Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

“SE SEI IL FIGLIO DI DIO SCENDI GIÙ DALLA CROCE” GLI UMANISTI VOGLIONO UNA RELIGIONE SENZA CROCE, SACRIFICIO E REDENZIONE…QUESTA È L’ESSENZA DELL’UMANESIMO!

Il primo dei sette atteggiamenti possibili verso la Croce è quello dell’umanesimo, perché il primo gruppo a sfidare la Croce sono stati gli umanisti. Il termine umanista è qui inteso in senso filosofico moderno e abbraccia tutti coloro che vogliono una religione senza Croce.

Essi credono che l’uomo sia naturalmente buono, che il progresso sia inevitabile attraverso la scienza, e che la ragione umana con il proprio sforzo sia in grado di restituire la pace al mondo e alle coscienze. Gli umanisti considerano tutti i suggerimenti sulla fede, la grazia e l’ordine soprannaturale come impraticabili e inutili. Essi vogliono un’educazione all’espressione di sé, un Dio senza giustizia, una morale senza religione, un Cristo senza Croce, un cristianesimo senza sacrificio, un regno di Dio senza redenzione.

Gli umanisti del nostro tempo hanno avuto i loro prototipi sul Calvario il Venerdì Santo. Erano quelli che la Sacra Scrittura chiama i “passanti”, un termine significativo, perché suggerisce coloro che non rimangono mai abbastanza a lungo con la religione per saperne qualcosa, coloro che si ritengono saggi perché hanno avuto una conoscenza passeggera di Cristo.

Sono loro che pronunciano la prima parola alla Croce: “Tu che distruggi il tempio di Dio e in tre giorni lo ricostruisci; salva te stesso; se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce” (Matteo 27:40). Nostro Signore è appena salito sulla croce che già quelli gli chiedono di scendere:

“Scendi dalla tua fede nella divinità! Scendi dal tuo insegnamento sull’inferno! Scendi dal tuo credo che ciò che Dio ha unito, nessun uomo può separare! Scendi dalla tua convinzione che Cristo proteggerà Pietro dalle porte dell’inferno fino alla consumazione del mondo! Scendi dalla tua fede nell’infallibilità! Scendi giù e noi crederemo!”

E mentre la folla si mette a ridere, la risposta arriva dalla Croce: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”.

Hanno detto: “Se tu sei il Figlio di Dio”. Gli umanisti sono certi solo dell’umanità, non della divinità.

Egli invece disse il nome di Dio: “Padre”. Quelli avevano detto: “Vieni giù.” Essi giudicavano il potere in base alla liberazione dal dolore. Ed Egli disse: “Perdona”. Gesù giudicava il potere in base alla liberazione dal peccato. Essi si vantavano della loro conoscenza e della loro superiore saggezza, ed Egli ricordava loro che tutta la loro saggezza non era che ignoranza: “Non sanno quello che fanno.” (…)

La religione, insistono a dire gli umanisti, deve essere amore! E chi infatti più degli umanisti va parlando di fratellanza? Ma vogliono un Amore senza Croce.

E questo, di cui è chiaro esempio Gesù Nostro Signore, è impossibile, perché come può mai l’Amore perdonare senza aver prima pagato il suo debito alla Giustizia?

Amore significa “lasciare che il peccatore continui a peccare” o significa “rendere il peccatore libero dal peccato”?

Una religione senza Croce! Questa è l’essenza dell’umanesimo!

Umanisti, voi avete umanizzato Dio, e quindi avete disumanizzato l’uomo. Negando che l’uomo sia soprannaturale, non lo avete lasciato nemmeno naturale. Perché ogni uomo vuole essere più di quello che è. Avete cercato di rendere tutti gli uomini fratelli, ma non avete dimenticato che gli uomini non possono essere fratelli se non hanno un Padre in comune, e che Dio non può essere Padre se non ha un Figlio, sul Quale tutti siamo modellati come fratelli?

La tragedia del vostro umanesimo è credere che le cose sporche siano pulite, che i crudeli siano buoni, e che, quindi, non c’è bisogno di nessuna Croce: “Scendi giù e noi crederemo”. Per voi, tutti gli uomini sono buoni: a sentir voi, ci sono aureole anche all’inferno. E così sulla Collina del Calvario, vi alzate in piedi e chiedete nella vostra saggezza un Cristo senza Croce, mentre Egli risponde: “Padre Perdonali perché non sanno quello che fanno!” (…)

Umanisti! Non ha detto il vostro Goethe: “Se fossi Dio, questo mondo di peccato mi spezzerebbe il cuore”?

Ebbene, questo è proprio quello che il mondo ha fatto a Cristo! Ha spezzato il Suo Cuore!

La Croce è Eterna! Non può essere sradicata; non può essere abbattuta! È l’essenza, il nucleo, della creazione! È la radice di tutti i nostri Calvari minori! Allora, perché dite: “Scendi giù dalla Croce, e noi crederemo”?

È Dio a darci la Croce, ed è la Croce a darci Dio!

Voi volete la Croce ma non il Crocifisso. La croce che voi portate può essere un ciondolo, ma non il Crocifisso. In qualche modo, quando la vedete, vi sentite turbati! Una statua del Buddha non vi commuove; ma mettete un Crocifisso sulla vostra scrivania per tre giorni, e vedrete quale effetto produrrà in voi! (…)

Non c’è da stupirsi che gli uomini vogliano che Cristo scenda giù dalla Croce! Vogliono una croce, ma non un Crocifisso.

Umanisti! Un Crocifisso mette in pericolo la vostra anima. Voi siete indifferenti di fronte alla Sfinge, ma il Cristo sulla sua Croce vi coinvolge nella colpa della Croce. Supponiamo che il Cristo sulla Croce fosse sceso giù come voi desideravate: Egli vi avrebbe costretto a fare la Sua Volontà! E dove sarebbe andata a finire la vostra libertà?

Un giorno Egli verrà con la Sua Croce! Portandola invece che esserne portato! Ma questo sarà per giudicare e colpire e non già per salvare, come adesso; perché allora il tempo della salvezza sarà finito!

(Fulton J. Sheen, da “Sette Parole alla Croce”)

NELL’ANNUNCIAZIONE, IL “FIAT” DI MARIA, CI INSEGNA LA SCORCIATOIA PER LA SANTITÀ. IL “FIAT” DI MARIA FU UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA CONTRO LE FORZE DEL MALE!

La maggior parte della nostra miseria e della nostra infelicità deriva dalla ribellione contro il nostro stato attuale, unita alle nostre false ambizioni. Diventiamo critici nei confronti di tutti coloro che sono al di sopra di noi, come se il mantello d’onore che un altro indossa ci fosse stato rubato dalle spalle.

Ognuno di noi deve lodare e amare Dio a modo suo. L’uccello loda Dio cantando, il fiore sbocciando, le nuvole con la loro pioggia, il sole con la sua luce, la luna con il suo riflesso, e ognuno di noi con la paziente rassegnazione alle croci e i doveri del suo stato di vita.

In cosa consiste la tua vita se non in due cose? I doveri attivi e le circostanze passive.

La prima è sotto il tuo controllo; fallo in nome di Dio. La seconda è fuori dal tuo controllo; sottomettiti a queste nel nome di Dio. Considera solo il presente; lascia il passato alla Giustizia di Dio, il futuro alla Sua Provvidenza. La perfezione della personalità non consiste nel conoscere il disegno di Dio, ma nel sottomettersi ad esso come si rivela nelle circostanze della tua vita.

C’è davvero una scorciatoia per la santità; quella che Maria ha scelto nell’Annunciazione, quella che Nostro Signore ha scelto nel Getsemani, quella che il buon ladrone ha scelto sulla Croce: l’abbandono alla Volontà Divina.

Se l’oro nelle viscere della terra non dicesse “fiat” al minatore e all’orafo, non diventerebbe mai il calice dell’altare. Se la matita non avesse detto “fiat” alla mano dello scrittore, non avremmo mai avuto la poesia; se la Madonna non avesse detto “fiat” all’angelo, non sarebbe mai diventata la Casa di Dio; se il Signore Gesù non avesse detto “fiat” alla Volontà del Padre nel Getsemani, non saremmo mai stati redenti; se il ladro non avesse detto “fiat” nel suo cuore, non sarebbe mai stato l’accompagnatore del Maestro in Paradiso. (…)

Facciamo sempre l’errore fatale di pensare che quello che conta è ciò che facciamo noi, quando in realtà, quello che importa davvero, è ciò che lasciamo che Dio faccia in noi.

Dio ha mandato l’Angelo a Maria, non per chiederle di fare qualcosa, ma per lasciare che qualcosa fosse fatto.

Poiché Dio è un artigiano migliore di te, più ti abbandoni a Lui e più sarai felice, più Lui potrà renderti felice. È bene essere un uomo che si è fatto da sé, ma è meglio essere un uomo fatto da Dio.

Avete la libertà solo per darla via. A chi darete la vostra? La darete agli umori del momento, al vostro egoismo, alle creature o a Dio?

Sapete che se date la vostra libertà a Dio, in Cielo, non avrete libertà di scelta perché, una volta che avrete la Perfezione, non vi sarà più nulla da scegliere? E poi, sarete perfettamente liberi perché sarete una cosa sola con Lui, il cui Cuore è la Libertà e l’Amore!”

L’Annunciazione è il Mistero della gioia della libertà. Il nostro libero arbitrio è l’unica cosa al mondo che è nostra. Dio può portarci via tutto il resto, la nostra salute, la ricchezza, il potere, ma Dio non ci costringerà mai ad amarLo o ad obbedirGli. Il fascino del “Sì” sta nella possibilità che si possa dire “No”. Maria ci ha insegnato a dire “Fiat” a Dio. “Sia fatto di me secondo la Tua Parola”. (…)

Ai piedi della Croce, Maria è stata testimone della conversione del buon ladrone, e la sua anima si è rallegrata che egli avesse accettato la Volontà di Dio. La seconda parola del suo Figlio Divino dalla Croce, promettendo il paradiso al ladro come ricompensa per quell’abbandono, le ricordava la sua seconda parola trentatre anni prima, quando l’angelo le era apparso e le aveva detto che sarebbe stata la Madre di Colui che ora stava morendo sulla Croce.

Nella sua prima parola, chiese come si sarebbe realizzato tutto questo, poiché non conosceva uomo. Ma quando l’angelo le disse che avrebbe concepito lo Spirito Santo, Maria rispose immediatamente: Fiat mihi secundum verbum tuum “Sia fatto di me secondo la tua parola” (Luca 1, 38).

Questo fu uno dei grandi “fiat” della storia. Il primo fu alla Creazione, quando Dio disse: Fiat lux, “Sia fatta la luce”; un altro fu nel Getsemani, quando il Salvatore, portando il calice della redenzione sulle Sue labbra, gridò: Fiat voluntas tua, “Sia fatta la tua volontà” (Matteo 26,42). Il terzo fu quello di Maria, pronunciato in un casolare nazareno, che si rivelò essere una dichiarazione di guerra contro l’impero del male: Fiat mihi secundum verbum tuum, “Sia fatto di me secondo la tua parola”.

(Fulton J. Sheen, da “Seven Words of Jesus and Mary”)

LA CATECHESI PROFETICA DI FULTON SHEEN: L’ANTICRISTO; L’AZIONE DEL DIAVOLO NELLA CHIESA E SULLE ANIME; IL CONCILIO VATICANO; LE DIVISIONI ALL’INTERNO DELLA CHIESA

Vi proponiamo la traduzione di una splendida e profetica catechesi di Fulton Sheen, “The Devil”, tenutasi verso il 1975 .

Il testo è stato tradotto da un video in inglese, qui disponibile per chi volesse vederlo con i sottotitoli in italiano: https://youtu.be/NYRTNvPni_s

La catechesi inizia con lo humor americano di Fulton…Buona lettura!

Ho un bel pubblico giovane qui davanti a me. E ho richiamato l’attenzione dei più giovani di loro solo pochi minuti fa, dicendo: «Se vi stancate, potete andare a dormire». Questo vale anche per tutti gli altri.

Una volta stavo parlando in chiesa. Un bambino ha cominciato a piangere e la madre lo ha preso per portarlo fuori. Quando era già lungo la navata, le ho detto: «Signora, il bambino non mi dà fastidio». Lei mi ha risposto: «No, è lei che dà fastidio al bambino».

Una donna compra un abito costoso, lo porta a casa dal marito, gli mostra il conto e lui le dice: «Quando l’hai provato, perché non gli hai detto: “va dietro a me, Satana?”». Lei risponde: «L’ho fatto, e lui mi ha detto: “Ti sta benissimo, a guardarlo da dietro”».

C’era un uomo che andò in cielo e pensò che forse gli sarebbe piaciuto andare all’inferno per vedere com’era. Chiese a san Pietro se poteva andare giù. Così andò e si divertì abbastanza nel fine settimana. Tornato in cielo, il fine settimana successivo disse a Pietro: «Non mi è dispiaciuto stare laggiù, posso andarci di nuovo?». «Sì», rispose Pietro. Così tornò giù una seconda volta e riferì di nuovo di essersi divertito. Alla terza volta che chiese di andare giù, Pietro disse: «Questa è l’ultima volta». Arrivato giù, il diavolo lo mise in uno degli angoli più roventi dell’inferno, così disse al diavolo: «Sono già stato qui, in precedenza mi hai trattato con gentilezza». «Sì», rispose il demonio, «prima eri un turista, ora sei un residente».

Quindi, ricordate: il diavolo ci tratta bene adesso, ma quando siamo suoi residenti non ci tratta alla stessa maniera.

C’è questo sacerdote missionario, che è stato mio intimo amico per oltre 35 anni. È stato missionario in Cina, Corea, Vietnam. È stato in prigione in Russia. L’ultima volta che l’ho visto, mi ha detto che era andato in una delle chiese del Vietnam e che i bambini si radunavano attorno a una ragazza di circa 10 o 12 anni. Gliel’hanno fatta subito notare. La ragazza aveva un velo sul volto. Lui allora le toglie il velo: era il volto più brutto che avesse mai visto. Non tanto per il volto in sé, fisicamente parlando, quanto per i tratti orribili dei suoi lineamenti. Il sacerdote le prestò poca attenzione, ma i bambini gliela portarono anche il giorno dopo e lui iniziò a provare paura nei confronti di quella ragazza. Le chiese se avesse vissuto nel villaggio. E lei rispose di sì, ma solo per un breve periodo della sua vita. Allora lui le parlò in francese e lei rispose in perfetto francese. Le parlò in italiano e latino, lei rispose correttamente, nonostante non avesse alcuna formazione in nessuna di queste lingue. Il missionario pensò che fosse posseduta. Così prese una reliquia di santa Teresa di Lisieux, il fiorellino di Dio, e gliela portò. La bimba reagì violentemente. Allora estrasse la reliquia e tornò con la sola cornice, ma lei gli rise in faccia. Per dirla in breve, le fece un esorcismo e la ragazza tornò perfettamente normale.

Poiché prendiamo per buona molta di quella teologia che ci presentano i media, ho pensato che forse potrebbe interessarvi ascoltare qualcosa sul diavolo da un punto di vista filosofico e teologico. Vi descriverò il diavolo prima dal punto di vista psichiatrico e poi dal punto di vista biblico.

È interessante notare che da quando abbiamo lasciato cadere in disuso certe cose nella Chiesa, il mondo ha cominciato a farle proprie e a distorcerle. Ad esempio, le suore hanno abbandonato gli abiti lunghi e le ragazze in Messico hanno iniziato a metterli. Abbiamo smesso di dire il rosario e gli hippies se lo sono messo attorno al collo. E non appena i teologi hanno abbandonato la sfera del demoniaco, ecco che la psichiatria se n’è fatta carico.

Il dott. Rollo May, psichiatra del Rockefeller Institute, ha scritto diversi capitoli nel suo lavoro sulla psichiatria del diabolico. Rollo May ha analizzato la parola diavolo. Deriva dalle parole greche διά e βάλλειν. Διαβάλλειν significa lacerare, fare a pezzi. Indica qualsiasi cosa che rompa gli schemi, distrugga l’unità, corrompa le proprie origini, produca discordia. In questo senso il diabolico ha avuto un’enorme crescita nella nostra società. Prendete, per esempio, la discordia nella Chiesa, la discordia nelle comunità religiose, la discordia dei laici nei confronti della Chiesa, la discordia nel clero. Tutte queste sono manifestazioni dello spirito diabolico che ci circonda.

Lo psichiatra ha inoltre analizzato in che modo il diabolico lavora e menziona tre modalità in cui si realizza. In primo luogo, l’amore per la nudità. In secondo luogo, la violenza e l’aggressività. In terzo luogo, la scissione della personalità. Non c’è più pace interiore, le menti sono disconnesse.

Quindi, come primo aspetto abbiamo l’amore per la nudità. Una volta chiesi a un cappellano di un istituto se avessero mai avuto delle manifestazioni diaboliche. Mi rispose: «Sì, a volte quando porto il Santissimo Sacramento tra il popolo qualcuno si spoglia». Ma tralasciamo questo, che non è importante. Preferisco piuttosto rifarmi al Vangelo. Una volta nostro Signore andò nella terra dei Geraseni o dei Gadareni, dipende dalla traduzione delle Scritture. Lì trovò un giovane posseduto dal diavolo.

Il Vangelo menziona tre caratteristiche di questo giovane: prima fra tutte quella di essere nudo; poi, il suo essere violento e aggressivo, tanto da non poterlo tenere nemmeno in catene; infine, la sua mente scissa, in stato di schizofrenia. Nostro Signore gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Il giovane rispose: «Il mio nome è Legione». Ora a quel tempo legione voleva dire seimila soldati dell’esercito romano. Si tratta di una persona sola, e allo stesso tempo di una legione con altri seimila. «Il mio nome è Legione, perché siamo molti». La personalità non è più unificata. Io, Legione. Noi, molti. Ora lo psichiatra non mette mai in correlazione le tre manifestazioni del diabolico da lui individuate con il giovane del Vangelo. Lo faccio io, perché non ho potuto fare a meno di notare la somiglianza tra queste due condizioni. Quindi, già solo da un punto di vista superficiale, l’elemento diabolico produce sconvolgimento.

Di più, ogni volta che abbiamo una grande manifestazione dello Spirito, ecco che il diavolo inizia a fare il suo lavoro. Per esempio, quando nell’Antico Testamento Mosè opera miracoli contro il faraone, i maghi del faraone simulano alcuni di questi miracoli. Oppure, quando a Pentecoste lo Spirito Santo scende sulla prima Chiesa, ecco la persecuzione di Stefano. Abbiamo avuto anche un Concilio (Vaticano II), benedizione dello Spirito Santo sulla Chiesa, e immediatamente abbiamo avuto anche la manifestazione dello spirito maligno: divisione nelle famiglie, nelle corporazioni, nelle comunità religiose, divisione nell’unico corpo di Cristo!

Questa è solo un’analisi del diabolico dal punto di vista psichiatrico. La seconda analisi è di tipo biblico. Vi porto dunque nel sedicesimo capitolo del Vangelo di Matteo. Nostro Signore pone la domanda più importante che si potesse mai porre: «Chi dicono che io sia?». Pietro dà la risposta giusta: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Allora il Signore preannuncia che sarebbe salito a Gerusalemme, che sarebbe stato consegnato ai Gentili per ricevere sputi ed essere crocifisso, e che alla fine sarebbe risorto dai morti. Pietro era disposto ad avere un Cristo divino, ma non era disposto ad averne uno sofferente. Non appena nostro Signore disse che si sarebbe fatto vittima per i nostri peccati, Pietro protesta: «Questo non accadrà mai». Noi non vogliamo questo tipo di Cristo. Allora Cristo gli dice: «Va dietro a me, Satana. Non lottare contro di me. Io ti comando, Satana!» Pietro è Satana in persona. Rifletteteci.

Chi avrebbe potuto pensare che nel giro di un minuto e mezzo Pietro sarebbe potuto diventare Satana? Perché nostro Signore lo chiama Satana? Dobbiamo tornare al principio della vita pubblica di nostro Signore, ancora una volta alle tre tentazioni che gli furono rivolte da Satana. E alla fine di questa meditazione impareremo che l’essenza del diabolico è l’odio per la croce di Cristo. È questo il maligno da un punto di vista biblico. Il disprezzo per la croce. Il diabolico è l’anticroce. Sulla montagna Satana offre a nostro Signore tre scorciatoie per fuggire dalla Croce. Lo ripete anche con noi, si presenta come salvatore dal peccato per l’umanità. Ci spiega che non abbiamo bisogno della Croce e anche a noi presenta tre scorciatoie.

La prima. «Vedi quelle pietre laggiù? Sembrano piccole pagnotte di pane, no? Non mangi da 40 giorni, non senti l’istinto della fame?». Altri hanno altri istinti. L’istinto del potere. L’istinto del sesso. Lasciati andare, soddisfa i loro appetiti come ogni uomo, ma dimentica la Croce. Prima scorciatoia, la permissività. Fa’ qualsiasi cosa ti vada di fare.

La seconda. La Croce non riuscirà mai a conquistare l’umanità, perché l’umanità ama i prodigi, le sorprese, gli splendori, tutto quello che fa sospirare: oh, che meraviglia! Poi, in una settimana, l’umanità dimentica quella meraviglia e ne cerca un’altra. Vola fino alla luna! Lanciati dal pinnacolo del tempio e resta illeso! Questa è una meraviglia. Fallo, e la folla ti seguirà. Tu non hai bisogno di croce.

La tentazione finale sarà la stessa per la Chiesa dei prossimi cento anni, una tentazione di cui già scorgiamo gli albori. Satana dice che la teologia è politica. Perché preoccuparsi di Dio e del mistero della redenzione? L’unica cosa che conta è la politica! Con il globo scintillante del mondo nella sua mano, Satana dice: «Tutti questi regni sono miei e li darò a te se, prostrandoti, mi adorerai». Forse che Satana per una volta nella sua vita abbia detto la verità? La terza tentazione di nostro Signore fu dunque di non interessarsi all’ordine divino, ma di interessarsi solo a un ordine sociale e politico.

Ora torniamo al momento in cui Cristo chiama Pietro «Satana». Lo chiama così perché Satana ha tentato nostro Signore proprio rispetto alla Croce, esattamente come Pietro ha cercato di fare dicendogli: «Questo non accadrà mai». Saremo cioè disposti a riconoscere la tua divinità, ma non la tua croce. Questa è l’essenza biblica del demonio.

Lo spirito di Satana è anche nella Chiesa. Abbiamo smesso le mortificazioni, il rinnegamento di sé, la disciplina nelle scuole e nei seminari. Crescono di numero i tentativi di corruzione, circolano libri che descrivono solo il male, reale o immaginario, della gente: sono già in alcune delle nostre scuole, come ben sapete. Questo è l’elemento corruttivo del diabolico, ma il declino dello spirito di disciplina è odio della croce. Il carattere ascetico e di disciplina della vita cristiana è passato agli stati totalitari, come Cina e Russia. Lì c’è disciplina, rinnegamento di sé, dedizione a una causa comune, ma senza la croce, e pertanto vi si assiste a una completa distruzione della libertà umana.

Per quanto tempo questo satanico disprezzo per la Croce continuerà a manifestarsi? Ebbene, non abbiamo la certezza di trovarci nell’era del demonio, ma c’è un passaggio in san Paolo che a prima vista sembra piuttosto difficile. Permettetemi di leggervelo, poi lo spiegherò. Si trova nella seconda Lettera ai Tessalonicesi, capitolo 2, versetto 7. San Paolo sta scrivendo nei primi sessanta anni di cristianesimo: «Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene». In altre parole, non possiamo vedere la manifestazione del male e del demonio. Rimane segreto solamente per il presente, finché chi lo trattiene sparirà dalla scena. Non sappiamo precisamente chi sia colui che lo trattiene, forse Cristo, forse lo Spirito Santo, forse un influsso della grazia, forse la santità della Chiesa. In ogni caso il male è segreto finché Dio non dirà: «Spirito del male, ecco la tua ora!». Dio ha il suo giorno, il male la sua ora.

Continua San Paolo: «Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di Satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi». Persino dall’ultimo libro della Scrittura possiamo trarre un indizio. Quando l’anticristo verrà, vi sarà una simulazione di morte e resurrezione per indurre in errore.

Dunque nel momento presente non possiamo vedere il demonio al lavoro, ma permettete che vi dia un indizio su come Cristo e Satana agiscono rispettivamente. Se capite ciò che sto per dirvi, vi sarà di grande aiuto nel combattere lo spirito del male e nel superare le prove. Vi descriverò come ci appaiono Cristo e Satana prima che pecchiamo. Quindi vi descriverò come ci appaiono dopo che abbiamo peccato.

Prima di peccare, Cristo ci appare come il Signore sulla Croce. Egli ci sbarra la strada e ci dice: «Come la mia carne è stata crocifissa, così deve esserlo la tua carne. Non percorrere questa strada!». Lui ci sta di fronte. Non siamo liberi, non possiamo fare tutto quello che vogliamo. Cristo è là.

Invece Satana, quando siamo in procinto di peccare, ci dice: «Non essere stupido, non crederai ancora a certe cose! I tempi sono cambiati! Sei ancora vergine? Veramente non ti sei fatto ancora uno spinello? Tutti lo fanno. Non ascoltare questi dottori che dicono che può farti male al cervello. Devi vivere, devi essere te stesso! Non hai mai commesso adulterio? Oggi lo fanno tutti. Questi rigidi criteri di moralità valevano 100 o 500 anni fa, ma questo è il nuovo mondo». Devo essere me stesso, devo essere libero! Satana è dalla nostra parte prima che pecchiamo. Cristo sembra l’accusa, il demonio è la nostra difesa. È dalla nostra parte, dalla parte delle nostre libertà sessuali, del nostro orgoglio, della nostra avidità.

Ma dopo che pecchiamo i ruoli si invertono. Allora Cristo diventa la nostra difesa e il demonio la nostra accusa. Il demonio dirà: «Bene, l’hai fatto. Hai avuto la tua canna. Adesso sei dipendente dalle droghe. Non venire da me, non posso aiutarti. Può darsi che tu smetta da solo così come hai cominciato. Hai perso la tua verginità? Che differenza vuoi che faccia, continua pure! La mia giustizia farà il suo corso. Hai rubato e non ti hanno preso? Ti prenderanno da un momento all’altro!».

Così il diavolo ci riempie di disperazione come riempì il cuore di Giuda. Giuda sarebbe potuto andare dal Salvatore e Lui l’avrebbe perdonato. Ma Giuda prese una corda. Avanzò sul suolo gelido, davanti a sé alberi ghiacciati. Ed ogni nodo di quegli alberi gli sembrava un occhio che lo scrutava, ogni ramo gli sembrava un dito puntato… Traditore! Nella sua disperazione non pensava vi fosse per lui altro da fare se non suicidarsi. Questa è la ragione per cui oggi i suicidi sono in aumento nella nostra civiltà. È la disperazione che viene dal demonio.

In uno dei romanzi di Dostoevskij, “Raskò’lnikov”, un uomo veramente malvagio, dice alla donna che ama: «Sonia, sai come andrà a finire per te? Ti butterai giù da un ponte o diventerai pazza, oppure ti taglierai la gola». Ma non andò in questa maniera, perché Sonia prese il Vangelo di Giovanni e iniziò a leggere la risurrezione di Lazzaro. E pensò: «Posso trovare una nuova vita in Cristo».

Questo pensiero di Sonia m’induce a parlarvi di come nostro Signore si comporti dopo che abbiamo peccato. È Lui ora la nostra difesa. Ha detto: «Venite a me, voi affaticati. Se i vostri peccati fossero rossi come scarlatto, saranno resi bianchi come neve e se sono rossi come cremisi, diverranno bianchi come lana». Rialzati, stringi la mia mano, e vieni. Questo è il linguaggio del Salvatore dopo che abbiamo peccato.

Ecco dunque lo spirito diabolico. La distruzione dell’unità, il disprezzo della mortificazione e del rinnegamento di sé sulla croce. In una parola, il disprezzo di Cristo stesso.

Centinaia di migliaia sono le strade che ciascuno di voi si troverà a percorrere durante la vita, ma alla fine di tutte queste strade, due saranno i volti che vi troverete di fronte: da un lato quello misericordioso di Cristo, dall’altro quello orribile di Satana. E uno di loro vi dirà: «Sei mio!». Perciò badate di non scherzare con quello malvagio, altrimenti siete in trappola.

Prima di concludere, vi lascio con tre potenti armi contro Satana.

La prima, il Santo Nome di Gesù. È un nome che Satana non sopporta perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sottoterra. La seconda arma è il sangue di Cristo. L’invocazione del sangue di Cristo. Potrei farvi tutta una catechesi sul preziosissimo sangue di Cristo, mediante il quale siamo salvati! Perciò, durante la tentazione, invocate su di voi il sangue di Cristo. Poiché senza effusione di sangue non vi è remissione dei peccati. Terza arma, la devozione alla Madre benedetta. Poiché in principio, nel libro della Genesi, si dice che la stirpe di una donna avrebbe distrutto la stirpe di Satana. Siamo dunque difesi da queste tre armi: il Santo Nome, il sangue di Cristo e la Vergine Maria.

D’ora in poi, quando penserete a Satana, non fatevi sviare da ciò che i mezzi di comunicazione vi raccontano. Il demonio è semplicemente l’anticroce, l’antidisciplina, l’anticristo. Questo è satanico, nient’altro, non potete sbagliare. Una volta capito ciò, a poco a poco amerete quella croce.

Un lamento mi sbigottisce. La prima volta che l’ho udito proveniva dalla croce. Andai fuori, cercai e trovai l’Uomo negli spasmi della crocifissione. Gli dissi che l’avrei portato giù, così cercai di togliergli i chiodi dai piedi. Ma Lui mi disse: «Lasciali lì. Perché non posso essere tolto dalla croce finché ogni uomo, donna e bambino non si saranno uniti a te per tirarmi giù». Gli risposi: «Cosa posso fare? Non posso sopportare il tuo lamento!». Mi rispose: «Va’ nel mondo e annuncia a ogni uomo che incontrerai che c’è un Uomo sulla croce».

(Fulton J. Sheen)

P.S. Si ringrazia il sito “Filodiritto” per la segnalazione del video e per la loro traduzione che qui è stata rivista e modificata. (https://www.filodiritto.com/fulton-sheen-devil)

IL PECCATO NON È SOLO LA VIOLAZIONE DI UN COMANDAMENTO MA UNA NUOVA CROCIFISSIONE DI CRISTO.

Uno sguardo alla Divinità ci fa convinti del peccato. Sotto gli occhi del Figlio di Dio, Pietro il rinnegatore divenne immediatamente Pietro il penitente. Quello sguardo con il quale solo la Divinità fruga nell’anima, segna l’inizio della responsabilità personale verso Dio.

Noi non pecchiamo soltanto contro concetti astratti o contro i Comandamenti: come persone, pecchiamo contro una Persona. L’enormità del peccato non si esaurisce nella violazione di un Comandamento, ma comporta una nuova Crocifissione del Cristo.

È per questo che, in sostanza, il dolore è in rapporto al Cristo Crocefisso, dove ciascuno di noi può leggervi la propria autobiografia.
Nella corona di spine vediamo il nostro orgoglio, nei chiodi la nostra lussuria e la nostra sensualità, nei piedi forati il nostro oblio per il Signore, nelle mani piagate la nostra avidità.

La penitenza è fatta per elevarci nella luce pura e infinita di Dio che metterà in fuga l’oscurità in cui ci dibattiamo. La differenza tra il peccatore e il santo sta nel fatto che uno persiste nel peccare, mentre l’altro piange amaramente.

Nel Vangelo, il vocabolo greco tradotto con «pianto» indica un dolore lungo, continuativo. Chi non ha tempo per piangere i propri peccati non ha neanche tempo per ravvedersi.

Il rimorso non portò Giuda a colpirsi il petto con un mea culpa, ma al suicidio. Non ebbe il cuore di pregare né di cercare il Volto di Dio per impetrare misericordia. Pietro, invece, soffrì. Egli era umiliato, non indurito. Quando le lacrime hanno lavato gli occhi, la visione spirituale diviene più chiara.

È per questo che le lacrime sono sovente associate a una vera comprensione del peccato. Negli occhi di Pietro, le lacrime furono l’arcobaleno della speranza dopo l’oscurità della tempesta. In esse rifulse in tutta la sua ampiezza la visione radiosa del clemente sguardo del Cristo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

“OGGI SARAI CON ME IN PARADISO” IL BUON LADRONE MORÌ DA LADRO PERCHÉ ALLA FINE RUBÒ IL PARADISO!

Disma vede una croce, ma l’adora come un trono; vede un uomo condannato a morte, ma lo invoca come un Re: «Signore, ricordati di me quando entrerai nel Tuo Regno». Il Signore era stato finalmente riconosciuto per ciò che era! In quel momento, quando la morte era ormai prossima e la sconfitta sembrava palese, l’unico, al di fuori del piccolo gruppo ai piedi della croce, che lo riconobbe come Signore del Regno e Capitano delle anime, era un ladro crocifisso alla sua destra.

Nel momento in cui fu data la testimonianza del ladro, il Signore stava vincendo la più grande battaglia che possa essere vinta e stava emanando da se stesso un’energia molto più grande di quella prodotta da una potente cascata d’acqua; stava infatti perdendo la Sua Vita e salvando un’anima.

In questo giorno, in cui nemmeno Erode, con tutta la sua corte, era riuscito a farlo parlare, né le potenze di Gerusalemme erano riuscite a farlo scendere dalla croce, né le ingiuste accuse in tribunale erano riuscite a fargli rompere il silenzio, in cui nemmeno la folla che lo scherniva dicendo: «Hai salvato gli altri, ora salva te stesso!» era stata capace di ottenere una risposta da quelle Labbra di fuoco, ora Egli rompe il silenzio volgendosi a quella vita trepidante al suo fianco, e salva un ladro: «Oggi sarai con me in Paradiso».

Nessuno prima di lui aveva ricevuto una tale promessa, nemmeno Mosè o Giovanni o Maddalena, nemmeno Maria. Era l’ultima preghiera di un ladro, e forse anche la prima. Bussò una sola volta, una sola volta cercò e chiese, ma quell’unica volta mise tutto in gioco per questo, in un’unica volta ottenne tutto. Cristo, che era povero, morì ricco. Le Sue Mani furono inchiodate alla croce, eppure fu capace di aprire le porte del Cielo e trionfare su di un’anima.

Cristo fu scortato al Cielo da un ladro. Possiamo veramente dire che questo ladro morì da ladro: rubò infatti il Paradiso!

Dove potremmo trovare una dimostrazione più eloquente della Misericordia di Dio?
La pecorella perduta, il figliol prodigo, la Maddalena pentita, il ladrone perdonato! Questo è il rosario della Misericordia Divina. La nostra salvezza preme più a Dio che a noi stessi.

(Fulton J. Sheen, da “Le ultime Sette Parole”)

P.S. cliccando sul link sotto potete scaricare questo libro in PDF, molto adatto per la Quaresima:

Fai clic per accedere a le-ultime-sette-parole-fulton-sheen.pdf

PARTECIPARE ALLA MESSA È LO STESSO CHE ESSERE PRESENTI SUL CALVARIO: “Lo svantaggio di non aver vissuto all’epoca di Cristo è azzerato dalla Messa”; “Chi assiste alla Messa, solleva la croce dal suolo del Calvario per piantarla al centro del proprio cuore.”

La Messa, quindi, guarda avanti e indietro. Poiché viviamo nel tempo e possiamo servirci soltanto di simboli terreni, vediamo in successione quello che non è altro che un unico eterno movimento d’amore. Se una bobina cinematografica fosse dotata di coscienza, vedrebbe e capirebbe la storia in una volta; mentre noi non la afferriamo finché non ne vediamo lo svolgimento sullo schermo. Così accade con l’amore da cui Cristo ha preparato la sua venuta nell’Antico Testamento, ha offerto sé stesso sul Calvario e ora lo ripresenta nel sacrificio della Messa.

La Messa, di conseguenza, non è un’altra immolazione, ma una nuova presentazione dell’eterna vittima e la sua applicazione a noi. Partecipare alla Messa è lo stesso che essere presenti sul Calvario. Ma con alcune differenze. Sulla croce, Nostro Signore ha offerto sé stesso per tutta l’umanità; nella Messa noi applichiamo quella morte a noi stessi e uniamo il nostro sacrificio al suo.

Lo svantaggio di non aver vissuto all’epoca di Cristo è azzerato dalla Messa. Sulla croce, Egli ha potenzialmente redento tutta l’umanità; nella Messa noi rendiamo attuale quella Redenzione. Il Calvario è legato a un dato momento nel tempo e a una specifica collina nello spazio. La Messa temporalizza e spazializza quell’eterno atto di amore. Il sacrificio del Calvario è stato offerto in modo cruento mediante la separazione del suo corpo dal suo sangue.

Nella Messa, questa morte è presentata misticamente e sacramentalmente in modo incruento, mediante la consacrazione separata del pane e del vino. I due elementi non sono consacrati insieme, con parole del tipo: «Questo è il mio corpo e il mio sangue»; piuttosto, secondo le parole di Nostro Signore: «Questo è il mio corpo», si dice sul pane; poi, «Questo è il mio sangue», si dice sul vino. La consacrazione separata è una sorta di spada mistica che divide il corpo dal sangue, nel modo in cui il Signore è morto sul Calvario.

Supponiamo che ci sia un’eterna stazione radiofonica che trasmetta onde eterne di saggezza e illuminazione. Le persone che vivono in differenti epoche potrebbero sintonizzarsi a quella sapienza, assimilarla e applicarla a sé stessi. L’eterno atto di amore di Cristo è qualcosa con cui possiamo sintonizzarci nelle successive epoche storiche mediante la Messa. La Messa, di conseguenza, trae la sua realtà e la sua efficacia dal Calvario e non ha senso al di fuori di esso. Chi assiste alla Messa, solleva la croce dal suolo del Calvario per piantarla al centro del proprio cuore.

Questo è il solo perfetto atto d’amore, di sacrificio, di ringraziamento e di obbedienza con cui possiamo ripagare Dio; precisamente, quello che è offerto dal suo Figlio divino incarnato. Da noi stessi non siamo in grado di toccare il cielo perché non siamo abbastanza alti. Da noi stessi non possiamo toccare Dio. Abbiamo bisogno di un mediatore, qualcuno che sia Dio e uomo, che è Cristo.

Nessuna preghiera umana, nessun atto umano né abnegazione, nessun sacrificio è sufficiente a squarciare il cielo. Solo il sacrificio della croce può farlo ed è ciò che avviene nella Messa. Quando la celebriamo, per noi è come essere appesi alle sue vesti, aggrappati ai suoi piedi durante l’ascensione, stretti alle sue mani piagate mentre offre sé stesso al Padre celeste. Nascondendoci in lui, le nostre preghiere e i nostri sacrifici hanno il suo stesso valore. Nella Messa siamo una volta di più sul Calvario, associati a Maria, Maddalena e a Giovanni mentre vediamo tristemente alle nostre spalle i carnefici che disputano ai dadi le vesti del Signore.

Il sacerdote che offre il sacrificio semplicemente presta a Cristo la propria voce e le proprie dita. È Cristo il Sacerdote; è Cristo la Vittima. In tutti i sacrifici pagani e nei sacrifici giudaici, la vittima era sempre distinta dal sacerdote. Poteva trattarsi di una capra, un agnello o un toro. Ma quando è venuto Cristo, Egli, il Sacerdote, ha offerto sé stesso come Vittima. Nella Messa è Cristo che ancora offre sé stesso e che è la Vittima con la quale diventiamo una cosa sola.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

IL MATRIMONIO PIÙ FELICE DELLA STORIA: QUELLO TRA SAN GIUSEPPE E LA VERGINE MARIA! SAN GIUSEPPE IL “GIUSTO” ERA DAVVERO COSÌ VECCHIO CON POCHE ENERGIE, QUANDO SPOSÒ MARIA? NON ERA PIUTTOSTO GIOVANE, BELLO, CASTO, VIRILE E PIENO DI FORZA?

La maggior parte delle sculture e dei quadri ci presenta un San Giuseppe anziano, con una lunga barba bianca, che ha preso in custodia Maria ed il voto di lei con un distacco simile a quello di un medico che si prende cura di una bambina in un reparto di pediatria. Non esistono prove storiche che indichino la sua età. Alcuni racconti apocrifi lo descrivono come un uomo anziano ed i Padri della Chiesa, dopo il IV secolo assumono questa immagine in modo determinato.

Ma se cerchiamo i motivi per i quali l’arte lo rappresenta anziano, scopriamo che la ragione risiede nel fatto che questa caratteristica si addice di più al suo ruolo di custode della verginità di Maria. È come se fosse dato per scontato che l’anzianità sia più adatta a preservare la verginità dell’adolescenza. Così, inconsciamente l’arte ha fatto di San Giuseppe uno sposo puro e casto più per età che per virtù. Sarebbe come credere che il modo migliore di rappresentare un uomo onesto, incapace di rubare, sia di dipingerlo senza mani; ci si dimentica così che anche negli anziani possono ardere le stesse brame carnali che ardono nei giovani. Abbiamo un esempio nel caso di Susanna, perché coloro che la tentarono nel giardino erano anziani.

Rappresentando San Giuseppe tanto anziano, ci viene trasmessa l’immagine di un uomo a cui restano poche energie vitali, invece di qualcuno che, avendole, le incatena per amore di Dio e di un motivo Santo. Farlo apparire puro perché anziano è come esaltare un torrente di montagna senz’acqua. La Chiesa non ordinerebbe sacerdote un uomo che non avesse integrità della sua potenza, essa vuole uomini che abbiano qualcosa da domare piuttosto che uomini che non hanno più niente da domare, le cui energie “selvagge” sono esaurite.

Non c’è motivo per cui con Dio sia diverso.
Sembra anche logico pensare che Nostro Signore preferisse scegliere come padre putativo un uomo che lo fosse con il sacrificio e non uno che ne fosse obbligato ad esserlo. Teniamo presente in quel contesto storico, il fatto che gli ebrei non vedevano di buon occhio un matrimonio tra età molto diverse, quelle che Shakespeare definisce “età raggrinzita e giovinezza”, tanto che il Talmud ammette il matrimonio tra età molto diverse solo per vedovi e vedove.

Infine, sembra difficile credere che Dio avrebbe messo accanto a una giovane madre, di sedici o diciassette anni un uomo anziano.

Se dalla Croce, Gesù Nostro Signore, ha affidato Sua Madre a un giovane come San Giovanni, perché avrebbe dovuto metterle un anziano al suo fianco davanti alla mangiatoia?

L’amore di una donna determina sempre il modo in cui l’uomo ama: la donna è educatrice silenziosa della sua virilità.

Maria può essere così considerata come “colei che guida alla verginità” giovani uomini e giovani donne. Quindi la più sublime ispiratrice della purezza Cristiana, non avrebbe dovuto – a rigor di logica – iniziare a ispirare e a chiamare alla verginità il primo giovane che incontrò – Giuseppe, il “giusto”?

Non era diminuendo il potere di amare di Giuseppe, ma elevandolo, che la Vergine avrebbe fatto la sua prima conquista, il suo stesso sposo, uomo che era uomo e non un anziano guardiano!

Giuseppe era probabilmente un uomo giovane, forte, virile, atletico, di bell’aspetto, casto e disciplinato; il tipo di uomo che si vede pascolare un gregge o pilotare un aereo, o al lavoro al banco da falegname. Invece di un uomo incapace di amare, deve essere stato infuocato d’amore per Maria. Così come non daremmo credito a Maria se avesse fatto voto di verginità dopo essere rimasta nubile per 50 anni, così non daremmo molto credito a un Giuseppe che fosse diventato suo sposo perché si trovava avanti negli anni.

Le giovani donne, come Maria, in quell’epoca facevano voto di amare Dio in modo esclusivo, e altrettanto facevano giovani uomini, tra i quali Giuseppe fu così preminente da guadagnarne il titolo di “giusto”. Invece di un frutto secco, da servire alla tavola del Re, era piuttosto un bocciolo pieno di promesse e potenza; non nel tramonto della vita, ma nel suo mattino, ribollendo di energia, forza e passione controllata. (…)

Maria e Giuseppe hanno portato nel loro matrimonio non solo i loro voti di verginità, ma anche due cuori nei quali scorrevano torrenti di amore più grandi di quanto sia mai accaduto nel petto di tutti gli esseri umani.

Nessun marito e nessuna moglie si sono mai amati tanto come Maria e Giuseppe. Il loro matrimonio non era come quello degli altri, perché avevano rinunciato al diritto sui corpi; nei matrimoni normali, l’unione nella carne è simbolo della consumazione della carne stessa e l’estasi che accompagna la consumazione è solo il pregustare la gioia che prova un’anima quando arriva all’Unione con Dio nella grazia. Se si arriva a sazietà e stanchezza nel matrimonio ciò accade perché viene a mancare ciò che dovrebbe rivelare o perchè non viene colto nell’atto un Mistero Divino.

Ma nel caso di Maria e Giuseppe non fu necessaria la consumazione nella carne, dato che già possedevano la Divinità. Come ha detto mirabilmente Leone XIII, “la consumazione del loro amore era in Gesù”. Perché cercare la luce tremante di una candela quando la Luce del Mondo era il loro amore? Veramente Lui è “Jesu, voluptas cordium”, “Gesù, il piacere del cuore”. Quando Lui è il dolce piacere del cuore, non si pensa nemmeno alla carne.

Come marito e moglie dimenticano se stessi contemplando il figlio appena nato nella sua culla, così Maria e Giuseppe nel possesso di Dio nella loro famiglia, a malapena si ricordavano di avere un corpo.

L’amore in genere unisce il marito e la moglie; nel caso di Maria e Giuseppe non era la combinazione dei loro amori ma Gesù che li rendeva uno. Nessun amore più profondo ha mai battuto nei cuori sotto il cielo dall’inizio del mondo e mai batterà fino alla fine del mondo. Non sono giunti a Dio attraverso il loro amore reciproco, ma Proprio andando prima da Dio, hanno goduto di amore grande e puro dell’una verso l’altro.

Per chi ridicolizza questa santità Chesterton scrive:

“Cristo nella sua purezza creativa
è venuto lasciando da parte sterili appetiti
Ecco! Nella Sua Casa (la casa della Vergine Maria) è stata partorita la Vita senza Lussuria
Così che nella tua casa muoia la Lussuria senza Vita.” (…)

Qui si tratta di matrimonio dei cuori e non della carne; un matrimonio come tra delle stelle le cui luci si uniscono nell’atmosfera, mentre esse restano separate; un matrimonio come i fiori nel giardino in primavera che uniscono i loro profumi senza sfiorarsi; un matrimonio come una composizione per orchestra che produce una meravigliosa melodia senza che nessuno strumento entri in contatto con un altro.

Questo è davvero il genere di matrimonio che c’è stato tra la Madre Benedetta e San Giuseppe, in cui si rinuncia al diritto all’altro per un motivo più elevato. Il vincolo del matrimonio non implica necessariamente l’unione carnale. Come dice Sant’Agostino “la base di un matrimonio d’amore è l’unione dei cuori”. (…)

Nel matrimonio carnale, il corpo dapprima conduce l’anima, poi, successivamente, giunge ad uno stato più riposato, nel quale l’anima guida il corpo. A questo punto entrambi i membri vanno verso Dio. Ma in un matrimonio spirituale, è Dio che possiede il corpo e l’anima dall’inizio. Nessuno dei due ha diritto al corpo dell’altro, perché appartiene al Creatore attraverso il voto.

Giuseppe ha rinunciato alla paternità nella carne, ma l’ha trovata nello spirito, perché è stato padre putativo di Nostro Signore. Maria ha rinunciato alla maternità e l’ha trovata nella propria verginità, il Giardino chiuso nel quale è entrata solo la Luce del Mondo e lo ha fatto senza rompere nulla, come la luce del sole che attraversa i vetri della finestra ed entra in una stanza. (…)

A sporgersi sulla mangiatoia dove avevano posto il Bambino Gesù, non ci sono allora un anziano e una giovane, ma un giovane e una giovane, la consacrazione della bellezza di una donna e l’offerta di un grande fascino virile.

Se il Figlio dell’Uomo facesse ritorno dall’Eternità, di nuovo giovane, se la condizione per entrare nel Paradiso è di nascere di nuovo e ritornare bambini, allora a tutte le coppie sposate dico:

Ecco il vostro modello, il vostro prototipo, la vostra Immagine Divina. Da questi due sposi che si sono amati come nessun’ altra coppia sulla terra si è mai amata, imparate che non si deve essere in due per sposarsi, ma in tre: tu, lei e Gesù.

Non parlate forse del “Nostro amore” come di qualcosa di distinto dall’amore di ciascuno di voi? Quell’amore, che è fuori da ciascuno di voi e che è più della somma dei vostri due amori, è l’Amore di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

PSICOANALISI, MALATTIE MENTALI E CONFESSIONE: “Molte anime distese sul lettino dello psicanalista si sentirebbero molto meglio se portassero la loro coscienza a un confessionale”

Alcuni disturbi mentali, tuttavia, non possono essere ignorati, anche dopo che nella colpa si è ravvisata la causa e nell’esame di coscienza il rimedio. Molte malattie mentali sono essenzialmente psicologiche, neurologiche o magari fisiologiche e possono essere guarite soltanto da un bravo psichiatra. Ma è indispensabile assicurarsi che sia davvero bravo, perché un sistema di psicanalisi che parte dalla negazione della volontà e della responsabilità della colpa, priva i suoi seguaci della capacità di comprendere la natura umana sulla quale essi operano e, in molti casi, aggrava la malattia che si prefigge di guarire.

Anime ammalate che hanno, fino ad ora, negato la possibilità del peccato e della colpa dovrebbero riesaminare la loro coscienza piuttosto che il loro inconscio e considerare la possibilità che alcune della loro turbe mentali siano dovute a un senso non riconosciuto di colpa. Molte anime distese sul lettino dello psicanalista si sentirebbero molto meglio se portassero la loro coscienza a un confessionale. Migliaia di pazienti migliorerebbero se, invece che stare distesi, si mettessero in ginocchio. La passività simboleggiata dalla posizione supina simboleggia l’irresponsabilità del paziente, che è l’assunto dell’intera teoria di Freud. Ed è in stridente contrasto con l’umiltà di colui che piegando le ginocchia, invece che “come sono stato sciocco!”, dice: “Signore, abbi pietà di me peccatore!”.

Di solito le anime che negano la possibilità della loro colpa, la negano o perché troppo soddisfatte di se stesse o perché troppo “snob” per guardare le cose in faccia. Sono “codardi” che tentano di ammucchiare il loro sudiciume morale sotto i tappeti freudiani. Invece che assumere la responsabilità dei propri peccati, li proiettano sugli altri. Se oggi il mondo è quello che è, ciò si deve al fatto che ciascuno di noi cerca di scaricare sugli altri la responsabilità delle sue colpe. Alcuni dei capri espiatori preferiti sono la madre che ha amato eccessivamente il peccatore e il padre che non lo ha amato abbastanza. Per i nazisti, i capri espiatori erano gli ebrei; per i comunisti, sono i cristiani; per i freudiani, il capro espiatorio è la cosiddetta repressione dovuta a totem e tabù.

Tutti i capri espiatori sono il risultato degli sforzi intesi a eliminare qualsiasi inquietudine in merito alla parte migliore del nostro essere, atrofizzandone il senso morale. Si mette in tal modo a dormire anche il senso critico, che dovrebbe scorgere l’illogicità di questa teoria. Difatti, se l’inconscio è la causa delle condizioni mentali anormali e dei conseguenti disturbi, due interrogativi s’impongono: che cosa fa sì che l’inconscio produca queste psicosi e questi disturbi? E se la repressione è la causa, perché il conscio desidera reprimere ciò che è male?

Lo psicanalista amorale, rifiutando di ammettere “bene” e “male,” trova difficoltà a rispondere. Senza dubbio, la spiegazione si deve rintracciare nell’ordine morale naturale, nell’esistenza di un ethos al quale ognuno è soggetto e contro il quale a volte ci si ribella. Quest’ordine morale è universale ed è stato universalmente riconosciuto. È difficile trovare in una qualsiasi letteratura l’affermazione che la sola differenza tra l’uomo sano e il pazzo è nel contenuto del loro inconscio; ma è facile trovare, attraverso i secoli, una distinzione tra l’apparenza e la realtà dell’uomo o tra ciò che egli è e ciò che dovrebbe essere.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

SESSO E AMORE NEL CRISTIANESIMO: LA CHIESA E I CRISTIANI NON SONO CONTRO L’AMORE SESSUALE, ALTRIMENTI NON CI SAREBBE IL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO!

A causa di questa tensione vibrante negli esseri umani tra il corpo e l’anima, cioè tra l’elemento animale e quello spirituale, è possibile comprendere l’amore in uno dei due seguenti modi: come supremazia del corpo o come supremazia dell’anima. Nel primo caso l’amore è carnale e identificabile con ciò che il mondo moderno chiama sesso, mentre nel secondo l’amore è allo stesso tempo spirituale e fisico. I grandi filosofi hanno chiamato il primo l’amore di concupiscenza, ovvero primato di quanto è inteso dai sensi, e il secondo l’amore di benevolenza, ovvero l’amore per il bene di un altro. Anche i greci avevano i loro termini per distinguere questi due tipi di amore. Utilizzavano perciò la parola Eros per indicare un desiderio appassionato e prepotente di possedere e godere gli affetti di un altro, mentre dicevano Agape l’amore fondato sul rispetto per la personalità, in quanto il suo diletto risiede nel promuovere l’altrui benessere. La sua gioia è la contemplazione piuttosto che il possesso. Ciò non significa che l’uno sia buono e l’altro cattivo, ma entrambi i due amori sono giusti quando ben compresi.

Infatti, il comandamento divino di amare il prossimo come se stessi implica un legittimo amore di se stessi. Qui come altrove bisogna essere in “tre” per poter amare. Dopo tutto sia l’amore di sé che l’amore del prossimo richiedono anzitutto l’amore di Dio. La libido della psicologia moderna è Eros, o amore carnale, divorziato da Agape, o amore personale, in quanto concedendo la supremazia al corpo si nega l’anima e si afferma l’ego in opposizione a Dio. Fu questo tipo di amore che San Paolo condannò quando disse: “Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio” (Rm 8,7).

Il sesso com’è inteso ai nostri giorni è amore-Eros slegato da ogni responsabilità, è un desiderio senza obblighi. E siccome è un desiderio illegittimo, è anche un desiderio senza Dio, ecco perché l’erotismo e l’ateismo vanno sempre d’accordo. Inoltre, non appena si esprime il rifiuto di questa riduzione dell’amore al solo ordine fisiologico, immediatamente i cultori della carne ci accusano di sostenere che il cristiano sia avverso all’amore sessuale o, più brutalmente, che sia “contro il sesso”. Il cristiano non è avverso all’amore sessuale, e lo dimostra il fatto che se così fosse non ci sarebbe il sacramento del matrimonio.

La prospettiva cristiana sulla sessualità può invece essere espressa in questi termini:

“L’amore carnale è un’introduzione all’amore divino”. Vale a dire che l’Eros è come il vestibolo dell’Agape e quindi l’amore meramente umano è come l’embrione dell’amore del divino. Di questa dimensione “propedeutica” dell’amore umano si possono trovare riferimenti già in Platone, il quale sostiene che l’amore è il primo passo verso la religione. Egli immagina l’amore per le persone belle trasformato in amore per le anime belle, quindi in un amore di giustizia, di bontà e di Dio che di tutte ne è la fonte propria. L’amore erotico è perciò un ponte da attraversare, non un parapetto su cui appoggiarsi e riposarsi.

Per dirla con un’altra metafora, l’amore erotico non è un aeroporto, ma un aeroplano, poiché è spinto e spinge ad andare sempre altrove, più in alto e più avanti. Qualsiasi amore erotico presuppone un’incompiutezza, una deficienza, un desiderio d’integrazione, un’attrazione verso ciò che lo arricchisce, perché qualunque amore è un volo verso l’immortalità. In qualunque forma di amore erotico vi è pur sempre un riflesso di amore divino, come il riflesso lunare sullo specchio d’acqua di un lago. L’amore del cuore altrui è inteso a condurre fino all’amore del cuore divino. In quest’ottica ciò che il cibo è per il corpo, cioè il necessario sostentamento ma non il suo fine, il corpo lo è per l’anima e il materiale per lo spirituale. Ragion per cui la carne non è fine a se stessa, ma serve ed è ordinata all’eternità. Pertanto, il sesso è soltanto l’avviamento presupposto e automatico del motore della famiglia.

Il Cristianesimo è tutto saturato di questa trasfigurazione dell’amore carnale in amore divino. Il Salvatore non calpestò né spense le fiamme erotiche nel cuore della Maddalena, ma le trasfigurò in un nuovo oggetto di affezione. L’elogio divino fatto alla donna che versò l’unguento sui piedi del Salvatore le ricordò come l’amore che un tempo ricercava solo il proprio piacere potesse tramutarsi in un amore che fosse anche disposto a morire per l’amato. Fu per questo che, all’atto stesso dell’unzione, quando i pensieri della donna erano più aderenti alla vita, il Signore fece allusione alla sua sepoltura. Su un piano più elevato troviamo che, grazie alla misteriosa alchimia della religione, il nobile amore che Maria, la Madre benedetta, nutriva per il Figlio della sua carne si è dilatato in un amore così vasto che è divenuta la Madre di tutti gli uomini.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

“SCENDI DALLA CROCE E TI CREDEREMO!” Ciò che costoro chiedono sono i segni di una falsa religione.

Sono molte quelle anime che desiderano che Dio le prenda così come sono e le lasci nella loro condizione. Vogliono che Lui distrugga il loro amore per la ricchezza ma non la loro ricchezza; vogliono che dia loro il disgusto del peccato senza privarle del piacere del peccato stesso.

Alcune di esse mettono sullo stesso piano la bontà e l’indifferenza al male e credono che Dio sia buono se è tollerante nei riguardi del male.

Come gli spettatori del supplizio della Croce, vogliono un Dio a modo loro e Gli gridano: “Scendi dalla Croce e ti crederemo!”.

Ma ciò che costoro chiedono sono i segni di una falsa religione, una religione che prometta una salvezza senza Croce, un abbandono senza sacrificio, un Cristo senza chiodi.

Dio è un fuoco che consuma; il nostro desiderio di Dio deve comprendere la volontà che le scorie del nostro intelletto siano bruciate perché siano purificate le erbacce del nostro peccato.

La paura di alcune anime di sacrificarsi a Gesù Nostro Signore è la prova della loro istintiva fede nella Sua Santità.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)