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A QUALI CONDIZIONI POSSIAMO DIVENTARE PICCOLE OSTIE UNITE A CRISTO NELLA MESSA? IMITANDO IL BUON LADRONE: PENITENZA E FEDE! -L’OFFERTORIO DELLA MESSA-

L’Offertorio: «In verità, io ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43)

Questo momento della Messa è l’offertorio, poiché Nostro Signore si offre al Padre celeste. Ma per ricordarci che Egli non si offre da solo, ma insieme a noi, Egli unisce al suo offertorio l’anima del ladrone alla sua destra. All’inizio entrambi i ladroni lo insultavano e bestemmiavano, ma uno di loro, che la tradizione chiama Disma, volse la testa scorgendo la mansuetudine e la dignità sul volto del Salvatore crocifisso. Come un carbone gettato nel fuoco diventa luminoso e splendente, così l’anima cupa del ladrone gettata nel fuoco della crocifissione si infiammò d’amore per il Sacro Cuore. «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,39-43).

Tanto dolore e tanta fede non potevano restare senza ricompensa. Nel momento in cui il potere di Roma gli impediva di parlare, mentre i suoi amici pensavano che fosse finito tutto e i suoi nemici credevano di aver vinto, Nostro Signore ruppe il silenzio. L’imputato divenne il Giudice: il Crocifisso divenne il divino Avvocato delle anime. Al ladrone penitente proclamò: «Oggi sarai con me in paradiso». Oggi che hai pronunciato la tua prima e ultima preghiera; oggi stesso sarai insieme a me e il luogo in cui mi trovo è il paradiso. Con queste parole, Nostro Signore, offrendosi al Padre celeste come l’Ostia Magna, unisce a lui sulla patena della croce come le particole offerte nella Messa l’ostia del ladrone penitente, un tizzone raccolto dalle fiamme, un fascio strappato dai mietitori; il grano macinato al mulino della crocifissione è ora reso pane per l’Eucaristia.

Nostro Signore non soffre da solo sulla croce: Egli soffre con noi. Per questo ha unito il sacrificio del ladrone al suo. È ciò che intende San Paolo quando dice che dobbiamo completare quello che manca alle sofferenze di Cristo (Col 1,24). Questo non significa che Nostro Signore sulla croce non abbia sofferto tutto il possibile. Piuttosto indica che il Cristo fisico, storico, ha sofferto tutto ciò che poteva nella sua natura umana, ma che il Cristo mistico, che siamo Cristo e noi, non ha sofferto nella nostra pienezza. Tutti gli altri «buoni ladroni» nella storia del mondo non hanno ancora riconosciuto le proprie colpe e implorato di ricordarsi di loro.

Nostro Signore adesso è in Cielo, pertanto non può più soffrire nella sua natura umana, ma può farlo ancora nella nostra. Egli, dunque, raggiunge altre nature umane, le vostre e la mia, e ci chiede di fare come il ladrone, cioè di unirci a lui sulla croce, affinché condividendo la crocifissione, possiamo anche condividere la sua risurrezione e, resi partecipi della sua croce, possiamo partecipare anche alla sua gloria nei cieli. Come il Signore quel giorno scelse il ladrone come particola del sacrificio, oggi sceglie noi come altrettante particole unite a lui sulla patena dell’altare. (…)

Perché portiamo a Messa il pane e vino oppure l’equivalente? Perché questi due elementi, tra tutti quelli della natura, rappresentano in pieno l’essenza della vita. Il grano è il cuore della terra e l’uva ne è il sangue, ed entrambi ci danno il corpo e il sangue della vita. Portare questi due elementi che ci danno la vita, ci nutrono, equivale a portare noi stessi al sacrificio della Messa. Siamo quindi presenti in ciascuna Messa sotto le specie del pane e del vino, simboli del nostro corpo e del nostro sangue. Non siamo spettatori passivi, come se guardassimo uno spettacolo a teatro, ma offriamo la nostra Messa insieme a Cristo.

Se ci fosse un quadro adeguato a raffigurare il nostro ruolo in questo dramma, sarebbe il seguente. Di fronte a noi c’è una grande croce su cui è stesa l’Ostia Grande, Cristo. Tutt’intorno alla collina del Calvario ci sono le nostre piccole croci su cui noi, le ostie piccole, stiamo per essere offerti. Quando Nostro Signore sale sulla sua croce, noi saliamo sulle nostre e ci offriamo in unione con lui, come oblazione pura all’eterno Padre.

In quel momento compiamo fino in fondo il comando del Salvatore: «Ciascuno prenda la sua croce e mi segua». Nel far questo, non ci chiede di fare qualcosa che non ha già fatto lui stesso. E non è valida la scusa: «Sono un’ostia misera e indegna». Anche il ladrone lo era. Osserviamo due atteggiamenti nell’anima del ladrone ed entrambi lo hanno reso gradito al Signore. Il primo era il riconoscimento di meritare quanto stava soffrendo, mentre l’innocente Cristo non meritava la sua croce: in altre parole, era un penitente. Il secondo era la fede in colui che gli uomini rifiutavano, ma che il ladrone riconobbe come il vero Re dei re.

A quali condizioni possiamo diventare piccole ostie nella Messa? Come può il nostro sacrificio unirsi a quello di Cristo ed essergli gradito come quello del ladrone? Solo imitando nelle nostre anime i due atteggiamenti dell’anima del ladrone: penitenza e fede.

Prima di tutto, dobbiamo farci penitenti insieme al ladrone e dire: «Io merito il castigo per i miei peccati, ho bisogno del sacrificio». Alcuni di noi non si rendono conto di quanto siamo malvagi e ingrati verso Dio. Se lo facessimo, non ci lamenteremmo delle avversità e delle pene della vita. Le nostre coscienze sono come stanze rimaste a lungo prive di luce. Apriamo la tenda ed ecco: tutto ciò che credevamo pulito si rivela polveroso. Ci sono anime così piene di giustificazioni da poter pregare insieme al fariseo: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini» (cfr. Lc 18,11). Altre bestemmiano il Dio dei cieli per i loro dolori e peccati, ma non si pentono.

Per esempio, la Guerra Mondiale era considerata una purificazione dal male; si pensava che ci avrebbe insegnato che non possiamo andare avanti senza Dio, ma il mondo non ha imparato la lezione. Come il ladrone a sinistra, ha rifiutato di pentirsi e nega ogni relazione di giustizia tra il peccato e il sacrificio, la ribellione e la croce. Ma più siamo penitenti, meno saremo ansiosi di fuggire le croci; più vediamo noi stessi così come siamo, più diciamo, insieme al buon ladrone: «Io merito questa croce». Questi non cercava scuse; non chiedeva di giustificare il suo peccato, né che lo si lasciasse andare o lo si staccasse. Desiderava soltanto essere perdonato. Voleva essere una piccola ostia sulla sua piccola croce, proprio perché era un penitente. E non c’è per noi altra strada per diventare piccole ostie unite a Cristo nella Messa, se non spezzare i nostri cuori nel dolore; poiché, se non confessiamo di essere feriti, come potremo sentire il bisogno della guarigione? Se non siamo addolorati per aver partecipato alla crocifissione, come potremo mai chiedere che il nostro peccato sia perdonato?

La seconda condizione per diventare un’ostia nell’offertorio della Messa è la fede. Il ladrone volse il capo verso il Signore e vide un segno che diceva: «Re». Che strano re è mai questo? La sua corona era fatta di spine, la sua porpora regale era il suo sangue, il suo trono una croce, la sua corte i carnefici, la sua incoronazione una crocifissione. Eppure, in mezzo a tutte queste scorie, il ladrone vide l’oro; tra tante bestemmie elevò una preghiera. La sua fede era così salda che era contento di restare sulla croce. Il ladrone a sinistra chiedeva di essere liberato, a differenza di quello a destra. Perché? Perché il buon ladrone era consapevole di un male peggiore della crocifissione e di un’altra vita al di là della croce. Aveva fede nell’Uomo crocifisso al centro, che se avesse voluto sarebbe stato capace di trasformare le spine in ghirlande e i chiodi in boccioli; ma lui aveva fede in un regno oltre la croce, sapendo che le sofferenze di questo mondo non sono paragonabili alle gioie future. La sua anima esclamava, con il salmista: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal. 22 [23],4).

Il buon ladrone sapeva che Nostro Signore avrebbe potuto liberarlo, ma non chiese di essere staccato dalla croce, poiché Egli stesso non poteva liberarsi, anche se la folla lo sfidava in tal senso. Il ladrone voleva essere una piccola ostia, se necessario, fino al compimento ultimo della Messa. Ciò non significa che non amasse la vita: egli la amava quanto noi. Desiderava una vita lunga e la trovò, poiché quale vita è più lunga di quella eterna? A tutti e ciascuno di noi, in modo simile, è dato di scoprire quella vita eterna. Ma non c’è altro modo di entrarvi se non con la fede e la penitenza che ci uniscono all’Ostia Grande, Cristo Sacerdote e Vittima. In tal modo diventiamo ladri spirituali e rubiamo il Cielo ancora una volta.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

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-IN QUESTO MONDO AVRETE TRIBOLAZIONI- GESÙ NON HA DETTO: “SIATE BUONI E NON SOFFRIRETE”

Quando Gesù disse: «Ho vinto il mondo», non intendeva dire che i Suoi seguaci sarebbero stati immuni dalle tribolazioni, dalla sofferenza, dal dolore, dalla crocifissione e dalla morte. Non diede la pace che prometteva l’esenzione dalla lotta, perché Dio odia la pace in coloro che sono destinati alla guerra contro il male.

Se il Padre Celeste non aveva risparmiato il Figlio, allora Lui, il Figlio Celeste, non avrebbe risparmiato i Propri discepoli. Ciò che la Risurrezione offriva non era l’immunità dal male nel mondo fisico, ma l’immunità dal peccato nell’anima.

Agli Apostoli, il Divino Salvatore non disse mai: «Siate buoni e non soffrirete»; sebbene: «In questo mondo avrete tribolazioni». E li ammonì anche a temere non già quelli che uccidono il corpo ma quelli che possono uccidere l’anima.

Ed ecco ora dichiarare agli Apostoli che la Sua Vita era un modello per tutti i Suoi seguaci, incoraggiandoli così ad accettare con animo coraggioso e sereno quanto di peggio questa vita avesse da offrire. E disse pure che tutte quelle sofferenze erano come l’ombra della «Sua mano carezzevolmente protesa».

Nessun talismano Egli promise a proteggere dalle tribolazioni: è vero invece che come un Capitano Egli aveva combattuto per suggerire agli uomini il modo di trasfigurare alcune delle più tremende sofferenze della vita nei più ricchi profitti della vita spirituale.

La Croce di Cristo aveva sollevato le questioni della vita, e ad esse rispose la Risurrezione.
Non il Cristo svirilizzato ma il Cristo Virile è Colui che mostra e spiega nel Proprio Corpo il vessillo della Vittoria: la bandiera tutta Stimmate e Piaghe della Salvezza.

Tutto ciò il poeta Edward Shillito ha espresso in questi termini: «Nessun falso dio, immune dalle tribolazioni e dal dolore, avrebbe potuto consolarci in quei giorni».

(Fulton J. Sheen, da “Vita di Cristo”)

DIO CI AMA CON VERO AMORE E CI DONA CIÒ DI CUI ABBIAMO BISOGNO PER LA NOSTRA PERFEZIONE: “Sono troppi coloro che credono che Dio sia buono soltanto quando ci dona quello che desideriamo”

Sono troppi coloro che credono che Dio sia buono soltanto quando ci dona quello che desideriamo. Siamo, in altre parole, simili a quei figli che pensano che i loro genitori non li amino, perché non danno loro una pistola o perché li mandano a scuola. Per intendere la Divinità, dobbiamo fare una distinzione fra l’ottenere ciò che desideriamo e l’ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.

Ditemi: Dio è buono, quando soddisfa i nostri desideri, o quando noi soddisfiamo i Suoi?
Dio è buono, soltanto quando ci dona ciò che desideriamo, o è buono quando ci dona ciò di cui abbiamo bisogno anche se non lo desideriamo? Quando il figliuol prodigo lasciò la casa paterna, e disse: “dammi!”, considerò che suo padre era buono, perchè soddisfaceva i suoi desideri. Quando invece, tornò a casa, fatto molto più saggio dall’esperienza, domandò soltanto ciò di cui aveva bisogno, cioè l’amore del padre e disse: “fammi”.

Sul Calvario, il ladro che stava a sinistra di Cristo, giudicava la bontà di Lui, in base al potere che aveva di discendere dalla Croce. Ecco ciò che desiderava il ladro di sinistra. Il ladro di destra, invece, giudicava la bontà di Cristo Signore, in base al potere che aveva di portarlo in Paradiso. Ecco quello di cui aveva bisogno.

Le molte persone che seguivano il Nostro Redentore nel deserto non avevano bisogno di ricevere monete o pietre preziose dal Redentore, perché anche se le avessero ricevute, nessuno avrebbe detto che quelle bastavano. Il Redentore, invece, diede loro il pane, e ognuno dice la Scrittura: “fu saziato”. Mentre avrebbero desiderato monete e pietre preziose, esse, in realtà, avevano bisogno di pane.

La bontà di Dio consiste in questo: ci dona ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra perfezione, e non quello che desideriamo per il nostro piacere, che molto spesso diventa la nostra rovina.

Dio è come uno scultore: lavora di scalpello per togliere le nostre sporgenze e le nostre durezze di egoismo, affinchè la Sua immagine, che sta sotto, si riveli nella sua piena bellezza. Dio è come un musicista. Quando vede che nel violino della nostra personalità, le corde sono troppo allentate, le tira, anche facendole soffrire, allo scopo di far meglio emergere le nostre intime armonie.

Essendo il Supremo amante delle nostre anime, si prende cura del nostro agire, del nostro pensare e del nostro parlare. Qual padre non desidera gloriarsi del proprio figlio? Se qualche volta parla con severità al figlio, non è perche sia un tiranno; ma perché desidera che diventi un figliuolo degno.

Ecco la maniera esatta con cui la bontà di Dio si manifesta a noi. Dio ci ama di vero amore e quindi non è senza interesse nei nostri confronti. Come i vostri genitori desiderano che voi siate felici, così Dio desidera che voi siate felici. Dio ci creò non per la Sua felicità; ma per la nostra, e pretendere che Dio sia soddisfatto di lasciarci così come siamo, è pretendere che Dio smetta di amarci.

Dio non ci lascerebbe soffrire un dolore, un insuccesso, una triste esperienza, se non volesse con quella maniera aiutarci ad essere perfetti. Se non ha risparmiato il proprio Figlio in Croce, per la redenzione del mondo, potete essere sicuri che non risparmierà i vostri desideri, affinchè voi possiate essere ciò di cui avete bisogno: felici e perfetti figlioli di un padre amoroso.

Può anche permettere che noi facciamo la guerra, come risultato del nostro egoismo, affinché possiamo convincerci una buona volta, che non c’è pace, eccetto che nella Bontà e nella Verità.

(Fulton J. Sheen, da “Vi presento la Religione”)

IL DOLORE E LA CROCE SENZA CRISTO PORTANO ALLA DISPERAZIONE, IL DOLORE VISSUTO CON CRISTO CI REDIME E CI SALVA!

Il buon ladrone, il ladro di destra, è il modello di coloro per i quali il dolore ha un senso; il ladro di sinistra è il simbolo della sofferenza non consacrata. Il ladro di sinistra non soffrì più del ladro di destra, ma la sua crocifissione cominciò e terminò con una bestemmia. Neppure per un momento egli stabilì un rapporto tra la propria sofferenza e Gesù Crocifisso. L’invocazione del perdono pronunciata in Croce da Cristo Nostro Signore non fu, per questo ladro, più importante del volo di un uccello.

Non riuscendo egli ad assimilare il proprio dolore e a farne l’alimento della propria anima, il dolore si volse contro di lui come una sostanza estranea immessa nello stomaco si volge contro di esso, infettando e intossicando l’intero apparato digerente. Ecco perché divenne più velenoso, ecco perché bestemmiò proprio il Signore che avrebbe potuto condurlo nei pascoli della Pace e del Paradiso.

Il mondo, ai nostri giorni, è pieno di individui che, al pari del ladro di sinistra, non vedono nel dolore alcun significato. Ignoranti come sono della Redenzione di Gesù Nostro Signore, costoro non riescono ad adattare il dolore ad un modello. Poiché non hanno mai pensato a Dio se non come a un nome, si trovano ora nell’impossibilità di inserire le irriducibili realtà della vita nel Suo Divino Disegno.
Ecco perché tanti di quelli che non credono più in Dio diventano cinici.

Chiara è la lezione del ladro di sinistra: il dolore di per sé non ci rende migliori ma può renderci peggiori. Nessuno è mai diventato migliore soltanto perché afflitto dal mal d’orecchi. La sofferenza, quando non sia spiritualizzata, non migliora l’uomo: lo perverte!

Il ladro di sinistra non diventa migliore in virtù della propria crocifissione; la quale lo rende insensibile, lo cauterizza e ne offusca l’anima. In quanto si rifiuta di considerare il dolore in rapporto a qualche altra cosa, finisce col pensare solo a se stesso e a chi avesse avuto la possibilità di tirarlo giù dalla croce.

Così è di coloro che non hanno più fede in Dio. Per essi, Gesù Nostro Signore sulla Croce non è che un episodio della storia dell’Impero Romano, e non un messaggio di speranza o una prova di amore. Vivono la loro vita senza mai preoccuparsi di indagarne il senso. Non avendo ragione di vivere, ecco che la sofferenza li inasprisce, li intossica, finché la grande porta dell’occasione della vita gli si chiude in faccia e simili al ladro di sinistra, spariscono bestemmiando nella notte dei dannati.

Consideriamo il buon ladrone, il ladro di destra in croce: il simbolo di coloro per i quali il dolore ha un senso.

Sulle prime, egli non lo capì, cosicché unì le proprie bestemmie a quelle del ladro di sinistra; ma, come talora un lampo illumina il sentiero che non abbiamo preso, così il Perdono invocato da Cristo Salvatore per i Suoi carnefici illuminò al ladro la strada della Misericordia.

Cominciò ad accorgersi che se il dolore non avesse ragion d’essere, Gesù non lo avrebbe abbracciato. Perché se la Croce non avesse un fine, Gesù non vi si sarebbe innalzato. Il dolore cominciava a farsi comprensibile al buon ladrone: per il momento rappresentava almeno un’occasione per far penitenza di una vita peccaminosa.

E non appena fu raggiunto dalla Luce egli rimproverò il ladro di sinistra dicendo: “Questo supplizio per noi è giustizia, perché noi riceviamo la pena dei nostri delitti, ma Lui non ha fatto nulla di male”.

Capiva, adesso, che il dolore agiva sulla sua anima come il fuoco agisce sull’oro: bruciandone completamente le scorie. Il dolore gli scrostava gli occhi: ed ecco, volgendosi verso la Croce centrale, egli non vide più un uomo crocifisso, ma un Re Celeste.

Pensò: “Chi può invocare il Perdono per i propri assassini non abbandonerà un ladro”

E disse: “Signore, ricordati di me quando sarai nel Tuo Regno!”

E una Fede così Grande fu ricompensata: “Ti dico in Verità: oggi sarai con Me in Paradiso”.

Il dolore di per sè non è insopportabile: insopportabile è l’impossibilità di capirne il senso. Se non avesse visto un fine nel dolore, il buon ladrone non avrebbe mai salvato la propria anima. Il dolore può essere la morte della nostra anima, come può esserne la vita. Tutto dipende dal collegarlo, o meno, a Cristo Nostro Signore e Salvatore.

Una delle più grandi tragedie del mondo è il dolore sprecato. Il dolore che non sia in relazione con la Croce è come un assegno non firmato e non ha alcun valore; ma dopo che lo abbiamo sanzionato con la firma di Cristo Salvatore sulla Croce, assume un valore infinito.

Una testa febbricitante che non batta mai all’unisono con una Testa Incoronata di Spine, o un dolore alla mano che non abbia mai sofferto la pazienza di una Mano Inchiodata alla Croce, è un fatto assolutamente improduttivo. A seguito di questa sofferenza sprecata il mondo è diventato peggiore, mentre sarebbe potuto essere tanto migliore.

(Fulton J. Sheen, da “Go To Heaven-Andate in Paradiso!”)

BEATI QUELLI CHE PIANGONO…SE VOGLIAMO ESSERE FEDELI A CRISTO DOVREMO VERSARE LE NOSTRE LACRIME IN QUESTO MONDO!

La differenza tra la beatitudine del mondo, “Ridete e il mondo riderà con voi”, e la beatitudine di Nostro Signore, “Beati quelli che piangono perché saranno consolati”, non è che il mondo porta le risate e Nostro Signore le lacrime. Non è nemmeno una scelta di avere o non avere tristezza; è piuttosto una scelta di dove metterla: all’inizio o alla fine.

In altre parole, cosa viene prima: le risate o le lacrime? Mettiamo le nostre gioie nel tempo o nell’eternità, perché non possiamo averle in entrambi. Rideremo in terra o rideremo in cielo, perché non possiamo ridere in entrambi. Piangiamo prima di morire o dopo la morte, perché non possiamo piangere in entrambi. Non possiamo avere la nostra ricompensa sia in cielo che in terra. Per questo crediamo che una delle parole più tragiche della vita di Nostro Signore sia la parola che Egli dirà al mondo alla fine dei tempi: “Avete già avuto la vostra ricompensa”.

Quale delle due strade prenderemo: la strada reale della Croce, che conduce alla Risurrezione e alla vita eterna, o la strada dell’egoismo, che conduce alla morte eterna?

La prima strada è piena di spine, ma se la percorriamo abbastanza a fondo, la troviamo che finisce in un letto di rose; l’altra strada è piena di rose, ma se la percorriamo abbastanza a fondo, finisce in un letto di spine. Ma non possiamo prendere entrambe le strade o trarre il meglio da entrambi i mondi perché non possiamo amare sia Dio che Mammona, così come non possiamo essere vivi e morti allo stesso tempo. “Nessun uomo può servire due padroni. Perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o sosterrà l’uno e disprezzerà l’altro” (Mt 6,24).

Se salviamo la nostra vita in questo mondo, la perdiamo nell’altro; se perdiamo la nostra vita in questo mondo, la salviamo nell’altro. Se seminiamo nel peccato, raccogliamo la corruzione; se seminiamo nella verità, raccogliamo la vita eterna. Ma non possiamo fare entrambe le cose.

Con quale, allora, inizieremo: il digiuno o la festa? Questo è il problema delle Beatitudini. Nostro Signore inizia con il digiuno e finisce con la festa; il mondo inizia con la festa e finisce con il digiuno. (…)

Ma che ne sarà di noi? Quale beatitudine seguiremo? Faremo tutte le nostre risate qui in questo mondo, o ne conserveremo una parte per l’eternità? Fuggiremo dalla croce ora, o la abbracceremo? Pianificheremo la nostra vita, in modo che alla fine potremo dire: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”?

Se lo faremo, allora dovremo piangere. Ma perché dobbiamo piangere?

Dobbiamo piangere, prima di tutto, perché il mondo ci farà piangere se seguiamo le Beatitudini del Redentore. Se pratichiamo la mitezza, il mondo cercherà di provocarci all’ira; se siamo misericordiosi, il mondo ci accuserà di non essere giusti; se siamo puri di cuore, il mondo ci griderà: “Puritani! Moralisti!”; se abbiamo fame e sete di giustizia, non avremo successo; se siamo operatori di pace, il mondo dirà che siamo codardi; se siamo poveri di spirito, il mondo ci guarderà dall’alto in basso. In una parola: la sofferenza segue naturalmente il conflitto del cristiano con il male del mondo.

Poiché siamo stati portati fuori dal mondo, il mondo ci odierà. Il servo non è al di sopra del padrone; se il mondo ha fatto versare a Cristo lacrime di sangue, farà piangere anche noi. Questa è la prima ragione, dunque, per cui dobbiamo piangere: perché abbiamo scelto l’Uomo dei Dolori.

Ma: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.” (Mt 5,11-12). (…)

C’è un’altra ragione per cui dovremmo piangere, ed è per il dolore che abbiamo causato alla Beata Madre di Nostro Signore…la ripercussione del peccato è enorme!

Anche il Calvario ha avuto la sua vittima innocente, una vittima che non ha avuto alcuna parte nel portare Nostro Signore sulla Croce; anzi, l’unica che abbia mai potuto dire: “Sono innocente del sangue di quest’uomo”. Quella vittima innocente era Maria. Che cosa aveva fatto per meritare le Sette Spade? Quali crimini aveva commesso per essere derubata del suo Figlio? Non aveva fatto nulla, ma noi sì!

Abbiamo peccato contro il suo Figlio Divino, lo abbiamo condannato alla croce e, peccando contro di Lui, l’abbiamo ferita. Infatti, le abbiamo messo nelle mani il più grande di tutti i dolori, perché non stava perdendo un fratello, o una sorella, o un padre, o una madre, o anche solo un figlio: stava perdendo Dio. Non c’è un dolore più grande di questo! (…)

E infine, dovremmo piangere per la più grande di tutte le ragioni: cioè per quello che i nostri peccati hanno fatto a Cristo.

Se fossimo stati meno orgogliosi e superbi, la Sua corona di spine sarebbe stata meno perforante e penetrante; se fossimo stati meno avari e avidi, i chiodi nelle Mani sarebbero stati meno ardenti e brucianti; se avessimo camminato di meno nelle vie subdole del peccato, i Suoi piedi non sarebbero stati così profondamente scavati e bucati con l’acciaio; se il nostro parlare fosse stato meno velenoso, le Sue labbra sarebbero state meno aride e assetate; se fossimo stati meno peccaminosi, la Sua agonia sarebbe stata più breve; se avessimo amato di più, Egli sarebbe stato odiato di meno.

C’è un’equazione personale tra quella Croce e noi. La vita con le sue ribellioni, le sue ingiustizie, i suoi peccati, tutto ha avuto un ruolo nella Crocifissione. Non possiamo lavarci le mani dalla nostra colpa più di quanto Pilato abbia potuto lavarsi le sue, mentre le teneva in alto sotto il sole di mezzogiorno e si dichiarava innocente.

Non è stata tanto la Crocifissione a ferirLo e a farGli male, non è stato Anna, non è stato Caifa, non sono stati i carnefici, perché “non sapevano quello che facevano” (Luca 23,34); non sono stati i Suoi nemici a causare il Suo più grande dolore: “Se i miei nemici avessero fatto questo, avrei potuto sopportarlo” (Sal 54,13).

Siamo stati noi a rattristarlo maggiormente, perché sappiamo quello che facciamo; abbiamo assaggiato le sue dolcezze; abbiamo spezzato il Pane con Lui; siamo i suoi familiari. Questo è il nostro dolore: che Colui che è venuto a guarire i cuori spezzati ha avuto il Suo Cuore spezzato da noi.

(Fulton J. Sheen, da “The Cross and the Beatitudes”)

Perché dovrei soffrire? Cosa ho fatto di male nella vita?

Non solo chi conduce una vita cattiva soffre, ma anche chi conduce una vita buona. Ai piedi della Croce ci sono le vite buone, le vite migliori: specialmente la vita della Santa Madre. A volte ci chiediamo: “Perché dovrei soffrire? Cosa ho fatto di male nella vita?”

E cosa ha mai fatto di sbagliato Maria? Che cosa ha fatto di male Nostro Signore? Ricordatevi che siamo chiamati a partecipare all’opera di Redenzione di Cristo. Come dice San Paolo: “sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa.”

Cristo ha sofferto abbastanza? Sì. Ma a causa di chi? A causa del Suo Corpo, che è la Chiesa. Passano i secoli e noi continuiamo l’opera di Redenzione di Nostro Signore. Alla nascita di Cristo, Maria è stata chiamata a condividere la sua sofferenza. Quando lei portò il figlio di Dio a Simeone, egli disse: “Una spada trafiggerà la tua anima”. Ha dato alla luce il suo Bambino senza dolore, ma tutti gli altri che diventano fratelli di Cristo e figli di Maria sono la causa dell’agonia di questa Madre. Maria ha preso parte all’opera di Redenzione di Nostro Signore dando alla luce noi, suoi figli, in modo spirituale. Per questo possiamo chiamarla: Nostra Madre.

(Fulton J. Sheen, da “Through the Year with Fulton Sheen”)