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CHE COS’È LA COSCIENZA? FARE IL BENE ED EVITARE IL MALE: “Dio ha impresso in ogni uomo che nasce la luce che illumina le anime lungo i sentieri della pace, verso la patria dei figli della libertà”

“Dentro ogni uomo si trova un tribunale silenzioso: la coscienza è il giudice, che siede in giudizio”

Che cos’è la coscienza? La coscienza è il giudizio della ragione che ci dice che dovremmo fare il bene ed evitare il male. Questo suscita la domanda: “Cosa rende buona una cosa qualsiasi?”. Una cosa è buona se consegue lo scopo e il fine superiore per cui è stata fatta. Una matita è buona se scrive, perché quello è il fine di una matita. Ma una matita non è buona per aprire una scatola di latta, perché non è stata costruita come apriscatole; e se a questo scopo ci serviamo di una matita, non solo non apriamo la scatola, ma rompiamo la matita. Se impieghiamo le nostre vite per scopi diversi da quelli assegnati da Dio, non solo non raggiungiamo la felicità, ma facciamo del male a noi stessi e generiamo in noi strane anomalie (…)

Non ha senso dire che una cosa è ingiusta senza saper prima se sia giusta. Nessun arbitro rileverebbe un errore durante una partita di basket se non esistessero delle regole. Questo imperativo dentro di noi, che non è meccanico, né biologico, né istintivo, ma che è razionale, implica un canone ideale. La coscienza pone davanti a noi alcuni principi per guidare le nostre azioni. La coscienza stessa ha bisogno di essere aiutata, ma questo è un altro discorso. Tutti siamo nati con la facoltà di parlare, ma tutti abbiamo bisogno di una grammatica. Anche la coscienza ha bisogno di una rivelazione.

La nostra coscienza è molto simile al miglior governo del mondo, che a detta di molti è il governo degli Stati Uniti. Questo governo ha tre funzioni e tre branche. La scienza moderna ha esplorato l’intera superficie della terra, ha costretto il mare a rivelare i segreti delle sue profondità, il sole a narrarci la storia dei suoi vagabondaggi e le stelle il mistero della loro luce; ma tutta questa esplorazione è esteriore. L’uomo moderno ha fatto molto poco per esplorare quella regione che è a lui più vicina e che pure è la più sconosciuta: le profondità della propria coscienza.

Che cos’è la coscienza? La coscienza è un governo interiore, che esercita la medesima funzione di tutti i governi umani, cioè quella legislativa, esecutiva e giudiziaria. Essa ha il suo Congresso, il suo Presidente e la sua Corte Suprema: fa le leggi, controlla le nostre azioni in relazione alle leggi, e infine ci giudica. Prima di tutto, la coscienza ha funzione legislativa. Basta vivere per sapere che vi è in dentro di noi un Sinai interiore, in cui, tra i tuoni e i lampi della vita quotidiana, è promulgata una legge che ci dice di fare il bene ed evitare il male. Senza nemmeno essere consultata, la coscienza esercita il suo compito legislativo, indicando quali sono le azioni malvagie e giuste da compiere, e quali invece le azioni di per sé morali e buone.

In secondo luogo, la coscienza non è soltanto legislativa, nel senso che promulga una legge, ma è anche esecutiva, nel senso che controlla l’applicazione della legge alle azioni. Un’analogia imperfetta, ma utile, si può cogliere nel governo degli Stati Uniti. Il Congresso propone una legge, quindi il Presidente la esamina e la approva, applicandola a tutti gli effetti di legge nella vita dei cittadini. Analogamente, la coscienza esegue la legge, nel senso che controlla la fedeltà delle nostre azioni alla legge stessa. Aiutata dalla memoria, essa afferma il valore delle nostre azioni, ci dice se abbiamo avuto padronanza di noi stessi, in che misura siamo stati condizionati dalla passione, dall’ambiente, dalla forza, dall’ira; ci dice se le conseguenze erano previste o impreviste; ci mostra, come in uno specchio, le tracce di tutti i nostri atti; mette il suo dito sulle impronte delle nostre decisioni, viene a noi in qualità di testimone veritiero dicendoci: “Io ero presente, ti ho visto far questo. Le tue intenzioni erano quelle e queste”. Nell’amministrazione della giustizia umana, la legge può chiamare in causa solo quei testimoni che mi hanno conosciuto esteriormente, ma la coscienza, in qualità di testimone; non chiama soltanto coloro che mi hanno visto, ma convoca me che conosco me stesso. E, mi piaccia o meno, io non posso mentire rispetto a ciò che viene testimoniato contro di me.

Infine, la coscienza non solo formula le proprie leggi, non solo controlla la mia obbedienza o disobbedienza nei loro riguardi, ma mi giudica anche in maniera conforme. Dentro ogni uomo si trova un tribunale silenzioso: la coscienza è il giudice, che siede in giudizio. Il giudice formula le proprie decisioni con autorità tale da non ammettere un secondo appello, perché nessun uomo può appellarsi contro un giudizio che lui stesso pronuncia contro se stesso. Ecco perché intorno al foro interno della coscienza si affollano tutti i sentimenti e tutte le emozioni associate a ciò che è giusto e ingiusto: gioia e dolore, pace e rimorso, soddisfazione e timore, lode e biasimo. Se faccio il male, esso mi riempie di un senso di colpa di fronte al quale non posso sottrarmi; nel mio intimo, nel santuario della mia coscienza sono assalito dalla voce severa di questo giudice, per mezzo del quale sono cacciato fuori da me stesso a opera di me stesso. Dove allora posso fuggire se non in me stesso con quel senso di consapevolezza, rimorso e indegnità, che finisce per diventare l’inferno stesso dell’anima? Se, invece, la coscienza approva il mio atto, allora si forma dentro di me la dolcezza di una rugiada vespertina, quella gioia estranea all’effimero piacere dei sensi.

Chiaramente questa triplice funzione, che è alla base di ogni governo umano, deve avere una ragione che ne determini l’ordine; ma dove la si può ricercare? Qual è la fonte della funzione legislativa, esecutiva e giudiziaria esercitata dalla mia coscienza? Essa non proviene da me, perché nessuno può essere legislatore supremo di se stesso. Inoltre, se la legge della mia coscienza fosse solo opera mia, io potrei distruggerla; siccome non mi è possibile farlo, perché questa legge si presenta davanti a me sfidando la mia stessa volontà? Quando la mia volontà si erge contro di essa, nel rifiuto di ascoltarla o di obbedirle, essa si presenta come una delegata a cui appartiene il diritto di governarmi.

Ciò significa che non l’ho fatta io, ma che sono solamente libero di obbedirle o meno. Né questa legge viene dalla società, perché la società è soltanto un’interprete delle norme della coscienza, ma non ne è l’autrice. Le leggi umane possono sanzionarla ed elaborarla, ma non la creano. L’approvazione o la disapprovazione della società non hanno creato nella mia coscienza il senso del giusto e dell’ingiusto, perché talvolta la coscienza ci comanda di non considerare le leggi della società, laddove siano nemiche della legge di Dio, come nel caso dei martiri che sono morti per la fede. Se la voce del Sinai interiore che è la coscienza non viene né da me stesso né dalla società, e se nei suoi sussurri e le sue articolazioni essa è universale, in modo che nessuna creatura morale possa completamente ignorarla, vuol dire che dietro questa legge c’è un legislatore, e dietro questa voce una persona, e dietro questo comando un potere, cioè Dio. Egli ha impresso in ogni uomo che nasce la luce che illumina le anime lungo i sentieri della pace, verso la patria dei figli della libertà.

Così, un esame della mia coscienza e della sua triplice funzione porta a concludere che, poiché l’occhio corrisponde alle cose visibili, l’orecchio alle udibili e la ragione alle intelligibili, così anche la legge della mia coscienza dovrebbe corrispondere a un potere che legifera, la testimonianza della mia coscienza deve corrispondere a un’equità che esegue, e la lode e il biasimo della mia coscienza a una giustizia che giudica. Poiché il potere, l’equità e la giustizia corrispondono agli attributi essenziali di una persona, devo concluderne che quel potere personale è intelligente al fine di poter fare le leggi; che quell’equità personale è onnisciente al fine di poter avere una corretta introspezione del carattere morale; e che quella giustizia personale è suprema, al fine di poter emanare le sentenze a seconda dei suoi giudizi. E quel potere intelligente, quell’equità onnisciente e quella giustizia suprema, davanti a cui mi inginocchio accorato, sono Dio. (…)

Si potrà obiettare: “Se Dio sapeva ciò che avrei fatto, se sapeva che avrei rubato, perché mi ha creato?”. La risposta è la seguente: “Dio non ti ha creato ladro. Sei stato tu a fare di te stesso un ladro”. Noi siamo esseri suscettibili di auto-creazione, abbiamo dentro di noi il potere di scegliere i nostri atti: ciò comporta un’autodeterminazione. Quanti sostengono che resistendo alla nostra natura inferiore ci creiamo dei “complessi”, dimenticano che il complesso non si stabilisce resistendo alla tentazione, bensì cedendovi. Noi non siamo in questo mondo semplicemente come oggetti, cioè non solo le cose accadono a noi; ma siamo anche soggetti, nel senso che le facciamo accadere. Ciascuna delle nostre libere scelte forma nelle nostre vite uno schema; questo schema è il nostro carattere. Tutto quello che facciamo, nel bene e nel male affonda nel nostro inconscio. Al termine della sua giornata di lavoro, l’uomo d’affari trascriverà dal suo libro mastro tutti i debiti e i crediti della giornata. Analogamente, al termine di ogni vita umana sarà estratta dal nostro intelletto cosciente o incosciente la registrazione di ogni pensiero, di ogni parola e azione. Questa formerà il nostro giudizio.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

LA PACE NON È L’ASSENZA DELLA GUERRA: ERRORI DEL COMUNISMO E DEL PACIFISMO

In quest’ora in cui sentiamo tanto parlare di pace, dobbiamo porci la domanda: “Che cosa è la pace?”

Esistono, della pace, tre definizioni diverse: ​​
1) La concezione comunista della pace. ​​2) La concezione borghese della pace. ​​
3) La vera concezione della pace.

La visione comunista della pace è allo stesso tempo una tattica e una meta. Nessuno più dei comunisti ritiene la pace una meta e una tattica al tempo stesso. In questa contrapposizione di propositi si trova l’inganno. La pace intesa come tattica significa l’uso di metodi non violenti e non militari in vista di un’offensiva violenta e della frustrazione delle altre nazioni. La meta della pace comunista è il completo asservimento del mondo alla dittatura sovietica. Per i comunisti non può esserci una pace autentica finché non si sia ottenuta la distruzione completa di tutta la proprietà privata, l’abolizione della morale e della religione, l’insubordinazione di ogni procedimento democratico a un totalitarismo. Questa è la meta; ma la strategia consiste nel parlare di pace per spingere le nazioni al disarmo e per convincerle che le rivoluzioni ispirate da Mosca sono fatti puramente locali e isolati. Con simili astuzie i sovietici sperano di scoraggiare il resto del mondo e di prepararne la conquista definitiva.

La concezione borghese della pace è un’idea negativa: la pace sarebbe infatti l’assenza della guerra. Molti vorrebbero arrivare stabilmente a questo genere di pace, che molto spesso viene acquistata a prezzo della giustizia e perfino della libertà e dell’equità dei popoli. Questo genere di “pace” produce spesso una guerra fredda in cui a ognuno sembra di essere sui carboni ardenti. Ma la pace non è l’assenza della guerra, come un diamante non è l’assenza di carbonio. La pace deve avere una qualche concezione positiva, il che ci conduce al vero concetto di pace.

La vera definizione della pace è questa: la pace è la tranquillità nell’ordine, non la tranquillità pura e semplice, perché anche i ladri possono essere tranquilli nel possesso del bottino. Molto spesso il mare è tranquillo prima di una tempesta; La pace è quindi la tranquillità nell’ordine, e l’ordine implica la giustizia, e la giustizia comporta la legge. In un individuo regna la pace quando i sensi sono subordinati alla ragione, la ragione alla fede, il corpo all’anima, e tutta la personalità a Dio. La pace è inscindibile dalla giustizia, poiché nessuno si muove direttamente alla conquista della pace; la pace è un prodotto della giustizia: Pax opus justitiae, cioè “la pace è opera della giustizia”. Si ha la pace nazionale e internazionale quando ciascuno rende al prossimo quanto gli è dovuto, quando i cittadini riconoscono e onorano Dio come legislatore supremo, e quando ogni nazione ammette che tutti gli altri popoli e nazioni debbano partecipare alla spartizione dei beni economici che la terra dona.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

IL CRISTIANESIMO MODERNO HA ABBANDONATO LA CROCE: “La nostra indifferenza verso la verità ha portato alla perdita della passione per la verità”

Il cristianesimo moderno ha abbandonato la croce, simbolo dell’abnegazione, dell’autodisciplina e della condizione di profondo senso dell’alterità. Al suo posto è arrivata la filosofia dell’egoismo, dell’autoaffermazione e del comfort personale. La filosofia della croce era troppo sacra per essere dimenticata, troppo necessaria per il perseguimento di qualsiasi obiettivo per essere abbandonata; così i comunisti hanno raccolto la croce non appena il cristianesimo l’ha lasciata cadere…

Il nostro mondo occidentale ha abbandonato la croce in casa, a scuola e nelle nostre molteplici relazioni umane. Per disposizione naturale, siamo inclini a fare di noi stessi il centro. A meno che le comete che volteggiano nei cieli non siano destinate a risolversi pacificamente intorno ad un sole centrale, esse diventano rivoluzionarie e danneggiano altri mondi.

(Fulton J. Sheen, da “Bishop Sheen Writes; Communist Has a Cause, But Hate Isn’t Enough. 1955”)

“La nostra indifferenza verso la verità ha portato alla perdita della passione per la verità”

La nostra indifferenza verso la verità ha portato alla perdita della passione per la verità. Il risultato è che oggi ci sono pochissimi ideali per i quali un uomo morirebbe, o addirittura soffrirebbe un sacrificio. La nostra falsa apertura mentale, se solo la conoscessimo, nasce dalla nostra perdita di fede e di certezza. Quando dimentichiamo lo scopo della vita, perdiamo il dinamismo per raggiungerlo; quando perdiamo le certezze fondamentali della vita, perdiamo anche l’energia per lottare per esse.

Poiché abbiamo perso la passione per la verità, la giustizia e la rettitudine, una letargia e un’apatia si sono talmente impadronite della nostra civiltà che abbiamo difficoltà a difendere anche la lealtà ordinaria della vita.

Non abbiamo una forte passione per le grandi cause, nessun grande odio per il male, ma solo spade sguainate a metà; abbiamo gettato via le nostre mappe della vita e non sappiamo da che parte girarci. È orribile da contemplare, ma probabilmente nel mondo non c’è abbastanza amore per la verità così da poter iniziare una crociata.

(Fulton J. Sheen, da “Freedom Under God,1940”)

P.S. Per “crociata” Fulton non intende una guerra fisica ma una battaglia spirituale per difendere e affermare la verità nelle nostre vite e nella società.

LO STATO TOTALITARIO: L’ESTINZIONE DELLA LIBERTÀ E LA PROFEZIA DI DOSTOEVSKIJ

Purtroppo, in molti casi il Liberalismo è stato ferito e ucciso, non dalla riaffermazione della persona e dalla rinascita della libertà, ma dall’errore opposto dello Stato totalitario o collettivismo che nega all’uomo ogni diritto inalienabile e gli nega ogni possibilità di sviluppare la sua personalità. L’uomo è così assorbito nel gruppo o nella classe o nella razza che non può fare o pensare nulla di contrario alla volontà del dittatore. Il dittatore, a sua volta, si giustifica dicendo che il bene del tutto è quello che lui esige.

L’unica morale in una tale visione è la morale di Stato; l’unica coscienza, la coscienza di Stato; l’unico fine è la glorificazione della nazione, della razza o della classe. La libertà in questa teoria non risiede nell’uomo ma nello Stato; i diritti non nascono nell’anima, ma nel gruppo; l’uomo non è una persona sociale, ma una parte di un tutto e come tale è un mezzo per un fine.

Una delle espressioni più notevoli della menzogna totalitaria è quella profezia del comunismo del romanziere e filosofo russo Dostoevskij, che nella sua opera “I Demoni”, scritta nel 1871, ha dato una descrizione così accurata dell’estinzione della libertà sotto il comunismo che si potrebbe credere sia stata scritta a Mosca proprio quest’anno nel 1940:

“Partendo dalla libertà illimitata, sono arrivato al dispotismo illimitato. L’umanità deve essere divisa in due parti. Un decimo gode di libertà assoluta e di potere illimitato sugli altri nove decimi. Gli altri devono rinunciare ad ogni individualità e diventare un branco, attraverso una sottomissione senza limiti, voluta da una serie di rigenerazioni, per raggiungere l’innocenza primordiale, qualcosa come il giardino dell’Eden. Dovranno però lavorare. Le misure per privare nove decimi dell’umanità della loro libertà e trasformarla in una mandria attraverso l’educazione di intere generazioni sono basate sui fatti della natura e altamente logiche”.

(Fulton J. Sheen, da “Freedom Under God, 1940”)

LA VERA RIVOLUZIONE DI CUI ABBIAMO BISOGNO DEVE INIZIARE NELL’UOMO PRIMA CHE NELLA SOCIETÀ: “Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione che purghi il cuore dell’uomo dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria e dall’ira”

Questa liquidazione dell’uomo nel mondo moderno non sarà arrestata dalle semplici proteste di orrore. È necessario riconoscere l’iniquità della filosofia comunista, e cominciare ad affermare, qui negli Stati Uniti, il valore della persona umana come creatura di Dio. Come Hitler ha messo l’accento sulla razza, come Mussolini lo fissò sulla nazione, così i comunisti lo pongono sulle masse rivoluzionarie. È giunta l’ora di affermare la potenza, il valore e la vocazione dell’individuo, cioè ritornare a quella che giustamente Marx considerò la base della democrazia, cioè la verità che ogni uomo possiede un’anima immortale.

Quanto ora procuriamo di fare nel mondo occidentale è lo stolto tentativo di preservare i frutti del Cristianesimo senza conservarne le radici. La personalità ha una base religiosa. Una persona è un soggetto, non un oggetto. Una persona vale di più dell’intero universo: “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?”. Una persona realizza se stessa e arriva a una relativa perfezione nella società, ma solo in quanto possiede in se stessa un principio indipendente dalla società, ovvero un’anima. L’anima ha diritti antecedenti a qualunque Stato, o dittatore, o parlamento, o sovrano.

La Dichiarazione d’indipendenza americana dice: “Il Creatore ha dotato l’uomo di alcuni diritti inalienabili”. Il mondo deve allontanarsi dalla civiltà di massa restaurando il valore della persona. Il Signore dell’universo scorse un valore anche in un criminale d’infima specie e gli disse: “Oggi sarai con me nel Paradiso”. Questa promessa fu la pietra su cui poggiano le basi della democrazia. I comunisti hanno ragione nel dire che il mondo americano necessita di una rivoluzione. È vero: questo mondo ha bisogno di una rivoluzione, ma non della volgare rivoluzione comunista che si limita a trasferire il bottino dalla tasca di uno in quella di un altro.

Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione che purghi il cuore dell’uomo dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria e dall’ira. La vera battaglia contro il comunismo ha inizio nel cuore di ogni singolo americano. La rivoluzione deve aver inizio nell’uomo prima che nella società. La rivoluzione comunista è stata un fallimento basilare: non è abbastanza rivoluzionaria, perché lascia l’odio nel cuore dell’uomo. Più che del comunismo, dobbiamo aver paura di vivere senza Dio. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? (…)

Il fondamento di questa negazione sovietica della libertà religiosa è ovvio. Il comunismo è totalitarismo, e totalitarismo significa il possesso totale dell’uomo, anima e corpo. Una democrazia lascia l’anima libera di servire il suo Dio, ma il totalitarismo non può permettersi di concedere all’anima la libertà. Quindi deve perseguitare la religione. Dov’è l’anima, là c’è la libertà. Il ghiaccio non ha spirito: deve necessariamente essere freddo. Per estinguere la libertà, il totalitarismo deve perseguitare l’anima. L’esilio di Dio significa sempre l’esercizio della tirannide sull’uomo. (…)

Infine, una delle grandi differenze tra la Costituzione americana e la Costituzione sovietica è che la prima ha fondato un governo del popolo, mentre la seconda ha fondato un governo delle masse. Il popolo è costituito da persone. Una persona è un essere razionale autodeterminato, con una coscienza propria, e una personalità unica e incomunicabile, ed è fonte di diritti e libertà inalienabili.

Che cosa sono le masse? Sono persone che hanno perduto la propria coscienza; sono persone che non sono capaci di autodeterminarsi, nonostante siano mosse dall’esterno mediante la propaganda; sembrano come formiche nel formicaio dello Stato sovietico. Le masse non sono l’opposto della classe, ma sono l’opposto della personalità. Il loro cervello è stato “depurato” al punto che esse sono diventate pronte ad aderire spontaneamente a qualsiasi cosa venisse loro proposta, a patto che sia stata ripetuta un sufficiente numero di volte. Il pericolo grave, nelle democrazie, è che il popolo possa diventare “massa”.

Il governo americano non è un governo di masse. La nostra Costituzione inizia così: “Noi, popolo degli Stati Uniti… ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione per gli Stati Uniti d’America”. Lincoln, nel suo discorso di Gettysburg, fece eco alla nostra gloriosa Costituzione quando espresse la speranza “che il governo del popolo, esercitato dal popolo e per il popolo”, non potesse mai sparire dalla faccia della terra. Siamo popolo perché siamo persone; siamo persone perché abbiamo un’anima; se abbiamo un’anima, abbiamo dei diritti, e questi diritti ci vengono da Dio. Se desideriamo conservare il nostro profumo, dobbiamo conservare i nostri fiori; se desideriamo conservare i nostri diritti, dobbiamo anche conservare il nostro Dio!

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

PREGHIERA, MEDITAZIONE, ORA SANTA: “La preghiera è l’elevazione della nostra anima a Dio fino a corrispondere perfettamente alla sua divina volontà…dobbiamo vivere in intima amicizia con Dio…Per dare Cristo agli altri, occorre possederlo”

La preghiera è l’elevazione della nostra anima a Dio fino a corrispondere perfettamente alla sua divina volontà… Per corrispondere alla divina volontà, dobbiamo innanzitutto conoscerla e in secondo luogo avere la grazia e la forza di seguirla, una volta conosciuta. Ma per ottenere questi due doni, della luce per le nostre menti e della forza per la nostra volontà, dobbiamo vivere in intima amicizia con Dio. Questo avviene mediante la preghiera. Una vita di preghiera, pertanto, consiste nel vivere secondo la santa volontà di Dio, mentre una vita senza preghiera è un’esistenza dominata dall’arbitrio e dall’egoismo.

Ma perché trascorrere un’ora a meditare? Perché viviamo alla superficie della nostra anima, conoscendo ben poco di Dio e della nostra interiorità. Conosciamo più le cose che il destino. Molte delle nostre difficoltà e fastidi sono dovuti a errori nel nostro piano di vita. Avendo dimenticato lo scopo della vita, abbiamo finito per dubitare anche del suo valore. Un osso fratturato provoca dolore perché non è al suo posto; le nostre anime soffrono perché non tendiamo alla pienezza della Vita, della Verità e dell’Amore, che è Dio. (…)

Lo ha chiesto il Signore: «Non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora?» (Mt 26,40). Questa parola era rivolta a Pietro, ma riferita a Simone. È la nostra natura di Simone ad aver bisogno di quell’ora. Se appare difficile, è perché «lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mc 14,38). L’Ora Santa mantiene l’equilibrio tra il lato spirituale e quello pratico. Le filosofie occidentali tendono a un attivismo in cui l’uomo fa tutto e Dio nulla; quelle orientali, invece, tendono a un quietismo in cui Dio fa tutto e l’uomo nulla. La giusta via di mezzo è indicata da San Tommaso: «L’azione segue la contemplazione», Marta cammina insieme a Maria. L’Ora Santa unisce la vita attiva e contemplativa della persona. Grazie a quest’ora insieme al Signore, le nostre meditazioni e risoluzioni passano dal livello conscio al subconscio per diventare stimoli all’azione. Uno spirito rinnovato inizia a pervadere la nostra opera. Artefice del cambiamento è il Signore che riempie i nostri cuori e le nostre opere con le sue mani. Una persona può dare soltanto ciò che possiede. Per dare Cristo agli altri, occorre possederlo. (…)

L’Ora Santa ci aiuta a riparare i peccati del mondo e i nostri. Quando il Sacro Cuore apparve a santa Margherita Maria, era proprio il suo cuore a essere coronato di spine, non la sua testa. L’Amore era ferito. Messe nere, comunioni sacrileghe, scandali, ateismo militante…, chi riparerà per tutto questo? Chi sarà Abramo per Sodoma, Maria per quelli che non hanno vino? I peccati del mondo sono i nostri, come se li avessimo commessi noi. Se hanno causato al Signore sudore di sangue, al punto che rimproverò i discepoli per non avergli fatto compagnia un’ora sola, diremo forse, con Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello» (Gen 4,9)? Riduce i nostri cedimenti alle tentazioni e alla debolezza. Presentarci davanti al Signore nel Santissimo Sacramento è come portare un malato di tubercolosi all’aria buona e alla luce del sole. Il virus dei nostri peccati non può resistere a lungo di fronte alla Luce del mondo. «Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare» (Sal 16,8). La nostra inclinazione al peccato viene prevenuta dalle barriere che l’Ora Santa erige ogni giorno. La nostra volontà si dispone al bene con un piccolo sforzo consapevole da parte nostra. Satana, il leone ruggente, non poté stendere la sua mano sul giusto Giobbe, finché non gli fu concesso (Gb 1,12). Di sicuro allora il Signore non permetterà cadute gravi a coloro che custodisce (1 Cor 10,13). Con piena fiducia nel Signore eucaristico, avranno una resilienza spirituale, si riprenderanno rapidamente dopo una caduta: «Se sono caduta, mi rialzerò; se siedo nelle tenebre, il Signore sarà la mia luce. Sopporterò lo sdegno del Signore perché ho peccato contro di lui, finché egli tratti la mia causa e ristabilisca il mio diritto» (Mi 7,8-9). Il Signore sarà benevolo verso il più debole, se ci troverà in adorazione ai suoi piedi, pronti a ricevere i favori divini. Saulo di Tarso, il persecutore, si era appena umiliato di fronte al suo Creatore, che Dio inviò in suo aiuto un messaggero, dicendogli: «Ecco, sta pregando» (At 9,11). Persino chi è caduto può attendersi di venire rassicurato, se veglia e prega. «Li farò crescere e non diminuiranno, li onorerò e non saranno disprezzati» (Ger 30,19). (…)

L’Ora Santa è una preghiera personale. Chi si limita allo stretto necessario è come un impiegato che depone subito gli strumenti appena sente suonare l’orario di uscita. L’amore inizia quando il dovere finisce. È come donare il mantello quando ti portano via il cappotto. È percorrere un miglio in più. «Prima che mi invochino, io risponderò; mentre ancora stanno parlando, io già li avrò ascoltati» (Is 65,24). Di certo non siamo tenuti a fare un’Ora Santa, ed è proprio questo il punto. L’amore non è mai obbligato, tranne all’inferno. Qui l’amore deve sottomettersi alla giustizia. Essere forzati ad amare è una sorta di inferno. Nessun uomo che ama una donna è obbligato a donarle un anello di fidanzamento e nessuno che ami il Sacro Cuore è tenuto a donargli un’Ora di fidanzamento. «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,67) è amore debole; «Vi siete addormentati?» (cfr. Mc 14,37) è amore irresponsabile; «Possedeva infatti molte ricchezze» (Mt 19,22; Mc 10,22) è amore egoista. Ma chi ama il suo Signore trova il tempo per altre attività prima di compiere atti d’amore, «al di sopra e al di là del dovere»? Il paziente ama il medico che gli addebita ogni visita o inizia ad amarlo quando il medico dice: «Ero passato solo per vedere come stai»? La meditazione ci preserva dal cercare continue scappatoie per i nostri affanni e miserie. Quando insorgono le difficoltà, quando abbiamo i nervi a fior di pelle a causa di false accuse, c’è sempre un pericolo da cui guardarci, come gli Israeliti, quello di lasciarsi andare. «Così dice il Signore Dio, il Santo d’Israele: “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza”. Ma voi non avete voluto, anzi avete detto: “No, noi fuggiremo su cavalli”. Ebbene, fuggite! “Cavalcheremo su destrieri veloci”. Ebbene, più veloci saranno i vostri inseguitori» (Is 30,15-16). Non c’è via di fuga, né piacere, né bevanda, né amici o occupazioni, è la risposta. L’anima non può «fuggire a cavallo», ma avere «ali» per volare verso un luogo in cui la sua «vita è nascosta […] con Cristo in Dio» (Col 3,3). (…)

Infine, l’Ora Santa è necessaria alla Chiesa. Non si può leggere l’Antico Testamento senza diventare consapevoli della presenza di Dio nella storia. Con quanta frequenza Dio si è servito di altre nazioni per punire Israele per i suoi peccati! Ha fatto dell’Assiria la «verga del mio furore» (Is 10,5). La storia del mondo sin dall’incarnazione è la Via della croce. Il sorgere e il crollo delle nazioni sono subordinati al regno di Dio. Non possiamo comprendere il mistero delle disposizioni di Dio, poiché è il «libro sigillato» dell’Apocalisse. Giovanni pianse al vederlo (Ap 5,4). Non poteva comprendere la ragione di questo istante di prosperità e di quell’ora di avversità. Il solo requisito è avventurarsi nella fede e il premio è la profonda intimità per quanti coltivano la sua amicizia. Dimorare con Cristo è amicizia spirituale, come Lui ha ribadito nella notte solenne e sacra dell’Ultima Cena, quando ha voluto donarci l’Eucaristia: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4). Egli desidera dimorare insieme a noi, «perché dove sono io siate anche voi» (Gv 14,3). (…)

Nella preghiera vocale ci sono tre tipi di attenzione: 1) alle parole, se non le pronunciamo errate; 2) al loro senso e significato; infine 3) a Dio e all’intenzione per cui preghiamo. Quest’ultimo tipo di attenzione è essenziale per la preghiera vocale. Invece, lo scopo principale dell’Ora Santa è coltivare la preghiera mentale, o meditazione. Pochissime anime meditano abitualmente; sono spaventate alla sola parola, ad altre nessuno ne ha insegnato l’esistenza. Nell’ordine umano un innamorato è sempre consapevole della persona amata, vive alla presenza dell’altro, sceglie di compiere la volontà dell’altro e considera massimo motivo di gelosia essere minimamente superato nel dono di sé. Applicatelo a un’anima innamorata di Dio e avrete le basi della meditazione. Di conseguenza, la meditazione è una sorta di comunione tra spirito e spirito, il cui oggetto è Dio.

Senza pretendere di esaurirne gli aspetti formali, ma rendendoli comprensibili ai principianti, ecco le tecniche di meditazione:

1. Noi parliamo a Dio. Iniziamo a metterci alla presenza di Dio. Chi fa l’Ora Santa davanti al Santissimo Sacramento, deve essere consapevole di trovarsi davanti al Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo. Naturalmente esistono diversi livelli di intimità tra le persone. In un teatro ci sono centinaia di presenti ma poca o nessuna intimità tra loro. Questa varia in base al tipo di conversazione che stabiliamo con uno o più di loro e a seconda che scaturisca da interessi comuni. Lo stesso avviene con Dio; pertanto, la preghiera non è semplicemente richiedere cose, ma perseguire una trasformazione, cioè diventare «conformi all’immagine del Figlio» (Rm 8,29). Non preghiamo per disporre Dio a darci qualcosa, ma per disporre noi a ricevere qualcosa da lui: la pienezza della vita divina.

2. Dio ci parla. L’attività non c’è solo sul piano umano, ma anche su quello divino. Una conversazione è uno scambio, non un monologo. Come l’anima desidera avvicinarsi a Dio, così pure Dio desidera avvicinarsi all’anima. Sarebbe sbagliato monopolizzare una conversazione con gli amici; è ancora più sbagliato farlo nella nostra relazione con Dio. Non dobbiamo parlare sempre noi, ma anche essere buoni ascoltatori. «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» (1 Sam 3,9). Adesso l’anima sperimenta la verità delle parole: «Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi» (Gc 4,8).

Nel corso dell’intera meditazione concepirà devoti sentimenti di adorazione, supplica, sacrificio e riparazione a Dio, ma lo farà specialmente al termine. Questi affetti o colloqui si offrono preferibilmente a parole nostre, perché ciascun’anima ha la propria via per amare Dio e Dio ama ciascuna in maniera particolare. Al principio, l’anima è attratta da Gesù attraverso impulsi di grazia, colmata di pensieri e aspirazioni naturali, ma è digiuna di quelli soprannaturali. Non comprende nulla di Dio né di sé stessa. Ha una relazione ben poco intima con la Divinità fuori di sé e all’interno di sé, ma inizia a conversare con Gesù. Se continua a frequentare la sua compagnia, il Signore a poco a poco la rende sempre più partecipe e comincia a illuminarla. Contemplando i misteri della fede, è aiutata da lui ad andare oltre le parole, gli eventi e i simboli, finora compresi solo superficialmente, e a cogliere l’intimo senso delle verità soprannaturali contenute in essi. Le Scritture vengono gradualmente svelate all’anima. I testi ben noti cominciano ad acquisire un nuovo e profondo significato. Espressioni familiari rivelano una conoscenza che l’anima si meraviglia di non aver mai scoperto prima. Questa nuova luce mira interamente a offrire una piena e più perfetta comprensione dei misteri della fede, cioè dei misteri della vita di Gesù. (…)

L’Ora Santa non è una preghiera ufficiale ma personale. Ogni prete, essendo un uomo, ha un cuore differente da chiunque altro al mondo che deve trovare da sé l’argomento della sua preghiera. Dio non ama le “lettere formali” più di noi. Oltre alla preghiera liturgica o ufficiale ci deve essere quella del cuore. Noi predichiamo continuamente agli altri, ma nell’Ora Santa predichiamo a noi stessi.

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

https://www.edizioniares.it/it/prodotti/spiritualita/signore-insegnaci-a-pregare

PERCHÉ DIO SI È FATTO UOMO?L’incarnazione del Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo: “La divinità si incarna, la maestà si sottomette, la libertà si lascia imprigionare, l’eternità si fa tempo”

-L’incarnazione del Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo-

L’amore di per sé tende a diffondersi, ma l’Amore divino è creatore: ha confidato i segreti della sua bontà al nulla, ed ecco la creazione. Ha fatto qualcosa a sua immagine e somiglianza, ed ecco l’uomo. L’amore dona in abbondanza ed ecco l’uomo elevato a figlio adottivo di Dio. L’amore deve sempre correre il rischio di non essere ricambiato, perché l’amore è libero. Il cuore umano ha rifiutato di ricambiare quell’amore nel solo modo in cui lo si può manifestare, vale a dire, con la confidenza e la fiducia nell’ora della prova. Allora l’uomo ha perso i doni divini, ha visto oscurarsi l’intelletto, la volontà indebolita e introdursi il primo peccato, quello originale, nel mondo, poiché in definitiva il peccato è un rifiuto dell’amore.

È stato il rifiuto di amare, da parte dell’uomo, ad aver causato i peggiori problemi nell’intera storia dell’umanità, in ultima analisi, il problema di restituire all’uomo la grazia dell’Amore di Dio. In breve, il problema era il seguente: l’uomo ha peccato, ma il suo peccato non era solo una mera ribellione contro un altro uomo, bensì una rivolta contro l’amore infinito di Dio. Pertanto, il suo peccato era infinito. Questo è un lato del problema, ma ecco l’altro lato: ogni infrazione o violazione di una legge richiede riparazione o espiazione. Dal momento che Dio è amore infinito, Egli poteva perdonare l’uomo e dimenticare l’oltraggio, ma il perdono senza riparazione avrebbe annientato la giustizia, contrariamente alla natura di Dio.

Senza porre alcun limite alla misericordia divina, si potrebbe meglio comprendere la sua azione se la sua misericordia fosse preceduta da una soddisfazione per i peccati, perché nessuno può essere misericordioso senza essere giusto. La misericordia è la sovrabbondanza della giustizia. Ma presupponendo che l’uomo debba soddisfare, potrebbe forse farlo in maniera adeguata per i propri peccati? No, perché sarebbe in grado di offrire una soddisfazione o riparazione o espiazione limitata. L’uomo che è finito, ha un debito infinito. Ma come è possibile a un uomo che è in debito di un milione pagare con un centesimo? Come può l’umano espiare di fronte al divino? Come possono riconciliarsi giustizia e misericordia?

Per soddisfare alla caduta dell’uomo, il finito e l’infinito, l’umano e il divino, Dio e l’uomo dovrebbero in qualche modo essere uniti insieme. Dio non sarebbe venuto a soffrire soltanto in quanto Dio, altrimenti non avrebbe avuto nulla in comune con l’uomo: il peccato non era di Dio, ma dell’uomo. Né l’uomo poteva soffrire o espiare da sé, perché i meriti della sua sofferenza sarebbero stati soltanto finiti. Per offrire una soddisfazione completa, si dovevano adempiere due condizioni: l’uomo doveva essere e agire da uomo per espiare; e al contempo doveva essere Dio perché le sue sofferenze avessero valore infinito.

Ma affinché il finito e l’infinito non agissero come due persone distinte, e dalle sofferenze dell’uomo risultasse un merito infinito, Dio e l’uomo dovevano in qualche modo diventare una cosa sola o, in altre parole, essere un Dio-Uomo. Per riconciliare giustizia e misericordia era necessaria un’incarnazione, vale a dire che Dio avrebbe assunto una natura umana in modo da essere vero Dio e vero uomo. Ci sarebbe stata una unione di Dio e dell’uomo, e questa unione si sarebbe realizzata nella nascita nel Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. L’amore tende a somigliare all’amato; desidera concretamente unirsi all’amato. Dio ha amato l’uomo senza meriti. Ha voluto unirsi a lui, ed ecco l’incarnazione. (…)

Generato senza una madre nel Cielo, nacque senza un padre sulla terra; Colui che ha creato sua madre, è nato da lei; Il creatore di ogni carne, è nato dalla carne. «L’uccello che ha costruito il nido è stato covato in esso». L’artefice del sole è sotto il sole stesso, Colui che ha plasmato la terra, è sulla terra, la Sapienza ineffabile è un neonato, Colui che ha riempito il mondo, giace in una mangiatoia.

Colui che governa le stelle viene allattato al seno, la gioia del Cielo piange, Dio si è fatto uomo, il Creatore si è fatto creatura. Il ricco diviene povero, la divinità si incarna, la maestà si sottomette, la libertà si lascia imprigionare, l’eternità si fa tempo, il padrone si fa servo, la verità diviene imputato, il Giudice è giudicato, la giustizia condannata, il Signore è flagellato, la potenza è legata da funi, il Re è coronato di spine, la salvezza viene ferita, la Vita muore.

«Il Verbo eterno è folle». Meraviglia delle meraviglie! Unione delle unioni! Tre misteriose unioni convergono in una: la divinità e l’umanità; la verginità e la fecondità; la fede e il cuore dell’uomo…

La Caduta è stata causata da tre elementi: in primo luogo, un uomo disobbediente, Adamo; in secondo luogo, una donna orgogliosa, Eva; in terzo luogo, un albero. Sono gli stessi elementi a consentire la riconciliazione e la redenzione dell’uomo. Per l’Adamo disobbediente, c’è il nuovo Adamo della stirpe umana, Cristo; per l’orgogliosa Eva, l’umile Maria; per l’albero, la Croce.

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)