che dà, nemmeno nell’infedeltà. Dio non ritira mai il suo amore, quantunque noi siamo peccatori. Noi possiamo tradire Lui, ma Egli non ci abbandona mai.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

UN MATRIMONIO DIFFICILE È OCCASIONE DI SANTIFICAZIONE: La soluzione cristiana non suggerisce la separazione coniugale non appena insorgano contrarietà e difficoltà, bensì di portare l’altro coniuge sulle proprie spalle come una Croce, per santificarlo. La moglie può redimere il marito, e il marito la moglie.

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Nell’amore cristiano i fardelli diventano altrettante opportunità di servire. Ecco perché simbolo dell’amore cristiano non è il circoscritto cerchio dell’ego, ma la croce con le sue braccia tese verso l’infinito per abbracciare tutta quanta l’umanità. Pure, nonostante i migliori sforzi compiuti dall’amore, non c’è controllo sul compagno. Che fare se il marito diventa un alcoolizzato, o non è più fedele sul piano coniugale, o bastona la moglie e i figli? Che fare se la moglie diventa una Santippe, o non è più fedele sul piano coniugale, o trascura i figli? Non si dovrebbe ricorrere alla separazione? Sì, in certi determinati casi può aver luogo la separazione, ma questa non conferisce alla parte lesa il diritto di contrarre nuove nozze:

“Non divida pertanto l’uomo quel che Dio ha congiunto” (Mt 19, 6).

Un altro problema è quello di risolvere le difficoltà e i dolori, le delusioni e le lacrime che talvolta intervengono nella vita coniugale. Ma il modo migliore non è certamente quello di autorizzare un uomo o una donna che abbiano messo il primo coniuge nei guai a poter liberamente cacciare nei guai altre persone; giacché se la società non permette ad ognuno di vivere come gli aggrada, perché mai dovrebbe permettergli di amare a suo beneplacito? Né la soluzione sta nel proclamare che una data persona è «essenziale» alla nostra felicità. Perché se la bramosia acquista la precedenza sul diritto e sull’onore, come si potranno impedire il ripetersi del ratto della Polonia o il furto della bicicletta del vicino? Come circoscrivere qualsiasi passione che diventi la base dell’usurpazione, il che rappresenta propriamente l’etica della barbarie?

Supponiamo che la promessa matrimoniale «per il meglio e per il peggio» si risolva nel peggio; supponiamo che il marito o la moglie diventi un malato cronico, o riveli caratteristiche antisociali. In questi casi l’unione coniugale non può essere certamente salvata dall’amore carnale. Perfino a un amore rivolto verso la persona è difficile salvare una tale unione, specialmente se l’altro coniuge si rende immeritevole. Ma quando queste forme inferiori dell’amore vengono a naufragare, interviene l’amore cristiano a suggerire che l’altra persona dev’essere considerata un vero e proprio dono di Dio. I più dei doni del Signore sono dolci; ma alcuni sono amari.

Pure, sia l’altra persona amara o dolce, malata o in buona salute, giovane o vecchia, è pur sempre un dono di Dio per il quale l’altro coniuge deve sacrificarsi. Un amore egoistico cercherebbe di liberarsi dell’altra persona divenuta un peso, ma l’amore cristiano si assume quel fardello, in obbedienza al Divino Comandamento:

“Portate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6, 2)

E se si obiettasse che Dio non ha mai inteso che si dovesse vivere in tali difficoltà, l’unica risposta da darsi sarebbe che Dio ha così inteso:

“Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Poiché chi vorrà salvare la vita sua, la perderà; e chi perderà la vita sua per amor mio, la troverà” (Mt 16, 24-25.)

Ciò che la malattia è per l’individuo, un matrimonio infelice può essere per una coppia: una prova mandata da Dio al fine di perfezionare spiritualmente i due coniugi. Senza alcuni degli amari doni che il Signore ci manda, le nostre capacità spirituali rimarrebbero atrofizzate. Ci dice la Sacra Parola di Dio:

“E non soltanto di questo ci gloriamo, ma anche delle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”(Rom 5, 3-5).

Una tale vita matrimoniale può essere una specie di martirio, ma per lo meno chi pratica l’amore cristiano può essere sicuro di non rubare ad un’altra anima la sua pace, né di disonorare la propria vita. Né d’altra parte questa accettazione delle prove imposte dal matrimonio equivale, come taluni credono, a una sentenza di morte: un soldato non è condannato a morte perché giura fedeltà alla patria, ma ammette di essere pronto ad affrontare la morte piuttosto che perdere l’onore. Un matrimonio infelice non è una condanna all’infelicità, bensì una nobile tragedia in cui si sopportano «i sassi e i dardi dell’oltraggiosa fortuna» per non rinnegare un voto fatto al Dio Vivente. Essere feriti per la patria che amiamo è nobile; ma essere feriti per amor di Dio è ancora più nobile. L’amore cristiano da parte di uno dei coniugi contribuirà alla redenzione dell’altro. Dio non trova i suoi Santi là dove tutto è gradevole, ma soprattutto là dove i Santi sono meno apprezzati, o addirittura odiati. Scrisse S. Paolo ai Filippesi:

“Vi salutano i fratelli che sono con me; vi salutano tutti i santi e specialmente quelli della casa di Cesare”

Ciò che quelle anime sante rappresentavano in quella trincea della corruzione che era la Corte di Nerone, e cioè l’atmosfera purificatrice e il cuore della sua redenzione, tale deve essere il coniuge cristiano nei riguardi dell’altro, ossia colui che rappresenta l’influenza buona in un ambiente che potrebbe essere altrettanto corrotto quanto il Palazzo di Cesare. Se un padre è disposto a pagare i debiti del figlio per salvarlo dal carcere, se un uomo acconsentirà a dare il sangue per una trasfusione che salvi la vita dell’amico, allora è anche possibile che nel matrimonio un coniuge possa redimere l’altro. Ci dice la Scrittura:

“Il marito incredulo è santificato dalla moglie, e la moglie incredula è santificata dal marito” (1Cor 7, 14)

È questo uno dei testi meno ricordati tra quanti riguardano il matrimonio. Esso applica all’ordine spirituale le comuni esperienze dell’ordine fisico. Se il marito è malato, la moglie lo assisterà fino alla guarigione. Così, nell’ordine spirituale, il coniuge che ha la fede e l’amor di Dio si assumerà i fardelli del coniuge miscredente, quali l’alcoolismo, le infedeltà, la crudeltà mentale, per amore dell’anima del compagno. Ciò che una trasfusione di sangue è per il corpo, la riparazione dei peccati di un altro è per lo spirito.

La soluzione cristiana non suggerisce la separazione coniugale non appena insorgano contrarietà e difficoltà, bensì di portare l’altro coniuge sulle proprie spalle come una Croce, per santificarlo. La moglie può redimere il marito, e il marito la moglie.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”.)

NON TUTTI I CATTOLICI ANDRANNO IN PARADISO! Perché alcuni cattolici si perdono?

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Perché alcuni cattolici si perdono?

Primo, nessuno si separa dal Corpo Mistico di Cristo per vivere una vita più santa. Secondo, nessuno si allontana dalla Chiesa per dei dubbi sul Credo, ma per delle difficoltà riguardo i Comandamenti…

A questo mondo, nulla è più difficile ad essere capito, da coloro che vivono nel peccato, della Verità di Cristo vivente nel Suo Corpo Mistico. Ma, appena voltate le spalle al peccato, la Verità riappare in tutta la sua chiarezza.

Un ladro non ama la luce quando si accinge a rubare; l’uomo che conduce una vita di peccato, odia Cristo, Luce del Mondo.

Quando Dio punisce, ci lascia soli; e nulla vi è di più terribile al mondo che vivere soli con noi stessi. È il nostro “Ego” che brucia nell’inferno.

Coloro che sono fuori dalla Chiesa a causa di un cattivo matrimonio, soffrono di un’ansietà e un timore noti solo a quelli che non ricevettero mai la Santa Comunione. Essi si sentono delusi di ciò che hanno e, come Giuda, si accorgono di aver pazzamente venduto Gesù per un nulla. Il loro piacere diminuisce sensibilmente, gli anni passano, il corpo perde la sua bellezza. Essi hanno ciò che potrebbe definirsi la “grazia oscura”; quel senso di solitudine proprio di chi è separato da Dio. La “Grazia bianca” è la presenza di Dio nell’anima. La “Grazia nera” è la sensazione della sua assenza, l’impressione di essere “senza Dio”. Ogni volta che un uomo cade e si allontana da Dio, cade in se stesso. Ciò avviene quando il suo “Ego” diventa insopportabile.

Una cosa è certa: la nostra Fede non impedisce a una persona di peccare, non la rende impeccabile, ma toglie al peccato anche quelle gioie amare che potrebbe donare a chi lo commette. La coscienza inquieta diviene un po’ come il mal di denti che ripeta: “Vai dal dottore!”. Il rimorso e l’inquietudine sussurrano molesti: “Questa non è la strada che conduce alla pace; torna, torna a Dio!”.

Io scongiuro tutti coloro che lasciarono la Casa del Padre a voler tornare! Il nostro amore vi spalanca la porta, ve la tiene aperta ad ogni ora.

Gesù, il Buon Pastore, vuole che torniate!

La Madonna vuole che torniate! Ella sa che cosa voglia dire stare senza Gesù, perché Lo perse per tre giorni.

Gesù Vuole che torniate! Vi aspetta nel Suo Tabernacolo, perché Egli sospira di ridarvi il bacio che vi aveva dato nel giorno della vostra prima Comunione.

Vi attende nel Confessionale! Non potreste mai chiamare Gesù col dolce nome di Salvatore, se non aveste mai peccato.

Non disperate mai, mai! Finché non siate diventati infinitamente cattivi e il Signore abbia cessato di essere infinitamente Buono e Misericordioso. Non dovete mai disperarvi!

Vi sono del resto due vie per conoscere la Bontà di Dio: la prima è quella di non perderLo; l’altra è quella di ritrovarLo dopo averLo perduto. Sia almeno questa la vostra via, quella del ritorno.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 12 Marzo 1950”)