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MARIA È LA NOSTRA SPERANZA: “Alla fine il mio cuore immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, ed essa si convertirà, e al mondo verrà garantito un certo periodo di pace”

L’uomo occidentale si è liberato di Dio per farsi Dio; poi si è stancato della sua stessa divinizzazione. L’Oriente non può ancora comprendere l’amore incarnato di Gesù Cristo per l’eccessiva importanza che attribuisce agli spiriti maligni. L’Occidente non è preparato ad accettarlo perché paventa la penitenza, condizione etica del suo ritorno. Chi non ha mai conosciuto Cristo ha timore, ma chi lo ha conosciuto e lo ha perduto, ha paura. Siccome gli uomini non sono preparati a una rivelazione dell’immagine celeste dell’amore che è Gesù Cristo Nostro Signore, Dio, nella sua Misericordia, ha preparato sulla terra un’immagine d’amore che non è divina, ma che può condurre al divino. Ecco il compito di sua madre.

Lei può togliere il timore perché il suo piede ha schiacciato il serpente del male; può allontanare la paura perché è stata ai piedi della croce quando la colpa degli uomini fu cancellata e noi rinascemmo in Cristo. Come Cristo è il mediatore tra Dio e gli uomini, così Maria è Mediatrice tra Cristo e noi: lei è il principio terreno dell’amore che conduce al principio celeste dell’Amore. Il rapporto tra lei e Dio può paragonarsi al rapporto tra la terra e la pioggia: la pioggia cade dal cielo, ma la terra produce. La divinità proviene dal cielo, la natura umana del Figlio di Dio proviene da lei. Noi diciamo madre terra in quanto la terra dà la vita per mezzo del dono celeste del sole, perché allora non riconosciamo anche la Madonna del mondo, dal momento che lei ci dà la vita eterna di Dio? Coloro che mancano della fede vanno raccomandati in modo particolare a Maria, che è un mezzo per trovare Cristo, il Figlio di Dio. (…)

Dato che l’uomo trema di fronte alla natura senza Dio, l’unica speranza per il genere umano va ricercata nella natura stessa. È come se Dio nella sua misericordia facesse ancora sperare all’uomo, il quale ha distolto lo sguardo dai cieli, di trovare salvezza in quella stessa natura verso la quale ora abbassa gli occhi. C’è speranza, e per giunta una grande speranza. La speranza definitiva è in Dio, ma l’uomo è così lontano da Dio da non poter colmare immediatamente la distanza che lo separa da Lui. Lui deve partire dal mondo qual esso è. Il divino sembra molto lontano. Il ritorno a Dio deve aver principio dalla natura.

Ma c’è in tutta la natura qualcosa di non corrotto, qualcosa d’intatto, da cui possiamo iniziare la via del ritorno? C’è una cosa sola, quella che Wordsworth ha definita il nostro “incorrotto e solitario orgoglio naturale”. La speranza di cui parliamo è riposta nella Donna. Maria non è una dea, non è divina, non ha diritto all’adorazione. Ma così santa e buona è uscita dalla nostra natura fisica e cosmica, che quando Dio è venuto su questa terra l’ha scelta come Madre sua e come Signora del mondo. (…)

Il 13 ottobre 1917, credenti e miscredenti si prostrarono a terra durante il miracolo del sole, mentre la maggior parte di essi implorava da Dio misericordia e perdono. Quel sole roteante, che oscillava come una ruota gigantesca e si precipitava verso la terra come se avesse voluto incendiarla con i suoi raggi, può essere stato l’annuncio di uno spettacolo mondiale che indurrà milioni di persone a inginocchiarsi in un rinascere della fede. E come Maria si è rivelata in questo primo miracolo del sole, così possiamo aspettarci un’altra rivelazione del suo potere quando il mondo manifesterà di nuovo giorno dell’ira, il Dies Irae. La devozione alla Madonna di Fatima costituisce in realtà una petizione alla Donna perché salvi l’uomo dalla natura resa distruttrice dalla ribellione dell’intelletto umano.

In altri momenti della storia, lei è stata mediatrice tra suo figlio e l’uomo; ma ora è mediatrice tra suo figlio e la natura. Si impadronisce dell’originaria energia atomica che è nel sole e prova che sta a lei usarne per la pace. Maria non indipendentemente dall’uomo intende salvarlo dalla natura, così come non indipendentemente dal libero consenso di lei Dio intese salvare l’umanità dal peccato. L’uomo deve cooperare attraverso la penitenza. Alla Salette, la Madonna chiese penitenza; a Lourdes, tre volte Maria disse: “Penitenza, penitenza, penitenza”; a Fatima la stessa antifona penitenziale viene ripetuta tante e tante volte. L’atomo non distruggerà l’uomo se l’uomo non distruggerà se stesso. Un atomo in rivolta è soltanto un simbolo dell’uomo in rivolta. Ma nel pentimento l’umanità acquisterà una natura completamente controllata. Come la minacciata distruzione di Ninive, la minaccia di un’altra guerra mondiale è condizionale.

“Alla fine il mio cuore immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, ed essa si convertirà, e al mondo verrà garantito un certo periodo di pace”.

Penitenza, preghiera, sacrificio: queste le condizioni della pace, perché sono i mezzi per rigenerare l’uomo. Fatima getta una nuova luce sulla Russia, perché distingue tra la Russia e i soviet. Non è il popolo russo che bisogna vincere in guerra: il popolo russo ha già sofferto abbastanza fin dal 1917. È il comunismo che va schiacciato. Ciò è possibile soltanto attraverso una rivoluzione dall’interno. È bene ricordare che la Russia ha non una, ma due bombe atomiche. La sua seconda bomba è costituita dal cumulo di sofferenze del suo popolo sotto il giogo della schiavitù, e quando essa esploderà, esploderà con una forza mille volte superiore a quella prodotta dalla disgregazione di un atomo!

Anche noi, come la Russia, abbiamo bisogno di una rivoluzione. La nostra rivoluzione deve avvenire dentro i nostri cuori, ossia attraverso la rigenerazione delle nostre vite. Man mano che la nostra rivoluzione progredirà, in Russia la rivoluzione si svilupperà rapidamente.

O Maria, noi abbiamo bandito tuo figlio dalle nostre vite, dalle nostre assemblee, dalla nostra educazione e dalle nostre famiglie! Vieni con la luce del sole come simbolo del tuo potere! Guariscici dalle nostre guerre, dalla nostra tenebrosa inquietudine; raffredda le labbra del cannone infuocate dalla guerra! Distogli le nostre menti dall’atomo, e trai le nostre anime dal letame della natura! Facci rinascere in tuo figlio, noi, poveri uomini della terra ormai vecchi negli anni! “Avanza, o donna, nel tuo assalto all’onnipotenza!” Svergognaci tutti arruolandoci come tuoi guerrieri di pace e di amore!

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

GUERRA E BOMBA ATOMICA: “Divorziate da Dio, natura e scienza diventano tiranne, e la bomba atomica è il simbolo di questa tirannide… Se le forze del mondo che si oppongono a Dio avranno il sopravvento, cultura e civiltà scompariranno”

Nelle guerre d’altri tempi i combattenti non si contendevano il fine dell’uomo, ossia l’unione con Dio, ma soltanto i mezzi per raggiungere tale fine. Oggi tutto è cambiato. Non ci sono più lotte di dei contro dei, né di religioni inferiori contro il cristianesimo, bensì il fenomeno del tutto nuovo di una forza antireligiosa che si oppone a qualsiasi religione. Il comunismo non è un ateismo che nega Dio intellettualmente come potrebbe negarlo uno studente che avesse appena finito di leggere le prime quindici pagine di un libro di biologia. Il comunismo è la volontà di distruggere Dio. Più che negare l’esistenza di Dio, lo sfida, muta in male la sua essenza, e fa dell’uomo, sotto forma di un dittatore, il signore e padrone del mondo.

Volenti o nolenti, ci troviamo di fronte non già a una scelta tra religioni, bensì alla suprema alternativa tra Dio e l’anti-Dio. Mai prima d’ora democrazia e fede in Dio si sono così intimamente identificate; mai prima d’ora ateismo e tirannide sono stati a tal punto gemelli. La preservazione della civiltà e della cultura è ora una cosa sola con la preservazione della religione. Se le forze del mondo che si oppongono a Dio avranno il sopravvento, cultura e civiltà scompariranno, e noi saremo costretti a ricominciare daccapo. (…)

La bomba atomica agisce sull’umanità come l’eccesso di alcool agisce sull’individuo. Se un uomo abusa della natura dell’alcool e ne beve dosi eccessive, l’alcool pronuncia il proprio giudizio. Dice all’alcoolizzato: “Dio mi ha creato. Intendeva che fossi usato razionalmente, ossia per la guarigione e per la tavola. Ma tu hai abusato di me. Perciò mi volgerò contro di te, perché tu ti sei vòlto contro di me. D’ora in poi soffrirai di emicranie, di vertigini e di nausee; perderai l’uso della ragione; diventerai mio schiavo, e tuttavia contro la mia volontà”.

Così è accaduto con l’atomo. Esso dice all’uomo: “Dio mi ha creato. Ha immesso la disintegrazione dell’atomo nell’universo. In questa maniera appunto il sole illumina il mondo. Il grande potere che l’Onnipotente ha chiuso entro il mio cuore era destinato a servirsi nell’adempimento delle opere di pace: illuminare le tue città, dar propulsione ai tuoi motori, alleviare i fardelli degli uomini. Ma tu, al pari di Prometeo, hai sottratto questo fuoco al cielo e lo hai usato la prima volta per distruggere persone inermi. Non hai usato la prima volta l’elettricità per uccidere un uomo, ma ti sei servito la prima volta della disintegrazione dell’atomo per annientare alcune città. Per questa ragione, mi volgerò contro di te, t’ispirerò la paura di ciò che dovresti amare, opererò in modo che milioni di cuori indietreggino terrorizzati di fronte ai tuoi nemici, i quali faranno a te ciò che tu hai fatto a loro, trasformerò l’umanità in una vittima di Frankenstein, che si accovaccerà nei ricoveri antiaerei per ripararsi da quegli stessi mostri che tu hai creato”.

Non è stato Dio che ha abbandonato il mondo, ma è stato il mondo che ha abbandonato Dio e che ha optato per la natura divorziata dalla natura di Dio. Nel corso della storia l’uomo è sempre diventato cattivo quando, volgendo le spalle a Dio, si è identificato con la natura. Il nuovo nome della natura è scienza. La scienza rettamente intesa significa leggere la sapienza di Dio nella natura che Dio ha creato. La scienza iniquamente intesa significa leggere le bozze del libro della natura negando al tempo stesso che il libro abbia mai avuto un autore. Tanto la natura quanto la scienza sono a servizio dell’uomo sotto la guida di Dio; ma, divorziate da Dio, natura e scienza diventano tiranne, e la bomba atomica è il simbolo di questa tirannide.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo 1952” edizioni Fede e Cultura)

GESÙ STAVA LORO SOTTOMESSO: “La vita familiare è la palestra voluta da Dio per il carattere umano…Gesù, il Dio immenso che i cieli e la terra non potrebbero contenere, si è sottomesso ai suoi genitori”

In riparazione dell’orgoglio degli uomini nostro Signore si umiliò obbedendo ai suoi genitori: “Stava loro sottomesso”. Era Dio che si assoggettava a un uomo. Dio, al quale obbediscono i principati e le potestà, obbediva non solo a Maria, ma anche a Giuseppe per amor di Maria. Fu il nostro Signore che disse di esser venuto “non per essere servito, ma per servire”. (…)

E, di più, che cosa fece questo carpentiere durante quei trent’anni della sua oscurità? Fece una bara per il mondo pagano; fabbricò un giogo per il mondo moderno, e una croce sulla quale sarebbe stato adorato. Diede la suprema lezione di quella virtù che è la base di tutto il cristianesimo: l’umiltà, la sottomissione, e una vita nascosta in preparazione all’esplicazione del suo dovere. Nostro Signore impiegò tre ore per redimerci, tre anni per insegnare e trent’anni per obbedire, perché un mondo ribelle, orgoglioso e diabolicamente indipendente potesse imparare il valore dell’obbedienza.

La vita familiare è la palestra voluta da Dio per il carattere umano, perché da essa scaturisce per il bambino la maturità dell’uomo, sia nel bene che nel male. Gli unici atti che si ricordino dell’infanzia del nostro Signore sono atti di obbedienza verso Dio, suo padre celeste, e anche verso Maria e Giuseppe. Gesù ci mostra così quale sia lo specifico dovere dei ragazzi e dei giovani: obbedire ai genitori in quanto questi fanno le veci di Dio. Gesù, il Dio immenso che i cieli e la terra non potrebbero contenere, si è sottomesso ai suoi genitori.

Quando Gesù veniva mandato da un vicino per una commissione, era il grande mandante degli apostoli a sbrigare la commissione. Se Giuseppe gli ordinò qualche volta di cercare un arnese da lavoro che non si trovava più era la sapienza di Dio, era il pastore venuto alla ricerca delle pecorelle smarrite che compiva quell’atto. Se Giuseppe gli insegnò l’arte del falegname, la insegnò a colui che aveva costruito l’universo, e che un giorno sarebbe stato messo a morte dai suoi compagni di lavoro. Se fabbricava un giogo per i buoi del vicino, chi lo faceva era colui che avrebbe chiamato se stesso un giogo per gli uomini e nello stesso tempo un peso leggero a portarsi. Se gli dicevano di lavorare in un pezzettino di giardino, per sistemare dei rampicanti o innaffiare i fiori era lui, il grande coltivatore della vigna della sua Chiesa, a maneggiare l’annaffiatoio o gli altri attrezzi da giardino.

Tutti gli uomini possono ben valutare l’insegnamento di un ragazzo che si sottomette ai suoi genitori: non si deve mai credere a una ispirazione celeste che comandi di trascurare gli ovvii doveri che si hanno sottomano.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

IL MAGNIFICAT E L’UMILTÀ DI MARIA SONO IL “MANIFESTO” DELLA VERA RIVOLUZIONE! “Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.”

Il Magnificat è l’inno di una madre il cui Figlio è al tempo stesso Dio… “La mia anima magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore”. Il volto delle donne era stato velato per secoli, e anche quello degli uomini, nel senso che gli uomini si erano nascosti allo sguardo di Dio. Ma ora che il velo del peccato era stato tolto, la donna eretta guarda il volto di Dio per lodarlo. Quando il divino penetra nell’umano, l’anima pensa meno a chiedere che ad amare. Chi ama non chiede favori all’amato; Maria non formula domande, ma soltanto lodi. Quando l’anima si distacca dalle cose e diviene conscia di sé e del suo destino, conosce se stessa soltanto in Dio. L’egoista magnifica se stesso; Maria magnifica il Signore. L’uomo sensuale pensa prima al corpo, il mediocre non pensa a Dio che in un secondo momento.

In Maria niente ha la precedenza su colui che è Dio creatore, Signore della Storia, e Salvatore del genere umano. Quando gli amici ci lodano per ciò che abbiamo fatto, noi li ringraziamo della loro cortesia. Quando Elisabetta elogia Maria, Maria glorifica il suo Dio. Maria riceve la lode come uno specchio la luce: non la trattiene per sé, non la riconosce nemmeno come sua, ma la trasmette a Dio, a cui si deve ogni lode, onore e rendimento di grazie. La sintesi di questo canto è “Grazie, o Dio”. L’intera personalità di lei sta nell’essere a servizio del suo Dio. Troppo spesso gli uomini lodano il Signore con la lingua, ma il loro cuore è lontano da Lui. “Salgono le parole, ma i pensieri restano in basso”. In Maria invece non erano le labbra ma l’anima e il cuore che si effondevano nelle parole, perché il segreto d’amore racchiuso in lei aveva già spezzato i legami che lo trattenevano.

Perché magnificare il Signore che non può diventare né più piccolo per quello che gli sottraiamo col nostro ateismo, né più grande se gli aggiungiamo la nostra lode? È vero: in se stesso Dio non cambia per il nostro riconoscimento, come un quadro di Raffaello non perde la sua bellezza se uno sciocco lo deride, ma Dio in noi è suscettibile di crescita o di diminuzione a seconda se lo amiamo o se siamo peccatori. Quando il nostro ego si gonfia, il bisogno di Dio sembra che sia minore; quando il nostro ego si sgonfia, il bisogno di Dio appare in tutta la sua urgenza. L’amore di Dio si riflette nell’anima del giusto, proprio come la luce del sole viene potenziata da uno specchio. Il figlio di Maria è il sole, perché lei è la luna. Lei è il nido e lui è l’uccellino che volerà su un albero più alto e la chiamerà poi a sé. Maria lo chiama suo Signore o Salvatore. Anche se è stata preservata dalla macchia del peccato originale, ciò è interamente dovuto ai meriti della Passione e Morte del suo figlio divino. Di per sé Maria non è niente e non ha niente: Lui è tutto! Perché Lui ha benignamente posato il suo sguardo sull’umiltà della sua ancella, perché colui che è il potente, e il cui nome è santo, ha operato per me tali meraviglie.

L’orgoglioso finisce nella disperazione, e l’ultimo atto di disperazione è il suicidio, ossia il togliersi la vita, perché questa è diventata insopportabile. Gli umili non possono non essere contenti; perché dove non c’è orgoglio non può esserci l’egocentrismo che rende impossibile la gioia. Il canto di Maria ha questa doppia nota: il suo spirito esulta perché Dio ha posato il suo sguardo sulla sua umiltà. Una scatola piena di sabbia non può essere riempita di oro; un’anima colma fino a scoppiare del proprio ego non potrà mai essere riempita di Dio. Non c’è limite da parte di Dio al possesso di un’anima; essa sola può limitare la sua venuta, così come una tendina limita la luce. Quanto più vuota è l’anima, tanto maggiore è in essa lo spazio per Dio. Quanto più grande è la cavità del nido, tanto più grosso è l’uccello che in quella cavità si può sistemare. C’è un rapporto intrinseco tra l’umiltà di Maria e l’Incarnazione in lei del figlio di Dio. È divenuta ora il tabernacolo del re dei cieli, che i cieli non potrebbero contenere. L’Altissimo posa il suo sguardo sull’umiltà della sua ancella. L’umiltà di Maria, da sola, non sarebbe bastata, se colui che è il suo Dio, il suo Signore e Salvatore, non “si fosse umiliato”. Per quanto vuota possa essere la tazza, non può contenere l’oceano.

Le persone sono come le spugne. Come ogni spugna può contenere solo una certa quantità di acqua e poi raggiunge un punto di saturazione, così ogni individuo può ricevere solo una certa quantità di onore. Quando si è raggiunto il punto di saturazione, non è più l’uomo che porta l’onore, ma è l’onore che porta l’uomo. È sempre dopo aver accettato un onore che il ricevente mormora con falsa umiltà: “Signore, non sono degno”. Ma qui, Maria, una volta ricevuto l’onore, invece di ritenersi paga del suo privilegio, si fa serva-infermiera della vecchia cugina e mentre sta prestando l’opera sua eleva un canto in cui si autodefinisce l’ancella del Signore, o meglio ancora la schiava di Dio, una schiava che gli appartiene tutta e che non ha altra volontà che quella di lui. L’altruismo rappresenta la vera personalità. “Non vi era posto nella locanda”, perché la locanda era piena. C’era posto nella stalla, perché là non c’erano degli “ego”, ma solo un bue e un asino. Dio cercava nel mondo un cuore vuoto, ma non un cuore solitario, un cuore che fosse vuoto come un flauto col quale Lui potesse eseguire una melodia, non solitario come un abisso vuoto, che è pieno di morte. E il cuore più vuoto che poté trovare fu quello di una donna. E siccome questo non aveva personalità, Dio lo riempì della sua stessa personalità.

“D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Sono parole miracolose. Come possiamo spiegarle se non con la divinità del figlio suo? Come poteva questa ragazza di campagna che veniva dal disprezzato villaggio di Nazareth e che le montagne della Giudea avvolgevano nell’anonimato, prevedere nelle generazioni future che artisti come Michelangelo e Raffaello, poeti come Sedulius, Cinevulfo, Jacopone da Todi, Dante, Chaucer e Wordsworth, teologi quali Efrem, Bonaventura e l’Aquinate, gente oscura di piccoli villaggi e dotti e grandi avrebbero versato le loro lodi in un’interminabile corrente, celebrandola come il primo amore del mondo… Il figlio suo darà più tardi la legge capace di spiegare il ricordo immortale che si ha di lei: “Chi si umilia sarà esaltato”. L’umiltà davanti a Dio viene ripagata con la gloria davanti agli uomini. Maria aveva fatto voto di verginità e, verosimilmente, escludeva così la possibilità che la sua bellezza fosse tramandata ad altre generazioni. Ed ecco che ora, per virtù di Dio, si vede madre di infinite generazioni, pur rimanendo vergine. Tutti quelli che avevano perduto il favore di Dio mangiando il frutto proibito, la esaltano, perché per mezzo suo rientrano in possesso dell’albero della vita. In tre mesi Maria ha avuto le sue otto beatitudini: ​​“Beata sei tu perché piena di grazia”, aveva detto l’angelo Gabriele. ​​“Beata perché concepirai nel tuo seno il Figlio dell’Altissimo, Dio Stesso”. ​​“Beata sei tu, Vergine Madre, perché: lo Spirito Santo verrà in te e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà.” ​​“Beata sei tu perché fai la volontà di Dio: Si faccia di me secondo la tua parola”. ​​“Beata sei tu perché hai creduto”, disse Elisabetta. ​​“Beato il frutto del tuo grembo (Gesù)”, aggiunse Elisabetta. ​​“Beata sei tu fra le donne”. ​​“Beata sei tu perché si adempirà in te ciò che ti fu detto dal Signore”. Umiltà ed esaltazione furono un tutt’uno in lei: fu umile perché, giudicandosi indegna di divenire la madre del Signore, fece voto di verginità; venne esaltata perché Dio guardando a ciò che Maria credeva fosse il suo niente, ancora una volta creò un mondo dal “nulla”. Beatitudine è felicità. Maria possedeva tutto quanto può rendere veramente felice una persona. Perché per essere felici occorrono tre cose: possedere tutto quanto si desidera; averlo unito in una sola persona che si ama con tutto l’ardore della propria anima; sapere che lo si possiede senza peccare. Maria ebbe tutte e tre le cose. Se suo figlio non avesse voluto che sua madre fosse onorata là dove lui stesso è adorato, non avrebbe mai permesso che queste profetiche parole di lei si adempissero. (…)

“Di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.”

Questo brano del Magnificat è il documento più rivoluzionario che sia stato mai scritto, mille volte più rivoluzionario di qualsiasi scritto di Karl Marx.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA: “Andò in fretta da Elisabetta: Maria ha sempre fretta di fare il bene. Con deliberata sollecitudine diviene la prima infermiera della civiltà cristiana”

Uno dei più bei momenti della storia fu quando una donna gravida si incontrò con un’altra donna gravida, quando due donne incinte divennero i primi araldi del Re dei re. Tutte le religioni pagane cominciano con gli insegnamenti di adulti: il cristianesimo comincia con la nascita di un bambino. Da quel giorno fino a oggi i cristiani sono stati sempre i difensori della famiglia e dell’amore della prole. Se mai ci fossimo messi a scrivere ciò che ci aspettavamo da Dio, certamente l’ultima cosa che ci saremmo aspettata sarebbe stata di vederlo imprigionato per nove mesi in un ciborio di carne, e la penultima che “il più grande tra i nati di donna”, mentre era ancora nel seno di sua madre, salutasse il Dio-uomo ancora nella sua prigione. Ma questo è proprio quanto accadde durante la Visitazione.

All’Annunciazione l’angelo disse a Maria che sua cugina Elisabetta stava per divenire madre di Giovanni Battista. Maria era allora una giovanetta, ma sua cugina era “avanti negli anni”, il che vuol dire che aveva oltrepassato l’età nella quale si può concepire. “Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. (Lc 1,36-38). La nascita di Cristo prescinde dall’uomo, quella di Giovanni Battista prescinde dall’età! “Niente è impossibile a Dio”. (…)

Maria “andò in fretta” da Elisabetta: ha sempre fretta di fare il bene. Con deliberata sollecitudine diviene la prima infermiera della civiltà cristiana. La donna si affretta a incontrare una donna. Chi ha Cristo nel cuore e nell’animo serve meglio il prossimo. Portando in sé il segreto della salvezza, Maria compie i cinque giorni di viaggio che separano Nazareth dalla città di Hebron dove, secondo la tradizione, riposano le ceneri dei fondatori del popolo di Dio: Abramo, Isacco e Giacobbe.

“Salutò Elisabetta”: la primavera serve l’autunno. Maria, portando in sé colui il quale dirà: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire”, serve ora la cugina che ha nel seno quegli che sarà la tromba di lui, la voce di lui nel deserto. Niente induce tanto a porsi al servizio di chi ne ha bisogno quanto la coscienza della propria indegnità allorché si è visitati dalla grazia di Dio. La serva del Signore diviene la serva di Elisabetta.

Udendo il saluto della donna, il bimbo che Elisabetta portava “sussultò nel suo seno”. Ecco che l’Antico Testamento si incontra col Nuovo, le ombre si dissolvono gioiosamente di fronte alla realtà. Tutti i desideri e le attese di migliaia di anni, rivolti a colui che sarebbe stato il Salvatore, sono ora appagati in questo momento di estasi in cui Giovanni Battista incontra Cristo, il Figlio del Dio vivente. Maria è presente a tre nascite: alla nascita di Giovanni Battista, alla nascita del suo Figlio divino e alla “nascita” di Giovanni l’evangelista, ai piedi della Croce, quando il maestro gli dice: “Ecco tua Madre!”. Maria, la donna, presiede a tre grandi momenti della vita umana: a una nascita, in occasione della Visitazione; a un matrimonio, le nozze di Cana; e a una morte, o a una rinuncia della vita, in occasione della crocifissione del suo figlio divino.

“Il bambino sussultò nel suo seno ed Elisabetta fu piena di Spirito Santo”. Una Pentecoste precedette la Pentecoste. Il corpo fisico di Cristo, nel seno di Maria, riempie ora Giovanni Battista dello Spirito di Cristo; trentatré anni più tardi il Corpo Mistico di Cristo, la sua Chiesa, sarà ricolmo dello Spirito Santo, e anche allora ci sarà Maria, in mezzo agli apostoli perseveranti nella preghiera. Giovanni viene santificato da Gesù. Sicché Gesù non è come Giovanni, non uomo soltanto, ma anche Dio. Sta per scriversi la seconda parte di quella preghiera che, dopo il Pater, è la più bella di tutte: l’Ave Maria. La prima parte fu pronunciata da un angelo: “Ave (Maria) o piena di grazia; il Signore è con te!” (Lc 1,28). Ora Elisabetta aggiunge la seconda parte “a gran voce”: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo (Gesù)”.

La vecchiaia non si mostra gelosa della giovinezza o del privilegio, dal momento che Elisabetta è la prima a proclamare pubblicamente che Maria è la madre di Dio: “A che cosa devo che la Madre del Signore mio venga a me?”. Più che dalle labbra di Maria, Elisabetta lo seppe dallo Spirito di Dio che aveva posto il nido nel seno di lei. Maria ricevette lo Spirito di Dio da un angelo; Elisabetta fu la prima a riceverlo da Maria. Cugina-infermiera a una nascita, madre-infermiera a una morte. Maria non ha nulla che sia soltanto per lei, nemmeno suo Figlio. Già prima di nascere, suo Figlio appartiene ad altri. E subito dopo avere accolto in sé l’ospite divino, Maria si alza da quella balaustra di comunione che è Nazareth per andare da una vecchia e renderla giovane. Elisabetta non sarebbe vissuta certamente tanto da vedere il figlio suo decapitato per desiderio della danzante figliastra di Erode, ma Maria sarebbe vissuta e morta al tempo stesso nel vedere il figlio suo soffrire la morte perché morte non ci fosse più.

Elisabetta, descrivendo come il Dio-uomo nascosto in Maria operava nella sua anima e nella nuova vita racchiusa nel suo vecchio corpo, esclamò: “Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,44-45). Eva aveva creduto al serpente; adesso Elisabetta loda Maria perché Maria, credendo in Dio, ha cancellato il male prodotto da Eva. Ma appena un bambino, non ancora nato, balza di gioia nella sua prigione di carne, un canto sale gioiosamente alle labbra di Maria. Elevare un canto vuol dire possedere la propria anima. Maria, la sorella di Mosè, cantò dopo la miracolosa traversata del Mar Rosso. Cantò Debora dopo la sconfitta dei Cananei. Dov’è libertà, lì è il libero canto. Il marito di Elisabetta cantò il Benedictus come inizio dell’ordine nuovo, perché il Signore è venuto “non per abolire la legge, ma per completarla”. Pure soltanto come uno specchio, in cui Elisabetta vedeva riflesso l’Emanuele non ancora nato, Maria brillava del canto di quei giorni avvenire, nei quali Lui solo sarebbe stato la luce del mondo. Maria sorride tra lacrime di gioia e fa spuntare l’arcobaleno di un canto. Almeno fino alla nascita, la Donna conoscerà l’allegrezza. Trascorsi quei nove mesi, colui che è racchiuso nel suo seno dirà: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada” (Mt 10,34).

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

NOI ABBIAMO SEMPRE BISOGNO DI MARIA PER TENERE INSIEME LE VERITÀ DELLA FEDE: “Cristo è il mediatore tra Dio e l’umanità; Maria è la mediatrice tra Cristo e noi”

Cristo è il mediatore tra Dio e l’umanità; Maria è la mediatrice tra Cristo e noi. (…)

Maria ha dato a nostro Signore la sua natura umana. Lui le chiese di dargli una vita umana, di dargli delle mani per benedire i fanciulli, dei piedi per andare in cerca della pecorella smarrita, degli occhi per piangere sugli amici morti, e un corpo per soffrire in modo da poterci fare rinascere nella libertà e nell’amore. Fu per mezzo di lei che Gesù divenne il Ponte tra il divino e l’umano. Se eliminiamo lei, allora o Dio non si fa uomo, o chi è nato da lei è uomo e non Dio. Senza di lei non avremmo più Nostro Signore!

Se abbiamo una cassettina nella quale conserviamo il nostro danaro, sappiamo che non dobbiamo perderne la chiave; non ci verrà mai in mente che la chiave sia il danaro, ma sappiamo che senza la chiave non possiamo prendere il nostro danaro. La nostra Madre Benedetta è come la chiave. Senza di lei non possiamo mai arrivare a Nostro Signore, perché Lui è venuto per mezzo suo. Maria non può esser paragonata a Lui, perché Maria è una creatura e Lui è un creatore. Ma se perdiamo lei, non possiamo arrivare a Lui: ecco perché stiamo tanto attenti a lei; senza di lei non potremmo mai comprendere come sia stato costruito quel Ponte tra il cielo e la terra.

Si potrebbe obiettare: “Mi basta nostro Signore, non ho alcun bisogno di lei”, ma Lui ha avuto bisogno di lei, indipendentemente dal bisogno che possiamo o non possiamo averne noi. E, quel che più conta, il Nostro Signore ci ha dato sua madre come madre nostra. In quel venerdì che gli uomini dicono santo, quando Lui era spiegato sulla Croce come il vessillo della salvezza, il suo sguardo si posò sulle due creature più preziose che aveva sulla terra: sua madre e il suo diletto discepolo Giovanni. La notte innanzi, durante l’ultima cena, aveva espresso le sue ultime volontà e fatto il suo testamento dandoci quello che nessun morente fu mai capace di dare, ossia se stesso nella Santissima Eucaristia. Sarebbe quindi rimasto con noi, come Lui stesso disse: “Tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli”. Ora, nelle ombre dense del Calvario, Lui aggiunge un codicillo alle sue volontà. Là sotto la Croce “stava ritta” (non prostrata, nota il Vangelo) la madre sua. Come figlio, pensò alla madre; come Salvatore, pensò a noi. E ci diede Sua Madre: “Ecco tua madre”.

Maria “partorì il suo primogenito e lo depose in una mangiatoia”. Il suo primogenito. San Paolo lo chiama “il primogenito di tutte le creature”. Significa che lei avrebbe dovuto avere altri figli? Proprio così! Ma non secondo la carne, perché Gesù è il suo unico figlio. Maria avrebbe dovuto avere altri figli dallo spirito. Di questi, Giovanni è il primo, nato ai piedi della Croce, Pietro forse il secondo, Giacomo il terzo, e noi tutti milioni e milioni di figli. Maria partorì in letizia Cristo che ci ha redenti, e poi nel dolore noi, redenti da Cristo! Non per una semplice fantasia di linguaggio, non per una metafora, ma in virtù del battesimo noi siamo diventati figli di Maria e fratelli di nostro Signore Gesù Cristo. Come non respingiamo il concetto di Dio che ci dà suo padre, cosicché possiamo pregare: “Padre nostro”, così non ci ribelliamo nemmeno quando Lui ci dà la madre sua, per cui possiamo pregare: “madre nostra”. La caduta dell’uomo viene quindi annullata in virtù di un altro albero, la croce; Adamo viene annullato in virtù di un altro Adamo, Cristo; ed Eva in virtù dell’Eva novella, Maria.

“Nato dalla vergine Maria”, ecco un’affermazione vera non soltanto per Cristo, ma anche per ogni cristiano, sia pure in una maniera diversa. Ogni uomo nasce da una donna nella carne quale membro della stirpe di Adamo. Nasce anche dalla Donna nello spirito se fa parte della stirpe redenta di Cristo. Come Maria ha formato Gesù nel proprio corpo, così forma Lui nelle nostre anime. In questa sola Donna verginità e maternità si trovano riunite, come se Dio volesse mostrarci che entrambe le condizioni sono necessarie al mondo. Cose che in altre creature si trovano separate, in lei sono riunite. La madre è la protettrice della vergine, e la vergine è anche l’ispiratrice della maternità.

Non ci si può avvicinare alla statua d’una madre che regge un bambino, fare a pezzi la madre e pretendere di avere il bambino. Toccando lei, guasterete Lui. Tutte le altre religioni del mondo, eccettuato il cristianesimo, si perdono nel mito e nella leggenda. Cristo si staglia da tutti gli dèi del paganesimo perché è unito alla Donna e alla storia. “Nacque da Maria vergine, patì sotto Ponzio Pilato”. Coventry Patmore chiama giustamente Maria: “La nostra unica salvezza da un Cristo astratto”.

È più facile comprendere il mite e umile cuore di Cristo se si guarda alla madre sua. Questa tiene insieme tutte le grandi verità del cristianesimo, come un pezzo di legno regge un aquilone. I fanciulli avvolgono la cordicella dell’aquilone intorno a un pezzo di legno, poi mollano la cordicella in modo che l’aquilone si libri verso il cielo. Maria è come quel pezzo di legno. Intorno a lei avvolgiamo tutti i fili preziosi delle grandi verità della nostra fede, ad esempio l’Incarnazione, l’Eucarestia, la Chiesa. A differenza dell’aquilone, a noi non importa quanta distanza mettiamo tra noi e la terra: noi abbiamo sempre bisogno di Maria per tenere insieme le verità della fede. Se gettassimo via il pezzo di legno, non avremmo più l’aquilone; se gettassimo via Maria, non avremmo più nostro Signore. Lui si perderebbe nei cieli, come il nostro aquilone volato via, e ciò sarebbe davvero terribile, per noi che siamo sulla terra.

Maria non c’impedisce di onorare nostro Signore. Niente è più vile che dire che lei sottrae anime a Cristo. Sarebbe come dire che nostro Signore ha scelto una madre egoista, Lui che è l’amore personificato. Se Maria ci tenesse lontano da suo figlio, noi la rinnegheremmo! Ma non è abbastanza buona per noi peccatori, lei che è madre di Gesù?

Noi non avremmo mai avuto il nostro divino Signore se Lui non avesse scelto lei. Noi preghiamo il Padre: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Pur chiedendo a Dio il pane quotidiano, noi non lodiamo il contadino o il fornaio che aiutano a prepararlo. Né la madre che dà il pane al suo bambino esclude il dispensatore celeste. Se il giorno del giudizio nostro Signore non ci accuserà che di aver amato sua madre, allora saremo davvero felici!

E come il nostro amore non parte da Maria, così non si ferma a lei. Maria è la finestra attraverso la quale la nostra umanità intravede per la prima volta la divinità. O forse è piuttosto come uno specchio amplificatore, che intensifica il nostro amore per il figlio suo e rende più splendide e ardenti le nostre preghiere. Dio, che ha creato il sole, ha creato anche la luna. La luna non toglie nulla allo splendore del sole. La luna non sarebbe che un tizzone consumato, vagante nella immensità dello spazio, se non fosse per il sole. Dal sole appunto tutta la luce della luna è riflessa. La madre benedetta riflette il suo figlio divino; senza di Lui non sarebbe nulla. Con Lui, è la Madre degli Uomini. Nelle notti oscure noi siamo grati alla luna; quando la vediamo splendere, sappiamo che dev’esserci un sole. Così, nell’oscura notte di questo mondo, quando gli uomini volgono le spalle a colui che è la luce del mondo, noi ricorriamo a Maria perché guidi i loro passi mentre attendiamo il levar del sole.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

P.S. Se non avete questo libro di Fulton compratelo perchè è un capolavoro da leggere assolutamente!

IL MATRIMONIO PIÙ FELICE DELLA STORIA: QUELLO TRA SAN GIUSEPPE E LA VERGINE MARIA! SAN GIUSEPPE IL “GIUSTO” ERA DAVVERO COSÌ VECCHIO CON POCHE ENERGIE, QUANDO SPOSÒ MARIA? NON ERA PIUTTOSTO GIOVANE, BELLO, CASTO, VIRILE E PIENO DI FORZA?

La maggior parte delle sculture e dei quadri ci presenta un San Giuseppe anziano, con una lunga barba bianca, che ha preso in custodia Maria ed il voto di lei con un distacco simile a quello di un medico che si prende cura di una bambina in un reparto di pediatria. Non esistono prove storiche che indichino la sua età. Alcuni racconti apocrifi lo descrivono come un uomo anziano ed i Padri della Chiesa, dopo il IV secolo assumono questa immagine in modo determinato.

Ma se cerchiamo i motivi per i quali l’arte lo rappresenta anziano, scopriamo che la ragione risiede nel fatto che questa caratteristica si addice di più al suo ruolo di custode della verginità di Maria. È come se fosse dato per scontato che l’anzianità sia più adatta a preservare la verginità dell’adolescenza. Così, inconsciamente l’arte ha fatto di San Giuseppe uno sposo puro e casto più per età che per virtù. Sarebbe come credere che il modo migliore di rappresentare un uomo onesto, incapace di rubare, sia di dipingerlo senza mani; ci si dimentica così che anche negli anziani possono ardere le stesse brame carnali che ardono nei giovani. Abbiamo un esempio nel caso di Susanna, perché coloro che la tentarono nel giardino erano anziani.

Rappresentando San Giuseppe tanto anziano, ci viene trasmessa l’immagine di un uomo a cui restano poche energie vitali, invece di qualcuno che, avendole, le incatena per amore di Dio e di un motivo Santo. Farlo apparire puro perché anziano è come esaltare un torrente di montagna senz’acqua. La Chiesa non ordinerebbe sacerdote un uomo che non avesse integrità della sua potenza, essa vuole uomini che abbiano qualcosa da domare piuttosto che uomini che non hanno più niente da domare, le cui energie “selvagge” sono esaurite.

Non c’è motivo per cui con Dio sia diverso.
Sembra anche logico pensare che Nostro Signore preferisse scegliere come padre putativo un uomo che lo fosse con il sacrificio e non uno che ne fosse obbligato ad esserlo. Teniamo presente in quel contesto storico, il fatto che gli ebrei non vedevano di buon occhio un matrimonio tra età molto diverse, quelle che Shakespeare definisce “età raggrinzita e giovinezza”, tanto che il Talmud ammette il matrimonio tra età molto diverse solo per vedovi e vedove.

Infine, sembra difficile credere che Dio avrebbe messo accanto a una giovane madre, di sedici o diciassette anni un uomo anziano.

Se dalla Croce, Gesù Nostro Signore, ha affidato Sua Madre a un giovane come San Giovanni, perché avrebbe dovuto metterle un anziano al suo fianco davanti alla mangiatoia?

L’amore di una donna determina sempre il modo in cui l’uomo ama: la donna è educatrice silenziosa della sua virilità.

Maria può essere così considerata come “colei che guida alla verginità” giovani uomini e giovani donne. Quindi la più sublime ispiratrice della purezza Cristiana, non avrebbe dovuto – a rigor di logica – iniziare a ispirare e a chiamare alla verginità il primo giovane che incontrò – Giuseppe, il “giusto”?

Non era diminuendo il potere di amare di Giuseppe, ma elevandolo, che la Vergine avrebbe fatto la sua prima conquista, il suo stesso sposo, uomo che era uomo e non un anziano guardiano!

Giuseppe era probabilmente un uomo giovane, forte, virile, atletico, di bell’aspetto, casto e disciplinato; il tipo di uomo che si vede pascolare un gregge o pilotare un aereo, o al lavoro al banco da falegname. Invece di un uomo incapace di amare, deve essere stato infuocato d’amore per Maria. Così come non daremmo credito a Maria se avesse fatto voto di verginità dopo essere rimasta nubile per 50 anni, così non daremmo molto credito a un Giuseppe che fosse diventato suo sposo perché si trovava avanti negli anni.

Le giovani donne, come Maria, in quell’epoca facevano voto di amare Dio in modo esclusivo, e altrettanto facevano giovani uomini, tra i quali Giuseppe fu così preminente da guadagnarne il titolo di “giusto”. Invece di un frutto secco, da servire alla tavola del Re, era piuttosto un bocciolo pieno di promesse e potenza; non nel tramonto della vita, ma nel suo mattino, ribollendo di energia, forza e passione controllata. (…)

Maria e Giuseppe hanno portato nel loro matrimonio non solo i loro voti di verginità, ma anche due cuori nei quali scorrevano torrenti di amore più grandi di quanto sia mai accaduto nel petto di tutti gli esseri umani.

Nessun marito e nessuna moglie si sono mai amati tanto come Maria e Giuseppe. Il loro matrimonio non era come quello degli altri, perché avevano rinunciato al diritto sui corpi; nei matrimoni normali, l’unione nella carne è simbolo della consumazione della carne stessa e l’estasi che accompagna la consumazione è solo il pregustare la gioia che prova un’anima quando arriva all’Unione con Dio nella grazia. Se si arriva a sazietà e stanchezza nel matrimonio ciò accade perché viene a mancare ciò che dovrebbe rivelare o perchè non viene colto nell’atto un Mistero Divino.

Ma nel caso di Maria e Giuseppe non fu necessaria la consumazione nella carne, dato che già possedevano la Divinità. Come ha detto mirabilmente Leone XIII, “la consumazione del loro amore era in Gesù”. Perché cercare la luce tremante di una candela quando la Luce del Mondo era il loro amore? Veramente Lui è “Jesu, voluptas cordium”, “Gesù, il piacere del cuore”. Quando Lui è il dolce piacere del cuore, non si pensa nemmeno alla carne.

Come marito e moglie dimenticano se stessi contemplando il figlio appena nato nella sua culla, così Maria e Giuseppe nel possesso di Dio nella loro famiglia, a malapena si ricordavano di avere un corpo.

L’amore in genere unisce il marito e la moglie; nel caso di Maria e Giuseppe non era la combinazione dei loro amori ma Gesù che li rendeva uno. Nessun amore più profondo ha mai battuto nei cuori sotto il cielo dall’inizio del mondo e mai batterà fino alla fine del mondo. Non sono giunti a Dio attraverso il loro amore reciproco, ma Proprio andando prima da Dio, hanno goduto di amore grande e puro dell’una verso l’altro.

Per chi ridicolizza questa santità Chesterton scrive:

“Cristo nella sua purezza creativa
è venuto lasciando da parte sterili appetiti
Ecco! Nella Sua Casa (la casa della Vergine Maria) è stata partorita la Vita senza Lussuria
Così che nella tua casa muoia la Lussuria senza Vita.” (…)

Qui si tratta di matrimonio dei cuori e non della carne; un matrimonio come tra delle stelle le cui luci si uniscono nell’atmosfera, mentre esse restano separate; un matrimonio come i fiori nel giardino in primavera che uniscono i loro profumi senza sfiorarsi; un matrimonio come una composizione per orchestra che produce una meravigliosa melodia senza che nessuno strumento entri in contatto con un altro.

Questo è davvero il genere di matrimonio che c’è stato tra la Madre Benedetta e San Giuseppe, in cui si rinuncia al diritto all’altro per un motivo più elevato. Il vincolo del matrimonio non implica necessariamente l’unione carnale. Come dice Sant’Agostino “la base di un matrimonio d’amore è l’unione dei cuori”. (…)

Nel matrimonio carnale, il corpo dapprima conduce l’anima, poi, successivamente, giunge ad uno stato più riposato, nel quale l’anima guida il corpo. A questo punto entrambi i membri vanno verso Dio. Ma in un matrimonio spirituale, è Dio che possiede il corpo e l’anima dall’inizio. Nessuno dei due ha diritto al corpo dell’altro, perché appartiene al Creatore attraverso il voto.

Giuseppe ha rinunciato alla paternità nella carne, ma l’ha trovata nello spirito, perché è stato padre putativo di Nostro Signore. Maria ha rinunciato alla maternità e l’ha trovata nella propria verginità, il Giardino chiuso nel quale è entrata solo la Luce del Mondo e lo ha fatto senza rompere nulla, come la luce del sole che attraversa i vetri della finestra ed entra in una stanza. (…)

A sporgersi sulla mangiatoia dove avevano posto il Bambino Gesù, non ci sono allora un anziano e una giovane, ma un giovane e una giovane, la consacrazione della bellezza di una donna e l’offerta di un grande fascino virile.

Se il Figlio dell’Uomo facesse ritorno dall’Eternità, di nuovo giovane, se la condizione per entrare nel Paradiso è di nascere di nuovo e ritornare bambini, allora a tutte le coppie sposate dico:

Ecco il vostro modello, il vostro prototipo, la vostra Immagine Divina. Da questi due sposi che si sono amati come nessun’ altra coppia sulla terra si è mai amata, imparate che non si deve essere in due per sposarsi, ma in tre: tu, lei e Gesù.

Non parlate forse del “Nostro amore” come di qualcosa di distinto dall’amore di ciascuno di voi? Quell’amore, che è fuori da ciascuno di voi e che è più della somma dei vostri due amori, è l’Amore di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

“MARIA, VUOI FARE DI ME UN UOMO?” L’ANNUNCIAZIONE E IL FIAT DI MARIA: IL MASSIMO ATTO DI LIBERTÀ CHE IL MONDO ABBIA MAI CONOSCIUTO!

Veniamo ora al massimo atto di libertà che il mondo abbia mai conosciuto e che costituì l’annullamento di quel libero atto compiuto in paradiso dal primo uomo quando scelse il non-Dio invece di Dio. Il momento in cui questa disgraziata scelta venne annullata, fu quando Dio nella sua misericordia volle rifare l’uomo e dargli un nuovo inizio in una nuova nascita di libertà sotto Dio. Dio avrebbe potuto creare un uomo perfetto per trarre l’umanità dalla polvere, come aveva fatto al principio. Avrebbe potuto far sì che l’uomo nuovo desse principio alla nuova umanità dal nulla, come Lui aveva fatto quando aveva creato il mondo. E avrebbe potuto farlo senza consultare l’umanità, ma sarebbe stata un’invasione del privilegio umano. Dio non voleva trarre un uomo fuori dal mondo della libertà senza il libero atto di un essere libero. Il modo come Dio agisce nei riguardi dell’uomo non è quello di un dittatore ma quello di un collaboratore. Dal momento che Dio voleva redimere l’umanità, voleva farlo con il consenso dell’uomo e non a dispetto di questi. Dio poteva distruggere il male a prezzo della libertà umana, ma sarebbe stato un pagar troppo caro la distruzione della tirannide sulla terra l’avere un dittatore in cielo. Prima di rifare l’umanità, Dio volle consultare l’umanità, in modo che la dignità umana non andasse distrutta; e la persona specifica che Dio consultò fu una Donna. Al principio dei tempi fu chiesto all’uomo di ratificare il dono; questa volta ciò fu chiesto a una Donna. Il mistero dell’Incarnazione non è altro che quello della richiesta che Dio fa a una donna di dargli liberamente una natura umana. In tutte quelle parole, per bocca dell’angelo, Dio disse: “Vuoi fare di me un uomo?”. E come dal primo Adamo venne la prima Eva, così ora, nella rinascita della dignità umana, il nuovo Adamo verrà dalla nuova Eva. E nel libero consenso di Maria abbiamo l’unica natura umana che sia mai nata in perfetta libertà. (…)

L’Angelo Gabriele, quale portavoce di Dio, le chiede se vuole liberamente dare una natura umana al Figlio di Dio, in modo che Lui possa essere anche il Figlio dell’uomo. A una creatura viene chiesto dal Creatore se vuole liberamente collaborare al piano di Dio per trarre l’umanità dal fango e fare in modo che sia totalmente rapita da Dio. Maria in un primo momento si turba, in quanto non sa come potrebbe dare sembianza umana a Dio dal momento che è ancora vergine. L’angelo chiarisce il problema dicendole che Dio stesso, per mezzo del suo Spirito, compirà in lei il miracolo. Ma dal nostro punto di vista sembra che ci sia un’altra difficoltà. Maria fu scelta da Dio per essere la madre sua e fu anche preparata per quell’onore mediante la preservazione dal primo peccato che aveva infettato tutta l’umanità. Dal momento che era stata così preparata, sarebbe stata libera di accettare o rifiutare, e la sua risposta sarebbe stata frutto soltanto del suo libero volere? La risposta è che la sua redenzione era già completata, ma lei non l’aveva ancora né accettata né ratificata. Si trattava, in un certo modo, di qualcosa di simile al nostro dilemma. Siamo battezzati da piccoli e i nostri corpi diventano templi di Dio perché l’anima è stata colmata delle virtù che Dio ha immesso in lei. Diventiamo non soltanto creature fatte da Dio, ma partecipi della natura divina. Tutto questo avviene nel battesimo prima che fiorisca la nostra libertà; la Chiesa si fa garante della nostra nascita spirituale, così come i genitori hanno fatto per la nostra nascita fisica. Più tardi però ratifichiamo i doni originali mediante i liberi atti della nostra vita morale, ricevendo i sacramenti, pregando, sacrificandoci. Così anche la redenzione di Maria venne completata, come lo fu il nostro Battesimo, ma lei non l’aveva ancora accettata, ratificata o confermata, prima di dare il suo consenso all’angelo.

Maria fu destinata da Dio ad avere una parte nel dramma della redenzione, come un bambino viene destinato dai suoi genitori fisici a percorrere una carriera musicale, ma ciò non si era attuato fino a quel momento. La Santissima Trinità non prende mai possesso di una creatura senza il consenso della sua volontà. Perciò, quando Maria ebbe udito il modo come ciò sarebbe avvenuto, pronunciò parole che sono il pegno più sicuro d’indipendenza e il massimo atto di libertà che il mondo abbia mai udito: “Si faccia di me secondo la tua parola”. E come nell’Eden si erano compiuti i primi sponsali di un uomo con una donna, così in lei si compirono i primi sponsali tra Dio e l’uomo, tra l’eternità e il tempo, tra l’onnipotenza e i limiti. In risposta alla domanda: “Vuoi darmi un corpo umano?”, la cerimonia nuziale dell’amore viene inondata di nuovi torrenti di libertà: “Lo voglio”. E il Verbo fu concepito in lei.

Dio rispetta la libertà umana rifiutandosi d’invadere l’umanità e di stabilire una testa di ponte nel tempo senza il libero consenso di una delle Sue creature. La libertà di coscienza è dunque presupposta: Maria, prima di poter proclamare suoi i doni di Dio, doveva ratificare questi doni con un atto di volontà al momento dell’Annunciazione. E c’è la libertà di un abbandono totale a Dio: la nostra libera volontà è l’unica cosa veramente nostra. Salute, benessere, potere sono tutte cose che Dio può toglierci. Ma la nostra libertà ce la lascia anche nell’inferno. La libertà, in quanto tutta nostra, è l’unico dono perfetto che possiamo fare a Dio. Eppure qui una creatura ha totalmente, ma liberamente, rinunciato alla propria volontà, sicché si potrebbe dire che non toccava alla volontà di Maria di fare la volontà del figlio suo, ma toccava alla volontà di Maria di perdersi nella volontà del figlio suo. Più tardi nella sua vita il Signore avrebbe detto: “Se il Figlio dell’uomo vi farà liberi, avrete la vera libertà”. Se è così, nessuno è mai stato più libero di colei che è la signora della libertà, la donna che cantò il Magnificat.

Ma c’è un’altra libertà rivelataci attraverso Maria. Nelle nozze umane c’è qualcosa di personale, ma anche qualcosa d’impersonale o di razziale. L’elemento personale e libero è l’amore, perché l’amore è sempre per una sola persona; perciò la gelosia è la custode della monogamia. L’elemento impersonale e automatico è il sesso, perché il suo campo di azione è in certo senso al di fuori del controllo dell’uomo. L’amore appartiene all’uomo; il sesso appartiene a Dio, perché gli effetti che ne derivano esulano dalla nostra determinazione. Quando una madre genera un bambino, compie liberamente quell’atto di amore il quale fa sì che lei e suo marito siano due in una carne sola. Ma anche qui c’è l’ignoto, l’elemento libero del loro amore, ossia il non sapere se un figlio nascerà dalla loro unione, se sarà un maschio o una femmina, e la data precisa della nascita; anche il momento del concepimento si perde in una qualche indefinita notte di amore. In tal modo noi siamo accettati dai nostri genitori, piuttosto che voluti da essi, poiché lo siamo solo indirettamente.

Ma con Maria ci fu perfetta libertà. Il suo figlio divino non venne accettato in una maniera imprevista e imprevedibile. Fu voluto. Il caso non ebbe alcuna parte in ciò; nulla fu impersonale, perché il figlio fu pienamente voluto nella mente e nel corpo. Come è vero tutto ciò? Il figlio fu voluto nella mente perché quando l’angelo spiegò il miracolo, Maria disse: “Si faccia di me secondo la tua parola”. Poi fu voluto nel corpo in quel determinato momento, non in una qualche oscura notte passata; la concezione avvenne perché nel pieno fulgore della luce del mattino il divino spirito d’amore incominciò a tessere il vestito di carne per il Verbo di Dio. Il tempo venne scelto deliberatamente; il consenso fu volontario; la collaborazione fisica fu libera. È stata in tutto il mondo la sola nascita pienamente voluta e, perciò, veramente libera. Ogni nascita partecipa della natura del regno vegetale in quanto il fiore ha le sue radici nella terra benché la corolla si apra verso il cielo. Così nella generazione il corpo proviene dai genitori che sono sulla terra; le anime vengono da Dio, che è in Cielo. In Maria l’unica cosa terrena presente era lei; tutto era cielo. L’altro amore che concepì dentro di lei fu lo Spirito Santo; la persona nata da lei fu il Verbo di Dio, l’unione della divinità e dell’umanità si compì con la misteriosa alchimia della Santissima Trinità. Soltanto lei era di terra, eppure anche lei sembrava più di cielo. Le altre madri si accorgono che una nuova vita pulsa dentro di esse dai battiti che sentono. Maria sentì che la vita divina pulsava dentro di lei, mentre l’anima sua era in comunione con un angelo. Le altre madri si accorgono della loro maternità da mutamenti fisici; Maria lo seppe dal messaggio di un angelo e dall’adombramento dello Spirito Santo. Nulla che venga dal corpo è libero al pari di ciò che viene dalla mente: ci sono madri che desiderano bambini, ma devono attendere lo svolgersi di processi dipendenti dalle leggi della natura. Solo in Maria un bimbo non aspettò la natura, ma la di lei accettazione della volontà divina. Tutto ciò che ella ebbe a dire fu: “Fiat”, e concepì. Ecco ciò che avrebbe potuto essere qualsiasi nascita senza il peccato, un fatto di volontà umane che si unissero col volere divino e, attraverso l’unione dei corpi, partecipassero alla creazione di una nuova vita secondo gli usuali processi della generazione umana. La nascita verginale è perciò sinonimo di nascita in libertà.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

Non potrei mai capire perché ai nostri giorni si dovrebbero muovere obiezioni all’Immacolata Concezione: tutti i pagani moderni credono di essere stati concepiti senza macchia!

Non dobbiamo sorprenderci se di Maria si dice che fu pensata da Dio prima che il mondo fosse fatto. Quando il pittore Whistler dipinse il ritratto di sua madre non ne aveva forse l’immagine nella mente ancora prima di aver radunato i colori sulla tavolozza?

Se vi fosse stato possibile di prevedere vostra madre (non artisticamente, ma realmente), non l’avreste fatta come la donna più perfetta che mai fosse vissuta, così bella da essere la dolce invidia di tutte le donne, e così virtuosa e misericordiosa che tutte le altre madri avrebbero desiderato di imitarne le virtù? Perché dobbiamo allora pensare che Dio abbia fatto diversamente?

Quando Whistler fu complimentato per il ritratto di sua madre, disse: “Sapete bene come succede: si cerca di far la propria mamma più meravigliosa che si può”.

Quando Dio si incarnò in un uomo, credo che anche Lui abbia voluto fare la madre Sua più meravigliosa che poté, e questo fece di lei una madre perfetta. Dio non fa mai nulla senza una meticolosa preparazione. (…)

Non potrei mai capire perché ai nostri giorni si dovrebbero muovere obiezioni all’Immacolata Concezione: tutti i pagani moderni credono di essere stati concepiti senza macchia. Se non esiste il peccato originale, allora tutti sono concepiti senza macchia. Perché dovrebbero rifiutarsi di concedere a Maria ciò che concedono a loro stessi? La dottrina del peccato originale e l’Immacolata Concezione si escludono a vicenda. Se solo Maria è l’Immacolata Concezione, allora tutti noi dobbiamo avere il peccato originale.

L’Immacolata Concezione non implica che Maria non avesse bisogno della redenzione. Ne aveva bisogno come voi e come me. Fu redenta in precedenza, preventivamente, tanto nel corpo quanto nell’anima, non appena concepita. Noi riceviamo nella nostra anima i frutti della redenzione al momento del battesimo. Tutto il genere umano ha bisogno della redenzione, ma Maria non seguì la sorte di quella umanità peccatrice e ne fu separata in virtù dei meriti della crocifissione di Nostro Signore, offerti a lei nel momento della sua concezione. Se la esentiamo dal bisogno della redenzione, dovremmo anche esentarla dall’appartenenza all’umanità.

L’Immacolata Concezione perciò non implica in alcun modo che Maria non abbia avuto bisogno della redenzione: lo ebbe! Maria è il primo effetto della redenzione, nel senso che questa venne applicata a lei nel momento della sua concezione e a noi in maniera diversa e minore soltanto dopo la nostra nascita. Maria ebbe questo privilegio non per se stessa, ma per Lui.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo”)

MARIA IMMACOLATA È IL PARADISO DELL’INCARNAZIONE

Prima di fare l’uomo, Dio formò l’Eden, un giardino di delizie bello come solo Egli sa farlo. In quel Paradiso della Creazione si celebrarono le prime nozze dell’uomo e della donna. Ma l’uomo non volle altre benedizioni che quelle corrispondenti alla sua più bassa natura. Non soltanto perdette la sua Felicità, ma ferì persino la sua stessa mente e volontà. Allora Dio progettò la ricreazione o redenzione dell’uomo.

Ma prima, volle fare un altro Giardino. Questo nuovo Giardino non sarebbe stato di terra, ma di carne; sarebbe stato un Giardino sul cui ingresso non sarebbe mai stata scritta la parola “peccato”, un Giardino in cui non sarebbero cresciute le erbacce della ribellione per soffocare i fiori della Grazia; un Giardino dal quale sarebbero sgorgati i quattro fiumi della Redenzione per i quattro angoli della terra, un Giardino così Puro che il Padre Celeste non si sarebbe vergognato di mandarvi il Figlio Suo, e questo “Paradiso recinto di carne che doveva essere coltivato da Cristo, il Nuovo Adamo” era Maria, la Nostra Madre Benedetta.

Come l’Eden fu il Paradiso della Creazione così Maria è il Paradiso dell’Incarnazione. In Lei come in un Giardino vennero celebrate le prime nozze tra Dio e l’uomo.

Quanto più ci si avvicina al fuoco, tanto più se ne sente il calore: quanto più ci si avvicina a Dio, tanto maggiore è la purezza. Ma siccome nessuno fu più vicino a Dio della Donna i cui portali umani Egli valicò per venire su questa terra, nessuno poteva essere più puro di Maria. Questa sua Speciale Purezza la chiamiamo “Immacolata Concezione”.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo”)