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DIO NON PUÒ COSTRINGERE L’UOMO E VIOLARE LA SUA LIBERTÀ. L’AMORE CROCIFISSO: “Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio”

Dio non può violare la libertà dell’uomo, perché così facendo schiaccerebbe la libertà stessa che rende possibile l’amore. Perciò Dio, per conquistarci, si mette nell’atteggiamento di chi è incapace di distruggere la libertà. Viene a noi in una natura umana sulla croce. Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio. Può invitarci e richiamarci solo presentando l’immagine di ciò che il peccato ha fatto a Lui.

Cerca di commuoverci con la visione di un sacrificio per cui può dire: “Nessuno ha un amore più grande di questo” (Giovanni 15:13). Molto spesso la vista delle sofferenze che l’ubriachezza di un marito ha causato a una moglie lo fa desistere dalla sua abitudine; così anche Nostro Signore spera che la rivelazione di ciò che i nostri peccati hanno fatto a Lui ci porti al pentimento. La crocifissione non è stata un omicidio, ma un deicidio, il peggio che il peccato possa fare. La vista stessa della Sua sofferenza non è solo la misura della nostra colpa, ma è allo stesso tempo l’offerta del perdono.

Attraverso la Croce la nostra colpa si trasforma in dolore nel vedere le sue conseguenze – un dolore struggente e personale che tortura la nostra anima fino a farci gridare: “O Dio, sii misericordioso con me peccatore” (Lc 18,13). Da quella Croce l’Amore ha guardato in basso, perché per sua natura l’amore discende. I genitori amano i loro figli più di quanto i figli amino i loro genitori. Infatti, i figli non sanno quanto i loro genitori abbiano sofferto per loro finché non diventano essi stessi genitori. L’amore discende dalla Croce.

Siamo troppo stupidi per capire l’amore della Croce, perché siamo così estranei al sacrificio; non sappiamo cosa sia l’amore perché non abbiamo amato, ma solo desiderato. Poiché amiamo così poco, il Suo amore è misterioso per noi. Non abbiamo mai perdonato nessuno a un prezzo così alto come il Suo; non abbiamo mai amato nessuno a un prezzo così alto come Lui. La nostra mancanza di amore ha nascosto il Calvario. Solo quando inizieremo ad amare la Bontà capiremo quanto Dio sia stato buono a morire per noi.

Il peccato è colpa nostra! Che cosa faremo al riguardo? Il mondo lo spiegherà, il Signore lo perdonerà. Egli ha conferito questo potere di perdono alla sua Chiesa fino alla consumazione del mondo: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi” (Giovanni 20:23). Grazie a Dio, sono cattolico.

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country” 1941)

IL CRISTIANESIMO MODERNO HA ABBANDONATO LA CROCE: “La nostra indifferenza verso la verità ha portato alla perdita della passione per la verità”

Il cristianesimo moderno ha abbandonato la croce, simbolo dell’abnegazione, dell’autodisciplina e della condizione di profondo senso dell’alterità. Al suo posto è arrivata la filosofia dell’egoismo, dell’autoaffermazione e del comfort personale. La filosofia della croce era troppo sacra per essere dimenticata, troppo necessaria per il perseguimento di qualsiasi obiettivo per essere abbandonata; così i comunisti hanno raccolto la croce non appena il cristianesimo l’ha lasciata cadere…

Il nostro mondo occidentale ha abbandonato la croce in casa, a scuola e nelle nostre molteplici relazioni umane. Per disposizione naturale, siamo inclini a fare di noi stessi il centro. A meno che le comete che volteggiano nei cieli non siano destinate a risolversi pacificamente intorno ad un sole centrale, esse diventano rivoluzionarie e danneggiano altri mondi.

(Fulton J. Sheen, da “Bishop Sheen Writes; Communist Has a Cause, But Hate Isn’t Enough. 1955”)

“La nostra indifferenza verso la verità ha portato alla perdita della passione per la verità”

La nostra indifferenza verso la verità ha portato alla perdita della passione per la verità. Il risultato è che oggi ci sono pochissimi ideali per i quali un uomo morirebbe, o addirittura soffrirebbe un sacrificio. La nostra falsa apertura mentale, se solo la conoscessimo, nasce dalla nostra perdita di fede e di certezza. Quando dimentichiamo lo scopo della vita, perdiamo il dinamismo per raggiungerlo; quando perdiamo le certezze fondamentali della vita, perdiamo anche l’energia per lottare per esse.

Poiché abbiamo perso la passione per la verità, la giustizia e la rettitudine, una letargia e un’apatia si sono talmente impadronite della nostra civiltà che abbiamo difficoltà a difendere anche la lealtà ordinaria della vita.

Non abbiamo una forte passione per le grandi cause, nessun grande odio per il male, ma solo spade sguainate a metà; abbiamo gettato via le nostre mappe della vita e non sappiamo da che parte girarci. È orribile da contemplare, ma probabilmente nel mondo non c’è abbastanza amore per la verità così da poter iniziare una crociata.

(Fulton J. Sheen, da “Freedom Under God,1940”)

P.S. Per “crociata” Fulton non intende una guerra fisica ma una battaglia spirituale per difendere e affermare la verità nelle nostre vite e nella società.

LA MESSA È IL PIÙ GRANDE EVENTO NELLA STORIA DELL’UMANITÀ, È IL CULMINE DELLA LITURGIA CRISTIANA: “L’unica Azione Santa che trattiene l’ira divina dal mondo peccatore, poiché innalza la croce tra cielo e terra”

L’atto più sublime nella storia di Cristo è stata la sua morte. La morte è sempre importante, poiché sancisce un destino. Ogni uomo che muore cattura l’attenzione. Ogni scena di morte è un luogo sacro. È la ragione per cui la grande letteratura del passato che ha toccato le emozioni che circondano la morte, non è mai passata di moda. Ma di tutte le morti a memoria d’uomo, nessuna è stata più significativa della morte di Cristo. Chiunque altro sia venuto al mondo, è venuto per vivere; Nostro Signore è venuto a morire. La morte ha costituito un ostacolo nella vita di Socrate, ma il coronamento della vita di Cristo. Egli stesso ha detto di essere venuto «per dare la propria vita in riscatto per molti»; che nessuno gli avrebbe tolto la vita, ma Egli stesso la offriva da sé (Mt 20,28; Gv 10,18). Se allora la morte è stata il momento supremo per cui Cristo è vissuto, di conseguenza era l’unica cosa che desiderava venisse ricordata. Non ha chiesto agli uomini di trascrivere le sue parole; non ha chiesto che la sua amabilità verso i poveri venisse ricordata nella storia; invece, ha chiesto agli uomini di ricordare la sua morte. Affinché questa memoria non divenisse un racconto confuso da parte degli uomini, Egli stesso stabilì il modo preciso con cui lo si sarebbe ricordato.

Il memoriale fu istituito nella notte precedente la sua morte, nel corso di quella che, da allora in poi, sarebbe stata chiamata l’ultima cena. Prendendo il pane nelle sue mani, disse: «Questo è il mio Corpo, che sarà consegnato per voi», vale a dire, consegnato alla morte; quindi, sul calice del vino disse: «Questo è il mio Sangue della Nuova Alleanza, che sarà versato per molti per la remissione dei peccati» (cfr. Lc 22,19; Mt 26,28). Pertanto, in un simbolo incruento della divisione del sangue dal corpo, attraverso la consacrazione separata del pane e del vino, Cristo si offrì alla morte in vista di Dio e degli uomini e prefigurò la sua stessa morte che sarebbe avvenuta alle tre del pomeriggio seguente. Egli stava offrendo sé stesso come vittima da immolare e, affinché gli uomini non dimenticassero mai che «nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), diede alla Chiesa il comando divino: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Il giorno seguente, dopo averlo prefigurato e predetto, lo portò a compimento, quando venne crocifisso tra due ladroni e il suo Sangue scorreva via dal suo Corpo per la redenzione del mondo. La Chiesa fondata da Cristo non solo ne ha preservato le parole e i miracoli, ma lo ha preso sul serio quando ha detto: «Fate questo in memoria di me». E quell’azione con cui ripresentiamo la sua morte sulla croce è il sacrificio della Messa, in cui compiamo come memoriale ciò che Egli stesso ha fatto nell’Ultima Cena prefigurando la sua passione.

Di conseguenza la Messa è il culmine della liturgia cristiana. Un pulpito da cui si ripetono le stesse parole di Nostro Signore non è in grado di unirci a Lui; un coro dai cui inni traspaiano i sentimenti più dolci, non è in grado di portarci più vicino alla croce che alle sue vesti. Tra i popoli primitivi non esisteva un tempio senza un altare del sacrificio e sarebbe assurdo tra i cristiani. Così, nella Chiesa cattolica, il centro del culto è l’altare, non il pulpito o il coro o l’organo, perché lì ha luogo nuovamente il memoriale della sua passione. Il suo valore non dipende da chi parla o da chi ascolta, ma solo da colui che è l’unico Sommo Sacerdote e Vittima, Gesù Cristo Nostro Signore. Veniamo uniti a Lui, nonostante il nostro nulla; in un certo senso, in quel momento perdiamo la nostra individualità, unendo il nostro intelletto, la nostra volontà, il nostro cuore, la nostra anima, il nostro corpo e il nostro sangue così intimamente a Cristo che il Padre celeste non vede tanto noi, con le nostre imperfezioni, ma vede noi in Lui, l’amato Figlio in cui si è compiaciuto.

La Messa, per questa ragione, è il più grande evento nella storia dell’umanità, l’unica Azione Santa che trattiene l’ira divina dal mondo peccatore, poiché innalza la croce tra cielo e terra, rinnovando quell’istante decisivo in cui la nostra triste e tragica umanità è andata incontro improvvisamente alla pienezza della vita soprannaturale.

A questo punto è essenziale assumere la giusta attitudine mentale verso la Messa e ricordare questo fatto decisivo: il sacrificio della croce non è qualcosa che è accaduto secoli fa. Accade ancora oggi. Non si tratta di un evento passato, come la firma della Dichiarazione di Indipendenza; è un dramma tuttora in corso, su cui non è ancora calato il sipario. Non crediamo che sia accaduto molto tempo fa e pertanto non ci riguardi più di qualsiasi altro evento passato. Il Calvario appartiene a ogni tempo e a ogni luogo. È per questo che, quando Nostro Signore è salito fino in cima al Calvario, opportunamente è stato spogliato delle sue vesti: voleva salvare il mondo senza lasciarsi racchiudere in un mondo passato. Le sue vesti appartenevano al tempo e lo avrebbero identificato stabilmente come un abitante della Galilea. Adesso che ne era privo e totalmente spogliato di ogni cosa terrena, non apparteneva alla Galilea, né a una provincia romana, ma al mondo. Divenne il povero universale del mondo, che non apparteneva a un solo popolo ma al mondo intero. Per esprimere ulteriormente l’universalità della redenzione, la croce fu eretta a un crocevia di civiltà, all’incrocio fra le tre grandi culture di Gerusalemme, Roma e Atene, in nome delle quali fu crocifisso.

La croce fu quindi piantata sotto gli occhi degli uomini, per attrarre i distratti, richiamare gli indifferenti, risvegliare i mondani. Era il solo fatto incontrovertibile a cui le culture e civiltà del suo tempo non potevano resistere. È anche l’unico fatto incontrovertibile del nostro tempo, a cui a nostra volta non possiamo resistere. I personaggi della croce simboleggiavano tutti i crocifissori. In loro eravamo rappresentati noi stessi. Ciò che noi ora facciamo al Corpo Mistico, lo stavano compiendo loro a nostro nome verso il Cristo storico. Se siamo invidiosi del bene, eravamo lì negli scribi e nei farisei. Se ci spaventa la perdita di qualche vantaggio temporale accogliendo la Verità e l’Amore di Dio, eravamo lì in Pilato. Se confidiamo nelle forze materiali, e cerchiamo di affermarci attraverso il mondo invece che attraverso lo spirito, eravamo lì in Erode. E così la storia procede per i singoli peccati del mondo, che ci rendono ciechi dinanzi al fatto che Lui è Dio. C’era pertanto una sorta di inevitabilità riguardo alla crocifissione. Uomini liberi di peccare erano altrettanto liberi di crocifiggere. Da quanto esiste il peccato nel mondo la crocifissione è una realtà. Come ha scritto la poetessa Rachel A. Taylor:

Ho visto passare il figlio dell’uomo Incoronato da una corona di spine «Non era tutto finito, Signore», gli dissi, «E tutta l’angoscia ormai sostenuta?». Egli volse a me il suo sguardo impressionante: «Non hai compreso? Ogni anima è un Calvario e ogni peccato un crocifisso»

Allora eravamo lì, durante quella crocifissione. Il dramma era già compiuto per quel che riguarda la visione di Cristo, ma non era ancora stato dispiegato davanti agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo. Se la bobina di un film, per esempio, avesse consapevolezza di sé, conoscerebbe il dramma dall’inizio alla fine, mentre gli spettatori al cinema ne sarebbero ignari fino alla fine della proiezione. Analogamente, Nostro Signore sulla croce vide nella sua mente eterna l’intero dramma della storia, la storia di ogni singola anima individuale e il modo in cui più tardi avrebbe reagito alla sua crocifissione; ma se Egli vide tutto, noi invece non possiamo sapere come reagiremo alla croce finché non saremo proiettati sullo schermo del tempo. Non eravamo consapevoli di essere presenti quel giorno sul Calvario, ma Egli era consapevole della nostra presenza. Oggi conosciamo il ruolo che interpretiamo sulla scena del Calvario, attraverso il modo in cui viviamo e operiamo ora sulla scena del mondo. Per questo il Calvario è attuale, per questo la croce ci mette in crisi, perché in un certo senso le cicatrici sono ancora aperte, perché il dolore è ancora divinizzato e perché il sangue che cade come stelle ancora si riversa sulle nostre anime. Non c’è via di scampo dalla croce, neanche negandola come hanno fatto i farisei; né vendendo Cristo, come Giuda; né crocifiggendolo, come i carnefici. Lo vediamo tutti, sia che la abbracciamo per la salvezza, sia che fuggiamo da essa verso la miseria.

Ma in che modo è resa visibile? Dove troveremo il Calvario perpetuato? Troveremo il Calvario rinnovato, ri-attuato, ri-presentato, come abbiamo visto, nella Messa. Il Calvario è una cosa sola con la Messa, e la Messa è una cosa sola con il Calvario, perché in entrambi c’è lo stesso Sacerdote e Vittima. Le Sette Ultime Parole sono come le sette parti della Messa. E proprio come le sette note della musica permettono un’infinita varietà di armonie e combinazioni, così anche sulla croce ci sono sette note divine che Cristo morente ha fatto risuonare nei secoli, ciascuna delle quali concorre a formare la meravigliosa armonia della redenzione del mondo. Ogni parola è una parte della Messa. La prima, «Perdonali», è il Confiteor; la seconda, «Oggi sarai con me in paradiso», è l’Offertorio; la terza, «Ecco tua Madre», è il Sanctus; la quarta, «Perché mi hai abbandonato?», è la Consacrazione; la quinta, «Ho sete», è la Comunione; la sesta, «È compiuto», è l’Ite missa est; la settima, «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», è l’ultimo Vangelo.

Immagina, dunque, Cristo Sommo Sacerdote che lascia la sacrestia del Cielo per l’altare del Calvario. Ha già indossato i paramenti della nostra natura umana, il manipolo della nostra sofferenza, la stola del sacerdozio, la casula della croce. Il Calvario è la sua cattedrale; la roccia del Calvario è la pietra dell’altare; il sole che volge al rosso è la lampada del santuario; Maria e Giovanni sono gli altari laterali viventi; l’ostia è il suo Corpo; il vino è il suo Sangue. Egli è innalzato come Sacerdote, prostrato come Vittima. La sua Messa sta per iniziare.

(Fulton J. Sheen, dal prologo di “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

Per la recensione di questa nuova antologia pubblicata dalle edizioni Ares clicca qui: https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2021/05/21/un-nuovo-e-imperdibile-libro-di-fulton-sheen-signore-insegnaci-a-pregare/

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IN QUESTO VIDEO, CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO, FULTON SHEEN CI SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA SANTA MESSA:

LA CATECHESI PROFETICA DI FULTON SHEEN: L’ANTICRISTO; L’AZIONE DEL DIAVOLO NELLA CHIESA E SULLE ANIME; IL CONCILIO VATICANO; LE DIVISIONI ALL’INTERNO DELLA CHIESA

Vi proponiamo la traduzione di una splendida e profetica catechesi di Fulton Sheen, “The Devil”, tenutasi verso il 1975 .

Il testo è stato tradotto da un video in inglese, qui disponibile per chi volesse vederlo con i sottotitoli in italiano: https://youtu.be/NYRTNvPni_s

La catechesi inizia con lo humor americano di Fulton…Buona lettura!

Ho un bel pubblico giovane qui davanti a me. E ho richiamato l’attenzione dei più giovani di loro solo pochi minuti fa, dicendo: «Se vi stancate, potete andare a dormire». Questo vale anche per tutti gli altri.

Una volta stavo parlando in chiesa. Un bambino ha cominciato a piangere e la madre lo ha preso per portarlo fuori. Quando era già lungo la navata, le ho detto: «Signora, il bambino non mi dà fastidio». Lei mi ha risposto: «No, è lei che dà fastidio al bambino».

Una donna compra un abito costoso, lo porta a casa dal marito, gli mostra il conto e lui le dice: «Quando l’hai provato, perché non gli hai detto: “va dietro a me, Satana?”». Lei risponde: «L’ho fatto, e lui mi ha detto: “Ti sta benissimo, a guardarlo da dietro”».

C’era un uomo che andò in cielo e pensò che forse gli sarebbe piaciuto andare all’inferno per vedere com’era. Chiese a san Pietro se poteva andare giù. Così andò e si divertì abbastanza nel fine settimana. Tornato in cielo, il fine settimana successivo disse a Pietro: «Non mi è dispiaciuto stare laggiù, posso andarci di nuovo?». «Sì», rispose Pietro. Così tornò giù una seconda volta e riferì di nuovo di essersi divertito. Alla terza volta che chiese di andare giù, Pietro disse: «Questa è l’ultima volta». Arrivato giù, il diavolo lo mise in uno degli angoli più roventi dell’inferno, così disse al diavolo: «Sono già stato qui, in precedenza mi hai trattato con gentilezza». «Sì», rispose il demonio, «prima eri un turista, ora sei un residente».

Quindi, ricordate: il diavolo ci tratta bene adesso, ma quando siamo suoi residenti non ci tratta alla stessa maniera.

C’è questo sacerdote missionario, che è stato mio intimo amico per oltre 35 anni. È stato missionario in Cina, Corea, Vietnam. È stato in prigione in Russia. L’ultima volta che l’ho visto, mi ha detto che era andato in una delle chiese del Vietnam e che i bambini si radunavano attorno a una ragazza di circa 10 o 12 anni. Gliel’hanno fatta subito notare. La ragazza aveva un velo sul volto. Lui allora le toglie il velo: era il volto più brutto che avesse mai visto. Non tanto per il volto in sé, fisicamente parlando, quanto per i tratti orribili dei suoi lineamenti. Il sacerdote le prestò poca attenzione, ma i bambini gliela portarono anche il giorno dopo e lui iniziò a provare paura nei confronti di quella ragazza. Le chiese se avesse vissuto nel villaggio. E lei rispose di sì, ma solo per un breve periodo della sua vita. Allora lui le parlò in francese e lei rispose in perfetto francese. Le parlò in italiano e latino, lei rispose correttamente, nonostante non avesse alcuna formazione in nessuna di queste lingue. Il missionario pensò che fosse posseduta. Così prese una reliquia di santa Teresa di Lisieux, il fiorellino di Dio, e gliela portò. La bimba reagì violentemente. Allora estrasse la reliquia e tornò con la sola cornice, ma lei gli rise in faccia. Per dirla in breve, le fece un esorcismo e la ragazza tornò perfettamente normale.

Poiché prendiamo per buona molta di quella teologia che ci presentano i media, ho pensato che forse potrebbe interessarvi ascoltare qualcosa sul diavolo da un punto di vista filosofico e teologico. Vi descriverò il diavolo prima dal punto di vista psichiatrico e poi dal punto di vista biblico.

È interessante notare che da quando abbiamo lasciato cadere in disuso certe cose nella Chiesa, il mondo ha cominciato a farle proprie e a distorcerle. Ad esempio, le suore hanno abbandonato gli abiti lunghi e le ragazze in Messico hanno iniziato a metterli. Abbiamo smesso di dire il rosario e gli hippies se lo sono messo attorno al collo. E non appena i teologi hanno abbandonato la sfera del demoniaco, ecco che la psichiatria se n’è fatta carico.

Il dott. Rollo May, psichiatra del Rockefeller Institute, ha scritto diversi capitoli nel suo lavoro sulla psichiatria del diabolico. Rollo May ha analizzato la parola diavolo. Deriva dalle parole greche διά e βάλλειν. Διαβάλλειν significa lacerare, fare a pezzi. Indica qualsiasi cosa che rompa gli schemi, distrugga l’unità, corrompa le proprie origini, produca discordia. In questo senso il diabolico ha avuto un’enorme crescita nella nostra società. Prendete, per esempio, la discordia nella Chiesa, la discordia nelle comunità religiose, la discordia dei laici nei confronti della Chiesa, la discordia nel clero. Tutte queste sono manifestazioni dello spirito diabolico che ci circonda.

Lo psichiatra ha inoltre analizzato in che modo il diabolico lavora e menziona tre modalità in cui si realizza. In primo luogo, l’amore per la nudità. In secondo luogo, la violenza e l’aggressività. In terzo luogo, la scissione della personalità. Non c’è più pace interiore, le menti sono disconnesse.

Quindi, come primo aspetto abbiamo l’amore per la nudità. Una volta chiesi a un cappellano di un istituto se avessero mai avuto delle manifestazioni diaboliche. Mi rispose: «Sì, a volte quando porto il Santissimo Sacramento tra il popolo qualcuno si spoglia». Ma tralasciamo questo, che non è importante. Preferisco piuttosto rifarmi al Vangelo. Una volta nostro Signore andò nella terra dei Geraseni o dei Gadareni, dipende dalla traduzione delle Scritture. Lì trovò un giovane posseduto dal diavolo.

Il Vangelo menziona tre caratteristiche di questo giovane: prima fra tutte quella di essere nudo; poi, il suo essere violento e aggressivo, tanto da non poterlo tenere nemmeno in catene; infine, la sua mente scissa, in stato di schizofrenia. Nostro Signore gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Il giovane rispose: «Il mio nome è Legione». Ora a quel tempo legione voleva dire seimila soldati dell’esercito romano. Si tratta di una persona sola, e allo stesso tempo di una legione con altri seimila. «Il mio nome è Legione, perché siamo molti». La personalità non è più unificata. Io, Legione. Noi, molti. Ora lo psichiatra non mette mai in correlazione le tre manifestazioni del diabolico da lui individuate con il giovane del Vangelo. Lo faccio io, perché non ho potuto fare a meno di notare la somiglianza tra queste due condizioni. Quindi, già solo da un punto di vista superficiale, l’elemento diabolico produce sconvolgimento.

Di più, ogni volta che abbiamo una grande manifestazione dello Spirito, ecco che il diavolo inizia a fare il suo lavoro. Per esempio, quando nell’Antico Testamento Mosè opera miracoli contro il faraone, i maghi del faraone simulano alcuni di questi miracoli. Oppure, quando a Pentecoste lo Spirito Santo scende sulla prima Chiesa, ecco la persecuzione di Stefano. Abbiamo avuto anche un Concilio (Vaticano II), benedizione dello Spirito Santo sulla Chiesa, e immediatamente abbiamo avuto anche la manifestazione dello spirito maligno: divisione nelle famiglie, nelle corporazioni, nelle comunità religiose, divisione nell’unico corpo di Cristo!

Questa è solo un’analisi del diabolico dal punto di vista psichiatrico. La seconda analisi è di tipo biblico. Vi porto dunque nel sedicesimo capitolo del Vangelo di Matteo. Nostro Signore pone la domanda più importante che si potesse mai porre: «Chi dicono che io sia?». Pietro dà la risposta giusta: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Allora il Signore preannuncia che sarebbe salito a Gerusalemme, che sarebbe stato consegnato ai Gentili per ricevere sputi ed essere crocifisso, e che alla fine sarebbe risorto dai morti. Pietro era disposto ad avere un Cristo divino, ma non era disposto ad averne uno sofferente. Non appena nostro Signore disse che si sarebbe fatto vittima per i nostri peccati, Pietro protesta: «Questo non accadrà mai». Noi non vogliamo questo tipo di Cristo. Allora Cristo gli dice: «Va dietro a me, Satana. Non lottare contro di me. Io ti comando, Satana!» Pietro è Satana in persona. Rifletteteci.

Chi avrebbe potuto pensare che nel giro di un minuto e mezzo Pietro sarebbe potuto diventare Satana? Perché nostro Signore lo chiama Satana? Dobbiamo tornare al principio della vita pubblica di nostro Signore, ancora una volta alle tre tentazioni che gli furono rivolte da Satana. E alla fine di questa meditazione impareremo che l’essenza del diabolico è l’odio per la croce di Cristo. È questo il maligno da un punto di vista biblico. Il disprezzo per la croce. Il diabolico è l’anticroce. Sulla montagna Satana offre a nostro Signore tre scorciatoie per fuggire dalla Croce. Lo ripete anche con noi, si presenta come salvatore dal peccato per l’umanità. Ci spiega che non abbiamo bisogno della Croce e anche a noi presenta tre scorciatoie.

La prima. «Vedi quelle pietre laggiù? Sembrano piccole pagnotte di pane, no? Non mangi da 40 giorni, non senti l’istinto della fame?». Altri hanno altri istinti. L’istinto del potere. L’istinto del sesso. Lasciati andare, soddisfa i loro appetiti come ogni uomo, ma dimentica la Croce. Prima scorciatoia, la permissività. Fa’ qualsiasi cosa ti vada di fare.

La seconda. La Croce non riuscirà mai a conquistare l’umanità, perché l’umanità ama i prodigi, le sorprese, gli splendori, tutto quello che fa sospirare: oh, che meraviglia! Poi, in una settimana, l’umanità dimentica quella meraviglia e ne cerca un’altra. Vola fino alla luna! Lanciati dal pinnacolo del tempio e resta illeso! Questa è una meraviglia. Fallo, e la folla ti seguirà. Tu non hai bisogno di croce.

La tentazione finale sarà la stessa per la Chiesa dei prossimi cento anni, una tentazione di cui già scorgiamo gli albori. Satana dice che la teologia è politica. Perché preoccuparsi di Dio e del mistero della redenzione? L’unica cosa che conta è la politica! Con il globo scintillante del mondo nella sua mano, Satana dice: «Tutti questi regni sono miei e li darò a te se, prostrandoti, mi adorerai». Forse che Satana per una volta nella sua vita abbia detto la verità? La terza tentazione di nostro Signore fu dunque di non interessarsi all’ordine divino, ma di interessarsi solo a un ordine sociale e politico.

Ora torniamo al momento in cui Cristo chiama Pietro «Satana». Lo chiama così perché Satana ha tentato nostro Signore proprio rispetto alla Croce, esattamente come Pietro ha cercato di fare dicendogli: «Questo non accadrà mai». Saremo cioè disposti a riconoscere la tua divinità, ma non la tua croce. Questa è l’essenza biblica del demonio.

Lo spirito di Satana è anche nella Chiesa. Abbiamo smesso le mortificazioni, il rinnegamento di sé, la disciplina nelle scuole e nei seminari. Crescono di numero i tentativi di corruzione, circolano libri che descrivono solo il male, reale o immaginario, della gente: sono già in alcune delle nostre scuole, come ben sapete. Questo è l’elemento corruttivo del diabolico, ma il declino dello spirito di disciplina è odio della croce. Il carattere ascetico e di disciplina della vita cristiana è passato agli stati totalitari, come Cina e Russia. Lì c’è disciplina, rinnegamento di sé, dedizione a una causa comune, ma senza la croce, e pertanto vi si assiste a una completa distruzione della libertà umana.

Per quanto tempo questo satanico disprezzo per la Croce continuerà a manifestarsi? Ebbene, non abbiamo la certezza di trovarci nell’era del demonio, ma c’è un passaggio in san Paolo che a prima vista sembra piuttosto difficile. Permettetemi di leggervelo, poi lo spiegherò. Si trova nella seconda Lettera ai Tessalonicesi, capitolo 2, versetto 7. San Paolo sta scrivendo nei primi sessanta anni di cristianesimo: «Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene». In altre parole, non possiamo vedere la manifestazione del male e del demonio. Rimane segreto solamente per il presente, finché chi lo trattiene sparirà dalla scena. Non sappiamo precisamente chi sia colui che lo trattiene, forse Cristo, forse lo Spirito Santo, forse un influsso della grazia, forse la santità della Chiesa. In ogni caso il male è segreto finché Dio non dirà: «Spirito del male, ecco la tua ora!». Dio ha il suo giorno, il male la sua ora.

Continua San Paolo: «Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di Satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi». Persino dall’ultimo libro della Scrittura possiamo trarre un indizio. Quando l’anticristo verrà, vi sarà una simulazione di morte e resurrezione per indurre in errore.

Dunque nel momento presente non possiamo vedere il demonio al lavoro, ma permettete che vi dia un indizio su come Cristo e Satana agiscono rispettivamente. Se capite ciò che sto per dirvi, vi sarà di grande aiuto nel combattere lo spirito del male e nel superare le prove. Vi descriverò come ci appaiono Cristo e Satana prima che pecchiamo. Quindi vi descriverò come ci appaiono dopo che abbiamo peccato.

Prima di peccare, Cristo ci appare come il Signore sulla Croce. Egli ci sbarra la strada e ci dice: «Come la mia carne è stata crocifissa, così deve esserlo la tua carne. Non percorrere questa strada!». Lui ci sta di fronte. Non siamo liberi, non possiamo fare tutto quello che vogliamo. Cristo è là.

Invece Satana, quando siamo in procinto di peccare, ci dice: «Non essere stupido, non crederai ancora a certe cose! I tempi sono cambiati! Sei ancora vergine? Veramente non ti sei fatto ancora uno spinello? Tutti lo fanno. Non ascoltare questi dottori che dicono che può farti male al cervello. Devi vivere, devi essere te stesso! Non hai mai commesso adulterio? Oggi lo fanno tutti. Questi rigidi criteri di moralità valevano 100 o 500 anni fa, ma questo è il nuovo mondo». Devo essere me stesso, devo essere libero! Satana è dalla nostra parte prima che pecchiamo. Cristo sembra l’accusa, il demonio è la nostra difesa. È dalla nostra parte, dalla parte delle nostre libertà sessuali, del nostro orgoglio, della nostra avidità.

Ma dopo che pecchiamo i ruoli si invertono. Allora Cristo diventa la nostra difesa e il demonio la nostra accusa. Il demonio dirà: «Bene, l’hai fatto. Hai avuto la tua canna. Adesso sei dipendente dalle droghe. Non venire da me, non posso aiutarti. Può darsi che tu smetta da solo così come hai cominciato. Hai perso la tua verginità? Che differenza vuoi che faccia, continua pure! La mia giustizia farà il suo corso. Hai rubato e non ti hanno preso? Ti prenderanno da un momento all’altro!».

Così il diavolo ci riempie di disperazione come riempì il cuore di Giuda. Giuda sarebbe potuto andare dal Salvatore e Lui l’avrebbe perdonato. Ma Giuda prese una corda. Avanzò sul suolo gelido, davanti a sé alberi ghiacciati. Ed ogni nodo di quegli alberi gli sembrava un occhio che lo scrutava, ogni ramo gli sembrava un dito puntato… Traditore! Nella sua disperazione non pensava vi fosse per lui altro da fare se non suicidarsi. Questa è la ragione per cui oggi i suicidi sono in aumento nella nostra civiltà. È la disperazione che viene dal demonio.

In uno dei romanzi di Dostoevskij, “Raskò’lnikov”, un uomo veramente malvagio, dice alla donna che ama: «Sonia, sai come andrà a finire per te? Ti butterai giù da un ponte o diventerai pazza, oppure ti taglierai la gola». Ma non andò in questa maniera, perché Sonia prese il Vangelo di Giovanni e iniziò a leggere la risurrezione di Lazzaro. E pensò: «Posso trovare una nuova vita in Cristo».

Questo pensiero di Sonia m’induce a parlarvi di come nostro Signore si comporti dopo che abbiamo peccato. È Lui ora la nostra difesa. Ha detto: «Venite a me, voi affaticati. Se i vostri peccati fossero rossi come scarlatto, saranno resi bianchi come neve e se sono rossi come cremisi, diverranno bianchi come lana». Rialzati, stringi la mia mano, e vieni. Questo è il linguaggio del Salvatore dopo che abbiamo peccato.

Ecco dunque lo spirito diabolico. La distruzione dell’unità, il disprezzo della mortificazione e del rinnegamento di sé sulla croce. In una parola, il disprezzo di Cristo stesso.

Centinaia di migliaia sono le strade che ciascuno di voi si troverà a percorrere durante la vita, ma alla fine di tutte queste strade, due saranno i volti che vi troverete di fronte: da un lato quello misericordioso di Cristo, dall’altro quello orribile di Satana. E uno di loro vi dirà: «Sei mio!». Perciò badate di non scherzare con quello malvagio, altrimenti siete in trappola.

Prima di concludere, vi lascio con tre potenti armi contro Satana.

La prima, il Santo Nome di Gesù. È un nome che Satana non sopporta perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sottoterra. La seconda arma è il sangue di Cristo. L’invocazione del sangue di Cristo. Potrei farvi tutta una catechesi sul preziosissimo sangue di Cristo, mediante il quale siamo salvati! Perciò, durante la tentazione, invocate su di voi il sangue di Cristo. Poiché senza effusione di sangue non vi è remissione dei peccati. Terza arma, la devozione alla Madre benedetta. Poiché in principio, nel libro della Genesi, si dice che la stirpe di una donna avrebbe distrutto la stirpe di Satana. Siamo dunque difesi da queste tre armi: il Santo Nome, il sangue di Cristo e la Vergine Maria.

D’ora in poi, quando penserete a Satana, non fatevi sviare da ciò che i mezzi di comunicazione vi raccontano. Il demonio è semplicemente l’anticroce, l’antidisciplina, l’anticristo. Questo è satanico, nient’altro, non potete sbagliare. Una volta capito ciò, a poco a poco amerete quella croce.

Un lamento mi sbigottisce. La prima volta che l’ho udito proveniva dalla croce. Andai fuori, cercai e trovai l’Uomo negli spasmi della crocifissione. Gli dissi che l’avrei portato giù, così cercai di togliergli i chiodi dai piedi. Ma Lui mi disse: «Lasciali lì. Perché non posso essere tolto dalla croce finché ogni uomo, donna e bambino non si saranno uniti a te per tirarmi giù». Gli risposi: «Cosa posso fare? Non posso sopportare il tuo lamento!». Mi rispose: «Va’ nel mondo e annuncia a ogni uomo che incontrerai che c’è un Uomo sulla croce».

(Fulton J. Sheen)

P.S. Si ringrazia il sito “Filodiritto” per la segnalazione del video e per la loro traduzione che qui è stata rivista e modificata. (https://www.filodiritto.com/fulton-sheen-devil)

La Croce di Cristo mette in luce quanto c’è di peggio in noi, rivelando che cosa può fare il peccato contro la Bontà e l’Amore. Uno sguardo a Cristo sulla Croce, e la crosta sarà strappata dalla piaga profonda del peccato, che si rivelerà in tutta la sua bruttura.

Non è vero che il riconoscere i propri peccati come tali induca a un complesso di colpa o morbosità. Nel ragazzo che va a scuola si sviluppa forse un complesso d’ignoranza? L’ammalato che va dal medico ha forse un complesso d’infermità? Lo studente si concentra non sulla propria ignoranza, ma sulla sapienza dell’insegnante; l’ammalato si concentra non sulla propria malattia, ma sui poteri curativi del medico; e il peccatore, vedendo i suoi peccati per ciò che essi sono, si concentra non sulla propria colpa, ma sul potere di redenzione del Divino Medico. Non esiste prova alcuna che conforti l’affermazione di alcuni psichiatri moderni secondo i quali la coscienza del peccato tende a rendere morbosa una persona.

Chiamare un uomo “codardo” perché chiede a Dio di perdonargli è come dire “codardo” a quegli che, vedendo la propria casa in preda alle fiamme, chiama i pompieri. Se vi è qualche cosa di morboso nell’ammissione di un peccatore che riconosce di aver violato i suoi rapporti col Divino Amore, è tuttavia una malattia piacevole se paragonata alla vera e tremenda morbosità di chi è ammalato e rifiuta di ammetterlo. La maggiore raffinatezza dell’orgoglio, la forma più spregevole dell’evasione è il rifiuto di esaminare se stessi per il timore di scoprire il peccato.

Come un ubriacone a volte prende coscienza della gravità della sua intemperanza solo vedendo il danno che ha arrecato alla propria famiglia che tanto lo amava, così anche i peccatori possono arrivare a una comprensione della loro perversità quando riescono a capire ciò che hanno fatto al nostro Divino Signore.

Perciò la Croce ha sempre avuto un ruolo principale nella pittura cristiana. Essa mette in luce quanto c’è di peggio in noi, rivelando che cosa può fare il peccato contro la Bontà e l’Amore. E mette in luce quanto vi è di meglio in noi, rivelando ciò che la Bontà può fare per il peccato: perdonare ed espiare nel momento della maggiore gravità del peccato stesso. La Croce di Cristo fa per noi qualche cosa che noi non possiamo fare. Noi non siamo che spettatori; ma di fronte alla Croce passiamo dalla condizione di spettatori a quella di attori.

Se qualcuno crede che la confessione della sua colpa sia un’evasione, fatelo inginocchiare una volta ai piedi della Croce: non potrà non sentirsi implicato in quella tragedia. Uno sguardo a Cristo sulla Croce, e la crosta sarà strappata dalla piaga profonda del peccato, che si rivelerà in tutta la sua bruttura. Un lampo di quella Luce del Mondo distruggerà la cecità generata dai peccati e farà ardere nell’anima la verità dei nostri rapporti col Signore. Coloro che si sono rifiutati di salire il Calvario sono quelli che non piangono sui loro peccati. Una volta che vi è salita, un’anima non può più dire che il peccato non ha importanza.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima”)

I VERI CRISTIANI SONO QUELLI CHE RIMANGONO SULLA CROCE CON CRISTO FINO ALLA FINE.

Il senso della Crocifissione non era quello di rappresentare un dramma che ispirasse gli spettatori, ma di costituire un modello di azione alla luce del quale potessimo dare forma alla nostra vita. Non ci viene chiesto di sederci e vedere nella Croce qualcosa di accaduto e concluso, come la “vita di Socrate”. Quanto accadde sul Calvario ha un senso per noi soltanto nella misura in cui lo ripercorriamo nella nostra vita.

La Messa rende questo possibile, perché il Calvario che si rinnova sui nostri altari non ci vede come semplici osservatori, ma come partecipi della Redenzione, resi capaci di portare a termine il nostro compito. Gesù ci ha detto: “E quando io sarò innalzato da terra, attrarrò tutti a Me”. Egli compì la sua missione quando fu sollevato sulla Croce: noi portiamo a termine le nostre quando Gli permettiamo di portarci con Lui nella Messa.

La Messa è ciò che rende la Croce visibile a ciascun occhio: la pone nei momenti chiave della civiltà, porta il Calvario così vicino che anche i piedi stanchi possono intraprendere il viaggio verso il suo dolce abbraccio. Ogni mano può riuscire ora a toccare il suo sacro protagonista e ogni orecchio può ascoltare il suo soave appello perché la Messa e la Croce sono una sola cosa. In entrambi c’è la stessa offerta di una volontà perfettamente fiduciosa da parte dell’amato Figliolo, lo stesso Corpo spezzato, lo stesso Sangue che sgorga, lo stesso Perdono divino.

Dobbiamo portare via con noi tutto quello che è stato detto, fatto e mostrato durante la Santa Messa: dobbiamo viverlo, metterlo in pratica e permearne tutte le condizioni e le circostanze della vita quotidiana. Il Sacrificio di Gesù diviene nostro sacrificio attraverso l’oblazione di noi stessi in unione con Lui. Così possiamo davvero fare ritorno dalla Messa come coloro che hanno compiuto la loro scelta, voltando le spalle all’esistenza mondana e divenendo altri Cristi nel nostro tempo, vivendo la potente testimonianza di quell’Amore che si è sacrificato perché noi potessimo vivere con Lui.

Il nostro mondo è pieno di cattedrali gotiche lasciate incomplete, di vite vissute a metà, di anime che solo in parte hanno accolto la Crocifissione. Alcuni portano la Croce al Calvario per poi abbandonarla, altri vi sono inchiodati ma se ne distaccano prima che essa venga innalzata, altri ancora sono crocifissi ma, non appena il mondo li sfida invitandoli a scendere, se ne vanno dopo un’ora, due ore o due ore e cinquantanove minuti.

I veri cristiani sono quelli che perseverano fino alla fine: Nostro Signore ha resistito fino alla morte. Il prete deve, allo stesso modo, rimanere sull’altare fino alla conclusione della Messa; non può scendere. Così dobbiamo rimanere sulla Croce sino alla fine della nostra vita.

Cristo sulla Croce è schema e modello di una vita compiuta: la nostra natura umana è il materiale grezzo, la nostra volontà è il cesello. La Grazia di Dio è energia e ispirazione. Usando il cesello sulla nostra natura incompiuta, dapprima recidiamo l’enorme ceppo dell’egoismo e poi, operando con più delicatezza, ci liberiamo di piccoli frammenti di egoismo, finché finalmente abbiamo bisogno soltanto di una spazzolata per completare il capolavoro, ossia l’uomo completo, fatto a immagine e somiglianza dell’Esempio sulla Croce.

Noi siamo all’altare sotto il simbolo del pane e del vino: abbiamo offerto noi stessi al Signore, che ci ha consacrato. Non dobbiamo quindi tirarci indietro, ma rimanere sino alla fine, pregando incessantemente cosicché, quando la linfa della nostra vita finirà e guarderemo indietro a un’esistenza vissuta in intimità con la Croce, l’eco della sesta parola di Gesù in Croce: “Tutto è compiuto” riecheggerà nelle nostre orecchie.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”)

CRISTO È VENUTO PRIMA DI TUTTO PER SALVARCI DAL PECCATO, DALLA DANNAZIONE ETERNA E NON PER TOGLIERCI LA SOFFERENZA E GUARIRCI DALLE MALATTIE.

Due ladri furono crocifissi a entrambi i lati di Cristo. Maledicevano e lo bestemmiavano entrambi; all’inizio non c’era alcuna differenza tra loro. Il primo, il ladro che era appeso a sinistra, simboleggia il dolore di chi dice: “Fammi scendere a terra”. Il ladro a destra voleva essere portato in Paradiso. Quello a sinistra girò la testa, come meglio poteva, e disse: “Se sei il figlio di Dio, salva te stesso e salva anche noi”.

Oggi, molte persone pensano che questa sia l’essenza del Cristianesimo: la guarigione. Nostro Signore guarisce, ma non sempre. Non ci sarà una guarigione completa fino a quando l’intero universo non sarà rinnovato. Nostro Signore non ha guarito Lazzaro, lo ha lasciato morire. Nostro Signore non ha liberato Giovanni Battista dalla prigione. Dio a volte guarisce. Ma la guarigione non è l’essenza della Sua venuta.

Tuttavia, questo era tutto ciò che il ladro alla sinistra del Signore chiedeva: soltanto di essere guarito. Se fosse vissuto in questo periodo, probabilmente non avrebbe mai pensato al peccato. Se avesse avuto i soldi, avrebbe speso migliaia di dollari in psicoterapia. Il pensiero del peccato non sarebbe mai entrato nella sua testa ma solo il desiderio di essere tolto dalla croce.

(Fulton J. Sheen)

SPIEGAZIONE DELLA CROCE: “LA CROCE È IL SIMBOLO DEL DOLORE, CRISTO CROCIFISSO È LA SOLUZIONE DEL PROBLEMA DELLA SOFFERENZA”

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Il problema del dolore ha un simbolo, e tale simbolo è la Croce. Ma perché nel problema della sofferenza tale simbolo è tipico?

Perché la Croce è composta di due sbarre, una orizzontale, e l’altra verticale. Quella orizzontale è la sbarra della morte, perché la morte è prostrata, prona, piatta. La sbarra verticale è quella della vita perché la vita è diritta. L’incrocio delle due sbarre significa la contraddizione della vita e della morte, della gioia e del dolore, delle risa e delle lacrime, del piacere e del dolore, della nostra volontà e della volontà di Dio. L’unico modo per formare la croce è quello di porre la sbarra della gioia sopra quella del dolore; ovvero, per esprimere lo stesso concetto con altre parole, la nostra volontà è la sbarra orizzontale, la volontà di Dio è quella verticale; non appena mettiamo i nostri desideri e la nostra volontà in opposizione ai desideri ed alla volontà di Dio, formiamo una croce.

E così la croce è il simbolo del dolore e della sofferenza. Se la croce è il simbolo del problema del dolore, il Crocifisso ne è la soluzione. La differenza tra la croce e il Crocifisso è Cristo.

Una volta che il Signore (che è lo stesso Amore) è salito sulla croce, ci rivela in che modo, attraverso l’amore, il dolore si può trasformare in sacrificio di gioia, e come coloro che seminano nelle lacrime possono raccogliere in letizia, coloro che piangono possono venir confortati, coloro che portano la croce nelle poche ore del Venerdì Santo possono possedere la felicità per un’eterna Domenica di Pasqua. L’amore è, in conclusione, la giuntura in cui la sbarra orizzontale della morte e quella verticale della vita si conciliano nella dottrina affermante che la vita si raggiunge attraverso la morte.

(Beato Fulton J. Sheen da “L’Uomo di Galilea”)

Lo scopo della fede non è di assicurarci che le nostre pene non sono penose, che i nostri nemici non sono reali e neppure di spiegarci sempre “perché” l’avversità ci colpisca.

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Lo scopo della fede non è di assicurarci che le nostre pene non sono penose, che i nostri nemici non sono reali, e che se abbiamo un po’ più di fiducia in noi stessi “tutto, con il tempo, si metterà per il meglio”; e neppure di spiegarci sempre “perché” l’avversità ci colpisca, dato che neppure Dio rispose ai “perché” di Giobbe.

Dio, invece, cominciò a far domande a Giobbe, e da parte sua Giobbe scoprì che le domande di Dio erano più soddisfacenti delle risposte degli uomini.

La Fede è bensì la credenza nella Verità fondata sull’autorità del Dio della Rivelazione. Quando considera le prove della vita, la fede ripropone al nostro spirito la massima vittoria dell’Amore nella Resurrezione del Nostro Divin Signore Gesù.

Se le prove e la persecuzione non rientrassero nello schema della vita, Dio non avrebbe permesso neppure che il Suo Divin Figliuolo, incarnatosi, Si volgesse a guardare le sbarre della contraddizione, ossia della Croce.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

Le anime devono abbracciare la Croce per diventare prima felici e poi sante. La religione è la Croce di chi purifica la propria coscienza.

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In realtà, la religione non è una stampella: è una Croce. Non è un’evasione, ma un fardello; non è una fuga, ma una risposta. Su una stampella siamo noi ad appoggiarci, ma una croce si appoggia su di noi. Un codardo può usare una stampella, ma occorre un eroe per abbracciare la Croce.

La Croce viene posta sulle spalle del nostro orgoglio e della nostra invidia, della nostra lussuria, della nostra ira e della nostra avarizia, fino a logorarli col suo attrito, portandoci quindi alle grandi gioie costanti della vita.

Le fonti d’acqua dolce scaturiscono in origine dall’acqua salata del mare; i più bei fiori alpini sbocciano nei più aspri passi montani; e i canti più nobili sono il prodotto della più profonda agonia dell’anima.

L’alcolismo è la stampella di chi non può vivere con la propria coscienza; la religione è la Croce di chi purifica la propria coscienza e non ha più bisogno della droga.

Come la neve, pur essendo fredda, riscalda e rafforza la terra, così le afflizioni e gli sforzi intesi alla rigenerazione morale riscaldano e perfezionano l’anima.

Coloro che si appoggiano sulle stampelle imputridiscono nel miele; coloro che portano la croce si salvano nell’oceano del mare.

Le anime devono abbracciare la Croce per diventare prima felici e poi sante.

I codardi definiscono la religione una stampella.

Dopo che Gesù, il Nostro Divino Eroe, fu inchiodato alla Sua Croce, quelli che la consideravano una stampella Gli dicevano di scenderne. Essi sapevano che quella specie di Amore era la morte dell’amor proprio.

Da allora, il mondo si è diviso in quelli che chiamano la religione una “stampella” perché essendo zoppi credono che tutti gli altri siano zoppi, e quelli che chiamano la Religione una Croce e hanno Fede in Colui che disse: “Prendete ogni giorno la vostra Croce e seguitemi”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”.)