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Non negare mai la tua colpa! La cosa peggiore al mondo non è il peccato ma negare di essere peccatori; questo è un peccato imperdonabile.

Amici di Fulton John Sheen

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Non negare mai la tua colpa!

Negarla ha cinque gravi conseguenze per la tua anima:

1)Distrugge il carattere perché elimina la responsabilità e – di conseguenza – la libertà.

2)Rende impossibile il perdono, perché neghi che ci sia un peccato che deve essere perdonato e confessato.

3)Negare la propria colpa trasforma le persone in cacciatori sensazionali, pettegoli e rivoluzionari violenti, perché trasferiscono la loro colpa sugli altri per sfuggire al proprio rimorso.

4)Negare la propria colpa porta a un peccato maggiore, perché la tua coscienza diventa sempre più indifferente e la virtù è sempre più ripugnante.

5)Infine, la negazione della colpa di sé porta alla disperazione, che si trasforma in fanatismo diretto contro la religione e la moralità, l’odio verso il quale è una prova della propria colpa.

In breve, la ragione principale della tragedia dell’anima moderna è che nega la propria colpa, impedendo così non solo il perdono ma…

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A NATALE I PASTORI E I RE MAGI TROVARONO CRISTO. PERCHÉ OGGI SONO COSÌ POCHE LE ANIME CHE TROVANO DIO?

Chiunque rifletta sul problema religioso si porrà domande simili a queste: perché sono così poche le anime che trovano Cristo? Perché le mode passeggere del giorno guadagnano tanti seguaci e il Salvatore divino così pochi? Son molti a vedere nel Cristo un simpatico sostenitore della fraternità umana oppure un riformatore sociale di tendenze umanitarie, ma pochi a riconoscere in Lui il Dio tra gli uomini, la Luce e la Vita del mondo. Perché tale atteggiamento verso Chi venne a ricreare il mondo ricreando il cuore umano?

La risposta è che le menti che lo cercano non sono abbastanza semplici o non sono abbastanza istruite. Sin dall’inizio, il Signore venne scoperto solo da due classi di individui: da coloro che sanno e da coloro che non sanno, mai da coloro che credono di sapere. La teologia è tanto profonda da poter essere compresa solo dagli estremi della più alta semplicità e della più alta sapienza. Perché l’uomo sapiente e l’uomo semplice hanno una dote in comune: quella dell’umiltà. Il sapiente è umile perché sa che la teologia ha profondità che non potrà mai raggiungere; l’uomo semplice è umile perché sa che la teologia è così profonda da non valer la pena di scavare… Ma l’inquisitore pieno di sé, che possiede una mente infantile imbottita con l’orgoglio della sua piccola cultura, è tanto convinto dell’importanza di ciò che sa, da non voler scavare affatto, perché è certo che nulla possa essere più profondo di se stesso. Come fu da principio, è anche oggi e sarà sempre: scoprono il Signore soltanto l’uomo semplice e il vero erudito; non lo scoprirà mai l’uomo di limitata cultura, e la mente che crede di sapere.

Torniamo alla notte in cui la Luce Divina, per illuminare le tenebre dell’uomo discese sulla terra da Lei creata, e vedrete appunto che solo i semplici e i sapienti lo trovarono, cioè i pastori e i re Magi. Gli angeli e una stella colsero il riflesso di quella Luce, come una torcia che accende la fiamma di un’altra torcia, e lo trasmisero ai custodi delle pecore e agli studiosi del cielo.

Ed ecco! Mentre i pastori vegliavano le greggi sulle colline intorno a Betlemme, vennero riscossi dalla luce emanata dagli angeli, i quali dissero loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”.

Ed ecco! Mentre i Magi che abitavano oltre la terra della Media e della Persia scrutavano i cieli, lo splendore di una stella, che era come la lampada del tabernacolo accesa nel santuario della Creazione di Dio, li incitò a seguire quella luce che li condusse alla grotta, dove la stella rimase offuscata dallo straordinario splendore della Luce del Mondo.

Come farfalle attirate dalla fiamma, pastori e Magi giunsero a un trono che era soltanto una stalla, e a un Dio che era soltanto un bambino. E non appena Dio nella persona del Bambino sollevò gli occhi dalla mangiatoia in cui stava adagiato, vide i rappresentanti delle due sole classi umane che l’avevano trovato in quella notte, e che sole sapranno trovarlo fino alla fine del tempo: i pastori e i Magi; gli uomini semplici e i sapienti.

I pastori erano anime semplici che nulla sapevano della politica del mondo, nulla di arte o di letteratura. Nessuno di loro avrebbe saputo recitare un solo verso di Virgilio, sebbene in tutto l’Impero Romano non si sarebbe potuta trovare persona dotata di un briciolo di cultura che ne ignorasse l’opera poetica. Nei loro campi e nella semplice vita che conducevano non erano mai giunti gli echi degli scandali scoppiati alla corte di Erode, né una sola parola riguardo all’erudito Gamaliele che abitava nel Tempio e tentava di contare le 70 settimane degli anni.

Il gran mondo della pubblica opinione li ignorava, tenendoli in nessun conto per il progresso degli uomini e delle nazioni. E tuttavia quei semplici pastori, i cui più antichi re già erano stati tali, non ignoravano due importantissime cose: riconoscevano l’esistenza di Dio sopra di loro e delle pecore ai loro piedi.

Ciò bastava per quelle anime semplici, e nella notte in cui i cieli erano così splendenti da prorompere nella rivelazione dei loro radiosi cantori, un angelo annunciò che l’oggetto della loro lunga smaniosa attesa era ormai nato tra la gente semplice, in un’umile stalla, nella povera cittadina di Betlemme. E prendendo una delle cose che conoscevano, un agnellino, lo portarono con loro e lo deposero ai piedi della sola altra cosa che non ignorassero: il Dio dei Cieli, disceso sulla terra come un agnello sacrificato fin dall’inizio del mondo. E finalmente i pastori trovarono il loro Pastore.

Gli altri che trovarono Cristo furono i Magi, che non erano re, ma maestri di re; non dilettanti del sapere, ma scrutatori dei cieli e scopritori di stelle. Sia nella scienza che nella religione essi occupavano i primi posti nelle rispettive nazioni; i re li consultavano prima di intraprendere la guerra, i contadini prima di coltivare la terra.

Una notte apparve in cielo una nuova stella. Migliaia di persone, oltre i Magi, ne scorsero la luce brillante, ma nessuno di loro possedeva la sapienza dei Magi; erano sapienti solo perché si ritenevano tali. Costoro videro soltanto una stella, ma quei primi scienziati dell’era cristiana scorsero una stella e intuirono la presenza di un Dio.

Per l’uomo superbo la stella non è che una stella; ma per il sapiente la stella è opera delle mani di Dio, è manifestazione e rivelazione di qualche cosa che la trascende. Perciò essi seguirono la luce della stella, che invece di guidarli verso le montagne del sole e oltre i scintillanti candelabri delle Pleiadi, fino ai segreti contrafforti del cielo, li condusse per le sabbiose vie della terra, fino al punto in cui si arrestava l’estremità della cometa dorata e dove i Magi, che erano stati contenti di intraprendere il viaggio di scoperta, fecero la grande scoperta di Dio.

Questi uomini saggi, sapienti e potenti, in ginocchio sulla paglia nelle loro splendide vesti, davanti a un bambino che non poteva fare domande né rispondere a nessuno, offrirono i loro doni a se stessi in pegno dell’obbedienza del mondo. Il dono era triplice: oro, incenso, mirra – l’oro, perché avrebbe regnato da Re; l’incenso, perché sarebbe vissuto da sacerdote; la mirra, perché sarebbe morto come muoiono gli uomini –. Quegli uomini sapienti avevano finalmente scoperto la Sapienza.

Pastori e Magi trovarono Cristo, ma pensate alle moltitudini che non lo trovano. Allora, come oggi, il mondo era pieno di gente ricca della sapienza della terra, ma nessuno di loro scoprì il Signore. I tanti agnostici di Roma ripetevano a un giovane Pilato che la verità non esiste; i tanti sofisti insegnavano nella piazza di Atene che l’uomo non ha bisogno di Dio; i futili poeti glorificavano la licenza, chiamandola libertà, e l’ingiustizia, chiamandola progresso; ma nessuno di loro ebbe la visione di un angelo, né scorse la luce di una stella.

Perché? Perché sia nel campo intellettuale quanto in quello morale, i tesori della saggezza e della sapienza, della grazia santificante e della redenzione sono riservati solo ai due opposti.

Quando Dio fu bambino, solo gli estremi intellettuali della semplicità e della sapienza trovarono la via che conduceva alla capanna; quando Dio fu uomo, solo gli estremi morali del peccato e dell’innocenza trovarono la via per giungere ai Suoi piedi. Gli innocenti come Giovanni andarono da Lui perché non avevano bisogno di essere purificati; i peccatori come la Maddalena andarono da Lui perché sentivano il bisogno di venire purificati. Ma il gruppo di mezzo dei farisei, che rimproveravano gli Apostoli perché non si lavavano le mani prima di mettersi a tavola, ipocriti che erano come sepolcri imbiancati, brillanti all’esterno, ma dentro pieni di putredine; i giusti ai propri occhi e per metà depravati, mai accesi d’amore né gelidi d’odio: quelli non s’inginocchiarono mai davanti alle mani levate del Cuore Santissimo. Sono quelli dei quali la Scrittura dice che saranno rigettati dalla bocca di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “L’Uomo di Galilea” edizioni Fede e Cultura)

IL NATALE DI CRISTO, LA NASCITA DEL DIO-UOMO, È LA FESTA DEI BAMBINI E DEGLI ADULTI CHE RITORNANO AD ESSERLO

-Solo il cuore umile scopre la grandezza di Dio-

Il mondo, sempre incline a riconoscere la forza, non riesce mai ad afferrare in pieno il paradosso per cui solo i bambini sanno scoprire la grandezza dell’universo, e solo gli umili di cuore riescono a scoprire la grandezza di Dio. Il mondo non impara questa lezione perché confonde piccolezza con debolezza, l’infanzia con l’infantilismo, e l’umiltà col complesso di inferiorità. Immagina il potere solo in termini di forza fisica, e la sapienza solo in rapporto alla vana cultura dello spirito del giorno. Dimentica che una grande forza morale si può nascondere nella debolezza fisica, così come l’Onnipotenza venne avvolta strettamente nelle fasce; e che la grande saggezza si può trovare nella fede semplice, così come la Mente eterna si trovò nella persona di un Bambino. Ecco la forza, quella forza davanti alla quale tremano gli angeli, la forza cui s’inchinano le stelle, la forza di fronte alla quale persino il trono di Erode tremò di paura. È la forza di quel tremendo Amore divino che tutto affrontò pur di convincerci riguardo alla misura di Dio rispetto a ciò che è veramente grande e alto.

Ma la Sua legge dev’essere la nostra fatica eterna dove Lui si compiacque di cominciare la Sua, vale a dire dal più basso e umile gradino, che è il punto di partenza verso ciò che è più alto e più potente. Come successe che Dio stesso discese fin giù all’infanzia, facendo di essa il primo passo verso il trionfo eterno, così dobbiamo scendere dal nostro orgoglio ignorante al livello di ciò che siamo ai Suoi occhi. “Se non diventerete come i bambini, – Egli ci dice esplicitamente, – non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3).

Diventare bambini significa semplicemente acquistare umiltà, vale a dire rendere chiaro ogni giudizio su noi stessi, riconoscere l’immensa differenza che passa tra la nostra povera vita e quella eterna che ci attende, ammettere la nostra debolezza, la nostra fragilità, le nostre colpe, la meschinità di tutto ciò che oggi facciamo, e insieme la forza e la sapienza che diventeranno nostre, purché siamo abbastanza umili per inginocchiarci davanti a un Bambino adagiato sulla paglia di una mangiatoia, e per confessare che Lui è il nostro Signore, la nostra Vita, il nostro Tutto.

Così la nascita del Dio-Uomo è la festa dei bambini, il giorno in cui gli anni retrocedono e le rughe del volto sono spianate dal tocco di una mano rigeneratrice, nel quale i superbi diventano bambini, i grandi piccoli, e tutti trovano il loro Dio…Chiniamo tutti il capo ed entriamo nella grotta; spogliamoci della sapienza mondana, dell’orgoglio, di ogni apparente superiorità, e di fronte all’insondabile mistero dell’umiliazione del Figlio di Dio, cerchiamo di farci piccoli. In questa veste, avviciniamoci alle ginocchia della più amabile donna del mondo, della donna che, sola tra tutte, è ornata della rosa rossa della maternità e di quella candida della verginità, della donna che, dando alla luce il Signore, divenne la Madre degli uomini; e chiediamole di insegnarci a servire Dio, ad amarlo e a pregarlo.

E dopo avere chiesto a Maria che ci insegni a pregare, ci rivolgeremo a Gesù, e se non abbiamo perduto quella nostra parte d’infanzia che sola ci può far scoprire i segreti dell’Infinito, Gli rivolgeremo una delle domande più importanti del mondo. Non gli chiederemo di svelarci i misteri dell’atomo, né vorremo sapere se lo spazio è curvo, o se la luce è un’onda, ma Gli chiederemo ciò che prova il re del cielo a vivere come un bambino su questa nostra povera terra. Se saremo ancora piccoli abbastanza per fare tutto questo intorno a un Presepio dove frusciarono e rombarono “inimmaginabili ali intorno a una incredibile stella”, allora sapremo scoprire l’Infinito; se saremo abbastanza umili per andare da Colui che non possiede una casa, troveremo la nostra casa; se saremo abbastanza semplici per diventare bambini, rinascendo nonostante i molti anni d’età, allora scopriremo la Vita che resiste quando il tempo ha finito di esistere.

Per alcuni Egli viene quando il loro cuore non contiene alcun attaccamento terreno; per altri viene quando il corpo avido esprime l’avidità dello spirito: per altri quando la gioia li avvolge nel suo abbraccio esclusivo; per altri quando il mondo, usato come un bastone per sorreggersi, ha ferito le loro mani; per altri viene soltanto quando hanno le guance bagnate di lacrime, perché Lui le asciughi. Ma per tutti e per ciascuno Egli viene con la dolcezza delle sue vie: Lui stesso, il Cristo; nella Messa del Cristo; nel Natale.

(Fulton J. Sheen, da “L’Uomo di Galilea” edizioni Fede e Cultura)

ALCUNE MEDITAZIONI, FRASI E PENSIERI DI FULTON SHEEN PER L’AVVENTO E IL NATALE

Ci sono due nascite del Cristo: una avvenne a Betlemme e fu nel mondo; l’altra è nell’anima, allorquando essa rinasce spiritualmente. Gli uomini tendono a pensare molto di più al passato che al futuro e per questo celebrano il Natale di Gesù ogni anno; tuttavia, la Betlemme spirituale non è di certo meno importante…

L’Apostolo Paolo insisteva proprio sull’importanza della seconda nascita quando, in catene, scrivendo alla sua tanto amata comunità di Efeso, chiedeva che il Cristo abitasse per la Fede nei loro cuori e che essi, radicati e fondati nella Carità, potessero conoscere l’Amore di Gesù. È proprio questa la seconda Betlemme, ovvero l’intima amicizia di ogni cuore con il Signore Gesù Cristo!

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Se il Natale fosse solo il compleanno di un grande insegnante, come Socrate o Budda, non avrebbe mai diviso il tempo in due, in modo che tutta la storia prima dell’avvento di Cristo sia chiamata AVANTI CRISTO e tutta la storia dopo, DOPO CRISTO

(Fulton J. Sheen)

Dio cammina nella tua anima con passo silenzioso. Dio viene a te più sovente di quanto tu faccia con Lui. Non pretendere mai che la Sua Venuta sia come tu l’aspetti, perciò non provarne alcuna delusione.

Per rispondere al Suo Tenero Invito la cosa migliore che puoi fare, la cosa più grande, è che tu faccia appello alla tua capacità di porti libero davanti a Lui, libero dalle tue idee, dai tuoi pensieri, libero dalle tue preoccupazioni, dalle tue abitudini e libero anche dai tuoi peccati.

L’atteggiamento da assumere per poter accogliere il Dio che viene a stare con te, l’Emmanuele (Dio con noi), è quello del piccolo Samuele: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (Sam 1, 3-10)

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Il Messaggio del Natale non dice che la pace giungerà come un evento automatico per il semplice fatto che Gesù è nato in Betlemme. Quel Natale è stato il preludio di una nuova nascita, quella di Gesù nei nostri cuori per mezzo della Grazia, della Fede e dell’Amore.

La pace appartiene soltanto a coloro che la desiderano fattivamente. Se oggi non vi è pace nel mondo non è certo perché Gesù non sia venuto tra di noi, ma perché noi non abbiamo fatto di Gesù il centro della vita umana.

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Ogni madre, quando abbraccia una nuova vita nata da lei, alza gli occhi al cielo per ringraziare Dio del dono che ancora una volta ha reso giovane il mondo. Ma c’è una madre, la Madonna, che non alzò lo sguardo. Maria guardò in basso, verso Gesù Bambino, perché il Paradiso era tra le sue braccia.

(Fulton J. Sheen)

Non appena rinuncio allo sfolgorio delle cose inutili, soltanto allora mi accorgo di essere entrato nel mistero dell’amore. Scopro pure che non amo nessuno finchè non trovo qualcosa di buono in lui, o che, in un modo o nell’altro, il mio interlocutore è amabile.

Scopro anche che Dio non mi ha mai amato perchè io sono amabile, ma che lo sono diventato perchè Dio si è degnato di riversare su di me la sua bontà, la sua misericordia, il suo amore.

Sarebbe utile che io imparassi ad essere altrettanto generoso col mio prossimo; e se non riesco a trovarlo amabile, non mi rimane altro che renderlo tale, riversandovi l’amore allo stesso modo col quale Dio ha fatto con me: soltanto allora riuscirò a provocare la risposta dell’amore.

Solo a quel punto la mia personalità guarisce e faccio la grande scoperta che nessuno è felice finchè non ama sia Dio sia il prossimo.

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

O Signore e Dio Eterno,

Tu che sei disceso su questa terra come il più grande di tutti i doni, aiutami a raggiungere la purezza di cuore, perché io possa sempre più crescere nell’intimità con Te e con Maria, Tua Madre.

Fa’ che questo tempo di Avvento mi ricordi che siamo persone con la vocazione di generare il Cristo nel silenzio dei nostri cuori, proprio come fece Maria per suo Figlio, nella rigida quiete della grotta di Betlemme.

Amen.

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

La tua vita è fatta di obblighi attivi e di circostanze passive: i primi sono sotto il tuo controllo, perciò portali a compimento nel nome di Dio. Non è così per le seconde, quindi affidale a Dio.

Impara a contare soltanto sul presente; dunque, lascia che sia la Giustizia di Dio ad occuparsi del passato, e la Provvidenza a vigilare sul futuro.

La perfezione non consiste nel conoscere il progetto di Dio, ma nel sottomettersi a quel piano così come si manifesta in ogni circostanza della vita.

Vi è una tangibile scorciatoia che porta alla santità, quella che Maria scelse in occasione della sua visita a Elisabetta e che Gesù fece sua nell’Orto degli Ulivi: il totale abbandono alla Volontà di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Gesù, Luce Divina e Vera Luce del mondo,

la Tua Grazia mi aiuti a brillare in mezzo alla gente e fa’ che tutti gli uomini della terra brillino di Amore e Carità come le stelle.

Non importa se per brillare dovrò immolarmi o consumarmi.

Dammi solo la forza di poterlo fare con serenità, cosciente che solo morendo il seme dà la spiga.

Fammi capire che sarò luce solo se unito a Te, Luce del mondo.

Amen.

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Una notte si levò nella quiete di una brezza serale, sulle bianche colline di Betlemme, un grido…un grido dolce e gentile.

Il mare non udì il grido, perché il mare era pieno della sua stessa voce. La terra non udì il grido, perché la terra dormiva. I grandi uomini della terra non udirono il grido, poiché non potevano capire come un Bambino potesse essere più grande di un uomo.

C’erano solo due classi di uomini che udirono il grido quella notte: i Pastori e i Re Magi. I Pastori: coloro che sanno di non sapere nulla. I Re Magi: coloro che sanno di non sapere tutto.

I Pastori hanno trovato il loro Pastore, e i Re Magi hanno scoperto la Sapienza. E il Pastore e la Sapienza erano un Bambino in una mangiatoia.

(Fulton J. Sheen)

Maria è stata il primo tabernacolo che ha portato Cristo in sé ed ha dato alla luce Colui che avrebbe detto “Io sono il Pane Vivo disceso dal Cielo”.

Per diventare nostro cibo e nostra bevanda, Gesù doveva diventare carne e sangue, ed è stata la Nostra Benedetta Madre a provvedere a questo per Lui.

(Fulton J. Sheen)

Una notte di 2000 anni fa, in una grotta di Betlemme, il Grido del Cuore di Dio risuonò perentorio nella Voce di un Bambino. E quando quel Bambino crebbe in Grazia e Sapienza, si mise a predicare agli uomini una nuova dottrina: la Dottrina del Divino senso dell’ironia.

Ogni cosa che disse e che fece si può riassumere in queste parole:

“Nel mondo, nulla può essere preso seriamente.. nulla! Eccetto la salvezza di un’anima!”.

Coloro che hanno capito e mettono in pratica quel senso dell’umorismo sono senza dubbio i santi: i cristiani ai quali ogni cosa parla dell’esperienza dell’Amore di Dio. Un Santo può essere definito come colui che ha un Divino senso dell’ironia, dal momento che egli non cade nella trappola di pensare a questo mondo come alla dimora definitiva dell’umanità.

Ha scoperto che Gesù ci ha mostrato tutto quello che poteva esserci di amabile e di splendido nel Suo carattere: tutto, eccetto una cosa. Egli ci ha mostrato la Forza e la Potenza; la Saggezza e le Lacrime; ma una sola cosa ha trattenuto per il Paradiso, che farà del Paradiso il Paradiso, e quella cosa è il Suo Sorriso!

(Fulton J. Sheen, da “Avvento e Natale”)

Tutto l’amore tende a diventare come ciò che ama. Dio amava l’uomo; perciò divenne uomo. La gioia di Maria era quella di formare Cristo nel suo stesso corpo; la sua gioia ora è quella di formare Cristo nelle nostre anime. In questo mistero, preghiamo di rimanere gravidi dello Spirito di Cristo, dandoGli nuove labbra con le quali parlare di Suo Padre, nuove mani con le quali nutrire i poveri e un nuovo cuore con cui possa amare tutti, anche i nemici .

(Fulton J. Sheen)

In un tempo preordinato da Dio, il Verbo si è fatto carne, apparendo sotto forma di Bambino e crescendo fino alla Sua piena statura di uomo. La Sua venuta nel mondo non è stata come quella di un turista in una città sconosciuta, ma piuttosto come quella di un artista che visita il proprio studio, o di un autore che impagina i libri che lui stesso ha scritto, perché incarnandosi, il Verbo Divino, si è tabernacolato nella Sua stessa creazione. La Sua natura umana non ha in alcun modo limitato la Sua Sapienza Divina, ma gli ha dato un nuovo modo di comunicarla agli uomini, e un modo del tutto conforme alla natura dell’uomo. Attraverso una lingua umana come la loro che parlava il loro dialetto, gli uomini Lo sentirono dire: “Io sono la Luce del Mondo”; videro le Sue labbra muoversi; videro le Sue dita indicare un campo di mietitura per ricordare loro la messe che li attendeva, come Egli aveva comandato: “Andate e insegnate a tutte le nazioni”.

(Fulton J. Sheen, da “The Mystical Body of Christ”)

Vedere anche questi post importanti sul tema del Natale:

https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2020/12/21/il-natale-di-cristo-la-nascita-del-dio-uomo-e-la-festa-dei-bambini-e-degli-adulti-che-ritornano-ad-esserlo/

https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2020/12/17/nella-ricorrenza-del-natale-come-potra-luomo-scoprire-dio-facendosi-umile-semplice-e-piccolo-come-un-bambino/

https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2020/12/16/la-nascita-del-nostro-salvatore-gesu-cristo-vero-dio-e-vero-uomo-e-lunica-che-sia-mai-stata-preannunciata/

https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2020/12/24/a-natale-i-pastori-e-i-re-magi-trovarono-cristo-perche-oggi-sono-cosi-poche-le-anime-che-trovano-dio/

https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2021/01/07/nella-chiesa-trovano-posto-solo-i-pensatori-e-coloro-che-non-pensano-non-ce-posto-per-quelli-che-credono-di-pensare/

https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2020/09/17/cosa-ha-a-che-fare-gesu-con-la-politica-leconomia-e-la-societa-di-oggi-senza-dio-la-societa-va-di-male-in-peggio-il-mondo-ha-bisogno-di-dio/

https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2020/12/20/lannunciazione-e-il-fiat-di-maria-il-massimo-atto-di-liberta-che-il-mondo-abbia-mai-conosciuto/

“MARIA, VUOI FARE DI ME UN UOMO?” L’ANNUNCIAZIONE E IL FIAT DI MARIA: IL MASSIMO ATTO DI LIBERTÀ CHE IL MONDO ABBIA MAI CONOSCIUTO!

Veniamo ora al massimo atto di libertà che il mondo abbia mai conosciuto e che costituì l’annullamento di quel libero atto compiuto in paradiso dal primo uomo quando scelse il non-Dio invece di Dio. Il momento in cui questa disgraziata scelta venne annullata, fu quando Dio nella sua misericordia volle rifare l’uomo e dargli un nuovo inizio in una nuova nascita di libertà sotto Dio. Dio avrebbe potuto creare un uomo perfetto per trarre l’umanità dalla polvere, come aveva fatto al principio. Avrebbe potuto far sì che l’uomo nuovo desse principio alla nuova umanità dal nulla, come Lui aveva fatto quando aveva creato il mondo. E avrebbe potuto farlo senza consultare l’umanità, ma sarebbe stata un’invasione del privilegio umano. Dio non voleva trarre un uomo fuori dal mondo della libertà senza il libero atto di un essere libero. Il modo come Dio agisce nei riguardi dell’uomo non è quello di un dittatore ma quello di un collaboratore. Dal momento che Dio voleva redimere l’umanità, voleva farlo con il consenso dell’uomo e non a dispetto di questi. Dio poteva distruggere il male a prezzo della libertà umana, ma sarebbe stato un pagar troppo caro la distruzione della tirannide sulla terra l’avere un dittatore in cielo. Prima di rifare l’umanità, Dio volle consultare l’umanità, in modo che la dignità umana non andasse distrutta; e la persona specifica che Dio consultò fu una Donna. Al principio dei tempi fu chiesto all’uomo di ratificare il dono; questa volta ciò fu chiesto a una Donna. Il mistero dell’Incarnazione non è altro che quello della richiesta che Dio fa a una donna di dargli liberamente una natura umana. In tutte quelle parole, per bocca dell’angelo, Dio disse: “Vuoi fare di me un uomo?”. E come dal primo Adamo venne la prima Eva, così ora, nella rinascita della dignità umana, il nuovo Adamo verrà dalla nuova Eva. E nel libero consenso di Maria abbiamo l’unica natura umana che sia mai nata in perfetta libertà. (…)

L’Angelo Gabriele, quale portavoce di Dio, le chiede se vuole liberamente dare una natura umana al Figlio di Dio, in modo che Lui possa essere anche il Figlio dell’uomo. A una creatura viene chiesto dal Creatore se vuole liberamente collaborare al piano di Dio per trarre l’umanità dal fango e fare in modo che sia totalmente rapita da Dio. Maria in un primo momento si turba, in quanto non sa come potrebbe dare sembianza umana a Dio dal momento che è ancora vergine. L’angelo chiarisce il problema dicendole che Dio stesso, per mezzo del suo Spirito, compirà in lei il miracolo. Ma dal nostro punto di vista sembra che ci sia un’altra difficoltà. Maria fu scelta da Dio per essere la madre sua e fu anche preparata per quell’onore mediante la preservazione dal primo peccato che aveva infettato tutta l’umanità. Dal momento che era stata così preparata, sarebbe stata libera di accettare o rifiutare, e la sua risposta sarebbe stata frutto soltanto del suo libero volere? La risposta è che la sua redenzione era già completata, ma lei non l’aveva ancora né accettata né ratificata. Si trattava, in un certo modo, di qualcosa di simile al nostro dilemma. Siamo battezzati da piccoli e i nostri corpi diventano templi di Dio perché l’anima è stata colmata delle virtù che Dio ha immesso in lei. Diventiamo non soltanto creature fatte da Dio, ma partecipi della natura divina. Tutto questo avviene nel battesimo prima che fiorisca la nostra libertà; la Chiesa si fa garante della nostra nascita spirituale, così come i genitori hanno fatto per la nostra nascita fisica. Più tardi però ratifichiamo i doni originali mediante i liberi atti della nostra vita morale, ricevendo i sacramenti, pregando, sacrificandoci. Così anche la redenzione di Maria venne completata, come lo fu il nostro Battesimo, ma lei non l’aveva ancora accettata, ratificata o confermata, prima di dare il suo consenso all’angelo.

Maria fu destinata da Dio ad avere una parte nel dramma della redenzione, come un bambino viene destinato dai suoi genitori fisici a percorrere una carriera musicale, ma ciò non si era attuato fino a quel momento. La Santissima Trinità non prende mai possesso di una creatura senza il consenso della sua volontà. Perciò, quando Maria ebbe udito il modo come ciò sarebbe avvenuto, pronunciò parole che sono il pegno più sicuro d’indipendenza e il massimo atto di libertà che il mondo abbia mai udito: “Si faccia di me secondo la tua parola”. E come nell’Eden si erano compiuti i primi sponsali di un uomo con una donna, così in lei si compirono i primi sponsali tra Dio e l’uomo, tra l’eternità e il tempo, tra l’onnipotenza e i limiti. In risposta alla domanda: “Vuoi darmi un corpo umano?”, la cerimonia nuziale dell’amore viene inondata di nuovi torrenti di libertà: “Lo voglio”. E il Verbo fu concepito in lei.

Dio rispetta la libertà umana rifiutandosi d’invadere l’umanità e di stabilire una testa di ponte nel tempo senza il libero consenso di una delle Sue creature. La libertà di coscienza è dunque presupposta: Maria, prima di poter proclamare suoi i doni di Dio, doveva ratificare questi doni con un atto di volontà al momento dell’Annunciazione. E c’è la libertà di un abbandono totale a Dio: la nostra libera volontà è l’unica cosa veramente nostra. Salute, benessere, potere sono tutte cose che Dio può toglierci. Ma la nostra libertà ce la lascia anche nell’inferno. La libertà, in quanto tutta nostra, è l’unico dono perfetto che possiamo fare a Dio. Eppure qui una creatura ha totalmente, ma liberamente, rinunciato alla propria volontà, sicché si potrebbe dire che non toccava alla volontà di Maria di fare la volontà del figlio suo, ma toccava alla volontà di Maria di perdersi nella volontà del figlio suo. Più tardi nella sua vita il Signore avrebbe detto: “Se il Figlio dell’uomo vi farà liberi, avrete la vera libertà”. Se è così, nessuno è mai stato più libero di colei che è la signora della libertà, la donna che cantò il Magnificat.

Ma c’è un’altra libertà rivelataci attraverso Maria. Nelle nozze umane c’è qualcosa di personale, ma anche qualcosa d’impersonale o di razziale. L’elemento personale e libero è l’amore, perché l’amore è sempre per una sola persona; perciò la gelosia è la custode della monogamia. L’elemento impersonale e automatico è il sesso, perché il suo campo di azione è in certo senso al di fuori del controllo dell’uomo. L’amore appartiene all’uomo; il sesso appartiene a Dio, perché gli effetti che ne derivano esulano dalla nostra determinazione. Quando una madre genera un bambino, compie liberamente quell’atto di amore il quale fa sì che lei e suo marito siano due in una carne sola. Ma anche qui c’è l’ignoto, l’elemento libero del loro amore, ossia il non sapere se un figlio nascerà dalla loro unione, se sarà un maschio o una femmina, e la data precisa della nascita; anche il momento del concepimento si perde in una qualche indefinita notte di amore. In tal modo noi siamo accettati dai nostri genitori, piuttosto che voluti da essi, poiché lo siamo solo indirettamente.

Ma con Maria ci fu perfetta libertà. Il suo figlio divino non venne accettato in una maniera imprevista e imprevedibile. Fu voluto. Il caso non ebbe alcuna parte in ciò; nulla fu impersonale, perché il figlio fu pienamente voluto nella mente e nel corpo. Come è vero tutto ciò? Il figlio fu voluto nella mente perché quando l’angelo spiegò il miracolo, Maria disse: “Si faccia di me secondo la tua parola”. Poi fu voluto nel corpo in quel determinato momento, non in una qualche oscura notte passata; la concezione avvenne perché nel pieno fulgore della luce del mattino il divino spirito d’amore incominciò a tessere il vestito di carne per il Verbo di Dio. Il tempo venne scelto deliberatamente; il consenso fu volontario; la collaborazione fisica fu libera. È stata in tutto il mondo la sola nascita pienamente voluta e, perciò, veramente libera. Ogni nascita partecipa della natura del regno vegetale in quanto il fiore ha le sue radici nella terra benché la corolla si apra verso il cielo. Così nella generazione il corpo proviene dai genitori che sono sulla terra; le anime vengono da Dio, che è in Cielo. In Maria l’unica cosa terrena presente era lei; tutto era cielo. L’altro amore che concepì dentro di lei fu lo Spirito Santo; la persona nata da lei fu il Verbo di Dio, l’unione della divinità e dell’umanità si compì con la misteriosa alchimia della Santissima Trinità. Soltanto lei era di terra, eppure anche lei sembrava più di cielo. Le altre madri si accorgono che una nuova vita pulsa dentro di esse dai battiti che sentono. Maria sentì che la vita divina pulsava dentro di lei, mentre l’anima sua era in comunione con un angelo. Le altre madri si accorgono della loro maternità da mutamenti fisici; Maria lo seppe dal messaggio di un angelo e dall’adombramento dello Spirito Santo. Nulla che venga dal corpo è libero al pari di ciò che viene dalla mente: ci sono madri che desiderano bambini, ma devono attendere lo svolgersi di processi dipendenti dalle leggi della natura. Solo in Maria un bimbo non aspettò la natura, ma la di lei accettazione della volontà divina. Tutto ciò che ella ebbe a dire fu: “Fiat”, e concepì. Ecco ciò che avrebbe potuto essere qualsiasi nascita senza il peccato, un fatto di volontà umane che si unissero col volere divino e, attraverso l’unione dei corpi, partecipassero alla creazione di una nuova vita secondo gli usuali processi della generazione umana. La nascita verginale è perciò sinonimo di nascita in libertà.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

NON È LA CONOSCENZA CHE CI SALVA, MA L’IGNORANZA! «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»

Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». (Lc. 23,33-34)

Perdonarli? Perché? Perché se non fossero stati ignari di quanto terribile fosse quell’azione che stavano commettendo, crocifiggendo
Cristo, sarebbero stati dannati eternamente! È solo grazie alla loro inconsapevolezza della
gravità del crimine che stavano commettendo che poterono rientrare nell’ambito di coloro
che udirono quel grido dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!

Non vi è redenzione per gli angeli caduti; quei grandi spiriti capeggiati dal «Portatore della
luce», Lucifero, dotato di un’intelligenza tale che la nostra, comparata alla sua, sembrerebbe quella di un bambino, conoscevano così chiaramente le conseguenze di ogni loro decisione, quanto noi sappiamo che due più due fa quattro. Il prendere una decisione era per loro una cosa irrevocabile; non vi era nessuna possibilità di tornare indietro, per questo per gli angeli non vi può essere redenzione. Poiché sapevano ciò che facevano furono esclusi dal numero di coloro che ascoltarono il grido di perdono che veniva dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!

Allo stesso modo, se noi sapessimo che cosa terribile sia il peccato e, malgrado ciò,
continuassimo a peccare; se sapessimo quanto amore vi è nell’incarnazione e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di nutrirci del Pane di Vita; se sapessimo quanto amore espiatorio ci sia stato nel sacrificio sulla croce e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di riempire il calice del nostro cuore con il suo amore; se sapessimo quanta misericordia vi sia nel sacramento della penitenza e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di piegare il ginocchio davanti alla mano che ha il potere di sciogliere i nostri peccati sia in cielo che in terra; se sapessimo quanta vita ci sia nell’Eucaristia e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di mangiare il Pane che dà la vita eterna e rifiutassimo di bere il Vino che genera e alimenta i vergini; se conoscessimo tutta la verità che si trova nella Chiesa, il Corpo Mistico di Cristo e, malgrado ciò, le voltassimo le spalle come fece Pilato; se fossimo consapevoli di tutte queste cose e tuttavia rimanessimo lontani da Cristo e dalla sua Chiesa, saremmo perduti!

Non è la conoscenza che ci salva, ma l’ignoranza! L’unica cosa che può giustificarci di non essere dei santi è la nostra inconsapevolezza di quanto Buono sia Dio!

(Fulton J. Sheen, da “Le Ultime Sette Parole”)

NELLA RICORRENZA DEL NATALE, COME POTRÀ L’UOMO SCOPRIRE DIO? FACENDOSI UMILE, SEMPLICE E PICCOLO COME UN BAMBINO!

Ecco ciò che vuol dire essere bambini. Inoltre, ecco perché è solo essendo piccoli che si scopre qualcosa di grande. Esiste pertanto uno stretto rapporto tra la piccolezza fisica che è l’infanzia, e l’essere piccoli di spirito, vale a dire essere umili. Non si può rimanere sempre bambini, ma è possibile conservare la visione dell’infanzia, cioè si può continuare sempre a essere bambini. La stessa legge vale anche sul piano spirituale: se mai l’uomo vorrà scoprire qualche cosa di grande, dovrà farsi piccolo; se allargherà il suo io all’infinito, non scoprirà nulla, perché non esiste nulla che sia più vasto dell’infinito; ma se ridurrà il suo io a zero, scoprirà ciò che è grande; perché nulla esiste che sia minore di lui. E allora nella ricorrenza del Natale, come potrà l’uomo scoprire Dio? Come troverà la ragione della gioia che supera ogni altra gioia?

Esattamente come succede che, essendo piccolo, scopre tutto ciò che è grande, così è solo con l’essere umile che scoprirà un Dio infinito nella piccola figura di un Bambino. Per afferrare questa verità, immaginate che due uomini entrino nella grotta dove il Bambino è nato, l’uno superbo e l’altro umile. Immaginate che entri per primo l’uomo superbo, avvelenato dall’orgoglio, fiero di un’infarinatura scientifica ottenuta attraverso qualche manuale storico sul tipo del Wells. Credete che riuscirà mai a scoprire l’immensità di Dio?

No davvero, perché è tanto grande da credere che non esista nulla più grande di lui; tanto sapiente da credere che non esista nessuno più sapiente di lui, tanto pieno di sé da credere che nessuno sarà mai in grado di aggiungere nulla alla sua personalità. La sua mente è tanto immensa, che per lui è piccola ogni altra cosa. Per lui, Colui che è più grande dell’universo non è che un bambino avvolto in pochi panni; Colui che è un vero re non è più grosso della testa del bue, Colui che è la saggezza eterna non è che un organismo ancora privo del dono della parola. Egli sorride all’ingenuità dei pastori che credono nell’esistenza degli angeli, e all’ignoranza dei Magi che hanno creduto di essere provvidenzialmente guidati da una stella.

Arriccia il naso di fronte alla Vergine Madre, ricordandosi vagamente della leggenda indiana su Krishna. Degna di un’occhiata di pietà l’uomo vestito poveramente, al quale l’albergatore ha avuto ragione di negare ospitalità. Pensa a tutto ciò che la scienza ha fatto per dominare la terra, e poi a quanto sia sciocco pensare a quel Bambino in veste di Creatore; si sofferma sulla teoria della relatività, e quindi riflette su come sia assurdo chiamare un’ameba completamente sviluppata Signore del cielo e della terra; ripensa a quanto ha fatto il controllo delle nascite per dissuadere i poveri a mettere al mondo figli, e quanto sia stata sciocca la madre di quel Bambino, che poteva offrirgli solo una stalla e un po’ di paglia.

A causa del suo orgoglio l’infinito gli sfugge; per essere troppo grande non riesce a scoprire Dio. Perché è solo essendo piccoli che scopriamo le cose grandi, e persino l’infinito Dio.

Supponete ora che entri nella grotta un uomo umile, l’uomo che crede di non sapere nulla, che può venire istruito, l’uomo semplice. Osserva lo stesso spettacolo che si è offerto agli occhi dell’uomo superbo, e tuttavia scorge qualcosa di diverso. Guarda il tetto della stalla e vede un immenso cielo stellato; guarda il Bambino e vede Colui che la terra e i cieli non possono contenere; guarda la mangiatoia e vede che Dio si è fatto Uomo per diventare nostro cibo. Per lui, quegli occhi infantili scrutano i cuori e leggono le intenzioni segrete; per lui, quelle bende che ora fasciano la vita sono le stesse che saranno in seguito spezzate, perché la vita non può venire imprigionata dalla morte; per lui, quelle labbra rosse sono in grado di offrire immortalità, capaci di trasmettere il messaggio della pace e del perdono. Per lui, le piccole mani sono quelle che sanno reggere allo stesso modo le nazioni della terra come il più piccolo granello di sabbia.

La data di quel giorno è il 25 dicembre, ma per questo uomo umile è semplicemente Natale; la mangiatoia è un trono; la paglia è il mantello regale; la stalla è un castello; il Bambino è Dio. Ha scoperto la saggezza perché sa di essere ignorante, la potenza perché sa di essere debole, l’infinito, immenso ed eterno Dio perché sa di essere piccolo, perché è soltanto essendo piccoli che si giunge a scoprire qualcosa di grande. Ed è anche vero che solo l’uomo umile comprende la necessità di ricevere aiuto dall’alto, e quindi lui solo comprende il significato dell’Incarnazione. Incarnazione vuol dire farsi carne, diventare persona.

Quando si vuole lodare enfaticamente la virtù di qualcuno, si dice con un’iperbole che il tale è, per esempio, la gentilezza personificata, volendo dire con questo che in lui l’ideale della cortesia ha preso forma umana. Quando parliamo dell’Incarnazione intendiamo veramente che la vita, la verità e l’amore perfetti di Dio hanno assunto sembianze umane e visibili nella persona del nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo.

La fede dell’uomo umile gli dice: questo Bambino è il Verbo incarnato, vero Dio e vero uomo; è il Creatore della razza umana fattosi uomo; ha bisogno di un po’ di latte per nutrirsi, ma è dalle sue mani che ricevono il cibo gli uccelli del cielo; è nato da madre terrena, ma è Colui che preesisteva alla Madre, e perciò la fece bella e immacolata, come anche noi avremmo reso nostra madre se fossimo stati in grado di farlo; è sdraiato a terra, su poca paglia, e tuttavia regge l’universo e regna nei Cieli; è nato nel tempo, e tuttavia esiste da sempre; creatore delle stelle, abita sotto le stelle; dominatore della terra, sulla terra è un emarginato; occupa una mangiatoia e riempie di sé il mondo. Ciò nonostante, l’uomo orgoglioso non vede che un bambino. Ma l’uomo umile, illuminato dalla sua fede, vede in quel Bambino due vite nell’unità della persona di Dio.

Tra queste due vite del Cristo – quella divina che Lui possiede per eterna generazione in seno del Padre, e quella umana che incominciò a possedere per mezzo della sua Incarnazione nel seno di una vergine – non c’è mescolanza, né confusione. In Lui il divino non assorbe l’umano, e l’umano non sminuisce il divino. L’unione è tale che esiste soltanto un’unica persona, la persona divina, che è la persona del Verbo di Dio. Non esiste perciò alcuna analogia umana, perché nemmeno l’unione del corpo e dell’anima nella persona dell’uomo ci può rivelare gli abissi del mistero di un Dio che si fece Uomo affinché l’uomo riacquistasse immagine e somiglianza di Dio.

Le anime umili e semplici, abbastanza piccole per vedere la grandezza di Dio nella piccolezza del Bambino, sono perciò le sole a poter comprendere la ragione della Sua discesa sulla terra.

Egli venne in questo nostro mondo infelice per effettuare uno scambio; per dirci, come solo il buon Dio ci avrebbe potuto dire:

“Date a me la vostra umanità, e io vi darò la mia divinità; datemi il vostro tempo, e io vi darò la mia eternità; datemi il vostro corpo stanco, e io vi darò la redenzione; datemi il vostro cuore infranto, e io vi darò l’Amore; datemi il vostro nulla, e io vi darò il mio Tutto”.

(Fulton J. Sheen, da “L’Uomo di Galilea” edizioni Fede e Cultura)

LA NASCITA DEL NOSTRO SALVATORE GESÙ CRISTO, VERO DIO E VERO UOMO, È L’UNICA CHE SIA MAI STATA PREANNUNCIATA

La storia è piena di uomini che hanno asserito di venire da Dio, o di essere Dio, o di recare il messaggio di Dio: Budda, Maometto, Confucio, Lao-Tse, e tanti e tanti altri. (…)

La ragione ci suggerisce che, se qualcuno di tali uomini venisse realmente da Dio, Dio ne avrebbe perlomeno preannunciato l’avvento al fine di convalidarne l’affermazione. (…) La ragione, inoltre, ci induce a credere che se Dio non agisse in questo modo, nulla potrebbe impedire a un qualunque impostore d’introdursi nella storia dicendo: “Provengo da Dio”, oppure: “Un angelo mi è apparso nel deserto e mi ha consegnato questo messaggio”. (…)

Nessuno predisse la nascita di Socrate; nessuno preannunciò Buddha e il di lui messaggio; di Confucio non ci sono stati tramandati né il nome della madre né il luogo di nascita. Quanto a Cristo, il discorso è diverso: date le profezie dell’Antico Testamento, la Sua venuta non era inaspettata. Perché, se mancò qualsiasi predizione relativa a Buddha, a Confucio, a Maometto, o a chiunque altro, non mancarono per contro le predizioni relative alla venuta di Cristo.

Gli altri vennero e dissero: “Eccomi, credete in me”. Erano, quindi, solo uomini fra gli uomini, non erano divini fra gli umani. Unica eccezione fu Cristo, in quanto disse: “Ricercate fra gli scritti del popolo Ebraico e i riferimenti storici dei Babilonesi, dei Persiani, dei Greci e dei Romani”. Le profezie dell’Antico Testamento possono venir comprese nella loro pienezza alla luce del loro compimento. (…)

In chi, se non in Cristo, queste profezie hanno trovato il loro compimento? Da un punto di vista meramente storico, si verifica qui una unicità che distingue Cristo da tutti gli altri fondatori di religioni terrene. (…)

La seconda distinzione consiste nel fatto che Cristo, una volta apparso, con tanta violenza Egli percosse la storia da dividerla in due periodi: anteriore alla Sua venuta il primo, posteriore il secondo. Perfino coloro che negano l’esistenza di Dio devono così datare gli attacchi che conducono contro di Lui: l’anno tale Dopo Cristo (D.C.) oppure l’anno tale Avanti Cristo (A.C.).

La terza realtà che Lo differenzia da tutti gli altri è questa: chiunque altro sia mai venuto al mondo è venuto per vivere; Gesù Cristo è venuto per morire. Per Socrate, la morte fu una pietra d’inciampo, in quanto ne troncò l’insegnamento; mentre per Cristo fu la meta e il compimento della vita, la ricchezza che Egli ambiva. Delle Sue parole ed azioni, poche sono intelligibili ove non si stabilisca un riferimento con la Sua Croce, giacché Egli si manifestò come un Salvatore invece che come un semplice maestro. A nulla infatti sarebbe valso che Egli avesse insegnato agli uomini il modo d’esser buoni se non gli avesse anche concesso la facoltà d’esser buoni, dopo averli riscattati dall’amarezza della colpa.

(Fulton J. Sheen, da “Vita di Cristo”)

P.S. Qui su questo link potete scaricare il libro di Fulton ed altri ancora in PDF: https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2020/07/24/libri-fulton-sheen-in-pdf/

Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17)

Le prediche sulle fiamme dell’inferno suscitano la paura, ma se lo Spirito Santo non è con il predicatore sarà una paura servile, non filiale. Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17).

Ebbene, che cosa fa nelle anime questa spada dello Spirito?

Intensifica il conflitto tra il corpo e l’anima, tra lo spirito del mondo e lo spirito di Cristo. “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12).

I peccatori si liberano nella contrizione per mezzo dello Spirito; scorgono la guerra civile che si combatte nella loro anima mediante lo Spirito; lo Spirito rivela loro i peccati più reconditi, che speravano nessuno avrebbe mai scoperto; lo Spirito mostra che l’uomo è una creatura caduta, bisognosa di aiuto dall’alto. Lo Spirito farà sì che gli atei si ricredano del loro scetticismo.

Nessun male si può crocifiggere prima che sia stato riconosciuto, diagnosticato e messo in luce. L’«io» si camuffa in tante e così diverse maniere che solo lo Spirito può costringerlo a rivelare il suo vero carattere peccaminoso.

Un Sacerdote in possesso dello Spirito di Cristo porterà un peccatore alla confessione laddove un Sacerdote che ne sia privo fallirebbe. Rimproverare un peccatore nel confessionale può voler dire allontanarlo per sempre, mentre sollevandolo nello Spirito di Cristo si farà di lui un vero penitente. Anche un Sacerdote poco dotato di eloquenza può, per mezzo dello Spirito di Cristo, dare alle sue parole un’efficacia che va oltre la sua scarsa oratoria.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

GLI SCANDALI DELLA CHIESA (ERESIE, SCISMI, SACRILEGI) SONO PERMESSI DA DIO.

“Beato è colui che non si sarà scandalizzato di Me” (Matteo 11;6)

Non si è mai potuto pretendere che il Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa, potesse andare esente da scandali perché Gesù stesso ne fu il primo.

Fu scandalo enorme per coloro che lo sapevano Dio, vederlo crocifiggere e riportare un’apparente disfatta, nel momento in cui i suoi nemici lo sfidavano a provare la sua Divinità, scendendo dalla Croce. Così non può meravigliare che Egli dovesse esortare i suoi seguaci a non scandalizzarsi di Lui.

Se la natura umana del Signore poté sopportare una tale disfatta fisica sulla Croce fino ad essere ragione di scandalo, perché dobbiamo pensare che il Suo Corpo Mistico dovrebbe essere immune da scandali se esso è formato da noi poveri mortali? Egli permise che la fame, la sete, la morte potessero affliggere il Suo Corpo Fisico, perché non dovrebbe Egli permettere che debolezze mistiche e morali, come la perdita della fede, il peccato, le eresie, gli scismi e i sacrilegi potessero intaccare il Suo Corpo Mistico?

L’accadere di questi fatti non nega la natura intimamente Divina della Chiesa più di quanto la Crocifissione del Signore neghi che Egli sia Dio.

Se le nostre mani sono sporche, non vuol dire che tutto il nostro corpo sia contaminato. Gli scandali del Corpo Mistico di Cristo, della Chiesa, non possono distruggere la Sua Santità “sostanziale” più di quanto la Crocifissione non abbia distrutto l’integrità del Corpo Fisico di Cristo.

La profezia del Vecchio Testamento, avverata sul Calvario, diceva che non una delle sue ossa sarebbe stata spezzata. La Sua Carne sarebbe stata appesa alla Croce, quasi straccio di porpora ad avvolgerlo. Le ferite, quali mute bocche doloranti, avrebbero gridato la loro sofferenza col Sangue, le mani ed i piedi trafitti avrebbero lasciato scorrere torrenti di Vita e di Redenzione, ma la Sua “Sostanza”, le Sue ossa, sarebbero rimaste intatte.

Così è per la Chiesa. Non una delle sue ossa sarà spezzata; la sostanza della Sua dottrina sarà sempre pura, nonostante la fragilità della carne di qualche suo dottore; la sostanza della Sua disciplina sarà sempre giusta, nonostante la ribellione di qualche discepolo; la sostanza della Sua fede sarà sempre Divina, nonostante la carnalità di alcuni suoi fedeli. Le sue ferite non saranno mai mortali, perché la Sua Anima è Santa ed immortale dell’Immortalità dell’Amore Divino, che, in lingue di fuoco vivo, scese sul Suo Corpo nel giorno della Pentecoste.

(Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso” edizioni Fede e Cultura)

P.S. il libro è stato appena ristampato.

https://fedecultura.ecwid.com/Ancore-sullabisso-p259581336