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LO SPIRITO DELL’ANTICRISTO, L’UOMO MODERNO, IL MALE NEL MONDO: “È sotto la maschera e il travestimento di un progresso che nega il peccato e la colpa che l’Anticristo sfila oggi nel mondo…Il male è reale, è nel cuore dell’uomo”

C’è qualcosa di marcio nel mondo; e quel marcio è così radicale e universale che non si spiega con le cose, ma con uno spirito: lo spirito del male. È la nostra cecità a non vedere che c’è il male, perché ne abbiamo negato l’esistenza. Un uomo senza occhi può essere convinto che la notte è giorno e il giorno è notte.

Così anche il mondo moderno, che ha perso sia gli occhi della fede che quelli della ragione, può essere indotto a credere che lo spirito dell’anticristo non sia qui, perché ha dimenticato Cristo, chi lo convincerà che c’è un Anticristo? (…)

Gli uomini pensano che il male debba venire sotto le sembianze di un germe, o di una bomba, o di un’incidente, o di un’esplosione, o di un disastro ferroviario, o di un fallimento bancario, dimenticando che il più grande male può venire all’uomo sotto le mentite spoglie dei pensieri e delle idee umane.

È sotto la maschera e il travestimento di un progresso che nega il peccato e la colpa che l’Anticristo sfila oggi nel mondo, siede nelle nostre aule, scrive sulle nostre riviste, si pavoneggia sui nostri palcoscenici, promettendo di redimere l’uomo quando avrà abbandonato la Croce e la penitenza.

Satana non avrebbe alcuna attrattiva se non si vestisse da angelo di luce; l’inferno non avrebbe nessuno che bussa alle sue porte se non fossero indorate con l’oro del Paradiso. Cristo viene agli uomini con la sua croce: ecco perché ha così pochi seguaci. Satana viene senza croce, e solo quando le vittime sono sue capiscono che la più grande croce della vita è non avere la croce. (…)

Se non esiste il male, come possiamo pentirci? Come possiamo sconfiggere il male se non lo conosciamo? La condizione della pace nazionale è l’eliminazione della falsa educazione e della falsa politica, la prima delle quali nega il male e la seconda lo limita solo alle dittature, all’ambiente, al latte scadente o alle ghiandole cattive. Il male è reale, è nel cuore dell’uomo, nasce prima nell’uomo, poi si socializza nei gruppi e nella società.

Oggi temiamo le cose sbagliate. Temiamo l’esterno quando dovremmo temere l’interno; temiamo i pericoli esterni, ma non i peccati interni che producono i mali collettivi. Temiamo anche l’uomo, quando dovremmo temere Dio. L’uomo di oggi ha paura dei suoi stessi simili. Il capitalista teme l’operaio, l’operaio il capitalista, il povero teme il ricco, il ricco teme il povero – ma nessuno teme Dio. L’uomo deve sapere che teme il prossimo perché ha smesso di temere Dio; perché l’uomo che ha perso le sue radici in Dio è il terrore dei suoi simili. “Il timore del Signore è l’inizio della sapienza” (Prov 1,7) – solo l’inizio, perché nelle fasi successive l’amore sostituisce il timore. Ma all’inizio dobbiamo temere la giustizia per le nostre ingiustizie, il castigo per i nostri peccati, le conseguenze per le nostre malefatte morali. Non ci sarà mai pace in questo mondo finché l’uomo teme gli altri uomini piuttosto che Dio. Temere Dio non significa solo amare Dio, ma anche amare il prossimo. Abbiamo bisogno di un nuovo tipo di paura: non solo la paura dell’invasore che colpisce le nostre coste, ma la paura che, negando l’esistenza del male, diventiamo impotenti a colpirlo; la paura che, se diciamo che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è il pane, il pane è tutto ciò che otterremo – come se l’uomo potesse vivere di solo pane; la paura che, negando il male, perderemo l’ideale della bontà; la paura che, mentre proteggiamo i nostri confini, le nostre cittadelle interiori e le nostre case vengano prese dall’interno.

Ci sono molte ragioni per cui sappiamo che il male esiste nel mondo; ci sono molte ragioni per cui crediamo che c’è lo spirito dell’anticristo. I nostri educatori moderni e la nostra stampa, negando la colpa, il peccato, il male, la penitenza, il sacrificio e la riparazione, non ci hanno convinto che non c’è Dio; non ci hanno convinto dell’inutilità della Croce; non ci hanno convinto che non c’è il male. Ma ci hanno convinto che c’è un diavolo, perché il diavolo non è mai così trionfante come quando induce i suoi seguaci a dire che lui non esiste!

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country” 1941)

IL TEMPO DELLA VITA CI È DATO PERCHÉ POSSIAMO FARE PENITENZA: “Se non facciamo ammenda del nostro passato, posponiamo e aumentiamo le nostre pene eterne”

La penitenza è il riconoscimento del nostro “passato”. Riconoscere il passato non è un fatto morboso: lo è piuttosto negarne l’esistenza. Questo passato influisce sul nostro futuro. Noi non siamo soltanto ciò che mangiamo: siamo ciò che i nostri peccati ci hanno fatto. Se non facciamo ammenda del nostro passato, posponiamo e aumentiamo le nostre pene eterne. Il tempo ci è dato solo perché possiamo fare penitenza. Chi ama veramente Dio, conscio di aver ferito l’Amore, rinuncerà volentieri ai suoi privilegi e si comporterà in modo da identificarsi in Cristo che ha cinque orrende piaghe alle mani, ai piedi e al costato.

In questo mondo la maggior parte di noi si preoccupa più della pena che del peccato, perché crede che il dolore fisico sia il più grande dei mali. La penitenza ci aiuta a rimettere queste idee false nella loro giusta prospettiva; chi trova gioia nella penitenza capisce che nessun male può nuocergli più del peccato. Se non c’è amore, la penitenza e il sacrificio saranno sentiti come un male; non così quando c’è amore. Noi comprendiamo, quando accettiamo la penitenza, che è proprio l’egoismo che ha causato il nostro peccato a rendere necessario un qualche sacrificio, senza il quale non si possono domare gli impulsi incontrollati che hanno generato il male.

E quando la piena luce dell’amore di Cristo brilla in un’anima, questa comincia a incorporare non soltanto le penitenze imposte dalla Chiesa, ma tutte le amarezze della vita, nella grande opera della Redenzione. Invece di esplodere in tristi lamenti contro i rovesci della fortuna e le amarezze della vita, essa li accetta con spirito di rassegnazione, come sconto del peccato: con la paziente rassegnazione vengono espiati molti peccati.

Le penitenze non sono fatte solo da noi; il penitente è aiutato dagli altri membri del Corpo Mistico di Cristo. Ciò non potrebbe succedere se fossimo individui isolati, ma può succedere in quanto apparteniamo a un unico Corpo Mistico, dove tutti sono uno, perché governati da una sola Testa, vivificati da una sola Anima e professanti la stessa fede. Com’è possibile innestare la pelle di una parte del corpo in un’altra, o trasfondere il sangue di un membro della società in un altro, così nell’organismo spirituale della Chiesa è possibile innestare preghiere e trasfondere sacrifici.

Questa verità cristiana è conosciuta, nella sua interezza, come la “Comunione dei Santi”. Come siamo tutti uniti nel compimento della colpa dovuta agli errori di un singolo (il che è ampiamente provato dalle guerre moderne), così possiamo essere tutti uniti nella riparazione della colpa di un singolo. Questo miracolo si verifica nella reversibilità dei meriti e nella reciprocità dei vantaggi. Perciò chiediamo ai nostri amici di pregare per noi, perciò preghiamo nel contesto del “Padre Nostro”, perciò preghiamo, al termine delle Messe che si celebrano in tutto il mondo, per la conversione della Russia. Siamo spiritualmente bisognosi gli uni degli altri. “Non può l’occhio dire alla mano: ‘Non ho bisogno di te’; oppure la testa ai piedi: ‘Non ho bisogno di voi’. Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie” (1Cor 12,21-22).

Poche consolazioni sono più grandi di quella di sapere che siamo uniti in una grande associazione di preghiere e sacrifici. La Comunione dei Santi è la grande scoperta di quelli che trovano, da adulti, la perfezione della fede. Essi scoprono che, per anni, dozzine o centinaia di anime hanno pregato specialmente per loro, supplicando il cielo che un piccolo atto di umiltà da parte del convertito aprisse nella sua corazza uno spiraglio da cui potessero penetrare la grazia e la verità di Dio. Ogni anima ha da pagare un prezzo; e poiché molti non possono o non vogliono pagarlo, altri devono farlo per loro. Probabilmente non c’è altro mezzo per spiegare la conversione di certe anime, se non il fatto che in questo mondo – come nell’altro – i loro parenti e amici hanno interceduto presso Dio, acquistando per loro il premio della vita eterna.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

NON È SOLTANTO LO SGUARDO DI CRISTO CHE PORTA AL PENTIMENTO MA ANCHE LA NOSTRA REAZIONE: “Nessun uomo comprende pienamente il peccato se non quando lo vede alla luce del Volto di Cristo”

“Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro”. (Lc 22, 61).

Può anche darsi che Gesù Cristo abbia udito Pietro alzare la voce, a Lui ben nota, per imprecare e giurare ai presenti di non conoscere Gesù di Nazareth. Nostro Signore non gli rinfacciò: «Te lo avevo detto!». Nessuna parola di bruciante condanna uscì dalle sue labbra. Ebbe appena uno sguardo, un unico sguardo di amore ferito. Tale è la misericordia di Nostro Signore quando Gli siamo infedeli e sleali! Egli cerca di riconquistarci con privilegi maggiori e misericordia moltiplicata! Non sono soltanto i febbricitanti, i paralitici, i lebbrosi a conoscere il tenero sguardo del Figlio Incarnato, ma sono, soprattutto, i Sacerdoti e i peccatori.

Non è soltanto lo sguardo di Cristo che porta al pentimento, ma anche la nostra reazione. Il sole che splende, irradiando tanto calore, scioglie la cera, ma indurisce il fango. Al richiamo della Misericordia Divina, il peccatore può indurirsi per l’inferno o ammorbidirsi per il Cielo.Non fu Pietro che pensò di girarsi, ma il Signore. Pietro, essendo colpevole, preferiva guardare da qualsiasi altra parte, ma il Signore lo guardò. È questo il punto essenziale che tutti i seguaci di Cristo devono tenere presente quando cadono in peccato: è il Signore che si volta per primo. Nessun uomo comprende pienamente il peccato se non quando lo vede alla luce del Volto di Cristo. Può essere mortificato per essersi comportato da stupido, ma proverà dolore soltanto nel vedere il beneamato Crocifisso.

L’uomo che dice: «Sono stato uno stupido», invece di dire: «Signore, abbi pietà di me che sono peccatore», è ancora molto lontano dalla rinascita. Quale lezione di tenerezza ci rivela il rifiuto di Nostro Signore di detestare Pietro! In un momento simile, quando si sta vacillando come un funambolo sulla corda, un sospiro o uno sguardo possono essere decisivi. Possono segnare l’inizio del ritorno a Dio, anziché un tuffo nell’abisso del male.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

CONFESSIONE E PENITENZA DEI PECCATI: “Pochi colgono la differenza tra essere perdonati ed espiare i peccati che sono stati perdonati” CHE COS’È L’INDULGENZA E COME FUNZIONA? “La Chiesa è un banchiere spirituale”

La soddisfazione dei peccati, che talvolta è chiamata «penitenza», è distinta dal dolore per i peccati. Pochi colgono la differenza tra essere perdonati ed espiare i peccati che sono stati perdonati.

Supponiamo che io rubi la tua borsa nel corso di una conversazione e poi dica a me stesso: «Ho scandalizzato questa persona. Sono considerato uno che promuove la giustizia e l’amore di Dio, ed ecco che ho violato la sua legge di giustizia, impugnato la sua misericordia e l’ho inchiodato alla croce rubando la borsa». Così, ti chiedo: «Mi perdonerai?», e nella tua gentilezza mi risponderai certamente: «Ti perdono». Ma dirai anche qualcos’altro, no? Non dirai forse: «Restituiscimi la borsa»? Potrei affermare di essere davvero dispiaciuto senza ridarti indietro la borsa?

Ci deve essere sempre la soddisfazione per il peccato, poiché ogni peccato disturba l’ordine divino. Il peccato sconvolge un equilibrio. Non ha senso dire: «Non piangere sul latte versato», solo perché ci è accaduto di versare il latte di qualcun altro. Se non possiamo recuperare il latte sparso, possiamo almeno ripagare la bottiglia o comprare altro latte. Alla fine della confessione, il sacerdote impone al penitente la cosiddetta «penitenza», un certo numero di preghiere o un digiuno o un’elemosina o qualche mortificazione o una Via Crucis o un Rosario. Tutte queste cose servono a «riparare» per il peccato e a provare che il dolore era sincero. È quello che i cattolici chiamano «recitare la mia penitenza» o «fare la mia penitenza».

Dio non ci chiede di compiere un’esatta riparazione per i nostri peccati, ma di farla in maniera proporzionale. È per questo che il sacramento della Penitenza non è tanto un rigido tribunale di giustizia quanto una riconciliazione tra amici. Il sacerdote che rappresenta Cristo non è un giudice che sentenzia la prigione al criminale. Il penitente non è un nemico. È un amico riconciliato e la riparazione, la penitenza o soddisfazione, è un’opera di amicizia tra membri del Corpo Mistico di Cristo.

Le penitenze che si danno al termine della confessione generalmente sono lievi. Alcuni dicono che sono troppo lievi. Ma non dobbiamo dimenticare le indulgenze. Per comprenderle dobbiamo richiamare alla mente che siamo membri del Corpo mistico di Cristo. Quando facciamo il male o commettiamo il peccato, noi in qualche modo colpiamo ogni membro della Chiesa. Questo avviene anche nei nostri peccati più nascosti. È evidente nel furto, nell’omicidio, nell’adulterio; ma lo facciamo anche nei peccati solitari, nei pensieri malvagi. Come? Diminuendo in qualche modo il livello di carità e di amore all’interno del Corpo mistico. Come un fastidio agli occhi intacca l’intero organismo e ci ferisce ovunque, così se amo di meno Cristo, danneggio il benessere spirituale della Chiesa.

Ma dal momento che io posso ferire la Chiesa con il mio peccato, posso anche essere aiutato dalla Chiesa quando sono in difetto. San Paolo applica al Corpo mistico la lezione del corpo fisico: «le varie membra [hanno] cura le une delle altre» (1 Cor 12, 25). La religione non è individuale, è sociale; è organica. Guardando all’ordine naturale, vediamo quanti benefici ricevo dal mio prossimo. Ci sono milioni di modi nei quali gli altri sono indulgenti verso di me. Io non allevo la mucca che fornisce il materiale per le mie scarpe. Non allevo il pollo che mangio a cena – ma questo è un esempio inappropriato: a me non piace il pollo! Diciamo piuttosto: il pollo che tu mangi. L’opera o il lavoro di qualcuno ti concedono questo lusso.

Possiamo dire che siamo circondati da «indulgenze» sociali, perché condividiamo i meriti, i talenti, le arti, le capacità, le scienze, le tecniche, il ricamo e il genio della società. Ora nella compagnia del popolo di Cristo, il suo Corpo mistico, è possibile aver parte ai meriti e alle buone opere, alle preghiere, ai sacrifici, alle abnegazioni e al martirio degli altri. Se c’è un’«indulgenza» economica che mi permette di viaggiare su un aereo che qualcun altro ha costruito, perché non dovrebbe esserci anche un’indulgenza spirituale, così che io possa essere condotto a Cristo più rapidamente grazie alla generosità di alcuni membri del Corpo mistico?

Torniamo ora alla distinzione tra perdono della colpa e soddisfazione per la colpa. Ogni peccato ha anche un castigo eterno o temporale. Benché i nostri peccati siano stati perdonati, resta ancora una riparazione da compiere nel tempo, oppure in purgatorio, sempre che moriamo in stato di grazia. Un’indulgenza non si riferisce al peccato, ma alla pena temporale. Prima di poter applicare l’indulgenza, ci deve essere stato il perdono della colpa.

Di fatto, ci sono diversi modi di compensare il castigo dovuto dopo che la colpa è stata perdonata. Tre di essi sono personali, uno è sociale: 1) recitare o compiere la penitenza data in confessionale; 2) ogni atto di mortificazione liberamente praticato nella vita, come aiutare i poveri e le missioni, digiunare o altri atti di abnegazione; 3) la paziente imitazione delle sofferenze di Nostro Signore sulla croce sopportando le prove della vita; 4) il rimedio sociale dell’applicazione dei meriti sovrabbondanti del Corpo mistico alle nostre anime.

Come dipendiamo dalla società intellettuale per riparare alla nostra ignoranza, così dipendiamo dalla società spirituale per riparare alla nostra rovina interiore. Si potrebbe chiedere dove la Chiesa attinga il potere di rimettere la pena temporale dovuta al peccato. Ebbene, la Chiesa si trova a essere ricchissima spiritualmente, proprio come alcuni uomini sono ricchissimi finanziariamente.

In un villaggio viveva un ricco banchiere che creò un fondo fiduciario in una banca; pregò tutti i malati, gli infermi, i disoccupati di attingere a quella riserva. Il banchiere disse loro: «Non abbiate paura che il fondo si esaurisca, perché sono abbastanza ricco da occuparmi di ciascuno di voi». Se il banchiere ha pagato parte del conto ospedaliero, ci sarebbe stata un’indulgenza parziale del debito dei malati; se avesse pagato tutto il conto, ci sarebbe stata un’indulgenza plenaria delle loro spese e costi.

La Chiesa è un banchiere spirituale. Possiede tutti i meriti della passione di Nostro Signore e della Beata Madre, i meriti dei martiri, dei santi, dei confessori e la paziente sopportazione al tempo presente; tutti questi meriti sono molto più grandi di quelli necessari alla salvezza di queste persone buone e sante. La Chiesa prende questo surplus, lo mette nel suo tesoro e invita tutti i deboli e i feriti che non possono pagare i debiti contratti dai loro peccati ad attingere a queste riserve.

La Chiesa impone certi requisiti per servirsi di questo tesoro, come il banchiere. Quanti ne fanno uso devono essere meritevoli, devono essere in stato di grazia, adempiere certe condizioni, per esempio, una preghiera, un pellegrinaggio, o altre mille piccole pratiche. Quando il debito del castigo temporale dovuto al peccato è liquidato solo in parte da un’indulgenza, si parla di indulgenza parziale. Ma se vengono pagati tutti i debiti del castigo temporale, adempiendo certe condizioni, si parla di indulgenza plenaria.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

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“IL PECCATO E LA CONFESSIONE… STORIE DI CONVERSIONI”. STRAORDINARIA CATECHESI DI FULTON SHEEN DA UN VIDEO CON TRADUZIONE IN ITALIANO.

Vi proponiamo la traduzione di una splendida catechesi di Fulton Sheen, “La confessione”, tenutasi verso il 1975 . Il testo è stato tradotto da un video in inglese, qui disponibile per chi volesse vederlo con i sottotitoli in italiano: https://youtu.be/fcFYQLRw1vE

BUONA LETTURA!

Oggi vi parlerò della confessione, miei cari figli. Voi siete tutti innocenti, non ne avete bisogno. Perciò inizierò con la parte più importante del discorso, raccontandovi alcune storie sulla confessione. Poi potete anche dormire.

Il canonico scozzese Mullen mi ha raccontato che una sera stava confessando e un ragazzino è venuto a confessarsi. Il canonico gli dice: “Perché non sei venuto a confessarti questo pomeriggio, quando confessavo i bambini?”. Gli risponde: “Non avevo nessun peccato. Ho dovuto aspettare per averne qualcuno”.

Una volta certi boscaioli in Canada decisero di andarsi a confessare. Non l’avevano più fatto da qualche anno, per cui mandarono per primo il più coraggioso di loro, che disse: “Padre, ho commesso ogni peccato che un uomo possa commettere”. “Be’, hai mai commesso un omicidio?”. “No”, disse. “Va bene, questo è un peccato che non hai mai commesso. Ecco, vedi che non hai esaminato la coscienza come si deve. Esci dal confessionale e esamina la tua coscienza, poi ritorna”. Uscì dal confessionale e vide la lunga fila di boscaioli là fuori. Poi disse: “Questa sera non si fa niente, ragazzi. Ascolta solo casi di omicidio”.

Una volta stavo confessando. Un ragazzino entra e tra le altre cose mi dice: “Ho gettato noccioline nella palude”. Non ci ho badato, perché non pensavo di conoscere la teologia tanto bene da comprendere tutti questi peccati. È venuto un altro ragazzo e tra le altre cose: “Ho spinto noccioline nella palude!” e ho sentito la stessa storia dieci o dodici volte. “Suppongo che tu abbia spinto noccioline nella palude”. “No”, mi disse, “Sono io Noccioline!”. Vi è piaciuta questa, non è vero?

Be’, non possiamo raccontare storie tutto il giorno! Dobbiamo tornare a occuparci dei bambini più grandicelli. Comincio col dirvi che stiamo vivendo per la prima volta nella storia del mondo un’epoca che ha negato la colpa e il peccato. Ciascuno oggi crede di essere stato concepito senza macchia di peccato. Non ci sono peccatori, siamo soltanto dei pazienti. È interessante che Karl Menninger del principale istituto di psichiatria in Kansas abbia appena scritto un libro, domandandosi cosa sia accaduto al peccato. È curioso che quando i nostri teologi moralisti e il nostro catechismo hanno abbandonato l’idea del peccato, uno psichiatra ci ricorda che il peccato esiste. Per esempio afferma che da quando i teologi hanno trascurato il peccato, se ne sono appropriati gli avvocati, facendo del peccato un crimine, e poi da quando l’hanno trascurato i giuristi, se ne sono appropriati gli psichiatri, e allora il peccato è diventato un complesso. Il peccato è una realtà nel mondo e dobbiamo affrontarla perché siamo tutti peccatori. Infatti non possiamo iniziare a ricevere la misericordia del Signore finché non riconosciamo di essere peccatori.

Cosa accade dunque quando reprimiamo la colpa e il peccato? Perché lo facciamo, eccome. Gli uomini peccano e non ci fanno caso, lo stesso succede con le donne. Questo ha un effetto tremendo sulla nostra mente e talvolta sul nostro corpo. Quando non portiamo in superficie i nostri peccati e non li confessiamo al Signore, be’, avete sentito dei trapianti in medicina? Un trapianto di reni, un trapianto di cuore. E spesso avete letto che il trapianto non è stato efficace. Per quale motivo? Perché il corpo ha opposto resistenza. Ci sono degli anticorpi nel nostro organismo, che non assimilano e non si fanno carico di un nuovo organismo. La nostra anima si comporta allo stesso modo. Ha degli anticorpi e quando qualsiasi peccato entra nell’anima, allora siamo disturbati. La mente è infelice. È come avere un osso rotto. L’osso fa male, perché non è nel posto dove dovrebbe essere. E quando la coscienza non è dove dovrebbe essere, allora soffriamo. Abbiamo un disturbo di coscienza, non ci sentiamo a nostro agio. Possiamo cercare di nasconderlo col bere o con il divertimento e via dicendo, ma nei momenti di quiete la colpa è là.

Richiamate alla mente alcuni degli effetti descritti da Shakespeare. Considerate che Shakespeare è nato nel 1564. Spero sia così, perché è un dato che viene fuori dal mio subconscio. Penso che ero al mio secondo anno di università quando ho studiato che Shakespeare è nato nel 1564 ed è morto nel 1616. Ad ogni modo, il fatto importante è che centinaia di anni prima della psichiatria, egli ci racconta di un complesso, di una psicosi nella mente di Macbeth e delle nevrosi di Lady Macbeth. Macbeth e Lady Macbeth avevano studiato il modo di uccidere il re per impadronirsi del trono. Dopo l’assassinio a Macbeth sembra sempre di vedere un pugnale davanti a lui. Dice: “Che cos’è questo pugnale con il manico rivolto verso la mia mano?”. Ma non c’era nessun pugnale, era una psicosi. Era il modo per la colpa di venire fuori. Lady Macbeth si lavava le mani ogni quarto d’ora, vedeva sangue su di esse e si chiedeva: “Non sono forse abbastanza tutte le acque dei sette mari per lavare questo sangue sulle mani?”. Ma non c’era nessun sangue sulle sue mani. Questo era l’effetto sulla sua mente della soppressione della colpa.

Una donna una volta venne da me per suo fratello: “Si è rivolto ai dottori per circa quattro o cinque anni, ma non ha avuto miglioramenti e il suo peso è sceso a 40 chili. Vorreste vederlo?”. Le dissi: “Se il suo problema è mentale, non posso aiutarlo. Deve rivolgersi agli psichiatri. Se comunque c’è una base morale per la sua condizione, allora posso aiutarlo”. L’uomo venne da me, pesava circa 40 chili, fragile e spaventato, e gli dissi: “Parla con me per una mezzora. Non t’interromperò”. Parlò per una quarantina di minuti, poi gli dissi: “Quanto denaro hai rubato?”. “Ma io non ho rubato”. “Quanti soldi erano?”. Rispose: “Questa è un’offesa. Non sono un ladro, non ho affatto rubato”. “Quanti soldi erano?”. “3.000 dollari. Come sapevi che ho rubato?”. “Non lo sapevo”. “Allora perché me l’hai chiesto?”. “Perché mi ha detto che quando metti i soldi nella cassetta prima li pulisci e ho pensato che forse avevi del denaro sporco”. Ebbene, quell’uomo trovò il sistema per restituire il denaro e la sua salute recuperò subito. Era l’effetto della colpa sulla sua anima!

Provate solo a pensare, mie care signore, a quante donne mentalmente disturbate siamo destinati ad avere negli Stati Uniti nei prossimi 10 o 15 anni, quando la colpa di un aborto comincerà ad attaccare la mente e l’anima. Nel presente si giustificano dicendo che tutte lo fanno e si tratta solo di una cicatrice. Come disse a un dottore una volta una ragazza che entrò da lui: “È solo una piccola cicatrice, non me ne ricorderò neppure”. Ma il dottore disse: “Che cosa intende per cicatrice?”. Perciò tra qualche anno a partire da ora, immaginate quando la colpa verrà fuori nella sua caratteristica maniera, benché nel momento presente non si faccia avvertire. La colpa può anche non manifestarsi da subito, il che è evidente nel corso della vita di re Davide. Davide un giorno si trovava in cima al suo palazzo, sulla terrazza, guardò dall’altra parte della strada e vide una donna sulla terrazza attigua, Betsabea. E chiese a Betsabea di raggiungerlo per vedere le sue preziose collezioni. E amò Betsabea con intensità maggiore di ogni accortezza e lei si ritrovò incinta di un bambino. Il marito Uria era lontano in guerra. Davide lo richiamò, perché un re poteva farlo, e gli disse di tornare a casa dalla moglie. Ma Uria rispose: “Siamo in guerra, non ci è permesso di stare con nostra moglie mentre stiamo combattendo”. Davide quindi lo fece ubriacare, invitandolo a tornare a casa, ma Uria si mise a dormire alla porta del palazzo. Davide stava cercando di addossare la responsabilità della paternità sul marito. Alla fine non potendo sbarazzarsi di lui in questo modo, chiede al generale di metterlo in prima linea. Gli uomini sono costretti a morire in battaglia e forse Uria sarebbe stato ucciso. Uria fu ucciso e questo non diede minimamente fastidio a Davide, finché sette o otto mesi dopo il profeta Nathan venne da lui e disse: “Davide, ho un problema e tu in quanto re devi risolverlo. C’era un uomo povero che aveva una pecorella. Accanto a lui viveva un un uomo ricco che rubò la pecorella e ne fece un banchetto per i suoi amici”. Davide subito s’interessò alla giustizia sociale: “Questo non può essere, deve pagare con la sua vita e la proprietà deve essere ristabilita con quattro volte tanto”. Nathan disse: “Tu sei quell’uomo. Hai preso la pecorella di Uria, Betsabea, e l’hai portata via dal marito”. Questo fu il momento in cui Davide si sedette e scrisse il famoso salmo 50: “Pietà di me, Signore, pietà di me”.

Vedete come non sempre, ma spesso possiamo dissimulare il nostro desiderio di giustizia individuale con un grande amore per la giustizia sociale. Ricordate quando Giuda era nella sala del banchetto in casa di Simone, una donna entrò e cosparse un unguento sui piedi del nostro Signore benedetto? Giuda disse: “Perché questo spreco? Perché non dare questo denaro ai poveri?”. Possiamo immaginare Giuda proseguire nella sua requisitoria al Signore, dicendo per esempio: “Ti ho sentito dire sul monte delle beatitudini che i poveri sono beati. Dov’è il tuo amore per i poveri ora? Ti sei dimenticato di tutta quella gente che vive in baracche sulla strada tra Gerico e Gerusalemme? Ricordi quel giorno in cui ci siamo addentrati nel cuore di Gerusalemme? Non ti interessano più quei poveri? Guarda questi umili pescatori di Cafarnao, dov’è il tuo amore per i poveri?”. Il Signore rispose: “Giuda, avrete sempre i poveri con voi, ma non avrete sempre me”. Giuda era davvero interessato ai poveri? No, lui stava rubando dalla cassa comune degli apostoli e questo è il modo in cui lo dissimulò. Pertanto quando sopprimiamo la nostra colpa, essa resta lì per l’eternità, a meno che non venga perdonata. Quando viene perdonata, è completamente distrutta.

Come dunque sono perdonati i nostri peccati per mezzo della misericordia di Dio e la pienezza della fede in Cristo? Mediante la confessione. Cos’è la confessione? Nudità. Nudità dell’anima. Svuotandoci di tutte le false scuse, finzioni e apparenze e rivelando noi stessi per come veramente siamo. Sapete, brava gente, che da quando abbiamo rinunciato all’esame di coscienza e alla confessione la nudità fisica aumenta nel mondo? Soffermiamoci a studiare questa tendenza per un momento. Quando Adamo ed Eva si trovavano nel giardino erano nudi, ma senza vergogna. Perché? Perché erano coperti dall’alone della grazia di Dio, rifulgeva attorno a loro, rivestiti di gloria, e pertanto non c’era nessun senso di nudità. Dopo la caduta, si percepirono come nudi perché persero la grazia di Dio e così furono costretti a vestirsi. Ora vi dirò come si coprirono e ve ne spiegherò il mistero. Sapete come fu coperta la loro nudità? Sì, con foglie di fico, che però appassiscono. La loro vergogna restava manifesta. Come fu dunque coperta? Dio fece loro delle tuniche in pelle di animali. Lo fece Dio, e fu fatto indirettamente perché fu ucciso un animale al posto loro, e implicò lo spargimento di sangue. Potrei portarvi lungo tutto il vecchio Testamento e spiegarvi tutta la storia, ma il punto è che erano nudi e presi dalla vergogna perché avevano perduto la grazia di Dio. Nel nostro mondo moderno stiamo ripristinando la nudità, tentando di riportarla al giardino dell’Eden senza salire sulla collina del Calvario e questo non si può fare.

Cos’è dunque la confessione? Un altro tipo di nudità. Non una nudità epidemica o epidermica, ma una nudità etica, attraverso cui diciamo al Signore: “Questo è quello che sono. Un miserabile peccatore”. E quando facciamo questa confessione, quello che accade potrebbe chiamarsi un riciclo dei rifiuti umani. Sentiamo parlare di un grande interesse oggi per il riciclo dei rifiuti, ma sto parlando del riciclo dei rifiuti umani. Quando andate alla confessione e i vostri peccati sono perdonati dal sangue di Cristo mediante il sacerdote, c’è sempre un effetto di quel peccato che rimane. Supponiamo che un bambino faccia qualcosa di sbagliato come piantare un chiodo in una tavola, o disobbedire a sua madre, per esempio. Ogni volta che la madre lo perdona e il bambino dice che gli dispiace, poi la madre gli chiede di togliere quel chiodo. C’è qualcosa che resta? Oh, sì, un buco. Questo è l’effetto del peccato! Anche se il peccato è stato perdonato, dobbiamo fare qualche riparazione. Questo è il motivo per cui vi viene data una penitenza in confessione per riempire i buchi. Ma non dobbiamo fare una riparazione adeguata per il peccato in quanto abbiamo la misericordia dei santi, voglio dire l’intercessione dei santi e la misericordia del nostro Signore benedetto.

Quando andiamo alla confessione, ecco che le nostre vite sono completamente cambiate. Vi darò qualche esempio su come le nostre vite vengano cambiate se ci arrendiamo alla misericordia di Dio. C’era un uomo a Londra che veniva nella chiesa di San Patrizio. Ogni giorno quando aprivo la chiesa, lui entrava alle 7 e si sedeva sulle ultime panche, s’inginocchiava senza prendere la comunione fino alle 9. Non ha mai usato un libro delle preghiere. Meditava fino alle 11.30 del mattino per poi tornare ancora nel pomeriggio e restare di notte fino alla chiusura della chiesa. Non parlava con nessuno. Dopo averlo notato per diversi mesi, gli ho detto: “Se sei stato tanto buono così come sei ora…”. Fu una domanda per testarlo, perché se avesse risposto che sì, lo era, avrei saputo che non c’era nulla di buono in lui. Lui rispose: “Considerando le grazie che ho ricevuto, sono cento volte peggio ora di quanto non lo sia stato in precedenza”. Allora mi raccontò di sé, era un alcolizzato. “Ero così alcolizzato che toglievo le mie scarpe nel salone del pub e raramente per una sola bevuta, ma facevo un fioretto ogni mercoledì delle Ceneri e lo rispettavo fino alla domenica di Pasqua”. Lo faceva ogni anno, ma un giorno si disse: “Se posso essere buono per 40 giorni, perché non esserlo per 40 anni?”. Così ho deciso di essere buono per 40 anni, ma non era così facile. Decise di andare nella chiesa di santa Maddalena, io me lo ricordo bene, e ho fatto un salto in quella chiesa 9 mesi fa per recitare una preghiera per questo uomo buono, ma sono sicuro che non ne ha bisogno. Comunque dicevamo che quest’uomo entrò in chiesa. Ci sono tre scalini che salgono da Covent Garden fino al basamento della chiesa e uno in prima fila per la benedizione. Padre Kearney afferrò l’ostensorio per iniziare la benedizione, lui si sentì addosso un’opprimente passione per il bere e per il vizio. Disse che se le tentazioni di tutta una vita si fossero concentrate in un solo momento, non avrebbero potuto eguagliare quell’agonia. “Era così forte che non potevo sopportarla! Così sono uscito dal banco, mi sono messo a correre lungo la navata e sono inciampato sui tre scalini. Quando la campanella della benedizione ha suonato, ho aperto il mio cuore, mi sono voltato indietro e ho detto: Perdonami, Signore, andrò a confessarmi. Da allora non ho più bevuto e trascorro la mia vita in preghiera. “. “Quante ore preghi al giorno?” “Circa 18”. “Qual è per te un giorno trascorso bene?”. “24 ore di preghiera. Vivo nella stessa bettola di quando ero alcolizzato e più volte durante la notte m’inginocchio accanto al mio giaciglio a pregare per tutti gli alcolizzati”.

Questo è il riciclo di rifiuti che il Signore ama! Nostro Signore ha detto che c’è più gioia in cielo per un peccatore che si pente che per 99 giusti che non hanno bisogno di penitenza.

Poi un’altra storia che riguarda una ragazza, l’ultima riguarderà un ragazzo. Ho ricevuto una telefonata da due giovani ragazze che vennero nel rettorato, chiedendomi di andare immediatamente in un appartamento vicino al fiume Hudson: “Kitty sta morendo. Non la conosci? Tutti conoscono Kitty”. Ho chiesto informazioni sulla sua malattia, ma mi dissero semplicemente che stava morendo. Ho preso con me il Santissimo Sacramento e gli oli santi, sono salito per cinque squallide rampe di scale fino a una delle stanze più sporche dove sia mai entrato. Cibo, sudiciume, giornali, stracci sul pavimento e negli angoli. Un lurido giaciglio e sopra questa ragazza molto malata. “Stai scherzando?”. “No, è vero. Tutti mi conoscono”. “Kitty, vorresti fare pace con il Signore?”. “No, non posso perché sono la peggiore ragazza della città di New York”. “No, non lo sei. Perché la peggiore ragazza di New York dice di essere la migliore ragazza di New York”. L’ho pregata e scongiurata. “Non posso, sono troppo orribile. Guarda il mio braccio, tutto nero e blu a causa di mio marito. Non guadagno abbastanza soldi sulla strada, mi colpisce. Ora mi ha avvelenato, sto morendo per un veleno”. Ho provato con tutte le parabole del Signore e alla fine si è confessata, ma non l’avevo ancora unta perché ci volle parecchio tempo per convincerla della misericordia del Signore. Il veleno stava raggiungendo le diverse aree del cervello e lei aveva l’impressione di perdere l’uso degli organi esterni. Per esempio, toccandosi l’orecchio: “Madre, ecco il mio orecchio. Tienilo tu quando me ne sarò andata”. E poi una ragazza entrò nella stanza e supplicò di lasciarla stare: “Ecco il mio occhio… Ecco la mia lingua, tienila tu”. Compresi che le sue condizioni erano molto serie. L’ho unta e immediatamente stava benissimo. Le ho detto: “Mi dispiace, Kitty, sei tornata ancora in questo mondo”. “Sì, solo per provare che posso essere migliore”. È diventata un’apostola tra le persone con cui lavorava. Di sera mentre confessavo, aprendo lo sportello, mi sentivo dire: “Padre, questa è la ragazza di cui ti ha parlato Kitty… Questo è il ragazzo di cui ti ha parlato Kitty”. Una notte venne nel rettorato: “Ho una ragazza che ha commesso un omicidio”. “Dove si trova?”. “In chiesa”. “No, la chiesa è chiusa a chiave”. “È in strada, seduta sulla scalinata”. Così sono andato alla porta e l’ho invitata a entrare, in breve tempo si è confessata. Questo era il modo con cui Kitty continuava a esercitare l’apostolato della Misericordia dopo essere stata perdonata.

A questo punto ci siamo goduti queste storie. Siamo le persone più fortunate del mondo, perché quando siamo gravati dal peccato, possiamo andare dal Signore e ricevere un segno esterno che siamo stati perdonati. Il peccato non è la cosa peggiore del mondo, la cosa peggiore al mondo è negare il peccato. Sono cieco e nego che c’è qualcosa come la luce che non ho mai visto. Sono sordo e c’è qualcosa come il suono che non ho mai sentito. Se nego di essere peccatore, come posso mai essere perdonato? Pertanto peggio del peccato è negare il peccato, cioè il nostro atteggiamento moderno riguardo alla vita. Se dunque la tua anima è gravata dal peccato, portala dal Signore. È morto per te, ti perdonerà. E come è difficile trovare qualcosa di altrettanto rinfrescante di un buon bagno, così non c’è niente di spiritualmente più rinfrescante dell’assoluzione. La bellezza di questo è che possiamo ricominciare tutto daccapo. La misericordia del Signore è illimitata, ma dobbiamo soltanto avere fiducia in Lui. Vi lascerò con questo pensiero consolante. Se non aveste mai peccato, non avreste mai potuto chiamare Gesù “Salvatore!”. Amen.

(Fulton J. Sheen, da una catechesi del 1975 circa)

IL PECCATO NON È SOLO LA VIOLAZIONE DI UN COMANDAMENTO MA UNA NUOVA CROCIFISSIONE DI CRISTO.

Uno sguardo alla Divinità ci fa convinti del peccato. Sotto gli occhi del Figlio di Dio, Pietro il rinnegatore divenne immediatamente Pietro il penitente. Quello sguardo con il quale solo la Divinità fruga nell’anima, segna l’inizio della responsabilità personale verso Dio.

Noi non pecchiamo soltanto contro concetti astratti o contro i Comandamenti: come persone, pecchiamo contro una Persona. L’enormità del peccato non si esaurisce nella violazione di un Comandamento, ma comporta una nuova Crocifissione del Cristo.

È per questo che, in sostanza, il dolore è in rapporto al Cristo Crocefisso, dove ciascuno di noi può leggervi la propria autobiografia.
Nella corona di spine vediamo il nostro orgoglio, nei chiodi la nostra lussuria e la nostra sensualità, nei piedi forati il nostro oblio per il Signore, nelle mani piagate la nostra avidità.

La penitenza è fatta per elevarci nella luce pura e infinita di Dio che metterà in fuga l’oscurità in cui ci dibattiamo. La differenza tra il peccatore e il santo sta nel fatto che uno persiste nel peccare, mentre l’altro piange amaramente.

Nel Vangelo, il vocabolo greco tradotto con «pianto» indica un dolore lungo, continuativo. Chi non ha tempo per piangere i propri peccati non ha neanche tempo per ravvedersi.

Il rimorso non portò Giuda a colpirsi il petto con un mea culpa, ma al suicidio. Non ebbe il cuore di pregare né di cercare il Volto di Dio per impetrare misericordia. Pietro, invece, soffrì. Egli era umiliato, non indurito. Quando le lacrime hanno lavato gli occhi, la visione spirituale diviene più chiara.

È per questo che le lacrime sono sovente associate a una vera comprensione del peccato. Negli occhi di Pietro, le lacrime furono l’arcobaleno della speranza dopo l’oscurità della tempesta. In esse rifulse in tutta la sua ampiezza la visione radiosa del clemente sguardo del Cristo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

IL DOLORE E LA CROCE SENZA CRISTO PORTANO ALLA DISPERAZIONE, IL DOLORE VISSUTO CON CRISTO CI REDIME E CI SALVA!

Il buon ladrone, il ladro di destra, è il modello di coloro per i quali il dolore ha un senso; il ladro di sinistra è il simbolo della sofferenza non consacrata. Il ladro di sinistra non soffrì più del ladro di destra, ma la sua crocifissione cominciò e terminò con una bestemmia. Neppure per un momento egli stabilì un rapporto tra la propria sofferenza e Gesù Crocifisso. L’invocazione del perdono pronunciata in Croce da Cristo Nostro Signore non fu, per questo ladro, più importante del volo di un uccello.

Non riuscendo egli ad assimilare il proprio dolore e a farne l’alimento della propria anima, il dolore si volse contro di lui come una sostanza estranea immessa nello stomaco si volge contro di esso, infettando e intossicando l’intero apparato digerente. Ecco perché divenne più velenoso, ecco perché bestemmiò proprio il Signore che avrebbe potuto condurlo nei pascoli della Pace e del Paradiso.

Il mondo, ai nostri giorni, è pieno di individui che, al pari del ladro di sinistra, non vedono nel dolore alcun significato. Ignoranti come sono della Redenzione di Gesù Nostro Signore, costoro non riescono ad adattare il dolore ad un modello. Poiché non hanno mai pensato a Dio se non come a un nome, si trovano ora nell’impossibilità di inserire le irriducibili realtà della vita nel Suo Divino Disegno.
Ecco perché tanti di quelli che non credono più in Dio diventano cinici.

Chiara è la lezione del ladro di sinistra: il dolore di per sé non ci rende migliori ma può renderci peggiori. Nessuno è mai diventato migliore soltanto perché afflitto dal mal d’orecchi. La sofferenza, quando non sia spiritualizzata, non migliora l’uomo: lo perverte!

Il ladro di sinistra non diventa migliore in virtù della propria crocifissione; la quale lo rende insensibile, lo cauterizza e ne offusca l’anima. In quanto si rifiuta di considerare il dolore in rapporto a qualche altra cosa, finisce col pensare solo a se stesso e a chi avesse avuto la possibilità di tirarlo giù dalla croce.

Così è di coloro che non hanno più fede in Dio. Per essi, Gesù Nostro Signore sulla Croce non è che un episodio della storia dell’Impero Romano, e non un messaggio di speranza o una prova di amore. Vivono la loro vita senza mai preoccuparsi di indagarne il senso. Non avendo ragione di vivere, ecco che la sofferenza li inasprisce, li intossica, finché la grande porta dell’occasione della vita gli si chiude in faccia e simili al ladro di sinistra, spariscono bestemmiando nella notte dei dannati.

Consideriamo il buon ladrone, il ladro di destra in croce: il simbolo di coloro per i quali il dolore ha un senso.

Sulle prime, egli non lo capì, cosicché unì le proprie bestemmie a quelle del ladro di sinistra; ma, come talora un lampo illumina il sentiero che non abbiamo preso, così il Perdono invocato da Cristo Salvatore per i Suoi carnefici illuminò al ladro la strada della Misericordia.

Cominciò ad accorgersi che se il dolore non avesse ragion d’essere, Gesù non lo avrebbe abbracciato. Perché se la Croce non avesse un fine, Gesù non vi si sarebbe innalzato. Il dolore cominciava a farsi comprensibile al buon ladrone: per il momento rappresentava almeno un’occasione per far penitenza di una vita peccaminosa.

E non appena fu raggiunto dalla Luce egli rimproverò il ladro di sinistra dicendo: “Questo supplizio per noi è giustizia, perché noi riceviamo la pena dei nostri delitti, ma Lui non ha fatto nulla di male”.

Capiva, adesso, che il dolore agiva sulla sua anima come il fuoco agisce sull’oro: bruciandone completamente le scorie. Il dolore gli scrostava gli occhi: ed ecco, volgendosi verso la Croce centrale, egli non vide più un uomo crocifisso, ma un Re Celeste.

Pensò: “Chi può invocare il Perdono per i propri assassini non abbandonerà un ladro”

E disse: “Signore, ricordati di me quando sarai nel Tuo Regno!”

E una Fede così Grande fu ricompensata: “Ti dico in Verità: oggi sarai con Me in Paradiso”.

Il dolore di per sè non è insopportabile: insopportabile è l’impossibilità di capirne il senso. Se non avesse visto un fine nel dolore, il buon ladrone non avrebbe mai salvato la propria anima. Il dolore può essere la morte della nostra anima, come può esserne la vita. Tutto dipende dal collegarlo, o meno, a Cristo Nostro Signore e Salvatore.

Una delle più grandi tragedie del mondo è il dolore sprecato. Il dolore che non sia in relazione con la Croce è come un assegno non firmato e non ha alcun valore; ma dopo che lo abbiamo sanzionato con la firma di Cristo Salvatore sulla Croce, assume un valore infinito.

Una testa febbricitante che non batta mai all’unisono con una Testa Incoronata di Spine, o un dolore alla mano che non abbia mai sofferto la pazienza di una Mano Inchiodata alla Croce, è un fatto assolutamente improduttivo. A seguito di questa sofferenza sprecata il mondo è diventato peggiore, mentre sarebbe potuto essere tanto migliore.

(Fulton J. Sheen, da “Go To Heaven-Andate in Paradiso!”)

LA MISSIONE DEL DOLORE E DELL’ ANGOSCIA: Noi siamo stati creati per l’Infinito!

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Questo mondo, Dio l’ha creato troppo piccolo per noi! I nostri desideri sono più grandi delle nostre realizzazioni. Abbiamo un oceano di desideri, ma solo una tazza con cui attingere all’immensa distesa. Sbattiamo ogni momento contro le mura dell’universo e ci scortichiamo gli stinchi contro le sue barriere. È questa la causa principale di qualsiasi turbamento e sofferenza. Noi siamo stati creati per l’Infinito!

La nostra anima è provvista di ali, che però urtano contro la gabbia del nostro corpo e contro la banalità delle nostre città…Se già, nella nostra anima, sentissimo il bisogno di amare quel Dio per Cui siamo stati creati, il dolore non sarebbe necessario.

Il dolore supplisce in un certo senso alle mancanze del nostro amore. Dal fatto di esserci bruciati le dita, noi impariamo spesso ad amare la legge che le dita non dovrebbero tenersi vicino al fuoco. Pur essendo stati creati per la Divinità, ci seppelliamo fra i ninnoli terreni come se fossimo stati creati per essi. Ci costruiamo il nido in terra, sperando di potervi trovare contentezza, e tuttavia sopraggiunge a incendiarlo, come un tizzone, il dolore. Man mano che i piaceri saziano, che i nostri corpi si nutrono di brividi, che gli amici ci trascurano, e che il potere ci rende inquieti, andiamo sempre più dicendo nell’intimo dei nostri cuori: “È dunque vero, o Signore, che tutto passa a eccezione di Te?”.

La missione del dolore non è soltanto di rammentarci che questa terra non è tutto, ma anche di aiutarci ad espiare i nostri peccati. Il dolore è posto vicino al male per aiutare la redenzione dell’anima. Sicché il dolore non è necessariamente sempre esterno, come una malattia o un accidente; può bensì essere, e così è il più delle volte, interno: uno stato di disagio, uno scontento, un rodersi della coscienza, un avvertire che qualcosa non va, un senso di vuoto e di solitudine. È quest’ultima specie di dolore che, oggi, risospinge verso Dio molti cuori, molte anime.

Niente un cuore agogna così tanto di placare, quanto una sete ardente. Fu con il pretesto di tale analogia che il Salvatore Gesù convertì la donna Samaritana al pozzo. Ella aveva già avuto cinque mariti, e l’uomo col quale viveva non era suo marito. E tuttavia era assetata di Amore. È anche interessante notare che ella è la prima persona, nella Sacra Scrittura, ad applicare a Lui il nome di “Salvatore del mondo”. E ciò perché Gesù l’aveva salvata dal vuoto e dalla sete. Questo genere di sete potrebbe esser chiamato angoscia, meglio che dolore.

Tutti soffrono di angoscia, perfino i giovani in mezzo ai loro piaceri. L’angoscia è, in un certo modo, connessa alla speranza, cioè a questo sentire che l’universo non è vano e che l’aspirazione dell’anima dovrebbe, in qualche parte, venir soddisfatta. Il pessimismo guarda al passato, che esso crede incapace di redimersi, ma l’angoscia guarda al futuro, con la speranza che il passato possa essere annullato. L’angoscia non nasce dalla debolezza, bensì dalla forza e dalla possibilità, così come il dolore nasce dalle limitazioni.

L’uomo moderno, invece di ridursi alla disperazione, può cominciare a sperare, perché nell’angoscia Dio sollecita l’anima a un Amore che trascende qualsiasi amore, e a una “Bellezza che trascende qualsiasi altra bellezza”. È peculiare di questo secolo, il quale ha accumulato più ricchezza e potenza di qualsiasi altro secolo, l’essere anche il secolo della massima angoscia.

Coloro che considerano questo vuoto come quello di una valle scoscesa cadono nella disperazione e nell’oscurità; ma quanti vedono in esso il vuoto di un flauto possono eseguire le melodie dell’Infinito e diventare felici con il canto.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”.)

IL PECCATO, IL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE, IL PERDONO, LA PENITENZA E L’ESPIAZIONE DEI PECCATI.

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Gesù alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». (Giovanni 20,23).

Amici, credo sia conveniente avvertire i faciloni che negano l’esistenza di quella cosa che si chiama peccato, che proprio il peccato sarà il tema della trasmissione odierna. Non è vero ciò che dicono questi “santi innocenti” e cioè che chi crede nel peccato sia affetto da un complesso di colpevolezza, tanto varrebbe dire una persona malata affetta da un complesso medico o una massaia dalla dispensa vuota affetta da un complesso di magazzino alimentari all’ingrosso.

Il fatto è che i peccatori peccano. Vi sono due modi per conoscere il peccato: coloro che hanno fede conoscono il peccato nelle sue cause; quelli che non hanno fede lo conoscono nei suoi effetti.

Per coloro che conoscendo Dio cercano di amarlo, il peccato è conosciuto nelle sue cause, cioè consiste nella rottura dei rapporti dell’amore. Le più grandi tragedie della vita derivano dal male fatto alle persone amate. E poiché Dio è supremo Amore, il peccato è sentito come l’assenza completa dell’Amore. Chi non ricorda di essere stato allontanato, nei giorni dell’infanzia, dal babbo o dalla mamma con un: “Vattene, non sei più il mio bambino!”. Il cuore piccino era spezzato dal dolore, il mondo pareva dissolversi di fronte all’esclusione delle manifestazioni affettuose e tenere delle persone amate. Un membro della Chiesa, del Corpo Mistico di Cristo, sente nello stesso modo quando è separato da quell’Amore di cui non si può fare a meno, una volta che si sia gustato: resta miserabile ed infelice finché non si è ristabilita la comunione degli affetti.

Quelli, invece, che non hanno fede e che negano la legge morale, conoscono il peccato dai suoi effetti. Il senso della colpevolezza, il rimorso, non si manifesta solo nel corpo, ma soprattutto nella mente, in varie forme di psicosi neurotica, segni certi della coscienza di aver peccato, di essere in colpa. Essi negano la realtà del peccato, ma non possono negare la realtà dei suoi effetti: io posso negare la legge di gravità, ma se mi getto dal più alto grattacielo, non posso sfuggire agli effetti di quello che ho negato. Un uomo può essere ateo fin che gli pare, ma non può sfuggire agli effetti del vuoto della sua anima. Un uomo che sbandiera la sua incredulità, la sua immoralità ed il disprezzo per le leggi della moralità, è ancora sotto il dominio degli effetti del peccato…

La coscienza del peccato in un cristiano praticante è una ferita aperta, viva, mentre l’incoscienza del peccato in un pagano, in un ateo, è simile ad un cancro…

Ogni peccatore sente rimorso, paura e nausea: rimorso rispetto al passato, nausea nel presente, paura per l’avvenire. Il Sacramento della Confessione-Penitenza ci libera da questi tre sentimenti…

La Chiesa ci dice: “Affronta questo stato di peccato come provocato da te stesso, riconoscilo come conseguenza di un atto della tua libera volontà, sii un uomo, non un freudiano, la repressione morale ti farà impazzire; confessa i tuoi peccati gettandoti nelle braccia del tuo Misericordioso Signore”.

In secondo luogo la Chiesa tratta col peccato, nel presente, eliminando la causa di tedio, nausea ed ansietà per mezzo dell’auto-accusa dei peccati e della riconciliazione. Il tedio è allontanato dal Divino; è qualcosa come una desolata solitudine, dovuta all’interruzione di ogni legame di simpatia e di amore. Una volta che il disordine del passato è venuto a galla, il Signore offre un rimedio per questa angoscia nella Confessione per mezzo della quale la nostra colpa, da noi riconosciuta, possa essere cancellata, poiché siamo ritornati al Suo Amore.

Quando lo stomaco prende una sostanza estranea che non può assimilare, la rigetta; questo è il suo modo di liberarsene o la sua confessione. Così è altrettanto naturale per uno spirito inquieto trovare sollievo, liberazione nell’accusa dei suoi stessi peccati. La dignità della persona umana è rispettata in pieno giacché uno diventa, di volta in volta, l’avvocato che accusa e l’avvocato che difende se stesso. Uno confessa non un suo particolare stato mentale, ma uno stato della sua coscienza: e non allo scopo di farsi spiegare la colpa, che ha commessa, ma allo scopo di farsela perdonare da Colui che ha detto: “Per quanto i vostri peccati siano scarlatti, diventeranno bianchi come la neve”.

Ma perché Nostro Signore, istituendo questo Sacramento diede il potere di rimettere i peccati a questi umili uomini, membri del Corpo Mistico della Chiesa? Perché non ci ha detto di avvolgerci la testa nel nostro fazzoletto e di dire a Lui solo che siamo pentiti dei nostri peccati?

Bene! Provate ad avvolgervi la testa in un fazzoletto quando un poliziotto vi ferma per un eccesso di velocità! Come sarebbe comoda la vita se noi potessimo farci perdonare tutti i peccati portando sempre con noi un comodo “foulard” legale per quando si trasgredisce la legge civile e magari un prezioso drappo guarnito di frange e merletti per quando si violi la legge Divina!

Dal momento che Nostro Signore Gesù, che è Dio incarnato, perdonò i peccati attraverso una natura umana, è semplicemente naturale che ci aspettiamo che Egli continui a perdonarci attraverso un’altra natura umana, nel Corpo Mistico della Chiesa.

Ma vi è un’altra ragione per dire i nostri peccati al Sacerdote. Ogni peccato è un’offesa non soltanto contro Dio, ma anche contro i nostri fratelli e sorelle nel Corpo Mistico della Chiesa. Quindi poiché noi offendiamo sia Dio che la società di Cristo nel Corpo Mistico, è giusto che il sacerdote, rappresentante di quella società, ci riconcili di nuovo con Dio ed anche con quella comunità della quale Cristo è Capo.

Molte persone cantano quando fanno la doccia, non perché il marmo, le mattonelle o i rubinetti o la piccola stanza diano alla loro voce una particolare risonanza, ma soprattutto per la gioia di sentirsi più puri. Questo è il senso di purezza che invade un’anima dopo una buona Confessione. È tanto felice che potrebbe cantare al pensiero di essere rinata.

La Chiesa vince la paura riguardo al futuro, tenendo conto della differenza fra il perdono del peccato e la pena per il peccato.

Supponete che io rubassi il vostro orologio: sono sicuro che mi perdonereste, ma che mi direste anche: “Restituiscimi il mio orologio!”. Se non lo restituissi, dimostrerei evidentemente di non poter essere perdonato, di non avere cioè la volontà di riparare il il torto che vi ho fatto. Se un alcolizzato si converte e cambia vita, i suoi peccati gli sono perdonati, ma egli ha ancora il fegato infiammato. Dio gli perdona quando si pente, ma il castigo resta, resta la punizione.

Supponete che commettendo un peccato, uno conficchi ogni volta un chiodo in un’asse e che pentendosi un chiodo ne venga estratto; l’asse quindi resta segnata da tanti buchi. La penitenza per il peccato continua anche per il futuro, anche dopo che i peccati sono stati rimessi e perdonati.

Nella Confessione, pronunciate le parole dell’assoluzione, il sacerdote assegna al peccatore la penitenza cioè una riparazione, un sacrificio, una espiazione qualsiasi per rimediare al peccato. Sentiamo anche noi rimorso dopo aver fatto del male. Tutti i bambini sentono, a modo loro, che quando hanno subito una punizione, il male fatto viene cancellato. La paura del castigo futuro viene bandita in quanto facciamo la penitenza che ci viene assegnata, come l’ansia del creditore svanisce con il pagamento del debito.

Questo spiega la particolare psicologia dei buoni Cattolici che si assoggettano umilmente non soltanto alla penitenza, ma anche a tutte le traversie e sofferenze della vita! Migliaia e migliaia di ammalati, bruciati dalla febbre e torturati da qualsiasi dolore accettano ogni giorno, ogni ora, ogni minuto le sofferenze della loro vita in espiazione non solo per i loro peccati, ma per i peccati di tutto il mondo. Offrono le loro sofferenze per unirle a quelle di Nostro Signore sulla Croce. Essi fanno così, perché sanno di sostituirsi a coloro che non pagano per i propri peccati. La pena è insopportabile senza l’amore, ma l’Amore lenisce la pena, soprattutto quando essa viene dall’Amore Infinito che ha portato la Croce e che offre il Suo Cuore al nostro gioioso riposo.

Quando noi ci confessiamo e facciamo la nostra penitenza, noi pensiamo talvolta, e molto erroneamente, che in Dio sia avvenuto un cambiamento: prima Egli era il Dio dell’Ira ed ora è il Dio dell’Amore. Non è vero, il cambiamento è in noi, non in Lui! Quando noi siamo in peccato, prevediamo il castigo che sappiamo di meritare da Dio, e così gli diamo l’aspetto di Dio della Vendetta. Quando ci confessiamo e facciamo penitenza per i nostri peccati, non abbiamo più paura: Egli ci appare, come realmente è, il Dio dell’Amore.

Avete certamente notato che, di mano in mano che vi allontanate dalla luce, le vostre ombre si allungano; è così anche per le anime che si allontanano dal Dio della Luce. Dopo un po’ perseguono soltanto ombre e fantasmi e li scambiano per cose vere e corrono dagli psicanalisti per esserne liberati. Se noi camminiamo verso la Luce di Cristo, le ombre restano dietro di noi. Se voi siete infelice, c’è un solo motivo per la vostra infelicità: non siete amato. Un raggio di sole sarebbe una povera cosa senza il sole, così un’anima peccatrice senza Dio…

Posso domandare a tutti i Cattolici di buttarsi tra le braccia del loro misericordioso Signore nella Confessione?

Il Nostro Divin Maestro disse: “Non sono venuto per salvare i giusti, ma per i peccatori!”. Egli abbandona le novantanove pecore nel campo per cercare quella che è perduta, Egli ci dice come, a somiglianza della donna del Vangelo si rallegra maggiormente per la gioia di aver trovato la moneta perduta che per il possesso delle nove che non aveva mai smarrite. Del resto anche una madre si rallegra di più della guarigione di uno dei suoi bambini malati che della costante salute della famiglia intera.

Non disperate! Non importa quale è stata fino ad ora la vostra vita! Colui che perdonò alla Maddalena perdonerà anche a voi, se vi umilierete come lei e se riempirete la casa del profumo delle vostre virtù.

Avete migliore occasione di salvezza voi che siete un peccatore deciso a farla finita con il peccato, di colui che nega il peccato e crede di essere più santo degli altri. Come disse Nostro Signore: “Le prostitute ed i pubblicani entreranno nel Regno di Dio prima degli scribi e dei farisei”.

Ricordate il Buon Ladrone che, dalla croce, chiese a Gesù Nostro Signore di perdonarlo? Immediatamente il Salvatore gli rispose: “Oggi sarai con Me in Paradiso”. E il Buon Ladrone morì da ladro…perché, proprio alla fine, rubò il Paradiso.

E questa è la nostra speranza: “POSSIAMO ANCORA RUBARE IL PARADISO!”

(Beato Fulton J. Sheen, da “The Rock Plunged into Eternity – Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 26 Marzo 1950”)

“Negare l’esistenza del peccato che abbiamo commesso danneggia la nostra anima, come negare un cancro realmente esistente danneggerebbe il nostro corpo”

Negare l’esistenza del peccato che abbiamo commesso danneggia la nostra anima, come negare un cancro realmente esistente danneggerebbe il nostro corpo. L’unico modo di sottrarsi all’ansietà della colpa è di rimettersi, attraverso la penitenza, alla Giustizia Divina. Solo il perdono di Dio può cancellare il passato e l’angoscia del futuro.

(Beato Fulton J. Sheen)