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GIUDA E PIETRO DAVANTI A CRISTO: TRADIMENTO, DISPERAZIONE, PERDONO E CONVERSIONE: “Non appena abbiamo coscienza di essere peccatori, Egli si volge a guardarci: Dio non rinuncia mai a noi”

“Ti saluto Maestro e lo baciò”

Non appena commesso il crimine, il disgusto s’impadronì di Giuda. Le acque profonde del rimorso cominciarono ad agitarsi nella sua anima, ma, al pari di molte anime dei nostri giorni, egli fraintese il senso del rimorso, e ritornò da quelli con cui aveva negoziato e ai quali aveva venduto Nostro Signore per trenta denari d’argento, qualcosa come diciassette dollari d’oggi.

La Divinità è sempre tradita in misura ultra-sproporzionata rispetto al suo valore effettivo. Ogni qualvolta noi vendiamo Cristo, sia al fine di progredire in una qualsiasi carriera terrena – come coloro che abbandonano la Fede perché con una croce sulle spalle non possono conseguire alcun successo politico – sia per denaro, ci par sempre, in ultima analisi, d’essere stati truffati.

Non c’è quindi da stupirsi che Giuda riportasse i trenta denari a coloro che glieli avevano dati. Non bramava più ciò che prima aveva tanto desiderato: l’incantesimo era scomparso. (…)

Noi che conosciamo Cristo, noi che ne possediamo la Verità e la Vita, noi possiamo offenderLo e tradirLo più di quelli che non Lo conoscono.

Potremo non agir mai da traditori in modo evidente e grossolano, bensì attraverso gesti “insignificanti” come il bacio di Giuda: attraverso il silenzio quando dovremmo fare da difensori, attraverso la paura del ridicolo quando dovremmo proclamare la nostra opinione, attraverso la critica quando dovremmo testimoniare, oppure nascondendoci quando dovremmo congiungere le mani nella preghiera.

E allora, avrà ben ragione Nostro Signore nel domandarci: “Amico! Con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?” (…)

Giuda restituì i trenta denari, ma perché le anime conseguano la salvezza non basta che rinuncino a ciò che hanno: devono anche donare ciò che esse sono. Né basta aver disgusto del peccato: dobbiamo anche provarne rimorso. Giuda non provò rimorso nel vero senso della parola: in lui si era solo compiuta una trasformazione di sentimento. Il rimorso di Giuda non riguardava Nostro Signore. Il che significa soltanto che ebbe odio di sé, e chi ha odio di sé è potenzialmente un suicida. L’odio di sé è il principio del suicidio ed è salutare solo se associato con l’Amore di Dio. (…)

Nel momento stesso in cui Pietro imprecava e giurava di non conoscere Cristo, si udì, attraverso i vestiboli esterni della casa di Caifa, il canto chiaro e inequivocabile, di un gallo. Perfino la natura è dalla parte di Dio.

Il canto del gallo fu in un certo modo “infantile” ma Dio può ben adoperare cose quanto mai “insignificanti” per donarci la Sua Grazia: il volto di un bambino, una parola attraverso la radio, il canto di un passero. Come mezzo di conversione, userà perfino il canto di un gallo all’alba. Un’anima può arrivare a Dio attraverso una serie di delusioni.

PER LA CONVERSIONE DOBBIAMO ABBANDONARE TUTTO CIÒ CHE CI INVITA AL PECCATO!

“E, uscito fuori, pianse amaramente” (Luca 22; 62)

Come il peccato inizia con l’abbandono della mortificazione, così la conversione implica il ritorno alla mortificazione stessa. Chiede il Re nell’Amleto: “Ove si sia perdonati, si può mai insistere nella colpa?”. Ci sono alcune cose che danno inizio al peccato: quelle persone, quei luoghi, e quelle circostanze che inaridiscono l’anima.

La conversione di Pietro non fu completa finché egli non lasciò il luogo in cui alcuni servi e la preoccupazione della propria persona congiuravano affinché egli rinnegasse il Maestro. Egli non rimarrà passivamente seduto mentre il Giudice Divino viene giudicato. La Scrittura registra l’emendamento, ossia la purificazione di Pietro con queste semplici parole: “E USCITO FUORI”.

Tutti i gioielli di cui si adorna il peccato: la preoccupazione della propria persona, i luoghi, le persone e le circostanze…Pietro ora li calpesta, perché “esce fuori” e piange amaramente .

DIO NON RINUNCIA MAI A NOI MISERI PECCATORI

La seconda fase del processo del ritorno a Dio di un’anima, dopo il risveglio della coscienza a seguito della delusione del peccato, procede direttamente da Dio stesso. Non appena ci sentiamo vuoti, o delusi, ecco il Signore affrettarsi a colmare il nostro vuoto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me” (Giov. 14-6). E ci dice San Luca: “Il Signore allora Si volse a guardare Pietro” (Luca 22-61).

Come il peccato significa un’avversione a Dio, così la Grazia significa una conversione a Dio. Lui non ci abbandona, anche se noi Lo abbandoniamo. Non appena abbiamo coscienza di essere peccatori, Egli si volge a guardarci: Dio non rinuncia mai a noi.

Pietro ricevette uno sguardo da occhi che ci vedono non già come ci vede il nostro prossimo, e neppure come noi stessi ci vediamo, ma come effettivamente siamo: erano gli occhi di un Amico ferito, di un Cristo ferito. Il linguaggio di quegli occhi non lo capiremo mai.

“E uscito fuori, Pietro pianse amaramente” (Luca 22-62).

Adesso Pietro aveva il cuore a pezzi, e i suoi occhi, quegli occhi che avevano fissato gli occhi di Cristo, si erano mutati in fontane. Mosè percosse una roccia, e ne scaturì l’acqua; Cristo guardò una roccia (Pietro), e ne scaturirono lacrime.

Vuole la tradizione che Pietro piangesse tanto per i peccati che aveva commesso che le sue guance fossero attraversate da torrenti di pentimento.

Sopra quelle lacrime si erge il Volto della Luce del Mondo, e attraverso di esse spunta l’arcobaleno della speranza, ad assicurare tutte le anime che nessun cuore sarà mai distrutto dalla marea del peccato a condizione che si volga a guardare Cristo, Colui che è l’Arca della Salvezza, l’Amore dell’Universo.

(Fulton J. Sheen, da “Personaggi della Passione”)

IL MOTIVO PRINCIPALE DELLA DEIFICAZIONE DEL SESSO È LA PERDITA DELLA FEDE IN DIO…IL CULTO DEL SESSO, LA NEGAZIONE DI DIO, L’ANARCHIA POLITICA E LA PAURA DELLA MORTE.

Il motivo principale della deificazione del sesso è la perdita della fede in Dio. Perdendo Dio, gli uomini perdono lo scopo della vita; e quando si perde lo scopo della vita, l’universo perde ogni significato. L’uomo si sforza di dimenticare la sua povertà nell’intensità di una temporanea esperienza, arrivando qualche volta a deificare la carne di un’altra persona: idolatria e adorazione, che possono però mutarsi in delusione quando il soggetto si accorge che il cosiddetto “angelo” altro non è se non un angelo caduto e per niente attraente.

A volte l’uomo divinizza la propria carne: in tal caso finisce col tiranneggiare l’altra persona e, di conseguenza, col farne oggetto della sua crudeltà. Non c’è formula più sicura d’insoddisfazione che il tentativo di soddisfare il nostro ardente desiderio dell’oceano di Amore infinito con una tazzina di soddisfazioni “finite.” Nulla che sia materiale, fisico o carnale può mai del tutto soddisfare l’uomo, la cui anima immortale necessita di un Amore eterno. “Non di solo pane vive l’uomo”.

Il suo bisogno di amore divino, una volta pervertito, lo costringe a proseguire nella sua ricerca dell’Amore infinito negli esseri finiti; e si preoccuperà inutilmente, ma, pur continuamente deluso, non rinuncerà all’impresa. Di qui cinismo, noia, fastidio e, infine, disperazione. Perduto l’ossigeno spirituale, l’uomo soffoca. Per lui la vita non è più una cosa preziosa e pensa di farla finita con un ultimo e supremo atto di ribellione contro il Signore della vita. (…)

Il secondo motivo del culto del sesso è il desiderio dell’uomo di sfuggire alle responsabilità della vita e all’insopportabile voce di una coscienza inquieta. Concentrandosi sull’inconscio, sull’animalità, sulla primitività, il colpevole ritiene di non aver più bisogno di preoccuparsi del significato della vita. Una volta negato Dio, tutto gli è lecito. Negando l’etica della vita, ha sostituito la licenza alla libertà. Perciò un’epoca di licenza carnale è sempre un’epoca di anarchia politica. Le fondamenta della vita sociale sono scosse quando le fondamenta della vita familiare vengono distrutte.

La ribellione delle masse contro l’ordine sociale, auspicata da Marx, è analoga alla ribellione della libido e degli istinti animali che i partigiani della sessualità patrocinano nell’individuo. Entrambi i sistemi negano la responsabilità: l’uno perché ritiene che la storia sia determinata dall’economia, l’altro perché ritiene che l’uomo sia determinato dalla biologia. Ma quelli che negano in teoria ogni umana responsabilità e libertà rimproverano la cuoca perché ha bruciato l’arrosto e, poche ore dopo, ringraziano l’amico che ha lodato il loro ultimo libro dal titolo “Non c’è libertà”.

Il terzo motivo dell’esaltazione del sesso è la negazione dell’immortalità. Una volta negato l’Eterno, l’oggi diventa importantissimo. L’uomo che crede nell’immortalità non aspira soltanto alla continuazione del suo spirito nell’eternità, ma anche alla continuazione della sua carne attraverso la creazione di una famiglia che gli sopravviva e accolga la sfida della morte. La negazione dell’immortalità conferisce quindi alla morte un duplice potere, sia perché l’uomo, negando l’immortalità, nega la sopravvivenza, sebbene debba inevitabilmente morire, sia perché l’uomo è così mosso a ripudiare la vita della famiglia, che oggi è considerata né più né meno che un impedimento ai piaceri dell’attimo fuggente.

È ormai accertato che nelle epoche funestate da guerre, epidemie, ecc., tutti quelli che non siano sorretti dalla fede nei valori eterni finiscono, in considerazione della fugacità e fragilità della vita del corpo, per immergersi in orge di dissolutezza. L’eccessivo interesse per i temporanei valori terreni inaridisce l’entusiasmo morale e stimola i più bestiali appetiti man mano che gli uomini vedono avvicinarsi la fine. Ma non servono simili catastrofi: ogni volta che il tempo terreno è considerato della massima importanza, gli anziani dicono che il “futuro è nelle mani dei giovani”; ciascuno ha paura di parlare della propria età, e tutti parlano del processo d’invecchiamento in un tono tra l’offensivo e il beffardo. Come bestie intrappolate non nelle gabbie ma nel tempo, questi se la prendono col trascorrere del tempo: il rapido volgere degli anni diminuisce il piacere e getta un’ombra che si vorrebbe non vedere. Ma poiché non è lecito sperare di evitarla per sempre, la paura della morte acquista terreno.

Non è per caso che l’attuale civiltà, che ha esaltato il sesso come nessun’altra epoca ha fatto nella storia del cristianesimo, vive nel costante terrore della morte. Baudelaire ha ragione quando rappresenta l’amore moderno seduto su un teschio. Quando si dà un valore morale alla carne, questa produce vita; quando il sesso delude la morale, il suo termine è la morte. Un bimbo a cui viene data una palla con l’avvertimento che è la sola palla che avrà in vita sua, non può goderne pienamente perché ha la continua paura di perderla. Un altro bimbo a cui viene detto che se sarà buono avrà un’altra palla che non potrà mai perdere e che gli darà sempre gioia, non avrà paura di perdere la prima. Così è per l’uomo che, al contrario del cristiano, ha un solo mondo. Anche nel pieno godimento della vita, il primo avrà sempre paura della fine. I suoi piaceri saranno oscurati dall’ombra della morte. Ma chi crede in una vita futura, condizionata dalla morale, ha il grande vantaggio di riuscire a essere felice in questo mondo come nell’altro. (…)

La negazione dell’anima ragionevole e l’equiparazione dell’uomo all’animale costituiscono la quarta ragione dell’esaltazione del sesso. Il che implica l’abbandono totale dell’etica nei rapporti umani. Non la volontà, ma l’istinto regna ora supremo, e i principi della morale cedono il passo agli appetiti bestiali.

La tragedia moderna non sta nel fatto che oggi gli esseri umani cedano alle loro passioni più di quanto non facessero nei tempi passati, ma nel fatto che, abbandonando la retta via, essi negano che una retta via esista. In altre epoche gli uomini si ribellavano contro Dio, ma riconoscevano la loro ribellione. Peccavano, ma sapevano di peccare. Vedevano chiaramente che erano sulla cattiva strada; oggi, invece, gettano via la carta topografica.

Voler equiparare l’uomo all’animale è un grande errore: nell’uomo il sesso non è la stessa cosa che negli animali. Un animale sente, ma non ama. Nell’animale non c’è conflitto tra corpo e anima; nell’uomo sì. Nell’animale la sessualità è meccanica, obbedisce allo stimolo; nell’uomo, invece, si riallaccia al mistero e alla libertà. Nell’animale è soltanto il rilassamento di una tensione; nell’uomo non è determinata da un ritmo naturale ma dalla volontà. Il sesso può dare all’uomo un senso di solitudine e di tristezza che non dà all’animale. L’animale può soddisfare quaggiù tutti i suoi desideri; l’uomo non può, e la sua tensione deriva dal tentativo di sostituire col tritello del sesso il pane della vita. Prinzhorn, parlando di un certo tipo di freudianesimo, dice che “ai super-intellettualizzati, a coloro che non vivono a contatto diretto con la terra, bensì nelle morse di un’abietta sessualità, esso dà una falsa religione, mirabilmente adatta alla loro condizione”.

Si è del tutto trascurato il contributo del peccato originale al problema sessuale nell’uomo, sebbene si debba dire, in favore della psicologia moderna, che essa ha implicitamente riaffermato il fatto sotto il nome di “tensione”. La natura umana non è intrinsecamente corrotta ma è debole; ne consegue che spesso le emozioni prendono il sopravvento sulla ragione. (…)

A differenza dell’estremo freudianesimo, il cristianesimo non è così meschino da fare del sesso l’istinto più importante della vita o da attribuire alla sola repressione sessuale i disordini psichici. Se la repressione dei più brutali istinti del sesso è l’unica causa delle anomalie mentali, come mai quelli che si abbandonano alla licenza carnale sono i più anormali degli uomini mentre quelli che credono nella religione e nella morale sono perfettamente normali? Con una visione più comprensiva e più sana della vita, il cristianesimo scopre non la causa, ma le cause dei disturbi psichici. Oltre al sesso, il cristianesimo indica altre sei possibili cause: superbia, avidità, ira, invidia, gola e accidia.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

IL DOLORE E LA CROCE SENZA CRISTO PORTANO ALLA DISPERAZIONE, IL DOLORE VISSUTO CON CRISTO CI REDIME E CI SALVA!

Il buon ladrone, il ladro di destra, è il modello di coloro per i quali il dolore ha un senso; il ladro di sinistra è il simbolo della sofferenza non consacrata. Il ladro di sinistra non soffrì più del ladro di destra, ma la sua crocifissione cominciò e terminò con una bestemmia. Neppure per un momento egli stabilì un rapporto tra la propria sofferenza e Gesù Crocifisso. L’invocazione del perdono pronunciata in Croce da Cristo Nostro Signore non fu, per questo ladro, più importante del volo di un uccello.

Non riuscendo egli ad assimilare il proprio dolore e a farne l’alimento della propria anima, il dolore si volse contro di lui come una sostanza estranea immessa nello stomaco si volge contro di esso, infettando e intossicando l’intero apparato digerente. Ecco perché divenne più velenoso, ecco perché bestemmiò proprio il Signore che avrebbe potuto condurlo nei pascoli della Pace e del Paradiso.

Il mondo, ai nostri giorni, è pieno di individui che, al pari del ladro di sinistra, non vedono nel dolore alcun significato. Ignoranti come sono della Redenzione di Gesù Nostro Signore, costoro non riescono ad adattare il dolore ad un modello. Poiché non hanno mai pensato a Dio se non come a un nome, si trovano ora nell’impossibilità di inserire le irriducibili realtà della vita nel Suo Divino Disegno.
Ecco perché tanti di quelli che non credono più in Dio diventano cinici.

Chiara è la lezione del ladro di sinistra: il dolore di per sé non ci rende migliori ma può renderci peggiori. Nessuno è mai diventato migliore soltanto perché afflitto dal mal d’orecchi. La sofferenza, quando non sia spiritualizzata, non migliora l’uomo: lo perverte!

Il ladro di sinistra non diventa migliore in virtù della propria crocifissione; la quale lo rende insensibile, lo cauterizza e ne offusca l’anima. In quanto si rifiuta di considerare il dolore in rapporto a qualche altra cosa, finisce col pensare solo a se stesso e a chi avesse avuto la possibilità di tirarlo giù dalla croce.

Così è di coloro che non hanno più fede in Dio. Per essi, Gesù Nostro Signore sulla Croce non è che un episodio della storia dell’Impero Romano, e non un messaggio di speranza o una prova di amore. Vivono la loro vita senza mai preoccuparsi di indagarne il senso. Non avendo ragione di vivere, ecco che la sofferenza li inasprisce, li intossica, finché la grande porta dell’occasione della vita gli si chiude in faccia e simili al ladro di sinistra, spariscono bestemmiando nella notte dei dannati.

Consideriamo il buon ladrone, il ladro di destra in croce: il simbolo di coloro per i quali il dolore ha un senso.

Sulle prime, egli non lo capì, cosicché unì le proprie bestemmie a quelle del ladro di sinistra; ma, come talora un lampo illumina il sentiero che non abbiamo preso, così il Perdono invocato da Cristo Salvatore per i Suoi carnefici illuminò al ladro la strada della Misericordia.

Cominciò ad accorgersi che se il dolore non avesse ragion d’essere, Gesù non lo avrebbe abbracciato. Perché se la Croce non avesse un fine, Gesù non vi si sarebbe innalzato. Il dolore cominciava a farsi comprensibile al buon ladrone: per il momento rappresentava almeno un’occasione per far penitenza di una vita peccaminosa.

E non appena fu raggiunto dalla Luce egli rimproverò il ladro di sinistra dicendo: “Questo supplizio per noi è giustizia, perché noi riceviamo la pena dei nostri delitti, ma Lui non ha fatto nulla di male”.

Capiva, adesso, che il dolore agiva sulla sua anima come il fuoco agisce sull’oro: bruciandone completamente le scorie. Il dolore gli scrostava gli occhi: ed ecco, volgendosi verso la Croce centrale, egli non vide più un uomo crocifisso, ma un Re Celeste.

Pensò: “Chi può invocare il Perdono per i propri assassini non abbandonerà un ladro”

E disse: “Signore, ricordati di me quando sarai nel Tuo Regno!”

E una Fede così Grande fu ricompensata: “Ti dico in Verità: oggi sarai con Me in Paradiso”.

Il dolore di per sè non è insopportabile: insopportabile è l’impossibilità di capirne il senso. Se non avesse visto un fine nel dolore, il buon ladrone non avrebbe mai salvato la propria anima. Il dolore può essere la morte della nostra anima, come può esserne la vita. Tutto dipende dal collegarlo, o meno, a Cristo Nostro Signore e Salvatore.

Una delle più grandi tragedie del mondo è il dolore sprecato. Il dolore che non sia in relazione con la Croce è come un assegno non firmato e non ha alcun valore; ma dopo che lo abbiamo sanzionato con la firma di Cristo Salvatore sulla Croce, assume un valore infinito.

Una testa febbricitante che non batta mai all’unisono con una Testa Incoronata di Spine, o un dolore alla mano che non abbia mai sofferto la pazienza di una Mano Inchiodata alla Croce, è un fatto assolutamente improduttivo. A seguito di questa sofferenza sprecata il mondo è diventato peggiore, mentre sarebbe potuto essere tanto migliore.

(Fulton J. Sheen, da “Go To Heaven-Andate in Paradiso!”)

LA PIÙ RARA TRA LE VIRTÙ MODERNE: L’UMILTÀ! L’UMILTÀ È LA VERITÀ CIRCA NOI STESSI.

Chiedete a un uomo: “Siete un Santo?”…Se vi risponde affermativamente potete essere ben sicuri che non lo è.

L’umile guarda ai propri errori e non a quelli degli altri: non vede nel suo vicino se non quello che c’è di buono e virtuoso. Non si butta i propri difetti dietro le spalle, ma li ha sempre davanti a sé; sulle spalle porta, in un sacco, i torti del prossimo, per non vederli. Al contrario, l’uomo orgoglioso e superbo si lamenta di tutti e crede che gli sia stato fatto torto oppure che non sia stato trattato come merita. Quando l’umile è trattato malamente, non se ne lamenta, perché sa di essere trattato meglio che a lui non si convenga.

Da un punto di vista spirituale, chi va orgoglioso della propria intelligenza, del proprio talento o della propria voce, e non ne ringrazia mai Dio è un ladro; ha preso i doni di Dio senza riconoscere il Donatore.

Le spighe d’orzo che contengono i grani più ricchi sono quelle che pendono più basse. L’umile non si scoraggia mai, ma l’orgoglioso cade nella disperazione. L’umile ha sempre Dio da poter invocare; l’orgoglioso ha soltanto il suo ego che ha subìto un collasso.

Causa principale dell’infelicità interiore è l’egotismo o egoismo. Colui che si dà importanza vantandosi presenta, in realtà, le credenziali del suo poco valore. L’orgoglio altro non è che il tentativo di creare negli altri l’impressione che siamo ciò che in realtà non siamo.

Quanto sarebbe più felice la gente se invece di esaltare all’infinito il proprio ego lo riducesse a zero! Troverebbe allora il vero infinito mediante la più rara tra le virtù moderne: l’umiltà.

L’umiltà è la verità circa noi stessi. Un buon scrittore non è umile se dice: “Sono uno scribacchino”. Affermazioni simili si fanno soltanto per provocare una smentita, e così procurarsi la lode. Sarebbe invece più umile se dicesse: “Ebbene, quale che sia il mio talento, è un dono di Dio di cui io Lo ringrazio”.

(Fulton J. Sheen, da “Way to Happiness” titolo della vecchia traduzione italiana “Il Sentiero della Gioia”)

Molti di quelli che stanno in Paradiso sono stati, in vita, ubriaconi, adulteri, ladri, gozzovigliatori ecc.., ma non c’è, tra quanti stanno in Paradiso, nessuno che non fosse diventato umile.

Tuttavia, basta parlare di umiltà perché, in molte menti, sorga la credenza che essa consista nel lasciarsi calpestare dal prossimo, o nell’auto-mortificarsi, o che trasformi un uomo in un perfetto esemplare di falsa umiltà.

L’umiltà non è disprezzo di sé, ma la verità circa se stessi accompagnata al rispetto per gli altri; è la dedizione totale di sé al Fine Supremo.

Un uomo alto 1,80 non sarebbe umile se dicesse: “Ma io sono alto 1,30”, perché ciò non corrisponderebbe a verità; né un celebre cantante lirico sarebbe umile se dicesse: “In realtà, io, come cantante, non valgo niente”. Simili ingiurie alla verità sono altrettante testimonianza di orgoglio, invece che di umiltà. In questi casi, l’umiltà consiste nel riconoscimento di questa verità: che i doni per i quali veniamo lodati li abbiamo ricevuti da Dio.

“Che cos’hai tu che non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché gloriartene come se non l’avessi ricevuto?” (San Paolo).

La lode mette in imbarazzo la persona umile perché questa sa che la sua voce, il suo ingegno, la sua forza le sono stati dati da Dio. Quando le labbra degli uomini esaltano l’umile, questi le trasferisce a Dio. L’umile riceve la lode come una finestra riceve la luce, non mai per possederla o per tesorizzarla, ma per trasferirla, mediante un rendimento di Grazie, tutt’intera a Dio che lo ha così dotato di certi beni…

La vita deve ispirarsi a quella qualità morale la quale riconosce che la ricchezza, la salute, la sapienza e, soprattutto, la Fede, sono doni di Dio che crescono e s’intensificano dove si possegga uno spirito di gratitudine. Noi lottiamo per il meglio, ma “le cose migliori della vita sono doni”, ossia le abbiamo ricevute…

Poiché noi siamo i recipienti dei doni, l’umile è reverente e grato a Dio.

L’uomo orgoglioso conta i ritagli dei giornali che parlano di lui; l’uomo umile conta le grazie ricevute.

(Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

DUBITARE DEL PERDONO DI DIO È FARE IL PRIMO PASSO VERSO L’INFERNO!

Il peccato che non emerge in modo dovuto nella confessione, e che quindi non può essere debitamente lavato dalla contrizione e dall’assoluzione, emerge spesso anormalmente in complessi, come la mania di persecuzione, l’ipercritica, il bisogno di evadere attraverso i piaceri. Una siffatta condizione può facilmente condurre alla disperazione. Allora il diavolo, giubilante, piomba sulla sua preda.

L’Apocalisse (12, 10) chiama il demonio «l’accusatore dei fratelli». Prima che commettiamo il peccato, Satana ci assicura che è una cosa da niente; dopo, ci persuade che è una cosa imperdonabile. Prima del peccato, si presenta come l’amico che spinge l’uomo alla rivolta; dopo, opprime l’anima con la falsa convinzione che la liberazione è impossibile. Dubitare del perdono è fare il primo passo verso l’inferno.

Le Scritture ci narrano che Esaù non trovò un luogo di pentimento, pur avendolo cercato piangendo. Le lacrime di rimorso, anziché di contrizione, sono inutili come lo furono quelle versate da Saul sulla perdita della regalità, da Giuda sulla perdita dell’apostolato, da Esaù sulla perdita del diritto di primogenitura. Ma lo Spirito Santo vede la colpa in relazione al Calvario per spingerci a sperare e perdonarci, perché su quel monte noi udiamo il grido di Cristo: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34).

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

LA MISSIONE DEL DOLORE E DELL’ ANGOSCIA: Noi siamo stati creati per l’Infinito!

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Questo mondo, Dio l’ha creato troppo piccolo per noi! I nostri desideri sono più grandi delle nostre realizzazioni. Abbiamo un oceano di desideri, ma solo una tazza con cui attingere all’immensa distesa. Sbattiamo ogni momento contro le mura dell’universo e ci scortichiamo gli stinchi contro le sue barriere. È questa la causa principale di qualsiasi turbamento e sofferenza. Noi siamo stati creati per l’Infinito!

La nostra anima è provvista di ali, che però urtano contro la gabbia del nostro corpo e contro la banalità delle nostre città…Se già, nella nostra anima, sentissimo il bisogno di amare quel Dio per Cui siamo stati creati, il dolore non sarebbe necessario.

Il dolore supplisce in un certo senso alle mancanze del nostro amore. Dal fatto di esserci bruciati le dita, noi impariamo spesso ad amare la legge che le dita non dovrebbero tenersi vicino al fuoco. Pur essendo stati creati per la Divinità, ci seppelliamo fra i ninnoli terreni come se fossimo stati creati per essi. Ci costruiamo il nido in terra, sperando di potervi trovare contentezza, e tuttavia sopraggiunge a incendiarlo, come un tizzone, il dolore. Man mano che i piaceri saziano, che i nostri corpi si nutrono di brividi, che gli amici ci trascurano, e che il potere ci rende inquieti, andiamo sempre più dicendo nell’intimo dei nostri cuori: “È dunque vero, o Signore, che tutto passa a eccezione di Te?”.

La missione del dolore non è soltanto di rammentarci che questa terra non è tutto, ma anche di aiutarci ad espiare i nostri peccati. Il dolore è posto vicino al male per aiutare la redenzione dell’anima. Sicché il dolore non è necessariamente sempre esterno, come una malattia o un accidente; può bensì essere, e così è il più delle volte, interno: uno stato di disagio, uno scontento, un rodersi della coscienza, un avvertire che qualcosa non va, un senso di vuoto e di solitudine. È quest’ultima specie di dolore che, oggi, risospinge verso Dio molti cuori, molte anime.

Niente un cuore agogna così tanto di placare, quanto una sete ardente. Fu con il pretesto di tale analogia che il Salvatore Gesù convertì la donna Samaritana al pozzo. Ella aveva già avuto cinque mariti, e l’uomo col quale viveva non era suo marito. E tuttavia era assetata di Amore. È anche interessante notare che ella è la prima persona, nella Sacra Scrittura, ad applicare a Lui il nome di “Salvatore del mondo”. E ciò perché Gesù l’aveva salvata dal vuoto e dalla sete. Questo genere di sete potrebbe esser chiamato angoscia, meglio che dolore.

Tutti soffrono di angoscia, perfino i giovani in mezzo ai loro piaceri. L’angoscia è, in un certo modo, connessa alla speranza, cioè a questo sentire che l’universo non è vano e che l’aspirazione dell’anima dovrebbe, in qualche parte, venir soddisfatta. Il pessimismo guarda al passato, che esso crede incapace di redimersi, ma l’angoscia guarda al futuro, con la speranza che il passato possa essere annullato. L’angoscia non nasce dalla debolezza, bensì dalla forza e dalla possibilità, così come il dolore nasce dalle limitazioni.

L’uomo moderno, invece di ridursi alla disperazione, può cominciare a sperare, perché nell’angoscia Dio sollecita l’anima a un Amore che trascende qualsiasi amore, e a una “Bellezza che trascende qualsiasi altra bellezza”. È peculiare di questo secolo, il quale ha accumulato più ricchezza e potenza di qualsiasi altro secolo, l’essere anche il secolo della massima angoscia.

Coloro che considerano questo vuoto come quello di una valle scoscesa cadono nella disperazione e nell’oscurità; ma quanti vedono in esso il vuoto di un flauto possono eseguire le melodie dell’Infinito e diventare felici con il canto.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”.)

IL TESORO DEL CUORE: Beati coloro il cui tesoro è Dio, che desiderano in tutti i modi che si compia la Sua Volontà, che pensano a Lui con tutti i loro pensieri.

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Fu questa la sana norma “psichiatrica” che diede Nostro Signore quando disse: “Dov’è il tuo tesoro, là c’è anche il tuo cuore”. Lasciate che un uomo guardi nello specchio del proprio cuore e conoscerà la causa dei propri disordini. La pietra di paragone è ciò che la mente considera un tesoro. Per tesoro s’intende ciò che ogni uomo crede che sia il meglio, ovvero il supremo valore della vita; ciò che ogni uomo si sforza col massimo ardore di conseguire e il cui mancato conseguimento lo scoraggia al massimo grado…

Venite a conoscenza di ciò che un uomo ambisce nel suo cuore, scoprite la fonte della sua massima gioia quando ne è in possesso, e del suo massimo scontento quando ne è privo, e conoscete il dio dell’uomo: il suo tesoro.

Fondamentalmente i cuori tendono verso tre tesori: l’egotismo, ovvero l’affermazione dell’autonomia della volontà; la lussuria, ovvero l’amore sregolato del sesso; l’avarizia, ovvero l’amore sregolato del denaro e del lusso. La maggior parte dei disordini da cui è affetta la gente dipende dall’aver essa il cuore in queste cose che non danno pace. Un uomo normale non ha bisogno di alcun aiuto esteriore per scoprire dov’è il suo cuore: nove volte su dieci, scoprirà che esso non sta dove dovrebbe stare.

Beati coloro il cui tesoro è Dio, che desiderano in tutti i modi che si compia la Sua Volontà, che pensano a Lui con tutti i loro pensieri. Allora, qualunque cosa accada al cuore umano in questa epoca atomica, esso sarà immortale come il suo tesoro…

Come può un estraneo il cui cuore non è in pace dar consigli a un altro cuore? Va forse lo psicanalista da un altro psicanalista? Nessuno può dare ciò che non ha. Se la psicanalisi è il modo di ottenere una qual certa pace, perché ci sono psicanalisti infelici?

Comunque sia, Gesù, il Nostro Buon Signore, oltre ad averci dato il segreto per vivere felici, ha anche offerto a gente più o meno normale la possibilità di risparmiare un mucchio di quattrini psicanalizzandosi da sé: ossia scoprendo semplicemente il tesoro del proprio cuore. Se costoro sono anormali e pieni di contraddizioni, allora faranno meglio a recarsi da uno psichiatra, ma i più non sono così pazzi come credono di essere: è che dove sono i loro falsi tesori, là hanno anche i loro cuori.

Non che Dio sia difficile da trovare: solo che per trovarLo bisogna essere severi con il proprio egotismo e il proprio orgoglio. Ma una volta che questi siano stati schiacciati, la ricompensa è indescrivibilmente bella.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

NON TUTTI I CATTOLICI ANDRANNO IN PARADISO! Perché alcuni cattolici si perdono?

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Perché alcuni cattolici si perdono?

Primo, nessuno si separa dal Corpo Mistico di Cristo per vivere una vita più santa. Secondo, nessuno si allontana dalla Chiesa per dei dubbi sul Credo, ma per delle difficoltà riguardo i Comandamenti…

A questo mondo, nulla è più difficile ad essere capito, da coloro che vivono nel peccato, della Verità di Cristo vivente nel Suo Corpo Mistico. Ma, appena voltate le spalle al peccato, la Verità riappare in tutta la sua chiarezza.

Un ladro non ama la luce quando si accinge a rubare; l’uomo che conduce una vita di peccato, odia Cristo, Luce del Mondo.

Quando Dio punisce, ci lascia soli; e nulla vi è di più terribile al mondo che vivere soli con noi stessi. È il nostro “Ego” che brucia nell’inferno.

Coloro che sono fuori dalla Chiesa a causa di un cattivo matrimonio, soffrono di un’ansietà e un timore noti solo a quelli che non ricevettero mai la Santa Comunione. Essi si sentono delusi di ciò che hanno e, come Giuda, si accorgono di aver pazzamente venduto Gesù per un nulla. Il loro piacere diminuisce sensibilmente, gli anni passano, il corpo perde la sua bellezza. Essi hanno ciò che potrebbe definirsi la “grazia oscura”; quel senso di solitudine proprio di chi è separato da Dio. La “Grazia bianca” è la presenza di Dio nell’anima. La “Grazia nera” è la sensazione della sua assenza, l’impressione di essere “senza Dio”. Ogni volta che un uomo cade e si allontana da Dio, cade in se stesso. Ciò avviene quando il suo “Ego” diventa insopportabile.

Una cosa è certa: la nostra Fede non impedisce a una persona di peccare, non la rende impeccabile, ma toglie al peccato anche quelle gioie amare che potrebbe donare a chi lo commette. La coscienza inquieta diviene un po’ come il mal di denti che ripeta: “Vai dal dottore!”. Il rimorso e l’inquietudine sussurrano molesti: “Questa non è la strada che conduce alla pace; torna, torna a Dio!”.

Io scongiuro tutti coloro che lasciarono la Casa del Padre a voler tornare! Il nostro amore vi spalanca la porta, ve la tiene aperta ad ogni ora.

Gesù, il Buon Pastore, vuole che torniate!

La Madonna vuole che torniate! Ella sa che cosa voglia dire stare senza Gesù, perché Lo perse per tre giorni.

Gesù Vuole che torniate! Vi aspetta nel Suo Tabernacolo, perché Egli sospira di ridarvi il bacio che vi aveva dato nel giorno della vostra prima Comunione.

Vi attende nel Confessionale! Non potreste mai chiamare Gesù col dolce nome di Salvatore, se non aveste mai peccato.

Non disperate mai, mai! Finché non siate diventati infinitamente cattivi e il Signore abbia cessato di essere infinitamente Buono e Misericordioso. Non dovete mai disperarvi!

Vi sono del resto due vie per conoscere la Bontà di Dio: la prima è quella di non perderLo; l’altra è quella di ritrovarLo dopo averLo perduto. Sia almeno questa la vostra via, quella del ritorno.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 12 Marzo 1950”)

Talvolta le anime sono più vicine a Dio quando più se ne sentono lontane, al punto della disperazione…

Talvolta le anime sono più vicine a Dio quando più se ne sentono lontane, al punto della disperazione. Un’anima vuota, il Divino può colmarla; un’ anima tormentata, l’Infinito può pacificarla: ma un’anima orgogliosa, piena di sé, è inaccessibile alla Grazia.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Lift Up Your Heart – La Felicità del Cuore”)