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VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA: “Andò in fretta da Elisabetta: Maria ha sempre fretta di fare il bene. Con deliberata sollecitudine diviene la prima infermiera della civiltà cristiana”

Uno dei più bei momenti della storia fu quando una donna gravida si incontrò con un’altra donna gravida, quando due donne incinte divennero i primi araldi del Re dei re. Tutte le religioni pagane cominciano con gli insegnamenti di adulti: il cristianesimo comincia con la nascita di un bambino. Da quel giorno fino a oggi i cristiani sono stati sempre i difensori della famiglia e dell’amore della prole. Se mai ci fossimo messi a scrivere ciò che ci aspettavamo da Dio, certamente l’ultima cosa che ci saremmo aspettata sarebbe stata di vederlo imprigionato per nove mesi in un ciborio di carne, e la penultima che “il più grande tra i nati di donna”, mentre era ancora nel seno di sua madre, salutasse il Dio-uomo ancora nella sua prigione. Ma questo è proprio quanto accadde durante la Visitazione.

All’Annunciazione l’angelo disse a Maria che sua cugina Elisabetta stava per divenire madre di Giovanni Battista. Maria era allora una giovanetta, ma sua cugina era “avanti negli anni”, il che vuol dire che aveva oltrepassato l’età nella quale si può concepire. “Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. (Lc 1,36-38). La nascita di Cristo prescinde dall’uomo, quella di Giovanni Battista prescinde dall’età! “Niente è impossibile a Dio”. (…)

Maria “andò in fretta” da Elisabetta: ha sempre fretta di fare il bene. Con deliberata sollecitudine diviene la prima infermiera della civiltà cristiana. La donna si affretta a incontrare una donna. Chi ha Cristo nel cuore e nell’animo serve meglio il prossimo. Portando in sé il segreto della salvezza, Maria compie i cinque giorni di viaggio che separano Nazareth dalla città di Hebron dove, secondo la tradizione, riposano le ceneri dei fondatori del popolo di Dio: Abramo, Isacco e Giacobbe.

“Salutò Elisabetta”: la primavera serve l’autunno. Maria, portando in sé colui il quale dirà: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire”, serve ora la cugina che ha nel seno quegli che sarà la tromba di lui, la voce di lui nel deserto. Niente induce tanto a porsi al servizio di chi ne ha bisogno quanto la coscienza della propria indegnità allorché si è visitati dalla grazia di Dio. La serva del Signore diviene la serva di Elisabetta.

Udendo il saluto della donna, il bimbo che Elisabetta portava “sussultò nel suo seno”. Ecco che l’Antico Testamento si incontra col Nuovo, le ombre si dissolvono gioiosamente di fronte alla realtà. Tutti i desideri e le attese di migliaia di anni, rivolti a colui che sarebbe stato il Salvatore, sono ora appagati in questo momento di estasi in cui Giovanni Battista incontra Cristo, il Figlio del Dio vivente. Maria è presente a tre nascite: alla nascita di Giovanni Battista, alla nascita del suo Figlio divino e alla “nascita” di Giovanni l’evangelista, ai piedi della Croce, quando il maestro gli dice: “Ecco tua Madre!”. Maria, la donna, presiede a tre grandi momenti della vita umana: a una nascita, in occasione della Visitazione; a un matrimonio, le nozze di Cana; e a una morte, o a una rinuncia della vita, in occasione della crocifissione del suo figlio divino.

“Il bambino sussultò nel suo seno ed Elisabetta fu piena di Spirito Santo”. Una Pentecoste precedette la Pentecoste. Il corpo fisico di Cristo, nel seno di Maria, riempie ora Giovanni Battista dello Spirito di Cristo; trentatré anni più tardi il Corpo Mistico di Cristo, la sua Chiesa, sarà ricolmo dello Spirito Santo, e anche allora ci sarà Maria, in mezzo agli apostoli perseveranti nella preghiera. Giovanni viene santificato da Gesù. Sicché Gesù non è come Giovanni, non uomo soltanto, ma anche Dio. Sta per scriversi la seconda parte di quella preghiera che, dopo il Pater, è la più bella di tutte: l’Ave Maria. La prima parte fu pronunciata da un angelo: “Ave (Maria) o piena di grazia; il Signore è con te!” (Lc 1,28). Ora Elisabetta aggiunge la seconda parte “a gran voce”: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo (Gesù)”.

La vecchiaia non si mostra gelosa della giovinezza o del privilegio, dal momento che Elisabetta è la prima a proclamare pubblicamente che Maria è la madre di Dio: “A che cosa devo che la Madre del Signore mio venga a me?”. Più che dalle labbra di Maria, Elisabetta lo seppe dallo Spirito di Dio che aveva posto il nido nel seno di lei. Maria ricevette lo Spirito di Dio da un angelo; Elisabetta fu la prima a riceverlo da Maria. Cugina-infermiera a una nascita, madre-infermiera a una morte. Maria non ha nulla che sia soltanto per lei, nemmeno suo Figlio. Già prima di nascere, suo Figlio appartiene ad altri. E subito dopo avere accolto in sé l’ospite divino, Maria si alza da quella balaustra di comunione che è Nazareth per andare da una vecchia e renderla giovane. Elisabetta non sarebbe vissuta certamente tanto da vedere il figlio suo decapitato per desiderio della danzante figliastra di Erode, ma Maria sarebbe vissuta e morta al tempo stesso nel vedere il figlio suo soffrire la morte perché morte non ci fosse più.

Elisabetta, descrivendo come il Dio-uomo nascosto in Maria operava nella sua anima e nella nuova vita racchiusa nel suo vecchio corpo, esclamò: “Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,44-45). Eva aveva creduto al serpente; adesso Elisabetta loda Maria perché Maria, credendo in Dio, ha cancellato il male prodotto da Eva. Ma appena un bambino, non ancora nato, balza di gioia nella sua prigione di carne, un canto sale gioiosamente alle labbra di Maria. Elevare un canto vuol dire possedere la propria anima. Maria, la sorella di Mosè, cantò dopo la miracolosa traversata del Mar Rosso. Cantò Debora dopo la sconfitta dei Cananei. Dov’è libertà, lì è il libero canto. Il marito di Elisabetta cantò il Benedictus come inizio dell’ordine nuovo, perché il Signore è venuto “non per abolire la legge, ma per completarla”. Pure soltanto come uno specchio, in cui Elisabetta vedeva riflesso l’Emanuele non ancora nato, Maria brillava del canto di quei giorni avvenire, nei quali Lui solo sarebbe stato la luce del mondo. Maria sorride tra lacrime di gioia e fa spuntare l’arcobaleno di un canto. Almeno fino alla nascita, la Donna conoscerà l’allegrezza. Trascorsi quei nove mesi, colui che è racchiuso nel suo seno dirà: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada” (Mt 10,34).

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

LA MESSA È IL PIÙ GRANDE EVENTO NELLA STORIA DELL’UMANITÀ, È IL CULMINE DELLA LITURGIA CRISTIANA: “L’unica Azione Santa che trattiene l’ira divina dal mondo peccatore, poiché innalza la croce tra cielo e terra”

L’atto più sublime nella storia di Cristo è stata la sua morte. La morte è sempre importante, poiché sancisce un destino. Ogni uomo che muore cattura l’attenzione. Ogni scena di morte è un luogo sacro. È la ragione per cui la grande letteratura del passato che ha toccato le emozioni che circondano la morte, non è mai passata di moda. Ma di tutte le morti a memoria d’uomo, nessuna è stata più significativa della morte di Cristo. Chiunque altro sia venuto al mondo, è venuto per vivere; Nostro Signore è venuto a morire. La morte ha costituito un ostacolo nella vita di Socrate, ma il coronamento della vita di Cristo. Egli stesso ha detto di essere venuto «per dare la propria vita in riscatto per molti»; che nessuno gli avrebbe tolto la vita, ma Egli stesso la offriva da sé (Mt 20,28; Gv 10,18). Se allora la morte è stata il momento supremo per cui Cristo è vissuto, di conseguenza era l’unica cosa che desiderava venisse ricordata. Non ha chiesto agli uomini di trascrivere le sue parole; non ha chiesto che la sua amabilità verso i poveri venisse ricordata nella storia; invece, ha chiesto agli uomini di ricordare la sua morte. Affinché questa memoria non divenisse un racconto confuso da parte degli uomini, Egli stesso stabilì il modo preciso con cui lo si sarebbe ricordato.

Il memoriale fu istituito nella notte precedente la sua morte, nel corso di quella che, da allora in poi, sarebbe stata chiamata l’ultima cena. Prendendo il pane nelle sue mani, disse: «Questo è il mio Corpo, che sarà consegnato per voi», vale a dire, consegnato alla morte; quindi, sul calice del vino disse: «Questo è il mio Sangue della Nuova Alleanza, che sarà versato per molti per la remissione dei peccati» (cfr. Lc 22,19; Mt 26,28). Pertanto, in un simbolo incruento della divisione del sangue dal corpo, attraverso la consacrazione separata del pane e del vino, Cristo si offrì alla morte in vista di Dio e degli uomini e prefigurò la sua stessa morte che sarebbe avvenuta alle tre del pomeriggio seguente. Egli stava offrendo sé stesso come vittima da immolare e, affinché gli uomini non dimenticassero mai che «nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), diede alla Chiesa il comando divino: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Il giorno seguente, dopo averlo prefigurato e predetto, lo portò a compimento, quando venne crocifisso tra due ladroni e il suo Sangue scorreva via dal suo Corpo per la redenzione del mondo. La Chiesa fondata da Cristo non solo ne ha preservato le parole e i miracoli, ma lo ha preso sul serio quando ha detto: «Fate questo in memoria di me». E quell’azione con cui ripresentiamo la sua morte sulla croce è il sacrificio della Messa, in cui compiamo come memoriale ciò che Egli stesso ha fatto nell’Ultima Cena prefigurando la sua passione.

Di conseguenza la Messa è il culmine della liturgia cristiana. Un pulpito da cui si ripetono le stesse parole di Nostro Signore non è in grado di unirci a Lui; un coro dai cui inni traspaiano i sentimenti più dolci, non è in grado di portarci più vicino alla croce che alle sue vesti. Tra i popoli primitivi non esisteva un tempio senza un altare del sacrificio e sarebbe assurdo tra i cristiani. Così, nella Chiesa cattolica, il centro del culto è l’altare, non il pulpito o il coro o l’organo, perché lì ha luogo nuovamente il memoriale della sua passione. Il suo valore non dipende da chi parla o da chi ascolta, ma solo da colui che è l’unico Sommo Sacerdote e Vittima, Gesù Cristo Nostro Signore. Veniamo uniti a Lui, nonostante il nostro nulla; in un certo senso, in quel momento perdiamo la nostra individualità, unendo il nostro intelletto, la nostra volontà, il nostro cuore, la nostra anima, il nostro corpo e il nostro sangue così intimamente a Cristo che il Padre celeste non vede tanto noi, con le nostre imperfezioni, ma vede noi in Lui, l’amato Figlio in cui si è compiaciuto.

La Messa, per questa ragione, è il più grande evento nella storia dell’umanità, l’unica Azione Santa che trattiene l’ira divina dal mondo peccatore, poiché innalza la croce tra cielo e terra, rinnovando quell’istante decisivo in cui la nostra triste e tragica umanità è andata incontro improvvisamente alla pienezza della vita soprannaturale.

A questo punto è essenziale assumere la giusta attitudine mentale verso la Messa e ricordare questo fatto decisivo: il sacrificio della croce non è qualcosa che è accaduto secoli fa. Accade ancora oggi. Non si tratta di un evento passato, come la firma della Dichiarazione di Indipendenza; è un dramma tuttora in corso, su cui non è ancora calato il sipario. Non crediamo che sia accaduto molto tempo fa e pertanto non ci riguardi più di qualsiasi altro evento passato. Il Calvario appartiene a ogni tempo e a ogni luogo. È per questo che, quando Nostro Signore è salito fino in cima al Calvario, opportunamente è stato spogliato delle sue vesti: voleva salvare il mondo senza lasciarsi racchiudere in un mondo passato. Le sue vesti appartenevano al tempo e lo avrebbero identificato stabilmente come un abitante della Galilea. Adesso che ne era privo e totalmente spogliato di ogni cosa terrena, non apparteneva alla Galilea, né a una provincia romana, ma al mondo. Divenne il povero universale del mondo, che non apparteneva a un solo popolo ma al mondo intero. Per esprimere ulteriormente l’universalità della redenzione, la croce fu eretta a un crocevia di civiltà, all’incrocio fra le tre grandi culture di Gerusalemme, Roma e Atene, in nome delle quali fu crocifisso.

La croce fu quindi piantata sotto gli occhi degli uomini, per attrarre i distratti, richiamare gli indifferenti, risvegliare i mondani. Era il solo fatto incontrovertibile a cui le culture e civiltà del suo tempo non potevano resistere. È anche l’unico fatto incontrovertibile del nostro tempo, a cui a nostra volta non possiamo resistere. I personaggi della croce simboleggiavano tutti i crocifissori. In loro eravamo rappresentati noi stessi. Ciò che noi ora facciamo al Corpo Mistico, lo stavano compiendo loro a nostro nome verso il Cristo storico. Se siamo invidiosi del bene, eravamo lì negli scribi e nei farisei. Se ci spaventa la perdita di qualche vantaggio temporale accogliendo la Verità e l’Amore di Dio, eravamo lì in Pilato. Se confidiamo nelle forze materiali, e cerchiamo di affermarci attraverso il mondo invece che attraverso lo spirito, eravamo lì in Erode. E così la storia procede per i singoli peccati del mondo, che ci rendono ciechi dinanzi al fatto che Lui è Dio. C’era pertanto una sorta di inevitabilità riguardo alla crocifissione. Uomini liberi di peccare erano altrettanto liberi di crocifiggere. Da quanto esiste il peccato nel mondo la crocifissione è una realtà. Come ha scritto la poetessa Rachel A. Taylor:

Ho visto passare il figlio dell’uomo Incoronato da una corona di spine «Non era tutto finito, Signore», gli dissi, «E tutta l’angoscia ormai sostenuta?». Egli volse a me il suo sguardo impressionante: «Non hai compreso? Ogni anima è un Calvario e ogni peccato un crocifisso»

Allora eravamo lì, durante quella crocifissione. Il dramma era già compiuto per quel che riguarda la visione di Cristo, ma non era ancora stato dispiegato davanti agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo. Se la bobina di un film, per esempio, avesse consapevolezza di sé, conoscerebbe il dramma dall’inizio alla fine, mentre gli spettatori al cinema ne sarebbero ignari fino alla fine della proiezione. Analogamente, Nostro Signore sulla croce vide nella sua mente eterna l’intero dramma della storia, la storia di ogni singola anima individuale e il modo in cui più tardi avrebbe reagito alla sua crocifissione; ma se Egli vide tutto, noi invece non possiamo sapere come reagiremo alla croce finché non saremo proiettati sullo schermo del tempo. Non eravamo consapevoli di essere presenti quel giorno sul Calvario, ma Egli era consapevole della nostra presenza. Oggi conosciamo il ruolo che interpretiamo sulla scena del Calvario, attraverso il modo in cui viviamo e operiamo ora sulla scena del mondo. Per questo il Calvario è attuale, per questo la croce ci mette in crisi, perché in un certo senso le cicatrici sono ancora aperte, perché il dolore è ancora divinizzato e perché il sangue che cade come stelle ancora si riversa sulle nostre anime. Non c’è via di scampo dalla croce, neanche negandola come hanno fatto i farisei; né vendendo Cristo, come Giuda; né crocifiggendolo, come i carnefici. Lo vediamo tutti, sia che la abbracciamo per la salvezza, sia che fuggiamo da essa verso la miseria.

Ma in che modo è resa visibile? Dove troveremo il Calvario perpetuato? Troveremo il Calvario rinnovato, ri-attuato, ri-presentato, come abbiamo visto, nella Messa. Il Calvario è una cosa sola con la Messa, e la Messa è una cosa sola con il Calvario, perché in entrambi c’è lo stesso Sacerdote e Vittima. Le Sette Ultime Parole sono come le sette parti della Messa. E proprio come le sette note della musica permettono un’infinita varietà di armonie e combinazioni, così anche sulla croce ci sono sette note divine che Cristo morente ha fatto risuonare nei secoli, ciascuna delle quali concorre a formare la meravigliosa armonia della redenzione del mondo. Ogni parola è una parte della Messa. La prima, «Perdonali», è il Confiteor; la seconda, «Oggi sarai con me in paradiso», è l’Offertorio; la terza, «Ecco tua Madre», è il Sanctus; la quarta, «Perché mi hai abbandonato?», è la Consacrazione; la quinta, «Ho sete», è la Comunione; la sesta, «È compiuto», è l’Ite missa est; la settima, «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», è l’ultimo Vangelo.

Immagina, dunque, Cristo Sommo Sacerdote che lascia la sacrestia del Cielo per l’altare del Calvario. Ha già indossato i paramenti della nostra natura umana, il manipolo della nostra sofferenza, la stola del sacerdozio, la casula della croce. Il Calvario è la sua cattedrale; la roccia del Calvario è la pietra dell’altare; il sole che volge al rosso è la lampada del santuario; Maria e Giovanni sono gli altari laterali viventi; l’ostia è il suo Corpo; il vino è il suo Sangue. Egli è innalzato come Sacerdote, prostrato come Vittima. La sua Messa sta per iniziare.

(Fulton J. Sheen, dal prologo di “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

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IN QUESTO VIDEO, CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO, FULTON SHEEN CI SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA SANTA MESSA:

“VIVERE LA MESSA” DI FULTON SHEEN È ORA DISPONIBILE, CON IL TITOLO ORIGINALE “IL CALVARIO E LA MESSA”, NELL’ANTOLOGIA “SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE”

Il libro “Vivere la messa” pubblicato dalla San Paolo nel 2012 ma ormai fuori catalogo, è ora disponibile nel volume appena pubblicato dalle edizioni Ares “Signore, insegnaci a pregare”. È stato inserito, in questa stupenda antologia, con il titolo originale dell’opera “Il Calvario e la Messa”: https://www.edizioniares.it/detail.asp?id_prod=916

Per la recensione dell’antologia pubblicata dalle edizioni Ares clicca qui: https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2021/05/21/un-nuovo-e-imperdibile-libro-di-fulton-sheen-signore-insegnaci-a-pregare/

GESÙ OGGI È PIÙ VICINO A NOI IN CONFRONTO A 2000 ANNI FA. CRISTO È PRESENTE E VIVE ORA SULLA TERRA CONCRETAMENTE E REALMENTE…MA COME?

-STRAORDINARIA MEDITAZIONE DI FULTON SHEEN-

“Come Cristo vive oggi in noi”

Quanto spesso sentiamo delle anime lamentarsi di essere così distanti dalla Galilea e lontane da Gesù. Il mondo è pieno di uomini e donne che pensano a Nostro Signore solo ed esclusivamente secondo ciò che i loro occhi possono vedere e le loro mani possono toccare. Quanti sono coloro che, a partire dalla verità del fatto che Egli è stato un grande Maestro dalla straordinaria influenza, che ha camminato su questa terra duemila anni fa, ricostruiscono il panorama del lago e delle colline della Galilea e si servono al meglio della propria immaginazione per descrivere le esatte circostanze della sua vita terrena; ma si fermano qui nell’apprezzarne la vita. Hanno imparato a pensare abitualmente a lui come a un personaggio della storia umana, come Cesare, Washington o Maometto; pensano a lui come qualcuno che è vissuto sulla terra e non c’è più. Ma che Egli possa agire su di noi adesso, ovunque si trovi, ovunque sia la sua natura, che possa ascoltarci e lasciarsi avvicinare da noi, è un pensiero accantonato con disprezzo come se rientrasse fra astrazioni teologiche e dogmi insensati. Queste anime possono seguirne l’esempio, applicare le sue Beatitudini a questa o quella situazione della loro vita, ammirarne l’esistenza come un esempio di grande sacrificio e ispirazione, ma al di là di questo, Cristo per loro non significa nulla. Di conseguenza sono tra quelli che, secondo san Paolo, conoscono Cristo soltanto secondo la carne.

Bisogna ammettere che la prolungata presenza sensibile e visibile del nostro Salvatore sarebbe stata di continua ispirazione alle nostre vite, ma non dobbiamo dimenticare che Egli stesso ha detto, nella notte prima di morire: «È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16,7). Strane parole, queste. Perché pronunciarle proprio quando ha distaccato i cuori dei suoi apostoli dalle loro reti, dalle loro barche dalle loro abitudini, stringendoli tanto vicino al suo Sacro Cuore? Come gioverebbe loro la sua partenza? Conveniva a lui andarsene per poter essere più vicino a noi. Ecco la vera ragione del suo allontanarsi: «Perché se io non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. […] Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete […] ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (vedi Gv 16,7.16.22).

Pronunciando queste solenni parole alla vigilia della sua crocifissione, il Signore affermava espressamente che stava tornando alle sconfinate profondità della vita di suo Padre, da cui era venuto, ma andando via non li avrebbe lasciati orfani, perché sarebbe tornato in un modo nuovo, vale a dire, attraverso il suo Spirito. Era come se il Signore dicesse che se fosse rimasto sulla terra, con la sua vita corporea, sarebbe stato solo un esempio da imitare; ma se fosse andato al Padre inviando il suo Spirito, allora Egli sarebbe stato una “Vita” da vivere. Se fosse rimasto sulla terra, sarebbe stato sempre al di fuori di noi, una voce esterna, un eterno esempio, non avremmo potuto possederlo che mediante un abbraccio. Ma una volta asceso al Cielo e seduto alla destra del Padre nella gloria, allora poteva mandare il suo Spirito nelle nostre anime, per essere con noi non come una persona esterna, ma come un’anima vivente. Allora, non sarebbe stato solo qualcosa da copiare meccanicamente, ma qualcosa di vitale da riprodurre; non qualcosa di esteriore da raffigurare nelle nostre vite, ma qualcosa di vivente da fare crescere in noi. La sua ascensione al Cielo, la discesa del suo Spirito nelle nostre anime, erano il solo modo per lui di unirsi pienamente a noi, di dimorare con noi, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, ed essere nel senso più stretto «Cristo in noi».

Era conveniente, dunque, che se ne andasse. Altrimenti sarebbe rimasto confinato nella storia e in un paese. Ora, Egli appartiene agli uomini. Grazie al suo Spirito invisibile che ha inviato nel suo Corpo Mistico, Cristo vive ora sulla terra concretamente e realmente proprio come in Galilea 20 secoli fa. In un certo senso è più vicino a noi di allora, perché il suo vero Corpo all’epoca era al di fuori di noi, ma grazie al suo Spirito ora Egli può vivere in noi, come la vera Anima della nostra anima, il vero Spirito del nostro spirito, la Verità della nostra mente, l’Amore del nostro cuore e l’Anelito della nostra volontà. Pertanto, la vita di Cristo è traslata grazie allo Spirito dal mero ambito della storia, che studiamo attraverso la ragione, al regno dell’esperienza spirituale, dove Lui parla direttamente alle nostre anime.

Sarà stato di grande consolazione per la donna cananea toccare l’orlo della sua veste, per la Maddalena aver baciato i suoi piedi, per Giovanni aver riposato sul suo petto nella notte dell’Ultima Cena, ma si trattava di intimità esteriori, certamente di grande forza e fascino, perché sensibili, ma nessuna in grado di avvicinarsi vagamente all’unione, all’intimità che deriva dal possedere Cristo interiormente, grazie allo Spirito Santo. Le gioie più grandi della vita sono quelle che provengono dall’unione. Non raggiungiamo le vette dell’unione finché non c’è una fusione di amori, di pensieri e desideri, così profonda che pensiamo all’unisono con la persona amata, amiamo con la persona amata, desideriamo ciò che lei desidera; e questa unione raggiunge il culmine quando l’anima diviene una sola cosa con lo Spirito di Cristo, che è lo Spirito di Dio. Le gioie dell’amicizia, anche la più nobile, non sono che ombre e pallidi riflessi della gioia di un’anima in possesso dello Spirito di Cristo. La più alta felicità umana, che proviene dall’unione con l’amato, quanto più sia possibile a un cuore, tuttavia non è che una scintilla in confronto alla Grande Fiamma dello Spirito di Cristo che arde in un’anima che lo ama. Cos’è esattamente questa vita di Cristo nell’anima battezzata? È la grazia, un dono soprannaturale che ci viene elargito grazie ai meriti di Gesù Cristo per la nostra salvezza.

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

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P.S. Il libro è stato appena pubblicato dalle edizioni Ares

L’INCONTRO TRA FULTON SHEEN E PAPA SAN GIOVANNI PAOLO II: “Avete scritto e parlato bene del Nostro Signore Gesù Cristo! Siete stato un figlio fedele della Chiesa.”

Dio ti ha chiamato a proclamare in modo straordinario la sua parola dinamica. Con grande zelo hai accettato questa chiamata e hai diretto i tuoi molti talenti alla diffusione del Vangelo di Gesù Cristo. Così, in questi sei decenni del tuo servizio sacerdotale, Dio ha toccato la vita di milioni di uomini e donne del nostro tempo. Ti hanno ascoltato alla radio, ti hanno visto alla televisione, hanno tratto profitto dai tuoi numerosi successi letterari e hanno partecipato alle conferenze spirituali da te condotte. E così con San Paolo: “Ringrazio il mio Dio ogni volta che penso a te; e ogni volta che prego per te, prego con gioia, ricordando come hai contribuito a diffondere la Buona Novella”.

(Citazione tratta da una lettera che Papa Giovanni Paolo II scrisse all’Arcivescovo Fulton J. Sheen l’11 ottobre 1979, due mesi prima della sua morte. L’arcivescovo Sheen e San Giovanni Paolo II avevano un grande amore e rispetto l’uno per l’altro.)

Il 2 ottobre 1979, due mesi prima della morte di Fulton Sheen, Papa Giovanni Paolo II visitò la cattedrale di San Patrizio a New York e lo abbracciò, dicendogli:

“Avete scritto e parlato bene del Nostro Signore Gesù Cristo! Siete stato un figlio fedele della Chiesa.”

-IL DIAVOLO- IL VIDEO DELLA STRAORDINARIA CATECHESI DI FULTON SHEEN CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO… DA NON PERDERE! BUONA VISIONE!

-IL DIAVOLO-

IL VIDEO DELLA STRAORDINARIA CATECHESI DI FULTON SHEEN CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO… DA NON PERDERE! BUONA VISIONE!

Per il testo della traduzione cliccare qui: ://amicidifultonsheen.wordpress.com/2021/03/23/la-catechesi-profetica-di-fulton-sheen-lanticristo-lazione-del-diavolo-nella-chiesa-e-sulle-anime-il-concilio-vaticano-le-divisioni-allinterno-della-chiesa/

PENTECOSTE: “LA DISCESA DELLO SPIRITO SANTO SUGLI APOSTOLI E LA NASCITA DELLA CHIESA, IL CORPO MISTICO DI CRISTO”. PERCHÉ GESÙ NON È RIMASTO SULLA TERRA NELLA SUA PRESENZA FISICA E VISIBILE?

-La discesa dello Spirito Santo sugli apostoli-

Molti hanno desiderato che Nostro Signore fosse rimasto sulla terra, per poter sentire la Sua voce, vedere i Suoi occhi compassionevoli e portare i nostri figli a essere benedetti dalle Sue mani. Ma Egli disse: “È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò”.

Se Nostro Signore fosse rimasto sulla terra, sarebbe stato solo un esempio da copiare, non una “Vita” da vivere. Ritornando al suo Padre celeste, Egli poteva allora inviare sia dal Padre che da se stesso lo Spirito Santo che lo avrebbe fatto vivere sulla terra nel suo nuovo corpo, che è la Chiesa. Il corpo umano è composto da milioni di cellule, eppure è uno solo perché vivificato da una sola anima, presieduto da una testa visibile e governato da una mente invisibile.

Così a Pentecoste, gli Apostoli, che erano come le cellule di un corpo, sono diventati il Corpo Mistico di Cristo, perché vivificati dal Suo Spirito Santo, governati da una sola testa visibile, Pietro, e presieduti da una sola testa invisibile, Cristo in cielo. La nostra gloriosa Chiesa non è un’organizzazione, ma un organismo. Come Nostro Signore una volta pensava, governava e santificava attraverso un corpo umano, che Egli prese dal grembo della Sua benedetta Madre, così ora Egli insegna, governa e santifica attraverso il suo Corpo Mistico, la Chiesa, che Egli prese dal grembo dell’umanità adombrata dal Suo Santo Spirito.

Cristo era infallibile quando parlava attraverso un corpo umano; è ancora infallibile quando insegna attraverso un Corpo mistico. Cristo santificava quando perdonava i peccati con labbra umane; Egli santifica ancora quando perdona i peccati attraverso il potere dei Suoi sacerdoti. Cristo governava attraverso il Suo corpo umano, e governa ancora: “Chi ascolta voi, ascolta Me”. Come una goccia di sangue può vivere nel corpo, ma la goccia di sangue non può vivere fuori dal corpo, così nessuno di noi può vivere la pienezza della vita di Cristo se non nel Suo Corpo Mistico che è la Chiesa.

(Fulton J. Sheen, da “The Fifteen Mysteries”)

LA NASCITA DELLA CHIESA, IL CORPO MISTICO DI CRISTO.

Come il Figlio di Dio, nell’Incarnazione, assunse un corpo umano dal seno della vergine Maria adombrata dallo Spirito Santo, così ora a Pentecoste Cristo assume dal seno dell’umanità un corpo mistico, poiché lo Spirito Santo adombrò i dodici apostoli con “Maria in mezzo a loro che aspettavano in preghiera”. Il Corpo mistico è la Chiesa; Lui ne è il capo invisibile; Pietro e i suoi successori, il capo visibile; noi, le membra; e lo Spirito Santo, l’anima. Come Cristo un tempo insegnò, governò e santificò attraverso la sua natura umana, così ora Lui insegna, governa e santifica attraverso altre nature umane riunite nel suo corpo mistico: la Chiesa. Non possiamo mai abbastanza ringraziare Dio di averci fatti membri del suo unico ovile e di averci posti sotto un unico pastore.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del mondo” edizioni Fede e Cultura)

PERCHÉ GESÙ NON È RIMASTO SULLA TERRA NELLA SUA PRESENZA FISICA E VISIBILE?

“È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito”

Durante l’Ultima Cena, Nostro Signore promise di inviare lo Spirito ai suoi apostoli, discepoli e seguaci, come ha fatto cinquanta giorni dopo la Risurrezione, alla Pentecoste. Sarebbe sembrato meglio che il Signore fosse rimasto sulla terra, così che tutte le epoche avessero potuto ascoltare la sua voce ed emozionarsi dinanzi alla maestà della sua persona; ma egli ha detto che era meglio che andasse, altrimenti lo Spirito non sarebbe venuto.

Se fosse rimasto sulla terra, sarebbe stato solo un modello da imitare, ma se avesse inviato lo Spirito Santo, sarebbe stato una “Vita” da vivere.

Nostro Signore sapeva, il Giovedì Santo, che i suoi apostoli erano angosciati per la sua morte imminente, e li consolava annunciando i benefici che avrebbe apportato lasciando questo mondo e rimanendovi in un altro modo:

«Perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi» (Gv 16, 6-7).

La sua presenza perenne, anche nella sua condizione di gloria, avrebbe limitato la sua influenza morale e spirituale. Sarebbe diventato per gli uomini il tipo di Cristo presentato da Hollywood: una celebrità.
Invece di essere nei nostri cuori, sarebbe rimasto solo nei nostri sensi.

Gli uomini avrebbero mai pensato alla compagnia spirituale di Cristo, se ci fosse stata la sua compagnia fisica?
Se buoni e cattivi avessero avuto la medesima percezione di lui, se egli fosse rimasto all’esterno dell’anima umana e non all’interno? Che fede sarebbe stata, se lo avessimo visto? E il mondo non avrebbe cercato di crocifiggerlo nuovamente, benché fosse stato impossibile dopo la sua risurrezione?

Sono domande vane; la divina sapienza ha detto che era meglio che fosse partito dal mondo, perché una volta nella gloria avrebbe inviato il suo Spirito, «lo Spirito di verità che vi guiderà alla verità tutta intera».

I grandi uomini influenzano la terra solo dalle loro urne funerarie, ma Egli che ha inferto al mondo la sola ferita grave mai ricevuta – una tomba vuota – lo avrebbe governato dalla destra del Padre, mediante il suo Spirito.

Questo Spirito Egli lo ha inviato sulla Chiesa, come un’anima che entra in un feto; elementi disparati e disconnessi diventano una realtà vivente. Così gli apostoli, con i capricci e l’ignoranza di ciascuno, sotto il fuoco della Pentecoste si fusero nel Corpo mistico di Cristo visibile e vivente.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

Hai cinque sensi che ti mettono in contatto con il mondo materiale e sensibile che passa intorno a te. Ma hai mai notato che quando desideri fare un pensiero profondo chiudi gli occhi, chiudi le porte delle orecchie ai sonagli della terra?

Perché più chiudi fuori le cose della terra, più lo Spirito di Dio parla dentro di te. Imparerai più verità dallo Spirito che dai libri, come gli Apostoli a Pentecoste hanno imparato più sulla Vita di Cristo di quanto non abbiano fatto in tre anni di vita terrena con Lui.

(Fulton J. Sheen da “Quaresima e Ispirazioni pasquali”)

LA CRESIMA È IL SACRAMENTO DEL COMBATTIMENTO CONTRO IL MONDO, LA CARNE E IL DIAVOLO: LO SPIRITO SANTO CI RENDE SOLDATI DI CRISTO NELL’ESERCITO DELLA CHIESA!

Le parole di Nostro Signore sull’invio dello Spirito di verità che amplierà la nostra conoscenza di lui, prova che l’intera verità non può rientrare in parole scritte. La Pentecoste non è stata la discesa di un libro, ma di vive lingue di fuoco. Il sacramento della Confermazione smentisce quanti dicono che «il discorso della montagna era sufficiente per loro». L’insegnamento di Nostro Signore registrato nei Vangeli, fu implementato, completato e rivelato nel suo senso più profondo dallo spirito di verità che egli ha donato alla sua Chiesa. Certamente conosciamo Cristo leggendo i Vangeli, ma scopriamo il significato più autentico delle sue parole e conosciamo Cristo più pienamente quando abbiamo il suo Spirito.

Soltanto mediante lo Spirito riconosciamo che egli è il divino Figlio di Dio e il Redentore dell’umanità: «Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene» (Rm 8, 8-9).

-Il Sacramento del combattimento-

Ogni sacramento ha a che fare con la morte di Cristo, ma la Confermazione o Cresima intensifica tale rassomiglianza. Il Battesimo dona un tesoro al cristiano; la Confermazione lo spinge a combattere per custodirlo contro i tre grandi nemici: il mondo, la carne e il diavolo. Il carattere militare del sacramento è evidenziato nei quattro simboli o atti che seguono.

1) “La fronte è unta col crisma nel segno della croce”. La croce, per sua natura, evoca opposizione. Più uno crocifigge le sue passioni e rigetta i falsi insegnamenti del mondo, più è calunniato e combattuto. Il Calvario non unisce solo gli amici di Nostro Signore, ma anche i suoi nemici. Coloro che erano opposti l’un l’altro, misero da parte i loro conflitti minori per un odio più grande. Giuda e i sinedriti, i farisei e i pubblicani, i tribunali religiosi e i sovrintendenti romani, benché si disprezzassero l’un l’altro, nondimeno inflissero insieme i colpi di martello e chiodi alle mani e ai piedi di Cristo: «Poiché non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15, 19). Quando il piccolo fiore di Lisieux, santa Teresa, si preparava alla Confermazione, ne vide il legame con la crocifissione: «Sono andata al ritiro per la Cresima. Mi sono preparata con cura alla venuta dello Spirito Santo. Non posso comprendere perché si presti così poca attenzione al sacramento dell’amore. Come gli apostoli, ho atteso con gioia il Consolatore promesso. Ho gioito pensando che presto sarei dovuta essere una perfetta cristiana e avrei avuto la mia fronte segnata eternamente dalla misteriosa croce di questo sacramento ineffabile. Quel giorno ho ricevuto la forza di soffrire, una forza di cui avevo molto bisogno, perché il martirio della mia anima stava per iniziare di lì a poco».

2) “La grazia interiore del sacramento dona fortezza e altri doni destinati alla battaglia dello Spirito”. Nella Pentecoste gli apostoli furono resi testimoni della Risurrezione di Cristo e la parola “testimone”, in greco significa “martire”. Così, nella Confermazione, il cristiano è segnato con potenza e audacia sulla fronte, perché né paura né falsa modestia possano trattenerlo dal confessare pubblicamente Cristo. Il bestiame è spesso marchiato col nome del proprietario e gli schiavi o i soldati al servizio dell’imperatore sono tatuati per potersi riconoscere più facilmente qualora disertassero il servizio. Plutarco attesta che c’era l’usanza di marchiare gli animali destinati al sacrificio, come a sigillare che erano riservati per qualcosa di sacro. Erodoto parla di un tempio in Egitto in cui il fuggitivo poteva reclamare il diritto del santuario: una volta che lo avesse fatto, sarebbe stato marchiato o tatuato, a indicare che era proprietà di Dio e, di conseguenza, inviolabile e sacrosanto. Il significato spirituale del marchio è anticipato qui: «Ammazzate fino allo sterminio: non toccate, però, chi abbia il tau in fronte» (Ez 9,6). L’ultimo giorno, gli eletti saranno sigillati sulla fronte nel nome dell’Agnello e di suo Padre, per essere preservati dalla distruzione (Ap 7, 3). La Confermazione, quindi, consiste nel marchiare una persona nell’esercito dell’Agnello. San Paolo dice: «E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione» (Ef 4, 30).

3) “Al cresimato si dà un colpetto sulla guancia per ricordargli che, in quanto soldato di Cristo, dovrà essere pronto a soffrire ogni cosa per amor suo”. Rinnegare la propria fede per un effimero piacere carnale o arrendersi per timore del ridicolo, è molto più grave agli occhi di Dio del tradimento di un soldato dal suo dovere. Péguy, rimpiangendo un desiderio di coraggio spirituale scrive: «Vergogna a coloro che provano vergogna. Non è questione di credere o meno, è questione di sapere qual è la causa più frequente della perdita di fede. Nessuna causa può essere più vergognosa della vergogna – e della paura. E di tutte le paure, la più vergognosa è certamente la paura del ridicolo, la paura di essere presi per matti. Uno può credere o non credere. Ma vergogna a colui che rinnega il suo Dio per evitare di essere fatto oggetto di scherno. Ho in mente quel povero, timoroso disgraziato che guardava qua e là con paura per assicurarsi che non ci fosse qualche alto personaggio che aveva deriso lui, la sua fede e il suo Dio. Vergogna a coloro che si vergognano. La vergogna implica una codardia che non può far ricorso a nulla. Vergogna a coloro che si vergognano».

4) “Il carattere combattivo della Confermazione è ulteriormente evidenziato dal fatto che il suo ministro ordinario è il vescovo, che è come dire un generale nell’esercito della Chiesa”.
Poiché la Confermazione dona un aumento dello Spirito Santo rispetto al Battesimo, è amministrata opportunamente dall’unico che ha la pienezza del sacerdozio. Quando il vescovo estende le sue braccia sui cresimati, come successore degli apostoli, imita Pietro e Giovanni che imposero le mani sui nuovi convertiti della Samaria, così che «ricevevano lo Spirito Santo» (At 8, 17). Egli imita inoltre Paolo a Efeso: «Non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo» (At 19, 6). Il vescovo non tiene per sé la sua autorità; ne è un dispensatore, perché fu Nostro Signore che disse ai suoi apostoli di fare discepoli in tutte le nazioni (Mt 28, 19-20). Il vescovo, come autorità della Chiesa, incorpora il cresimato nelle responsabilità adulte. Da quel momento in poi il cresimato non conduce una vita cristiana individuale: egli inizia a impegnarsi nell’esercito. La Confermazione, di conseguenza, è la prima grande manifestazione della relazione stabilita tra l’autorità della Chiesa e l’individualità del cristiano.

Ogni sacramento è stato stabilito come una sorta di equilibrio tra l’individuo e la comunità. L’individuo è battezzato, ma il suo Battesimo lo incorpora nella comunità dei credenti: la Chiesa. La grazia discende nell’anima dell’individuo, ma la grazia è per la perfezione del Corpo mistico. Questo è vero anche per il sacramento della Confermazione che, ancor più del Battesimo, ci orienta verso la comunità o compagnia dei credenti. L’amore è un’unione da cui si fugge per egoismo. Quando uno raggiunge l’età adulta è aperto a un amore più ampio. I bambini vivono per sé stessi, gli adulti cessano di vivere solo per sé stessi, specialmente coloro che raggiungono la «perfetta età» dello spirito.

Il combattimento del Battesimo, come abbiamo visto, era un combattimento personale: nella Confermazione il combattimento è militare “ex officio” e sotto gli ordini del comandante. Il Battesimo è principalmente la battaglia contro i nemici invisibili: nella Confermazione c’è la battaglia contro i nemici sociali, vale a dire i persecutori della Chiesa. La morte mistica cui ci si sottopone nel Battesimo è individuale: nella Confermazione la morte mistica è comune. Siamo preparati a morire, a essere martiri, o a testimoniare Cristo per amore del suo «Corpo che è la Chiesa». La Confermazione quindi ci mette in relazione con la comunità; per questo nella Pentecoste lo Spirito fu infuso quando tutti gli apostoli erano radunati insieme con Maria in mezzo a loro.

La Confermazione ci rende soldati di Cristo. I soldati non si riuniscono da sé stessi per costituire un esercito. Così avviene nella Confermazione. La Chiesa non ha un esercito spirituale perché i suoi membri si offrono volontariamente in servizio. Piuttosto la Chiesa li fa crescere spiritualmente fino al punto in cui possono sostenere la battaglia spirituale ed essere autorizzati quali suoi combattenti che portano «la corazza della giustizia… lo scudo della fede… l’elmo della salvezza… e la spada dello Spirito» (Ef 6, 14.16.17).

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

UN NUOVO E IMPERDIBILE LIBRO DI FULTON SHEEN: “SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE”

Nel corso della storica carriera dell’arcivescovo Fulton Sheen, migliaia di persone si sono avvicinate a lui con una semplice richiesta: “Insegnaci a pregare”. Ora, per la prima volta in assoluto, i suoi saggi insegnamenti sulla preghiera sono stati raccolti in un unico volume per aiutarvi a perfezionare le vostre preghiere e renderle ciò che devono diventare: una santa abitudine quotidiana.

Per prima cosa ci sono le profonde riflessioni del Vescovo Sheen sulla preghiera del “Padre Nostro” e la sua indispensabile connessione con le Sette Ultime Parole di Cristo dalla Croce. Poi il vescovo Sheen svela le ricchezze, spesso trascurate, di altre preghiere cattoliche quotidiane, trasformandole da semplici recitazioni in potenti momenti di comunione con Dio.

Con il suo aiuto, poi viaggerai attraverso il Santo Sacrificio della Messa, con l’opera “Il Calvario e la Messa” (pubblicata in passato con il titolo “Vivere la Messa”, San Paolo 2012), imparando a portare pace alla tua anima e ad essere più aperto e disponibile alla grazia di Dio. Scoprirai anche come rendere le tue Ore Sante di Adorazione più efficaci e a padroneggiare una varietà di altre tecniche che il Vescovo Sheen ha impiegato nella sua fruttuosa ricerca della santità. Soprattutto, ti immergerai in una incomparabile collezione di riflessioni di Fulton Sheen sulla Messa, la meditazione per le Ore Sante, e decine di preghiere che raccomanda per la maggior parte delle occasioni della vita cristiana. Troverai anche delle meditazioni di alcuni santi che Fulton Sheen amava e consigliava.

Preghiera, meditazione, Ore Sante e Adorazione, la Messa, e anche un po’ di filosofia: c’è tutto in questa deliziosa antologia delle opere del santo Arcivescovo Fulton J. Sheen!

Per comprare il libro dal sito delle edizioni Ares, clicca qui: https://www.edizioniares.it/detail.asp?id_prod=916

Qui di seguito l’indice del libro-antologia e un estratto straordinario dalla meditazione “Come Cristo vive oggi in noi” che ti invoglierà ad acquistare il libro per il tuo cammino di santità, per la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime.

Indice del libro:

Introduzione del curatore

1. Le Sette Ultime Parole e il Padre Nostro

2. Il Calvario e la Messa: un messale per amico. Prologo – Il Confiteor – L’Offertorio – Il Sanctus – La Consacrazione – La Comunione – L’Ite, Missa est – L’Ultimo Vangelo.

3. L’Ora Santa e l’Adorazione. Meditazioni e riflessioni «Non avete vegliato un’ora sola con me?»

-Prima meditazione: L’incarnazione del Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo.

-Seconda meditazione: Come Cristo vive oggi in noi.

-Terza meditazione: La perdita della vita divina e il nostro destino ultimo.

-Quarta meditazione: Il dovere di rinnegare sé stessi.

-Quinta meditazione: Dare gloria a Dio nel mondo.

-Sesta meditazione: L’Eucaristia, necessità del nostro cuore.

-Settima meditazione: La nostra Beata Madre.

4. La Via Crucis

5. Pensieri per la meditazione: Pensieri sulla fede; Pensieri sulla lotta spirituale; Pensieri sulla preghiera e sul sacrificio; Pensieri sull’esame di coscienza; Pensieri incoraggianti; Pensieri sull’Eucaristia; Pensieri sulla Beata Madre.

Estratto dal libro:

“Come Cristo vive oggi in noi: la Grazia e la Vita di Cristo nell’anima”

Quanto spesso sentiamo delle anime lamentarsi di essere così distanti dalla Galilea e lontane da Gesù. Il mondo è pieno di uomini e donne che pensano a Nostro Signore solo ed esclusivamente secondo ciò che i loro occhi possono vedere e le loro mani possono toccare. Quanti sono coloro che, a partire dalla verità del fatto che Egli è stato un grande Maestro dalla straordinaria influenza, che ha camminato su questa terra duemila anni fa, ricostruiscono il panorama del lago e delle colline della Galilea e si servono al meglio della propria immaginazione per descrivere le esatte circostanze della sua vita terrena; ma si fermano qui nell’apprezzarne la vita. Hanno imparato a pensare abitualmente a lui come a un personaggio della storia umana, come Cesare, Washington o Maometto; pensano a lui come qualcuno che è vissuto sulla terra e non c’è più. Ma che Egli possa agire su di noi adesso, ovunque si trovi, ovunque sia la sua natura, che possa ascoltarci e lasciarsi avvicinare da noi, è un pensiero accantonato con disprezzo come se rientrasse fra astrazioni teologiche e dogmi insensati. Queste anime possono seguirne l’esempio, applicare le sue Beatitudini a questa o quella situazione della loro vita, ammirarne l’esistenza come un esempio di grande sacrificio e ispirazione, ma al di là di questo, Cristo per loro non significa nulla. Di conseguenza sono tra quelli che, secondo san Paolo, conoscono Cristo soltanto secondo la carne.

Bisogna ammettere che la prolungata presenza sensibile e visibile del nostro Salvatore sarebbe stata di continua ispirazione alle nostre vite, ma non dobbiamo dimenticare che Egli stesso ha detto, nella notte prima di morire: «È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16,7). Strane parole, queste. Perché pronunciarle proprio quando ha distaccato i cuori dei suoi apostoli dalle loro reti, dalle loro barche dalle loro abitudini, stringendoli tanto vicino al suo Sacro Cuore? Come gioverebbe loro la sua partenza? Conveniva a lui andarsene per poter essere più vicino a noi. Ecco la vera ragione del suo allontanarsi: «Perché se io non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. […] Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete […] ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (vedi Gv 16,7.16.22).

Pronunciando queste solenni parole alla vigilia della sua crocifissione, il Signore affermava espressamente che stava tornando alle sconfinate profondità della vita di suo Padre, da cui era venuto, ma andando via non li avrebbe lasciati orfani, perché sarebbe tornato in un modo nuovo, vale a dire, attraverso il suo Spirito. Era come se il Signore dicesse che se fosse rimasto sulla terra, con la sua vita corporea, sarebbe stato solo un esempio da imitare; ma se fosse andato al Padre inviando il suo Spirito, allora Egli sarebbe stato una “Vita” da vivere. Se fosse rimasto sulla terra, sarebbe stato sempre al di fuori di noi, una voce esterna, un eterno esempio, non avremmo potuto possederlo che mediante un abbraccio. Ma una volta asceso al Cielo e seduto alla destra del Padre nella gloria, allora poteva mandare il suo Spirito nelle nostre anime, per essere con noi non come una persona esterna, ma come un’anima vivente. Allora, non sarebbe stato solo qualcosa da copiare meccanicamente, ma qualcosa di vitale da riprodurre; non qualcosa di esteriore da raffigurare nelle nostre vite, ma qualcosa di vivente da fare crescere in noi. La sua ascensione al Cielo, la discesa del suo Spirito nelle nostre anime, erano il solo modo per lui di unirsi pienamente a noi, di dimorare con noi, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, ed essere nel senso più stretto «Cristo in noi».

Era conveniente, dunque, che se ne andasse. Altrimenti sarebbe rimasto confinato nella storia e in un paese. Ora, Egli appartiene agli uomini. Grazie al suo Spirito invisibile che ha inviato nel suo Corpo Mistico, Cristo vive ora sulla terra concretamente e realmente proprio come in Galilea 20 secoli fa. In un certo senso è più vicino a noi di allora, perché il suo vero Corpo all’epoca era al di fuori di noi, ma grazie al suo Spirito ora Egli può vivere in noi, come la vera Anima della nostra anima, il vero Spirito del nostro spirito, la Verità della nostra mente, l’Amore del nostro cuore e l’Anelito della nostra volontà. Pertanto, la vita di Cristo è traslata grazie allo Spirito dal mero ambito della storia, che studiamo attraverso la ragione, al regno dell’esperienza spirituale, dove Lui parla direttamente alle nostre anime.

Sarà stato di grande consolazione per la donna cananea toccare l’orlo della sua veste, per la Maddalena aver baciato i suoi piedi, per Giovanni aver riposato sul suo petto nella notte dell’Ultima Cena, ma si trattava di intimità esteriori, certamente di grande forza e fascino, perché sensibili, ma nessuna in grado di avvicinarsi vagamente all’unione, all’intimità che deriva dal possedere Cristo interiormente, grazie allo Spirito Santo. Le gioie più grandi della vita sono quelle che provengono dall’unione. Non raggiungiamo le vette dell’unione finché non c’è una fusione di amori, di pensieri e desideri, così profonda che pensiamo all’unisono con la persona amata, amiamo con la persona amata, desideriamo ciò che lei desidera; e questa unione raggiunge il culmine quando l’anima diviene una sola cosa con lo Spirito di Cristo, che è lo Spirito di Dio. Le gioie dell’amicizia, anche la più nobile, non sono che ombre e pallidi riflessi della gioia di un’anima in possesso dello Spirito di Cristo. La più alta felicità umana, che proviene dall’unione con l’amato, quanto più sia possibile a un cuore, tuttavia non è che una scintilla in confronto alla Grande Fiamma dello Spirito di Cristo che arde in un’anima che lo ama. Cos’è esattamente questa vita di Cristo nell’anima battezzata? È la grazia, un dono soprannaturale che ci viene elargito grazie ai meriti di Gesù Cristo per la nostra salvezza.

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

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-L’EUCARISTIA È IL CIBO DELLA NOSTRA ANIMA- L’Eucaristia è al di sopra di tutti gli altri sacramenti: è il sacramento della fede

«Se tu non mangi la carne del Figlio dell’uomo e non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te»

L’uomo ha un’anima così come ha un corpo. La sua parte spirituale richiede un cibo che è al di sopra di quello materiale, fisico e biologico. (…)
L’anima umana, essendo spirituale, richiede un cibo spirituale. Nell’ordine della grazia, questo cibo divino è l’Eucaristia, o la comunione dell’uomo con Cristo e di Cristo con l’uomo.

Non si tratta di qualcosa di contrario alla legge naturale, poiché se gli elementi chimici potessero parlare, direbbero alle piante: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te». Se la pianta potesse parlare, direbbe all’animale: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te». Se l’animale, la pianta e l’aria potessero parlare, direbbero all’uomo: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te».

Con la stessa logica, ma parlando dall’alto e dal basso, poiché l’anima è spirituale, Nostro Signore dice all’anima: «Se tu non mangi la carne del Figlio dell’uomo e non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te». La legge della trasformazione opera consistentemente attraverso la natura e la grazia. L’inferiore si trasforma nel superiore, la pianta si trasforma nell’animale quando questi se ne ciba; l’uomo è trasformato dalla grazia in Cristo, quando assume Cristo nella propria anima, perché è una qualità dell’amore quella di trasformarsi nell’oggetto amato.

Perché dovremmo sorprenderci del fatto che Egli si doni a noi come cibo? Dopo tutto, se Egli dona il cibo agli uccelli e alle bestie nell’ordine naturale, perché non dovrebbe fornirlo all’uomo nell’ordine soprannaturale? (…)

Se il cristianesimo fosse soltanto il ricordo di qualcuno che è vissuto oltre diciannove secoli fa, non varrebbe la pena di conservarlo. Se colui che è venuto su questa terra non fosse Dio, così come uomo, allora avremmo a che fare semplicemente con il fallibile e con l’umano. Ma anche ammettendo che egli sia Dio incarnato, come dovremmo entrare in contatto con lui? Certamente, non leggendo libri su di lui, benché siano edificanti e istruttivi; ovviamente non cantando inni, benché possano aiutarci dal lato emotivo. Il cuore umano desidera il contatto con l’amato. (…)

L’Eucaristia è il cibo della nostra anima, ma il potere di assimilazione qui appartiene a Cristo ed è lui che, nutrendoci, ci unisce e ci incorpora alla sua vita. Non è Cristo a essere trasformato in noi, come il cibo che mangiamo; siamo noi a essere incorporati a lui. Con Giovanni Battista diciamo: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3, 30). Il momento della Comunione è quella speciale intimità riservata ai veri amanti.

Nella vita ci sono tre tipi d’intimità: ascoltare, vedere e toccare. Il nostro primo contatto con chiunque ci ami è ascoltare la sua voce, il secondo è vederlo, il terzo – e questo è riservato solo ai più intimi – è il privilegio di toccarlo. Noi ascoltiamo su Cristo nelle Scritture, lo vediamo con gli occhi della fede, ma lo tocchiamo nell’Eucaristia. Egli ci chiede soltanto di purificare la nostra coscienza dal peccato e venire a lui pronti a ricevere ciò che Egli vuole donarci, poiché sa di cosa abbiamo bisogno.

La santa Comunione è incorporazione non solo alla vita di Cristo, ma anche alla sua morte. Questo secondo aspetto è talvolta dimenticato. San Paolo vi fa riferimento: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Cor 11, 26). In un altro passo, san Paolo ci dice che dobbiamo compiere nel nostro corpo ciò che manca alla Passione di Cristo. Per salvare le nostre anime, la vita di Cristo deve essere duplicata nella nostra vita.

Ciò che egli ha compiuto nella sua nascita, sul Calvario, nella sua risurrezione e nell’ascensione, dobbiamo farlo noi. Ma non possiamo avere accesso a quelle benedizioni celesti se non attraverso la croce, vale a dire attraverso la penitenza, la mortificazione, il rinnegamento di sé e la morte al nostro egoismo. Di qui, la Chiesa insiste sul fatto che dobbiamo essere in stato di grazia per poter ricevere Nostro Signore nell’Eucaristia. Come un cadavere non può ricevere nutrimento, così nessuno può ricevere il cibo divino senza la vita divina nella sua anima. In aggiunta a questo, la Chiesa richiede un certo tempo di digiuno prima della Comunione. Lo fa per ricordarci che l’Eucaristia non è solo un sacramento dei vivi, ma anche un sacramento di mortificazione.

Solo quando viene impresso in noi il segno della croce possiamo essere segnati dalla gloria della sua risurrezione. Dal momento della sua morte sul Calvario fino alla fine del tempo, quando verrà nella gloria, il Cristo morente è continuamente all’opera, ri-presentando la sua morte sull’altare e spingendoci, a nostra volta, a ri-presentarla nel distacco dai sette becchini dell’anima: i sette peccati capitali.

Noi siamo la cera ed egli è il sigillo. Egli vuole vedere in noi qualcosa della sua immolazione; e spetta a ogni cristiano, quindi, condurre una vita morente: essere più umili quando veniamo ostacolati, più pazienti quando le cose vanno male, morendo un po’ al mondo e al nostro io, essendo sempre felici di «testimoniare la sua morte nel nostro corpo fino a che egli venga». (…)

Il Santissimo Sacramento è presente nel tabernacolo giorno e notte. Qui Cristo dimora in corpo, sangue, anima e divinità sotto le specie sacramentali del pane. Come lo sappiamo? Cristo stesso ce lo ha detto! Ci sono altre evidenze fondamentali? Nient’altro che quella; ma ci sono forse altre ragioni al mondo così forti come la parola di Dio stesso? Per questo l’Eucaristia è al di sopra di tutti gli altri sacramenti: è il sacramento della fede.

I fedeli credono che Cristo è realmente presente, sacramentalmente, nel tabernacolo, come sei presente tu che leggi questo libro. È questo che fa la differenza tra la chiesa e ogni altro edificio. Non è il pulpito, né l’organo, né il coro, ma Cristo è il centro. Come il tabernacolo era il cuore del culto nell’Antico Testamento, così ora il tabernacolo e l’altare sono il cuore del culto nel Nuovo Testamento.

Coloro che visitano la chiesa affermano di «sentire la differenza», benché non sappiano nulla sull’Eucaristia, come si può sentire il calore anche senza sapere nulla sulla natura del fuoco. Ma per i fedeli, membri del Corpo mistico di Cristo, qui è presente Cristo!

Davanti alla sua presenza eucaristica, gli occhi abbattuti dal peccato trovano il ristoro delle lacrime purificatrici; qui il cuore ferito da amori infedeli rompe il suo silenzio con l’invito del Salvatore vivente: «Figlio, donami il tuo cuore». Qui le ginocchia si umiliano nella genuflessione e il cuore è esaltato nell’adorazione; qui i sacerdoti fanno la loro Ora santa, in risposta all’invito del Signore nel Getsemani. Qui si dà appuntamento l’amore, poiché questo è «il pane disceso dal cielo» (Gv 6, 41) e resterà con noi «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Qui Emmaus rivive nel momento in cui i suoi discepoli lo riconoscono allo spezzare del pane.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)