Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

GIUDA: LA COLPA SENZA LA SPERANZA IN CRISTO È DISPERAZIONE E SUICIDIO! “È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi”

Pietro si pentì nel Signore, mentre Giuda si pentì in se stesso. La differenza era enorme, come quella che vi può essere tra il sottoporre una causa all’autorità Divina e il sottoporla a se stessi; tra la Croce e il lettino dello psicanalista.

Giuda riconobbe di aver tradito il «sangue innocente» ma non volle mai esserne lavato. Pietro sapeva di aver peccato e cercò la Redenzione. Giuda sapeva di aver commesso un errore e cercò l’evasione, diventando il capolista di una lunga serie di fuggitivi che voltano le spalle alla Croce. Il perdono divino ha in sé il presupposto della libertà umana, mai quello della sua distruzione. Chissà se Giuda, fermo sotto l’albero dal quale gli sarebbe venuta la morte, abbia guardato, attraverso la vallata, l’Albero dal quale gli sarebbe potuta venire la Vita.

Giuda era il tipo che dice: «Sono un cretino!»; Pietro quello che dice: «Sono un peccatore!».
È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi. Giuda sentì il disgusto di sé, che è una specie d’orgoglio. Pietro non aveva avuto esperienze deplorevoli e la sua fu “metànoia”, un mutamento del cuore. La conversione della mente non è necessariamente la conversione della volontà.

Giuda andò al confessionale del padrone che l’aveva pagato; Pietro a quello di Dio. Giuda si addolorò per le conseguenze del suo peccato come una donna nubile si addolora per la sua gravidanza. Pietro soffriva per il peccato in sé, perché aveva ferito l’Amore.

La colpa non accompagnata dalla speranza in Cristo è disperazione e suicidio. La colpa accompagnata dalla speranza in Cristo è misericordia e gioia.

Giuda riportò il denaro ai sacerdoti del tempio. È sempre così, quando disertiamo il Signore per cose terrene, prima o poi ci prende il disgusto: quelle cose non le vogliamo più. Avendo amato quanto vi è di meglio, nient’altro ci può appagare. Il tradimento ai danni della Divinità, anche se minimo, è sempre eccessivo nei confronti del valore di ciò che è Divino. La tragedia di Giuda è che sarebbe potuto essere San Giuda.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

PERCHÉ IL SIGNORE VUOLE CHE CONFESSIAMO I NOSTRI PECCATI A UN SACERDOTE? “I nostri peccati non sono solo affare nostro, ma dell’intera Chiesa”

Nessuno dubita che Nostro Signore abbia il potere di rimettere i peccati. I Vangeli riferiscono la guarigione del paralitico a Cafarnao. Nostro Signore dapprima ha detto al paralitico che i suoi peccati gli erano rimessi, al che quelli che stavano intorno ridevano di lui. In risposta il Salvatore chiese loro se fosse più facile guarirlo o rimettere i suoi peccati; così lo guarì, «perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra» (Mc 2, 10). Nostro Signore stava affermando che Dio apparso in forma umana aveva il potere di perdonare i peccati, vale a dire che, servendosi della natura umana che aveva ricevuto da Maria, egli stava perdonando i peccati. C’è qui un’anticipazione del fatto che egli continuerà a perdonare i peccati proprio attraverso l’umanità, cioè attraverso coloro che sono dotati del potere sacramentale per farlo.

L’uomo non può rimettere i peccati, ma Dio può perdonarli attraverso l’uomo. Nostro Signore ha promesso di conferire questo potere di perdonare innanzitutto a Pietro, che ha reso pietra fondante della Chiesa. Egli ha detto a Pietro che avrebbe ratificato in Cielo le decisioni che questi avrebbe preso sulla terra. Alludeva a queste decisioni con le due immagini del «legare» e «sciogliere». A chi deteneva le chiavi del regno era concesso il potere di giurisdizione. Questa promessa fatta a Pietro fu seguita poco dopo da un’altra fatta agli apostoli. La seconda promessa non conferiva il primato, perché questo era riservato a Pietro. Gesù disse loro: «”Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”» (Gv 20, 21-23).

Il nostro divino Redentore qui dice di essere stato mandato dal Padre; ora egli manda loro con il potere di perdonare o non perdonare. Queste parole implicano «ascoltare le confessioni», perché altrimenti come farebbero i sacerdoti della Chiesa a sapere quali peccati perdonare e quali non perdonare, senza prima ascoltarli? Si può essere certissimi che questo sacramento non sia di istituzione umana, perché se la Chiesa avesse inventato tutti i sacramenti, ne avrebbe certamente abolito uno, cioè il sacramento della Penitenza. Questo a causa della fatica che grava su quanti devono ascoltare le confessioni, sedendo lunghe ore in confessionale ad ascoltare la terribile monotonia della natura umana caduta. Ma poiché esso è di istituzione divina – quale splendida opportunità di restituire la pace ai peccatori e renderli santi!

PERCHÉ IL SIGNORE VUOLE CHE CONFESSIAMO I NOSTRI PECCATI?

Ci si potrebbe domandare perché il Signore chieda di confessare i peccati. Perché non nascondere la testa in un fazzoletto e dire a Dio che ci dispiace? Bene, se questo modo di chiedere scusa non funziona quando siamo colti da un poliziotto, perché dovrebbe andar bene con Dio? Versare lacrime in un fazzoletto non è prova di dispiacere, perché noi siamo i giudici. Chi sarebbe mai condannato al carcere se ogni uomo fosse il proprio giudice? Quanto sarebbe facile per assassini e ladri sfuggire alla giustizia e al giudizio avendo semplicemente un fazzoletto a portata di mano!

Poiché il peccato è orgoglio, esso richiede umiliazione e non c’è maggiore umiliazione che liberare la propria anima davanti al prossimo. Questa auto-rivelazione ci guarisce da più di una malattia morale. Certe cose che feriscono, fanno più male se restano taciute. Una bolla può essere curata se viene incisa per rilasciare il pus; così anche un’anima in cammino verso la Casa del Padre, quando ammette le proprie colpe e chiede perdono. L’intera natura suggerisce la liberazione di sé stessi. Se lo stomaco assume una sostanza estranea che non può assimilare, la vomita; così avviene con l’anima. Essa cerca di liberarsi da ciò che la opprime, cioè l’insopportabile contraddizione interna.

Inoltre, quando un peccato è riconosciuto e ammesso, perde la sua tenacia. Il peccato appare in tutto il suo orrore quando è visto alla luce della crocifissione. Sopprimi un peccato ed esso sarà sepolto per riemergere più tardi in forma di complessi. È come tenere il tappo su un tubetto di dentifricio. Se uno lo sottopone a una pressione intensa, il dentifricio uscirà da qualche parte, non si sa dove. La direzione ordinaria d’uscita sarà verso l’alto. Così anche noi, se sopprimiamo la nostra colpa o la neghiamo, sottoponiamo a pressione la nostra mente dando luogo a delle aberrazioni. Il peccato non fuoriesce dove dovrebbe, cioè nel sacramento della confessione. È per questo che, nell’opera di Shakespeare, la macchia di Lady Machbeth riemergeva lavandosi le mani. Avrebbe dovuto lavarsi l’anima, non le mani. (…)

Un’altra ragione per confessare i peccati al prete è che nessun peccato è individuale. Siamo membri del Corpo mistico di Cristo. Se un membro è malato, l’intero corpo è malato. Se abbiamo l’otite, ne soffre tutto il corpo. Ora, ogni peccato personale ha effetti sociali: tutte le altre cellule del corpo della Chiesa sono intaccate dal difetto di questa singola cellula. Ogni peccatore è degno di biasimo, non solo per sé stesso ma anche per riguardo alla Chiesa e prima e innanzitutto a Dio. Se va sempre curato, ciò può avvenire soltanto con l’intervento della Chiesa e di Dio. Nessuna medicina avrà effetto su un membro del corpo, se in qualche modo l’intero corpo non coopera con la medicina. Poiché ogni peccato è contro Dio e contro la Chiesa, ne consegue che un rappresentante di Dio e della Chiesa deve restituire l’amicizia al peccatore. Il sacerdote, agendo come rappresentante della Chiesa, accoglie il penitente nella comunità dei credenti.

Quando Nostro Signore ha trovato la pecorella smarrita, l’ha reintegrata subito nel suo gregge: «Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11, 51-52). Il sacerdote ristabilisce il peccatore nella grazia; restituisce al peccatore i suoi diritti di figlio dell’Eterno Padre; non lo riconcilia solo con Dio, ma anche con la compagnia di Dio, che è la Chiesa. La natura sociale della penitenza è inoltre visibile dal fatto che il penitente riconosce il diritto del Corpo mistico di giudicarlo, poiché attraverso il Corpo mistico è in relazione con Dio. Il perdono dei peccati, allora, non è solo una questione tra Dio e la nostra singola anima. Anche la Chiesa viene offesa dalle trasgressioni. Di conseguenza, i nostri peccati non sono solo affare nostro, ma dell’intera Chiesa – la Chiesa militante sulla terra e la Chiesa trionfante nel Cielo.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

CONFESSIONE E PENITENZA DEI PECCATI: “Pochi colgono la differenza tra essere perdonati ed espiare i peccati che sono stati perdonati” CHE COS’È L’INDULGENZA E COME FUNZIONA? “La Chiesa è un banchiere spirituale”

La soddisfazione dei peccati, che talvolta è chiamata «penitenza», è distinta dal dolore per i peccati. Pochi colgono la differenza tra essere perdonati ed espiare i peccati che sono stati perdonati.

Supponiamo che io rubi la tua borsa nel corso di una conversazione e poi dica a me stesso: «Ho scandalizzato questa persona. Sono considerato uno che promuove la giustizia e l’amore di Dio, ed ecco che ho violato la sua legge di giustizia, impugnato la sua misericordia e l’ho inchiodato alla croce rubando la borsa». Così, ti chiedo: «Mi perdonerai?», e nella tua gentilezza mi risponderai certamente: «Ti perdono». Ma dirai anche qualcos’altro, no? Non dirai forse: «Restituiscimi la borsa»? Potrei affermare di essere davvero dispiaciuto senza ridarti indietro la borsa?

Ci deve essere sempre la soddisfazione per il peccato, poiché ogni peccato disturba l’ordine divino. Il peccato sconvolge un equilibrio. Non ha senso dire: «Non piangere sul latte versato», solo perché ci è accaduto di versare il latte di qualcun altro. Se non possiamo recuperare il latte sparso, possiamo almeno ripagare la bottiglia o comprare altro latte. Alla fine della confessione, il sacerdote impone al penitente la cosiddetta «penitenza», un certo numero di preghiere o un digiuno o un’elemosina o qualche mortificazione o una Via Crucis o un Rosario. Tutte queste cose servono a «riparare» per il peccato e a provare che il dolore era sincero. È quello che i cattolici chiamano «recitare la mia penitenza» o «fare la mia penitenza».

Dio non ci chiede di compiere un’esatta riparazione per i nostri peccati, ma di farla in maniera proporzionale. È per questo che il sacramento della Penitenza non è tanto un rigido tribunale di giustizia quanto una riconciliazione tra amici. Il sacerdote che rappresenta Cristo non è un giudice che sentenzia la prigione al criminale. Il penitente non è un nemico. È un amico riconciliato e la riparazione, la penitenza o soddisfazione, è un’opera di amicizia tra membri del Corpo Mistico di Cristo.

Le penitenze che si danno al termine della confessione generalmente sono lievi. Alcuni dicono che sono troppo lievi. Ma non dobbiamo dimenticare le indulgenze. Per comprenderle dobbiamo richiamare alla mente che siamo membri del Corpo mistico di Cristo. Quando facciamo il male o commettiamo il peccato, noi in qualche modo colpiamo ogni membro della Chiesa. Questo avviene anche nei nostri peccati più nascosti. È evidente nel furto, nell’omicidio, nell’adulterio; ma lo facciamo anche nei peccati solitari, nei pensieri malvagi. Come? Diminuendo in qualche modo il livello di carità e di amore all’interno del Corpo mistico. Come un fastidio agli occhi intacca l’intero organismo e ci ferisce ovunque, così se amo di meno Cristo, danneggio il benessere spirituale della Chiesa.

Ma dal momento che io posso ferire la Chiesa con il mio peccato, posso anche essere aiutato dalla Chiesa quando sono in difetto. San Paolo applica al Corpo mistico la lezione del corpo fisico: «le varie membra [hanno] cura le une delle altre» (1 Cor 12, 25). La religione non è individuale, è sociale; è organica. Guardando all’ordine naturale, vediamo quanti benefici ricevo dal mio prossimo. Ci sono milioni di modi nei quali gli altri sono indulgenti verso di me. Io non allevo la mucca che fornisce il materiale per le mie scarpe. Non allevo il pollo che mangio a cena – ma questo è un esempio inappropriato: a me non piace il pollo! Diciamo piuttosto: il pollo che tu mangi. L’opera o il lavoro di qualcuno ti concedono questo lusso.

Possiamo dire che siamo circondati da «indulgenze» sociali, perché condividiamo i meriti, i talenti, le arti, le capacità, le scienze, le tecniche, il ricamo e il genio della società. Ora nella compagnia del popolo di Cristo, il suo Corpo mistico, è possibile aver parte ai meriti e alle buone opere, alle preghiere, ai sacrifici, alle abnegazioni e al martirio degli altri. Se c’è un’«indulgenza» economica che mi permette di viaggiare su un aereo che qualcun altro ha costruito, perché non dovrebbe esserci anche un’indulgenza spirituale, così che io possa essere condotto a Cristo più rapidamente grazie alla generosità di alcuni membri del Corpo mistico?

Torniamo ora alla distinzione tra perdono della colpa e soddisfazione per la colpa. Ogni peccato ha anche un castigo eterno o temporale. Benché i nostri peccati siano stati perdonati, resta ancora una riparazione da compiere nel tempo, oppure in purgatorio, sempre che moriamo in stato di grazia. Un’indulgenza non si riferisce al peccato, ma alla pena temporale. Prima di poter applicare l’indulgenza, ci deve essere stato il perdono della colpa.

Di fatto, ci sono diversi modi di compensare il castigo dovuto dopo che la colpa è stata perdonata. Tre di essi sono personali, uno è sociale: 1) recitare o compiere la penitenza data in confessionale; 2) ogni atto di mortificazione liberamente praticato nella vita, come aiutare i poveri e le missioni, digiunare o altri atti di abnegazione; 3) la paziente imitazione delle sofferenze di Nostro Signore sulla croce sopportando le prove della vita; 4) il rimedio sociale dell’applicazione dei meriti sovrabbondanti del Corpo mistico alle nostre anime.

Come dipendiamo dalla società intellettuale per riparare alla nostra ignoranza, così dipendiamo dalla società spirituale per riparare alla nostra rovina interiore. Si potrebbe chiedere dove la Chiesa attinga il potere di rimettere la pena temporale dovuta al peccato. Ebbene, la Chiesa si trova a essere ricchissima spiritualmente, proprio come alcuni uomini sono ricchissimi finanziariamente.

In un villaggio viveva un ricco banchiere che creò un fondo fiduciario in una banca; pregò tutti i malati, gli infermi, i disoccupati di attingere a quella riserva. Il banchiere disse loro: «Non abbiate paura che il fondo si esaurisca, perché sono abbastanza ricco da occuparmi di ciascuno di voi». Se il banchiere ha pagato parte del conto ospedaliero, ci sarebbe stata un’indulgenza parziale del debito dei malati; se avesse pagato tutto il conto, ci sarebbe stata un’indulgenza plenaria delle loro spese e costi.

La Chiesa è un banchiere spirituale. Possiede tutti i meriti della passione di Nostro Signore e della Beata Madre, i meriti dei martiri, dei santi, dei confessori e la paziente sopportazione al tempo presente; tutti questi meriti sono molto più grandi di quelli necessari alla salvezza di queste persone buone e sante. La Chiesa prende questo surplus, lo mette nel suo tesoro e invita tutti i deboli e i feriti che non possono pagare i debiti contratti dai loro peccati ad attingere a queste riserve.

La Chiesa impone certi requisiti per servirsi di questo tesoro, come il banchiere. Quanti ne fanno uso devono essere meritevoli, devono essere in stato di grazia, adempiere certe condizioni, per esempio, una preghiera, un pellegrinaggio, o altre mille piccole pratiche. Quando il debito del castigo temporale dovuto al peccato è liquidato solo in parte da un’indulgenza, si parla di indulgenza parziale. Ma se vengono pagati tutti i debiti del castigo temporale, adempiendo certe condizioni, si parla di indulgenza plenaria.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

CLICCARE SUL LINK PER ACQUISTARE IL LIBRO: https://www.edizioniares.it/it/prodotti/spiritualita/i-7-sacramenti

SENZA IL DOLORE DEL PECCATO NON È CONCESSO IL PERDONO: “Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati nel sacramento, sempre che ci sia sufficiente dolore dello spirito, o contrizione, vale a dire odio del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più”

Gli altri sacramenti richiedono che il soggetto abbia le disposizioni convenienti, ma queste non costituiscono la materia del sacramento. Nella penitenza, il dolore non è solo una condizione, bensì la materia stessa; poiché senza il dolore del peccato, non è concesso il perdono. Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati nel sacramento, sempre che ci sia sufficiente dolore dello spirito, o contrizione, vale a dire odio del peccato commesso con la risoluzione di non peccare più.

La parola contrizione è tratta da un termine latino che significa «macinare» o «polverizzare»; in senso ampio significa avere il cuore affranto. La contrizione è un dolore della mente, non uno sfogo emotivo o un rimorso psicologico. Il figliol prodigo è passato attraverso molti stadi emotivi di rimorso, specialmente quando nutriva i porci o realizzava quanto stessero meglio i servi in casa di suo padre. Ma il vero dolore non è arrivato fino a che non gli entrò nell’anima la risoluzione: «Mi alzerò, andrò da mio padre» (Lc 15, 18). Qualche volta si dice che tutto ciò che un cattolico deve fare è andare a confessarsi e ammettere i propri peccati, e tornerà bianco come la neve per poi tornare a commettere lo stesso peccato. Questa è una caricatura del sacramento, in cui non c’è volontà di emendarsi né dolore. I peccati di un tale penitente non sono perdonati.

Il dolore dei peccati include necessariamente la risoluzione di non peccare più; non è solo un desiderio privo di risvolti pratici. Una parte dell’atto di contrizione contiene questo proposito: «E io sono fermamente risoluto, con l’aiuto della tua grazia, a confessare i miei peccati, fare penitenza ed emendare la mia vita. Amen». Significa che qui e ora prendiamo la decisione di non peccare; decidiamo di prendere tutti i mezzi necessari per evitare il peccato in futuro, come la preghiera e la fuga dalle occasioni. L’assoluzione non sarà efficace se nel dolore non c’è anche questo elemento chiave, la volontà di emendarsi. Ciò non implica la certezza assoluta che nessuno peccherà ancora, perché questo sarebbe presunzione. Ci sono due modi per verificare la saldezza di un proposito: uno è riparare il peccato il più presto possibile; per esempio, se uno è colpevole di sarcasmo contro il prossimo, va a chiedergli perdono oppure, se ha rubato, restituisce il maltolto. Il secondo modo è evitare le occasioni di peccato, come cattive letture, cattive compagnie, gozzoviglie e ogni azione che in precedenza ci ha condotti al peccato.

Ci sono due tipi di contrizione: perfetta e imperfetta. Entrambe sono incluse nell’atto di contrizione che il penitente recita in confessionale: «E io detesto tutti i miei peccati perché temo la perdita del Cielo e le pene dell’inferno» (dolore imperfetto); «ma più di tutto perché essi offendono te, mio Dio, che sei infinitamente buono e degno di tutto il mio amore» (dolore perfetto). Due tipi di timore sono alla base della distinzione tra i due tipi di contrizione o dolore: uno è il timore servile, l’altro è il timore filiale. Un timore servile è la paura della punizione giustamente riservataci dal padrone cui abbiamo disobbedito. Il timore filiale è quello che un figlio devoto prova per l’amato padre; vale a dire il timore di offenderlo. Applicando ciò alla contrizione, il timore servile ci porta verso Dio mossi dalla paura del castigo per i peccati, cioè dell’inferno. Il timore filiale è la paura di essere separati da Dio, o di offendere colui che amiamo.

Immaginiamo due gemelli che hanno disobbedito alla madre esattamente nello stesso modo. Uno dei due corre dalla mamma e le dice: «Oh, mamma, mi dispiace di aver disobbedito. Adesso non posso andare al picnic, vero?». L’altro getta le braccia al collo della madre e piange: «Non ti offenderò più». Il primo ha una contrizione imperfetta, il secondo una contrizione perfetta. Quale genere di contrizione, perfetta o imperfetta, è sufficiente per la Confessione sacramentale? La contrizione imperfetta è sufficiente, benché a nostro avviso la maggior parte dei penitenti non prova dolore tanto per il castigo riservato da Dio ai loro peccati, ma un profondo dispiacere per aver crocifisso di nuovo Cristo nel proprio cuore. Supponiamo, tuttavia, che una persona sia in stato di peccato mortale e non possa andare a confessarsi; per esempio, un soldato cui viene ordinato di combattere. Il dolore imperfetto sarebbe sufficiente per il perdono dei peccati? No, ma la contrizione perfetta lo sarebbe, se egli fosse risoluto a confessarsi appena possibile.

L’atteggiamento consueto dei penitenti consiste nel fare un’equazione personale tra i propri peccati e la crocifissione. Ciascuno dovrebbe dire nel suo cuore, accostandosi al sacramento della confessione: «Se io fossi stato meno orgoglioso, la corona di spine sarebbe stata meno dolorosa. Se fossi stato meno avaro e avido, le sue mani sarebbero state trafitte meno dai chiodi. Se fossi stato meno sensuale, la sua carne non avrebbe penzolato da lui come un cencio rosso. Se non avessi vagabondato come una pecora smarrita, nel mio egoismo perverso, i suoi piedi sarebbero stati meno dilaniati dai chiodi. Non solo mi dispiace di aver violato una legge: sono addolorato per aver ferito colui che è morto d’amore per me».

Nostro Signore doveva morire sulla croce prima che si potesse cogliere l’abisso del peccato. Noi non vediamo l’orrore del peccato nei crimini presentati dalla stampa, né nelle grandi crisi della storia, né nelle violenze di massa dei persecutori. Noi vediamo cos’è il male solo quando vediamo la divinità inchiodata alla croce. Se qualcuno di noi dice nel suo cuore: «Io non sono così cattivo come quelli che lo hanno crocifisso», dimenticherebbe che non sono stati loro a crocifiggere Nostro Signore; è stato il peccato. Essi erano i nostri rappresentanti, i nostri ambasciatori, quel giorno alla corte di satana. Noi li abbiamo rafforzati con il diritto di crocifiggere. Uno sguardo al crocifisso, allora, è una duplice rivelazione! Rivelazione dell’orrore del peccato e dell’amore di Dio.

La peggior cosa che il peccato può provocare non è uccidere bambini o bombardare città nella guerra nucleare; la peggiore è crocifiggere l’Amore divino. E la cosa più bella che l’Amore ha potuto fare, al momento della crocifissione, è stato estendere fino a noi il perdono nella preghiera sacerdotale al suo Padre celeste: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 33). Nella contrizione perfetta veniamo terribilmente colpiti dalla resistenza infinita di Nostro Signore nel sopportare il peggio che il maligno poteva infliggere e, tuttavia, perdonare i propri nemici. Di certo egli non ci insegna a essere indifferenti al peccato, poiché ne ha preso su di sé tutte le conseguenze. Ha pagato per esso, ma d’altro canto la misericordia era insieme alla giustizia. Ha offerto il perdono nella speranza che ci saremmo pentiti per gratitudine verso di lui che ha espiato il debito causato dalla nostra colpa.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

-LA MESSA INIZIA CON IL CONFITEOR-PERDONARE NON SIGNIFICA NEGARE LA TERRIBILE REALTÀ DEL PECCATO

LA MESSA INIZIA CON IL CONFITEOR:

«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno»

La Messa ha inizio con il Confiteor, una preghiera in cui confessiamo i nostri peccati e chiediamo alla Beata Madre e ai santi di intercedere presso Dio per la nostra colpevolezza, perché solo i puri di cuore vedranno Dio. Nostro Signore stesso inizia la sua Messa con il Confiteor, ma il suo è diverso dal nostro perché Lui non ha peccati da confessare. È Dio, quindi è senza peccato. «Chi di voi può dimostrare che ho peccato?» (Gv 8,46). Di conseguenza il suo Confiteor non può essere una preghiera per il perdono dei suoi peccati, ma dei nostri.

Altri avrebbero urlato, imprecato, si sarebbero dimenati mentre i chiodi trapassavano loro mani e piedi. Invece, nel cuore del Salvatore non c’è posto per lo spirito di rivalsa, nessuna minaccia di vendetta esce dalle sue labbra verso i suoi assassini, neanche la preghiera di ottenere la forza per sopportare il dolore. L’amore incarnato dimentica l’ingiuria, la sofferenza, e al culmine dell’agonia rivela qualcosa dell’altezza, della profondità e dell’ampiezza dello straordinario amore di Dio, pronunciando il suo Confiteor: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Non ha detto: «Perdonami», ma «Perdona loro».

Il momento della morte era certamente il più propizio per riconoscere i propri peccati, poiché nell’ultimo solenne istante la coscienza afferma la propria autorità; eppure, non esce un gemito di penitenza dalle sue labbra. Egli è stato associato ai peccatori, ma mai al peccato. Nella morte come nella vita non è stato consapevole di un solo dovere incompiuto verso il Padre celeste. E perché? Perché un Uomo senza peccato non è un uomo, è più di un semplice uomo. Egli è senza peccato perché è Dio, ecco la differenza. Noi leviamo la nostra preghiera dall’abisso della consapevolezza di peccare: Egli innalza il suo silenzio dalla propria, intrinseca, assenza di peccato. Quella sola parola, «perdona», testimonia che Lui è il Figlio di Dio.

NON C’È POSSIBILITÀ DI SALVEZZA PER GLI ANGELI CADUTI MA PER NOI È DIVERSO

Si noti il motivo per cui Gesù Nostro Signore chiede al Padre celeste di perdonarci, «perché non sanno quello che fanno». Quando qualcuno ci offende o ci accusa ingiustamente, diciamo: «Avrebbero dovuto saperlo!». Invece, quando pecchiamo contro Dio, Egli trova nella nostra ignoranza la giustificazione per i nostri peccati.

Non c’è redenzione per gli angeli caduti. Le gocce di sangue versate dalla croce il Venerdì Santo, in quella Messa di Cristo, non hanno toccato lo spirito degli angeli caduti. Perché? Perché erano consapevoli di quanto stavano facendo. Vedevano tutte le conseguenze delle loro azioni, così chiaramente come noi vediamo che due più due fa quattro, o che una cosa non può allo stesso tempo esistere e non esistere. Non si torna indietro una volta colto questo genere di verità, poiché sono irrevocabili ed eterne. Pertanto, decidendo di ribellarsi a Dio onnipotente, hanno preso una decisione senza ritorno. Sapevano ciò che facevano!

Ma nel nostro caso è diverso. Noi non vediamo le conseguenze delle nostre azioni altrettanto chiaramente; siamo deboli, ignoranti. Però, se ci rendessimo conto che ogni peccato di orgoglio ha intrecciato una corona di spine sulla testa di Cristo; se ci rendessimo conto che ogni volta che contraddiciamo la sua divina volontà innalziamo per lui il segno della contraddizione: la croce; se ci rendessimo conto che ogni atto di avarizia ha inchiodato le sue mani e ogni vagabondaggio nei sentieri del peccato ha trafitto i suoi piedi; se ci rendessimo conto della bontà di Dio, eppure continuassimo a peccare, non saremmo mai salvati.

Solo la nostra ignoranza dell’infinito amore del Sacro Cuore ci permette di udire il suo Confiteor sulla croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Se queste parole si imprimono profondamente nelle nostre anime, non costituiscono una scusa per i nostri continui peccati, ma un motivo di contrizione e di penitenza.

PERDONARE NON SIGNIFICA NEGARE LA TERRIBILE REALTÀ DEL PECCATO

Perdonare non significa negare il peccato. Nostro Signore non nega la terribile realtà del peccato, ed è qui che il mondo moderno si inganna, cercando di spiegarlo: lo ascrive a qualche errore nel processo di evoluzione, a un residuo di antichi tabù, lo identifica in termini psicologici. In una parola, il mondo moderno nega il peccato. Nostro Signore ci ricorda che è la realtà più tremenda. Altrimenti, perché crocifiggere Colui che è senza peccato? Perché spargere sangue innocente? (…)

Ecco, Colui che ha amato gli uomini fino alla morte ha permesso al peccato di vendicarsi su di Sé, affinché potessero coglierne per sempre l’orrore nella crocifissione di Colui che li ha amati a tal punto: qui non c’è la negazione del peccato, eppure, tra tanto orrore, la Vittima perdona. Nello stesso, unico evento c’è il segno della totale depravazione del peccato e il sigillo del perdono divino.

Da quel momento in poi, nessun uomo potrà guardare un crocifisso e affermare che il peccato non è qualcosa di grave, né dire che non può essere perdonato. Nella sua sofferenza, Egli ha rivelato la realtà del peccato; nella sopportazione, ha mostrato la sua misericordia verso il peccatore. A perdonare è la stessa Vittima che ha sofferto: e in quella combinazione di una Vittima così umanamente splendida, così divinamente amante, così completamente innocente, si riscontrano un crimine enorme e un perdono ancora più grande.

Al riparo del Sangue di Cristo c’è posto per il peggior peccatore; poiché in quel Sangue c’è un potere in grado di arginare le ondate della vendetta che minacciano di abbattersi sul mondo.

DIO PUÒ PERDONARE ATTRAVERSO ALTRI UOMINI

«A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati»

Il mondo vi spiegherà il peccato, ma solo sul Calvario farete esperienza della divina contraddizione del peccato perdonato. Sulla croce il supremo dono di sé e l’amore divino trasformano il peggiore dei peccati nell’azione più nobile e nella preghiera più tenera mai viste sulla terra, il Confiteor di Cristo: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Questa parola «perdono» che quel giorno risuonava dalla croce, quando il peccato emergeva in tutta la sua violenza per poi abbattersi sconfitto dall’amore, non morirà con la sua eco.

Non molto tempo dopo, quello stesso Salvatore misericordioso aveva offerto il mezzo per prolungare il perdono nel tempo e nello spazio, fino alla fine del mondo. Radunando intorno a sé il nucleo della sua Chiesa, disse agli apostoli: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). Ovunque oggi nel mondo i successori degli apostoli hanno il potere di perdonare. Non dobbiamo chiedere come possa un uomo perdonare i peccati. Infatti, un uomo non può, ma Dio può farlo attraverso l’uomo: non è forse così che Dio ha perdonato i propri carnefici sulla croce, servendosi della sua natura umana? Non è ragionevole allora aspettarsi che Lui continui a perdonare i peccati attraverso altre nature umane cui ha conferito questo potere? E dove troviamo queste nature umane?

Conoscete la storia della scatola ignorata a lungo e persino disprezzata come cosa di scarso valore; un giorno fu aperta e scoprirono che conteneva l’enorme cuore di un gigante. In ogni chiesa cattolica c’è quella scatola. La chiamiamo confessionale. È ignorata o disprezzata da molti, ma vi si trova il Sacro Cuore di Cristo che perdona i peccatori per mezzo delle mani tese dei suoi sacerdoti, come Lui stesso una volta ha perdonato con le sue mani stese sulla croce.

Esiste un solo perdono, il perdono di Dio. Esiste un solo atto di perdono, quello eternamente divino con cui veniamo in contatto in ogni tempo. Come l’etere è sempre colmato da musica e parole, ma non le udiamo se non sintonizziamo la radio, così le anime non percepiscono la gioia di quell’eterno e divino perdono se non si sintonizzano con esso nel tempo; il confessionale è il luogo in cui possiamo sintonizzarci con quel grido lanciato dalla croce.

Piacesse a Dio che la nostra mentalità moderna, invece di negare la colpa, la riconoscesse guardando alla croce e chiedendo perdono; che quanti hanno la coscienza inquieta, che li spaventa di giorno e li perseguita di notte, non cercassero sollievo nella medicina ma nella giustizia divina; che quanti confessano gli oscuri segreti della loro mente non lo facessero per esaltarli ma per purificarli; che le lacrime versate nel silenzio da poveri mortali venissero asciugate da una mano che assolve. Avverrà sempre che la più grande tragedia della vita non sia ciò che accade alle anime, ma ciò che perdono. E quale tragedia più grande che perdere la pace del perdono dei peccati?

Il Confiteor ai piedi dell’altare è il grido della nostra indegnità, il Confiteor sulla croce è la nostra speranza di perdono e assoluzione. Le piaghe del Salvatore erano terribili, ma la piaga peggiore di tutte sarebbe dimenticare che siamo stati noi a causarle. Il Confiteor ci può salvare da questo, poiché è l’ammissione che abbiamo qualcosa di cui essere perdonati e molto più di quanto riconosciamo. Si racconta di una suora che un giorno spolverava un’immagine di Nostro Signore nella cappella. Durante il suo lavoro la fece cadere a terra. La raccolse intatta, le diede un bacio e la rimise al suo posto, dicendo: «Se non fossi caduto, non lo avresti ricevuto». Mi meraviglierei se Nostro Signore non provasse lo stesso per noi, poiché se non avessimo mai peccato, non avremmo mai potuto chiamarlo Salvatore.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

Per comprare il libro dal sito delle edizioni Ares, clicca qui: https://www.edizioniares.it/detail.asp?id_prod=916

“IL PECCATO E LA CONFESSIONE… STORIE DI CONVERSIONI”. STRAORDINARIA CATECHESI DI FULTON SHEEN DA UN VIDEO CON TRADUZIONE IN ITALIANO.

Vi proponiamo la traduzione di una splendida catechesi di Fulton Sheen, “La confessione”, tenutasi verso il 1975 . Il testo è stato tradotto da un video in inglese, qui disponibile per chi volesse vederlo con i sottotitoli in italiano: https://youtu.be/fcFYQLRw1vE

BUONA LETTURA!

Oggi vi parlerò della confessione, miei cari figli. Voi siete tutti innocenti, non ne avete bisogno. Perciò inizierò con la parte più importante del discorso, raccontandovi alcune storie sulla confessione. Poi potete anche dormire.

Il canonico scozzese Mullen mi ha raccontato che una sera stava confessando e un ragazzino è venuto a confessarsi. Il canonico gli dice: “Perché non sei venuto a confessarti questo pomeriggio, quando confessavo i bambini?”. Gli risponde: “Non avevo nessun peccato. Ho dovuto aspettare per averne qualcuno”.

Una volta certi boscaioli in Canada decisero di andarsi a confessare. Non l’avevano più fatto da qualche anno, per cui mandarono per primo il più coraggioso di loro, che disse: “Padre, ho commesso ogni peccato che un uomo possa commettere”. “Be’, hai mai commesso un omicidio?”. “No”, disse. “Va bene, questo è un peccato che non hai mai commesso. Ecco, vedi che non hai esaminato la coscienza come si deve. Esci dal confessionale e esamina la tua coscienza, poi ritorna”. Uscì dal confessionale e vide la lunga fila di boscaioli là fuori. Poi disse: “Questa sera non si fa niente, ragazzi. Ascolta solo casi di omicidio”.

Una volta stavo confessando. Un ragazzino entra e tra le altre cose mi dice: “Ho gettato noccioline nella palude”. Non ci ho badato, perché non pensavo di conoscere la teologia tanto bene da comprendere tutti questi peccati. È venuto un altro ragazzo e tra le altre cose: “Ho spinto noccioline nella palude!” e ho sentito la stessa storia dieci o dodici volte. “Suppongo che tu abbia spinto noccioline nella palude”. “No”, mi disse, “Sono io Noccioline!”. Vi è piaciuta questa, non è vero?

Be’, non possiamo raccontare storie tutto il giorno! Dobbiamo tornare a occuparci dei bambini più grandicelli. Comincio col dirvi che stiamo vivendo per la prima volta nella storia del mondo un’epoca che ha negato la colpa e il peccato. Ciascuno oggi crede di essere stato concepito senza macchia di peccato. Non ci sono peccatori, siamo soltanto dei pazienti. È interessante che Karl Menninger del principale istituto di psichiatria in Kansas abbia appena scritto un libro, domandandosi cosa sia accaduto al peccato. È curioso che quando i nostri teologi moralisti e il nostro catechismo hanno abbandonato l’idea del peccato, uno psichiatra ci ricorda che il peccato esiste. Per esempio afferma che da quando i teologi hanno trascurato il peccato, se ne sono appropriati gli avvocati, facendo del peccato un crimine, e poi da quando l’hanno trascurato i giuristi, se ne sono appropriati gli psichiatri, e allora il peccato è diventato un complesso. Il peccato è una realtà nel mondo e dobbiamo affrontarla perché siamo tutti peccatori. Infatti non possiamo iniziare a ricevere la misericordia del Signore finché non riconosciamo di essere peccatori.

Cosa accade dunque quando reprimiamo la colpa e il peccato? Perché lo facciamo, eccome. Gli uomini peccano e non ci fanno caso, lo stesso succede con le donne. Questo ha un effetto tremendo sulla nostra mente e talvolta sul nostro corpo. Quando non portiamo in superficie i nostri peccati e non li confessiamo al Signore, be’, avete sentito dei trapianti in medicina? Un trapianto di reni, un trapianto di cuore. E spesso avete letto che il trapianto non è stato efficace. Per quale motivo? Perché il corpo ha opposto resistenza. Ci sono degli anticorpi nel nostro organismo, che non assimilano e non si fanno carico di un nuovo organismo. La nostra anima si comporta allo stesso modo. Ha degli anticorpi e quando qualsiasi peccato entra nell’anima, allora siamo disturbati. La mente è infelice. È come avere un osso rotto. L’osso fa male, perché non è nel posto dove dovrebbe essere. E quando la coscienza non è dove dovrebbe essere, allora soffriamo. Abbiamo un disturbo di coscienza, non ci sentiamo a nostro agio. Possiamo cercare di nasconderlo col bere o con il divertimento e via dicendo, ma nei momenti di quiete la colpa è là.

Richiamate alla mente alcuni degli effetti descritti da Shakespeare. Considerate che Shakespeare è nato nel 1564. Spero sia così, perché è un dato che viene fuori dal mio subconscio. Penso che ero al mio secondo anno di università quando ho studiato che Shakespeare è nato nel 1564 ed è morto nel 1616. Ad ogni modo, il fatto importante è che centinaia di anni prima della psichiatria, egli ci racconta di un complesso, di una psicosi nella mente di Macbeth e delle nevrosi di Lady Macbeth. Macbeth e Lady Macbeth avevano studiato il modo di uccidere il re per impadronirsi del trono. Dopo l’assassinio a Macbeth sembra sempre di vedere un pugnale davanti a lui. Dice: “Che cos’è questo pugnale con il manico rivolto verso la mia mano?”. Ma non c’era nessun pugnale, era una psicosi. Era il modo per la colpa di venire fuori. Lady Macbeth si lavava le mani ogni quarto d’ora, vedeva sangue su di esse e si chiedeva: “Non sono forse abbastanza tutte le acque dei sette mari per lavare questo sangue sulle mani?”. Ma non c’era nessun sangue sulle sue mani. Questo era l’effetto sulla sua mente della soppressione della colpa.

Una donna una volta venne da me per suo fratello: “Si è rivolto ai dottori per circa quattro o cinque anni, ma non ha avuto miglioramenti e il suo peso è sceso a 40 chili. Vorreste vederlo?”. Le dissi: “Se il suo problema è mentale, non posso aiutarlo. Deve rivolgersi agli psichiatri. Se comunque c’è una base morale per la sua condizione, allora posso aiutarlo”. L’uomo venne da me, pesava circa 40 chili, fragile e spaventato, e gli dissi: “Parla con me per una mezzora. Non t’interromperò”. Parlò per una quarantina di minuti, poi gli dissi: “Quanto denaro hai rubato?”. “Ma io non ho rubato”. “Quanti soldi erano?”. Rispose: “Questa è un’offesa. Non sono un ladro, non ho affatto rubato”. “Quanti soldi erano?”. “3.000 dollari. Come sapevi che ho rubato?”. “Non lo sapevo”. “Allora perché me l’hai chiesto?”. “Perché mi ha detto che quando metti i soldi nella cassetta prima li pulisci e ho pensato che forse avevi del denaro sporco”. Ebbene, quell’uomo trovò il sistema per restituire il denaro e la sua salute recuperò subito. Era l’effetto della colpa sulla sua anima!

Provate solo a pensare, mie care signore, a quante donne mentalmente disturbate siamo destinati ad avere negli Stati Uniti nei prossimi 10 o 15 anni, quando la colpa di un aborto comincerà ad attaccare la mente e l’anima. Nel presente si giustificano dicendo che tutte lo fanno e si tratta solo di una cicatrice. Come disse a un dottore una volta una ragazza che entrò da lui: “È solo una piccola cicatrice, non me ne ricorderò neppure”. Ma il dottore disse: “Che cosa intende per cicatrice?”. Perciò tra qualche anno a partire da ora, immaginate quando la colpa verrà fuori nella sua caratteristica maniera, benché nel momento presente non si faccia avvertire. La colpa può anche non manifestarsi da subito, il che è evidente nel corso della vita di re Davide. Davide un giorno si trovava in cima al suo palazzo, sulla terrazza, guardò dall’altra parte della strada e vide una donna sulla terrazza attigua, Betsabea. E chiese a Betsabea di raggiungerlo per vedere le sue preziose collezioni. E amò Betsabea con intensità maggiore di ogni accortezza e lei si ritrovò incinta di un bambino. Il marito Uria era lontano in guerra. Davide lo richiamò, perché un re poteva farlo, e gli disse di tornare a casa dalla moglie. Ma Uria rispose: “Siamo in guerra, non ci è permesso di stare con nostra moglie mentre stiamo combattendo”. Davide quindi lo fece ubriacare, invitandolo a tornare a casa, ma Uria si mise a dormire alla porta del palazzo. Davide stava cercando di addossare la responsabilità della paternità sul marito. Alla fine non potendo sbarazzarsi di lui in questo modo, chiede al generale di metterlo in prima linea. Gli uomini sono costretti a morire in battaglia e forse Uria sarebbe stato ucciso. Uria fu ucciso e questo non diede minimamente fastidio a Davide, finché sette o otto mesi dopo il profeta Nathan venne da lui e disse: “Davide, ho un problema e tu in quanto re devi risolverlo. C’era un uomo povero che aveva una pecorella. Accanto a lui viveva un un uomo ricco che rubò la pecorella e ne fece un banchetto per i suoi amici”. Davide subito s’interessò alla giustizia sociale: “Questo non può essere, deve pagare con la sua vita e la proprietà deve essere ristabilita con quattro volte tanto”. Nathan disse: “Tu sei quell’uomo. Hai preso la pecorella di Uria, Betsabea, e l’hai portata via dal marito”. Questo fu il momento in cui Davide si sedette e scrisse il famoso salmo 50: “Pietà di me, Signore, pietà di me”.

Vedete come non sempre, ma spesso possiamo dissimulare il nostro desiderio di giustizia individuale con un grande amore per la giustizia sociale. Ricordate quando Giuda era nella sala del banchetto in casa di Simone, una donna entrò e cosparse un unguento sui piedi del nostro Signore benedetto? Giuda disse: “Perché questo spreco? Perché non dare questo denaro ai poveri?”. Possiamo immaginare Giuda proseguire nella sua requisitoria al Signore, dicendo per esempio: “Ti ho sentito dire sul monte delle beatitudini che i poveri sono beati. Dov’è il tuo amore per i poveri ora? Ti sei dimenticato di tutta quella gente che vive in baracche sulla strada tra Gerico e Gerusalemme? Ricordi quel giorno in cui ci siamo addentrati nel cuore di Gerusalemme? Non ti interessano più quei poveri? Guarda questi umili pescatori di Cafarnao, dov’è il tuo amore per i poveri?”. Il Signore rispose: “Giuda, avrete sempre i poveri con voi, ma non avrete sempre me”. Giuda era davvero interessato ai poveri? No, lui stava rubando dalla cassa comune degli apostoli e questo è il modo in cui lo dissimulò. Pertanto quando sopprimiamo la nostra colpa, essa resta lì per l’eternità, a meno che non venga perdonata. Quando viene perdonata, è completamente distrutta.

Come dunque sono perdonati i nostri peccati per mezzo della misericordia di Dio e la pienezza della fede in Cristo? Mediante la confessione. Cos’è la confessione? Nudità. Nudità dell’anima. Svuotandoci di tutte le false scuse, finzioni e apparenze e rivelando noi stessi per come veramente siamo. Sapete, brava gente, che da quando abbiamo rinunciato all’esame di coscienza e alla confessione la nudità fisica aumenta nel mondo? Soffermiamoci a studiare questa tendenza per un momento. Quando Adamo ed Eva si trovavano nel giardino erano nudi, ma senza vergogna. Perché? Perché erano coperti dall’alone della grazia di Dio, rifulgeva attorno a loro, rivestiti di gloria, e pertanto non c’era nessun senso di nudità. Dopo la caduta, si percepirono come nudi perché persero la grazia di Dio e così furono costretti a vestirsi. Ora vi dirò come si coprirono e ve ne spiegherò il mistero. Sapete come fu coperta la loro nudità? Sì, con foglie di fico, che però appassiscono. La loro vergogna restava manifesta. Come fu dunque coperta? Dio fece loro delle tuniche in pelle di animali. Lo fece Dio, e fu fatto indirettamente perché fu ucciso un animale al posto loro, e implicò lo spargimento di sangue. Potrei portarvi lungo tutto il vecchio Testamento e spiegarvi tutta la storia, ma il punto è che erano nudi e presi dalla vergogna perché avevano perduto la grazia di Dio. Nel nostro mondo moderno stiamo ripristinando la nudità, tentando di riportarla al giardino dell’Eden senza salire sulla collina del Calvario e questo non si può fare.

Cos’è dunque la confessione? Un altro tipo di nudità. Non una nudità epidemica o epidermica, ma una nudità etica, attraverso cui diciamo al Signore: “Questo è quello che sono. Un miserabile peccatore”. E quando facciamo questa confessione, quello che accade potrebbe chiamarsi un riciclo dei rifiuti umani. Sentiamo parlare di un grande interesse oggi per il riciclo dei rifiuti, ma sto parlando del riciclo dei rifiuti umani. Quando andate alla confessione e i vostri peccati sono perdonati dal sangue di Cristo mediante il sacerdote, c’è sempre un effetto di quel peccato che rimane. Supponiamo che un bambino faccia qualcosa di sbagliato come piantare un chiodo in una tavola, o disobbedire a sua madre, per esempio. Ogni volta che la madre lo perdona e il bambino dice che gli dispiace, poi la madre gli chiede di togliere quel chiodo. C’è qualcosa che resta? Oh, sì, un buco. Questo è l’effetto del peccato! Anche se il peccato è stato perdonato, dobbiamo fare qualche riparazione. Questo è il motivo per cui vi viene data una penitenza in confessione per riempire i buchi. Ma non dobbiamo fare una riparazione adeguata per il peccato in quanto abbiamo la misericordia dei santi, voglio dire l’intercessione dei santi e la misericordia del nostro Signore benedetto.

Quando andiamo alla confessione, ecco che le nostre vite sono completamente cambiate. Vi darò qualche esempio su come le nostre vite vengano cambiate se ci arrendiamo alla misericordia di Dio. C’era un uomo a Londra che veniva nella chiesa di San Patrizio. Ogni giorno quando aprivo la chiesa, lui entrava alle 7 e si sedeva sulle ultime panche, s’inginocchiava senza prendere la comunione fino alle 9. Non ha mai usato un libro delle preghiere. Meditava fino alle 11.30 del mattino per poi tornare ancora nel pomeriggio e restare di notte fino alla chiusura della chiesa. Non parlava con nessuno. Dopo averlo notato per diversi mesi, gli ho detto: “Se sei stato tanto buono così come sei ora…”. Fu una domanda per testarlo, perché se avesse risposto che sì, lo era, avrei saputo che non c’era nulla di buono in lui. Lui rispose: “Considerando le grazie che ho ricevuto, sono cento volte peggio ora di quanto non lo sia stato in precedenza”. Allora mi raccontò di sé, era un alcolizzato. “Ero così alcolizzato che toglievo le mie scarpe nel salone del pub e raramente per una sola bevuta, ma facevo un fioretto ogni mercoledì delle Ceneri e lo rispettavo fino alla domenica di Pasqua”. Lo faceva ogni anno, ma un giorno si disse: “Se posso essere buono per 40 giorni, perché non esserlo per 40 anni?”. Così ho deciso di essere buono per 40 anni, ma non era così facile. Decise di andare nella chiesa di santa Maddalena, io me lo ricordo bene, e ho fatto un salto in quella chiesa 9 mesi fa per recitare una preghiera per questo uomo buono, ma sono sicuro che non ne ha bisogno. Comunque dicevamo che quest’uomo entrò in chiesa. Ci sono tre scalini che salgono da Covent Garden fino al basamento della chiesa e uno in prima fila per la benedizione. Padre Kearney afferrò l’ostensorio per iniziare la benedizione, lui si sentì addosso un’opprimente passione per il bere e per il vizio. Disse che se le tentazioni di tutta una vita si fossero concentrate in un solo momento, non avrebbero potuto eguagliare quell’agonia. “Era così forte che non potevo sopportarla! Così sono uscito dal banco, mi sono messo a correre lungo la navata e sono inciampato sui tre scalini. Quando la campanella della benedizione ha suonato, ho aperto il mio cuore, mi sono voltato indietro e ho detto: Perdonami, Signore, andrò a confessarmi. Da allora non ho più bevuto e trascorro la mia vita in preghiera. “. “Quante ore preghi al giorno?” “Circa 18”. “Qual è per te un giorno trascorso bene?”. “24 ore di preghiera. Vivo nella stessa bettola di quando ero alcolizzato e più volte durante la notte m’inginocchio accanto al mio giaciglio a pregare per tutti gli alcolizzati”.

Questo è il riciclo di rifiuti che il Signore ama! Nostro Signore ha detto che c’è più gioia in cielo per un peccatore che si pente che per 99 giusti che non hanno bisogno di penitenza.

Poi un’altra storia che riguarda una ragazza, l’ultima riguarderà un ragazzo. Ho ricevuto una telefonata da due giovani ragazze che vennero nel rettorato, chiedendomi di andare immediatamente in un appartamento vicino al fiume Hudson: “Kitty sta morendo. Non la conosci? Tutti conoscono Kitty”. Ho chiesto informazioni sulla sua malattia, ma mi dissero semplicemente che stava morendo. Ho preso con me il Santissimo Sacramento e gli oli santi, sono salito per cinque squallide rampe di scale fino a una delle stanze più sporche dove sia mai entrato. Cibo, sudiciume, giornali, stracci sul pavimento e negli angoli. Un lurido giaciglio e sopra questa ragazza molto malata. “Stai scherzando?”. “No, è vero. Tutti mi conoscono”. “Kitty, vorresti fare pace con il Signore?”. “No, non posso perché sono la peggiore ragazza della città di New York”. “No, non lo sei. Perché la peggiore ragazza di New York dice di essere la migliore ragazza di New York”. L’ho pregata e scongiurata. “Non posso, sono troppo orribile. Guarda il mio braccio, tutto nero e blu a causa di mio marito. Non guadagno abbastanza soldi sulla strada, mi colpisce. Ora mi ha avvelenato, sto morendo per un veleno”. Ho provato con tutte le parabole del Signore e alla fine si è confessata, ma non l’avevo ancora unta perché ci volle parecchio tempo per convincerla della misericordia del Signore. Il veleno stava raggiungendo le diverse aree del cervello e lei aveva l’impressione di perdere l’uso degli organi esterni. Per esempio, toccandosi l’orecchio: “Madre, ecco il mio orecchio. Tienilo tu quando me ne sarò andata”. E poi una ragazza entrò nella stanza e supplicò di lasciarla stare: “Ecco il mio occhio… Ecco la mia lingua, tienila tu”. Compresi che le sue condizioni erano molto serie. L’ho unta e immediatamente stava benissimo. Le ho detto: “Mi dispiace, Kitty, sei tornata ancora in questo mondo”. “Sì, solo per provare che posso essere migliore”. È diventata un’apostola tra le persone con cui lavorava. Di sera mentre confessavo, aprendo lo sportello, mi sentivo dire: “Padre, questa è la ragazza di cui ti ha parlato Kitty… Questo è il ragazzo di cui ti ha parlato Kitty”. Una notte venne nel rettorato: “Ho una ragazza che ha commesso un omicidio”. “Dove si trova?”. “In chiesa”. “No, la chiesa è chiusa a chiave”. “È in strada, seduta sulla scalinata”. Così sono andato alla porta e l’ho invitata a entrare, in breve tempo si è confessata. Questo era il modo con cui Kitty continuava a esercitare l’apostolato della Misericordia dopo essere stata perdonata.

A questo punto ci siamo goduti queste storie. Siamo le persone più fortunate del mondo, perché quando siamo gravati dal peccato, possiamo andare dal Signore e ricevere un segno esterno che siamo stati perdonati. Il peccato non è la cosa peggiore del mondo, la cosa peggiore al mondo è negare il peccato. Sono cieco e nego che c’è qualcosa come la luce che non ho mai visto. Sono sordo e c’è qualcosa come il suono che non ho mai sentito. Se nego di essere peccatore, come posso mai essere perdonato? Pertanto peggio del peccato è negare il peccato, cioè il nostro atteggiamento moderno riguardo alla vita. Se dunque la tua anima è gravata dal peccato, portala dal Signore. È morto per te, ti perdonerà. E come è difficile trovare qualcosa di altrettanto rinfrescante di un buon bagno, così non c’è niente di spiritualmente più rinfrescante dell’assoluzione. La bellezza di questo è che possiamo ricominciare tutto daccapo. La misericordia del Signore è illimitata, ma dobbiamo soltanto avere fiducia in Lui. Vi lascerò con questo pensiero consolante. Se non aveste mai peccato, non avreste mai potuto chiamare Gesù “Salvatore!”. Amen.

(Fulton J. Sheen, da una catechesi del 1975 circa)

L’ESAME DI COSCIENZA: “In tutte le altre religioni bisogna essere buoni per andare a Dio; nel cristianesimo, no.”

Come un uomo d’affari alla sera esamina sul suo libro-cassa l’ammontare del dare e dell’avere, così ogni anima dovrebbe, alla fine della giornata, esaminare la sua coscienza, non ponendosi come modello, bensì considerandola alla luce di Dio, suo creatore e giudice. L’esame di coscienza serale porta alla superficie le colpe segrete che abbiamo commesso durante il giorno; cerca di scoprire le erbacce che ostacolano la crescita della grazia di Dio e distruggono la pace dell’anima.

Analizza pensieri, parole e opere, peccati di omissione e peccati di “commissione”. Per “omissione” noi intendiamo il bene che ci si dimentica di fare (non soccorrere il prossimo bisognoso di aiuto, rifiutare una parola di conforto a chi è oppresso dal dolore, ecc.). I peccati di “commissione” comprendono invece le osservazioni maliziose, le menzogne, gli atti disonesti, l’egoismo, l’amore smodato per il denaro, la sensualità illecita, l’odio, l’eccesso di indulgenza, la gelosia e la pigrizia.

Vi è inoltre l’esame di quello che gli scrittori che trattano dei problemi dello spirito chiamano la nostra “colpa predominante”. Ognuno di noi ha un peccato che commette più spesso degli altri. I direttori spirituali dicono che se ogni anno noi cancellassimo un solo peccato grave, diventeremmo perfetti in breve tempo. L’esame di coscienza, che considera la colpa un’offesa all’Amore di Dio o del prossimo, è tutt’altra cosa dal tentativo di guarire le forme patologiche di colpa che ossessionano alcune menti ammalate. Il primo non potrà mai essere annullato da nessuna forma di analisi o di psichiatria; il secondo può rientrare in quel campo o, allo stesso modo, appartenere al dominio spirituale. (…)

L’esame di coscienza non solo dà sollievo alla nostra tristezza, non solo ci offre una seconda possibilità di essere perdonati, ma ci restituisce anche all’Amore. Nell’esame di coscienza una persona si concentra meno sul proprio peccato che sulla Misericordia di Dio, come il ferito si concentra meno sulla sua ferita che sull’abilità del medico che lo fascia e lo cura. L’esame di coscienza non sviluppa alcun complesso perché si compie nella luce della giustizia divina.

L’uomo non è la norma, né la fonte della speranza. Tutta la fragilità e la debolezza umane sono viste nella radiazione dell’infinita bontà di Dio; e una colpa non è mai separata dalla conoscenza della divina misericordia. L’esame di coscienza raffigura il peccato non come una violazione della legge, ma come una rottura di rapporti. Produce dolore non perché è stato violato un codice, ma perché è stato ferito l’amore. Come la dispensa vuota induce a fare la spesa, così l’anima vuota è indotta a cercare il Pane della Vita. Procedere all’esame della propria coscienza non significa concentrarsi su di essa come un mistico Orientale che contempla il proprio ombelico. L’eccessiva introspezione porta all’immobilità e alla morbosità.

Nessuno spirito, nessun’anima è più disperata di quella che dice di volersela “cavare da sola”. L’anima cristiana sa che ha bisogno dell’aiuto divino e perciò si volge a Colui che ci amava anche mentre peccavamo. L’esame di coscienza, anziché indurre alla morbosità, diventa quindi un’occasione di gioia. Ci sono due modi di rendersi conto della bontà e dell’amore di Dio: l’uno è quello di non perderLo mai, conservando l’innocenza; l’altro è quello di ritrovarLo dopo averLo perduto. (…)

Il pentimento non riguarda noi: riguarda Dio. Non consiste nell’imprecare contro di noi, ma nell’amare Dio. Il cristianesimo ci ordina di accettare noi stessi così come siamo, con tutte le nostre colpe, le nostre debolezze, i nostri peccati. In tutte le altre religioni bisogna essere buoni per andare a Dio; nel cristianesimo, no.

Il cristianesimo potrebbe riassumersi in queste parole: “Venite come siete”. Esso ci ordina di smettere di tormentarci per noi stessi, di smettere di concentrarci sulle nostre colpe e sulle nostre mancanze e di confidarle al Salvatore col fermo proposito di migliorarci. L’esame di coscienza non spinge mai alla disperazione, ma sempre alla speranza.

Alcuni psicologi, usando debitamente il loro metodo, hanno ridato la pace mentale a qualche individuo, ma soltanto perché hanno trovato una valvola di sicurezza per l’oppressione mentale. Hanno dato libero sfogo al vapore, ma non hanno riparato la caldaia: che è compito della Chiesa.

Siccome l’esame di coscienza si compie nella luce dell’amore di Dio, comincia con una preghiera allo Spirito Santo perché illumini le nostre menti. Ed ecco che noi ci comportiamo verso lo Spirito divino come verso un orologiaio che debba aggiustare il nostro orologio. Mettiamo l’orologio nelle sue mani perché sappiamo che non lo maltratterà e mettiamo la nostra anima nelle mani di Dio perché sappiamo che se Egli la osserverà attentamente, essa funzionerà a dovere. (…)

È vero che più ci avviciniamo a Dio, più vediamo i nostri difetti. Un quadro rivela pochi difetti alla luce di una candela, ma la luce del sole può rivelarne tutte le pecche. Quelli che sono veramente buoni non credono mai di esserlo, perché si giudicano secondo l’Ideale. In perfetta innocenza, ogni anima, come gli Apostoli all’Ultima Cena, grida forte: “Sono forse io, Signore?” (Mt 26,22).

L’esame di coscienza consiste innanzitutto nel concentrarsi sulla bontà e sull’amore di Dio. Ogni anima che si esamina guarda il Crocifisso e scorge una relazione personale tra se stessa e il Signore.

Essa riconosce che, se fosse stata meno orgogliosa e vanitosa, la corona di spine sarebbe stata un po’ meno pungente; che, se avesse percorso con minore vivacità i sentieri del peccato, i piedi divini sarebbero stati meno profondamente penetrati dal chiodo; che, se fosse stata meno avara, anche le mani sarebbero state meno profondamente penetrate dai chiodi; e che, se fosse stata meno volubile e sensuale, il Salvatore non sarebbe stato spogliato della sua tunica.

Il Cristo Crocifisso non è un agente del KGB o un inquisitore della Gestapo, ma un Medico Divino, che ci chiede soltanto di portare a Lui le nostre ferite perché Egli possa risanarle. Se i nostri peccati sono scarlatti, essi saranno lavati e tornerà in noi il candore della neve; e se sono color porpora, noi torneremo bianchi come la lana.

Forse, Lui non ci ha detto: “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7)? E nella parabola del figliol prodigo non descrisse forse il padre che diceva: “Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,23-24)? Perché c’è più gioia in cielo per il peccatore pentito che per i giusti? Perché la vera essenza di Dio non è il Giudizio, ma l’Amore. (…)

Chi nega la colpa e il peccato è come gli antichi farisei che credevano che il Salvatore avesse un “complesso di colpa” perché li aveva accusati di essere sepolcri imbiancati: puliti al di fuori ma dentro pieni di ossa di morti. Quelli che ammettono di essere colpevoli sono come i pubblici peccatori e i pubblicani di cui Nostro Signore disse: “In verità vi dico che i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio” (Mt 21,31).

Coloro che credono di essere sani, ma hanno un cancro morale nascosto, sono incurabili; l’ammalato che desidera essere guarito ha invece la possibilità di guarire. Ogni rifiuto di riconoscere la colpa allontana gli uomini dall’area di amore e, inducendoli alla presunzione di sé, impedisce la guarigione.

Le condizioni essenziali di ogni trattamento sono le seguenti: un medico non ci può guarire se non ci mettiamo nelle sue mani; e noi non ci mettiamo nelle sue mani se non sappiamo di essere ammalati. Allo stesso modo, il riconoscimento del peccato è per il peccatore una delle condizioni essenziali della sua guarigione; l’altra è il suo ardente desiderio di Dio.

Quando desideriamo Dio, non lo desideriamo come peccatori ma come persone che amano. È vero che, dopo il nostro esame di coscienza, noi ci riconosciamo indegni di essere amati; ma è precisamente questo che ci fa desiderare Dio, perché Lui è l’unico che ama ciò che non è degno di essere amato.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17)

Le prediche sulle fiamme dell’inferno suscitano la paura, ma se lo Spirito Santo non è con il predicatore sarà una paura servile, non filiale. Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17).

Ebbene, che cosa fa nelle anime questa spada dello Spirito?

Intensifica il conflitto tra il corpo e l’anima, tra lo spirito del mondo e lo spirito di Cristo. “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12).

I peccatori si liberano nella contrizione per mezzo dello Spirito; scorgono la guerra civile che si combatte nella loro anima mediante lo Spirito; lo Spirito rivela loro i peccati più reconditi, che speravano nessuno avrebbe mai scoperto; lo Spirito mostra che l’uomo è una creatura caduta, bisognosa di aiuto dall’alto. Lo Spirito farà sì che gli atei si ricredano del loro scetticismo.

Nessun male si può crocifiggere prima che sia stato riconosciuto, diagnosticato e messo in luce. L’«io» si camuffa in tante e così diverse maniere che solo lo Spirito può costringerlo a rivelare il suo vero carattere peccaminoso.

Un Sacerdote in possesso dello Spirito di Cristo porterà un peccatore alla confessione laddove un Sacerdote che ne sia privo fallirebbe. Rimproverare un peccatore nel confessionale può voler dire allontanarlo per sempre, mentre sollevandolo nello Spirito di Cristo si farà di lui un vero penitente. Anche un Sacerdote poco dotato di eloquenza può, per mezzo dello Spirito di Cristo, dare alle sue parole un’efficacia che va oltre la sua scarsa oratoria.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

La Croce di Cristo mette in luce quanto c’è di peggio in noi, rivelando che cosa può fare il peccato contro la Bontà e l’Amore. Uno sguardo a Cristo sulla Croce, e la crosta sarà strappata dalla piaga profonda del peccato, che si rivelerà in tutta la sua bruttura.

Non è vero che il riconoscere i propri peccati come tali induca a un complesso di colpa o morbosità. Nel ragazzo che va a scuola si sviluppa forse un complesso d’ignoranza? L’ammalato che va dal medico ha forse un complesso d’infermità? Lo studente si concentra non sulla propria ignoranza, ma sulla sapienza dell’insegnante; l’ammalato si concentra non sulla propria malattia, ma sui poteri curativi del medico; e il peccatore, vedendo i suoi peccati per ciò che essi sono, si concentra non sulla propria colpa, ma sul potere di redenzione del Divino Medico. Non esiste prova alcuna che conforti l’affermazione di alcuni psichiatri moderni secondo i quali la coscienza del peccato tende a rendere morbosa una persona.

Chiamare un uomo “codardo” perché chiede a Dio di perdonargli è come dire “codardo” a quegli che, vedendo la propria casa in preda alle fiamme, chiama i pompieri. Se vi è qualche cosa di morboso nell’ammissione di un peccatore che riconosce di aver violato i suoi rapporti col Divino Amore, è tuttavia una malattia piacevole se paragonata alla vera e tremenda morbosità di chi è ammalato e rifiuta di ammetterlo. La maggiore raffinatezza dell’orgoglio, la forma più spregevole dell’evasione è il rifiuto di esaminare se stessi per il timore di scoprire il peccato.

Come un ubriacone a volte prende coscienza della gravità della sua intemperanza solo vedendo il danno che ha arrecato alla propria famiglia che tanto lo amava, così anche i peccatori possono arrivare a una comprensione della loro perversità quando riescono a capire ciò che hanno fatto al nostro Divino Signore.

Perciò la Croce ha sempre avuto un ruolo principale nella pittura cristiana. Essa mette in luce quanto c’è di peggio in noi, rivelando che cosa può fare il peccato contro la Bontà e l’Amore. E mette in luce quanto vi è di meglio in noi, rivelando ciò che la Bontà può fare per il peccato: perdonare ed espiare nel momento della maggiore gravità del peccato stesso. La Croce di Cristo fa per noi qualche cosa che noi non possiamo fare. Noi non siamo che spettatori; ma di fronte alla Croce passiamo dalla condizione di spettatori a quella di attori.

Se qualcuno crede che la confessione della sua colpa sia un’evasione, fatelo inginocchiare una volta ai piedi della Croce: non potrà non sentirsi implicato in quella tragedia. Uno sguardo a Cristo sulla Croce, e la crosta sarà strappata dalla piaga profonda del peccato, che si rivelerà in tutta la sua bruttura. Un lampo di quella Luce del Mondo distruggerà la cecità generata dai peccati e farà ardere nell’anima la verità dei nostri rapporti col Signore. Coloro che si sono rifiutati di salire il Calvario sono quelli che non piangono sui loro peccati. Una volta che vi è salita, un’anima non può più dire che il peccato non ha importanza.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima”)

DUBITARE DEL PERDONO DI DIO È FARE IL PRIMO PASSO VERSO L’INFERNO!

Il peccato che non emerge in modo dovuto nella confessione, e che quindi non può essere debitamente lavato dalla contrizione e dall’assoluzione, emerge spesso anormalmente in complessi, come la mania di persecuzione, l’ipercritica, il bisogno di evadere attraverso i piaceri. Una siffatta condizione può facilmente condurre alla disperazione. Allora il diavolo, giubilante, piomba sulla sua preda.

L’Apocalisse (12, 10) chiama il demonio «l’accusatore dei fratelli». Prima che commettiamo il peccato, Satana ci assicura che è una cosa da niente; dopo, ci persuade che è una cosa imperdonabile. Prima del peccato, si presenta come l’amico che spinge l’uomo alla rivolta; dopo, opprime l’anima con la falsa convinzione che la liberazione è impossibile. Dubitare del perdono è fare il primo passo verso l’inferno.

Le Scritture ci narrano che Esaù non trovò un luogo di pentimento, pur avendolo cercato piangendo. Le lacrime di rimorso, anziché di contrizione, sono inutili come lo furono quelle versate da Saul sulla perdita della regalità, da Giuda sulla perdita dell’apostolato, da Esaù sulla perdita del diritto di primogenitura. Ma lo Spirito Santo vede la colpa in relazione al Calvario per spingerci a sperare e perdonarci, perché su quel monte noi udiamo il grido di Cristo: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34).

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)