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SIETE GIÀ IN PARADISO O ALL’INFERNO: L’INFERNO E IL PARADISO COMINCIANO QUI IN QUESTA VITA! “Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà”

Un verso di una canzone popolare dice: «Sono in paradiso quando sono accanto a te». Per capire il paradiso, benché sia nell’eternità, dobbiamo iniziare parlando del tempo. Il paradiso è al di fuori del tempo, ma dobbiamo servirci del tempo per raggiungerlo. Sembra quasi un paradosso. Nessuno di noi vuole davvero una specie di esistenza senza fine su questa terra. Se fosse possibile per noi vivere 400 anni con qualche nuovo genere di vitamine, pensate che le ingeriremmo tutti? Giungerebbe di sicuro un momento in cui vorremmo morire.

Siete mai stati in un posto dove eravate assolutamente sicuri di voler passare ogni giorno della vostra vita? Non è poi così probabile. La mera estensione del tempo per molti di noi diventerebbe una maledizione piuttosto che una benedizione. Avete mai notato che nei momenti più felici l’eternità sembrava discendere nella vostra anima? Tutte le grandi ispirazioni sono senza tempo, dandoci qualche assaggio del Cielo. A Mozart, una volta, venne chiesto quando ricevesse l’ispirazione per la sua grande musica. Disse che vedeva tutto in una volta: prima c’erano grande luce e calore, quindi la successione delle note. Quando preparo una conversazione o un programma o inizio a scrivere un libro, giunge un momento in cui dall’inizio si intravede il punto d’arrivo. L’eternità è nella mente e il tempo è alla fine della penna, ma le parole non escono abbastanza velocemente. A Jean-Baptiste Henri Lacordaire, il grande predicatore francese, una volta fu chiesto se avesse completato i suoi celebri sermoni da tenere nella cattedrale di Notre Dame. Rispose: «Sì, li ho finiti. Tutto ciò che mi resta da fare adesso è scriverli».

Ciascuno fa esperienza di qualche debole accenno di immortalità, come ha scritto Wordsworth, in ciò che avviene dopo la morte. Ci sono così tanti uomini che tentano di immunizzarsi dal pensiero dell’eternità. Indossano degli impermeabili a prova di Dio per non lasciarsi bagnare dalle gocce della sua grazia. Mettono a tacere l’eterno. Mi chiedo se qualcuno lo abbia mai descritto meglio di T.S. Eliot in “Gli uomini che si allontanarono da Dio” (nei Cori da «La Rocca», 3). È un poema su coloro che intasano il proprio tempo di ogni cosa senza mai concedere un momento allo straniero che ogni giorno bussa alle porte della loro anima, lo straniero che turba il loro sonno, poiché di notte fanno sogni di immortalità. Questo straniero è colui che porta l’eternità nella vostra anima. Benché viviamo nel tempo, è l’unica cosa che rende impossibile la felicità. Vivendo nel tempo non potete combinare i vostri piaceri e gioie. Essendo nel tempo, non potete marciare con Napoleone e con Cesare insieme. Non potete sedervi a prendere il tè con Orazio, Dante e Alexander Pope. Poiché siete nel tempo, non potete fare contemporaneamente sport estivi e invernali. Il tempo esige che godiate dei vostri piaceri in momenti distinti. Il tempo non solo ve li offre, ma ve li toglie anche. A meno che non esaminiate le vostre esperienze e intuizioni psicologiche, scoprirete che i vostri momenti più felici sono quelli in cui non vi accorgete più del passare del tempo.

Quando siete a scuola o in ufficio guardate l’orologio perché non vi divertite. Forse quando assistete a un concerto o vi godete una conversazione con un amico, magari state leggendo, ed esclamate: «Come passa il tempo!». Meno ve ne accorgete, più godete. È un’immagine di ciò che dev’essere il Cielo, fuori dal tempo, quando potete possedere tutte le gioie e ciascuna nello stesso pieno istante. Dovete servirvi del tempo per raggiungere il Cielo.

Spesso pensiamo al Cielo come se fosse “là fuori” e ne delineiamo ogni genere di immagini irreali. Poiché pensiamo al paradiso e all’inferno come qualcosa che ci accade alla fine del tempo, tendiamo a posticiparli. Di fatto, il Cielo non è là fuori: è qui. L’inferno non è laggiù: può essere dentro un’anima. Non è come morire e solo dopo andare in paradiso o all’inferno: siete già in paradiso o all’inferno. Ho incontrato gente che era all’inferno e sono certo che sia capitato anche a voi.

Ricordo di aver assistito un uomo in ospedale, chiedendogli di far pace con Dio. Disse: «Immagino che secondo lei io stia andando all’inferno». «No», gli dissi, «non intendo questo». «Bene», disse lui, «io voglio andare all’inferno!». Gli ho detto: «Non ho mai incontrato un uomo che volesse andare all’inferno, dunque penso che mi siederò qui e la vedrò andare». Non intendevo lasciar passare il tempo senza fare nulla, ma ero assolutamente certo che in pochi minuti avrebbe potuto cambiare prospettiva; così, mi sedetti da solo con lui per venti minuti. Lo vedevo andare incontro a una sorta di lotta interiore. Mi disse: «Lei crede davvero che ci sia un inferno?». Gli dissi: «Nel suo intimo si sente infelice? Ha paura? Prova spavento e angoscia? Le si presentano davanti tutte le cattive azioni della sua vita come fantasmi?». Di lì a poco si riconciliò con Dio.

Ho visto persone con il paradiso dentro di loro. Se volete mai vedere il paradiso in un bambino, guardatelo nel giorno della prima Comunione. Se volete vedere quanto amore c’è in paradiso, guardate una sposa e uno sposo all’altare nel giorno della Messa nuziale. Il Cielo è lì perché c’è l’amore. Ho visto il paradiso in una suora missionaria che si donava tra i lebbrosi. La bellezza di una persona simile non era esteriore, era una sorta di amore imprigionato all’interno, che voleva rompere le barriere della carne per manifestarsi al di fuori. Il paradiso è qui, come l’inferno può essere in alcune anime. Il paradiso è vicinissimo a noi perché ha a che fare con una buona vita come la ghianda che diventa quercia.

Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà. Il paradiso ha a che fare con una vita buona e virtuosa nello stesso modo in cui la conoscenza ha a che fare con lo studio: l’una segue necessariamente l’altro. L’inferno deriva da una vita malvagia così come la corruzione deriva dalla morte: l’una segue necessariamente l’altra. Il paradiso non è lontano; inizia qui, ma non finisce qui. Ne abbiamo pallidi scorci qua e là.

Se rimandiamo il pensiero del Cielo fino al momento della morte, saremo molto simili agli israeliti che vagavano nel deserto. I poveri ebrei erano a circa undici giorni dalla Terra Promessa. Ci volevano solo tre settimane per viaggiare dall’Egitto alla Terra Promessa, ma, per via della loro disobbedienza, delle loro mancanze e deviazioni e ribellioni contro Mosè, impiegarono quarant’anni, che rappresentano il cammino di molte delle nostre vite: facciamo progressi e poi ricadiamo indietro. Grazie al cielo abbiamo un Signore misericordioso che ci perdona settanta volte sette! È necessario il tempo per conquistare il paradiso, ma non è il lasso di tempo in sé a portarci lì: è il modo in cui viviamo e moriamo.

(Fulton J. Sheen da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita. Vol. 2” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO. QUI SOTTO IL LINK SE VOLETE ACQUISTARLO:
https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere-vol-2/

-IL DIAVOLO- IL VIDEO DELLA STRAORDINARIA CATECHESI DI FULTON SHEEN CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO… DA NON PERDERE! BUONA VISIONE!

-IL DIAVOLO-

IL VIDEO DELLA STRAORDINARIA CATECHESI DI FULTON SHEEN CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO… DA NON PERDERE! BUONA VISIONE!

Per il testo della traduzione cliccare qui: ://amicidifultonsheen.wordpress.com/2021/03/23/la-catechesi-profetica-di-fulton-sheen-lanticristo-lazione-del-diavolo-nella-chiesa-e-sulle-anime-il-concilio-vaticano-le-divisioni-allinterno-della-chiesa/

NON È LA CONOSCENZA CHE CI SALVA, MA L’IGNORANZA! «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»

Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». (Lc. 23,33-34)

Perdonarli? Perché? Perché se non fossero stati ignari di quanto terribile fosse quell’azione che stavano commettendo, crocifiggendo
Cristo, sarebbero stati dannati eternamente! È solo grazie alla loro inconsapevolezza della
gravità del crimine che stavano commettendo che poterono rientrare nell’ambito di coloro
che udirono quel grido dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!

Non vi è redenzione per gli angeli caduti; quei grandi spiriti capeggiati dal «Portatore della
luce», Lucifero, dotato di un’intelligenza tale che la nostra, comparata alla sua, sembrerebbe quella di un bambino, conoscevano così chiaramente le conseguenze di ogni loro decisione, quanto noi sappiamo che due più due fa quattro. Il prendere una decisione era per loro una cosa irrevocabile; non vi era nessuna possibilità di tornare indietro, per questo per gli angeli non vi può essere redenzione. Poiché sapevano ciò che facevano furono esclusi dal numero di coloro che ascoltarono il grido di perdono che veniva dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!

Allo stesso modo, se noi sapessimo che cosa terribile sia il peccato e, malgrado ciò,
continuassimo a peccare; se sapessimo quanto amore vi è nell’incarnazione e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di nutrirci del Pane di Vita; se sapessimo quanto amore espiatorio ci sia stato nel sacrificio sulla croce e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di riempire il calice del nostro cuore con il suo amore; se sapessimo quanta misericordia vi sia nel sacramento della penitenza e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di piegare il ginocchio davanti alla mano che ha il potere di sciogliere i nostri peccati sia in cielo che in terra; se sapessimo quanta vita ci sia nell’Eucaristia e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di mangiare il Pane che dà la vita eterna e rifiutassimo di bere il Vino che genera e alimenta i vergini; se conoscessimo tutta la verità che si trova nella Chiesa, il Corpo Mistico di Cristo e, malgrado ciò, le voltassimo le spalle come fece Pilato; se fossimo consapevoli di tutte queste cose e tuttavia rimanessimo lontani da Cristo e dalla sua Chiesa, saremmo perduti!

Non è la conoscenza che ci salva, ma l’ignoranza! L’unica cosa che può giustificarci di non essere dei santi è la nostra inconsapevolezza di quanto Buono sia Dio!

(Fulton J. Sheen, da “Le Ultime Sette Parole”)

Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17)

Le prediche sulle fiamme dell’inferno suscitano la paura, ma se lo Spirito Santo non è con il predicatore sarà una paura servile, non filiale. Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17).

Ebbene, che cosa fa nelle anime questa spada dello Spirito?

Intensifica il conflitto tra il corpo e l’anima, tra lo spirito del mondo e lo spirito di Cristo. “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12).

I peccatori si liberano nella contrizione per mezzo dello Spirito; scorgono la guerra civile che si combatte nella loro anima mediante lo Spirito; lo Spirito rivela loro i peccati più reconditi, che speravano nessuno avrebbe mai scoperto; lo Spirito mostra che l’uomo è una creatura caduta, bisognosa di aiuto dall’alto. Lo Spirito farà sì che gli atei si ricredano del loro scetticismo.

Nessun male si può crocifiggere prima che sia stato riconosciuto, diagnosticato e messo in luce. L’«io» si camuffa in tante e così diverse maniere che solo lo Spirito può costringerlo a rivelare il suo vero carattere peccaminoso.

Un Sacerdote in possesso dello Spirito di Cristo porterà un peccatore alla confessione laddove un Sacerdote che ne sia privo fallirebbe. Rimproverare un peccatore nel confessionale può voler dire allontanarlo per sempre, mentre sollevandolo nello Spirito di Cristo si farà di lui un vero penitente. Anche un Sacerdote poco dotato di eloquenza può, per mezzo dello Spirito di Cristo, dare alle sue parole un’efficacia che va oltre la sua scarsa oratoria.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

DUBITARE DEL PERDONO DI DIO È FARE IL PRIMO PASSO VERSO L’INFERNO!

Il peccato che non emerge in modo dovuto nella confessione, e che quindi non può essere debitamente lavato dalla contrizione e dall’assoluzione, emerge spesso anormalmente in complessi, come la mania di persecuzione, l’ipercritica, il bisogno di evadere attraverso i piaceri. Una siffatta condizione può facilmente condurre alla disperazione. Allora il diavolo, giubilante, piomba sulla sua preda.

L’Apocalisse (12, 10) chiama il demonio «l’accusatore dei fratelli». Prima che commettiamo il peccato, Satana ci assicura che è una cosa da niente; dopo, ci persuade che è una cosa imperdonabile. Prima del peccato, si presenta come l’amico che spinge l’uomo alla rivolta; dopo, opprime l’anima con la falsa convinzione che la liberazione è impossibile. Dubitare del perdono è fare il primo passo verso l’inferno.

Le Scritture ci narrano che Esaù non trovò un luogo di pentimento, pur avendolo cercato piangendo. Le lacrime di rimorso, anziché di contrizione, sono inutili come lo furono quelle versate da Saul sulla perdita della regalità, da Giuda sulla perdita dell’apostolato, da Esaù sulla perdita del diritto di primogenitura. Ma lo Spirito Santo vede la colpa in relazione al Calvario per spingerci a sperare e perdonarci, perché su quel monte noi udiamo il grido di Cristo: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34).

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

Non possiamo amare il peccato durante la vita e iniziare ad amare la virtù alla morte. Raccoglieremo nell’eternità solo ciò che abbiamo seminato sulla terra.

Non possiamo amare il peccato durante la vita e iniziare ad amare la virtù alla morte. Le gioie del Paradiso sono la continuazione delle gioie cristiane sulla terra. Non sviluppiamo una nuova serie di amori con il nostro ultimo respiro. Raccoglieremo nell’eternità solo ciò che abbiamo seminato sulla terra.

Quindi non lasciamo che i nostri presunti moderni, i quali accumulano peccato su peccato, pensino di poter insultare Dio finché la loro vita non sia finita e quindi aspettarsi un contratto di vita eterna in una delle dimore del Padre.

Colui che andò in Paradiso con una Croce intendeva che tu dovessi andarci peccando?

(Beato Fulton J. Sheen, da “The Seven Virtues”)

Quanto più si nega la Fede nel Giudizio Divino, in una vita futura, nel paradiso e nell’inferno, nonché in un ordine morale, tanto più saldamente l’ego si afferma sovrano come la fonte della propria moralità.

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Quanto più si nega la Fede nel Giudizio Divino, in una vita futura, nel paradiso e nell’inferno, nonché in un ordine morale, tanto più saldamente l’ego si afferma sovrano come la fonte della propria moralità. Ogni persona si erge a giudice di se stessa. Aumentando questo egoismo, le pretese di autosoddisfazione diventano sempre più imperiose, e gli interessi della comunità e i diritti altrui suscitano sempre minore rispetto.

Il peccato è sempre egocentrico, mentre l’amore è altruismo e parentela. Il peccato è l’infedeltà dell’uomo secondo l’immagine di ciò che egli dovrebbe essere nella sua eterna vocazione di figlio adottivo di Dio: l’immagine che Dio vede in se stesso quando contempla il suo Verbo.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

LIBERTÀ E RESPONSABILITÀ: l’inferno è una garanzia per la libertà umana.

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Se siamo liberi, siamo responsabili; se non siamo responsabili, non siamo liberi.

Il ghiaccio non è libero, e quindi non è colpa sua se si scioglie; l’uomo è libero, e quindi dev’essere tenuto responsabile di tutti i suoi pensieri e desideri, e di tutte le sue azioni.

L’inferno è una garanzia per la libertà umana, pur ammettendo che sia una garanzia negativa. Esso sta almeno a significare che un uomo può essere tanto libero da determinare liberamente le proprie condizioni per tutta l’eternità.

L’uomo è investito del regale potere di scelta e data questa facoltà non può essere spinto al peccato da nessuna forza sociale, a meno che non vi acconsenta volontariamente.

Santo Stefano, mentre lo lapidavano, pregò così: “Signore, non imputare a loro questo peccato”. Tre anni dopo, San Paolo, nel ricordare la lapidazione di Stefano, disse: “C’ero anch’io ad approvare”.

Il Cielo stesso ha garantito la libertà umana quando ci ha assicurato il Giudizio Finale.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

NON TUTTI I CATTOLICI ANDRANNO IN PARADISO! Perché alcuni cattolici si perdono?

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Perché alcuni cattolici si perdono?

Primo, nessuno si separa dal Corpo Mistico di Cristo per vivere una vita più santa. Secondo, nessuno si allontana dalla Chiesa per dei dubbi sul Credo, ma per delle difficoltà riguardo i Comandamenti…

A questo mondo, nulla è più difficile ad essere capito, da coloro che vivono nel peccato, della Verità di Cristo vivente nel Suo Corpo Mistico. Ma, appena voltate le spalle al peccato, la Verità riappare in tutta la sua chiarezza.

Un ladro non ama la luce quando si accinge a rubare; l’uomo che conduce una vita di peccato, odia Cristo, Luce del Mondo.

Quando Dio punisce, ci lascia soli; e nulla vi è di più terribile al mondo che vivere soli con noi stessi. È il nostro “Ego” che brucia nell’inferno.

Coloro che sono fuori dalla Chiesa a causa di un cattivo matrimonio, soffrono di un’ansietà e un timore noti solo a quelli che non ricevettero mai la Santa Comunione. Essi si sentono delusi di ciò che hanno e, come Giuda, si accorgono di aver pazzamente venduto Gesù per un nulla. Il loro piacere diminuisce sensibilmente, gli anni passano, il corpo perde la sua bellezza. Essi hanno ciò che potrebbe definirsi la “grazia oscura”; quel senso di solitudine proprio di chi è separato da Dio. La “Grazia bianca” è la presenza di Dio nell’anima. La “Grazia nera” è la sensazione della sua assenza, l’impressione di essere “senza Dio”. Ogni volta che un uomo cade e si allontana da Dio, cade in se stesso. Ciò avviene quando il suo “Ego” diventa insopportabile.

Una cosa è certa: la nostra Fede non impedisce a una persona di peccare, non la rende impeccabile, ma toglie al peccato anche quelle gioie amare che potrebbe donare a chi lo commette. La coscienza inquieta diviene un po’ come il mal di denti che ripeta: “Vai dal dottore!”. Il rimorso e l’inquietudine sussurrano molesti: “Questa non è la strada che conduce alla pace; torna, torna a Dio!”.

Io scongiuro tutti coloro che lasciarono la Casa del Padre a voler tornare! Il nostro amore vi spalanca la porta, ve la tiene aperta ad ogni ora.

Gesù, il Buon Pastore, vuole che torniate!

La Madonna vuole che torniate! Ella sa che cosa voglia dire stare senza Gesù, perché Lo perse per tre giorni.

Gesù Vuole che torniate! Vi aspetta nel Suo Tabernacolo, perché Egli sospira di ridarvi il bacio che vi aveva dato nel giorno della vostra prima Comunione.

Vi attende nel Confessionale! Non potreste mai chiamare Gesù col dolce nome di Salvatore, se non aveste mai peccato.

Non disperate mai, mai! Finché non siate diventati infinitamente cattivi e il Signore abbia cessato di essere infinitamente Buono e Misericordioso. Non dovete mai disperarvi!

Vi sono del resto due vie per conoscere la Bontà di Dio: la prima è quella di non perderLo; l’altra è quella di ritrovarLo dopo averLo perduto. Sia almeno questa la vostra via, quella del ritorno.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 12 Marzo 1950”)

PERCHÉ I MODERNI NEGANO L’INFERNO?

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Perché i moderni negano il peccato. Se negate la colpevolezza umana, voi dovete negare anche il diritto d’uno stato a giudicare un criminale, e inoltre il diritto di condannarlo alla prigione. Una volta che voi negate la sovranità della legge, dovete necessariamente negare la punizione. Una volta negata la sovranità di Dio, si deve negare anche l’inferno. […]

La ragione basilare per la quale i moderni non credono nell’inferno consiste nel fatto che essi realmente non credono nella libertà del volere e nella responsabilità. Credere nell’inferno è affermare che non sono indifferenti le conseguenze delle buone e delle cattive azioni. […] È tanto difficile costruire una nazione libera,senza giudici e senza prigioni, quanto è difficile costruire un mondo libero, senza giudizio e senza inferno.

Uno stato non può esistere sulla base di un cristianesimo liberale che nega il contenuto di quelle parole che dirà Cristo nel giudizio finale: “Via da me, voi maledetti, nel fuoco eterno, che fu preparato per il demonio e i suoi seguaci” (S. Matteo, 25, 41). […]

I moderni negano l’inferno anche perché hanno timore della propria coscienza.

Avete mai osservato che i santi temono l’inferno; ma non lo negano mai; mentre i grandi peccatori negano l’inferno; ma non lo temono mai?

I moderni si costruiscono un credo secondo il modo con cui vivono; piuttosto che costruirsi un modo secondo cui vivere. Il demonio non è mai tanto forte come quando riesce a indurre i materialisti e gli scettici a dipingerlo con le vesti rosse, una coda attorcigliata e un lungo forcone in mano, è come se avesse fatto dimenticare per sempre la verità profonda e tremenda che egli è un angelo decaduto.

I moderni che non vivono in accordo con la propria coscienza, hanno bisogno d’una religione che abbia questi caratteri: una religione senza Croce, un Cristo senza Calvario, un regno senza Giustizia, una comunità con un “gentile ecclesiastico che non nomina mai l’inferno, per non urtare le orecchie delicate”.

Coloro che dicono di essere Cristiani, o che limitano il cristianesimo al discorso del monte, sono invitati a non dimenticare che Nostro Signore chiude quel discorso, che occupa i capi quinto, sesto e settimo del vangelo di Matteo, con queste parole: “Ogni albero che non fa buon frutto, è tagliato e gettato nel fuoco. Voi li conoscerete dunque dai frutti. Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno nel giorno del giudizio: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato in nome tuo e in nome tuo non abbiamo cacciato i demoni, e fatto in nome tuo molte opere potenti? E io allora dirò loro apertamente: Io non vi conobbi mai. Andatevene da me, voi tutti operatori d’iniquità” (7, 19-23).

Nel vangelo di San Marco poi si legge: “Se la tua mano ti fa cadere in peccato, mozzala; è meglio per te entrare monco nella vita, che avere due mani e andare nella Geenna, dove il verme (del rimorso) non muore e il fuoco non si spegne. E se il tuo piede ti fa cadere in peccato, mozzalo. È meglio per te entrare zoppo nella vita che avere due piedi ed essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti fa cadere in peccato, cavatelo. È meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che averne due ed essere gettato nella Geenna, dove il verme non muore e il fuoco non si estingue” (9, 42-48). […]

In ultima analisi, le anime vanno all’inferno per questa unica ragione: perché si rifiutano di amare. Se le anime vanno all’inferno perché trasgrediscono i comandamenti di Dio, in qual modo esse si rifiutano di amare? Dio non proibisce la menzogna, l’assassinio, l’impurità, l’adulterio per divertire se stesso. Questi non sono comandamenti arbitrari. Egli proibisce queste azioni, perché esse fan del male a noi: perché esse sono un segno del nostro anti-amore. […]

Come il Paradiso è l’eterna benedizione guadagnata da chi s’è spogliato del proprio egoismo e s’è rivestito di amore, così l’inferno è l’eterna maledizione, guadagnata da chi s’è fatto pienamente auto-centrista e detestabile. IL PARADISO È COMUNITÀ; L’INFERNO È SOLITUDINE.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Vi presento la religione”; titolo originale: A Preface to Religion, 1950; traduzione dall’inglese di Antonio Cojazzi, Torino, Borla Editore, 1952, pp. 133-136):