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-LA MESSA INIZIA CON IL CONFITEOR-PERDONARE NON SIGNIFICA NEGARE LA TERRIBILE REALTÀ DEL PECCATO

LA MESSA INIZIA CON IL CONFITEOR:

«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno»

La Messa ha inizio con il Confiteor, una preghiera in cui confessiamo i nostri peccati e chiediamo alla Beata Madre e ai santi di intercedere presso Dio per la nostra colpevolezza, perché solo i puri di cuore vedranno Dio. Nostro Signore stesso inizia la sua Messa con il Confiteor, ma il suo è diverso dal nostro perché Lui non ha peccati da confessare. È Dio, quindi è senza peccato. «Chi di voi può dimostrare che ho peccato?» (Gv 8,46). Di conseguenza il suo Confiteor non può essere una preghiera per il perdono dei suoi peccati, ma dei nostri.

Altri avrebbero urlato, imprecato, si sarebbero dimenati mentre i chiodi trapassavano loro mani e piedi. Invece, nel cuore del Salvatore non c’è posto per lo spirito di rivalsa, nessuna minaccia di vendetta esce dalle sue labbra verso i suoi assassini, neanche la preghiera di ottenere la forza per sopportare il dolore. L’amore incarnato dimentica l’ingiuria, la sofferenza, e al culmine dell’agonia rivela qualcosa dell’altezza, della profondità e dell’ampiezza dello straordinario amore di Dio, pronunciando il suo Confiteor: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Non ha detto: «Perdonami», ma «Perdona loro».

Il momento della morte era certamente il più propizio per riconoscere i propri peccati, poiché nell’ultimo solenne istante la coscienza afferma la propria autorità; eppure, non esce un gemito di penitenza dalle sue labbra. Egli è stato associato ai peccatori, ma mai al peccato. Nella morte come nella vita non è stato consapevole di un solo dovere incompiuto verso il Padre celeste. E perché? Perché un Uomo senza peccato non è un uomo, è più di un semplice uomo. Egli è senza peccato perché è Dio, ecco la differenza. Noi leviamo la nostra preghiera dall’abisso della consapevolezza di peccare: Egli innalza il suo silenzio dalla propria, intrinseca, assenza di peccato. Quella sola parola, «perdona», testimonia che Lui è il Figlio di Dio.

NON C’È POSSIBILITÀ DI SALVEZZA PER GLI ANGELI CADUTI MA PER NOI È DIVERSO

Si noti il motivo per cui Gesù Nostro Signore chiede al Padre celeste di perdonarci, «perché non sanno quello che fanno». Quando qualcuno ci offende o ci accusa ingiustamente, diciamo: «Avrebbero dovuto saperlo!». Invece, quando pecchiamo contro Dio, Egli trova nella nostra ignoranza la giustificazione per i nostri peccati.

Non c’è redenzione per gli angeli caduti. Le gocce di sangue versate dalla croce il Venerdì Santo, in quella Messa di Cristo, non hanno toccato lo spirito degli angeli caduti. Perché? Perché erano consapevoli di quanto stavano facendo. Vedevano tutte le conseguenze delle loro azioni, così chiaramente come noi vediamo che due più due fa quattro, o che una cosa non può allo stesso tempo esistere e non esistere. Non si torna indietro una volta colto questo genere di verità, poiché sono irrevocabili ed eterne. Pertanto, decidendo di ribellarsi a Dio onnipotente, hanno preso una decisione senza ritorno. Sapevano ciò che facevano!

Ma nel nostro caso è diverso. Noi non vediamo le conseguenze delle nostre azioni altrettanto chiaramente; siamo deboli, ignoranti. Però, se ci rendessimo conto che ogni peccato di orgoglio ha intrecciato una corona di spine sulla testa di Cristo; se ci rendessimo conto che ogni volta che contraddiciamo la sua divina volontà innalziamo per lui il segno della contraddizione: la croce; se ci rendessimo conto che ogni atto di avarizia ha inchiodato le sue mani e ogni vagabondaggio nei sentieri del peccato ha trafitto i suoi piedi; se ci rendessimo conto della bontà di Dio, eppure continuassimo a peccare, non saremmo mai salvati.

Solo la nostra ignoranza dell’infinito amore del Sacro Cuore ci permette di udire il suo Confiteor sulla croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Se queste parole si imprimono profondamente nelle nostre anime, non costituiscono una scusa per i nostri continui peccati, ma un motivo di contrizione e di penitenza.

PERDONARE NON SIGNIFICA NEGARE LA TERRIBILE REALTÀ DEL PECCATO

Perdonare non significa negare il peccato. Nostro Signore non nega la terribile realtà del peccato, ed è qui che il mondo moderno si inganna, cercando di spiegarlo: lo ascrive a qualche errore nel processo di evoluzione, a un residuo di antichi tabù, lo identifica in termini psicologici. In una parola, il mondo moderno nega il peccato. Nostro Signore ci ricorda che è la realtà più tremenda. Altrimenti, perché crocifiggere Colui che è senza peccato? Perché spargere sangue innocente? (…)

Ecco, Colui che ha amato gli uomini fino alla morte ha permesso al peccato di vendicarsi su di Sé, affinché potessero coglierne per sempre l’orrore nella crocifissione di Colui che li ha amati a tal punto: qui non c’è la negazione del peccato, eppure, tra tanto orrore, la Vittima perdona. Nello stesso, unico evento c’è il segno della totale depravazione del peccato e il sigillo del perdono divino.

Da quel momento in poi, nessun uomo potrà guardare un crocifisso e affermare che il peccato non è qualcosa di grave, né dire che non può essere perdonato. Nella sua sofferenza, Egli ha rivelato la realtà del peccato; nella sopportazione, ha mostrato la sua misericordia verso il peccatore. A perdonare è la stessa Vittima che ha sofferto: e in quella combinazione di una Vittima così umanamente splendida, così divinamente amante, così completamente innocente, si riscontrano un crimine enorme e un perdono ancora più grande.

Al riparo del Sangue di Cristo c’è posto per il peggior peccatore; poiché in quel Sangue c’è un potere in grado di arginare le ondate della vendetta che minacciano di abbattersi sul mondo.

DIO PUÒ PERDONARE ATTRAVERSO ALTRI UOMINI

«A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati»

Il mondo vi spiegherà il peccato, ma solo sul Calvario farete esperienza della divina contraddizione del peccato perdonato. Sulla croce il supremo dono di sé e l’amore divino trasformano il peggiore dei peccati nell’azione più nobile e nella preghiera più tenera mai viste sulla terra, il Confiteor di Cristo: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Questa parola «perdono» che quel giorno risuonava dalla croce, quando il peccato emergeva in tutta la sua violenza per poi abbattersi sconfitto dall’amore, non morirà con la sua eco.

Non molto tempo dopo, quello stesso Salvatore misericordioso aveva offerto il mezzo per prolungare il perdono nel tempo e nello spazio, fino alla fine del mondo. Radunando intorno a sé il nucleo della sua Chiesa, disse agli apostoli: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). Ovunque oggi nel mondo i successori degli apostoli hanno il potere di perdonare. Non dobbiamo chiedere come possa un uomo perdonare i peccati. Infatti, un uomo non può, ma Dio può farlo attraverso l’uomo: non è forse così che Dio ha perdonato i propri carnefici sulla croce, servendosi della sua natura umana? Non è ragionevole allora aspettarsi che Lui continui a perdonare i peccati attraverso altre nature umane cui ha conferito questo potere? E dove troviamo queste nature umane?

Conoscete la storia della scatola ignorata a lungo e persino disprezzata come cosa di scarso valore; un giorno fu aperta e scoprirono che conteneva l’enorme cuore di un gigante. In ogni chiesa cattolica c’è quella scatola. La chiamiamo confessionale. È ignorata o disprezzata da molti, ma vi si trova il Sacro Cuore di Cristo che perdona i peccatori per mezzo delle mani tese dei suoi sacerdoti, come Lui stesso una volta ha perdonato con le sue mani stese sulla croce.

Esiste un solo perdono, il perdono di Dio. Esiste un solo atto di perdono, quello eternamente divino con cui veniamo in contatto in ogni tempo. Come l’etere è sempre colmato da musica e parole, ma non le udiamo se non sintonizziamo la radio, così le anime non percepiscono la gioia di quell’eterno e divino perdono se non si sintonizzano con esso nel tempo; il confessionale è il luogo in cui possiamo sintonizzarci con quel grido lanciato dalla croce.

Piacesse a Dio che la nostra mentalità moderna, invece di negare la colpa, la riconoscesse guardando alla croce e chiedendo perdono; che quanti hanno la coscienza inquieta, che li spaventa di giorno e li perseguita di notte, non cercassero sollievo nella medicina ma nella giustizia divina; che quanti confessano gli oscuri segreti della loro mente non lo facessero per esaltarli ma per purificarli; che le lacrime versate nel silenzio da poveri mortali venissero asciugate da una mano che assolve. Avverrà sempre che la più grande tragedia della vita non sia ciò che accade alle anime, ma ciò che perdono. E quale tragedia più grande che perdere la pace del perdono dei peccati?

Il Confiteor ai piedi dell’altare è il grido della nostra indegnità, il Confiteor sulla croce è la nostra speranza di perdono e assoluzione. Le piaghe del Salvatore erano terribili, ma la piaga peggiore di tutte sarebbe dimenticare che siamo stati noi a causarle. Il Confiteor ci può salvare da questo, poiché è l’ammissione che abbiamo qualcosa di cui essere perdonati e molto più di quanto riconosciamo. Si racconta di una suora che un giorno spolverava un’immagine di Nostro Signore nella cappella. Durante il suo lavoro la fece cadere a terra. La raccolse intatta, le diede un bacio e la rimise al suo posto, dicendo: «Se non fossi caduto, non lo avresti ricevuto». Mi meraviglierei se Nostro Signore non provasse lo stesso per noi, poiché se non avessimo mai peccato, non avremmo mai potuto chiamarlo Salvatore.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

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“OGGI SARAI CON ME IN PARADISO” IL BUON LADRONE MORÌ DA LADRO PERCHÉ ALLA FINE RUBÒ IL PARADISO!

Disma vede una croce, ma l’adora come un trono; vede un uomo condannato a morte, ma lo invoca come un Re: «Signore, ricordati di me quando entrerai nel Tuo Regno». Il Signore era stato finalmente riconosciuto per ciò che era! In quel momento, quando la morte era ormai prossima e la sconfitta sembrava palese, l’unico, al di fuori del piccolo gruppo ai piedi della croce, che lo riconobbe come Signore del Regno e Capitano delle anime, era un ladro crocifisso alla sua destra.

Nel momento in cui fu data la testimonianza del ladro, il Signore stava vincendo la più grande battaglia che possa essere vinta e stava emanando da se stesso un’energia molto più grande di quella prodotta da una potente cascata d’acqua; stava infatti perdendo la Sua Vita e salvando un’anima.

In questo giorno, in cui nemmeno Erode, con tutta la sua corte, era riuscito a farlo parlare, né le potenze di Gerusalemme erano riuscite a farlo scendere dalla croce, né le ingiuste accuse in tribunale erano riuscite a fargli rompere il silenzio, in cui nemmeno la folla che lo scherniva dicendo: «Hai salvato gli altri, ora salva te stesso!» era stata capace di ottenere una risposta da quelle Labbra di fuoco, ora Egli rompe il silenzio volgendosi a quella vita trepidante al suo fianco, e salva un ladro: «Oggi sarai con me in Paradiso».

Nessuno prima di lui aveva ricevuto una tale promessa, nemmeno Mosè o Giovanni o Maddalena, nemmeno Maria. Era l’ultima preghiera di un ladro, e forse anche la prima. Bussò una sola volta, una sola volta cercò e chiese, ma quell’unica volta mise tutto in gioco per questo, in un’unica volta ottenne tutto. Cristo, che era povero, morì ricco. Le Sue Mani furono inchiodate alla croce, eppure fu capace di aprire le porte del Cielo e trionfare su di un’anima.

Cristo fu scortato al Cielo da un ladro. Possiamo veramente dire che questo ladro morì da ladro: rubò infatti il Paradiso!

Dove potremmo trovare una dimostrazione più eloquente della Misericordia di Dio?
La pecorella perduta, il figliol prodigo, la Maddalena pentita, il ladrone perdonato! Questo è il rosario della Misericordia Divina. La nostra salvezza preme più a Dio che a noi stessi.

(Fulton J. Sheen, da “Le ultime Sette Parole”)

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IL DOLORE E LA CROCE SENZA CRISTO PORTANO ALLA DISPERAZIONE, IL DOLORE VISSUTO CON CRISTO CI REDIME E CI SALVA!

Il buon ladrone, il ladro di destra, è il modello di coloro per i quali il dolore ha un senso; il ladro di sinistra è il simbolo della sofferenza non consacrata. Il ladro di sinistra non soffrì più del ladro di destra, ma la sua crocifissione cominciò e terminò con una bestemmia. Neppure per un momento egli stabilì un rapporto tra la propria sofferenza e Gesù Crocifisso. L’invocazione del perdono pronunciata in Croce da Cristo Nostro Signore non fu, per questo ladro, più importante del volo di un uccello.

Non riuscendo egli ad assimilare il proprio dolore e a farne l’alimento della propria anima, il dolore si volse contro di lui come una sostanza estranea immessa nello stomaco si volge contro di esso, infettando e intossicando l’intero apparato digerente. Ecco perché divenne più velenoso, ecco perché bestemmiò proprio il Signore che avrebbe potuto condurlo nei pascoli della Pace e del Paradiso.

Il mondo, ai nostri giorni, è pieno di individui che, al pari del ladro di sinistra, non vedono nel dolore alcun significato. Ignoranti come sono della Redenzione di Gesù Nostro Signore, costoro non riescono ad adattare il dolore ad un modello. Poiché non hanno mai pensato a Dio se non come a un nome, si trovano ora nell’impossibilità di inserire le irriducibili realtà della vita nel Suo Divino Disegno.
Ecco perché tanti di quelli che non credono più in Dio diventano cinici.

Chiara è la lezione del ladro di sinistra: il dolore di per sé non ci rende migliori ma può renderci peggiori. Nessuno è mai diventato migliore soltanto perché afflitto dal mal d’orecchi. La sofferenza, quando non sia spiritualizzata, non migliora l’uomo: lo perverte!

Il ladro di sinistra non diventa migliore in virtù della propria crocifissione; la quale lo rende insensibile, lo cauterizza e ne offusca l’anima. In quanto si rifiuta di considerare il dolore in rapporto a qualche altra cosa, finisce col pensare solo a se stesso e a chi avesse avuto la possibilità di tirarlo giù dalla croce.

Così è di coloro che non hanno più fede in Dio. Per essi, Gesù Nostro Signore sulla Croce non è che un episodio della storia dell’Impero Romano, e non un messaggio di speranza o una prova di amore. Vivono la loro vita senza mai preoccuparsi di indagarne il senso. Non avendo ragione di vivere, ecco che la sofferenza li inasprisce, li intossica, finché la grande porta dell’occasione della vita gli si chiude in faccia e simili al ladro di sinistra, spariscono bestemmiando nella notte dei dannati.

Consideriamo il buon ladrone, il ladro di destra in croce: il simbolo di coloro per i quali il dolore ha un senso.

Sulle prime, egli non lo capì, cosicché unì le proprie bestemmie a quelle del ladro di sinistra; ma, come talora un lampo illumina il sentiero che non abbiamo preso, così il Perdono invocato da Cristo Salvatore per i Suoi carnefici illuminò al ladro la strada della Misericordia.

Cominciò ad accorgersi che se il dolore non avesse ragion d’essere, Gesù non lo avrebbe abbracciato. Perché se la Croce non avesse un fine, Gesù non vi si sarebbe innalzato. Il dolore cominciava a farsi comprensibile al buon ladrone: per il momento rappresentava almeno un’occasione per far penitenza di una vita peccaminosa.

E non appena fu raggiunto dalla Luce egli rimproverò il ladro di sinistra dicendo: “Questo supplizio per noi è giustizia, perché noi riceviamo la pena dei nostri delitti, ma Lui non ha fatto nulla di male”.

Capiva, adesso, che il dolore agiva sulla sua anima come il fuoco agisce sull’oro: bruciandone completamente le scorie. Il dolore gli scrostava gli occhi: ed ecco, volgendosi verso la Croce centrale, egli non vide più un uomo crocifisso, ma un Re Celeste.

Pensò: “Chi può invocare il Perdono per i propri assassini non abbandonerà un ladro”

E disse: “Signore, ricordati di me quando sarai nel Tuo Regno!”

E una Fede così Grande fu ricompensata: “Ti dico in Verità: oggi sarai con Me in Paradiso”.

Il dolore di per sè non è insopportabile: insopportabile è l’impossibilità di capirne il senso. Se non avesse visto un fine nel dolore, il buon ladrone non avrebbe mai salvato la propria anima. Il dolore può essere la morte della nostra anima, come può esserne la vita. Tutto dipende dal collegarlo, o meno, a Cristo Nostro Signore e Salvatore.

Una delle più grandi tragedie del mondo è il dolore sprecato. Il dolore che non sia in relazione con la Croce è come un assegno non firmato e non ha alcun valore; ma dopo che lo abbiamo sanzionato con la firma di Cristo Salvatore sulla Croce, assume un valore infinito.

Una testa febbricitante che non batta mai all’unisono con una Testa Incoronata di Spine, o un dolore alla mano che non abbia mai sofferto la pazienza di una Mano Inchiodata alla Croce, è un fatto assolutamente improduttivo. A seguito di questa sofferenza sprecata il mondo è diventato peggiore, mentre sarebbe potuto essere tanto migliore.

(Fulton J. Sheen, da “Go To Heaven-Andate in Paradiso!”)

NON È LA CONOSCENZA CHE CI SALVA, MA L’IGNORANZA! «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»

Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». (Lc. 23,33-34)

Perdonarli? Perché? Perché se non fossero stati ignari di quanto terribile fosse quell’azione che stavano commettendo, crocifiggendo
Cristo, sarebbero stati dannati eternamente! È solo grazie alla loro inconsapevolezza della
gravità del crimine che stavano commettendo che poterono rientrare nell’ambito di coloro
che udirono quel grido dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!

Non vi è redenzione per gli angeli caduti; quei grandi spiriti capeggiati dal «Portatore della
luce», Lucifero, dotato di un’intelligenza tale che la nostra, comparata alla sua, sembrerebbe quella di un bambino, conoscevano così chiaramente le conseguenze di ogni loro decisione, quanto noi sappiamo che due più due fa quattro. Il prendere una decisione era per loro una cosa irrevocabile; non vi era nessuna possibilità di tornare indietro, per questo per gli angeli non vi può essere redenzione. Poiché sapevano ciò che facevano furono esclusi dal numero di coloro che ascoltarono il grido di perdono che veniva dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!

Allo stesso modo, se noi sapessimo che cosa terribile sia il peccato e, malgrado ciò,
continuassimo a peccare; se sapessimo quanto amore vi è nell’incarnazione e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di nutrirci del Pane di Vita; se sapessimo quanto amore espiatorio ci sia stato nel sacrificio sulla croce e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di riempire il calice del nostro cuore con il suo amore; se sapessimo quanta misericordia vi sia nel sacramento della penitenza e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di piegare il ginocchio davanti alla mano che ha il potere di sciogliere i nostri peccati sia in cielo che in terra; se sapessimo quanta vita ci sia nell’Eucaristia e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di mangiare il Pane che dà la vita eterna e rifiutassimo di bere il Vino che genera e alimenta i vergini; se conoscessimo tutta la verità che si trova nella Chiesa, il Corpo Mistico di Cristo e, malgrado ciò, le voltassimo le spalle come fece Pilato; se fossimo consapevoli di tutte queste cose e tuttavia rimanessimo lontani da Cristo e dalla sua Chiesa, saremmo perduti!

Non è la conoscenza che ci salva, ma l’ignoranza! L’unica cosa che può giustificarci di non essere dei santi è la nostra inconsapevolezza di quanto Buono sia Dio!

(Fulton J. Sheen, da “Le Ultime Sette Parole”)

DUBITARE DEL PERDONO DI DIO È FARE IL PRIMO PASSO VERSO L’INFERNO!

Il peccato che non emerge in modo dovuto nella confessione, e che quindi non può essere debitamente lavato dalla contrizione e dall’assoluzione, emerge spesso anormalmente in complessi, come la mania di persecuzione, l’ipercritica, il bisogno di evadere attraverso i piaceri. Una siffatta condizione può facilmente condurre alla disperazione. Allora il diavolo, giubilante, piomba sulla sua preda.

L’Apocalisse (12, 10) chiama il demonio «l’accusatore dei fratelli». Prima che commettiamo il peccato, Satana ci assicura che è una cosa da niente; dopo, ci persuade che è una cosa imperdonabile. Prima del peccato, si presenta come l’amico che spinge l’uomo alla rivolta; dopo, opprime l’anima con la falsa convinzione che la liberazione è impossibile. Dubitare del perdono è fare il primo passo verso l’inferno.

Le Scritture ci narrano che Esaù non trovò un luogo di pentimento, pur avendolo cercato piangendo. Le lacrime di rimorso, anziché di contrizione, sono inutili come lo furono quelle versate da Saul sulla perdita della regalità, da Giuda sulla perdita dell’apostolato, da Esaù sulla perdita del diritto di primogenitura. Ma lo Spirito Santo vede la colpa in relazione al Calvario per spingerci a sperare e perdonarci, perché su quel monte noi udiamo il grido di Cristo: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34).

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

VERA E FALSA MISERICORDIA: LA MISERICORDIA È LA PERFEZIONE DELLA GIUSTIZIA ED È SOLO PER CHI NON NE ABUSA!

Più il mondo si ammorbidisce, più usa la parola “misericordia”. Questa potrebbe essere una caratteristica lodevole se la misericordia fosse intesa nel modo giusto. Ma troppo spesso per misericordia s’intende il mandarla buona a chiunque infranga la legge naturale o quella Divina, oppure tradisca il proprio paese. Una tale misericordia è un’emozione, non una virtù, come quando giustifica un figlio che uccide il padre perché ritenuto “troppo vecchio”. Per evitare qualsiasi imputazione di reato, ciò che in realtà è un omicidio viene chiamato e battezzato “eutanasia”.

In tutti questi appelli verso la misericordia, ci si dimentica il principio che la misericordia è la perfezione della giustizia. La misericordia non precede la giustizia; prima ci deve essere la giustizia e poi la misericordia. Il divorzio della misericordia dalla giustizia è sentimentalismo, come il divorzio della giustizia dalla misericordia è severità. La misericordia non è più amore quando è separata dalla giustizia: chi ama qualcosa deve opporsi a ciò che distruggerebbe l’oggetto del suo amore. La capacità di provare una legittima indignazione non è una testimonianza della mancanza di amore e di misericordia, ma piuttosto ne è una dimostrazione.

Ci sono crimini la cui tolleranza equivale ad acconsentire al male ad essi connesso. Coloro che chiedono la liberazione di assassini, traditori e simili, con la motivazione che dobbiamo essere “misericordiosi, come Gesù fu misericordioso”, dimenticano che anche lo stesso Salvatore Misericordioso disse che non era venuto per portare la pace, ma la spada.

Come una madre dimostra di amare il proprio figliuolo odiando quel male fisico che distruggerebbe il corpo del bambino, così Nostro Signore dimostra di amare il Bene odiando il male che devasterebbe le anime delle Sue creature. La misericordia di un medico per i germi del tifo o della poliomielite in un ammalato, o la tolleranza di un giudice per uno stupro equivarrebbe, su un piano inferiore, all’indifferenza di Nostro Signore nei riguardi del peccato. Uno spirito che non sia mai severo o indignato manca di amore, oppure è morto alla distinzione tra il bene e il male, tra il giusto e lo sbagliato.

L’amore può essere severo, può usare la forza, può diventare perfino violento, e tale fu l’amore del Nostro Salvatore. Tale Amore fa un flagello di funi e scaccia i compratori e i venditori fuori dai templi; Si rifiuta di rispondere a uomini moralmente inconsistenti come Erode, perché ciò non farebbe altro che aggravarne la colpa morale; Si rivolge a un Procuratore Romano, che si fa forte di una legge totalitaria, e gli ricorda che non avrebbe alcun potere se non gli fosse stato dato da Dio. Quando con la donna samaritana al pozzo il gentile ammonimento non funzionò, Cristo andò al punto senza eufemismi e le ricordò che divorziò cinque volte.

Quando alcuni uomini cosiddetti “virtuosi” volevano ripudiarLo, Egli strappò loro la maschera dell’ipocrisia e li chiamò “razza di vipere”. Quando sentì parlare dello spargimento di sangue di alcuni Galilei, fu con terribile asprezza che disse: “Morirete tutti come loro, se non vi pentirete”. Ugualmente severo fu verso coloro che scandalizzavano i fanciulli con un’educazione progressista nel senso del male: “Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in Me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare.”

Fu Lui a dire agli uomini di strapparsi gli occhi e di amputarsi mani e piedi piuttosto che permettere a queste membra di diventare occasioni di peccato per la perdita delle loro anime immortali. Mentre Marta Lo serviva a tavola, Cristo le disse che c’era un servizio più necessario. Quando gli apostoli dormivano, non ebbe riguardo di svegliarli e li ammonì perché non pregavano; e nonostante la piena confessione di Tommaso, lo rimproverò per la sua mancanza di fede. Uno dei Suoi sguardi trapassava l’anima rivelando le debolezze e il male che vi si annidavano, in modo tale che un Discepolo, Pietro, fu mosso alle lacrime.

Se la misericordia significasse il perdono di qualsiasi colpa, senza retribuzione e senza giustizia, finirebbe per moltiplicare gli errori. La misericordia è per coloro che non ne abuseranno, e non ne abuserà nessun uomo che abbia già iniziato a correggere e riparare i propri torti, come la giustizia esige. Quella che oggi alcuni chiamano misericordia non è affatto misericordia, ma un letto di piume per coloro che decadono dalla giustizia; e così essi moltiplicano la colpa e il male fornendo tali materassi. Diventare oggetto di misericordia non è lo stesso che andarsene via nella piena impunibilità, perché, come dice la parola di Dio: “Quelli che il Signore ama, quelli castiga”.

L’uomo morale non è quello impassibile, né quello che ha svuotato le sue emozioni degli elementi di una più severa giustizia; piuttosto è colui la cui dolcezza d’animo e la cui misericordia sono parti di un organismo più grande; colui i cui occhi possono lampeggiare di una giusta indignazione e i cui muscoli possono, come quelli di San Michele Arcangelo, diventare d’acciaio in difesa della Giustizia e dei Diritti di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Way To Happines”; titolo della vecchia traduzione italiana “Il Sentiero della Gioia”)

Non negare mai la tua colpa! La cosa peggiore al mondo non è il peccato ma negare di essere peccatori; questo è un peccato imperdonabile.

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Non negare mai la tua colpa!

Negarla ha cinque gravi conseguenze per la tua anima:

1)Distrugge il carattere perché elimina la responsabilità e – di conseguenza – la libertà.

2)Rende impossibile il perdono, perché neghi che ci sia un peccato che deve essere perdonato e confessato.

3)Negare la propria colpa trasforma le persone in cacciatori sensazionali, pettegoli e rivoluzionari violenti, perché trasferiscono la loro colpa sugli altri per sfuggire al proprio rimorso.

4)Negare la propria colpa porta a un peccato maggiore, perché la tua coscienza diventa sempre più indifferente e la virtù è sempre più ripugnante.

5)Infine, la negazione della colpa di sé porta alla disperazione, che si trasforma in fanatismo diretto contro la religione e la moralità, l’odio verso il quale è una prova della propria colpa.

In breve, la ragione principale della tragedia dell’anima moderna è che nega la propria colpa, impedendo così non solo il perdono ma anche la pace della riconciliazione con Dio, che è Amore.

La cosa peggiore al mondo non è il peccato ma negare di essere peccatori; questo è un peccato imperdonabile.

Poiché il peccato è una rottura del rapporto con l’Amore Divino, significa che non può essere trattato solo dalla psicologia. Non è sufficiente analizzare il peccato per curarlo. Il fatto che il dentista apprenda che la carie deriva dal consumo di caramelle non significa che il dente si riprenderà immediatamente. Il peccato può essere guarito solo rinnovando l’Amicizia con Dio.

Inoltre, non è vero che la consapevolezza del peccato provoca un complesso di colpa e la minaccia di cadere in una malattia mentale. Il bambino che va a scuola sviluppa un complesso di ignoranza? Un paziente che va dal medico sviluppa un complesso della malattia? Lo studente non si concentra sulla sua ignoranza ma sulla saggezza e conoscenza dell’insegnante; il paziente non si concentra sulla sua malattia ma sulle capacità di guarigione del medico, e il peccatore si concentra non sulla sua colpa ma sul Potere Salvifico di Gesù, il Medico Divino.

La forma più sofisticata di orgoglio, la forma più vile di evasione, è di astenersi dall’esame della coscienza per non scoprire accidentalmente il peccato in essa.

Non c’è uomo che neghi la sua colpa ed è un uomo felice; non c’è nemmeno un uomo che, riconoscendo il suo peccato, essendo perdonato e vivendo nell’Amore di Dio, sia un uomo infelice.

Il sentimento della propria indegnità morale non ha mai reso triste l’anima; le anime sono tristi e frustrate a causa dell’eccessivo amore per se stesse. Non c’è speranza per te se pensi di essere una brava persona, ma c’è grande speranza per te se sai di essere “disgustoso”. Non lasciarti ingannare da quei sessuologi ed evasori che non vogliono affrontare il senso di colpa personale. Prenditi un’ora di tempo al giorno per pregare, meditare e ascoltare la Santa Messa. Abbi il coraggio di affrontarti costantemente, confidando in Dio.

(Fulton J. Sheen)

“Il Cristiano che si propone di non peccare più non deve soltanto desiderarlo, ma volerlo”

Dio è sempre disposto a perdonarci, ma il Suo perdono non diventa effettivo se non quando Gli dimostriamo di saperlo realmente apprezzare. Finché ameremo il male, non potremo ottenere il perdono: finché vivremo in fondo a una grotta, non potremo godere il sole.
Il Cristiano che si propone di non peccare più non deve soltanto desiderarlo, ma volerlo.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Lift Up Your HeartLa Felicità del Cuore”)