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IL MOTIVO PRINCIPALE DELLA DEIFICAZIONE DEL SESSO È LA PERDITA DELLA FEDE IN DIO…IL CULTO DEL SESSO, LA NEGAZIONE DI DIO, L’ANARCHIA POLITICA E LA PAURA DELLA MORTE.

Il motivo principale della deificazione del sesso è la perdita della fede in Dio. Perdendo Dio, gli uomini perdono lo scopo della vita; e quando si perde lo scopo della vita, l’universo perde ogni significato. L’uomo si sforza di dimenticare la sua povertà nell’intensità di una temporanea esperienza, arrivando qualche volta a deificare la carne di un’altra persona: idolatria e adorazione, che possono però mutarsi in delusione quando il soggetto si accorge che il cosiddetto “angelo” altro non è se non un angelo caduto e per niente attraente.

A volte l’uomo divinizza la propria carne: in tal caso finisce col tiranneggiare l’altra persona e, di conseguenza, col farne oggetto della sua crudeltà. Non c’è formula più sicura d’insoddisfazione che il tentativo di soddisfare il nostro ardente desiderio dell’oceano di Amore infinito con una tazzina di soddisfazioni “finite.” Nulla che sia materiale, fisico o carnale può mai del tutto soddisfare l’uomo, la cui anima immortale necessita di un Amore eterno. “Non di solo pane vive l’uomo”.

Il suo bisogno di amore divino, una volta pervertito, lo costringe a proseguire nella sua ricerca dell’Amore infinito negli esseri finiti; e si preoccuperà inutilmente, ma, pur continuamente deluso, non rinuncerà all’impresa. Di qui cinismo, noia, fastidio e, infine, disperazione. Perduto l’ossigeno spirituale, l’uomo soffoca. Per lui la vita non è più una cosa preziosa e pensa di farla finita con un ultimo e supremo atto di ribellione contro il Signore della vita. (…)

Il secondo motivo del culto del sesso è il desiderio dell’uomo di sfuggire alle responsabilità della vita e all’insopportabile voce di una coscienza inquieta. Concentrandosi sull’inconscio, sull’animalità, sulla primitività, il colpevole ritiene di non aver più bisogno di preoccuparsi del significato della vita. Una volta negato Dio, tutto gli è lecito. Negando l’etica della vita, ha sostituito la licenza alla libertà. Perciò un’epoca di licenza carnale è sempre un’epoca di anarchia politica. Le fondamenta della vita sociale sono scosse quando le fondamenta della vita familiare vengono distrutte.

La ribellione delle masse contro l’ordine sociale, auspicata da Marx, è analoga alla ribellione della libido e degli istinti animali che i partigiani della sessualità patrocinano nell’individuo. Entrambi i sistemi negano la responsabilità: l’uno perché ritiene che la storia sia determinata dall’economia, l’altro perché ritiene che l’uomo sia determinato dalla biologia. Ma quelli che negano in teoria ogni umana responsabilità e libertà rimproverano la cuoca perché ha bruciato l’arrosto e, poche ore dopo, ringraziano l’amico che ha lodato il loro ultimo libro dal titolo “Non c’è libertà”.

Il terzo motivo dell’esaltazione del sesso è la negazione dell’immortalità. Una volta negato l’Eterno, l’oggi diventa importantissimo. L’uomo che crede nell’immortalità non aspira soltanto alla continuazione del suo spirito nell’eternità, ma anche alla continuazione della sua carne attraverso la creazione di una famiglia che gli sopravviva e accolga la sfida della morte. La negazione dell’immortalità conferisce quindi alla morte un duplice potere, sia perché l’uomo, negando l’immortalità, nega la sopravvivenza, sebbene debba inevitabilmente morire, sia perché l’uomo è così mosso a ripudiare la vita della famiglia, che oggi è considerata né più né meno che un impedimento ai piaceri dell’attimo fuggente.

È ormai accertato che nelle epoche funestate da guerre, epidemie, ecc., tutti quelli che non siano sorretti dalla fede nei valori eterni finiscono, in considerazione della fugacità e fragilità della vita del corpo, per immergersi in orge di dissolutezza. L’eccessivo interesse per i temporanei valori terreni inaridisce l’entusiasmo morale e stimola i più bestiali appetiti man mano che gli uomini vedono avvicinarsi la fine. Ma non servono simili catastrofi: ogni volta che il tempo terreno è considerato della massima importanza, gli anziani dicono che il “futuro è nelle mani dei giovani”; ciascuno ha paura di parlare della propria età, e tutti parlano del processo d’invecchiamento in un tono tra l’offensivo e il beffardo. Come bestie intrappolate non nelle gabbie ma nel tempo, questi se la prendono col trascorrere del tempo: il rapido volgere degli anni diminuisce il piacere e getta un’ombra che si vorrebbe non vedere. Ma poiché non è lecito sperare di evitarla per sempre, la paura della morte acquista terreno.

Non è per caso che l’attuale civiltà, che ha esaltato il sesso come nessun’altra epoca ha fatto nella storia del cristianesimo, vive nel costante terrore della morte. Baudelaire ha ragione quando rappresenta l’amore moderno seduto su un teschio. Quando si dà un valore morale alla carne, questa produce vita; quando il sesso delude la morale, il suo termine è la morte. Un bimbo a cui viene data una palla con l’avvertimento che è la sola palla che avrà in vita sua, non può goderne pienamente perché ha la continua paura di perderla. Un altro bimbo a cui viene detto che se sarà buono avrà un’altra palla che non potrà mai perdere e che gli darà sempre gioia, non avrà paura di perdere la prima. Così è per l’uomo che, al contrario del cristiano, ha un solo mondo. Anche nel pieno godimento della vita, il primo avrà sempre paura della fine. I suoi piaceri saranno oscurati dall’ombra della morte. Ma chi crede in una vita futura, condizionata dalla morale, ha il grande vantaggio di riuscire a essere felice in questo mondo come nell’altro. (…)

La negazione dell’anima ragionevole e l’equiparazione dell’uomo all’animale costituiscono la quarta ragione dell’esaltazione del sesso. Il che implica l’abbandono totale dell’etica nei rapporti umani. Non la volontà, ma l’istinto regna ora supremo, e i principi della morale cedono il passo agli appetiti bestiali.

La tragedia moderna non sta nel fatto che oggi gli esseri umani cedano alle loro passioni più di quanto non facessero nei tempi passati, ma nel fatto che, abbandonando la retta via, essi negano che una retta via esista. In altre epoche gli uomini si ribellavano contro Dio, ma riconoscevano la loro ribellione. Peccavano, ma sapevano di peccare. Vedevano chiaramente che erano sulla cattiva strada; oggi, invece, gettano via la carta topografica.

Voler equiparare l’uomo all’animale è un grande errore: nell’uomo il sesso non è la stessa cosa che negli animali. Un animale sente, ma non ama. Nell’animale non c’è conflitto tra corpo e anima; nell’uomo sì. Nell’animale la sessualità è meccanica, obbedisce allo stimolo; nell’uomo, invece, si riallaccia al mistero e alla libertà. Nell’animale è soltanto il rilassamento di una tensione; nell’uomo non è determinata da un ritmo naturale ma dalla volontà. Il sesso può dare all’uomo un senso di solitudine e di tristezza che non dà all’animale. L’animale può soddisfare quaggiù tutti i suoi desideri; l’uomo non può, e la sua tensione deriva dal tentativo di sostituire col tritello del sesso il pane della vita. Prinzhorn, parlando di un certo tipo di freudianesimo, dice che “ai super-intellettualizzati, a coloro che non vivono a contatto diretto con la terra, bensì nelle morse di un’abietta sessualità, esso dà una falsa religione, mirabilmente adatta alla loro condizione”.

Si è del tutto trascurato il contributo del peccato originale al problema sessuale nell’uomo, sebbene si debba dire, in favore della psicologia moderna, che essa ha implicitamente riaffermato il fatto sotto il nome di “tensione”. La natura umana non è intrinsecamente corrotta ma è debole; ne consegue che spesso le emozioni prendono il sopravvento sulla ragione. (…)

A differenza dell’estremo freudianesimo, il cristianesimo non è così meschino da fare del sesso l’istinto più importante della vita o da attribuire alla sola repressione sessuale i disordini psichici. Se la repressione dei più brutali istinti del sesso è l’unica causa delle anomalie mentali, come mai quelli che si abbandonano alla licenza carnale sono i più anormali degli uomini mentre quelli che credono nella religione e nella morale sono perfettamente normali? Con una visione più comprensiva e più sana della vita, il cristianesimo scopre non la causa, ma le cause dei disturbi psichici. Oltre al sesso, il cristianesimo indica altre sei possibili cause: superbia, avidità, ira, invidia, gola e accidia.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

“SE NON DIVENTERETE COME I BAMBINI NON ENTRERETE NEL REGNO DEI CIELI” CI STIAMO AVVICINANDO O ALLONTANANDO DA DIO? L’UMILTÀ E L’ORGOGLIO

Nessun vecchio entrerà mai nel regno di Dio. Il Signore si espresse così: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. In un’età di sofisticazione e di orgoglio potrebbe essere utile apprendere i vantaggi della piccolezza e dell’umiltà. Vedete quanto essa sia importante nell’ordine fisico: per vedere grande qualsiasi cosa, bisogna essere fisicamente piccoli.

Il mondo di un bimbo è sempre immenso. Per ogni ragazzo il padre è l’uomo più grande della terra, e lo zio, che si trova accanto alla finestra, è più alto della quercia del cortile sottostante. Ogni bambino è entusiasta della storia di Jack e il fagiolo magico. Per il bambino infatti la pianta di fagiolo giunge fino al cielo; i giganti sono una creazione dell’umiltà. Un ragazzino può mettersi a cavalcioni su un manico di scopa e non passa molto tempo che immagini di “volare sulla sibilante criniera dei venti” sorvolando la deserta distesa dell’azzurro. (…)

Se la piccolezza fisica è la condizione necessaria per vedere grande il mondo, allora la piccolezza spirituale o umiltà sarà la condizione per scoprire la verità e l’amore infinito. Nessun uomo, se non si fa piccolo, scopre nulla di grande. Se l’uomo ingrandisce il suo ego fino all’infinito, non apprenderà nulla, perché non c’è niente di più grande dell’infinito. Se riduce il suo ego a zero e smette di essere orgoglioso e presuntuoso, allora scoprirà tutto ciò che è grande, anche più grande di lui. Il suo mondo comincerà a essere infinito.

Per scoprire la verità, la bontà, la giustizia e Dio, è necessario essere molto umili. Se una scatola è piena di sale, non potremo riempirla di pepe. Se siamo pieni della nostra importanza, non potremo mai essere ricolmi di nulla di esteriore a noi stessi. Se un uomo crede di sapere tutto, allora nemmeno Dio potrà insegnargli qualcosa. La scoperta di una qualsiasi verità richiede docilità e capacità di apprendimento, ma chi crede di sapere ogni cosa non è disposto a essere ammaestrato.

Si può osservare con quanta calma e passività uno scienziato si pone davanti alla natura. Egli si limita a sedersi e osservarla, nell’attesa che la natura gli riveli le sue leggi. Non dice: “Conosco le leggi della natura, e voglio imporre le mie leggi”, bensì attende le rivelazioni della natura. L’umiltà dello scienziato di fronte alla natura dovrebbe essere l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio, in attesa della sua santa volontà. La fede proviene dall’ascoltare, il che significa anche che deriva dall’essere un buon ascoltatore, e non dal ritenere di possedere già tutta la verità.

L’illustrazione rappresenta il sole con i suoi raggi. Si può notare un uomo che cammina allontanandosi dal sole, e l’ombra si proietta davanti a lui. Gli ho fatto una testa molto grande, perché si tratta di un uomo superbo, che si considera altrettanto grande quanto la sua ombra, la quale rappresenta il fantasma e non l’essere reale. Supponiamo che il sole rappresenti Dio e la luce della Sua verità. Finché ci muoviamo allontanandoci da Dio, creiamo delle ombre psicologiche, ci crediamo diversi da quelli che siamo. Ma osservate la differenza quando camminiamo andando incontro al sole, cioè alla luce divina: allora il fantasma non potrà mai essere scambiato per l’essere reale, perché si proietta dietro di noi. Se ci mettiamo direttamente sotto il sole, siamo completamente governati dalla divina verità; non ci sono ombre, illusioni, né timori, né ansie; l’anima viene pervasa dalla calma e dalla pace. L’essere umili implica che il nostro occhio avverta il bisogno della luce, che la nostra ragione riconosca il bisogno della fede, e che tutto il nostro essere necessiti della guida della legge eterna di Dio. (…)

L’umiltà non è servilismo, non è la disposizione a lasciarsi indottrinare, non è odio di sé, né auto-disprezzo, o il desiderio di venirsi a trovare in posizioni di svantaggio. L’umiltà è invece quella virtù che ci dice la verità su noi stessi, ossia la nostra posizione di fronte a Dio. Non si tratta di una sottovalutazione, e non è umile una persona di alta statura se dice: “No! Io non sono alto: sono appena un metro e 90”. Una grande cantante non è umile quando dice: “Oh, no! Le mie note medie sono insopportabili”. Ma è umile nel caso in cui dicesse: “Grazie, ma devo tutto al Signore”.

La verità su noi stessi può essere negata in due maniere: mediante la sopravvalutazione e la sottovalutazione. Ci sopravvalutiamo quando diciamo: “Sono l’abitante più importante di questa città”. D’altra parte, la gente talvolta dice di essere stupida per sentirsi dire dagli altri che è saggia. A una persona che diceva sempre di essere idiota fu replicato così da un amico: “Era proprio necessario che lo dicessi?”. L’umiltà in rapporto all’amore significa considerare gli altri migliori di noi stessi. Uno dei vantaggi di questo atteggiamento è che ci fornisce alcuni esempi da imitare. L’orgoglio, d’altra parte, cerca talvolta il primo posto affinché gli altri possano dire: “Che magnanimità!”. E può anche darsi che l’orgoglio voglia prendere l’ultimo posto perché gli altri possano commentare: “Quanta umiltà!”. Perché i mendicanti adoperano ciotole di stagno? Perché vogliono sollecitare la vanità del donatore, a cui piace sentire il tintinnio della moneta quando cade nella ciotola. Nelle chiese i cestini di cui ci serviamo per la colletta hanno il fondo di peluche perché la gente, quando dona, dovrebbe cercare di non far rumore: Dio dovrebbe essere il solo a saperlo. L’orgoglio si insinua perfino nelle persone cosiddette “pie” che si vantano della loro pietà. (…)

Un altro frutto dell’orgoglio è lo spirito critico. Di solito le persone molto orgogliose sono tormentate da piaghe segrete, come l’egoismo e la presunzione. Ne risulta che la loro coscienza le molesta in conseguenza della loro colpa sommersa, che loro rifiutano di guardare in faccia. Invece di criticare se stessi come dovrebbero fare, proiettano le loro critiche sugli altri. Riformano il prossimo invece di riformare se stessi, indicano la pagliuzza nell’occhio del vicino e non vedono la trave che è nel proprio. Perché mai tanti giornali si specializzano nelle cronache di omicidi, di adulteri, di infedeltà e di slealtà? Perché quando la gente legge la notizia di un assassinio o di un furto sostiene: “Io non sono così malvagio; in realtà sono abbastanza buono!”. A forza di fare continui confronti, le persone si confortano presumendo di essere migliori degli altri.

Generalmente l’orgoglio nega la responsabilità personale del male. Gli uomini perlopiù negano di essere peccatori. La tragedia di questa negazione è che non sentono mai il bisogno di un salvatore. Il cieco che nega di essere cieco non avrà mai il desiderio di vedere.

Due sociologi negavano la colpa personale. Mentre discutevano il caso di un criminale, uno dei due confessò: “Lo so che lui ha commesso un assassinio e svaligiato una banca, ma ricordati che era orfano”. L’altro sociologo replicò: “Sì, ma era orfano per avere ucciso all’età di nove anni i suoi genitori”. Il primo sociologo rispose: “Lo so, ma fu per legittima difesa”.

Il dio moderno può essere l’ego, ossia il proprio io. Questo è l’ateismo. L’orgoglio infatti è un disordinato amore di sé, un’esaltazione dell’io relativo verso un io assoluto. Questo sentimento cerca di soddisfare la sete di infinito attribuendo alla propria limitatezza una pretesa di divinità. In alcuni individui l’orgoglio rende l’io cieco riguardo alla proprio debolezza e diventa un orgoglio “caldo”; in altri riconosce bensì la propria debolezza ma la supera con un’autoesaltazione che diviene orgoglio “freddo”. L’orgoglio, uccidendo la docilità, mette l’uomo nella condizione di non poter mai essere aiutato da Dio. La conoscenza limitata della mente meschina pretende di avere l’ultima parola su tutto. Di fronte ad altri intelletti, essa ricorre a due tecniche diverse: o alla tecnica dell’onniscienza, mediante la quale cerca di convincere gli altri del molto che sa; o alla tecnica della non-scienza, con cui vuole persuadere gli altri del poco che sanno. Quando l’orgoglio è incosciente, diventa quasi incurabile, perché identifica la Verità con la propria verità. L’orgoglio è un’ammissione di debolezza, e segretamente teme ogni competizione e ogni possibile rivale. Raramente guarisce quando la persona è verticale, cioè sana e prospera; ma può guarire quando il paziente è orizzontale, ossia infermo e deluso. Ecco perché in un’epoca piena di orgoglio le catastrofi sono necessarie per ricondurre gli uomini a Dio e alla salvezza delle loro anime.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

PSICOANALISI, MALATTIE MENTALI E CONFESSIONE: “Molte anime distese sul lettino dello psicanalista si sentirebbero molto meglio se portassero la loro coscienza a un confessionale”

Alcuni disturbi mentali, tuttavia, non possono essere ignorati, anche dopo che nella colpa si è ravvisata la causa e nell’esame di coscienza il rimedio. Molte malattie mentali sono essenzialmente psicologiche, neurologiche o magari fisiologiche e possono essere guarite soltanto da un bravo psichiatra. Ma è indispensabile assicurarsi che sia davvero bravo, perché un sistema di psicanalisi che parte dalla negazione della volontà e della responsabilità della colpa, priva i suoi seguaci della capacità di comprendere la natura umana sulla quale essi operano e, in molti casi, aggrava la malattia che si prefigge di guarire.

Anime ammalate che hanno, fino ad ora, negato la possibilità del peccato e della colpa dovrebbero riesaminare la loro coscienza piuttosto che il loro inconscio e considerare la possibilità che alcune della loro turbe mentali siano dovute a un senso non riconosciuto di colpa. Molte anime distese sul lettino dello psicanalista si sentirebbero molto meglio se portassero la loro coscienza a un confessionale. Migliaia di pazienti migliorerebbero se, invece che stare distesi, si mettessero in ginocchio. La passività simboleggiata dalla posizione supina simboleggia l’irresponsabilità del paziente, che è l’assunto dell’intera teoria di Freud. Ed è in stridente contrasto con l’umiltà di colui che piegando le ginocchia, invece che “come sono stato sciocco!”, dice: “Signore, abbi pietà di me peccatore!”.

Di solito le anime che negano la possibilità della loro colpa, la negano o perché troppo soddisfatte di se stesse o perché troppo “snob” per guardare le cose in faccia. Sono “codardi” che tentano di ammucchiare il loro sudiciume morale sotto i tappeti freudiani. Invece che assumere la responsabilità dei propri peccati, li proiettano sugli altri. Se oggi il mondo è quello che è, ciò si deve al fatto che ciascuno di noi cerca di scaricare sugli altri la responsabilità delle sue colpe. Alcuni dei capri espiatori preferiti sono la madre che ha amato eccessivamente il peccatore e il padre che non lo ha amato abbastanza. Per i nazisti, i capri espiatori erano gli ebrei; per i comunisti, sono i cristiani; per i freudiani, il capro espiatorio è la cosiddetta repressione dovuta a totem e tabù.

Tutti i capri espiatori sono il risultato degli sforzi intesi a eliminare qualsiasi inquietudine in merito alla parte migliore del nostro essere, atrofizzandone il senso morale. Si mette in tal modo a dormire anche il senso critico, che dovrebbe scorgere l’illogicità di questa teoria. Difatti, se l’inconscio è la causa delle condizioni mentali anormali e dei conseguenti disturbi, due interrogativi s’impongono: che cosa fa sì che l’inconscio produca queste psicosi e questi disturbi? E se la repressione è la causa, perché il conscio desidera reprimere ciò che è male?

Lo psicanalista amorale, rifiutando di ammettere “bene” e “male,” trova difficoltà a rispondere. Senza dubbio, la spiegazione si deve rintracciare nell’ordine morale naturale, nell’esistenza di un ethos al quale ognuno è soggetto e contro il quale a volte ci si ribella. Quest’ordine morale è universale ed è stato universalmente riconosciuto. È difficile trovare in una qualsiasi letteratura l’affermazione che la sola differenza tra l’uomo sano e il pazzo è nel contenuto del loro inconscio; ma è facile trovare, attraverso i secoli, una distinzione tra l’apparenza e la realtà dell’uomo o tra ciò che egli è e ciò che dovrebbe essere.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

L’ESAME DI COSCIENZA: “In tutte le altre religioni bisogna essere buoni per andare a Dio; nel cristianesimo, no.”

Come un uomo d’affari alla sera esamina sul suo libro-cassa l’ammontare del dare e dell’avere, così ogni anima dovrebbe, alla fine della giornata, esaminare la sua coscienza, non ponendosi come modello, bensì considerandola alla luce di Dio, suo creatore e giudice. L’esame di coscienza serale porta alla superficie le colpe segrete che abbiamo commesso durante il giorno; cerca di scoprire le erbacce che ostacolano la crescita della grazia di Dio e distruggono la pace dell’anima.

Analizza pensieri, parole e opere, peccati di omissione e peccati di “commissione”. Per “omissione” noi intendiamo il bene che ci si dimentica di fare (non soccorrere il prossimo bisognoso di aiuto, rifiutare una parola di conforto a chi è oppresso dal dolore, ecc.). I peccati di “commissione” comprendono invece le osservazioni maliziose, le menzogne, gli atti disonesti, l’egoismo, l’amore smodato per il denaro, la sensualità illecita, l’odio, l’eccesso di indulgenza, la gelosia e la pigrizia.

Vi è inoltre l’esame di quello che gli scrittori che trattano dei problemi dello spirito chiamano la nostra “colpa predominante”. Ognuno di noi ha un peccato che commette più spesso degli altri. I direttori spirituali dicono che se ogni anno noi cancellassimo un solo peccato grave, diventeremmo perfetti in breve tempo. L’esame di coscienza, che considera la colpa un’offesa all’Amore di Dio o del prossimo, è tutt’altra cosa dal tentativo di guarire le forme patologiche di colpa che ossessionano alcune menti ammalate. Il primo non potrà mai essere annullato da nessuna forma di analisi o di psichiatria; il secondo può rientrare in quel campo o, allo stesso modo, appartenere al dominio spirituale. (…)

L’esame di coscienza non solo dà sollievo alla nostra tristezza, non solo ci offre una seconda possibilità di essere perdonati, ma ci restituisce anche all’Amore. Nell’esame di coscienza una persona si concentra meno sul proprio peccato che sulla Misericordia di Dio, come il ferito si concentra meno sulla sua ferita che sull’abilità del medico che lo fascia e lo cura. L’esame di coscienza non sviluppa alcun complesso perché si compie nella luce della giustizia divina.

L’uomo non è la norma, né la fonte della speranza. Tutta la fragilità e la debolezza umane sono viste nella radiazione dell’infinita bontà di Dio; e una colpa non è mai separata dalla conoscenza della divina misericordia. L’esame di coscienza raffigura il peccato non come una violazione della legge, ma come una rottura di rapporti. Produce dolore non perché è stato violato un codice, ma perché è stato ferito l’amore. Come la dispensa vuota induce a fare la spesa, così l’anima vuota è indotta a cercare il Pane della Vita. Procedere all’esame della propria coscienza non significa concentrarsi su di essa come un mistico Orientale che contempla il proprio ombelico. L’eccessiva introspezione porta all’immobilità e alla morbosità.

Nessuno spirito, nessun’anima è più disperata di quella che dice di volersela “cavare da sola”. L’anima cristiana sa che ha bisogno dell’aiuto divino e perciò si volge a Colui che ci amava anche mentre peccavamo. L’esame di coscienza, anziché indurre alla morbosità, diventa quindi un’occasione di gioia. Ci sono due modi di rendersi conto della bontà e dell’amore di Dio: l’uno è quello di non perderLo mai, conservando l’innocenza; l’altro è quello di ritrovarLo dopo averLo perduto. (…)

Il pentimento non riguarda noi: riguarda Dio. Non consiste nell’imprecare contro di noi, ma nell’amare Dio. Il cristianesimo ci ordina di accettare noi stessi così come siamo, con tutte le nostre colpe, le nostre debolezze, i nostri peccati. In tutte le altre religioni bisogna essere buoni per andare a Dio; nel cristianesimo, no.

Il cristianesimo potrebbe riassumersi in queste parole: “Venite come siete”. Esso ci ordina di smettere di tormentarci per noi stessi, di smettere di concentrarci sulle nostre colpe e sulle nostre mancanze e di confidarle al Salvatore col fermo proposito di migliorarci. L’esame di coscienza non spinge mai alla disperazione, ma sempre alla speranza.

Alcuni psicologi, usando debitamente il loro metodo, hanno ridato la pace mentale a qualche individuo, ma soltanto perché hanno trovato una valvola di sicurezza per l’oppressione mentale. Hanno dato libero sfogo al vapore, ma non hanno riparato la caldaia: che è compito della Chiesa.

Siccome l’esame di coscienza si compie nella luce dell’amore di Dio, comincia con una preghiera allo Spirito Santo perché illumini le nostre menti. Ed ecco che noi ci comportiamo verso lo Spirito divino come verso un orologiaio che debba aggiustare il nostro orologio. Mettiamo l’orologio nelle sue mani perché sappiamo che non lo maltratterà e mettiamo la nostra anima nelle mani di Dio perché sappiamo che se Egli la osserverà attentamente, essa funzionerà a dovere. (…)

È vero che più ci avviciniamo a Dio, più vediamo i nostri difetti. Un quadro rivela pochi difetti alla luce di una candela, ma la luce del sole può rivelarne tutte le pecche. Quelli che sono veramente buoni non credono mai di esserlo, perché si giudicano secondo l’Ideale. In perfetta innocenza, ogni anima, come gli Apostoli all’Ultima Cena, grida forte: “Sono forse io, Signore?” (Mt 26,22).

L’esame di coscienza consiste innanzitutto nel concentrarsi sulla bontà e sull’amore di Dio. Ogni anima che si esamina guarda il Crocifisso e scorge una relazione personale tra se stessa e il Signore.

Essa riconosce che, se fosse stata meno orgogliosa e vanitosa, la corona di spine sarebbe stata un po’ meno pungente; che, se avesse percorso con minore vivacità i sentieri del peccato, i piedi divini sarebbero stati meno profondamente penetrati dal chiodo; che, se fosse stata meno avara, anche le mani sarebbero state meno profondamente penetrate dai chiodi; e che, se fosse stata meno volubile e sensuale, il Salvatore non sarebbe stato spogliato della sua tunica.

Il Cristo Crocifisso non è un agente del KGB o un inquisitore della Gestapo, ma un Medico Divino, che ci chiede soltanto di portare a Lui le nostre ferite perché Egli possa risanarle. Se i nostri peccati sono scarlatti, essi saranno lavati e tornerà in noi il candore della neve; e se sono color porpora, noi torneremo bianchi come la lana.

Forse, Lui non ci ha detto: “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7)? E nella parabola del figliol prodigo non descrisse forse il padre che diceva: “Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,23-24)? Perché c’è più gioia in cielo per il peccatore pentito che per i giusti? Perché la vera essenza di Dio non è il Giudizio, ma l’Amore. (…)

Chi nega la colpa e il peccato è come gli antichi farisei che credevano che il Salvatore avesse un “complesso di colpa” perché li aveva accusati di essere sepolcri imbiancati: puliti al di fuori ma dentro pieni di ossa di morti. Quelli che ammettono di essere colpevoli sono come i pubblici peccatori e i pubblicani di cui Nostro Signore disse: “In verità vi dico che i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio” (Mt 21,31).

Coloro che credono di essere sani, ma hanno un cancro morale nascosto, sono incurabili; l’ammalato che desidera essere guarito ha invece la possibilità di guarire. Ogni rifiuto di riconoscere la colpa allontana gli uomini dall’area di amore e, inducendoli alla presunzione di sé, impedisce la guarigione.

Le condizioni essenziali di ogni trattamento sono le seguenti: un medico non ci può guarire se non ci mettiamo nelle sue mani; e noi non ci mettiamo nelle sue mani se non sappiamo di essere ammalati. Allo stesso modo, il riconoscimento del peccato è per il peccatore una delle condizioni essenziali della sua guarigione; l’altra è il suo ardente desiderio di Dio.

Quando desideriamo Dio, non lo desideriamo come peccatori ma come persone che amano. È vero che, dopo il nostro esame di coscienza, noi ci riconosciamo indegni di essere amati; ma è precisamente questo che ci fa desiderare Dio, perché Lui è l’unico che ama ciò che non è degno di essere amato.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

I CATTOLICI PSICOTICI E NEVROTICI: GLI UNI VORREBBERO ISOLARE LA CHIESA DAL MONDO, GLI ALTRI VORREBBERO IDENTIFICARLA CON IL MONDO.

Poiché il “mondo” è ambiguo, è possibile cadere negli abissi da entrambi i lati della strada della verità, producendo così gli psicotici e i nevrotici. Uno psicotico crede che due più due fa cinque; un nevrotico crede che due più due fa quattro, ma diventa pazzo per questo. I nevrotici si aggrappano al reale e dimenticano l’ideale.

Nella Scrittura, la Chiesa è simboleggiata dalla roccia che è stata colpita e da essa ne sono uscite acque vive. La roccia è permanente, le acque rappresentano il cambiamento e il dinamismo della Chiesa. Gli psicotici si aggrappano alla roccia e dimenticano le acque; i nevrotici nuotano nelle acque e dimenticano la roccia. Gli psicotici vogliono solo il letto del fiume; i nevrotici solo l’acqua che scorre. Gli psicotici isolerebbero la Chiesa dal mondo; i nevrotici identificherebbero la Chiesa con il mondo. Per gli psicotici la religione è cultica; per i nevrotici è attivistica.

Quando il Faust di Goethe cominciò a tradurre il Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo”, esitò, perché non poteva sottoscrivere il primato della Parola di Dio. Così, invece, scrisse: “In principio era l’Azione”. La verità, che manca sia agli psicotici che ai nevrotici, è che il Verbo si è fatto Carne. La biforcazione e il divorzio di quelle cose che Dio voleva che fossero tenute insieme, ha dato inizio a una divisione teologica simile alla scissione di un atomo.

L’ideale della spiritualità si trova nelle prime e ultime parole della vita pubblica di Nostro Signore. La prima parola della Sua vita pubblica è stata: “Venite” (Giovanni 1:39). L’ultima parola è stata: “Andate” (Marco 16:20).

Il discepolo viene prima di tutto per assorbire la Sua Verità, per infiammarsi con il Suo Amore; poi, e solo allora, va a compiere la sua missione.

Entrambe le parole sono riassunte nel passo della chiamata dei discepoli: “Chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da Lui. Ne costituì Dodici perché stessero con Lui e per mandarli a predicare” (Marco 3,14).

Purtroppo oggi abbiamo troppi “vai-andate” e non abbastanza “vieni-venite”. Il giusto equilibrio si ritrova nella storia di Marta e Maria che segue nel Vangelo quella del Buon Samaritano. In quest’ultimo caso si loda il servizio sociale. Ma nella storia di Marta e di Maria, si suggerisce che non dobbiamo essere troppo assorbiti dal servizio, perché se siamo troppo assuefatti al servizio non abbiamo tempo di sederci ai piedi di Gesù per imparare le Sue lezioni.

(Fulton J. Sheen, da “Those Mysterious Priests” 1974)

P.s. Il pezzo è stato tradotto in modo amatoriale dall’originale inglese che potete trovare scaricando l’anteprima o acquistando l’eBook-Kindle sul link di Amazon qui sotto:

La colpa che grava sui peccati non riconosciuti è la causa di molti malesseri psicologici dell’uomo moderno.

L’uomo non può contravvenire impunemente alle leggi della propria natura; la punizione che invariabilmente segue questi tentativi di ribellione si manifesta soprattutto nell’ordine psicologico. Per esempio, è evidente che ogni individuo egocentrico è un individuo deluso. Perché? Perché la delusione si ha quando un’aspirazione naturale incontra un ostacolo insormontabile. Qualsiasi aspirazione naturale, per essere soddisfatta, deve avere un obiettivo; finché ciò non si verifica, l’aspirazione rimane tale, ossia una tendenza a una più o meno vaga sorta di azione. Ma l’attuazione dell’aspirazione è possibile soltanto attraverso qualche cosa che sia di per sé attuale; l’aspirazione, come tale, essendo soltanto potenziale, non può procurarsi la propria soddisfazione. Ciò che la procura è l’obiettivo verso cui è rivolta la potenza.

Finché la persona rimane preoccupata unicamente di se stessa invece di darsi al mondo obiettivo di compiti e doveri, l’attuazione non può verificarsi e la delusione sopraggiunge. Violando le leggi della sua natura, l’uomo si carica di delusioni e scontentezza. Ogni uomo, come ogni donna, prova un senso di colpa quando contravviene a una legge naturale.

Disse Seneca: “Ogni colpevole è il carnefice di se stesso”. Il colpevole è anche sempre pauroso, perché “la coscienza ci rende tutti codardi”. Invece di definire il peccato una finzione della fantasia, sarebbe più giusto definirlo una frizione, cioè “uno sfregamento compiuto in senso contrario”. La colpa che grava sui peccati non riconosciuti è la causa di molti malesseri psicologici dell’uomo moderno.

Tuttavia, sarebbe sbagliato affermare che il fattore morale è sempre alla base dei disturbi mentali, poiché non è così. Le malattie mentali, usando l’espressione nella sua stretta accezione, possono essere l’effetto di cause fisiche, come alterazioni organiche del cervello, disfunzione delle ghiandole endocrine, conformazione difettosa del sistema nervoso centrale, e simili. Qui noi prescindiamo nel modo più assoluto dalle teorie sull’origine della schizofrenia, come quella che la attribuisce ad anormalità del “livello molecolare”, e dalla teoria delle cause psicogenetiche dell’“insanità maniaco-depressiva”. Qui noi trattiamo della filosofia dell’angoscia e critichiamo soltanto quegli psichiatri che, vestendosi da filosofi, superano i limiti della propria sfera medica o scientifica per negare la possibilità della colpa e del peccato.

Anche per i medici che non traducono le loro scoperte in termini morali, sta diventando sempre più evidente che le turbe mentali hanno spesso la loro radice nella violazione di una legge naturale e hanno quindi una base morale. I Dottori Marynia Farnham e Ferdinand Lundberg attribuiscono l’aumento delle turbe mentali nelle donne al fatto che queste si sottraggono alle responsabilità della maternità. Essi sostengono che nessuna donna senza figli – anche la più intelligente – è mai stata capace di avvicinare con comprensione quelle che sono madri. Le donne sposate senza figli o con un solo figlio, eccettuate quelle che si trovano in condizioni organiche sfavorevoli (casi non frequenti) sono – tolta qualche eccezione – emotivamente squilibrate. Sono cioè infelici, per quanto affermino coscientemente il contrario.

La brusca diminuzione del numero delle nascite è perciò un indice importante del moltiplicarsi degli stati angosciosi e degli squilibri emotivi negli uomini e nelle donne, ma più specialmente nelle donne. (…)

Il senso del peccato è una realtà che tutti conoscono. È più che una semplice violazione della legge; non se ne avvertirebbe la gravità se l’uomo non intuisse che il peccato implica una rottura di affinità elettive.

Coloro che rubano in una grande azienda non credono di commettere un gran male (sebbene la loro colpa sia grave) perché pensano all’azienda come a qualcosa d’impersonale. Intuiscono confusamente una verità: cioè che l’essenza del peccato non è la negazione di un codice, ma il ripudio di una persona alla quale ci si sente obbligati per la sua bontà e il suo amore.

Il peccato è l’affronto di uno spirito a un altro, un oltraggio all’amore; perciò non si ha il senso del peccato se non si ha la coscienza di un Dio personale. Isaia ebbe un profondo senso di colpa quando vide Dio e disse: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti” (Is 6,5). “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto. Perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere” (Gb 42,5-6). “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore” (Lc 5,8).

Siccome il peccato è l’interruzione dei rapporti con l’Amore, ne consegue che esso non può essere trattato esclusivamente dalla psichiatria: noi non affermiamo che tutti i disturbi mentali siano dovuti a un senso di colpa. Non lo sono. Ma alcuni lo sono; e quando gli psichiatri materialisti sostengono che le malattie dovute al peccato possono essere trattate esattamente come le altre malattie psichiche e nervose, senza che sia necessario ricorrere alle risorse spirituali, essi accrescono i complessi, il disagio e lo smarrimento del paziente.

Non basta analizzare il peccato per demolirne la coscienza o per guarirlo. Se il dentista si rende conto che una carie dentale è dovuta al masticare dei dolci, non per questo il dente guarirà immediatamente. Scavare attorno a una quercia per tentare di scoprire il marciume della ghianda da cui l’albero ha avuto origine, non significa rinforzare l’albero. Scoprire i motivi del peccato studiando il passato del paziente non è guarire; il peccato non è soltanto nel discernimento o nell’istinto, ma è nella volontà. Perciò non si può distruggere, come non si può distruggere un altro complesso introducendolo a viva forza nella coscienza.

Le malattie psichiche possono avere origine da complessi repressi; ma il peccato dev’essere considerato come un atto della volontà che implica l’intera personalità. La semplice comprensione intellettuale non distruggerà gli effetti del peccato e non restituirà la salute al paziente.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima”)

L’ERRORE DEGLI PSICOLOGI MATERIALISTI

La negazione dell’esistenza della colpa obiettiva da parte degli psicologi materialisti è dovuta a una falsa comprensione della natura umana.

Circa quattrocento anni fa, alcuni teologi caduti in errore asserirono che l’uomo era intrinsecamente corrotto e perciò incapace di salvarsi con le opere buone. Ne derivò la credenza che l’uomo viene salvato mediante la fede in Cristo, i meriti del quale vengono attribuiti all’uomo corrotto. Più tardi, altri teologi caduti in errore sostennero che, poiché l’uomo è intrinsecamente corrotto, non poteva essere salvato né attraverso le opere, né attraverso la fede e che la sua redenzione dipendeva dalla predestinazione ovvero dalla suprema volontà di Dio, il quale salva o danna. Questo falso concetto si diffuse e contribuì molto a distruggere la fede nel libero arbitrio.

Poi fu la volta del totalitarismo, che affermò che, poiché l’uomo è intrinsecamente corrotto, non può essere salvato né dalla fede, né dalle opere buone, né dalla sovrana volontà di Dio, ma soltanto dalla collettività che lo assorbe; l’uomo – fu detto – abolirà la dissoluzione umana sostituendo la coscienza universale alla coscienza individuale e mettendo un dittatore al posto di Dio.

Gli psicologi materialisti hanno colto nel segno quando si sono ribellati contro il concetto di depravazione totale contenuto in questa dottrina: l’uomo non è totalmente depravato. Ma spesso gli psicologi hanno sbagliato mancando di approfondire il tradizionale concetto dell’uomo, che sta a mezza strada tra l’ottimismo, che promette di fare di lui un santo mediante l’evoluzione e l’educazione, e il falso pessimismo che giunge a farne un demonio attraverso il totalitarismo comunistico.

(Fulton J. Sheen, da “La pace dell’anima”)

SESSO E AMORE NEL CRISTIANESIMO: MATRIMONIO E INFEDELTÀ.

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Trattando dell’amore coniugale, due sono gli estremi da evitare: uno è il rifiuto di riconoscere l’amore sessuale, l’altro sta nel dare troppa importanza all’attrazione sessuale. Il primo errore fu vittoriano; il secondo è freudiano. Per il Cristiano, il sesso è inseparabile dalla persona, e voler ridurre la persona a sesso è tanto stolto quanto voler ridurre la personalità a polmoni o a torace. Alcuni vittoriani, per la loro stessa educazione, negarono praticamente il sesso come una funzione della personalità; alcuni sessuofili dei tempi moderni negano la personalità e divinizzano il sesso.

L’animale maschio è attratto verso l’animale femmina, ma una personalità umana è attratta verso un’altra personalità umana. L’attrazione della bestia verso la bestia è fisiologica; l’attrazione dell’essere umano verso un altro essere umano è fisiologia, psicologica e spirituale. Lo spirito umano ha una sete d’infinito che il quadrupede non ha. Quest’infinito è, in realtà, Dio. Ma l’uomo può pervertire tale sete, mentre l’animale non può perché non ha il concetto dell’infinito. L’infedeltà, nella vita coniugale è in sostanza la sostituzione di un infinito con una successione di esperienze carnali finite. La falsa infinità di tale successione si sostituisce all’Infinità del Destino, che è Dio. La bestia è promiscua per una ragione del tutto differente da quella per cui è promiscuo l’uomo. Il falso piacere dato da nuove conquiste nel regno del sesso è il surrogato della conquista dello Spirito nel Sacramento del Matrimonio! Il senso di vuoto, di malinconia e di umiliazione è una conseguenza dell’incapacità di trovare soddisfazione infinita in ciò che è carnale e limitato. La disperazione è edonismo deluso. Gli spiriti più depressi sono quelli che cercano Dio in un falso dio!

Se l’amore non si eleva, precipita. Se, come la fiamma, non arde verso il sole, brucia alla base, distruggendosi. Se il sesso non ascende al paradiso, discende nell’inferno. Il corpo non può donarsi se l’anima non si dona. Coloro che ritengono di poter essere reciprocamente fedeli nell’anima ma infedeli nel corpo, dimenticano che queste due condizioni sono inseparabili. Il sesso isolato dalla personalità non esiste! Un braccio vivo e gesticolante staccato da un organismo vivente è un assurdo. L’uomo non ha funzioni organiche isolate dall’anima. La sua personalità forma un tutto unico. Non v’è nulla di più psicosomatico dell’unione di due esseri in una carne sola; nulla migliora o peggiora tanto una mente, una volontà. La separazione dell’anima dal corpo è la morte. Coloro che separano il sesso dallo spirito prefigurano la morte. Godere della personalità altrui attraverso la propria personalità, questo è amore. Il piacere della funzione animale attraverso la funzione animale di un altro è sesso separato dall’amore.

Il sesso è uno dei mezzi istituiti da Dio per l’arricchimento della personalità. È un principio fondamentale di filosofia che nella mente non v’è nulla che non sia stato prima avvertito dai sensi. Qualsiasi nostra conoscenza ci viene dal corpo. Come ci dice San Tommaso, noi abbiamo un corpo perché il nostro intelletto è debole. Come la mente si arricchisce mediante il corpo e i suoi sensi, così l’amore si arricchisce mediante il corpo e il suo sesso. Come in una lacrima su una guancia si può vedere riflesso un universo, così nel sesso si può vedere riflesso il ben più vasto mondo dell’amore.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

Non negare mai la tua colpa! La cosa peggiore al mondo non è il peccato ma negare di essere peccatori; questo è un peccato imperdonabile.

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Non negare mai la tua colpa!

Negarla ha cinque gravi conseguenze per la tua anima:

1)Distrugge il carattere perché elimina la responsabilità e – di conseguenza – la libertà.

2)Rende impossibile il perdono, perché neghi che ci sia un peccato che deve essere perdonato e confessato.

3)Negare la propria colpa trasforma le persone in cacciatori sensazionali, pettegoli e rivoluzionari violenti, perché trasferiscono la loro colpa sugli altri per sfuggire al proprio rimorso.

4)Negare la propria colpa porta a un peccato maggiore, perché la tua coscienza diventa sempre più indifferente e la virtù è sempre più ripugnante.

5)Infine, la negazione della colpa di sé porta alla disperazione, che si trasforma in fanatismo diretto contro la religione e la moralità, l’odio verso il quale è una prova della propria colpa.

In breve, la ragione principale della tragedia dell’anima moderna è che nega la propria colpa, impedendo così non solo il perdono ma anche la pace della riconciliazione con Dio, che è Amore.

La cosa peggiore al mondo non è il peccato ma negare di essere peccatori; questo è un peccato imperdonabile.

Poiché il peccato è una rottura del rapporto con l’Amore Divino, significa che non può essere trattato solo dalla psicologia. Non è sufficiente analizzare il peccato per curarlo. Il fatto che il dentista apprenda che la carie deriva dal consumo di caramelle non significa che il dente si riprenderà immediatamente. Il peccato può essere guarito solo rinnovando l’Amicizia con Dio.

Inoltre, non è vero che la consapevolezza del peccato provoca un complesso di colpa e la minaccia di cadere in una malattia mentale. Il bambino che va a scuola sviluppa un complesso di ignoranza? Un paziente che va dal medico sviluppa un complesso della malattia? Lo studente non si concentra sulla sua ignoranza ma sulla saggezza e conoscenza dell’insegnante; il paziente non si concentra sulla sua malattia ma sulle capacità di guarigione del medico, e il peccatore si concentra non sulla sua colpa ma sul Potere Salvifico di Gesù, il Medico Divino.

La forma più sofisticata di orgoglio, la forma più vile di evasione, è di astenersi dall’esame della coscienza per non scoprire accidentalmente il peccato in essa.

Non c’è uomo che neghi la sua colpa ed è un uomo felice; non c’è nemmeno un uomo che, riconoscendo il suo peccato, essendo perdonato e vivendo nell’Amore di Dio, sia un uomo infelice.

Il sentimento della propria indegnità morale non ha mai reso triste l’anima; le anime sono tristi e frustrate a causa dell’eccessivo amore per se stesse. Non c’è speranza per te se pensi di essere una brava persona, ma c’è grande speranza per te se sai di essere “disgustoso”. Non lasciarti ingannare da quei sessuologi ed evasori che non vogliono affrontare il senso di colpa personale. Prenditi un’ora di tempo al giorno per pregare, meditare e ascoltare la Santa Messa. Abbi il coraggio di affrontarti costantemente, confidando in Dio.

(Fulton J. Sheen)

Il Cristianesimo è una Religione Cruciale. La Legge Cristiana è inequivocabile: “Coloro che soffriranno con Cristo regneranno con Cristo”.

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È stato detto che la nuova fede è la “Religione della Rassicurazione”. Codesta espressione è dovuta alla grande varietà di libri che assicurano l’uomo che egli può sottrarsi al timore, all’ansietà, al terrore, alla melanconia, alla depressione e alla mancanza di sicurezza di sè mediante grosse iniezioni di vitamine psicologiche preparate nel laboratorio della sua stessa mente…

È quanto mai legittimo che la “Religione della Rassicurazione” si autodefinisca una psicologia…ma non è legittimo chiamare Cristianesimo la Religione della Rassicurazione.

Il “Metodo Psicologico” è fondamentalmente un misticismo riposante, nel senso che crede che la vita sia esente da croci. Il Cristianesimo, invece, è una Religione Cruciale. Il Metodo Psicologico dice: “Seguitemi ed evitate una Croce”. Cristo, il Figlio di Dio, ha detto: “Prendete ogni giorno la vostra Croce, rinnegate voi stessi, e seguitemi”.

Il “Metodo Psicologico” nega che la disfatta, la delusione, le prove, lo scoraggiamento e la sofferenza siano gli elementi costitutivi della vita. Il Cristianesimo, invece, dice che lo sono; ma che possono essere accettati, trasmessi, spiritualizzati, mediante l’unione con Cristo sulla Croce. Cristo non nascose mai ai Suoi discepoli ciò che sarebbe costato loro il seguirLo; più volte, quando ci furono segni di defezione, Egli offrì loro l’opportunità di abbandonarLo, se lo desideravano.

Una cosa è promettere all’uomo che egli può esser libero da croci e da sconfitte, e tutt’altra è prometterglielo in nome del Cristianesimo. La Legge Cristiana è inequivocabile: “Coloro che soffriranno con Cristo regneranno con Cristo”. Il che non significa che non vengano assicurate la pace e la speranza, come disse Cristo Nostro Signore: “Io vi dò la pace, non come la dà il mondo”; “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e troverete riposo alle anime vostre”.

Cristo indica l’antitesi costante tra il “mondo” e “Lui”, tra la religione dell’auto-assicurazione e la religione dell’assicurazione Divina. Il “Metodo Psicologico” domanda: “Qual’è la cosa più gradevole e agevole per il mio Ego?”. Il Cristianesimo domanda: “Qual’è il Sentiero Divino, che non tiene conto di ciò che giova al mio Ego?”. Solo questo apporta la Pace dell’Anima.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)