Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

COME RICONOSCERE L’UOMO MODERNO SCHIAVO DELLA MASSA: “L’uomo nuovo è l’uomo di massa, che non apprezza più la propria personalità individuale, ma che cerca di sommergersi nella collettività o nella folla”

Un nuovo tipo d’uomo si va moltiplicando nel mondo moderno, e caso mai qualche lettore riconosca qui sotto il proprio ritratto, auguriamoci che si soffermi, che rifletta e che operi un mutamento di sé. L’uomo nuovo è l’uomo di massa, che non apprezza più la propria personalità individuale, ma che cerca di sommergersi nella collettività o nella folla.

L’uomo di massa si può riconoscere dai tratti seguenti:

  1. È privo di originalità di giudizio; non legge altro che quel che si trova nei quotidiani o nei giornali illustrati, o eventualmente in qualche romanzo. Può tutt’al più, su un argomento non peregrino, esprimere un parere diverso da quello degli altri, non mai enunciare un nuovo principio o proporre una nuova soluzione.
  2. Detesta la tranquillità, la meditazione, il silenzio e tutto ciò che possa dargli l’agio di penetrare nelle profondità della propria anima. Ha bisogno della folla, del frastuono, della radio (l’ascolti oppure no).
  3. L’evasione o fuga da se stesso è per lui una necessità. Assume regolarmente dosi alte di alcool, di cocktails, di libri gialli, di cinema, per colmare il vuoto delle ore. A differenza del genio, che ama la concentrazione, egli ricerca la dispersione, e in particolar modo il sesso, affinché l’eccitazione del momento possa fugare la considerazione dei problemi dell’esistenza.
  4. Cerca piuttosto di essere influenzato che d’influenzare, è sensibile alla propaganda, alle sollecitazioni della pubblicità, e ha generalmente un articolista favorito che s’incarica di pensare per lui.
  5. Ritiene che ogni istinto debba essere soddisfatto, indipendentemente dal fatto che sia, o meno, conforme alla sana ragione. Non può capire la rinuncia o l’autodisciplina; identifica l’autoespressione con la libertà, e non è padrone di sé in nessuno di quelli che sono i punti vitali.
  6. Le sue opinioni sul giusto e sull’ingiusto cambiano come la banderuola che segna la direzione del vento; sostiene posizioni che non sono altro se non un succedersi di contraddizioni: un mese traccia degli itinerari mentali e il mese dopo li abolisce. Non approda in nessun luogo, ma è sicuro di essere «sulla buona via». Non ha il senso della gratitudine verso il passato né il senso della responsabilità verso l’avvenire. Nulla gli sta a cuore eccetto le distrazioni, cosicché la vita si frammenta in un assurdo schema d’istanti successivi di cui nessuno s’integra agli altri per acquistare un senso compiuto.
  7. Identifica il denaro con il piacere, e cerca quindi di procurarsi in abbondanza il primo per avere molto del secondo. Ma, per lui, il denaro dev’essere ottenuto col minore sforzo possibile. L’ego è il centro di tutto, e qualsiasi cosa dev’essere collegata all’ego per mezzo del denaro.
  8. Per rompere la propria solitudine ricorre a una pseudo-comunione con gli altri, mediante i locali notturni, i ricevimenti e le distrazioni collettive. Ma sempre se ne ritorna sentendosi più solo di prima, e infine si persuade con Sartre che «l’inferno sono gli altri».
  9. Essendo un uomo di massa completamente standardizzato, odia la superiorità negli altri, sia essa reale o immaginaria. Ama gli scandali perché sembrano dare la prova che gli altri non sono migliori di lui. Detesta la religione per il semplice motivo che, negandola, crede di poter continuare a vivere come vive, senza rimorsi di coscienza.
  10. Così sommerso nella mentalità della massa, potrebbe essere contrassegnato tanto da un numero quanto da un nome. Perfino l’autorità da lui invocata è anonima. Si configura sempre nella terza persona plurale : «Dicono», «fanno», «portano», e via dicendo. L’anonimato diventa una protezione contro l’assunzione di responsabilità. Nelle grandi città l’uomo di massa si sente più libero perché è meno conosciuto, ma nello stesso tempo detesta questa condizione in quanto cancella la sua distinzione personale.

Sono questi i dieci contrassegni dell’uomo di massa […]. Ma il suo caso non è senza speranza: gli basterebbe interiorizzarsi.

La sola ragione per cui vuole sperdersi nella folla è che non può sopportare la propria miseria interiore. Ne consegue che un tal uomo deve staccarsi dalle masse e mettersi faccia a faccia con se stesso. La fuga è codardia ed evasione, specialmente la fuga nell’anonimato. Bisogna essere coraggiosi per guardarsi nello specchio della propria anima al fine di scorgervi il deturpamento cagionato dalla cattiva condotta.

Non è lapalissiano il dire che gli uomini devono essere uomini, e non atomi sperduti nella massa. Una volta che l’uomo abbia potuto discernere le ferite ch’egli stesso si è inferte, la prima iniziativa che prenderà sarà quella di mostrarle al Medico Divino per essere curato. Fu per simili, travagliati uomini di massa che Cristo pronunciò il suo appello: «Venite a Me voi tutti che siete affaticati e oppressi, Io vi ristorerò».

(Fulton J. Sheen, da “Way to Happiness” 1953)

SIETE GIÀ IN PARADISO O ALL’INFERNO: L’INFERNO E IL PARADISO COMINCIANO QUI IN QUESTA VITA! “Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà”

Un verso di una canzone popolare dice: «Sono in paradiso quando sono accanto a te». Per capire il paradiso, benché sia nell’eternità, dobbiamo iniziare parlando del tempo. Il paradiso è al di fuori del tempo, ma dobbiamo servirci del tempo per raggiungerlo. Sembra quasi un paradosso. Nessuno di noi vuole davvero una specie di esistenza senza fine su questa terra. Se fosse possibile per noi vivere 400 anni con qualche nuovo genere di vitamine, pensate che le ingeriremmo tutti? Giungerebbe di sicuro un momento in cui vorremmo morire.

Siete mai stati in un posto dove eravate assolutamente sicuri di voler passare ogni giorno della vostra vita? Non è poi così probabile. La mera estensione del tempo per molti di noi diventerebbe una maledizione piuttosto che una benedizione. Avete mai notato che nei momenti più felici l’eternità sembrava discendere nella vostra anima? Tutte le grandi ispirazioni sono senza tempo, dandoci qualche assaggio del Cielo. A Mozart, una volta, venne chiesto quando ricevesse l’ispirazione per la sua grande musica. Disse che vedeva tutto in una volta: prima c’erano grande luce e calore, quindi la successione delle note. Quando preparo una conversazione o un programma o inizio a scrivere un libro, giunge un momento in cui dall’inizio si intravede il punto d’arrivo. L’eternità è nella mente e il tempo è alla fine della penna, ma le parole non escono abbastanza velocemente. A Jean-Baptiste Henri Lacordaire, il grande predicatore francese, una volta fu chiesto se avesse completato i suoi celebri sermoni da tenere nella cattedrale di Notre Dame. Rispose: «Sì, li ho finiti. Tutto ciò che mi resta da fare adesso è scriverli».

Ciascuno fa esperienza di qualche debole accenno di immortalità, come ha scritto Wordsworth, in ciò che avviene dopo la morte. Ci sono così tanti uomini che tentano di immunizzarsi dal pensiero dell’eternità. Indossano degli impermeabili a prova di Dio per non lasciarsi bagnare dalle gocce della sua grazia. Mettono a tacere l’eterno. Mi chiedo se qualcuno lo abbia mai descritto meglio di T.S. Eliot in “Gli uomini che si allontanarono da Dio” (nei Cori da «La Rocca», 3). È un poema su coloro che intasano il proprio tempo di ogni cosa senza mai concedere un momento allo straniero che ogni giorno bussa alle porte della loro anima, lo straniero che turba il loro sonno, poiché di notte fanno sogni di immortalità. Questo straniero è colui che porta l’eternità nella vostra anima. Benché viviamo nel tempo, è l’unica cosa che rende impossibile la felicità. Vivendo nel tempo non potete combinare i vostri piaceri e gioie. Essendo nel tempo, non potete marciare con Napoleone e con Cesare insieme. Non potete sedervi a prendere il tè con Orazio, Dante e Alexander Pope. Poiché siete nel tempo, non potete fare contemporaneamente sport estivi e invernali. Il tempo esige che godiate dei vostri piaceri in momenti distinti. Il tempo non solo ve li offre, ma ve li toglie anche. A meno che non esaminiate le vostre esperienze e intuizioni psicologiche, scoprirete che i vostri momenti più felici sono quelli in cui non vi accorgete più del passare del tempo.

Quando siete a scuola o in ufficio guardate l’orologio perché non vi divertite. Forse quando assistete a un concerto o vi godete una conversazione con un amico, magari state leggendo, ed esclamate: «Come passa il tempo!». Meno ve ne accorgete, più godete. È un’immagine di ciò che dev’essere il Cielo, fuori dal tempo, quando potete possedere tutte le gioie e ciascuna nello stesso pieno istante. Dovete servirvi del tempo per raggiungere il Cielo.

Spesso pensiamo al Cielo come se fosse “là fuori” e ne delineiamo ogni genere di immagini irreali. Poiché pensiamo al paradiso e all’inferno come qualcosa che ci accade alla fine del tempo, tendiamo a posticiparli. Di fatto, il Cielo non è là fuori: è qui. L’inferno non è laggiù: può essere dentro un’anima. Non è come morire e solo dopo andare in paradiso o all’inferno: siete già in paradiso o all’inferno. Ho incontrato gente che era all’inferno e sono certo che sia capitato anche a voi.

Ricordo di aver assistito un uomo in ospedale, chiedendogli di far pace con Dio. Disse: «Immagino che secondo lei io stia andando all’inferno». «No», gli dissi, «non intendo questo». «Bene», disse lui, «io voglio andare all’inferno!». Gli ho detto: «Non ho mai incontrato un uomo che volesse andare all’inferno, dunque penso che mi siederò qui e la vedrò andare». Non intendevo lasciar passare il tempo senza fare nulla, ma ero assolutamente certo che in pochi minuti avrebbe potuto cambiare prospettiva; così, mi sedetti da solo con lui per venti minuti. Lo vedevo andare incontro a una sorta di lotta interiore. Mi disse: «Lei crede davvero che ci sia un inferno?». Gli dissi: «Nel suo intimo si sente infelice? Ha paura? Prova spavento e angoscia? Le si presentano davanti tutte le cattive azioni della sua vita come fantasmi?». Di lì a poco si riconciliò con Dio.

Ho visto persone con il paradiso dentro di loro. Se volete mai vedere il paradiso in un bambino, guardatelo nel giorno della prima Comunione. Se volete vedere quanto amore c’è in paradiso, guardate una sposa e uno sposo all’altare nel giorno della Messa nuziale. Il Cielo è lì perché c’è l’amore. Ho visto il paradiso in una suora missionaria che si donava tra i lebbrosi. La bellezza di una persona simile non era esteriore, era una sorta di amore imprigionato all’interno, che voleva rompere le barriere della carne per manifestarsi al di fuori. Il paradiso è qui, come l’inferno può essere in alcune anime. Il paradiso è vicinissimo a noi perché ha a che fare con una buona vita come la ghianda che diventa quercia.

Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà. Il paradiso ha a che fare con una vita buona e virtuosa nello stesso modo in cui la conoscenza ha a che fare con lo studio: l’una segue necessariamente l’altro. L’inferno deriva da una vita malvagia così come la corruzione deriva dalla morte: l’una segue necessariamente l’altra. Il paradiso non è lontano; inizia qui, ma non finisce qui. Ne abbiamo pallidi scorci qua e là.

Se rimandiamo il pensiero del Cielo fino al momento della morte, saremo molto simili agli israeliti che vagavano nel deserto. I poveri ebrei erano a circa undici giorni dalla Terra Promessa. Ci volevano solo tre settimane per viaggiare dall’Egitto alla Terra Promessa, ma, per via della loro disobbedienza, delle loro mancanze e deviazioni e ribellioni contro Mosè, impiegarono quarant’anni, che rappresentano il cammino di molte delle nostre vite: facciamo progressi e poi ricadiamo indietro. Grazie al cielo abbiamo un Signore misericordioso che ci perdona settanta volte sette! È necessario il tempo per conquistare il paradiso, ma non è il lasso di tempo in sé a portarci lì: è il modo in cui viviamo e moriamo.

(Fulton J. Sheen da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita. Vol. 2” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO. QUI SOTTO IL LINK SE VOLETE ACQUISTARLO:
https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere-vol-2/

VOI SIETE FATTI PER DIO: “Sarete in pace soltanto quando approderete nel mare dell’infinito”

Perché provate le delusioni?

Perché tra i vostri desideri e la loro realizzazione c’è una sproporzione tremenda. La vostra anima ha una certa infinità di desiderio, essendo spirituale. Il vostro corpo, invece, e l’universo intorno a voi, sono materiali, limitati, circoscritti, stretti da confini. Potete immaginare una montagna d’oro, ma non la vedrete mai. Potete immaginare un palazzo con centomila stanze, una colma di diamanti e un’altra colma di smeraldi e una terza colma di perle, ma non vedrete mai un simile palazzo. Similmente, potete pregustare alcuni godimenti terreni, o una certa posizione sociale o condizione di vita; ma una volta raggiunti, comincerete subito a sentire la tremenda sproporzione che passa fra l’ideale immaginato e la realtà posseduta. La delusione segue sempre, perché ogni ideale terrestre, una volta posseduto resta perduto.

Quanto più il vostro ideale è materiale, tanto più grande è la vostra delusione. Quanto più il vostro ideale è spirituale, tanto minore è la delusione. Ecco perché coloro che si dedicano alla ricerca d’interessi spirituali, come l’investigazione della verità, non si svegliano mai al mattino con la bocca amara e con la sensazione di essere sfiniti e abbattuti.

L’anima non dice mai basta. La vostra intelligenza, una volta che ha conosciuto una foglia, un albero, una rosa, eccetera, non dice mai «basta». Il vostro bruciante desiderio d’amore non è mai soddisfatto. Tutte le poesie d’amore finiscono in un grido, in un lamento, in un pianto. Tanto più puro è l’amore, quanto più invoca. Quanto si sente più innalzato sulla terra, tanto più si lamenta. Se un grido di gioia o un momento di estasi interrompe questa domanda, è soltanto per un momento; subito dopo ricade nell’immensità dei desideri. Avete la gioia di riempire la terra con i vostri immensi sospiri del cuore, poiché voi siete fatti per l’Amore. Nessuna bellezza terrestre vi sazia, perché, quando essa scompare dai vostri occhi, voi la fate rivivere, anche più bella, nell’immaginazione. Anche quando voi camminate con gli occhi chiusi, la mente continua a presentarvela, senza difetti, senza limiti, senza ombre. Dove si trova quella bellezza ideale che voi andate sognando? L’amabilità terrestre non è forse l’ombra di qualcosa d’infinitamente più grande? Non c’è da meravigliarsi che Virgilio abbia desiderato di bruciare il suo poema, l’Eneide, e che lo scultore Fidia abbia gettato nel fuoco il suo scalpello. Quanto più quei due artisti si erano accostati alla bellezza, tanto più sembrava che essa fuggisse lontano, perché la bellezza ideale non sta nel tempo: ma nell’infinito.

-Il tormento dell’infinito-

Nonostante le continue delusioni di trovare i nostri ideali soddisfatti quaggiù, l’infinito continua a tormentarci. Lo splendore di un sole che tramonta, simile a «un’ostia nell’ostensorio d’oro dell’occidente», l’alito di un vento primaverile, la divina purezza nel volto d’una Madonna, tutto vi riempie di nostalgia, di un cocente protendersi oltre, verso qualcosa che sia ancora più bello. Con i piedi per terra, voi sognate il cielo; creature del tempo, voi disprezzate il tempo; fiori di un giorno, cercate di eternizzare voi stessi. Perché desiderate la vita, la verità, la bellezza, la bontà, la giustizia, se non perché voi siete fatti per loro? Da dove vengono esse? Durante il giorno, dov’è la sorgente della luce che illumina le strade cittadine? Non certamente sotto le auto, sotto i pullman, sotto i piedi dei passeggeri, perché là la luce è mescolata alle tenebre. Se volete trovare la sorgente della luce, dovete andare oltre, verso qualcosa che non ha mescolanza di tenebra e di ombra; dovete andare a quella pura luce che è il sole. In simile maniera, se volete trovare la sorgente della vita, della verità e dell’amore, dovete andare oltre, verso una verità che non è mescolata con ombre di errore; verso un amore che non è mescolato con ombre di odio. Dovete andare verso qualcosa che è Vita pura, Verità pura, Amore puro. Questa è la definizione di Dio. Perché siete stati delusi fin qui? Perché non avete ancora trovato Dio.

Udite il poeta Riccardo Chenevix Trench: «Se esistesse in qualche luogo un altro rifugio dove volare, i nostri cuori avrebbero cercato qui la loro quiete, e non in te, o Dio. Noi abbiamo cozzato contro le sbarre della creazione, come aquile prigioniere; abbiamo cercato attraverso gli immensi mondi soltanto un palmo di terreno su cui posare i nostri piedi, dove tu non sei. Soltanto quando, in terra, nell’aria, in cielo, o nell’inferno, scoprimmo che in nessun luogo si può trovare dove sfuggire a te, allora volammo a te».

Una volta che avete scoperto che la causa della vostra delusione deriva dalla distanza che passa fra l’ideale concepito nella mente e la sua realizzazione concreta, voi non diventate più dei cinici. Invece di diventare cinici, sarete pronti a scartare totalmente ogni delusione. Non c’è niente di anormale nel vostro desiderio di vivere, non soltanto di poter vivere due o tre anni di più, ma per sempre. Non c’è niente di esagerato nel vostro desiderio della verità, non soltanto questa o quella verità, ma tutta la verità. Non c’è niente di inumano nella vostra fame di amore, dal momento che essa durerà sempre, senza che la morte la sopprima, la sazietà la svuoti o il tradimento la uccida. Non sentireste il bisogno di una vita perfetta, di una perfetta verità e di un perfetto amore, se non esistessero. Il solo fatto che voi godete di una loro porzione, dimostra che ci dev’essere l’intero. Non ne conoscereste l’arco, se non ci fosse l’intera circonferenza. Non camminereste nelle ombre, se non ci fosse la luce. Come potrebbe l’anatra avere l’istinto di nuotare, se non ci fosse l’acqua? Potrebbe un bambino domandare con grida il nutrimento, se questo non esistesse? Come potrebbe esistere l’occhio, se non ci fossero bellezze da vedere? Ci sarebbe l’udito, senza armonie da udire? Come potrebbe esserci in voi lo struggente desiderio di una vita senza fine, di una verità senza errori e di un amore estatico, se non esistessero una vita perfetta, una verità perfetta e un amore perfetto?

Concludiamo, dunque: voi siete fatti per Dio! Dunque, non vi sazierà nulla di meno dell’infinito. Distruggereste la vostra natura se domandaste di essere soddisfatti da qualcosa che sia minore dell’infinito. Come una nave, una volta messa in un fiume, avanza faticosamente sulle acque troppo basse, fiancheggiata dai limiti ristretti delle sponde, così voi siete inquieti, sentendovi imprigionati dai limiti dello spazio e del tempo. Sarete in pace soltanto quando approderete nel mare dell’infinito.

(Fulton J. Sheen, da “Fatti per l’eternità: introduzione al Cristianesimo” edizioni Mimep)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

Vi invitiamo a leggere l’anteprima cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo direttamente sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

https://www.mimep.it/catalogo/spiritualita/fatti-per-leternita/

DIO, LA LEGGE DI GRAVITÀ DELL’AMORE, E IL PARADISO: “Ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale”

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini!

Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’Amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

LA RICERCA DELL’AMORE: IN CIELO NOI CATTUREREMO L’ETERNO AMORE! “È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno…Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri”

In ogni cuore c’è una lotta tra romanticismo e matrimonio, tra fidanzamento e unione, tra inseguimento e cattura. L’amore terreno che è soltanto ricerca è incompleto; l’amore che è soltanto conseguimento è inerte. L’amore che si limita al possesso assorbe e distrugge l’essere amato; quello che si limita al desiderio è una forza inutile che si estingue come una stella senza vita. Quando mancano la ricerca o la soddisfazione da soddisfare, si genera il mistero e, a volte, la pena dell’amore. Come semplice perseguimento, l’amore è la morte per fame; come sola soddisfazione è la morte per sazietà e per il suo stesso “troppo”.

Se l’amore non potesse elevarsi al di sopra della terra, oscillerebbe, come il pendolo di un orologio, tra inseguimento e cattura, cattura e inseguimento, all’infinito. Ma i nostri cuori aspirano a qualche cosa di più. Noi vogliamo sfuggire a questo stancante e incessante inseguimento: non desideriamo, in amore, emulare il cacciatore che si dà alla ricerca di una nuova preda solo perché ha già ucciso la vecchia. E il modo di sfuggire esiste.

Esso si trova in quel momento eterno che combina insieme la ricerca e il ritrovamento. In Cielo noi cattureremo l’Eterno Amore; ma a sondarne la profondità un inseguimento infinito non sarà sufficiente. È l’Amore nel quale finalmente ritroviamo e in pari tempo perdiamo noi stessi, e sarà eternamente uguale. Qui la tensione tra romanticismo e matrimonio si concilia in un eterno istante di gioia, un istante che per l’intensità della gioia spezzerebbe il cuore se quell’Amore non fosse vita.

Non aver sete sarebbe inumano, aver sempre sete sarebbe una sofferenza; ma bere e aver sete nello stesso eterno momento significa innalzarsi alla più alta beatitudine dell’Amore. Questo è l’Amore “di cui avvertiamo la mancanza in ogni altro amore, la Bellezza che fa apparire qualsiasi altra bellezza dolore… il non posseduto che rende vano il possesso”.

Per avvicinarci quanto più è possibile, con la nostra immaginazione, a una simile esperienza dobbiamo metterci a pensare al momento della più felice estasi della nostra vita e raffigurarcelo quindi eternato. Questa specie di amore sarebbe ineffabile e senza parole; non può esserci espressione adeguata alla sua estasi. Perciò l’Amore Divino viene chiamato Spirito Santo, Santo Anelito. (…)

Per comporre il perfetto amore servono non due ma tre personalità, sia nella carne (marito, moglie e figlio), sia nello spirito (amante, amata e amore), sia nella Divina Natura (Padre, Figlio e Spirito Santo). Il sesso è dualità, l’Amore è sempre uno e trino. È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno. Alcuni non lo immaginano neppure, perché non hanno mai aperto le imposte del loro cupo cuore per lasciarvi entrare la luce di Dio; altri sono stati privati della speranza da coloro che non possono pensare all’amore in altri termini che non siano quelli del contatto tra due scimmie; altri ancora se ne ritraggono, scioccamente timorosi di perdere, nelle fiamme dell’Amore Divino, la brace moribonda dei loro pervertiti desideri. Ma altri vedono che, come la lama argentea nelle acque di un lago è il riflesso della luna, così l’amore umano è solo il riflesso attenuato del Cuore Divino.

Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri. Alla donna accanto al pozzo, che aveva avuto cinque mariti e viveva con un tale al quale non era sposata, Nostro Signore disse: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” (Gv 4,13). Non ci sono pozzi umani tanto profondi da poter estinguere la sete insaziabile dell’anima umana. Ma questo desiderio può essere soddisfatto. “Ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,13-14). La religione nobilita l’amore, e coloro che tolgono Dio all’uomo pervertono la natura dell’uomo. Solo una religione divina può proteggere lo spirito dagli assalti della materia o impedire all’animale che è in noi di conquistare lo spirito, rendendo l’uomo più brutale del bruto.

Come la vita cambia significato quando noi vediamo l’amore della carne come un riflesso della Luce Eterna attraverso il prisma del tempo! Coloro che vorrebbero separare il suono umano da quello dell’arpa celeste non possono avere musica; coloro che credono che l’amore sia solo un anelito del corpo si accorgeranno ben presto che l’amore ha emesso il suo ultimo anelito e che essi hanno fatto un contratto con la morte. Ma coloro che vedono in ogni bellezza terrena una debole copia dello splendore divino, coloro che vedono nella fedeltà a ogni voto la prova che Dio ci ama nonostante non siamo degni di essere amati, coloro che, di fronte ai loro affanni, vedono che l’Amore di Dio andò a finire su una Croce, coloro che permettono al fiume della loro estasi di traboccare dai canali della preghiera e dell’adorazione, costoro impareranno, anche sulla terra, che l’Amore fu fatto carne e abitò tra noi. Così l’Amore diventa un’ascensione verso il giorno beato in cui le illimitate profondità delle anime nostre saranno colmate dal dono infinito, in un’eternità dove l’amore è l’eternità della vita e Dio è Amore.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

IL CUORE DELL’UOMO È STATO CREATO PER IL SACRO CUORE DI UN DIO D’AMORE E SOLO LUI PUÒ SODDISFARLO

Il paradosso dell’amore è che il cuore umano, esigendo un amore estatico ed eterno, può anche raggiungere un momento in cui abbia avuto un eccesso di amore e non desideri più di essere amato. Francis Thompson racconta in una sua poesia come egli sollevasse un bimbo da terra e lo tenesse tra le sue braccia, e come quello, piangendo e sferrando calci, volesse essere rimesso a terra. Riflettendovi, il poeta si domandava se analogamente non agissero molte anime al cospetto di Dio. Esse non sono sempre disposte a lasciarsi amare da Lui!

Certamente nell’ordine umano può venire un momento in cui si manifesti un conflitto tra il desiderio e il non-desiderio d’amore. Che cos’è mai questa misteriosa alchimia nel cuore dell’uomo che lo fa oscillare tra il rammarico di non essere amato abbastanza e il fastidio d’essere amato troppo? Dilaniato tra la brama e la sazietà, tra l’appetito e il disgusto, tra il desiderio e la soddisfazione, il cuore umano si chiede: “Perché devo essere così?”. Quando giunge la sazietà, il Tu sparisce, nel senso che non è più desiderato, ma quando il desiderio ricompare allora il Tu diviene una necessità. Dopotutto, sappiamo fin troppo bene che quando siamo troppo amati si diventa scontenti, e quando lo siamo troppo poco si avverte quell’insopportabile senso di vuoto interiore.

La spiegazione di questa tensione è evidente: il cuore dell’uomo è stato creato per il sacro cuore di un Dio d’amore, e, per questa ragione ontologica ineludibile, solo Dio può soddisfarlo. Il cuore ha ragione di desiderare l’infinito, ma ha torto quando di un compagno finito pretende di fare il sostituto dell’infinito. La soluzione di una tale tensione sta nel considerare le delusioni che essa comporta come altrettanti ammonimenti che ci ricordino come noi non siamo che i pellegrini dell’Amore.

Alla luce di Dio invece, tanto l’essere troppo amati quanto l’essere amati troppo poco assumono un tratto comune. Quando infatti la brama di un amore infinito viene riconosciuta come il desiderio di Dio, allora il finito di ogni amore terreno ci apparirà come un ammonimento destinato a ricordarci il sospiro di Sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.

Il contrasto tra ciò che è immediato e ciò che è interiore svanisce, poiché lo stesso godimento procurato dall’immediatezza della carne si tramuta in occasione di gioia nell’intimità dell’anima, la quale sa di usarla per un fine divino e per la salvezza di entrambe le anime. Così, quando gli istinti vengono integrati con lo spirito e servono gli ideali dello spirito, si raggiunge la sintesi della vita. (…)

Quegli stessi che negano l’esistenza dell’acqua sono sempre assetati, e quelli che negano l’esistenza di Dio manifestano pur sempre il bisogno che hanno di Lui, un bisogno che si rivela nella loro brama di bellezza, di amore, di pace ma che risiedono soltanto in Lui. L’uomo ha i piedi nel fango della terra e le ali nei cieli. Ha delle sensazioni al pari delle bestie e delle idee al pari degli angeli, senza essere per questo né pura bestia né puro spirito. Egli è un misterioso composto di anima e di corpo, per cui il suo corpo appartiene a un’anima e la sua anima è incompleta senza il corpo.

L’ordine vero sta nella subordinazione del corpo all’anima e dell’intera personalità a Dio. “Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23). L’uomo è il pontefice dell’universo, il “costruttore del ponte” tra la materia e lo spirito, sospeso tra una base sulla terra e una nel cielo. Ma è anche, e fondamentalmente, un essere in tensione, pervaso dallo stesso genere di ansietà che prova un marinaio arrampicato a metà dell’albero maestro durante una tempesta. Il suo dovere lo invita a salire anche più in alto, ma la sua natura terrena lo trattiene dall’ascesa per paura della caduta.

Nessuna azione dell’uomo può dirsi, in tutti i suoi aspetti, completamente animale o completamente spirituale. Sebbene possa concepire pensieri di ordine spirituale, come “la fortezza,” pure la materia grezza di un tale pensiero deve provenirgli dai sensi. Il mangiare e l’accoppiarsi non implicano soltanto una deliberata volontà dello spirito, ma anche una soddisfazione, una delizia che è al contempo corporale e spirituale. Dormire è certamente un atto umano, comune anche alla maggior parte degli animali, ma la volontà di dormire è propria soltanto dell’uomo.

Non c’è un solo errore nella storia che non sia un capovolgimento di questa misteriosa unità corpo-anima. Alcuni considerarono il corpo impuro, come per esempio i Manichei; altri, come Freud e Nietzsche, hanno considerato l’anima un parassita o un mito. Ognuno deve decidere da sé come risolvere questo contrasto fra due opposti. Ci sono due sole risposte possibili, di cui l’una consiste nel dare la supremazia al corpo, nel qual caso l’anima soffre; l’altra nel dare la supremazia all’anima, nel qual caso il corpo viene disciplinato. La risposta cristiana a questa polarità è inconfondibile: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?” (Mt 16,26). “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo” (Mt 10, 28). (…)

Questa tensione ontologica insita nell’uomo composto di polvere e di soffio di vita, è stata accentuata fino al disordine dal peccato originale, ed è la ragione principale per cui l’uomo è soggetto alle tentazioni. “La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne” (Gal 5,17). “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41). La parola “tentazione” non è mai applicata alla disciplina che l’anima esercita sul corpo, bensì alla schiavitù con cui il corpo soggioga l’anima. Nessuno dice: “Fui tentato di lasciarlo vivere”, ma si dice: “Fui tentato di ucciderlo”.

Il governo dell’anima è ordine, poiché qui il più basso è soggetto al più elevato, come le piante sono soggette agli animali e gli animali all’uomo. Il concedere il primato alla sensazione anziché all’intelletto è una discesa, un allentamento dei legami, una “caduta”. Ciò non significa che l’esperienza sensibile sia in se stessa una “tentazione”, ma che lo è solo quando è goduta a spese dell’anima. Il piacere di vedere un tramonto non è ostile allo spirito, ma l’esperienza sensibile dell’ubriachezza è avversa allo spirito. Nel primo caso la ragione trascende il corpo e sospinge l’anima a rendere gloria a Dio per la sua creazione. Nel secondo caso, invece, il corpo si comporta come un vampiro nei confronti dello spirito turbando la sua pace, la quale deriva, e non potrebbe essere altrimenti, dal rispetto e l’osservanza dell’ordine cosmico, che è il rapporto originario corpo-anima-Dio. (…)

A causa di questa tensione vibrante negli esseri umani tra il corpo e l’anima, cioè tra l’elemento animale e quello spirituale, è possibile comprendere l’amore in uno dei due seguenti modi: come supremazia del corpo o come supremazia dell’anima. Nel primo caso l’amore è carnale e identificabile con ciò che il mondo moderno chiama sesso, mentre nel secondo l’amore è allo stesso tempo spirituale e fisico.

I grandi filosofi hanno chiamato il primo l’amore di concupiscenza, ovvero primato di quanto è inteso dai sensi, e il secondo l’amore di benevolenza, ovvero l’amore per il bene di un altro. Anche i greci avevano i loro termini per distinguere questi due tipi di amore. Utilizzavano perciò la parola Eros per indicare un desiderio appassionato e prepotente di possedere e godere gli affetti di un altro, mentre dicevano Agape l’amore fondato sul rispetto per la personalità, in quanto il suo diletto risiede nel promuovere l’altrui benessere. La sua gioia è la contemplazione piuttosto che il possesso. Ciò non significa che l’uno sia buono e l’altro cattivo, ma entrambi i due amori sono giusti quando ben compresi. Infatti, il comandamento divino di amare il prossimo come se stessi implica un legittimo amore di se stessi. Qui come altrove bisogna essere in “tre” per poter amare. Dopo tutto sia l’amore di sé che l’amore del prossimo richiedono anzitutto l’amore di Dio.

La libido della psicologia moderna è Eros, o amore carnale, divorziato da Agape, o amore personale, in quanto concedendo la supremazia al corpo si nega l’anima e si afferma l’ego in opposizione a Dio. Fu questo tipo di amore che San Paolo condannò quando disse: “Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio” (Rm 8,7). Il sesso com’è inteso ai nostri giorni è amore-Eros slegato da ogni responsabilità, è un desiderio senza obblighi. E siccome è un desiderio illegittimo, è anche un desiderio senza Dio, ecco perché l’erotismo e l’ateismo vanno sempre d’accordo.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

VUOI TROVARE DIO? VUOI ASCOLTARE LA SUA VOCE? “Il silenzio è la condizione indispensabile per entrare in noi stessi, cioè, in definitiva, per trovare Dio”

Una delle più grandi mancanze dei nostri giorni è precisamente IL SILENZIO. La vita moderna pare avere una vera passione per il chiasso, per il trambusto, per la confusione. Un desiderio eccessivo per tutto ciò che distrae, per la ricerca dei divertimenti, il continuo andare e venire, i vari eccitamenti e brividi, il movimento per il puro gusto del movimento.

Qual è la ragione di questa passione per tutto ciò che ci distrae?

La ragione vera sta in quel grande desiderio che gli esseri umani hanno di realizzare quella cosa che è a loro impossibile, cioè: sfuggire a sé stessi. Essi non amano stare soli con sé stessi perché non ci trovano gusto; non amano stare da soli con la loro coscienza perché essa li rimprovera. Essi non amano stare tranquilli perché i passi del “Levriero del Cielo” possono essere uditi nel silenzio e non nel frastuono. Essi non amano stare in silenzio, perché la Voce di Dio è simile ad un sussurro e non può essere udita nel tumulto delle vie cittadine.

Tutte queste ragioni, per cui il mondo moderno ama la distrazione, si possono ridurre a questa: ciò che distrae soffoca la Voce di Dio e anestetizza la coscienza.

Il risultato è che ben poche persone conoscono sé stesse. Conoscono gli altri meglio di loro. E questa è la ragione per cui pochi vedono le proprie colpe.

Per rimediare a questo stato di cose occorre meno musica, meno distrazioni, meno frastuono, e un po’ più di silenzio. Dobbiamo ritirarci nel deserto delle nostre anime per godervi un po’ di riposo, un po’ di distacco dagli uomini e un po’ di raccoglimento con Dio; un po’ di quiete che permetta all’anima di sensibilizzarsi ai “Sussurri di Dio”; la fuga dalle massime moderne, dai cavilli delle nuove filosofie; dagli eccitamenti sensibili che disturbano l’anima.

Un po’ di ritiro ispirato all’esempio di Cristo, di Colui che, tra tutti gli uomini, era quello che aveva meno bisogno di una preparazione di silenzio per una vita di attività e invece ha fatto precedere alla sua vita di apostolato una preparazione di silenzio e preghiera superiore a quella di tutti gli apostoli; un po’ più di tranquillità ispirata all’esempio di Gesù che, pur assorbito da un vortice di dinamismo, sapeva passare le notti in preghiera sulle montagne.

Il silenzio è la condizione indispensabile per entrare in noi stessi, cioè, in definitiva, per trovare Dio. Non dipende dall’ambiente in cui ci troviamo, ma dipende dai pensieri coi quali c’intratteniamo. Il silenzio è quell’attività per cui ogni nostra facoltà -intelligenza, cuore, volontà- è protesa verso l’interno tutta attenta ad ascoltare la Voce di Dio.

Il silenzio costituisce l’atmosfera necessaria per rientrare in noi stessi e per giungere alla riflessione. Nel silenzio della preghiera l’uomo comincia a cercare Dio. Lo spirito riflessivo riesce a emergere dal marasma della vita e nella contemplazione sente la nausea di tutto quello che ha per aver poi nostalgia di quello che gli manca.

L’anima si separa dai desideri terreni e incomincia a ricercare quell’angolo di raccoglimento dove poter sentire quella continua Presenza che sembra parlarle da un Roveto Ardente. Il Desiderio per le cose del Cielo, nascosto in ogni uomo, adesso grida verso il soggetto; la riflessione comincia e con essa l’individuo è portato a farsi naturalmente la domanda: “Perché sono a questo mondo?”.

La risposta alla domanda non tarda ad arrivare, è quella contenuta nel piccolo catechismo: “Per conoscere, amare e servire Dio in questa vita, per poi goderLo nell’altra in Paradiso!”

(Fulton J. Sheen, da “La più grande urgenza”)

È Dio il fine ultimo della vita: da Lui proveniamo, e solo in Lui sperimentiamo la vera pace

In una certa misura, noi uomini siamo come tutto il resto del creato. Abbiamo, per esempio, l’esistenza al pari delle pietre, dell’ossigeno, della sabbia. Ma l’uomo ha anche la vita, che lo rende simile ai fiori e agli alberi, i quali vegetano, crescono e si riproducono. L’uomo, al pari degli animali, possiede anche i sensi e, per mezzo di essi, entra in contatto con il mondo esterno, dalle stelle fino al cibo che egli trova a portata di mano.

Ma l’uomo dispone, in più, qualcosa di unico: egli non è solamente la somma di tutte queste cose. Ciò che l’uomo ha di peculiare è il fatto di costituire un essere pensante e volente. Prima di tutto, può pensare concetti che trascendono la conoscenza dei sensi, come per esempio il concetto di causa, di bellezza, o di relazione tra gli oggetti. Ma l’uomo possiede anche la libertà: egli può scegliere, decidere e stabilire i suoi obiettivi, tanto vicini quanto lontani. Questo intelletto e questa volontà superiore dell’uomo aspirano a molte cose: per esempio come arricchirsi, l’essere titolare di un’azienda oppure sposare la figlia di un magnate.

Ma ciò a cui principalmente gli essere umani anelano è la felicità. Questa felicità non ruota attorno alle cose esteriori, come per esempio una determinata rendita esente da tasse, perché queste cose si trovano fuori dell’uomo. E l’uomo invece vuole sentirsi felice interiormente. Egli desidera tre cose: vita, conoscenza e amore.

La vita che vuole non consiste nel vivere ancora un paio di minuti, ma la vita in tutta la sua pienezza, senza rughe, senza angosce, senza vecchiaia. La verità che l’uomo cerca non è soltanto la conoscenza della geografia, a esclusione della filosofia: vorrebbe conoscere tutto. L’uomo è irrimediabilmente curioso. Infine, l’uomo vuole l’amore. Ne ha bisogno perché in se stesso è incompleto, e vorrebbe un amore senza gelosia e, soprattutto, senza sazietà: un amore che comporti un’estasi costante e in cui non ci sia né solitudine né disagio. Ma l’uomo, quaggiù, non trova quella vita immutabile, quella conoscenza che abbraccia ogni cosa, quell’amore che è gioia infinita.

Quaggiù l’individuo trova che la vita è legata alla morte, la verità all’errore, l’amore all’odio. Intuisce che non si tormenterebbe per una felicità così, se questa non esistesse. Egli non avrebbe occhi se non ci fosse la luce o non ci fossero cose da vedere. Se c’è la parte, deve esserci anche il tutto. Allora la sua ricerca diviene qualcosa di affine al cercare, nel teatro in cui ci troviamo, dove sia la sorgente della luce.

Non è sotto questa lavagna, perché qui la luce è mescolata all’oscurità; non è sotto la macchina da presa, perché lì si mescola all’ombra. Se noi, in questo teatro, desideriamo scoprire la sorgente luminosa, occorre volgerci a quella luce viva che risplende al di sopra di noi stessi. In maniera analoga, se vogliamo rintracciare la sorgente della vita, della verità e dell’amore che sono nel mondo, dobbiamo andare verso quella vita opposta alla sua ombra, la morte; verso quella verità slegata dalla sua ombra, l’errore; verso quell’amore che è disgiunto dalla sua ombra, l’odio.

Dobbiamo andare verso la pura vita, la pura verità, il puro amore: questa è la definizione di Dio. È Lui il fine ultimo della vita: da Lui proveniamo, e solo in Lui sperimentiamo la vera pace.

(Fulton J. Sheen, da “La vita merita di essere vissuta – edizioni Fede e Cultura” i discorsi in TV dell’Arcivescovo)

LA SALVEZZA DELLE NOSTRE ANIME È LO SCOPO SUPREMO DELLA VITA!

Non c’è modo di sfuggire all’unica cosa necessaria nella vita cristiana: salvare le nostre anime e acquistare la gloriosa libertà dei figli di Dio. La crocifissione finisce, ma Cristo rimane. I dolori passano, ma noi restiamo. Perciò, non dobbiamo mai scendere dal fine e dallo scopo supremo della vita: la salvezza delle nostre anime.

Spesso la tentazione sarà forte, e i vantaggi temporali sembreranno grandi; ma in quei momenti, dobbiamo ricordarci della grande differenza tra la sollecitazione di un piacere peccaminoso e il richiamo del nostro destino celeste.

Prima di provare un piacere peccaminoso, questo è attraente e invitante. Dopo averlo provato, è disgustoso. Non valeva il prezzo; sentiamo di essere stati ingannati e che ci siamo venduti in modo sproporzionato rispetto al nostro valore, come si è sentito Giuda quando ha venduto il Salvatore per trenta monete d’argento.

Ma con la vita spirituale è diverso. Prima di avere un’intima unione con Cristo e la Sua Croce, ci sembra così ripugnante, così contrario alla nostra natura, così duro e così poco invitante. Ma dopo che ci siamo donati a Lui, Cristo ci dona una pace e una gioia che superano ogni comprensione.

(Fulton J. Sheen, da “The Rainbow of Sorrow”)

LA MISSIONE DEL DOLORE E DELL’ ANGOSCIA: Noi siamo stati creati per l’Infinito!

95845030_539629610040759_3931018330046988288_o

Questo mondo, Dio l’ha creato troppo piccolo per noi! I nostri desideri sono più grandi delle nostre realizzazioni. Abbiamo un oceano di desideri, ma solo una tazza con cui attingere all’immensa distesa. Sbattiamo ogni momento contro le mura dell’universo e ci scortichiamo gli stinchi contro le sue barriere. È questa la causa principale di qualsiasi turbamento e sofferenza. Noi siamo stati creati per l’Infinito!

La nostra anima è provvista di ali, che però urtano contro la gabbia del nostro corpo e contro la banalità delle nostre città…Se già, nella nostra anima, sentissimo il bisogno di amare quel Dio per Cui siamo stati creati, il dolore non sarebbe necessario.

Il dolore supplisce in un certo senso alle mancanze del nostro amore. Dal fatto di esserci bruciati le dita, noi impariamo spesso ad amare la legge che le dita non dovrebbero tenersi vicino al fuoco. Pur essendo stati creati per la Divinità, ci seppelliamo fra i ninnoli terreni come se fossimo stati creati per essi. Ci costruiamo il nido in terra, sperando di potervi trovare contentezza, e tuttavia sopraggiunge a incendiarlo, come un tizzone, il dolore. Man mano che i piaceri saziano, che i nostri corpi si nutrono di brividi, che gli amici ci trascurano, e che il potere ci rende inquieti, andiamo sempre più dicendo nell’intimo dei nostri cuori: “È dunque vero, o Signore, che tutto passa a eccezione di Te?”.

La missione del dolore non è soltanto di rammentarci che questa terra non è tutto, ma anche di aiutarci ad espiare i nostri peccati. Il dolore è posto vicino al male per aiutare la redenzione dell’anima. Sicché il dolore non è necessariamente sempre esterno, come una malattia o un accidente; può bensì essere, e così è il più delle volte, interno: uno stato di disagio, uno scontento, un rodersi della coscienza, un avvertire che qualcosa non va, un senso di vuoto e di solitudine. È quest’ultima specie di dolore che, oggi, risospinge verso Dio molti cuori, molte anime.

Niente un cuore agogna così tanto di placare, quanto una sete ardente. Fu con il pretesto di tale analogia che il Salvatore Gesù convertì la donna Samaritana al pozzo. Ella aveva già avuto cinque mariti, e l’uomo col quale viveva non era suo marito. E tuttavia era assetata di Amore. È anche interessante notare che ella è la prima persona, nella Sacra Scrittura, ad applicare a Lui il nome di “Salvatore del mondo”. E ciò perché Gesù l’aveva salvata dal vuoto e dalla sete. Questo genere di sete potrebbe esser chiamato angoscia, meglio che dolore.

Tutti soffrono di angoscia, perfino i giovani in mezzo ai loro piaceri. L’angoscia è, in un certo modo, connessa alla speranza, cioè a questo sentire che l’universo non è vano e che l’aspirazione dell’anima dovrebbe, in qualche parte, venir soddisfatta. Il pessimismo guarda al passato, che esso crede incapace di redimersi, ma l’angoscia guarda al futuro, con la speranza che il passato possa essere annullato. L’angoscia non nasce dalla debolezza, bensì dalla forza e dalla possibilità, così come il dolore nasce dalle limitazioni.

L’uomo moderno, invece di ridursi alla disperazione, può cominciare a sperare, perché nell’angoscia Dio sollecita l’anima a un Amore che trascende qualsiasi amore, e a una “Bellezza che trascende qualsiasi altra bellezza”. È peculiare di questo secolo, il quale ha accumulato più ricchezza e potenza di qualsiasi altro secolo, l’essere anche il secolo della massima angoscia.

Coloro che considerano questo vuoto come quello di una valle scoscesa cadono nella disperazione e nell’oscurità; ma quanti vedono in esso il vuoto di un flauto possono eseguire le melodie dell’Infinito e diventare felici con il canto.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”.)