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ABBRACCIARE LE CROCI DELLA VITA: “Cosa ho fatto per meritarmi questo? Mio Dio, perché devo soffrire?” IL DOLORE SENZA CRISTO È SOFFERENZA, IL DOLORE CON CRISTO È SACRIFICIO

Ci sono molti bravi uomini e donne che si agitano su letti di dolore, i loro corpi consumati dalla lunga malattia, i loro cuori spezzati dalla sofferenza e dal dolore, o le loro menti torturate dalla perdita irreparabile di amici e fortuna. Se queste anime vogliono la pace, devono riconoscere che in questo mondo non esiste una connessione intrinseca tra peccato personale e sofferenza.

Un giorno: “Gesù che passava, vide un uomo, che era cieco dalla sua nascita. E i suoi discepoli gli chiesero: Maestro, chi ha peccato, quest’uomo o i suoi genitori, per esser nato cieco? Gesù rispose: Né quest’uomo ha peccato né i suoi genitori ”(Giovanni 9: 1–3).

Questo ci porta faccia a faccia con la Volontà imperscrutabile di Dio, che non possiamo capire, più che un topo in un pianoforte può capire perché un musicista lo disturba suonando. Le nostre menti meschine non possono capire i misteri di Dio. Ma ci sono due verità fondamentali che tali anime sofferenti non devono mai dimenticare. Altrimenti, non troveranno mai la pace.

Innanzitutto, Dio è amore. Quindi, tutto ciò che fa a me merita la mia gratitudine e dirò grazie. Dio è sempre buono, anche se non mi dà ogni cosa che voglio in questo mondo. Mi dà solo ciò di cui ho bisogno per il prossimo mondo.

I genitori non danno armi ai ragazzi di cinque anni con cui giocare, anche se non c’è quasi nessun ragazzo di cinque anni che non vuole una pistola.

Come diceva Giobbe: “Se abbiamo ricevuto cose buone dalla mano di Dio, perché non dovremmo ricevere il male?” (Giobbe 2:10).

Inoltre, la ricompensa finale per la virtù non arriva in questa vita, ma nella prossima. Poiché gli arazzi non sono tessuti dalla parte anteriore ma da quella posteriore, così anche in questa vita vediamo solo la parte inferiore del piano di Dio.

Uniformiamoci alla volontà di Dio. Così nulla potrà mai accadere contro la nostra volontà perché la nostra volontà è la Volontà di Dio. Questo non è fatalismo, che è sottomissione alla cieca necessità; questa è la pazienza, che è rassegnazione alla volontà dell’Amore Divino, che alla fine non può desiderare altro che l’eterna felicità e la perfezione della persona amata.

La rassegnazione dell’anima paziente è esemplificata dal bambino che dice a suo padre: “Papà, non so perché tu voglia che io vada in ospedale per quell’operazione. Fa male. So solo che mi ami. “

(Fulton J. Sheen, da “The Seven Virtues”)

Abbracciare le croci della vita perché ci sono date dal Cristo-Amore sulla Croce non significa che ognuno di noi raggiungerà mai lo stadio in cui la nostra natura è disposta a soffrire.

Al contrario, la nostra natura si ribella contro la sofferenza perché è contraria alla natura. Ma possiamo accettare in modo soprannaturale ciò che la natura rifiuta, così come la nostra ragione può accettare ciò che i sensi rifiutano. I miei occhi mi dicono che non dovrei lasciare che il dottore incida la pustola marcia, perché farà male. Ma la mia ragione mi dice che i miei sensi devono momentaneamente sottomettersi al dolore per un bene futuro. Quindi, anche noi possiamo essere disposti a sopportare gli inevitabili mali della vita per ragioni soprannaturali.

La prima parola di Cristo sulla Croce suggerisce di farlo per il bene della remissione dei peccati: “Perdona loro”.

Nel mondo degli affari, contraiamo i debiti e riconosciamo il nostro obbligo e dovere di assolverli. Perché dovremmo pensare che nello stesso universo morale possiamo peccare impunemente?

Se, quindi, portiamo le impronte della Croce, invece di lamentarci con Dio, pensiamo di offrirle a Dio per i nostri peccati e per i peccati dei nostri vicini.

Di tutte le assurdità che il nostro mondo moderno ha inventato, nulla supera le parole d’ordine che diamo agli sfortunati o agli ammalati: “Tieni il mento sollevato” o “Dimenticalo”.

Questo non è un conforto, ma una droga! La consolazione è spiegare la sofferenza, non dimenticarla; nel metterla in relazione con l’Amore, non ignorandola; nel renderla un’espiazione per il peccato, non un altro peccato.

Ma chi lo capirà se non guarda una Croce e ama il Cristo Crocifisso?

(Fulton J. Sheen, da “The Seven Virtues”)

È difficile per noi vedere negli incidenti della vita, nelle malattie, nei lutti, nelle perdite finanziarie, nei corpi cancerosi e nelle membra lebbrose, uno Scopo Divino. Ecco perché il Nostro Benedetto Signore ha dovuto prendere su di Sé la sofferenza, per mostrarci che è il Calice del Padre. Ogni lacrima, delusione, e cuore addolorato è un assegno in bianco. Se ci scriviamo sopra il nostro nome, non ha valore. Se lo firmiamo con il nome di Cristo, il suo valore è infinito. Nella prosperità, Cristo ti dà i Suoi doni; nella sofferenza con fede, Cristo ti dona Sé stesso.

(Fulton J. Sheen)

La croce della malattia ha sempre uno scopo divino.

Disse il Nostro Beato Signore: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio: perché il Figlio di Dio sia glorificato da essa” (Giovanni 11:4).

La rassegnazione a questo tipo di croce è una delle forme più alte di preghiera. Sfortunatamente, i malati in genere vogliono fare qualcosa di diverso da ciò che Dio vuole che facciano.

La tragedia di questo mondo non è tanto il dolore che c’è; la tragedia è che tanto di esso è sprecato. Solo quando il buon ladrone è stato nel fuoco di una croce ha cominciato a trovare Dio. È solo nel dolore che alcuni cominciano a scoprire dov’è l’Amore.

(Fulton J. Sheen, da “Seven Words of Jesus and Mary”)

Qual è l’ingrediente in più nella sofferenza – che quando è assente provoca una maledizione, e quando è presente diventa una grazia?

Eccolo:

Dovete unire le vostre sofferenze e i vostri dolori con Cristo e vedere il vostro Calvario come proveniente dalla Mano di Dio.

Nostro Signore vedeva il Calice della Sua Passione come donato a Lui, non da Giuda o Pilato o Caifa o dal popolo, ma da Suo Padre:

“Non berrò il calice che Mio Padre stesso ha preparato per Me?”

Il dolore senza Cristo è sofferenza; il dolore con Cristo è sacrificio.

(Fulton J. Sheen)

L’oggetto della fede è Dio, non le cose della terra. Troppi interpretano la fede come ciò che dovrebbe liberarci dai mali della terra e suppongono che se soffriamo, è perché non abbiamo fede. Questo è del tutto falso!

La fede in Dio non è la garanzia che ci saranno risparmiate le “frecce della fortuna oltraggiosa”.

Nostro Signore non lo è stato. Perché dovremmo esserlo noi?

Erano i Suoi nemici che pensavano che se fosse stato un tutt’uno con Dio, non avrebbe dovuto soffrire, perché quando disse: “Eli, Eli” immaginando che Egli chiamasse Elia, loro sogghignarono: “Vediamo se Elia verrà a liberarlo” (Mt 27,49). Poiché non è stato liberato, conclusero che doveva essere malvagio.

No! Fede non significa essere tirato giù da una croce; significa essere innalzato in Cielo – spesso anche da una croce.

Le uniche volte in cui alcune persone pensano a Dio sono quando sono nei guai, o quando il loro portafoglio è vuoto, o hanno la possibilità di renderlo un po’ più pieno. Si lusingano di avere fede in quei momenti, quando in realtà hanno solo la speranza terrena di una buona fortuna.

La fede è fondata sull’anima e la sua salvezza in Dio, non sugli scogli della terra.

(Fulton J. Sheen, da “The Seven Virtues”)

C’è in ognuno di noi un io-ombra e un io-reale. L’io-ombra cerca solo la propria volontà e il proprio piacere. Più manteniamo il Sole dietro di noi, maggiore è la lunghezza dell’ombra, meno Cristo è nella nostra vita.

Ogni dolore sopportato pazientemente, ogni colpo all’io-ombra, modella il vero io-eterno. Fu la Crocifissione di Nostro Signore che preparò la via per la Sua Risurrezione e Gloria.

Gesù Nostro Signore sta tessendo le tue vesti celesti per le nozze celesti, anche se non lo sai, in momenti che sembrano così privi di amore.

Non puoi vedere interamente il Piano di Dio per te. L’oceano inesplorato è davanti a te, mentre ti lanci nella stretta cabina della tua sofferenza; ma il Divino Pilota ti sta portando in porto.

(Fulton J. Sheen, da “Quaresima e ispirazioni pasquali”)

I nostri lamenti e gemiti attuali stanno creando in noi una maggiore capacità di gioia per l’avvenire. Il Nostro Beato Signore, per rappresentare questo cambiamento della Croce in Gloria, e della sofferenza in gioia, paragona la vita a una madre che mette al mondo un bambino. Il travaglio della mortificazione è il precursore della resurrezione e della gioia.

Notate come il dolore nasce dalla stessa radice della gioia. Le due cose non si scontrano l’una contro l’altra, ma si fondono l’una nell’altra. Le nostre gioie più pure e nobili sono dolori trasformati.

Il dolore di un cuore contrito diventa la gioia del figlio perdonato. Ogni colpo dell’aratro, e ogni oscuro giorno d’inverno, sono rappresentati negli ampi campi che ondeggiano di grano dorato. Nella sofferenza Cristo ti prende nelle Sue Mani come un povero, opaco blocco di marmo, ma con il Suo scalpello Egli modella in te il Suo scopo.

(Fulton J. Sheen, da “Ispirazioni quaresimali e pasquali”)

L’antico orafo raffinava il minerale d’oro grezzo nel suo crogiolo bruciando le scorie nel calore intenso per recuperare l’oro puro. Come l’orafo, Dio ci custodisce nella fornace ardente fino a quando Egli possa vedere il riflesso del Volto del Signore Gesù nelle nostre vite. Non è molto interessato al lavoro che facciamo, ma piuttosto a quanto assomigliamo a Suo Figlio.

(Fulton J. Sheen, da “Ispirazioni di Quaresima e Pasqua”)

Cosa ci insegnano le Stimmate di Cristo?

Ci insegnano che la vita è una lotta: che la nostra condizione di resurrezione finale è esattamente uguale alla Sua; che se non c’è una Croce nella nostra vita, non ci sarà mai una tomba vuota; se non c’è un Venerdì Santo, non ci sarà mai una Domenica di Pasqua; se non c’è una corona di spine, non ci sarà mai un’aureola di luce; e se non soffriamo con Lui, non risorgeremo con Lui.

(Fulton J. Sheen, da “I personaggi della Passione”)

“Perché non possiamo servirci di una croce per diventare simili a Dio?”

Forse che l’uva non dev’essere schiacciata per poter diventare vino, e il grano macinato per poter diventare pane da mangiare? Perché, allora, il dolore non può mutarsi in redenzione? Perché sotto l’azione dell’Amore Divino le croci non possono trasformarsi in crocifissi? Perché i castighi non possono essere considerati penitenze? Perché non possiamo servirci di una croce per diventare simili a Dio?

Non possiamo diventare simili a Cristo per quanto riguarda il Suo Potere: non possiamo diventare simili a Lui per quanto riguarda il Suo Sapere.

C’è un solo modo per diventare simili a Gesù: il modo come Egli portò i Suoi Dolori e la Sua Croce, e cioè con Amore. “Nessuno ha un amore più grande di questo, di dare la vita per i suoi amici.”

È l’amore a rendere sopportabile la sofferenza. Se intendiamo che il dolore giova alla salvezza di altri, o anche alla nostra stessa anima, poiché accresce la Gloria di Dio, lo sopportiamo più facilmente.

Una madre veglia al capezzale del figliuolo ammalato: a questo il mondo dà il nome di “fatica”, e lei il nome di “Amore”. Il dolore è il sacrificio senza amore, il sacrificio è il dolore con l’Amore.

(Fulton J. Sheen, da “Andate in Paradiso!”)

Che cosa potrebbe fare il mondo senza la Santa Messa?

La sofferenza, una volta era il pane di pochi. Oggi è il fardello di tutti. Se non soffrono i corpi, sono straziate le menti agitate dalle ansie, dalla paura, dalle preoccupazioni. Oh! La tragedia di questa sofferenza buttata via, sciupata! Per tanti è divenuta insopportabile, perché tanto pochi sono coloro che sanno amare.

L’Amore non può distruggere la sofferenza, ma la può addolcire, come vi può diminuire il dispiacere di aver smarrito il portafoglio se pensate che possa averlo trovato una povera famiglia affamata, a cui portò la salvezza. Così la nostra sofferenza può divenire luminosa quando noi la offriamo per Qualcuno che amiamo.

Se ogni mattina noi portassimo le nostre piccole croci alla Santa Messa e le piantassimo a fianco della Grande Croce di Gesù sul Calvario, e al momento della Consacrazione dicessimo con Lui: “Questo è il Mio corpo, questo è il Mio sangue” noi scorderemmo i nostri mali nell’estasi del nostro Amore per Gesù Crocifisso.

(Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 5 Febbraio 1950”)

LA RICERCA DELL’AMORE: IN CIELO NOI CATTUREREMO L’ETERNO AMORE! “È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno…Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri”

In ogni cuore c’è una lotta tra romanticismo e matrimonio, tra fidanzamento e unione, tra inseguimento e cattura. L’amore terreno che è soltanto ricerca è incompleto; l’amore che è soltanto conseguimento è inerte. L’amore che si limita al possesso assorbe e distrugge l’essere amato; quello che si limita al desiderio è una forza inutile che si estingue come una stella senza vita. Quando mancano la ricerca o la soddisfazione da soddisfare, si genera il mistero e, a volte, la pena dell’amore. Come semplice perseguimento, l’amore è la morte per fame; come sola soddisfazione è la morte per sazietà e per il suo stesso “troppo”.

Se l’amore non potesse elevarsi al di sopra della terra, oscillerebbe, come il pendolo di un orologio, tra inseguimento e cattura, cattura e inseguimento, all’infinito. Ma i nostri cuori aspirano a qualche cosa di più. Noi vogliamo sfuggire a questo stancante e incessante inseguimento: non desideriamo, in amore, emulare il cacciatore che si dà alla ricerca di una nuova preda solo perché ha già ucciso la vecchia. E il modo di sfuggire esiste.

Esso si trova in quel momento eterno che combina insieme la ricerca e il ritrovamento. In Cielo noi cattureremo l’Eterno Amore; ma a sondarne la profondità un inseguimento infinito non sarà sufficiente. È l’Amore nel quale finalmente ritroviamo e in pari tempo perdiamo noi stessi, e sarà eternamente uguale. Qui la tensione tra romanticismo e matrimonio si concilia in un eterno istante di gioia, un istante che per l’intensità della gioia spezzerebbe il cuore se quell’Amore non fosse vita.

Non aver sete sarebbe inumano, aver sempre sete sarebbe una sofferenza; ma bere e aver sete nello stesso eterno momento significa innalzarsi alla più alta beatitudine dell’Amore. Questo è l’Amore “di cui avvertiamo la mancanza in ogni altro amore, la Bellezza che fa apparire qualsiasi altra bellezza dolore… il non posseduto che rende vano il possesso”.

Per avvicinarci quanto più è possibile, con la nostra immaginazione, a una simile esperienza dobbiamo metterci a pensare al momento della più felice estasi della nostra vita e raffigurarcelo quindi eternato. Questa specie di amore sarebbe ineffabile e senza parole; non può esserci espressione adeguata alla sua estasi. Perciò l’Amore Divino viene chiamato Spirito Santo, Santo Anelito. (…)

Per comporre il perfetto amore servono non due ma tre personalità, sia nella carne (marito, moglie e figlio), sia nello spirito (amante, amata e amore), sia nella Divina Natura (Padre, Figlio e Spirito Santo). Il sesso è dualità, l’Amore è sempre uno e trino. È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno. Alcuni non lo immaginano neppure, perché non hanno mai aperto le imposte del loro cupo cuore per lasciarvi entrare la luce di Dio; altri sono stati privati della speranza da coloro che non possono pensare all’amore in altri termini che non siano quelli del contatto tra due scimmie; altri ancora se ne ritraggono, scioccamente timorosi di perdere, nelle fiamme dell’Amore Divino, la brace moribonda dei loro pervertiti desideri. Ma altri vedono che, come la lama argentea nelle acque di un lago è il riflesso della luna, così l’amore umano è solo il riflesso attenuato del Cuore Divino.

Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri. Alla donna accanto al pozzo, che aveva avuto cinque mariti e viveva con un tale al quale non era sposata, Nostro Signore disse: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” (Gv 4,13). Non ci sono pozzi umani tanto profondi da poter estinguere la sete insaziabile dell’anima umana. Ma questo desiderio può essere soddisfatto. “Ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,13-14). La religione nobilita l’amore, e coloro che tolgono Dio all’uomo pervertono la natura dell’uomo. Solo una religione divina può proteggere lo spirito dagli assalti della materia o impedire all’animale che è in noi di conquistare lo spirito, rendendo l’uomo più brutale del bruto.

Come la vita cambia significato quando noi vediamo l’amore della carne come un riflesso della Luce Eterna attraverso il prisma del tempo! Coloro che vorrebbero separare il suono umano da quello dell’arpa celeste non possono avere musica; coloro che credono che l’amore sia solo un anelito del corpo si accorgeranno ben presto che l’amore ha emesso il suo ultimo anelito e che essi hanno fatto un contratto con la morte. Ma coloro che vedono in ogni bellezza terrena una debole copia dello splendore divino, coloro che vedono nella fedeltà a ogni voto la prova che Dio ci ama nonostante non siamo degni di essere amati, coloro che, di fronte ai loro affanni, vedono che l’Amore di Dio andò a finire su una Croce, coloro che permettono al fiume della loro estasi di traboccare dai canali della preghiera e dell’adorazione, costoro impareranno, anche sulla terra, che l’Amore fu fatto carne e abitò tra noi. Così l’Amore diventa un’ascensione verso il giorno beato in cui le illimitate profondità delle anime nostre saranno colmate dal dono infinito, in un’eternità dove l’amore è l’eternità della vita e Dio è Amore.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

-IN QUESTO MONDO AVRETE TRIBOLAZIONI- GESÙ NON HA DETTO: “SIATE BUONI E NON SOFFRIRETE”

Quando Gesù disse: «Ho vinto il mondo», non intendeva dire che i Suoi seguaci sarebbero stati immuni dalle tribolazioni, dalla sofferenza, dal dolore, dalla crocifissione e dalla morte. Non diede la pace che prometteva l’esenzione dalla lotta, perché Dio odia la pace in coloro che sono destinati alla guerra contro il male.

Se il Padre Celeste non aveva risparmiato il Figlio, allora Lui, il Figlio Celeste, non avrebbe risparmiato i Propri discepoli. Ciò che la Risurrezione offriva non era l’immunità dal male nel mondo fisico, ma l’immunità dal peccato nell’anima.

Agli Apostoli, il Divino Salvatore non disse mai: «Siate buoni e non soffrirete»; sebbene: «In questo mondo avrete tribolazioni». E li ammonì anche a temere non già quelli che uccidono il corpo ma quelli che possono uccidere l’anima.

Ed ecco ora dichiarare agli Apostoli che la Sua Vita era un modello per tutti i Suoi seguaci, incoraggiandoli così ad accettare con animo coraggioso e sereno quanto di peggio questa vita avesse da offrire. E disse pure che tutte quelle sofferenze erano come l’ombra della «Sua mano carezzevolmente protesa».

Nessun talismano Egli promise a proteggere dalle tribolazioni: è vero invece che come un Capitano Egli aveva combattuto per suggerire agli uomini il modo di trasfigurare alcune delle più tremende sofferenze della vita nei più ricchi profitti della vita spirituale.

La Croce di Cristo aveva sollevato le questioni della vita, e ad esse rispose la Risurrezione.
Non il Cristo svirilizzato ma il Cristo Virile è Colui che mostra e spiega nel Proprio Corpo il vessillo della Vittoria: la bandiera tutta Stimmate e Piaghe della Salvezza.

Tutto ciò il poeta Edward Shillito ha espresso in questi termini: «Nessun falso dio, immune dalle tribolazioni e dal dolore, avrebbe potuto consolarci in quei giorni».

(Fulton J. Sheen, da “Vita di Cristo”)

Perché dovrei soffrire? Cosa ho fatto di male nella vita?

Non solo chi conduce una vita cattiva soffre, ma anche chi conduce una vita buona. Ai piedi della Croce ci sono le vite buone, le vite migliori: specialmente la vita della Santa Madre. A volte ci chiediamo: “Perché dovrei soffrire? Cosa ho fatto di male nella vita?”

E cosa ha mai fatto di sbagliato Maria? Che cosa ha fatto di male Nostro Signore? Ricordatevi che siamo chiamati a partecipare all’opera di Redenzione di Cristo. Come dice San Paolo: “sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa.”

Cristo ha sofferto abbastanza? Sì. Ma a causa di chi? A causa del Suo Corpo, che è la Chiesa. Passano i secoli e noi continuiamo l’opera di Redenzione di Nostro Signore. Alla nascita di Cristo, Maria è stata chiamata a condividere la sua sofferenza. Quando lei portò il figlio di Dio a Simeone, egli disse: “Una spada trafiggerà la tua anima”. Ha dato alla luce il suo Bambino senza dolore, ma tutti gli altri che diventano fratelli di Cristo e figli di Maria sono la causa dell’agonia di questa Madre. Maria ha preso parte all’opera di Redenzione di Nostro Signore dando alla luce noi, suoi figli, in modo spirituale. Per questo possiamo chiamarla: Nostra Madre.

(Fulton J. Sheen, da “Through the Year with Fulton Sheen”)

CRISTO È VENUTO PRIMA DI TUTTO PER SALVARCI DAL PECCATO, DALLA DANNAZIONE ETERNA E NON PER TOGLIERCI LA SOFFERENZA E GUARIRCI DALLE MALATTIE.

Due ladri furono crocifissi a entrambi i lati di Cristo. Maledicevano e lo bestemmiavano entrambi; all’inizio non c’era alcuna differenza tra loro. Il primo, il ladro che era appeso a sinistra, simboleggia il dolore di chi dice: “Fammi scendere a terra”. Il ladro a destra voleva essere portato in Paradiso. Quello a sinistra girò la testa, come meglio poteva, e disse: “Se sei il figlio di Dio, salva te stesso e salva anche noi”.

Oggi, molte persone pensano che questa sia l’essenza del Cristianesimo: la guarigione. Nostro Signore guarisce, ma non sempre. Non ci sarà una guarigione completa fino a quando l’intero universo non sarà rinnovato. Nostro Signore non ha guarito Lazzaro, lo ha lasciato morire. Nostro Signore non ha liberato Giovanni Battista dalla prigione. Dio a volte guarisce. Ma la guarigione non è l’essenza della Sua venuta.

Tuttavia, questo era tutto ciò che il ladro alla sinistra del Signore chiedeva: soltanto di essere guarito. Se fosse vissuto in questo periodo, probabilmente non avrebbe mai pensato al peccato. Se avesse avuto i soldi, avrebbe speso migliaia di dollari in psicoterapia. Il pensiero del peccato non sarebbe mai entrato nella sua testa ma solo il desiderio di essere tolto dalla croce.

(Fulton J. Sheen)

SPIEGAZIONE DELLA CROCE: “LA CROCE È IL SIMBOLO DEL DOLORE, CRISTO CROCIFISSO È LA SOLUZIONE DEL PROBLEMA DELLA SOFFERENZA”

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Il problema del dolore ha un simbolo, e tale simbolo è la Croce. Ma perché nel problema della sofferenza tale simbolo è tipico?

Perché la Croce è composta di due sbarre, una orizzontale, e l’altra verticale. Quella orizzontale è la sbarra della morte, perché la morte è prostrata, prona, piatta. La sbarra verticale è quella della vita perché la vita è diritta. L’incrocio delle due sbarre significa la contraddizione della vita e della morte, della gioia e del dolore, delle risa e delle lacrime, del piacere e del dolore, della nostra volontà e della volontà di Dio. L’unico modo per formare la croce è quello di porre la sbarra della gioia sopra quella del dolore; ovvero, per esprimere lo stesso concetto con altre parole, la nostra volontà è la sbarra orizzontale, la volontà di Dio è quella verticale; non appena mettiamo i nostri desideri e la nostra volontà in opposizione ai desideri ed alla volontà di Dio, formiamo una croce.

E così la croce è il simbolo del dolore e della sofferenza. Se la croce è il simbolo del problema del dolore, il Crocifisso ne è la soluzione. La differenza tra la croce e il Crocifisso è Cristo.

Una volta che il Signore (che è lo stesso Amore) è salito sulla croce, ci rivela in che modo, attraverso l’amore, il dolore si può trasformare in sacrificio di gioia, e come coloro che seminano nelle lacrime possono raccogliere in letizia, coloro che piangono possono venir confortati, coloro che portano la croce nelle poche ore del Venerdì Santo possono possedere la felicità per un’eterna Domenica di Pasqua. L’amore è, in conclusione, la giuntura in cui la sbarra orizzontale della morte e quella verticale della vita si conciliano nella dottrina affermante che la vita si raggiunge attraverso la morte.

(Beato Fulton J. Sheen da “L’Uomo di Galilea”)

LA MISSIONE DEL DOLORE E DELL’ ANGOSCIA: Noi siamo stati creati per l’Infinito!

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Questo mondo, Dio l’ha creato troppo piccolo per noi! I nostri desideri sono più grandi delle nostre realizzazioni. Abbiamo un oceano di desideri, ma solo una tazza con cui attingere all’immensa distesa. Sbattiamo ogni momento contro le mura dell’universo e ci scortichiamo gli stinchi contro le sue barriere. È questa la causa principale di qualsiasi turbamento e sofferenza. Noi siamo stati creati per l’Infinito!

La nostra anima è provvista di ali, che però urtano contro la gabbia del nostro corpo e contro la banalità delle nostre città…Se già, nella nostra anima, sentissimo il bisogno di amare quel Dio per Cui siamo stati creati, il dolore non sarebbe necessario.

Il dolore supplisce in un certo senso alle mancanze del nostro amore. Dal fatto di esserci bruciati le dita, noi impariamo spesso ad amare la legge che le dita non dovrebbero tenersi vicino al fuoco. Pur essendo stati creati per la Divinità, ci seppelliamo fra i ninnoli terreni come se fossimo stati creati per essi. Ci costruiamo il nido in terra, sperando di potervi trovare contentezza, e tuttavia sopraggiunge a incendiarlo, come un tizzone, il dolore. Man mano che i piaceri saziano, che i nostri corpi si nutrono di brividi, che gli amici ci trascurano, e che il potere ci rende inquieti, andiamo sempre più dicendo nell’intimo dei nostri cuori: “È dunque vero, o Signore, che tutto passa a eccezione di Te?”.

La missione del dolore non è soltanto di rammentarci che questa terra non è tutto, ma anche di aiutarci ad espiare i nostri peccati. Il dolore è posto vicino al male per aiutare la redenzione dell’anima. Sicché il dolore non è necessariamente sempre esterno, come una malattia o un accidente; può bensì essere, e così è il più delle volte, interno: uno stato di disagio, uno scontento, un rodersi della coscienza, un avvertire che qualcosa non va, un senso di vuoto e di solitudine. È quest’ultima specie di dolore che, oggi, risospinge verso Dio molti cuori, molte anime.

Niente un cuore agogna così tanto di placare, quanto una sete ardente. Fu con il pretesto di tale analogia che il Salvatore Gesù convertì la donna Samaritana al pozzo. Ella aveva già avuto cinque mariti, e l’uomo col quale viveva non era suo marito. E tuttavia era assetata di Amore. È anche interessante notare che ella è la prima persona, nella Sacra Scrittura, ad applicare a Lui il nome di “Salvatore del mondo”. E ciò perché Gesù l’aveva salvata dal vuoto e dalla sete. Questo genere di sete potrebbe esser chiamato angoscia, meglio che dolore.

Tutti soffrono di angoscia, perfino i giovani in mezzo ai loro piaceri. L’angoscia è, in un certo modo, connessa alla speranza, cioè a questo sentire che l’universo non è vano e che l’aspirazione dell’anima dovrebbe, in qualche parte, venir soddisfatta. Il pessimismo guarda al passato, che esso crede incapace di redimersi, ma l’angoscia guarda al futuro, con la speranza che il passato possa essere annullato. L’angoscia non nasce dalla debolezza, bensì dalla forza e dalla possibilità, così come il dolore nasce dalle limitazioni.

L’uomo moderno, invece di ridursi alla disperazione, può cominciare a sperare, perché nell’angoscia Dio sollecita l’anima a un Amore che trascende qualsiasi amore, e a una “Bellezza che trascende qualsiasi altra bellezza”. È peculiare di questo secolo, il quale ha accumulato più ricchezza e potenza di qualsiasi altro secolo, l’essere anche il secolo della massima angoscia.

Coloro che considerano questo vuoto come quello di una valle scoscesa cadono nella disperazione e nell’oscurità; ma quanti vedono in esso il vuoto di un flauto possono eseguire le melodie dell’Infinito e diventare felici con il canto.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”.)

Lo scopo della fede non è di assicurarci che le nostre pene non sono penose, che i nostri nemici non sono reali e neppure di spiegarci sempre “perché” l’avversità ci colpisca.

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Lo scopo della fede non è di assicurarci che le nostre pene non sono penose, che i nostri nemici non sono reali, e che se abbiamo un po’ più di fiducia in noi stessi “tutto, con il tempo, si metterà per il meglio”; e neppure di spiegarci sempre “perché” l’avversità ci colpisca, dato che neppure Dio rispose ai “perché” di Giobbe.

Dio, invece, cominciò a far domande a Giobbe, e da parte sua Giobbe scoprì che le domande di Dio erano più soddisfacenti delle risposte degli uomini.

La Fede è bensì la credenza nella Verità fondata sull’autorità del Dio della Rivelazione. Quando considera le prove della vita, la fede ripropone al nostro spirito la massima vittoria dell’Amore nella Resurrezione del Nostro Divin Signore Gesù.

Se le prove e la persecuzione non rientrassero nello schema della vita, Dio non avrebbe permesso neppure che il Suo Divin Figliuolo, incarnatosi, Si volgesse a guardare le sbarre della contraddizione, ossia della Croce.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

Il dolore in sé non è insopportabile; è l’incapacità di comprenderne il significato che è insopportabile.

Il dolore in sé non è insopportabile; è l’incapacità di comprenderne il significato che è insopportabile. Se il buon ladrone non avesse visto uno scopo nel dolore, non avrebbe mai salvato la sua anima. Il dolore può essere la morte della nostra anima, o può essere la sua vita.

(Beato Fulton J. Sheen da “The rainbow of sorrow”)

Questo vuol dire essere Cattolici: essere eternamente inquieti ed eternamente in pace! Più profonda è la nostra Fede, più acuta la nostra impazienza di conoscere la pienezza della Luce!

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“Nel mondo avrete tribolazioni; ma confidate in Me, Io ho vinto il mondo” (Giovanni 16,33)

In un certo senso si può rispondere con un paradosso: Cattolico è colui che risente nello stesso momento ciò che può sembrare una contraddizione: inquietudine e pace. Prima l’inquietudine che non è, naturalmente, la falsa inquietudine di coloro che non hanno ancora trovato Dio o che, avendolo trovato, lo hanno riperduto attraverso il peccato. La nostra inquietudine ha una doppia origine: la sublimità dell’ideale e la tensione che ha l’anima e il corpo.

Richiede molto sforzo domare i nostri più bassi istinti tanto da poter mettere in pratica le parole di San Paolo: “I seguaci di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze”.

Abbiamo una tentazione da respingere; abbiamo paura che le Sue Mani ferite tocchino le nostre e vi lascino un’impronta di sangue…

È un fatto psicologico che più noi serviamo il Corpo Mistico di Cristo, maggiore è lo scontento di noi stessi; più ci avviciniamo a Lui, più ci convinciamo di non saper far niente…

Più ci allontaniamo dall’ideale Divino più vantiamo le nostre perfezioni, ma maggiormente ci avviciniamo a Cristo e più distinguiamo le nostre imperfezioni. Questo è il nostro tormento. Nessuno si sente sicuro della propria innocenza di fronte alla Purezza Assoluta, ma tutti chiedono con gli apostoli: “Sono io Signore? Sono io?”.

L’inquietudine e l’irrequietezza hanno una seconda origine nel tremendo contrasto tra anima e corpo, o meglio, nell’insufficienza del corpo a seguire l’anima. Quali uccelli in gabbia abbiamo a volte momenti di grande aspirazione alla vicinanza di Dio, specialmente dopo il Sacramento della Comunione Eucaristica, ma ben presto il nostro corpo ci butta a terra e limita, imprigiona, costringe l’anima.

La parte migliore della poesia romantica è pianto e lamento. Di fronte alla bellezza terrestre il cuore soffre della sua deficienza. Se coloro che amano sulla terra sentono la loro impossibilità ad esprimersi, che cosa sentirà l’anima umana di fronte al “Suo, tra tanti amori che noi sentiamo incompleti?”. E tra uguali può esserci giustizia ma non amore; la identica parità fra i sessi è fatale: il vero dell’amore non sta nell’uguaglianza, ma nell’inferiorità di colui che ama e nella superiorità dell’amato. Chi ama è spinto a inginocchiarsi e chi è amato ad essere messo sul piedistallo, e ogni amante lamenta la sua indegnità.

Eleviamo questo esperimento psicologico all’Infinito Amore, nel momento della maggiore intimità, quando, nel Sacramento della Comunione, riceviamo il Signore dell’Amore e della Vita. È ben giusto che la Chiesa metta allora sulle nostre labbra queste parole: “Oh! Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto”. Niente di quanto possiamo dire della nostra anima al Divino Visitatore sembra convogliare il nostro amore. Unito al nostro desiderio insaziabile di maggior amore, sta un senso struggente della nostra adolescenza di fronte all’Eterno. Noi sappiamo di offrire erbacce, quando vorremmo donare rose, sentiamo di essere cenere mentre dovremmo essere carboni ardenti, tendiamo braccia che non raggiungono lo Spirito, mentre dovremmo avere ali per volare all’Eterno. E sopra tutto questo, la tremenda sensazione di non amare abbastanza, di essere morti, freddi, distratti, quando niente ci può rendere soddisfatti se non appartenere all’amato come tralci alla Vite.

Più profonda è la nostra Fede, più acuta la nostra impazienza di conoscere la pienezza della Luce; più viva la speranza, più appassionato il nostro desiderio di essere posseduti; più ardente l’amore, più intenso il desiderio di strappare i veli della carne, che dobbiamo perdere e che ci nascondono, per ora, la Bellezza del Volto che “Lascia ogni altra bellezza oscurata”.

In breve, la nostra inquietudine è quella dell’innamorato che è ancora separato dall’amata. La nostra Anima è quella per la quale Sant’Agostino scrive: “I nostri cuori sono fatti per Te, Signore, e saranno inquieti finché non riposeranno in Te”.

Unita a questa pena, che viene dalla nostra indegnità, sta una pace ineffabile e una gioia indescrivibile. C’è la gioia dell’intelletto di conoscere la Verità di Cristo, continuata attraverso il Suo Corpo Mistico, la Chiesa…

E non c’è solo pace dell’intelletto, c’è anche gioia per il cuore attraverso l’amore del Cuore di Gesù.

Il vero innamorato di Dio non si trattiene dal peccare solo per timore di mancare ad un comandamento, ma perché rifugge dal ferire Cristo-Amore. L’amore ha due necessità: vuol piacere, obbedire, essere in armonia con Dio.
L’amore di Dio fa cambiare tutti i punti di vista del mondo: ci accorgiamo di amare tutti in Lui, perché tutti sono fatti da Lui e per Lui; se il Signore li ama, anch’io li amerò.

Nel dolore la fede ci ricorda che noi siamo nati da una tragedia: la disfatta del Venerdì Santo. Il Crocefisso sulle pareti delle nostre case, sugli altari, ci rammenta la bontà di Dio che, raccogliendo tutti i mali del mondo e offrendoli in Alto, ha vinto il male. Sappiamo che Nostro Signore Gesù non ci disse mai che saremmo stati senza tentazioni, ma affermò che non sarebbero mai state superiori alle nostre forze. Per questo difficilmente vengono stroncati coloro che nel dolore, nelle crisi della vita sono sostenuti da Cristo-Amore.

C’è gioia nell’animo di un credente, anche quando il corpo soffre; ma non c’è mai dolore del corpo che possa affliggere l’animo. Questo vuol dire essere Cattolici: essere eternamente inquieti ed eternamente in pace.

Non c’è contraddizione perché la nostra ansia e la nostra serenità si fondano dolcemente nell’ amore. Siamo inquieti perché non possediamo completamente il Signore; siamo sereni in proporzione di quanto facciamo per essere a Lui uniti. La comune sorgente è l’amore. Perché amiamo l’Infinito, noi ci divincoliamo al guinzaglio del finito; se Egli tocca le estremità delle nostre dita siamo rapiti da un’estasi celeste, perché sappiamo che un giorno Egli ci prenderà la mano. Siamo inquieti perché amiamo troppo poco; siamo in pace perché c’è tanto da amare. Siamo invidiati per la nostra pace felice; siamo disprezzati perché il suo prezzo è la Croce…

La prossima volta che vorrete sapere che cosa significa essere in pace, non chiedetelo a coloro che spargono bugie sul nostro conto; chiedetelo ad uno di coloro che, ogni mattina nella Messa, riceve nel suo cuore, il Cristo che è nostra Verità, nostra Pace, nostra Gioia.

(Beato Fulton J. Sheen, da “The Rock Plunged Into Eternity – Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 12 Febbraio 1950”)