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DIO, LA LEGGE DI GRAVITÀ DELL’AMORE, E IL PARADISO: “Ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale”

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini!

Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’Amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

LA MAGGIOR PARTE DEGLI UOMINI VUOLE UN AMORE E UN MATRIMONIO IMMATURO E ADOLESCENZIALE: “Se l’amore è l’emozione, quando questa svanisce anche l’amore sembra svanito”

Anche nel più nobile degli amori umani arriva un momento in cui si è “fatta l’abitudine” a quel che c’è di meglio (i gioiellieri non si commuovono più alla vista delle pietre preziose). E ciò rivela la necessità costitutiva che sempre, nella vita, deve esserci un mistero poiché, quando questo svanisce, la vita diventa banale. Forse potrebbe essere proprio questa la ragione della popolarità di cui oggi godono i libri gialli, ossia il fatto che essi andrebbero a colmare il vuoto creato dall’aver smarrito i misteri della fede. L’interesse violento suscitato dai racconti di misteriosi omicidi indica che la gente si appassiona di più al modo in cui una persona è stata ammazzata piuttosto che al destino eterno della persona ammazzata.

Quando nella vita non rimane nulla di arcano e di non rivelato viene meno la gioia di vivere. Il gusto dell’esistenza proviene in parte dal fatto che c’è ancora una porta che non è stata aperta, un velo che non è stato ancora sollevato, una nota che non è stata ancora suonata. Nessuno che stia vicino a un pozzo conosce la sete, ciò significa che proviamo ben poco desiderio di ciò che già possediamo, né c’è speranza di conseguire quel che già è nostro. Così avviene che il matrimonio spesso segni la fine del romanzo, come se fosse terminata la caccia e la selvaggina già riposta nel carniere. Quando una persona è da noi considerata come se ci spettasse di diritto, allora sfuma tutta quella sensibilità e quella delicatezza di affetto che è condizione essenziale dell’amicizia e della gioia. Il che è particolarmente vero in certe unioni coniugali dove domina il possesso senza il desiderio, una cattura senza l’emozione della caccia. Diversamente, il modo cristiano di preservare il mistero, e con esso l’attrazione, sta nel dischiudersi dell’amore nella generazione dei figli, mistero di vita e di amore, che è quel che intendiamo dicendo che esso diventa trino. (…)

Tutta la vita moderna è orientata verso il concetto che la forza maschile e la bellezza femminile siano e debbano essere un possesso permanente. Tutto il meccanismo dell’odierna pubblicità è rivolto verso questa menzogna. Si dice all’uomo che seguendo certe diete speciali migliorerà di dieci colpi il suo handicap al gioco del golf, che inghiottendo alcune pillole non avrà più, al posto della testa, la solita palla da biliardo. Quanto alla donna, le si promette che la sua bellezza può durare eternamente, che le sue mani screpolate dal bucato e il suo sorriso scarsamente attraente possono rimediarsi con un tubetto di questo o di quello, oppure le si fa credere che con una breve dieta lei non sarà più vittima di una circonferenza esagerata, che non mostrerà più di aver passato i quaranta ma sarà come se fosse tornata ventenne. Ma nonostante questa propaganda martellante circa l’eternità della bellezza e della forza, spesso avviene che un anno o due dopo il matrimonio il marito cessi di apparire quell’indomito e coraggioso Apollo che nei pomeriggi festivi faceva meraviglie nelle squadre di calcio, o che era tornato dalla guerra con tre decorazioni sul petto.

A un certo punto tutto sembra cambiare, e il giorno in cui la moglie lo pregherà di aiutarla a lavare i piatti lui le risponderà: “Questi sono lavori da donna, non mi riguardano”. Per quanto riguarda la donna, invece, lei non sembra più così bella come nei primi giorni della luna di miele. I suoi discorsi infantili che un tempo gli parevano così aggraziati e pieni di estatica tenerezza, ora cominciano a dargli seriamente sui nervi. È a questo punto che molte coppie sentono che l’amore se n’è andato, poiché, se l’amore è l’emozione, quando questa svanisce anche l’amore sembra svanito. Ma Dio non aveva mai inteso che la forza nell’uomo e la bellezza nella donna dovessero durare per sempre, bensì che dovessero riapparire nei loro figli: in questo si rivela la provvidenza divina. Proprio quando sembra che la bellezza dell’una e il vigore dell’altro si attenuino, Dio manda i figli per la protezione e la rifioritura di entrambi. Quando infatti il primo maschietto viene alla luce, sembra quasi che il padre torni a manifestarsi in tutta la sua forza e, per dirla con Virgilio, che “dal sommo cielo discenda una superiore stirpe umana”. Quando invece nasce la prima bambina, è la madre quella che rivive in tutta la sua bellezza e la sua grazia, e pare che anche il suo linguaggio puerile ritorni aggraziato. Inoltre, al marito piace perfino pensare che la madre sia l’unica origine dell’avvenenza della bimba. Così ogni bambino che nasce diventa uno di quei grani del rosario dell’amore che lega insieme i genitori nella catena di una dolce schiavitù d’amore. (…)

Bisogna mettersi in testa una verità inconfutabile e ineludibile: dove c’è dualismo c’è deficienza, dove c’è Trinità c’è pietà. La deficienza è avida di colmarsi a spese del prossimo, mentre la pietà nasce da una ricchezza che è impaziente di riversarsi sugli altri. Togliete all’amore il suo carattere “trinitario” e tutte le relazioni interiori si dissolveranno lasciando sussistere soltanto una mera esteriorità vuota, si tratti del contatto fisico dell’uomo con la donna, o del conflitto tra capitale e lavoro, oppure della guerra, fredda o calda, tra il mondo occidentale e il mondo orientale. Una società in cui il legame unificatore è stato abbandonato diviene progressivamente un agglomerato di atomi, fino a che alla fine gli uomini invocheranno una forza totalitaria che “organizzi” il caos: è così che nasce il socialismo ateo. Come la cultura, quando smarrisce una sua filosofia della vita, si frammenta in tanti reparti senza coesione né unità fuorché quella accidentale di vicinanza e di tempo. E come un corpo quando perde la sua anima si riduce ai suoi componenti chimici tranquillamente scindibili e scomponibili, così anche la famiglia quando perde il legame unificatore dell’amore si riduce alle aule dove si pronunciano i divorzi.

Senza un terzo elemento vivificante che sia esterno ai due coniugi, l’uomo è dapprima compresso e poi soppresso da forze ostili, fino a trovarsi rinchiuso entro i limiti dell’intelletto, solo, isolato, spaurito e prigioniero di se stesso. Che cosa può soddisfarlo se non ha rapporti con nulla? Rigettando l’amore fuori dal proprio ego l’uomo non può comprendere il sacrificio se non come un’amputazione e un’autodistruzione. Come può un essere che si rende coscientemente e volontariamente difettoso e impotente dare qualsiasi cosa se in lui regna il vuoto? Costui è pronto forse all’immolazione di sé sotto forma di suicidio ma non come sacrificio di sé per il bene degli altri. Nulla esiste in lui all’infuori del suo ego, per questo gli altri limitano la sua personalità e ostacolano i suoi desideri, apparendogli quindi detestabili. Finché non emerge quel più profondo amore che è il perfetto compimento della personalità, l’ego non cesserà mai di ribellarsi contro il sacrificio, sia che si tratti, per amore della pace o dell’amicizia, di compiacere il compagno, sia che si tratti di fondare una famiglia per vedere forza e bellezza prolungarsi fino alla “terza o quarta generazione”.

La sola cosa realmente progressiva in tutto l’universo è l’amore. Eppure, questa dimensione dell’essere che Dio ha fatto schiudere, sbocciare, e fiorire nel cuore dell’uomo perché sfidasse il tempo e l’eternità è quella che più spesso viene strappata quando è ancora in germoglio. Questa è forse la ragione per cui gli artisti rappresentano sempre l’amore come un piccolo Cupido che non diventa mai adulto. Armato di un semplice arco e di una freccia in un universo atomico, il povero angioletto ha ben poche possibilità di sopravvivenza. San Paolo ci dice che mentre la fede e la speranza in paradiso non avranno più ragion d’essere, l’amore, invece, rimarrà in eterno. Ma ciò che i mortali vorrebbero fosse eterno è proprio ciò che essi strozzano ancor prima che cominci a camminare.

Se un uomo proveniente dal pianeta Marte non avesse mai saputo del massimo evento della storia, ossia della nascita del divino amore nella persona di Cristo; probabilmente lui potrebbe, tuttavia, indovinare il resto di quella storia e predire la crocifissione. Gli basterebbe aver osservato come anche i più sublimi tra gli amori umani vengano disgiunti, rinnegati, mutilati, barattati e soffocati. Ma se l’amore è ciò che il cuore umano brama al di sopra di ogni altra cosa, perché non si sviluppa come amore? Questo dipende dal fatto che la maggior parte degli uomini vuole l’amore in forma di serpente e non di uccello: molte persone preferiscono l’amore che si trova sullo stesso piano della carne e non quello che con le proprie ali si innalza dalla polvere del suolo ai picchi montani per poi perdersi nel cielo. Vogliono cioè un amore che, come Cupido, non cresca mai, un amore immaturo e adolescenziale.

(Fulton Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

L’ERRORE PRINCIPALE DEL GENERE UMANO: ESCLUDERE DIO DALL’AMORE! “L’amore o è trino o muore”

L’errore principale del genere umano è stato quello di presumere che per amare bastasse essere in due: tu e io, ovvero la società e io, oppure l’umanità e io. In verità, affinché l’uomo, sia preso individualmente che in società, possa essere in grado di amare, necessita di un “terzo elemento” nell’equazione. Occorre cioè, per amare, essere in tre: noi, gli altri e Dio; tu, io e Dio. L’amore di sé senza amore di Dio è l’egoismo, e l’amore del prossimo senza amore di Dio si limita solamente a coloro che ci sono gradevoli, non a coloro che ci appaiono odiosi.

Non si possono legare insieme due bastoni senza qualche altra cosa che sia al di fuori dei bastoni; allo stesso modo non è possibile riunire insieme le nazioni senza il riconoscimento di una legge e di una persona che sia al di fuori delle nazioni stesse. In amore il dualismo si estingue mediante il compimento del dono di se stessi, ma “l’amore o è trino o muore”. Affinché questo si compia si richiedono tre virtù: la fede, la speranza e la carità.

Queste si completano, si purificano e si rigenerano a vicenda, poiché credere in Dio significa slanciarsi tra le sue braccia, sperare in Lui significa riposare pazientemente sul suo cuore passando per tutte le prove e le tribolazioni, e amarlo significa vivere in Lui partecipando, mediante la grazia, alla sua divina natura. Se l’amore non avesse fede e fiducia, morirebbe; se non avesse speranza le sue sofferenze sarebbero torture, e l’amore stesso potrebbe apparire disamorato. Per questo l’amore di sé, l’amore del prossimo e l’amore di Dio procedono sempre insieme, e nel momento in cui vengono separati l’uno dall’altro vanno in frantumi.

L’amore di sé destituito dell’amore di Dio, come si è visto, è egotismo, perché se non esiste quel perfetto amore da cui fummo originati e al quale siamo destinati, allora l’ego diventa il nostro centro. Ma quando amiamo noi stessi in Dio, allora l’intero concetto di autoperfezione si trasforma. Se l’ego è un assoluto, la sua perfezione consiste nel possedere a ogni costo tutto ciò che possa farlo felice. Tale è l’essenza dell’egotismo o egoismo, che dir si voglia. Ma se ultimo fine della personalità è l’unione con l’amore perfetto, allora la perfezione dell’ego consiste non già nel possedere, ma nell’essere posseduti o, meglio ancora, non nell’avere ma nell’essere. (…)

L’amore tra marito e moglie si perfeziona quando diventa trino. Questa è la struttura geometrica dell’amore che consta di tre elementi: l’amante, l’amata, e l’amore. Quest’ultimo, essendo qualcosa di distinto da ambedue, è però al contempo insito in loro animando i loro desideri. Se infatti ci fosse soltanto il mio e il tuo, esisterebbero solo impenetrabilità e separazione, e l’unità non potrebbe realizzarsi finché non ci fosse un terzo elemento attivo, simile al suolo da cui due viti crescono e prendono vita intrecciandosi poi fra di loro. Allora, l’impotenza dell’io a possedere in modo completo l’altra creatura viene superata nella constatazione che esiste un legame esteriore che spinge i due l’uno verso l’altro, aleggiando su di essi come lo Spirito Santo adombrò Maria, trasformando così l’Io e il Tu in un Noi. Ed è a questo che alludono gli amanti quando parlano, senza saperlo, del “nostro amore”, come di qualcosa di distinto da ciascuno di loro ma che nondimeno li tiene uniti saldamente.

Senza il senso di quell’amore assoluto, che è più forte dell’amore singolo che l’uno nutre per l’altro, vige un falso dualismo che sfocia nell’assorbimento dell’Io nel Tu, o del Tu nell’Io, il che, nei casi di divorzio, viene chiamato “crudeltà mentale” o “dominazione”. In realtà si tratta di egocentrismo, per cui l’uno ama nell’altro soltanto il proprio ego; in tal modo l’Io si proietta nel Tu e in esso, come in uno specchio, ama se stesso. Il Tu perciò non è più amato come persona, ma come strumento di piacere dell’Io, e non appena cessa di inebriarci, il cosiddetto “amore” comincia a svanire. Una volta giunti a questo punto non c’è più nulla che possa tenere insieme una coppia del genere, perché un terzo termine non esiste. In due soltanto potrà esserci una reciproca idolatria, ma dopo un poco “la dea” o “il dio” si riveleranno di latta.

Risulta perciò incommensurabile la differenza tra l’amare se stessi in un altro, e il darsi, l’uno e l’altro, a quel terzo elemento che manterrà nei due un amore imperituro. Senza l’amore di Dio c’è il pericolo reale che l’amore umano perisca nel proprio eccesso, ma quando ciascuno ama – oltre e al di sopra di quelle scintille individuali che provengono dalla fiamma divina – la fiamma stessa dell’amore, allora non si dà più un reciproco “prosciugamento” ma un’intima comunione. Solo allora l’amore dell’altro diviene la prova che anch’egli ama Dio, perché è contemplato in Dio e non potrebbe essere amato separato da Lui.

Tre elementi occorrono dunque all’amore, poiché quel che lega l’amante e l’amata sulla terra è un ideale che è al di fuori di entrambi. Come non si dà pioggia senza nuvole, così è impossibile comprendere l’amore senza Dio. Nel Vecchio Testamento Dio è definito l’essere la cui natura è di esistere: “Io sono Colui che è”. Ma nel Nuovo Testamento Dio è definito amore: “Dio è Amore”. Ecco perché il fondamento di ogni filosofia è l’esistenza, ma la base di ogni teologia è la carità, ossia l’amore.

Se volessimo indagare il mistero per cui l’amore è trino e implica l’amante, l’amato e l’amore, dovremmo risalire a Dio stesso. L’amore è trino in Dio perché in Lui vi sono tre persone nell’unica natura divina. L’amore è trino in quanto è il riflesso di quell’amore divino in cui sussistono tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. È la Trinità che offre una risposta alle domande di Platone: se c’è un solo Dio, a che cosa potrebbe pensare? Si risponde: Egli pensa un pensiero eterno, il suo Verbo eterno, suo Figlio. E poi: se c’è un solo Dio, chi o che cosa potrebbe amare? Si risponde: Lui ama suo Figlio, e questo reciproco amore è lo Spirito Santo.

Quel grande filosofo rasentò il mistero della Trinità, perché il suo nobile intelletto parve in qualche modo intuire che un essere infinito debba avere relazioni di pensiero e di amore, e senza né pensiero né amore Dio non può addirittura essere concepito. Ma fu soltanto quando il Verbo si fu incarnato che l’uomo conobbe il segreto di quelle relazioni e della intima vita di Dio, perché fu Gesù Cristo, suo Figlio, a rivelarcela.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

AMATE I VOSTRI NEMICI E COLORO CHE VI ODIANO: L’amore di Dio rende possibile amare coloro che sono “difficili ad amarsi”…Quanto più saremo lontani da Dio, tanto più saremo lontani gli uni dagli altri.

Fondamentalmente, il motivo per cui noi dovremmo amare noi stessi, è il fatto che Dio ci ama. Se Lui vede in noi qualche cosa di degno e se è morto per salvarci, vuol dire che abbiamo un motivo più che valido per amarci. Come un uomo si sente nobilitato quando è amato da una bella e graziosa amica, quale allora dovrebbe essere l’estasi di un’anima nel momento in cui si risveglia alla travolgente verità: “Dio mi ama!”

È facile amare coloro che ci amano, e il nostro divino Signore ci disse che per questo non c’era ricompensa. Ma che cosa dire di quella parte di umanità che noi consideriamo indegna di amore? Uno dei più forti argomenti sociali che confermano l’esistenza di Dio è il seguente: ci deve essere un Dio, altrimenti tante persone non sarebbero amate. L’amore di Dio rende possibile amare coloro che sono “difficili ad amarsi”. Perché mai dovremmo amare coloro che ci odiano, che malignano sul conto nostro, che ci pestano i piedi a teatro per assicurarsi i posti migliori? C’è solamente una ragione: per amore di Dio.

Forse possono non piacerci perché il piacere è emotività, ma possiamo comunque amarli poiché l’amore risiede nella volontà ed è soggetto al comando: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5,44). Perciò, dal momento che amiamo Dio, siamo resi capaci di amare chiunque per amor suo, come un innamorato si farà piacere l’aragosta per far contenta la sua bella. Perciò quando ci imbattiamo in qualche persona particolarmente scostante e siamo tentati di respingerne la presenza sia pure per breve tempo, dovremmo pensare che in quel momento Dio ci appare dicendo “Ascolta, io l’ho sopportata per quarant’anni, tu non puoi sopportarla per dieci minuti?”.

Inoltre, l’amore di Dio ci ricorda che non dovremmo giudicare il prossimo in base alla sua apparenza, poiché se esso avesse ricevuto tutte le grazie e le possibilità che abbiamo ricevuto noi, quanto maggiormente potrebbe amare Dio! Il fariseo all’ingresso del Tempio che amministrava la legge e che dava ai poveri l’ammontare deducibile dalle tasse non fu elogiato da Dio, mentre il pubblicano che donò la sua anima a Dio domandando perdono, tornò a casa perdonato. Fu questo pensiero che fece dire a San Filippo Neri, quando vide un uomo salire sul patibolo: “Potrebbe essere Filippo, se non fosse stato per la grazia di Dio”.

Dopo un certo tempo tutte quelle persone che prima ci sembravano così poco attraenti ci appaiono molto migliori di noi. Su un piano spirituale arriviamo a un punto in cui sentiamo i loro peccati come fossero i nostri, e ci assumiamo i loro debiti in penitenza come il Salvatore si assunse i nostri perché le amiamo in Dio. (…)

L’amore del prossimo, quando è pervaso dall’amore di Dio, non sfrutta mai il prossimo per il proprio vantaggio. E ben sappiamo che nulla ha tanto contribuito ad abbassare il livello dei rapporti umani quanto l’idea che possiamo accattivarci amicizie mediante lusinghe. Niente di più lontano dal vero amore, il quale aiuta il prossimo ad adempiere la sua vocazione in Dio, e in tal modo coincide anche con l’adempimento della propria vocazione.

Disse San Paolo ai Romani: “Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo” (Rm 15,1-2).

Di solito nelle nostre relazioni noi limitiamo l’orizzonte del nostro affetto a coloro che amiamo, ma pochi sono i samaritani che amano coloro che li odiano. Nulla, però, può ampliare tanto questo orizzonte quanto il considerare non soltanto quelli che noi amiamo, ma quelli che sono anzitutto amati da Dio, che sono cioè tutti gli uomini. In tal modo l’anima si fa più simile a Dio, Lui che è il “creatore” di colui (o colei) che amiamo. In Lui queste creature che “a pelle” ci appaiono umanamente detestabili, cominciano con il diventarci amabili. L’amore di Dio, infatti, non soltanto prolunga la creazione divina, come abbiamo visto con la procreazione dei figli, ma continua anche la sua redenzione, almeno nella misura in cui vorremmo anche noi rigenerare e redimere coloro che amiamo.

Immaginiamo un gran cerchio dal cui centro s’irradiano tanti raggi luminosi verso la circonferenza, e facciamo conto che la luce al centro sia Dio, e ognuno di noi sia un suo raggio: quanto più i raggi si troveranno vicini al centro, tanto più vicini si troveranno tra loro. Perciò, quanto più viviamo vicini e uniti a Dio, tanto più vicini ci troveremo al suo e nostro prossimo, viceversa quanto più saremo lontani da Dio, tanto più saremo lontani gli uni dagli altri. E quanto più un raggio si allontana dal centro, tanto più si indebolisce, mentre quanto più gli si avvicina, tanto più si rafforza.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

L’UNIONE CON LA FELICITÀ PERFETTA: OGNI PERSONA CERCA ARDENTEMENTE L’AMORE CHE È DIO!

L’unione con la felicità perfetta, che è Dio, non è qualcosa di estrinseco a noi, come una medaglia d’oro per uno studioso, ma è, piuttosto, intrinseca in noi come la fioritura nel fiore: senza di lei ci sentiamo incompleti e insoddisfatti. Effettivamente, l’ego ininterrottamente si strugge di questo amore divino: la sua insaziabile esigenza di felicità, le sue anticipazioni di piaceri estatici, il costante desiderio di un amore che non comporti la sazietà, il suo protendersi verso qualcosa che è oltre la sua portata, la sua tristezza inevitabile dopo aver conseguito ogni felicità che non si adegui all’infinito – tutti questi stati d’animo rappresentano un appello dell’anima alla congiunzione con Dio.

Come gli alberi della foresta si contorcono per superare gli altri alberi e arrivare ad assorbire la luce, così ogni essere cerca ardentemente l’amore che è Dio. E se questo amore dovesse sembrare contrario ai desideri di alcune persone, lo è solamente perché è contrario al loro egoismo radicale, ma non alla loro natura. Dio non ha dato all’essere tutto ciò di cui necessita per la felicità, ma si è trattenuto una cosa indispensabile: se stesso.

Qui appare un’importante analogia tra l’infelicità temporale qui sulla terra e l’infelicità eterna nell’inferno; in entrambi i casi l’anima è priva di qualcosa di vitale: Dio. Ed è proprio questo che provoca l’inferno: la mancanza di vita perfetta, di verità perfetta e di amore perfetto, ossia di Dio, che è essenziale alla nostra felicità, che è La nostra felicità. Dio trattiene qualcosa di essenziale all’uomo lontano dalla terra, non come punizione, ma come sprone. Il poeta George Herbert ci ha detto come Dio profondesse per l’uomo la ricchezza, la bellezza e il piacere, ma trattenesse se stesso:

“Perché se io dovessi (disse Egli) donare anche questo gioiello alle creature, l’uomo adorerebbe i Miei doni invece di Me, e si ristorerebbe nella natura, non già nel Dio della natura, e ci perderebbero entrambi. Che si tenga pure tutto il riposo ma lo tenga in dolente irrequietezza; sia ricco e inquieto, così che alla fine, se non lo guida la bontà, la stanchezza lo getti sul mio petto.”

Occorre uno sforzo per crescere in questo amore, poiché se l’arte della pittura si coltiva dipingendo, il parlare si acquista parlando e lo studio s’impara studiando, così l’amore s’impara amando. Occorre un notevole grado di ascetismo per bandire ogni pensiero disamorato e fare eventualmente di noi degli esseri amanti. È la volontà di amare, in definitiva, che ci rende tali.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

IL SEGRETO DELLA FELICITÀ: “Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore”

Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore. In questo amore, che è Dio, si perfeziona l’amore di sé, poiché in Lui amiamo anche il prossimo nostro come noi stessi e per la stessa ragione. Se dunque io odierò qualcuno, rivolgerò il mio odio verso una creatura che è stata fatta da Dio, e se amerò me stesso escludendo Dio dovrò constatare che in realtà non sto amando, bensì odiando me stesso perché non vivrei all’altezza del mio essere umano chiamato a essere figlio di Dio mediante il battesimo e la vita in Cristo.

L’amore a primo acchito potrebbe sembrare una vera contraddizione: come possiamo infatti amare noi stessi senza essere egoisti? E come amare gli altri senza perdere se stessi? La risposta è questa: amando noi stessi e il prossimo in Dio. È l’amore divino e solo l’amore divino a farci rettamente amare noi stessi e il prossimo. Infatti, Dio ci ha amati per primo nonostante fossimo peccatori. L’amore di sé evita l’egoismo mediante la ricerca dell’auto-perfezione, la quale si raggiunge amando Dio, e di conseguenza l’amore del prossimo evita il totalitarismo, ossia la perdita di se stessi mediante l’assorbimento nella massa, mediante l’amore del prossimo nella fraternità spirituale del Padre Nostro.

Quelle povere anime frustrate, rinchiuse entro la morsa della propria eccentricità, mantengono troppo indaffarati i loro piccoli cervelli egocentrici e troppo in ozio le loro mani e i loro piedi egoisti. Se cominciassero ad amare il loro prossimo per amore di Dio, si accorgerebbero presto di aspirare al loro proprio perfezionamento morale, che consiste non nella ricerca meschina della propria volontà, ma nel conformarsi alla volontà divina. Questa duplice legge, dell’amore di sé e dell’amore del prossimo in Dio, è il segreto della vita; per questo nostro Signore, subito dopo averci impartito la legge dell’amore di Dio e del prossimo, soggiunse: “Fa’ questo e vivrai” (Lc 10,28).

Dio non ha mai avuto l’intenzione di separare l’ “Io” e il “Tu”, né si può considerare in alcun modo Dio come un ostacolo al pieno godimento di se stessi, né, tantomeno, Lui si pone in competizione con noi nell’amore del nostro prossimo. Ma quando l’amore si fa trino, allora al centro dell’ “Io” e del “Tu” viene a prendere dimora Dio stesso, impedendo in tal modo che l’ “Io” diventi egotista e che il “Tu” si trasformi in un utensile o in uno volgare strumento di piacere. In un tale amore è lo stesso Dio che si mette, per così dire, “in pellegrinaggio” al nostro fianco. Ma se volessimo ricercare la ragione per cui occorrono tre elementi perché si realizzi l’amore, dovremmo volgere il nostro sguardo nel cuore stesso di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

C’È UNA SOLA SOLUZIONE ALLA DIFFICOLTÀ CHE DEVONO AFFRONTARE TUTTI GLI SPOSI NEL MATRIMONIO

La difficoltà che tutti coloro che sono sposati devono sperimentare è il paradosso del matrimonio e del romanticismo, dell’inseguimento e della cattura. Ciascuna di queste condizioni ha le sue gioie, ma non sono in armonia tra loro. Il matrimonio pone fine al corteggiamento come la cattura pone fine all’inseguimento, ma il corteggiamento non presume il matrimonio. Come comporre allora questa contraddizione? C’è un modo solo affinché l’anima non ne esca bruciata o inaridita, ed è di considerare tanto il corteggiamento quanto il matrimonio come incompleti.

In realtà il corteggiamento era un desiderio, una ricerca dell’infinito, l’inseguimento di un amore estatico, eterno, senza fine, mentre il matrimonio è il possesso d’un amore finito e frammentario, per quanto possa avere momenti di dolcezza. Si cercava un giardino, e si è finito con il mangiare una mela. Si implorava una melodia, e non ne è venuta fuori che una sola nota. A questo punto il Cristianesimo ci ammonisce: non crediate che la vita sia una trappola o un’illusione; sarebbe tale se non esistesse l’Infinito per appagare i vostri sogni.

Piuttosto, il marito e la moglie dovrebbero dire: “Tutti e due vogliamo un Amore che non conosca morte, e che non abbia nemmeno un attimo di odio né di sazietà. Quell’amore esiste oltre noi stessi; facciamo quindi sì che il nostro reciproco attaccamento coniugale sia usato in modo tale da condurci a quell’amore perfetto e gioioso che è Dio”.

A questo punto l’amore cessa di essere una delusione e diventa un sacramento, un sentiero che certamente conserva la sua dimensione materiale e carnale, ma solo per condurre allo spirituale e al divino. Allora marito e moglie cominciano a scorgere che l’amore umano non è che una scintilla della Grande Fiamma dell’Eternità, e che quella felicità che deriva dall’unione di due esseri in una carne sola è soltanto il preludio a quella più completa comunione di due in uno spirito solo. È così che il matrimonio diventa il diapason a cui si accorda il canto degli angeli, o un fiume che corre al suo mare.

Soltanto allora la coppia di sposi si renderà conto che c’è una risposta all’ingannevole mistero dell’amore, che esiste, in qualche luogo, una riconciliazione fra la ricerca e la meta, e che questa sta nell’unione finale con Dio, per cui l’inseguimento e la cattura, la fase idilliaca e il matrimonio si fondono in una cosa sola. E poiché Dio è amore illimitato ed eterno, occorrerà un’indagine eterna ed estatica per scandagliarne le profondità. Solo allora si avranno in un medesimo ed eterno momento una ricettività illimitata e un dono senza fine. Così Eros ascende ad Agape, e ambedue conducono a quella massima rivelazione che mai sia stata offerta al mondo: “Deus Caritas est”, Dio è amore.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

LA DIPENDENZA AMOROSA TRA IL SACRO CUORE DI CRISTO E IL CUORE IMMACOLATO DI MARIA: “Maria fu l’incudine su cui lo Spirito Santo, tra le fiamme dell’amore, forgiò l’umana natura con cui doveva identificarsi Cristo, il Verbo di Dio.”

Attraverso tutta la vita di Cristo troviamo una dipendenza amorosa del Sacro Cuore dal Cuore Immacolato di Maria. Difatti, il sangue che scorreva nelle Sue vene era quello di Lei, il Suo Corpo, che più tardi venne sacrificato in espiazione del peccato, era il Corpo che aveva ricevuto da Lei. I fuochi divini che accesero la terra albergarono dapprima nel cuore di Lei, e le acque della vita eterna offerte agli assetati, scaturirono da Lei come da una fontana. Questo amore che il Sacro Cuore nutrì per Sua Madre fu ricambiato dall’amore della Madre per il Figlio.

La vita di Gesù ci parla e ci dice:

“Ho dato me stesso a mia madre. Il mio corpo fu formato da lei, la mia volontà fu soggetta alla sua, i miei miracoli ebbero inizio per tramite suo, la mia crocifissione fu annunciata per mezzo suo e la mia redenzione fu perfezionata da lei ai piedi della Croce. A differenza degli altri uomini, non la lasciai per fondare una famiglia poiché, come dissi a mia madre, ci sono altri vincoli oltre a quelli della carne: ‘Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre’ (Mt 12,50). La mia famiglia, la famiglia di tutti coloro che vivono del mio Spirito, cominciò con lei. Io fui il primo nato dalla carne, e Giovanni fu il secondo nato dallo spirito ai piedi della Croce. Perciò nessuno può essere figlio adottivo del mio Padre Celeste senza essere, allo stesso tempo, mio fratello. Ma nessuno può essere mio fratello se non dipende da mia madre. A ciascuno di voi dall’alto della Croce io dissi: ‘Questa è tua madre!’ E se cristiano significa essere un altro Cristo, voi dovete quindi essere formati come Lo fui Io. Io chiedo che lei sia vostra madre, non che voi vi riposiate in lei, poiché nessuna creatura può essere il fine di una creatura. Tuttavia, la sua missione è di trasformarvi in Me, così da assumere la mia mente, pensare con i miei pensieri, desiderare la mia volontà, e vivere secondo la mia vita. Ma come potrete imitarmi se non per mezzo di lei che è rivestita di me come il sole? Sarebbe più facile separare la luce dal sole e il calore dal fuoco, che non separare la fedeltà a Me dalla devozione per mia madre. Io sono giunto a voi per mezzo suo, e per mezzo suo voi giungete a Me. Quindi: ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non lo divida!”. (…)

Il Sacro Cuore diede un esempio ai bambini permettendo alla sua Vita Incarnata di essere formata dal Cuore Immacolato di sua Madre. Nessun altro essere al mondo contribuì alla cura umana del suo Sacro Cuore. Maria fu l’incudine su cui lo Spirito Santo, tra le fiamme dell’amore, forgiò l’umana natura con cui doveva identificarsi Cristo, il Verbo di Dio. Questi fu alimentato dal corpo e dal sangue di lei, come una umana eucaristia, per la vita del mondo. Quale vigna per il suo vino, quale grano per il suo pane! Maria di Nazareth, l’Immacolata, fu eletta da Dio per fornire la materia per quella Divina Eucaristia che, se l’uomo se ne nutre, lo condurrà alla vita eterna.

Mentre parenti e amici si affollavano intorno al Maestro per ricercare le somiglianze, trovarono che queste erano duplici: assomigliava anzitutto al suo Padre Celeste, essendo effettivamente “lo splendore della Sua Gloria, e l’immagine della Sua Sostanza”, ma assomigliava anche a Sua madre, perché, capovolgendo l’ordine dell’Eden, ora è l’uomo a procedere da una donna, e non la donna dall’uomo. Davvero la Madre contemplando il Bambino fra le sue braccia può dire: “Questa volta Lui è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa”.

Tanto era sottomesso alle sue cure, che la porta sbattuta sul viso di lei a Betlemme sbatté anche sul viso di Lui. Come non ci fu posto per lei nella locanda, così non ci fu posto neanche per Lui. Come lei fu il ciborio prima che Lui nascesse, allo stesso modo fu anche il suo ostensorio dopo Betlemme. A lei toccò la grazia di esporre, nella cappella di una stalla, “il Santissimo Sacramento”, il corpo, il sangue e la divinità di Gesù Cristo.

Lei lo pose sul trono della mangiatoia per esporlo all’adorazione dei Re Magi e dei pastori, agli occhi dei semplici e dei dotti. Dalle mani di lei Lui ricevette i suoi primi doni che, come fanno tutte le madri, gli avrebbe tenuti in serbo per quando “fosse stato grande”. Non erano giochi, bensì oro, perché Lui era Re; incenso, perché era Maestro; ma il terzo era mirra amara per la sua sepoltura, perché Lui era sacerdote e redentore. Maria Immacolata accolse il dono della mirra, simbolo di morte, consapevole che, fin dalla culla, avrebbe dovuto contribuire a plasmarlo per la Croce e la Redenzione: per questo Lui era venuto.

“E anche a te una spada trafiggerà l’anima”.

Il Cuore Immacolato di Maria e il Sacro Cuore di Cristo s’identificarono a tal punto nell’amore per tutta la vita, che la lancia che trafisse il costato di Lui trafisse anche il cuore di Lei. Come le parole di Simeone a Maria trafissero anche il cuore di Lui, così la spada del Calvario trafisse anche il cuore di lei, come se quel cordone che congiunge la madre e il figlio non fosse stato reciso all’atto della nascita. Per nove mesi lei Lo aveva portato nel suo seno, ma per trentatré anni Lo portò nel cuore, e se una sola pietra può uccidere due uccelli in una sola volta, così talvolta una spada può trafiggere insieme due cuori. Come Lui aveva ricevuto da lei la vita umana, così non poteva sacrificarla senza di lei.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

IL CUORE DELL’UOMO È STATO CREATO PER IL SACRO CUORE DI UN DIO D’AMORE E SOLO LUI PUÒ SODDISFARLO

Il paradosso dell’amore è che il cuore umano, esigendo un amore estatico ed eterno, può anche raggiungere un momento in cui abbia avuto un eccesso di amore e non desideri più di essere amato. Francis Thompson racconta in una sua poesia come egli sollevasse un bimbo da terra e lo tenesse tra le sue braccia, e come quello, piangendo e sferrando calci, volesse essere rimesso a terra. Riflettendovi, il poeta si domandava se analogamente non agissero molte anime al cospetto di Dio. Esse non sono sempre disposte a lasciarsi amare da Lui!

Certamente nell’ordine umano può venire un momento in cui si manifesti un conflitto tra il desiderio e il non-desiderio d’amore. Che cos’è mai questa misteriosa alchimia nel cuore dell’uomo che lo fa oscillare tra il rammarico di non essere amato abbastanza e il fastidio d’essere amato troppo? Dilaniato tra la brama e la sazietà, tra l’appetito e il disgusto, tra il desiderio e la soddisfazione, il cuore umano si chiede: “Perché devo essere così?”. Quando giunge la sazietà, il Tu sparisce, nel senso che non è più desiderato, ma quando il desiderio ricompare allora il Tu diviene una necessità. Dopotutto, sappiamo fin troppo bene che quando siamo troppo amati si diventa scontenti, e quando lo siamo troppo poco si avverte quell’insopportabile senso di vuoto interiore.

La spiegazione di questa tensione è evidente: il cuore dell’uomo è stato creato per il sacro cuore di un Dio d’amore, e, per questa ragione ontologica ineludibile, solo Dio può soddisfarlo. Il cuore ha ragione di desiderare l’infinito, ma ha torto quando di un compagno finito pretende di fare il sostituto dell’infinito. La soluzione di una tale tensione sta nel considerare le delusioni che essa comporta come altrettanti ammonimenti che ci ricordino come noi non siamo che i pellegrini dell’Amore.

Alla luce di Dio invece, tanto l’essere troppo amati quanto l’essere amati troppo poco assumono un tratto comune. Quando infatti la brama di un amore infinito viene riconosciuta come il desiderio di Dio, allora il finito di ogni amore terreno ci apparirà come un ammonimento destinato a ricordarci il sospiro di Sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.

Il contrasto tra ciò che è immediato e ciò che è interiore svanisce, poiché lo stesso godimento procurato dall’immediatezza della carne si tramuta in occasione di gioia nell’intimità dell’anima, la quale sa di usarla per un fine divino e per la salvezza di entrambe le anime. Così, quando gli istinti vengono integrati con lo spirito e servono gli ideali dello spirito, si raggiunge la sintesi della vita. (…)

Quegli stessi che negano l’esistenza dell’acqua sono sempre assetati, e quelli che negano l’esistenza di Dio manifestano pur sempre il bisogno che hanno di Lui, un bisogno che si rivela nella loro brama di bellezza, di amore, di pace ma che risiedono soltanto in Lui. L’uomo ha i piedi nel fango della terra e le ali nei cieli. Ha delle sensazioni al pari delle bestie e delle idee al pari degli angeli, senza essere per questo né pura bestia né puro spirito. Egli è un misterioso composto di anima e di corpo, per cui il suo corpo appartiene a un’anima e la sua anima è incompleta senza il corpo.

L’ordine vero sta nella subordinazione del corpo all’anima e dell’intera personalità a Dio. “Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23). L’uomo è il pontefice dell’universo, il “costruttore del ponte” tra la materia e lo spirito, sospeso tra una base sulla terra e una nel cielo. Ma è anche, e fondamentalmente, un essere in tensione, pervaso dallo stesso genere di ansietà che prova un marinaio arrampicato a metà dell’albero maestro durante una tempesta. Il suo dovere lo invita a salire anche più in alto, ma la sua natura terrena lo trattiene dall’ascesa per paura della caduta.

Nessuna azione dell’uomo può dirsi, in tutti i suoi aspetti, completamente animale o completamente spirituale. Sebbene possa concepire pensieri di ordine spirituale, come “la fortezza,” pure la materia grezza di un tale pensiero deve provenirgli dai sensi. Il mangiare e l’accoppiarsi non implicano soltanto una deliberata volontà dello spirito, ma anche una soddisfazione, una delizia che è al contempo corporale e spirituale. Dormire è certamente un atto umano, comune anche alla maggior parte degli animali, ma la volontà di dormire è propria soltanto dell’uomo.

Non c’è un solo errore nella storia che non sia un capovolgimento di questa misteriosa unità corpo-anima. Alcuni considerarono il corpo impuro, come per esempio i Manichei; altri, come Freud e Nietzsche, hanno considerato l’anima un parassita o un mito. Ognuno deve decidere da sé come risolvere questo contrasto fra due opposti. Ci sono due sole risposte possibili, di cui l’una consiste nel dare la supremazia al corpo, nel qual caso l’anima soffre; l’altra nel dare la supremazia all’anima, nel qual caso il corpo viene disciplinato. La risposta cristiana a questa polarità è inconfondibile: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?” (Mt 16,26). “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo” (Mt 10, 28). (…)

Questa tensione ontologica insita nell’uomo composto di polvere e di soffio di vita, è stata accentuata fino al disordine dal peccato originale, ed è la ragione principale per cui l’uomo è soggetto alle tentazioni. “La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne” (Gal 5,17). “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41). La parola “tentazione” non è mai applicata alla disciplina che l’anima esercita sul corpo, bensì alla schiavitù con cui il corpo soggioga l’anima. Nessuno dice: “Fui tentato di lasciarlo vivere”, ma si dice: “Fui tentato di ucciderlo”.

Il governo dell’anima è ordine, poiché qui il più basso è soggetto al più elevato, come le piante sono soggette agli animali e gli animali all’uomo. Il concedere il primato alla sensazione anziché all’intelletto è una discesa, un allentamento dei legami, una “caduta”. Ciò non significa che l’esperienza sensibile sia in se stessa una “tentazione”, ma che lo è solo quando è goduta a spese dell’anima. Il piacere di vedere un tramonto non è ostile allo spirito, ma l’esperienza sensibile dell’ubriachezza è avversa allo spirito. Nel primo caso la ragione trascende il corpo e sospinge l’anima a rendere gloria a Dio per la sua creazione. Nel secondo caso, invece, il corpo si comporta come un vampiro nei confronti dello spirito turbando la sua pace, la quale deriva, e non potrebbe essere altrimenti, dal rispetto e l’osservanza dell’ordine cosmico, che è il rapporto originario corpo-anima-Dio. (…)

A causa di questa tensione vibrante negli esseri umani tra il corpo e l’anima, cioè tra l’elemento animale e quello spirituale, è possibile comprendere l’amore in uno dei due seguenti modi: come supremazia del corpo o come supremazia dell’anima. Nel primo caso l’amore è carnale e identificabile con ciò che il mondo moderno chiama sesso, mentre nel secondo l’amore è allo stesso tempo spirituale e fisico.

I grandi filosofi hanno chiamato il primo l’amore di concupiscenza, ovvero primato di quanto è inteso dai sensi, e il secondo l’amore di benevolenza, ovvero l’amore per il bene di un altro. Anche i greci avevano i loro termini per distinguere questi due tipi di amore. Utilizzavano perciò la parola Eros per indicare un desiderio appassionato e prepotente di possedere e godere gli affetti di un altro, mentre dicevano Agape l’amore fondato sul rispetto per la personalità, in quanto il suo diletto risiede nel promuovere l’altrui benessere. La sua gioia è la contemplazione piuttosto che il possesso. Ciò non significa che l’uno sia buono e l’altro cattivo, ma entrambi i due amori sono giusti quando ben compresi. Infatti, il comandamento divino di amare il prossimo come se stessi implica un legittimo amore di se stessi. Qui come altrove bisogna essere in “tre” per poter amare. Dopo tutto sia l’amore di sé che l’amore del prossimo richiedono anzitutto l’amore di Dio.

La libido della psicologia moderna è Eros, o amore carnale, divorziato da Agape, o amore personale, in quanto concedendo la supremazia al corpo si nega l’anima e si afferma l’ego in opposizione a Dio. Fu questo tipo di amore che San Paolo condannò quando disse: “Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio” (Rm 8,7). Il sesso com’è inteso ai nostri giorni è amore-Eros slegato da ogni responsabilità, è un desiderio senza obblighi. E siccome è un desiderio illegittimo, è anche un desiderio senza Dio, ecco perché l’erotismo e l’ateismo vanno sempre d’accordo.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

PERCHÉ LA MAGGIORANZA DEI MATRIMONI MODERNI FINISCE IN UN FALLIMENTO?

Che cosa succede quando non viene attuato l’ordine divino e l’amore erotico non viene utilizzato quale embrione che deve condurre a Dio?

Con questa domanda mettiamo il dito sul fallimento della maggioranza dei matrimoni moderni, in cui l’amore non è considerato come una porta aperta verso il cielo, ma come mera inclinazione della carne. Quando le unioni matrimoniali sono prive di religione – la quale sola può suggerire che l’amore della carne è nient’altro che un’introduzione all’amore dello spirito – allora l’altro coniuge diventa oggetto di adorazione al posto di Dio.

Questa è infatti l’essenza dell’idolatria: adorare l’immagine invece della realtà, scambiare la copia per l’originale, e la cornice per il quadro. Quando l’amore si limita alla soddisfazione del desiderio egotistico, diviene solo un’energia esauritasi, o una stella caduta. Quando l’amore rifiuta deliberatamente di usare le scintille che Dio gli ha dato per accendere altri fuochi, quando scava pozzi, ma non incanala mai le acque; quando impara a leggere, ma senza mai giungere alla conoscenza, allora l’amore si volge contro se stesso, e poiché desidera solamente godersi la propria vita si tramuta in odio o in reciproco massacro.

Quando l’altro coniuge diviene idolo e oggetto di adorazione al posto di Dio, l’amore erotico si volge contro coloro che ne abusano. Ogni coniuge comincia a sentire la torturante contraddizione tra il desiderio infinito di amore divino che è stato disdegnato, e le sue povere e finite realizzazioni e sazietà nella forma umana. Entrambi i coniugi tentano di vivere quel momento in cui si concreta la promessa di Satana: “Voi sarete simili a dei”.

Ma se non c’è Agape per imbrigliare Eros, allora si scatenano le furie quando l’uno dei coniugi si accorge che l’altro non è un Dio, tanto meno un angelo, e neanche un angelo caduto. Quando l’altro coniuge non ha dato tutto quello che aveva promesso di dare, proprio perché, non essendo Dio ma solo uomo, era incapace di soddisfare il desiderio di appagamento d’infinito, l’altro si sente tradito, ingannato, deluso e frodato. Nessun essere umano è amore, bensì soltanto amabile; solo Dio è amore.

Quando la creatura si sostituisce al Creatore pretendendo di sostituirsi all’amore, allora l’amore erotico si tramuta in odio. L’uno dei coniugi scopre che l’altro ha i piedi di argilla, che invece di un angelo è una semplice donna, o che invece di Apollo è un semplice uomo. Quando l’estasi non continua e l’orchestra smette di suonare, e lo champagne della vita ha perduto il suo frizzante, l’altro coniuge viene considerato un truffatore e un ladro, e infine citato in tribunale per il divorzio con il pretesto di “incompatibilità”.

E quale pretesto potrebbe essere più stupido dell’incompatibilità, quando non esistono al mondo due persone che siano perfettamente e costantemente compatibili tra loro? La ricerca di un nuovo compagno parte dal presupposto che qualche altro essere umano possa dare ciò che solo Dio può dare. I nuovi matrimoni equivalgono soltanto a una somma di zeri.

Invece di comprendere che la principale ragione del fallimento sta nel rifiuto di avvalersi dell’amore coniugale come di un veicolo per arrivare all’amore divino, il divorziato pensa che le seconde nozze possano offrirgli ciò che le prime non possedevano. Il semplice fatto che un uomo o una donna cerchino un nuovo compagno è una prova che non c’era mai stato vero amore, poiché, se il sesso è sostituibile, l’amore non lo è. Le mucche possono ruminare in altri pascoli, ma una persona non può essere sostituita. Non appena una creatura umana sia equiparata a un pacco da giudicare soltanto in base al suo involucro, non passerà molto tempo che l’oro falso mostrerà il verderame e il pacco sarà gettato tra i rifiuti.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)