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GESÙ STAVA LORO SOTTOMESSO: “La vita familiare è la palestra voluta da Dio per il carattere umano…Gesù, il Dio immenso che i cieli e la terra non potrebbero contenere, si è sottomesso ai suoi genitori”

In riparazione dell’orgoglio degli uomini nostro Signore si umiliò obbedendo ai suoi genitori: “Stava loro sottomesso”. Era Dio che si assoggettava a un uomo. Dio, al quale obbediscono i principati e le potestà, obbediva non solo a Maria, ma anche a Giuseppe per amor di Maria. Fu il nostro Signore che disse di esser venuto “non per essere servito, ma per servire”. (…)

E, di più, che cosa fece questo carpentiere durante quei trent’anni della sua oscurità? Fece una bara per il mondo pagano; fabbricò un giogo per il mondo moderno, e una croce sulla quale sarebbe stato adorato. Diede la suprema lezione di quella virtù che è la base di tutto il cristianesimo: l’umiltà, la sottomissione, e una vita nascosta in preparazione all’esplicazione del suo dovere. Nostro Signore impiegò tre ore per redimerci, tre anni per insegnare e trent’anni per obbedire, perché un mondo ribelle, orgoglioso e diabolicamente indipendente potesse imparare il valore dell’obbedienza.

La vita familiare è la palestra voluta da Dio per il carattere umano, perché da essa scaturisce per il bambino la maturità dell’uomo, sia nel bene che nel male. Gli unici atti che si ricordino dell’infanzia del nostro Signore sono atti di obbedienza verso Dio, suo padre celeste, e anche verso Maria e Giuseppe. Gesù ci mostra così quale sia lo specifico dovere dei ragazzi e dei giovani: obbedire ai genitori in quanto questi fanno le veci di Dio. Gesù, il Dio immenso che i cieli e la terra non potrebbero contenere, si è sottomesso ai suoi genitori.

Quando Gesù veniva mandato da un vicino per una commissione, era il grande mandante degli apostoli a sbrigare la commissione. Se Giuseppe gli ordinò qualche volta di cercare un arnese da lavoro che non si trovava più era la sapienza di Dio, era il pastore venuto alla ricerca delle pecorelle smarrite che compiva quell’atto. Se Giuseppe gli insegnò l’arte del falegname, la insegnò a colui che aveva costruito l’universo, e che un giorno sarebbe stato messo a morte dai suoi compagni di lavoro. Se fabbricava un giogo per i buoi del vicino, chi lo faceva era colui che avrebbe chiamato se stesso un giogo per gli uomini e nello stesso tempo un peso leggero a portarsi. Se gli dicevano di lavorare in un pezzettino di giardino, per sistemare dei rampicanti o innaffiare i fiori era lui, il grande coltivatore della vigna della sua Chiesa, a maneggiare l’annaffiatoio o gli altri attrezzi da giardino.

Tutti gli uomini possono ben valutare l’insegnamento di un ragazzo che si sottomette ai suoi genitori: non si deve mai credere a una ispirazione celeste che comandi di trascurare gli ovvii doveri che si hanno sottomano.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

“SE NON DIVENTERETE COME I BAMBINI NON ENTRERETE NEL REGNO DEI CIELI” CI STIAMO AVVICINANDO O ALLONTANANDO DA DIO? L’UMILTÀ E L’ORGOGLIO

Nessun vecchio entrerà mai nel regno di Dio. Il Signore si espresse così: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. In un’età di sofisticazione e di orgoglio potrebbe essere utile apprendere i vantaggi della piccolezza e dell’umiltà. Vedete quanto essa sia importante nell’ordine fisico: per vedere grande qualsiasi cosa, bisogna essere fisicamente piccoli.

Il mondo di un bimbo è sempre immenso. Per ogni ragazzo il padre è l’uomo più grande della terra, e lo zio, che si trova accanto alla finestra, è più alto della quercia del cortile sottostante. Ogni bambino è entusiasta della storia di Jack e il fagiolo magico. Per il bambino infatti la pianta di fagiolo giunge fino al cielo; i giganti sono una creazione dell’umiltà. Un ragazzino può mettersi a cavalcioni su un manico di scopa e non passa molto tempo che immagini di “volare sulla sibilante criniera dei venti” sorvolando la deserta distesa dell’azzurro. (…)

Se la piccolezza fisica è la condizione necessaria per vedere grande il mondo, allora la piccolezza spirituale o umiltà sarà la condizione per scoprire la verità e l’amore infinito. Nessun uomo, se non si fa piccolo, scopre nulla di grande. Se l’uomo ingrandisce il suo ego fino all’infinito, non apprenderà nulla, perché non c’è niente di più grande dell’infinito. Se riduce il suo ego a zero e smette di essere orgoglioso e presuntuoso, allora scoprirà tutto ciò che è grande, anche più grande di lui. Il suo mondo comincerà a essere infinito.

Per scoprire la verità, la bontà, la giustizia e Dio, è necessario essere molto umili. Se una scatola è piena di sale, non potremo riempirla di pepe. Se siamo pieni della nostra importanza, non potremo mai essere ricolmi di nulla di esteriore a noi stessi. Se un uomo crede di sapere tutto, allora nemmeno Dio potrà insegnargli qualcosa. La scoperta di una qualsiasi verità richiede docilità e capacità di apprendimento, ma chi crede di sapere ogni cosa non è disposto a essere ammaestrato.

Si può osservare con quanta calma e passività uno scienziato si pone davanti alla natura. Egli si limita a sedersi e osservarla, nell’attesa che la natura gli riveli le sue leggi. Non dice: “Conosco le leggi della natura, e voglio imporre le mie leggi”, bensì attende le rivelazioni della natura. L’umiltà dello scienziato di fronte alla natura dovrebbe essere l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio, in attesa della sua santa volontà. La fede proviene dall’ascoltare, il che significa anche che deriva dall’essere un buon ascoltatore, e non dal ritenere di possedere già tutta la verità.

L’illustrazione rappresenta il sole con i suoi raggi. Si può notare un uomo che cammina allontanandosi dal sole, e l’ombra si proietta davanti a lui. Gli ho fatto una testa molto grande, perché si tratta di un uomo superbo, che si considera altrettanto grande quanto la sua ombra, la quale rappresenta il fantasma e non l’essere reale. Supponiamo che il sole rappresenti Dio e la luce della Sua verità. Finché ci muoviamo allontanandoci da Dio, creiamo delle ombre psicologiche, ci crediamo diversi da quelli che siamo. Ma osservate la differenza quando camminiamo andando incontro al sole, cioè alla luce divina: allora il fantasma non potrà mai essere scambiato per l’essere reale, perché si proietta dietro di noi. Se ci mettiamo direttamente sotto il sole, siamo completamente governati dalla divina verità; non ci sono ombre, illusioni, né timori, né ansie; l’anima viene pervasa dalla calma e dalla pace. L’essere umili implica che il nostro occhio avverta il bisogno della luce, che la nostra ragione riconosca il bisogno della fede, e che tutto il nostro essere necessiti della guida della legge eterna di Dio. (…)

L’umiltà non è servilismo, non è la disposizione a lasciarsi indottrinare, non è odio di sé, né auto-disprezzo, o il desiderio di venirsi a trovare in posizioni di svantaggio. L’umiltà è invece quella virtù che ci dice la verità su noi stessi, ossia la nostra posizione di fronte a Dio. Non si tratta di una sottovalutazione, e non è umile una persona di alta statura se dice: “No! Io non sono alto: sono appena un metro e 90”. Una grande cantante non è umile quando dice: “Oh, no! Le mie note medie sono insopportabili”. Ma è umile nel caso in cui dicesse: “Grazie, ma devo tutto al Signore”.

La verità su noi stessi può essere negata in due maniere: mediante la sopravvalutazione e la sottovalutazione. Ci sopravvalutiamo quando diciamo: “Sono l’abitante più importante di questa città”. D’altra parte, la gente talvolta dice di essere stupida per sentirsi dire dagli altri che è saggia. A una persona che diceva sempre di essere idiota fu replicato così da un amico: “Era proprio necessario che lo dicessi?”. L’umiltà in rapporto all’amore significa considerare gli altri migliori di noi stessi. Uno dei vantaggi di questo atteggiamento è che ci fornisce alcuni esempi da imitare. L’orgoglio, d’altra parte, cerca talvolta il primo posto affinché gli altri possano dire: “Che magnanimità!”. E può anche darsi che l’orgoglio voglia prendere l’ultimo posto perché gli altri possano commentare: “Quanta umiltà!”. Perché i mendicanti adoperano ciotole di stagno? Perché vogliono sollecitare la vanità del donatore, a cui piace sentire il tintinnio della moneta quando cade nella ciotola. Nelle chiese i cestini di cui ci serviamo per la colletta hanno il fondo di peluche perché la gente, quando dona, dovrebbe cercare di non far rumore: Dio dovrebbe essere il solo a saperlo. L’orgoglio si insinua perfino nelle persone cosiddette “pie” che si vantano della loro pietà. (…)

Un altro frutto dell’orgoglio è lo spirito critico. Di solito le persone molto orgogliose sono tormentate da piaghe segrete, come l’egoismo e la presunzione. Ne risulta che la loro coscienza le molesta in conseguenza della loro colpa sommersa, che loro rifiutano di guardare in faccia. Invece di criticare se stessi come dovrebbero fare, proiettano le loro critiche sugli altri. Riformano il prossimo invece di riformare se stessi, indicano la pagliuzza nell’occhio del vicino e non vedono la trave che è nel proprio. Perché mai tanti giornali si specializzano nelle cronache di omicidi, di adulteri, di infedeltà e di slealtà? Perché quando la gente legge la notizia di un assassinio o di un furto sostiene: “Io non sono così malvagio; in realtà sono abbastanza buono!”. A forza di fare continui confronti, le persone si confortano presumendo di essere migliori degli altri.

Generalmente l’orgoglio nega la responsabilità personale del male. Gli uomini perlopiù negano di essere peccatori. La tragedia di questa negazione è che non sentono mai il bisogno di un salvatore. Il cieco che nega di essere cieco non avrà mai il desiderio di vedere.

Due sociologi negavano la colpa personale. Mentre discutevano il caso di un criminale, uno dei due confessò: “Lo so che lui ha commesso un assassinio e svaligiato una banca, ma ricordati che era orfano”. L’altro sociologo replicò: “Sì, ma era orfano per avere ucciso all’età di nove anni i suoi genitori”. Il primo sociologo rispose: “Lo so, ma fu per legittima difesa”.

Il dio moderno può essere l’ego, ossia il proprio io. Questo è l’ateismo. L’orgoglio infatti è un disordinato amore di sé, un’esaltazione dell’io relativo verso un io assoluto. Questo sentimento cerca di soddisfare la sete di infinito attribuendo alla propria limitatezza una pretesa di divinità. In alcuni individui l’orgoglio rende l’io cieco riguardo alla proprio debolezza e diventa un orgoglio “caldo”; in altri riconosce bensì la propria debolezza ma la supera con un’autoesaltazione che diviene orgoglio “freddo”. L’orgoglio, uccidendo la docilità, mette l’uomo nella condizione di non poter mai essere aiutato da Dio. La conoscenza limitata della mente meschina pretende di avere l’ultima parola su tutto. Di fronte ad altri intelletti, essa ricorre a due tecniche diverse: o alla tecnica dell’onniscienza, mediante la quale cerca di convincere gli altri del molto che sa; o alla tecnica della non-scienza, con cui vuole persuadere gli altri del poco che sanno. Quando l’orgoglio è incosciente, diventa quasi incurabile, perché identifica la Verità con la propria verità. L’orgoglio è un’ammissione di debolezza, e segretamente teme ogni competizione e ogni possibile rivale. Raramente guarisce quando la persona è verticale, cioè sana e prospera; ma può guarire quando il paziente è orizzontale, ossia infermo e deluso. Ecco perché in un’epoca piena di orgoglio le catastrofi sono necessarie per ricondurre gli uomini a Dio e alla salvezza delle loro anime.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

IL MAGNIFICAT E L’UMILTÀ DI MARIA SONO IL “MANIFESTO” DELLA VERA RIVOLUZIONE! “Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.”

Il Magnificat è l’inno di una madre il cui Figlio è al tempo stesso Dio… “La mia anima magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore”. Il volto delle donne era stato velato per secoli, e anche quello degli uomini, nel senso che gli uomini si erano nascosti allo sguardo di Dio. Ma ora che il velo del peccato era stato tolto, la donna eretta guarda il volto di Dio per lodarlo. Quando il divino penetra nell’umano, l’anima pensa meno a chiedere che ad amare. Chi ama non chiede favori all’amato; Maria non formula domande, ma soltanto lodi. Quando l’anima si distacca dalle cose e diviene conscia di sé e del suo destino, conosce se stessa soltanto in Dio. L’egoista magnifica se stesso; Maria magnifica il Signore. L’uomo sensuale pensa prima al corpo, il mediocre non pensa a Dio che in un secondo momento.

In Maria niente ha la precedenza su colui che è Dio creatore, Signore della Storia, e Salvatore del genere umano. Quando gli amici ci lodano per ciò che abbiamo fatto, noi li ringraziamo della loro cortesia. Quando Elisabetta elogia Maria, Maria glorifica il suo Dio. Maria riceve la lode come uno specchio la luce: non la trattiene per sé, non la riconosce nemmeno come sua, ma la trasmette a Dio, a cui si deve ogni lode, onore e rendimento di grazie. La sintesi di questo canto è “Grazie, o Dio”. L’intera personalità di lei sta nell’essere a servizio del suo Dio. Troppo spesso gli uomini lodano il Signore con la lingua, ma il loro cuore è lontano da Lui. “Salgono le parole, ma i pensieri restano in basso”. In Maria invece non erano le labbra ma l’anima e il cuore che si effondevano nelle parole, perché il segreto d’amore racchiuso in lei aveva già spezzato i legami che lo trattenevano.

Perché magnificare il Signore che non può diventare né più piccolo per quello che gli sottraiamo col nostro ateismo, né più grande se gli aggiungiamo la nostra lode? È vero: in se stesso Dio non cambia per il nostro riconoscimento, come un quadro di Raffaello non perde la sua bellezza se uno sciocco lo deride, ma Dio in noi è suscettibile di crescita o di diminuzione a seconda se lo amiamo o se siamo peccatori. Quando il nostro ego si gonfia, il bisogno di Dio sembra che sia minore; quando il nostro ego si sgonfia, il bisogno di Dio appare in tutta la sua urgenza. L’amore di Dio si riflette nell’anima del giusto, proprio come la luce del sole viene potenziata da uno specchio. Il figlio di Maria è il sole, perché lei è la luna. Lei è il nido e lui è l’uccellino che volerà su un albero più alto e la chiamerà poi a sé. Maria lo chiama suo Signore o Salvatore. Anche se è stata preservata dalla macchia del peccato originale, ciò è interamente dovuto ai meriti della Passione e Morte del suo figlio divino. Di per sé Maria non è niente e non ha niente: Lui è tutto! Perché Lui ha benignamente posato il suo sguardo sull’umiltà della sua ancella, perché colui che è il potente, e il cui nome è santo, ha operato per me tali meraviglie.

L’orgoglioso finisce nella disperazione, e l’ultimo atto di disperazione è il suicidio, ossia il togliersi la vita, perché questa è diventata insopportabile. Gli umili non possono non essere contenti; perché dove non c’è orgoglio non può esserci l’egocentrismo che rende impossibile la gioia. Il canto di Maria ha questa doppia nota: il suo spirito esulta perché Dio ha posato il suo sguardo sulla sua umiltà. Una scatola piena di sabbia non può essere riempita di oro; un’anima colma fino a scoppiare del proprio ego non potrà mai essere riempita di Dio. Non c’è limite da parte di Dio al possesso di un’anima; essa sola può limitare la sua venuta, così come una tendina limita la luce. Quanto più vuota è l’anima, tanto maggiore è in essa lo spazio per Dio. Quanto più grande è la cavità del nido, tanto più grosso è l’uccello che in quella cavità si può sistemare. C’è un rapporto intrinseco tra l’umiltà di Maria e l’Incarnazione in lei del figlio di Dio. È divenuta ora il tabernacolo del re dei cieli, che i cieli non potrebbero contenere. L’Altissimo posa il suo sguardo sull’umiltà della sua ancella. L’umiltà di Maria, da sola, non sarebbe bastata, se colui che è il suo Dio, il suo Signore e Salvatore, non “si fosse umiliato”. Per quanto vuota possa essere la tazza, non può contenere l’oceano.

Le persone sono come le spugne. Come ogni spugna può contenere solo una certa quantità di acqua e poi raggiunge un punto di saturazione, così ogni individuo può ricevere solo una certa quantità di onore. Quando si è raggiunto il punto di saturazione, non è più l’uomo che porta l’onore, ma è l’onore che porta l’uomo. È sempre dopo aver accettato un onore che il ricevente mormora con falsa umiltà: “Signore, non sono degno”. Ma qui, Maria, una volta ricevuto l’onore, invece di ritenersi paga del suo privilegio, si fa serva-infermiera della vecchia cugina e mentre sta prestando l’opera sua eleva un canto in cui si autodefinisce l’ancella del Signore, o meglio ancora la schiava di Dio, una schiava che gli appartiene tutta e che non ha altra volontà che quella di lui. L’altruismo rappresenta la vera personalità. “Non vi era posto nella locanda”, perché la locanda era piena. C’era posto nella stalla, perché là non c’erano degli “ego”, ma solo un bue e un asino. Dio cercava nel mondo un cuore vuoto, ma non un cuore solitario, un cuore che fosse vuoto come un flauto col quale Lui potesse eseguire una melodia, non solitario come un abisso vuoto, che è pieno di morte. E il cuore più vuoto che poté trovare fu quello di una donna. E siccome questo non aveva personalità, Dio lo riempì della sua stessa personalità.

“D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Sono parole miracolose. Come possiamo spiegarle se non con la divinità del figlio suo? Come poteva questa ragazza di campagna che veniva dal disprezzato villaggio di Nazareth e che le montagne della Giudea avvolgevano nell’anonimato, prevedere nelle generazioni future che artisti come Michelangelo e Raffaello, poeti come Sedulius, Cinevulfo, Jacopone da Todi, Dante, Chaucer e Wordsworth, teologi quali Efrem, Bonaventura e l’Aquinate, gente oscura di piccoli villaggi e dotti e grandi avrebbero versato le loro lodi in un’interminabile corrente, celebrandola come il primo amore del mondo… Il figlio suo darà più tardi la legge capace di spiegare il ricordo immortale che si ha di lei: “Chi si umilia sarà esaltato”. L’umiltà davanti a Dio viene ripagata con la gloria davanti agli uomini. Maria aveva fatto voto di verginità e, verosimilmente, escludeva così la possibilità che la sua bellezza fosse tramandata ad altre generazioni. Ed ecco che ora, per virtù di Dio, si vede madre di infinite generazioni, pur rimanendo vergine. Tutti quelli che avevano perduto il favore di Dio mangiando il frutto proibito, la esaltano, perché per mezzo suo rientrano in possesso dell’albero della vita. In tre mesi Maria ha avuto le sue otto beatitudini: ​​“Beata sei tu perché piena di grazia”, aveva detto l’angelo Gabriele. ​​“Beata perché concepirai nel tuo seno il Figlio dell’Altissimo, Dio Stesso”. ​​“Beata sei tu, Vergine Madre, perché: lo Spirito Santo verrà in te e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà.” ​​“Beata sei tu perché fai la volontà di Dio: Si faccia di me secondo la tua parola”. ​​“Beata sei tu perché hai creduto”, disse Elisabetta. ​​“Beato il frutto del tuo grembo (Gesù)”, aggiunse Elisabetta. ​​“Beata sei tu fra le donne”. ​​“Beata sei tu perché si adempirà in te ciò che ti fu detto dal Signore”. Umiltà ed esaltazione furono un tutt’uno in lei: fu umile perché, giudicandosi indegna di divenire la madre del Signore, fece voto di verginità; venne esaltata perché Dio guardando a ciò che Maria credeva fosse il suo niente, ancora una volta creò un mondo dal “nulla”. Beatitudine è felicità. Maria possedeva tutto quanto può rendere veramente felice una persona. Perché per essere felici occorrono tre cose: possedere tutto quanto si desidera; averlo unito in una sola persona che si ama con tutto l’ardore della propria anima; sapere che lo si possiede senza peccare. Maria ebbe tutte e tre le cose. Se suo figlio non avesse voluto che sua madre fosse onorata là dove lui stesso è adorato, non avrebbe mai permesso che queste profetiche parole di lei si adempissero. (…)

“Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.”

Questo brano del Magnificat è il documento più rivoluzionario che sia stato mai scritto, mille volte più rivoluzionario di qualsiasi scritto di Karl Marx.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

LA PIÙ RARA TRA LE VIRTÙ MODERNE: L’UMILTÀ! L’UMILTÀ È LA VERITÀ CIRCA NOI STESSI.

Chiedete a un uomo: “Siete un Santo?”…Se vi risponde affermativamente potete essere ben sicuri che non lo è.

L’umile guarda ai propri errori e non a quelli degli altri: non vede nel suo vicino se non quello che c’è di buono e virtuoso. Non si butta i propri difetti dietro le spalle, ma li ha sempre davanti a sé; sulle spalle porta, in un sacco, i torti del prossimo, per non vederli. Al contrario, l’uomo orgoglioso e superbo si lamenta di tutti e crede che gli sia stato fatto torto oppure che non sia stato trattato come merita. Quando l’umile è trattato malamente, non se ne lamenta, perché sa di essere trattato meglio che a lui non si convenga.

Da un punto di vista spirituale, chi va orgoglioso della propria intelligenza, del proprio talento o della propria voce, e non ne ringrazia mai Dio è un ladro; ha preso i doni di Dio senza riconoscere il Donatore.

Le spighe d’orzo che contengono i grani più ricchi sono quelle che pendono più basse. L’umile non si scoraggia mai, ma l’orgoglioso cade nella disperazione. L’umile ha sempre Dio da poter invocare; l’orgoglioso ha soltanto il suo ego che ha subìto un collasso.

Causa principale dell’infelicità interiore è l’egotismo o egoismo. Colui che si dà importanza vantandosi presenta, in realtà, le credenziali del suo poco valore. L’orgoglio altro non è che il tentativo di creare negli altri l’impressione che siamo ciò che in realtà non siamo.

Quanto sarebbe più felice la gente se invece di esaltare all’infinito il proprio ego lo riducesse a zero! Troverebbe allora il vero infinito mediante la più rara tra le virtù moderne: l’umiltà.

L’umiltà è la verità circa noi stessi. Un buon scrittore non è umile se dice: “Sono uno scribacchino”. Affermazioni simili si fanno soltanto per provocare una smentita, e così procurarsi la lode. Sarebbe invece più umile se dicesse: “Ebbene, quale che sia il mio talento, è un dono di Dio di cui io Lo ringrazio”.

(Fulton J. Sheen, da “Way to Happiness” titolo della vecchia traduzione italiana “Il Sentiero della Gioia”)

Molti di quelli che stanno in Paradiso sono stati, in vita, ubriaconi, adulteri, ladri, gozzovigliatori ecc.., ma non c’è, tra quanti stanno in Paradiso, nessuno che non fosse diventato umile.

Tuttavia, basta parlare di umiltà perché, in molte menti, sorga la credenza che essa consista nel lasciarsi calpestare dal prossimo, o nell’auto-mortificarsi, o che trasformi un uomo in un perfetto esemplare di falsa umiltà.

L’umiltà non è disprezzo di sé, ma la verità circa se stessi accompagnata al rispetto per gli altri; è la dedizione totale di sé al Fine Supremo.

Un uomo alto 1,80 non sarebbe umile se dicesse: “Ma io sono alto 1,30”, perché ciò non corrisponderebbe a verità; né un celebre cantante lirico sarebbe umile se dicesse: “In realtà, io, come cantante, non valgo niente”. Simili ingiurie alla verità sono altrettante testimonianza di orgoglio, invece che di umiltà. In questi casi, l’umiltà consiste nel riconoscimento di questa verità: che i doni per i quali veniamo lodati li abbiamo ricevuti da Dio.

“Che cos’hai tu che non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché gloriartene come se non l’avessi ricevuto?” (San Paolo).

La lode mette in imbarazzo la persona umile perché questa sa che la sua voce, il suo ingegno, la sua forza le sono stati dati da Dio. Quando le labbra degli uomini esaltano l’umile, questi le trasferisce a Dio. L’umile riceve la lode come una finestra riceve la luce, non mai per possederla o per tesorizzarla, ma per trasferirla, mediante un rendimento di Grazie, tutt’intera a Dio che lo ha così dotato di certi beni…

La vita deve ispirarsi a quella qualità morale la quale riconosce che la ricchezza, la salute, la sapienza e, soprattutto, la Fede, sono doni di Dio che crescono e s’intensificano dove si possegga uno spirito di gratitudine. Noi lottiamo per il meglio, ma “le cose migliori della vita sono doni”, ossia le abbiamo ricevute…

Poiché noi siamo i recipienti dei doni, l’umile è reverente e grato a Dio.

L’uomo orgoglioso conta i ritagli dei giornali che parlano di lui; l’uomo umile conta le grazie ricevute.

(Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

IL NATALE DI CRISTO, LA NASCITA DEL DIO-UOMO, È LA FESTA DEI BAMBINI E DEGLI ADULTI CHE RITORNANO AD ESSERLO

-Solo il cuore umile scopre la grandezza di Dio-

Il mondo, sempre incline a riconoscere la forza, non riesce mai ad afferrare in pieno il paradosso per cui solo i bambini sanno scoprire la grandezza dell’universo, e solo gli umili di cuore riescono a scoprire la grandezza di Dio. Il mondo non impara questa lezione perché confonde piccolezza con debolezza, l’infanzia con l’infantilismo, e l’umiltà col complesso di inferiorità. Immagina il potere solo in termini di forza fisica, e la sapienza solo in rapporto alla vana cultura dello spirito del giorno. Dimentica che una grande forza morale si può nascondere nella debolezza fisica, così come l’Onnipotenza venne avvolta strettamente nelle fasce; e che la grande saggezza si può trovare nella fede semplice, così come la Mente eterna si trovò nella persona di un Bambino. Ecco la forza, quella forza davanti alla quale tremano gli angeli, la forza cui s’inchinano le stelle, la forza di fronte alla quale persino il trono di Erode tremò di paura. È la forza di quel tremendo Amore divino che tutto affrontò pur di convincerci riguardo alla misura di Dio rispetto a ciò che è veramente grande e alto.

Ma la Sua legge dev’essere la nostra fatica eterna dove Lui si compiacque di cominciare la Sua, vale a dire dal più basso e umile gradino, che è il punto di partenza verso ciò che è più alto e più potente. Come successe che Dio stesso discese fin giù all’infanzia, facendo di essa il primo passo verso il trionfo eterno, così dobbiamo scendere dal nostro orgoglio ignorante al livello di ciò che siamo ai Suoi occhi. “Se non diventerete come i bambini, – Egli ci dice esplicitamente, – non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3).

Diventare bambini significa semplicemente acquistare umiltà, vale a dire rendere chiaro ogni giudizio su noi stessi, riconoscere l’immensa differenza che passa tra la nostra povera vita e quella eterna che ci attende, ammettere la nostra debolezza, la nostra fragilità, le nostre colpe, la meschinità di tutto ciò che oggi facciamo, e insieme la forza e la sapienza che diventeranno nostre, purché siamo abbastanza umili per inginocchiarci davanti a un Bambino adagiato sulla paglia di una mangiatoia, e per confessare che Lui è il nostro Signore, la nostra Vita, il nostro Tutto.

Così la nascita del Dio-Uomo è la festa dei bambini, il giorno in cui gli anni retrocedono e le rughe del volto sono spianate dal tocco di una mano rigeneratrice, nel quale i superbi diventano bambini, i grandi piccoli, e tutti trovano il loro Dio…Chiniamo tutti il capo ed entriamo nella grotta; spogliamoci della sapienza mondana, dell’orgoglio, di ogni apparente superiorità, e di fronte all’insondabile mistero dell’umiliazione del Figlio di Dio, cerchiamo di farci piccoli. In questa veste, avviciniamoci alle ginocchia della più amabile donna del mondo, della donna che, sola tra tutte, è ornata della rosa rossa della maternità e di quella candida della verginità, della donna che, dando alla luce il Signore, divenne la Madre degli uomini; e chiediamole di insegnarci a servire Dio, ad amarlo e a pregarlo.

E dopo avere chiesto a Maria che ci insegni a pregare, ci rivolgeremo a Gesù, e se non abbiamo perduto quella nostra parte d’infanzia che sola ci può far scoprire i segreti dell’Infinito, Gli rivolgeremo una delle domande più importanti del mondo. Non gli chiederemo di svelarci i misteri dell’atomo, né vorremo sapere se lo spazio è curvo, o se la luce è un’onda, ma Gli chiederemo ciò che prova il re del cielo a vivere come un bambino su questa nostra povera terra. Se saremo ancora piccoli abbastanza per fare tutto questo intorno a un Presepio dove frusciarono e rombarono “inimmaginabili ali intorno a una incredibile stella”, allora sapremo scoprire l’Infinito; se saremo abbastanza umili per andare da Colui che non possiede una casa, troveremo la nostra casa; se saremo abbastanza semplici per diventare bambini, rinascendo nonostante i molti anni d’età, allora scopriremo la Vita che resiste quando il tempo ha finito di esistere.

Per alcuni Egli viene quando il loro cuore non contiene alcun attaccamento terreno; per altri viene quando il corpo avido esprime l’avidità dello spirito: per altri quando la gioia li avvolge nel suo abbraccio esclusivo; per altri quando il mondo, usato come un bastone per sorreggersi, ha ferito le loro mani; per altri viene soltanto quando hanno le guance bagnate di lacrime, perché Lui le asciughi. Ma per tutti e per ciascuno Egli viene con la dolcezza delle sue vie: Lui stesso, il Cristo; nella Messa del Cristo; nel Natale.

(Fulton J. Sheen, da “L’Uomo di Galilea” edizioni Fede e Cultura)

L’umiltà non è disprezzo di sé, ma la verità circa se stessi accompagnata al rispetto per gli altri; è la dedizione totale di sé al Fine Supremo.

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Molti di quelli che stanno in Paradiso sono stati, in vita, ubriaconi, adulteri, ladri, gozzovigliatori ecc.., ma non c’è, tra quanti stanno in Paradiso, nessuno che non fosse diventato umile.

Tuttavia, basta parlare di umiltà perché, in molte menti, sorga la credenza che essa consista nel lasciarsi calpestare dal prossimo, o nell’auto-mortificarsi, o che trasformi un uomo in un perfetto esemplare di falsa umiltà.

L’umiltà non è disprezzo di sé, ma la verità circa se stessi accompagnata al rispetto per gli altri; è la dedizione totale di sé al Fine Supremo.

Un uomo alto 1,80 non sarebbe umile se dicesse: “Ma io sono alto 1,30”, perché ciò non corrisponderebbe a verità; né un celebre cantante lirico sarebbe umile se dicesse: “In realtà, io, come cantante, non valgo niente”. Simili ingiurie alla verità sono altrettante testimonianza di orgoglio, invece che di umiltà. In questi casi, l’umiltà consiste nel riconoscimento di questa verità: che i doni per i quali veniamo lodati li abbiamo ricevuti da Dio.

“Che cos’hai tu che non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché gloriartene come se non l’avessi ricevuto?” (San Paolo).

La lode mette in imbarazzo la persona umile perché questa sa che la sua voce, il suo ingegno, la sua forza le sono stati dati da Dio. Quando le labbra degli uomini esaltano l’umile, questi le trasferisce a Dio. L’umile riceve la lode come una finestra riceve la luce, non mai per possederla o per tesorizzarla, ma per trasferirla, mediante un rendimento di Grazie, tutt’intera a Dio che lo ha così dotato di certi beni…

La vita deve ispirarsi a quella qualità morale la quale riconosce che la ricchezza, la salute, la sapienza e, soprattutto, la Fede, sono doni di Dio che crescono e s’intensificano dove si possegga uno spirito di gratitudine. Noi lottiamo per il meglio, ma “le cose migliori della vita sono doni”, ossia le abbiamo ricevute…

Poiché noi siamo i recipienti dei doni, l’umile è reverente e grato a Dio.

L’uomo orgoglioso conta i ritagli dei giornali che parlano di lui; l’uomo umile conta le grazie ricevute.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”.)

CHI PUÒ INCONTRARE E SCOPRIRE DIO? CHI E’ UMILE.

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Nostro Signore Gesù non è nato sotto l’ampia volta del cielo, dove gli uomini possono camminare a testa alta, ma in una grotta, in cui solo curvandosi e inchinandosi è possibile entrare. Questo abbassarsi è il gesto dell’umiltà.

Certe menti sono troppo orgogliose per sapersi abbassare, e così perdono la Gioia che li attende nella grotta.

I Pastori ed i Magi erano abbastanza umili per volersi inchinare, e dopo che si furono abbassati scoprirono di non essere affatto in una grotta, bensì in un mondo nuovo in cui si trovava una mirabilissima Donna, alla quale il sole incoronava la fronte e la luna faceva da sgabello ai piedi, che reggeva fra le braccia il Bambino le cui minuscole Dita sorreggono la terra intera che ci ospita.

Ed allorché i pastori ed i Magi si inginocchiarono per adorare, io mi domando se furono i sapienti ad invidiare i semplici, o i semplici ad invidiare i sapienti. Credo fossero i Magi ad invidiare i pastori, perché il cammino di questi era stato molto più breve e non avevano impiegato tanto tempo a scoprire quella Sapienza che è Dio.

Le anime semplici come quelle dei Pastori trovano Dio, perché sanno di non sapere nulla; le anime veramente sapienti come quelle dei Magi trovano Dio perché sanno di non sapere ogni cosa.

(Beato Fulton J. Sheen, da “L’Uomo di Galilea”)

L’uomo orgoglioso conta i ritagli dei giornali che parlano di lui; l’uomo umile conta le grazie ricevute.

L’ uomo orgoglioso conta i ritagli dei giornali che parlano di lui; l’uomo umile conta le grazie ricevute.

La lode mette in imbarazzo la persona umile perché questa sa che la sua voce, il suo ingegno, la sua forza le sono stati donati da Dio. Quando le labbra degli uomini esaltano l’umile, questi le trasferisce a Dio. L’umile riceve la lode come una finestra riceve la luce, non mai per possederla o per tesorizzarla, ma per trasferirla, mediante un rendimento di Grazie, tutt’intera a Dio che lo ha così dotato di certi beni.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”.)