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ABBIAMO ABBANDONATO LA ROCCIA CHE È CRISTO…NON VOGLIAMO CONOSCERE LA VERITÀ PERCHÉ FA MALE E SIGNIFICA CAMBIARE LA NOSTRA VITA!

Il male lavora in noi. L’amore sta diminuendo. E poi esitiamo a cambiare noi stessi. San Tommaso dice che possiamo odiare la Verità e temere il Bene. Possiamo odiare la Verità perché significa cambiamento. Per questo motivo, spesso rifiutiamo la verità che qualcuno dice su noi stessi. Restiamo lontani dal medico in modo che non trovi il cancro.

Non vogliamo sapere la verità. Ci piace conoscere e sentir parlare di azioni sociali e problemi di natura morale e politica, ma non vogliamo sentire la verità su noi stessi. La verità fa male. Abbiamo paura del bene perché ci piace mantenere i nostri comportamenti.

Ci siamo allontanati dagli insegnamenti di Cristo adottando quelli del mondo.

Non ci chiediamo più: “Questo piacerà a Cristo?”, ma “Questo piacerà al mondo?”. Quindi ci vestiremo e agiremo in modo tale da non essere separati dal mondo; vogliamo stare con il mondo.

Noi sposiamo questo mondo e diventiamo vedovi del mondo futuro. Adottiamo il suo modo di esprimersi, i suoi esempi e le sue tendenze. Ecco una delle ragioni di tanta instabilità nella Chiesa di oggi: la sabbia su cui camminiamo è mobile. Abbiamo abbandonato la Roccia che è Cristo.

(Fulton J. Sheen)

IL CUORE DELL’UOMO È STATO CREATO PER IL SACRO CUORE DI UN DIO D’AMORE E SOLO LUI PUÒ SODDISFARLO

Il paradosso dell’amore è che il cuore umano, esigendo un amore estatico ed eterno, può anche raggiungere un momento in cui abbia avuto un eccesso di amore e non desideri più di essere amato. Francis Thompson racconta in una sua poesia come egli sollevasse un bimbo da terra e lo tenesse tra le sue braccia, e come quello, piangendo e sferrando calci, volesse essere rimesso a terra. Riflettendovi, il poeta si domandava se analogamente non agissero molte anime al cospetto di Dio. Esse non sono sempre disposte a lasciarsi amare da Lui!

Certamente nell’ordine umano può venire un momento in cui si manifesti un conflitto tra il desiderio e il non-desiderio d’amore. Che cos’è mai questa misteriosa alchimia nel cuore dell’uomo che lo fa oscillare tra il rammarico di non essere amato abbastanza e il fastidio d’essere amato troppo? Dilaniato tra la brama e la sazietà, tra l’appetito e il disgusto, tra il desiderio e la soddisfazione, il cuore umano si chiede: “Perché devo essere così?”. Quando giunge la sazietà, il Tu sparisce, nel senso che non è più desiderato, ma quando il desiderio ricompare allora il Tu diviene una necessità. Dopotutto, sappiamo fin troppo bene che quando siamo troppo amati si diventa scontenti, e quando lo siamo troppo poco si avverte quell’insopportabile senso di vuoto interiore.

La spiegazione di questa tensione è evidente: il cuore dell’uomo è stato creato per il sacro cuore di un Dio d’amore, e, per questa ragione ontologica ineludibile, solo Dio può soddisfarlo. Il cuore ha ragione di desiderare l’infinito, ma ha torto quando di un compagno finito pretende di fare il sostituto dell’infinito. La soluzione di una tale tensione sta nel considerare le delusioni che essa comporta come altrettanti ammonimenti che ci ricordino come noi non siamo che i pellegrini dell’Amore.

Alla luce di Dio invece, tanto l’essere troppo amati quanto l’essere amati troppo poco assumono un tratto comune. Quando infatti la brama di un amore infinito viene riconosciuta come il desiderio di Dio, allora il finito di ogni amore terreno ci apparirà come un ammonimento destinato a ricordarci il sospiro di Sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.

Il contrasto tra ciò che è immediato e ciò che è interiore svanisce, poiché lo stesso godimento procurato dall’immediatezza della carne si tramuta in occasione di gioia nell’intimità dell’anima, la quale sa di usarla per un fine divino e per la salvezza di entrambe le anime. Così, quando gli istinti vengono integrati con lo spirito e servono gli ideali dello spirito, si raggiunge la sintesi della vita. (…)

Quegli stessi che negano l’esistenza dell’acqua sono sempre assetati, e quelli che negano l’esistenza di Dio manifestano pur sempre il bisogno che hanno di Lui, un bisogno che si rivela nella loro brama di bellezza, di amore, di pace ma che risiedono soltanto in Lui. L’uomo ha i piedi nel fango della terra e le ali nei cieli. Ha delle sensazioni al pari delle bestie e delle idee al pari degli angeli, senza essere per questo né pura bestia né puro spirito. Egli è un misterioso composto di anima e di corpo, per cui il suo corpo appartiene a un’anima e la sua anima è incompleta senza il corpo.

L’ordine vero sta nella subordinazione del corpo all’anima e dell’intera personalità a Dio. “Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23). L’uomo è il pontefice dell’universo, il “costruttore del ponte” tra la materia e lo spirito, sospeso tra una base sulla terra e una nel cielo. Ma è anche, e fondamentalmente, un essere in tensione, pervaso dallo stesso genere di ansietà che prova un marinaio arrampicato a metà dell’albero maestro durante una tempesta. Il suo dovere lo invita a salire anche più in alto, ma la sua natura terrena lo trattiene dall’ascesa per paura della caduta.

Nessuna azione dell’uomo può dirsi, in tutti i suoi aspetti, completamente animale o completamente spirituale. Sebbene possa concepire pensieri di ordine spirituale, come “la fortezza,” pure la materia grezza di un tale pensiero deve provenirgli dai sensi. Il mangiare e l’accoppiarsi non implicano soltanto una deliberata volontà dello spirito, ma anche una soddisfazione, una delizia che è al contempo corporale e spirituale. Dormire è certamente un atto umano, comune anche alla maggior parte degli animali, ma la volontà di dormire è propria soltanto dell’uomo.

Non c’è un solo errore nella storia che non sia un capovolgimento di questa misteriosa unità corpo-anima. Alcuni considerarono il corpo impuro, come per esempio i Manichei; altri, come Freud e Nietzsche, hanno considerato l’anima un parassita o un mito. Ognuno deve decidere da sé come risolvere questo contrasto fra due opposti. Ci sono due sole risposte possibili, di cui l’una consiste nel dare la supremazia al corpo, nel qual caso l’anima soffre; l’altra nel dare la supremazia all’anima, nel qual caso il corpo viene disciplinato. La risposta cristiana a questa polarità è inconfondibile: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?” (Mt 16,26). “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo” (Mt 10, 28). (…)

Questa tensione ontologica insita nell’uomo composto di polvere e di soffio di vita, è stata accentuata fino al disordine dal peccato originale, ed è la ragione principale per cui l’uomo è soggetto alle tentazioni. “La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne” (Gal 5,17). “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41). La parola “tentazione” non è mai applicata alla disciplina che l’anima esercita sul corpo, bensì alla schiavitù con cui il corpo soggioga l’anima. Nessuno dice: “Fui tentato di lasciarlo vivere”, ma si dice: “Fui tentato di ucciderlo”.

Il governo dell’anima è ordine, poiché qui il più basso è soggetto al più elevato, come le piante sono soggette agli animali e gli animali all’uomo. Il concedere il primato alla sensazione anziché all’intelletto è una discesa, un allentamento dei legami, una “caduta”. Ciò non significa che l’esperienza sensibile sia in se stessa una “tentazione”, ma che lo è solo quando è goduta a spese dell’anima. Il piacere di vedere un tramonto non è ostile allo spirito, ma l’esperienza sensibile dell’ubriachezza è avversa allo spirito. Nel primo caso la ragione trascende il corpo e sospinge l’anima a rendere gloria a Dio per la sua creazione. Nel secondo caso, invece, il corpo si comporta come un vampiro nei confronti dello spirito turbando la sua pace, la quale deriva, e non potrebbe essere altrimenti, dal rispetto e l’osservanza dell’ordine cosmico, che è il rapporto originario corpo-anima-Dio. (…)

A causa di questa tensione vibrante negli esseri umani tra il corpo e l’anima, cioè tra l’elemento animale e quello spirituale, è possibile comprendere l’amore in uno dei due seguenti modi: come supremazia del corpo o come supremazia dell’anima. Nel primo caso l’amore è carnale e identificabile con ciò che il mondo moderno chiama sesso, mentre nel secondo l’amore è allo stesso tempo spirituale e fisico.

I grandi filosofi hanno chiamato il primo l’amore di concupiscenza, ovvero primato di quanto è inteso dai sensi, e il secondo l’amore di benevolenza, ovvero l’amore per il bene di un altro. Anche i greci avevano i loro termini per distinguere questi due tipi di amore. Utilizzavano perciò la parola Eros per indicare un desiderio appassionato e prepotente di possedere e godere gli affetti di un altro, mentre dicevano Agape l’amore fondato sul rispetto per la personalità, in quanto il suo diletto risiede nel promuovere l’altrui benessere. La sua gioia è la contemplazione piuttosto che il possesso. Ciò non significa che l’uno sia buono e l’altro cattivo, ma entrambi i due amori sono giusti quando ben compresi. Infatti, il comandamento divino di amare il prossimo come se stessi implica un legittimo amore di se stessi. Qui come altrove bisogna essere in “tre” per poter amare. Dopo tutto sia l’amore di sé che l’amore del prossimo richiedono anzitutto l’amore di Dio.

La libido della psicologia moderna è Eros, o amore carnale, divorziato da Agape, o amore personale, in quanto concedendo la supremazia al corpo si nega l’anima e si afferma l’ego in opposizione a Dio. Fu questo tipo di amore che San Paolo condannò quando disse: “Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio” (Rm 8,7). Il sesso com’è inteso ai nostri giorni è amore-Eros slegato da ogni responsabilità, è un desiderio senza obblighi. E siccome è un desiderio illegittimo, è anche un desiderio senza Dio, ecco perché l’erotismo e l’ateismo vanno sempre d’accordo.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

SACRA SCRITTURA E TRADIZIONE PER RICONOSCERE LE VERITÀ DEL CRISTIANESIMO: “La Chiesa ha una memoria di oltre 1900 anni, e questa memoria si chiama Tradizione.”

Un secondo fatto che va ricordato è che il Corpo Mistico di Cristo ha una memoria come l’abbiamo noi. Se la nostra vita fisica risale a quarantacinque anni fa, possiamo ricordare due guerre mondiali. Ne parliamo come testimoni che le hanno vissute, e che forse le hanno anche combattuto, e non perché ne abbiamo letto nei libri. Successivamente possiamo anche aver letto i libri su queste due guerre mondiali, ma essi non costituiscono la base della nostra conoscenza, bensì soltanto un ricordo o un approfondimento di ciò che già sapevamo.

Allo stesso modo, Nostro Signore è il Capo dell’umanità nuova, di quella società od organismo spirituale che San Paolo chiama il suo Corpo Mistico. A questo Corpo Mistico Cristo è unito dapprima nei suoi apostoli e poi in tutti coloro che hanno creduto in lui attraverso i secoli. Questo Corpo ha anch’esso una memoria che risale fino a Cristo e sa che la Risurrezione è vera perché esso, ossia la Chiesa, era presente. Le cellule del nostro corpo si rinnovano ogni sette anni, ma noi conserviamo sempre la stessa personalità. Anche le cellule del Corpo Mistico, che siamo noi, possono cambiare ogni sessanta o settant’anni, ma è sempre Cristo che vive in questo Corpo.

La Chiesa sa che Cristo risorse da morte e che lo Spirito discese sugli apostoli alla Pentecoste, perché era presente fin dal principio. La Chiesa ha una memoria di oltre 1900 anni, e questa memoria si chiama Tradizione. Il Credo degli apostoli, che fu una formula accettata dalla Chiesa verso l’anno 100 e che riassume l’insegnamento degli apostoli, suona così:

Credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, e in Gesù Cristo, suo unico figlio, nostro Signore, che fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morto e sepolto, discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte, salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente, di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

Notate le parole: “Concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine”. Le verità espresse nel Credo erano indispensabili a chi voleva entrare nella Chiesa. Tutti quelli che allora venivano battezzati in seno al Corpo Mistico di Cristo credevano in ciascuna di queste verità. La nascita verginale era, al pari della risurrezione, una verità accettata nei primi secoli del cristianesimo. Nel credo non c’è neppure una sola citazione dei vangeli. I primi membri della Chiesa si rifacevano all’originale tradizione cristiana, di cui i Vangeli erano soltanto l’espressione letteraria. (…)

C’è dunque una duplice testimonianza da cui possiamo attingere per riconoscere la verità dell’insegnamento cristiano: una è la Parola di Dio rivelataci nella Sacra Scrittura, e l’altra è l’ininterrotto insegnamento della Chiesa fin dagli inizi, ossia la sua memoria vivente. Come i giuristi, per provare un punto, non ricorrono soltanto al nudo insegnamento della legge, ma anche al modo come i tribunali hanno compreso e interpretato tale legge, così la Sacra Scrittura non è lettera morta, ma vive e respira nel meraviglioso contesto di una società spirituale.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

I CATTOLICI AMANO I PROTESTANTI?L’ATTEGGIAMENTO MIGLIORE DA PRENDERE VERSO CHI NON È CATTOLICO

L’atteggiamento migliore che può prendere un Cattolico nei confronti di un protestante è questo: vivere intensamente la vita spirituale della Chiesa, affinché i non Cattolici, vedendo Cristo riflesso nei Cattolici, desiderino conoscere da dove venga la loro felicità. A un affamato non si dice: «Stai attento contro il veleno». Bisogna dargli il nutrimento, lasciando che le leggi di natura facciano il resto. Nel campo religioso è metodo sbagliato fissarsi soltanto sugli errori. È molto meglio parlare della ricchezza che sta nel vivere con Cristo, lasciando che la grazia di Dio faccia il resto.

Non dobbiamo essere più Cattolici della Chiesa, la quale ufficialmente insegna: «L’ignoranza dei protestanti quando è moralmente invincibile fa sì che non devono essere chiamati eretici o colpevoli agli occhi di Dio. L’unico giudice dei segreti del cuore è Dio». Ecco perché la Chiesa Cattolica ufficialmente chiama i protestanti con una bella espressione che dovrebbe diventare universale: i nostri fratelli separati.

Un cattivo Cattolico che non dia gloria a Dio e Io offenda, corre verso l’eterna dannazione. Un non Cattolico che dia gloria a Dio, e segua i dettami della coscienza, va verso la salvezza. Opera malamente quel Cattolico che imita il fratello maggiore della parabola del figliol prodigo. Dio è più ansioso di noi nel desiderare che tutte le sue pecore facciano un solo ovile.

I Cattolici debbono essere intolleranti riguardo alle verità della Fede, perché esse appartengono a Dio; ma devono essere molto tolleranti con coloro che non partecipano a tali verità. Dio solo è giudice delle coscienze. Questa affermazione fu fatta da Pio IX nel 1863.

Nessun cattolico può rallegrarsi, vedendo aumentarsi l’indifferenza religiosa, perché non è permesso desiderare l’impoverimento altrui, quasi che tale impoverimento arricchisca noi. Se un uomo ha fame, possiamo mai desiderare che egli muoia di fame? Ogni abbassamento nella Fede della dottrina di Cristo fra i nostri fratelli separati è sempre un aumento di perdita per la Chiesa e per il mondo.

Se noi Cattolici credessimo a tutte le calunnie e menzogne, che sono dette sulla Chiesa, la dovremmo odiare dieci volte più che non gli avversari. I nemici della Chiesa, infatti, spesso non odiano la Chiesa, ma odiano ciò che essi erroneamente credono essere la Chiesa. I Cattolici spesso commettono questo grave errore: credere di aver ragione perché la sanno più lunga in fatto di fede. No! Se i Cattolici godono la pienezza della fede, è un dono di Dio. Dall’altro lato, i Cattolici possono erroneamente credere che gli altri siano fuori strada per colpa loro. No! Molti di essi vivono secondo i dettami della coscienza.

Davanti a Dio non c’è religione che non contenga qualche verità. Invece di puntare sugli errori, i Cattolici dovrebbero puntare su quel piccolo segmento di verità, per completare il cerchio, facendo conoscere la pienezza della verità e dell’amore di Cristo. L’umorista Chesterton disse una volta: “Nessun protestante potrebbe tirarmi fuori dalla Chiesa Cattolica; mentre questo lo potrebbe fare un cattivo Cattolico che dia scandalo”.

I Cattolici non devono compromettere neanche una sola verità della propria Chiesa, appunto perché la verità è di Dio e non nostra. Devono essere intolleranti riguardo alle verità cristiane come sono intolleranti riguardo al due più due fa quattro; ma devono essere comprensivi, gentili e caritatevoli con le persone che non accettano la stessa fede oppure vi si oppongono. Il fondamento della tolleranza cattolica non è indifferenza verso la verità; ma è Fede, Speranza, Carità.

Noi siamo venuti al mondo non per condannare, ma per condurre tutti a Cristo mediante l’amore. Nessun ostinato protestante può essere considerato incapace di conversione. San Paolo era ostinato Ebreo, eppure si convertì. Nessun peccatore può essere considerato indegno di unirsi al Redentore. La Maddalena era peccatrice e diventò santa.

(Fulton J. Sheen, da “Amatevi gli uni gli altri” edizioni Fede e Cultura. Titolo della vecchia edizione “Vi presento l’Amore”)

NOI ABBIAMO SEMPRE BISOGNO DI MARIA PER TENERE INSIEME LE VERITÀ DELLA FEDE: “Cristo è il mediatore tra Dio e l’umanità; Maria è la mediatrice tra Cristo e noi”

Cristo è il mediatore tra Dio e l’umanità; Maria è la mediatrice tra Cristo e noi. (…)

Maria ha dato a nostro Signore la sua natura umana. Lui le chiese di dargli una vita umana, di dargli delle mani per benedire i fanciulli, dei piedi per andare in cerca della pecorella smarrita, degli occhi per piangere sugli amici morti, e un corpo per soffrire in modo da poterci fare rinascere nella libertà e nell’amore. Fu per mezzo di lei che Gesù divenne il Ponte tra il divino e l’umano. Se eliminiamo lei, allora o Dio non si fa uomo, o chi è nato da lei è uomo e non Dio. Senza di lei non avremmo più Nostro Signore!

Se abbiamo una cassettina nella quale conserviamo il nostro danaro, sappiamo che non dobbiamo perderne la chiave; non ci verrà mai in mente che la chiave sia il danaro, ma sappiamo che senza la chiave non possiamo prendere il nostro danaro. La nostra Madre Benedetta è come la chiave. Senza di lei non possiamo mai arrivare a Nostro Signore, perché Lui è venuto per mezzo suo. Maria non può esser paragonata a Lui, perché Maria è una creatura e Lui è un creatore. Ma se perdiamo lei, non possiamo arrivare a Lui: ecco perché stiamo tanto attenti a lei; senza di lei non potremmo mai comprendere come sia stato costruito quel Ponte tra il cielo e la terra.

Si potrebbe obiettare: “Mi basta nostro Signore, non ho alcun bisogno di lei”, ma Lui ha avuto bisogno di lei, indipendentemente dal bisogno che possiamo o non possiamo averne noi. E, quel che più conta, il Nostro Signore ci ha dato sua madre come madre nostra. In quel venerdì che gli uomini dicono santo, quando Lui era spiegato sulla Croce come il vessillo della salvezza, il suo sguardo si posò sulle due creature più preziose che aveva sulla terra: sua madre e il suo diletto discepolo Giovanni. La notte innanzi, durante l’ultima cena, aveva espresso le sue ultime volontà e fatto il suo testamento dandoci quello che nessun morente fu mai capace di dare, ossia se stesso nella Santissima Eucaristia. Sarebbe quindi rimasto con noi, come Lui stesso disse: “Tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli”. Ora, nelle ombre dense del Calvario, Lui aggiunge un codicillo alle sue volontà. Là sotto la Croce “stava ritta” (non prostrata, nota il Vangelo) la madre sua. Come figlio, pensò alla madre; come Salvatore, pensò a noi. E ci diede Sua Madre: “Ecco tua madre”.

Maria “partorì il suo primogenito e lo depose in una mangiatoia”. Il suo primogenito. San Paolo lo chiama “il primogenito di tutte le creature”. Significa che lei avrebbe dovuto avere altri figli? Proprio così! Ma non secondo la carne, perché Gesù è il suo unico figlio. Maria avrebbe dovuto avere altri figli dallo spirito. Di questi, Giovanni è il primo, nato ai piedi della Croce, Pietro forse il secondo, Giacomo il terzo, e noi tutti milioni e milioni di figli. Maria partorì in letizia Cristo che ci ha redenti, e poi nel dolore noi, redenti da Cristo! Non per una semplice fantasia di linguaggio, non per una metafora, ma in virtù del battesimo noi siamo diventati figli di Maria e fratelli di nostro Signore Gesù Cristo. Come non respingiamo il concetto di Dio che ci dà suo padre, cosicché possiamo pregare: “Padre nostro”, così non ci ribelliamo nemmeno quando Lui ci dà la madre sua, per cui possiamo pregare: “madre nostra”. La caduta dell’uomo viene quindi annullata in virtù di un altro albero, la croce; Adamo viene annullato in virtù di un altro Adamo, Cristo; ed Eva in virtù dell’Eva novella, Maria.

“Nato dalla vergine Maria”, ecco un’affermazione vera non soltanto per Cristo, ma anche per ogni cristiano, sia pure in una maniera diversa. Ogni uomo nasce da una donna nella carne quale membro della stirpe di Adamo. Nasce anche dalla Donna nello spirito se fa parte della stirpe redenta di Cristo. Come Maria ha formato Gesù nel proprio corpo, così forma Lui nelle nostre anime. In questa sola Donna verginità e maternità si trovano riunite, come se Dio volesse mostrarci che entrambe le condizioni sono necessarie al mondo. Cose che in altre creature si trovano separate, in lei sono riunite. La madre è la protettrice della vergine, e la vergine è anche l’ispiratrice della maternità.

Non ci si può avvicinare alla statua d’una madre che regge un bambino, fare a pezzi la madre e pretendere di avere il bambino. Toccando lei, guasterete Lui. Tutte le altre religioni del mondo, eccettuato il cristianesimo, si perdono nel mito e nella leggenda. Cristo si staglia da tutti gli dèi del paganesimo perché è unito alla Donna e alla storia. “Nacque da Maria vergine, patì sotto Ponzio Pilato”. Coventry Patmore chiama giustamente Maria: “La nostra unica salvezza da un Cristo astratto”.

È più facile comprendere il mite e umile cuore di Cristo se si guarda alla madre sua. Questa tiene insieme tutte le grandi verità del cristianesimo, come un pezzo di legno regge un aquilone. I fanciulli avvolgono la cordicella dell’aquilone intorno a un pezzo di legno, poi mollano la cordicella in modo che l’aquilone si libri verso il cielo. Maria è come quel pezzo di legno. Intorno a lei avvolgiamo tutti i fili preziosi delle grandi verità della nostra fede, ad esempio l’Incarnazione, l’Eucarestia, la Chiesa. A differenza dell’aquilone, a noi non importa quanta distanza mettiamo tra noi e la terra: noi abbiamo sempre bisogno di Maria per tenere insieme le verità della fede. Se gettassimo via il pezzo di legno, non avremmo più l’aquilone; se gettassimo via Maria, non avremmo più nostro Signore. Lui si perderebbe nei cieli, come il nostro aquilone volato via, e ciò sarebbe davvero terribile, per noi che siamo sulla terra.

Maria non c’impedisce di onorare nostro Signore. Niente è più vile che dire che lei sottrae anime a Cristo. Sarebbe come dire che nostro Signore ha scelto una madre egoista, Lui che è l’amore personificato. Se Maria ci tenesse lontano da suo figlio, noi la rinnegheremmo! Ma non è abbastanza buona per noi peccatori, lei che è madre di Gesù?

Noi non avremmo mai avuto il nostro divino Signore se Lui non avesse scelto lei. Noi preghiamo il Padre: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Pur chiedendo a Dio il pane quotidiano, noi non lodiamo il contadino o il fornaio che aiutano a prepararlo. Né la madre che dà il pane al suo bambino esclude il dispensatore celeste. Se il giorno del giudizio nostro Signore non ci accuserà che di aver amato sua madre, allora saremo davvero felici!

E come il nostro amore non parte da Maria, così non si ferma a lei. Maria è la finestra attraverso la quale la nostra umanità intravede per la prima volta la divinità. O forse è piuttosto come uno specchio amplificatore, che intensifica il nostro amore per il figlio suo e rende più splendide e ardenti le nostre preghiere. Dio, che ha creato il sole, ha creato anche la luna. La luna non toglie nulla allo splendore del sole. La luna non sarebbe che un tizzone consumato, vagante nella immensità dello spazio, se non fosse per il sole. Dal sole appunto tutta la luce della luna è riflessa. La madre benedetta riflette il suo figlio divino; senza di Lui non sarebbe nulla. Con Lui, è la Madre degli Uomini. Nelle notti oscure noi siamo grati alla luna; quando la vediamo splendere, sappiamo che dev’esserci un sole. Così, nell’oscura notte di questo mondo, quando gli uomini volgono le spalle a colui che è la luce del mondo, noi ricorriamo a Maria perché guidi i loro passi mentre attendiamo il levar del sole.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

P.S. Se non avete questo libro di Fulton compratelo perchè è un capolavoro da leggere assolutamente!

PERCHÉ LA MAGGIORANZA DEI MATRIMONI MODERNI FINISCE IN UN FALLIMENTO?

Che cosa succede quando non viene attuato l’ordine divino e l’amore erotico non viene utilizzato quale embrione che deve condurre a Dio?

Con questa domanda mettiamo il dito sul fallimento della maggioranza dei matrimoni moderni, in cui l’amore non è considerato come una porta aperta verso il cielo, ma come mera inclinazione della carne. Quando le unioni matrimoniali sono prive di religione – la quale sola può suggerire che l’amore della carne è nient’altro che un’introduzione all’amore dello spirito – allora l’altro coniuge diventa oggetto di adorazione al posto di Dio.

Questa è infatti l’essenza dell’idolatria: adorare l’immagine invece della realtà, scambiare la copia per l’originale, e la cornice per il quadro. Quando l’amore si limita alla soddisfazione del desiderio egotistico, diviene solo un’energia esauritasi, o una stella caduta. Quando l’amore rifiuta deliberatamente di usare le scintille che Dio gli ha dato per accendere altri fuochi, quando scava pozzi, ma non incanala mai le acque; quando impara a leggere, ma senza mai giungere alla conoscenza, allora l’amore si volge contro se stesso, e poiché desidera solamente godersi la propria vita si tramuta in odio o in reciproco massacro.

Quando l’altro coniuge diviene idolo e oggetto di adorazione al posto di Dio, l’amore erotico si volge contro coloro che ne abusano. Ogni coniuge comincia a sentire la torturante contraddizione tra il desiderio infinito di amore divino che è stato disdegnato, e le sue povere e finite realizzazioni e sazietà nella forma umana. Entrambi i coniugi tentano di vivere quel momento in cui si concreta la promessa di Satana: “Voi sarete simili a dei”.

Ma se non c’è Agape per imbrigliare Eros, allora si scatenano le furie quando l’uno dei coniugi si accorge che l’altro non è un Dio, tanto meno un angelo, e neanche un angelo caduto. Quando l’altro coniuge non ha dato tutto quello che aveva promesso di dare, proprio perché, non essendo Dio ma solo uomo, era incapace di soddisfare il desiderio di appagamento d’infinito, l’altro si sente tradito, ingannato, deluso e frodato. Nessun essere umano è amore, bensì soltanto amabile; solo Dio è amore.

Quando la creatura si sostituisce al Creatore pretendendo di sostituirsi all’amore, allora l’amore erotico si tramuta in odio. L’uno dei coniugi scopre che l’altro ha i piedi di argilla, che invece di un angelo è una semplice donna, o che invece di Apollo è un semplice uomo. Quando l’estasi non continua e l’orchestra smette di suonare, e lo champagne della vita ha perduto il suo frizzante, l’altro coniuge viene considerato un truffatore e un ladro, e infine citato in tribunale per il divorzio con il pretesto di “incompatibilità”.

E quale pretesto potrebbe essere più stupido dell’incompatibilità, quando non esistono al mondo due persone che siano perfettamente e costantemente compatibili tra loro? La ricerca di un nuovo compagno parte dal presupposto che qualche altro essere umano possa dare ciò che solo Dio può dare. I nuovi matrimoni equivalgono soltanto a una somma di zeri.

Invece di comprendere che la principale ragione del fallimento sta nel rifiuto di avvalersi dell’amore coniugale come di un veicolo per arrivare all’amore divino, il divorziato pensa che le seconde nozze possano offrirgli ciò che le prime non possedevano. Il semplice fatto che un uomo o una donna cerchino un nuovo compagno è una prova che non c’era mai stato vero amore, poiché, se il sesso è sostituibile, l’amore non lo è. Le mucche possono ruminare in altri pascoli, ma una persona non può essere sostituita. Non appena una creatura umana sia equiparata a un pacco da giudicare soltanto in base al suo involucro, non passerà molto tempo che l’oro falso mostrerà il verderame e il pacco sarà gettato tra i rifiuti.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

SANTA PASQUA! La Risurrezione è il fatto centrale della Fede Cristiana. Inizia con la sconfitta, la crocifissione e il dolore, ma finisce nel trionfo.

Il Cristianesimo, diversamente da qualsiasi altra religione al mondo, inizia con la catastrofe e la sconfitta. Le religioni raggianti e le ispirazioni di natura psicologica crollano nella calamità e appassiscono nelle avversità. La Vita del Fondatore del Cristianesimo, invece, essendo cominciata con la Croce, termina con il sepolcro vuoto e la Vittoria!

(Fulton J. Sheen, da “Vita di Cristo”)

La Risurrezione è il fatto centrale della Fede Cristiana. Inizia con la sconfitta, la crocifissione e il dolore, ma finisce nel trionfo. Le religioni “allegre” possono funzionare nei giorni in cui non c’è morte, dolore o sofferenza, ma ci è voluto l’Amore di Dio, che tocca le tragedie della nostra vita, per convincerci che in Lui, anche noi, possiamo avere la nostra Pasqua dopo il nostro Venerdì Santo.

La Croce ci rivela che se non ci sarà un Venerdì Santo nella nostra vita, non ci sarà mai una Domenica di Pasqua. A meno che non ci sia una corona di spine, non ci sarà mai l’aureola di luce. A meno che non ci sia un corpo flagellato, non ci sarà mai un corpo glorificato. La morte del sé inferiore è la condizione per la risurrezione del sé superiore.

Il mondo ci dice, come disse a Cristo sulla croce: “Scendi, e noi crederemo!”. Ma se fosse sceso, non ci avrebbe mai salvati. È umano scendere, è divino stare sulla Croce.

Un cuore spezzato, o Salvatore del mondo, è la migliore culla dell’Amore! Colpisci il mio, come Mosè ha fatto con la roccia, affinché entri il Tuo Amore.

(Fulton J. Sheen)

La Croce aveva fatto le domande, la Risurrezione aveva risposto…

La Croce aveva chiesto:

“Perché Dio permette al male e al peccato di inchiodare la Giustizia all’albero?”

La Risurrezione ha risposto:

“Perché il peccato che ha fatto il suo peggio potrebbe esaurirsi e quindi essere vinto dall’Amore che è più forte del peccato o della morte.”

Così emerge la lezione pasquale che il potere del male e il caos di ogni momento può essere sfidato e conquistato perché la base della nostra speranza non è in nessun costrutto del potere umano, ma nel Potere di Dio che ha dato al male di questa terra la sua unica ferita mortale: una tomba aperta, un sepolcro spalancato e una tomba vuota!

(Fulton J. Sheen, da “Cross-Ways”)

Il Nostro Benedetto Signore ha paragonato se stesso a un seme, dicendo che se il seme non fosse caduto in terra e morto, non sarebbe risorto alla vita. Ora, per la potenza di Dio, Egli risorge con i fiori della primavera nella novità della vita, e dà alla terra l’unica ferita grave che abbia mai ricevuto: la ferita irreparabile di una tomba vuota.

La nascita del Figlio di Dio in forma d’uomo fu annunciata a una Vergine; il primo annuncio della sua risurrezione fu fatto a una peccatrice pentita, la Maddalena, affinché nessuno di noi fosse senza speranza. L’apostolo Tommaso non avrebbe creduto finché non avesse messo la mano nel suo fianco e le dita nelle mani di Nostro Signore. Così sappiamo che nostro Signore ha conservato non le sue ferite, ma le sue cicatrici come prova del Suo Amore: “Con queste sono stato ferito nella casa di coloro che mi amano”.

La Risurrezione comincia a influenzare la nostra vita il giorno del Battesimo. Quando veniamo battezzati, siamo immersi nelle acque come sepolti nel sepolcro al peccato e alla morte; emergendo dalle acque rivestiti di grazia come principio dell’Amore Divino, siamo come il Cristo che risorge dalla tomba nella gloria della Risurrezione. Sebbene siamo risorti in spirito con Cristo, così che la nostra conversazione è in Cielo, i nostri corpi non condivideranno quella gloria fino alla nostra risurrezione finale. Nel frattempo il nostro corpo deve essere crocifisso con quello di Cristo per poter risorgere con Lui.

Sulla strada di Emmaus la Domenica di Pasqua, Nostro Signore disse ai suoi discepoli: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”

Ma se questa è la legge dell’Innocenza, come potremo noi, i colpevoli, sperare di sfuggirvi?

(Fulton J. Sheen, da “The Fifteen Mysteries”)

Mentre la nostra terra reca queste cicatrici, chi mai può indurci a sperare che davanti a noi avremo giorni migliori e che tutta questa sofferenza, tutta questa angoscia, non siano una beffa, un inganno?

Una cosa è certa: che le nostre ali spezzate non possono essere risanate da quel Cristo “Liberale” inventato dal secolo decimonono che fece di Lui nient’altro che un moralista simile a Socrate, a Maometto, a Buddha o a Confucio, e che, come loro, fu imprigionato nei ceppi della morte.

La sola cosa che oggi può esserci di conforto è il Cristo Risorto con le Sue Piaghe Gloriose, passato anche Lui attraverso la morte per darci la Speranza e la Vita: il Cristo, cioè, della mattina di Pasqua.

Risaltano, nella storia della Pasqua, le Stigmate di Cristo.

La Maddalena, che era stata sempre ai Suoi Piedi, o nella casa di Simone o presso la Croce, si trova questa volta nel giardino del sepolcro, e soltanto quando scorge su quei Piedi le livide Piaghe che testimoniano della guerra del Calvario riconosce il suo Signore e grida: “Rabbuni!”, che significa “Maestro”.

Il Cristo di cui oggi il mondo ha bisogno è il Cristo Virile, che a un mondo iniquo può mostrare i Segni della Vittoria nel Suo Corpo Stesso, offerto in cruento Sacrificio per la salvezza dell’Umanità. In questi terribili giorni non possono salvarci e confortarci i falsi dèi, immuni da affanni e dolori.

(Fulton J. Sheen, da “I Personaggi della Passione”)