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-GIOVEDÌ SANTO- L’ULTIMA CENA E L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA. CRISTO: SACERDOTE E VITTIMA.

Il Nostro Signore Benedetto è venuto in questo mondo per morire. (…)

Essendo la Sua Morte la ragione della Sua Venuta, Egli ora istituiva per gli Apostoli, e per i posteri, un Atto Commemorativo della Sua Redenzione, da Lui promesso quando aveva affermato di essere il Pane di Vita.

Non disse: “Questo rappresenta, o simboleggia, il Mio Corpo”, bensì: “Questo è il Mio Corpo offerto in Sacrificio”. Un Corpo che sarebbe stato spezzato durante la Sua Passione.

Poi, prese il vino nelle Sue Mani e disse: “Questo è il Mio Sangue… che sarà sparso per molti in remissione dei peccati”

Sulla Croce, Egli sarebbe morto per la separazione del Suo Sangue dal Suo Corpo: ecco perché non consacrò insieme, ma separatamente, il pane e il vino, a rivelare il modo della Sua Morte a seguito della separazione del Corpo e del Sangue. In quell’atto, Nostro Signore, fu ciò che sarebbe stato l’indomani sulla Croce: Sacerdote e Vittima.

Venne poi il Divino comandamento di prolungare la Commemorazione della Sua Morte: “Fate questo in memoria di Me”

Ripetete! Rinnovate! Prolungate attraverso i secoli il Sacrificio offerto per i peccati del mondo! (…)

Quel Giovedì Santo, Nostro Signore non aveva dato loro un Sacrificio diverso dal Suo unico Atto Redentore sulla Croce: ma una nuova specie di Presenza. Non si trattava di un nuovo Sacrificio, perché ce n’è uno solo; così Egli diede invece una nuova Presenza di quell’unico Sacrificio.

Durante l’Ultima Cena, Nostro Signore operò indipendentemente dai Suoi Apostoli allorché presentò il Suo Sacrificio sotto le apparenze del pane e del vino; dopo la Sua Risurrezione e Ascensione, invece, e in obbedienza al Comandamento Divino, Cristo avrebbe offerto il Suo Sacrificio al Padre Suo che è nei Cieli attraverso loro o dipendentemente da loro.

Ogni volta che in Chiesa, durante la Messa, rievochiamo quel Sacrificio di Cristo, abbiamo un’applicazione a un nuovo momento nel tempo e a una nuova Presenza nello spazio dell’unico Sacrificio di Cristo adesso Glorioso. In obbedienza al Suo mandato, i Suoi seguaci avrebbero ripresentato in maniera incruenta ciò che Egli presentò al Padre Suo nel Sacrificio cruento del Calvario. (…)

Quando gli Apostoli, e più tardi la Chiesa, avrebbero obbedito alle Parole di Nostro Signore per rinnovare la Commemorazione e mangiare e bere il Corpo e il Sangue di Lui, non sarebbero stati quelli del Cristo Fisico allora dinanzi ad essi, ma quelli del Cristo Glorificato nei Cieli che continuamente intercede per i peccatori. La Salvezza della Croce, in quanto sovrana ed Eterna, viene quindi applicata e tradotta in realtà nel corso del tempo dal Cristo che è nei Cieli. (…)

Nostro Signore non disse mai a nessuno di scrivere circa la Sua Redenzione, ma agli Apostoli disse di rinnovarla, di applicarla, di commemorarla, di prolungarla in obbedienza agli ordini da Lui dati durante l’Ultima Cena. Egli volle che il grande dramma del Calvario venisse rappresentato non già una volta sola ma per ogni tempo che a Lui piacesse.

Volle che gli uomini non fossero i lettori della Sua Redenzione, ma che vi agissero da attori, offrendo con Lui il proprio corpo e sangue nella ripetizione del Sacrificio del Calvario, e con Lui dicendo: “Questo è il Mio Corpo e questo è il Mio Sangue”; morendo alle proprie nature inferiori per vivere alla Grazia.

(Fulton J. Sheen, da “Vita di Cristo”)

NON C’È NULLA DI PIÙ SOLENNE SULLA FACCIA DELLA TERRA DELL’ISTANTE DELLA CONSACRAZIONE: “La Messa è il collegamento tra noi e il sacrificio del Calvario sotto le specie del pane e del vino…Ecco lo scopo della vita! Redimere noi stessi in unione a Cristo!”

Poiché l’uomo si era separato da Dio, Egli, espiando, ha permesso che il suo Sangue fosse separato dal suo Corpo. Il peccato era entrato nel sangue dell’uomo; e come se tutti i peccati del mondo fossero su di sé, lasciò scorrere tutto il suo sacro Sangue dal calice del suo Corpo. Possiamo quasi sentirlo dire: «Padre, questo è il mio Corpo; questo è il mio Sangue. Vengono separati l’uno dall’altro come l’umanità è stata separata da te. Ecco la consacrazione della mia croce».

Ciò che accadde quel giorno sulla croce avviene ora nella Messa, con questa differenza: sulla croce il Salvatore era solo, nella Messa è insieme a noi. Nostro Signore ora è in Cielo alla destra del Padre, intercedendo per noi. Pertanto, non può tornare a soffrire nella sua natura umana. Allora come può la Messa ri-presentare il Calvario? Come può Cristo rinnovare la croce?

Egli non può soffrire più nella sua natura umana, che gode la beatitudine celeste, ma può soffrire nelle nostre nature umane. Non può rinnovare il Calvario nel suo Corpo fisico, ma può farlo nel suo Corpo mistico, la Chiesa. Il sacrificio della croce può essere ri-presentato, purché gli offriamo il nostro corpo e il nostro sangue e lo facciamo in maniera così completa che, a sua volta, Egli può offrire nuovamente sé stesso al Padre celeste per la redenzione del suo Corpo mistico, la Chiesa.

Cristo va per il mondo a radunare altre nature umane desiderose di essere altrettanti Cristi. Affinché i nostri sacrifici, i nostri dolori, i nostri Golgota, le nostre crocifissioni non restino isolati, disgiunti e scollegati, la Chiesa li raduna, li raccoglie, li unifica, li fonde, li ammassa, e l’insieme di tutti i sacrifici delle nostre singole nature umane nella Messa viene unito al grande sacrificio di Cristo sulla croce.

Quando partecipiamo alla Messa non siamo meri individui della Terra o solitarie unità, ma parti viventi di un grande ordine spirituale in cui l’Infinito penetra e avvolge il finito, l’Eterno fa irruzione nel temporale e lo Spirituale si riveste degli abiti della materia. Non c’è nulla di più solenne sulla faccia della terra dell’istante sbalorditivo della Consacrazione; infatti, la Messa non è una preghiera né un inno o qualcosa da dire, è un’azione divina con cui entriamo in contatto in un dato momento del tempo. (…)

Quindi la Messa è il collegamento tra noi e il sacrificio del Calvario sotto le specie del pane e del vino: noi siamo sull’altare sotto le specie del pane e del vino, poiché entrambi alimentano la vita; pertanto, offrendo ciò che ci dà vita, simbolicamente offriamo noi stessi. Inoltre, il grano deve «soffrire» per diventare pane, gli acini d’uva devono passare attraverso il torchio per diventare vino. Ecco perché entrambi rappresentano i cristiani, chiamati a soffrire con Cristo per regnare insieme a lui.

Durante la Messa, man mano che si avvicina la consacrazione è come se il Signore ci dicesse: «Tu, Maria; tu, Giovanni; tu, Pietro; e tu, Andrea, tutti voi, donatemi il vostro corpo e il vostro sangue. Donatemi tutto il vostro essere! Io non posso più soffrire, sono passato attraverso la mia croce, ho sofferto tutto quel che potevo nel mio corpo fisico, ma non le sofferenze che mancano al mio Corpo mistico, in cui siete voi. La Messa è il momento in cui ciascuno di voi può adempiere letteralmente la mia esortazione: “Prendete la vostra croce e seguitemi”». Sulla croce Nostro Signore guardava a voi, sperando che un giorno gli avreste donato voi stessi nel momento della consacrazione. Oggi, nella Messa, si compie l’auspicio di Nostro Signore. Quando partecipate alla Messa, Egli vi aspetta perché gli doniate voi stessi.

Allora, quando giunge il momento della consacrazione, il sacerdote, obbedendo alle parole del Signore, «Fate questo in memoria di me», prende il pane nelle sue mani e dice: «Questo è il mio Corpo»; e poi dice sul calice del vino: «Questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza». Non consacra insieme il pane e il vino, ma separatamente. La consacrazione distinta del pane e del vino è una rappresentazione simbolica della separazione del sangue dal corpo e poiché la crocifissione implica quel mistero, il Calvario viene rinnovato sul nostro altare. Ma, come abbiamo detto, Cristo non è da solo sull’altare; noi siamo con lui. Dunque, le parole della consacrazione hanno un duplice senso; il primo significato è: «Questo è il Corpo di Cristo; questo è il Sangue di Cristo»; mentre il secondo è: «Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue».

Ecco lo scopo della vita! Redimere noi stessi in unione a Cristo; applicare alle nostre anime i suoi meriti, imitandolo in tutto, anche nella sua morte sulla croce. Egli è passato attraverso la sua consacrazione sulla croce, così che noi possiamo passare attraverso la nostra nella Messa.

Al mondo non c’è nulla di più tragico del dolore sprecato. Pensate a quanta sofferenza c’è negli ospedali, tra i poveri e nel lutto. Pensate anche a quanta sofferenza viene sprecata! Quante di queste anime sole, sofferenti, abbandonate, crocifisse stanno dicendo al Signore, nell’istante della consacrazione: «Questo è il mio corpo, prendilo». Eppure, è ciò che tutti noi dovremmo dire in quel momento:

“Offro me stesso a Dio. Ecco il mio corpo. Prendilo. Ecco il mio sangue. Prendilo. Ecco la mia anima, la mia volontà, la mia energia, la mia forza, i miei beni, la mia ricchezza, tutto quello che ho. È tuo. Prendilo! Consacralo! Offrilo! Offrilo con te stesso al Padre celeste, affinché Lui, guardando a questo grande sacrificio, possa vedere solo te, il suo Figlio diletto, in cui si è compiaciuto. Trasforma l’umile pane della mia esistenza nella tua vita divina; ravviva il vino della mia vita vuota nel tuo Spirito divino; unisci il mio cuore spezzato al tuo cuore; trasforma la mia croce in un crocifisso. Non lasciare che il mio abbandono, il mio dolore e il mio lutto vadano sprecati. Raccogli i frammenti e come la goccia d’acqua è mescolata al vino nell’offertorio della Messa, lascia che la mia vita si mescoli alla tua; lascia che la mia piccola croce si intrecci alla tua grande croce, affinché io possa conquistare le gioie della felicità eterna unito a te. Consacra le tribolazioni della mia vita, che se non fossero unite a te resterebbero senza ricompensa; transustanziami perché, come il pane che ora si trasforma nel tuo Corpo, e il vino che si trasforma nel tuo Sangue, anch’io possa diventare interamente tuo. Non importa che rimangano le apparenze o che, come il pane e il vino, io appaia lo stesso di prima agli occhi terreni. Il mio ruolo nella vita, i miei doveri ordinari, il mio lavoro, la mia famiglia, non sono altro che le specie della mia esistenza, che possono rimanere immutate; ma la sostanza della mia vita, la mia anima, il mio intelletto, la mia volontà, il mio cuore, transustanziali, trasformali interamente al tuo servizio perché, attraverso di me, tutti possano conoscere quanto è dolce l’amore di Cristo. Amen.”

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

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A QUALI CONDIZIONI POSSIAMO DIVENTARE PICCOLE OSTIE UNITE A CRISTO NELLA MESSA? IMITANDO IL BUON LADRONE: PENITENZA E FEDE! -L’OFFERTORIO DELLA MESSA-

L’Offertorio: «In verità, io ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43)

Questo momento della Messa è l’offertorio, poiché Nostro Signore si offre al Padre celeste. Ma per ricordarci che Egli non si offre da solo, ma insieme a noi, Egli unisce al suo offertorio l’anima del ladrone alla sua destra. All’inizio entrambi i ladroni lo insultavano e bestemmiavano, ma uno di loro, che la tradizione chiama Disma, volse la testa scorgendo la mansuetudine e la dignità sul volto del Salvatore crocifisso. Come un carbone gettato nel fuoco diventa luminoso e splendente, così l’anima cupa del ladrone gettata nel fuoco della crocifissione si infiammò d’amore per il Sacro Cuore. «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,39-43).

Tanto dolore e tanta fede non potevano restare senza ricompensa. Nel momento in cui il potere di Roma gli impediva di parlare, mentre i suoi amici pensavano che fosse finito tutto e i suoi nemici credevano di aver vinto, Nostro Signore ruppe il silenzio. L’imputato divenne il Giudice: il Crocifisso divenne il divino Avvocato delle anime. Al ladrone penitente proclamò: «Oggi sarai con me in paradiso». Oggi che hai pronunciato la tua prima e ultima preghiera; oggi stesso sarai insieme a me e il luogo in cui mi trovo è il paradiso. Con queste parole, Nostro Signore, offrendosi al Padre celeste come l’Ostia Magna, unisce a lui sulla patena della croce come le particole offerte nella Messa l’ostia del ladrone penitente, un tizzone raccolto dalle fiamme, un fascio strappato dai mietitori; il grano macinato al mulino della crocifissione è ora reso pane per l’Eucaristia.

Nostro Signore non soffre da solo sulla croce: Egli soffre con noi. Per questo ha unito il sacrificio del ladrone al suo. È ciò che intende San Paolo quando dice che dobbiamo completare quello che manca alle sofferenze di Cristo (Col 1,24). Questo non significa che Nostro Signore sulla croce non abbia sofferto tutto il possibile. Piuttosto indica che il Cristo fisico, storico, ha sofferto tutto ciò che poteva nella sua natura umana, ma che il Cristo mistico, che siamo Cristo e noi, non ha sofferto nella nostra pienezza. Tutti gli altri «buoni ladroni» nella storia del mondo non hanno ancora riconosciuto le proprie colpe e implorato di ricordarsi di loro.

Nostro Signore adesso è in Cielo, pertanto non può più soffrire nella sua natura umana, ma può farlo ancora nella nostra. Egli, dunque, raggiunge altre nature umane, le vostre e la mia, e ci chiede di fare come il ladrone, cioè di unirci a lui sulla croce, affinché condividendo la crocifissione, possiamo anche condividere la sua risurrezione e, resi partecipi della sua croce, possiamo partecipare anche alla sua gloria nei cieli. Come il Signore quel giorno scelse il ladrone come particola del sacrificio, oggi sceglie noi come altrettante particole unite a lui sulla patena dell’altare. (…)

Perché portiamo a Messa il pane e vino oppure l’equivalente? Perché questi due elementi, tra tutti quelli della natura, rappresentano in pieno l’essenza della vita. Il grano è il cuore della terra e l’uva ne è il sangue, ed entrambi ci danno il corpo e il sangue della vita. Portare questi due elementi che ci danno la vita, ci nutrono, equivale a portare noi stessi al sacrificio della Messa. Siamo quindi presenti in ciascuna Messa sotto le specie del pane e del vino, simboli del nostro corpo e del nostro sangue. Non siamo spettatori passivi, come se guardassimo uno spettacolo a teatro, ma offriamo la nostra Messa insieme a Cristo.

Se ci fosse un quadro adeguato a raffigurare il nostro ruolo in questo dramma, sarebbe il seguente. Di fronte a noi c’è una grande croce su cui è stesa l’Ostia Grande, Cristo. Tutt’intorno alla collina del Calvario ci sono le nostre piccole croci su cui noi, le ostie piccole, stiamo per essere offerti. Quando Nostro Signore sale sulla sua croce, noi saliamo sulle nostre e ci offriamo in unione con lui, come oblazione pura all’eterno Padre.

In quel momento compiamo fino in fondo il comando del Salvatore: «Ciascuno prenda la sua croce e mi segua». Nel far questo, non ci chiede di fare qualcosa che non ha già fatto lui stesso. E non è valida la scusa: «Sono un’ostia misera e indegna». Anche il ladrone lo era. Osserviamo due atteggiamenti nell’anima del ladrone ed entrambi lo hanno reso gradito al Signore. Il primo era il riconoscimento di meritare quanto stava soffrendo, mentre l’innocente Cristo non meritava la sua croce: in altre parole, era un penitente. Il secondo era la fede in colui che gli uomini rifiutavano, ma che il ladrone riconobbe come il vero Re dei re.

A quali condizioni possiamo diventare piccole ostie nella Messa? Come può il nostro sacrificio unirsi a quello di Cristo ed essergli gradito come quello del ladrone? Solo imitando nelle nostre anime i due atteggiamenti dell’anima del ladrone: penitenza e fede.

Prima di tutto, dobbiamo farci penitenti insieme al ladrone e dire: «Io merito il castigo per i miei peccati, ho bisogno del sacrificio». Alcuni di noi non si rendono conto di quanto siamo malvagi e ingrati verso Dio. Se lo facessimo, non ci lamenteremmo delle avversità e delle pene della vita. Le nostre coscienze sono come stanze rimaste a lungo prive di luce. Apriamo la tenda ed ecco: tutto ciò che credevamo pulito si rivela polveroso. Ci sono anime così piene di giustificazioni da poter pregare insieme al fariseo: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini» (cfr. Lc 18,11). Altre bestemmiano il Dio dei cieli per i loro dolori e peccati, ma non si pentono.

Per esempio, la Guerra Mondiale era considerata una purificazione dal male; si pensava che ci avrebbe insegnato che non possiamo andare avanti senza Dio, ma il mondo non ha imparato la lezione. Come il ladrone a sinistra, ha rifiutato di pentirsi e nega ogni relazione di giustizia tra il peccato e il sacrificio, la ribellione e la croce. Ma più siamo penitenti, meno saremo ansiosi di fuggire le croci; più vediamo noi stessi così come siamo, più diciamo, insieme al buon ladrone: «Io merito questa croce». Questi non cercava scuse; non chiedeva di giustificare il suo peccato, né che lo si lasciasse andare o lo si staccasse. Desiderava soltanto essere perdonato. Voleva essere una piccola ostia sulla sua piccola croce, proprio perché era un penitente. E non c’è per noi altra strada per diventare piccole ostie unite a Cristo nella Messa, se non spezzare i nostri cuori nel dolore; poiché, se non confessiamo di essere feriti, come potremo sentire il bisogno della guarigione? Se non siamo addolorati per aver partecipato alla crocifissione, come potremo mai chiedere che il nostro peccato sia perdonato?

La seconda condizione per diventare un’ostia nell’offertorio della Messa è la fede. Il ladrone volse il capo verso il Signore e vide un segno che diceva: «Re». Che strano re è mai questo? La sua corona era fatta di spine, la sua porpora regale era il suo sangue, il suo trono una croce, la sua corte i carnefici, la sua incoronazione una crocifissione. Eppure, in mezzo a tutte queste scorie, il ladrone vide l’oro; tra tante bestemmie elevò una preghiera. La sua fede era così salda che era contento di restare sulla croce. Il ladrone a sinistra chiedeva di essere liberato, a differenza di quello a destra. Perché? Perché il buon ladrone era consapevole di un male peggiore della crocifissione e di un’altra vita al di là della croce. Aveva fede nell’Uomo crocifisso al centro, che se avesse voluto sarebbe stato capace di trasformare le spine in ghirlande e i chiodi in boccioli; ma lui aveva fede in un regno oltre la croce, sapendo che le sofferenze di questo mondo non sono paragonabili alle gioie future. La sua anima esclamava, con il salmista: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal. 22 [23],4).

Il buon ladrone sapeva che Nostro Signore avrebbe potuto liberarlo, ma non chiese di essere staccato dalla croce, poiché Egli stesso non poteva liberarsi, anche se la folla lo sfidava in tal senso. Il ladrone voleva essere una piccola ostia, se necessario, fino al compimento ultimo della Messa. Ciò non significa che non amasse la vita: egli la amava quanto noi. Desiderava una vita lunga e la trovò, poiché quale vita è più lunga di quella eterna? A tutti e ciascuno di noi, in modo simile, è dato di scoprire quella vita eterna. Ma non c’è altro modo di entrarvi se non con la fede e la penitenza che ci uniscono all’Ostia Grande, Cristo Sacerdote e Vittima. In tal modo diventiamo ladri spirituali e rubiamo il Cielo ancora una volta.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

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LA MESSA È IL PIÙ GRANDE EVENTO NELLA STORIA DELL’UMANITÀ, È IL CULMINE DELLA LITURGIA CRISTIANA: “L’unica Azione Santa che trattiene l’ira divina dal mondo peccatore, poiché innalza la croce tra cielo e terra”

L’atto più sublime nella storia di Cristo è stata la sua morte. La morte è sempre importante, poiché sancisce un destino. Ogni uomo che muore cattura l’attenzione. Ogni scena di morte è un luogo sacro. È la ragione per cui la grande letteratura del passato che ha toccato le emozioni che circondano la morte, non è mai passata di moda. Ma di tutte le morti a memoria d’uomo, nessuna è stata più significativa della morte di Cristo. Chiunque altro sia venuto al mondo, è venuto per vivere; Nostro Signore è venuto a morire. La morte ha costituito un ostacolo nella vita di Socrate, ma il coronamento della vita di Cristo. Egli stesso ha detto di essere venuto «per dare la propria vita in riscatto per molti»; che nessuno gli avrebbe tolto la vita, ma Egli stesso la offriva da sé (Mt 20,28; Gv 10,18). Se allora la morte è stata il momento supremo per cui Cristo è vissuto, di conseguenza era l’unica cosa che desiderava venisse ricordata. Non ha chiesto agli uomini di trascrivere le sue parole; non ha chiesto che la sua amabilità verso i poveri venisse ricordata nella storia; invece, ha chiesto agli uomini di ricordare la sua morte. Affinché questa memoria non divenisse un racconto confuso da parte degli uomini, Egli stesso stabilì il modo preciso con cui lo si sarebbe ricordato.

Il memoriale fu istituito nella notte precedente la sua morte, nel corso di quella che, da allora in poi, sarebbe stata chiamata l’ultima cena. Prendendo il pane nelle sue mani, disse: «Questo è il mio Corpo, che sarà consegnato per voi», vale a dire, consegnato alla morte; quindi, sul calice del vino disse: «Questo è il mio Sangue della Nuova Alleanza, che sarà versato per molti per la remissione dei peccati» (cfr. Lc 22,19; Mt 26,28). Pertanto, in un simbolo incruento della divisione del sangue dal corpo, attraverso la consacrazione separata del pane e del vino, Cristo si offrì alla morte in vista di Dio e degli uomini e prefigurò la sua stessa morte che sarebbe avvenuta alle tre del pomeriggio seguente. Egli stava offrendo sé stesso come vittima da immolare e, affinché gli uomini non dimenticassero mai che «nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), diede alla Chiesa il comando divino: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). Il giorno seguente, dopo averlo prefigurato e predetto, lo portò a compimento, quando venne crocifisso tra due ladroni e il suo Sangue scorreva via dal suo Corpo per la redenzione del mondo. La Chiesa fondata da Cristo non solo ne ha preservato le parole e i miracoli, ma lo ha preso sul serio quando ha detto: «Fate questo in memoria di me». E quell’azione con cui ripresentiamo la sua morte sulla croce è il sacrificio della Messa, in cui compiamo come memoriale ciò che Egli stesso ha fatto nell’Ultima Cena prefigurando la sua passione.

Di conseguenza la Messa è il culmine della liturgia cristiana. Un pulpito da cui si ripetono le stesse parole di Nostro Signore non è in grado di unirci a Lui; un coro dai cui inni traspaiano i sentimenti più dolci, non è in grado di portarci più vicino alla croce che alle sue vesti. Tra i popoli primitivi non esisteva un tempio senza un altare del sacrificio e sarebbe assurdo tra i cristiani. Così, nella Chiesa cattolica, il centro del culto è l’altare, non il pulpito o il coro o l’organo, perché lì ha luogo nuovamente il memoriale della sua passione. Il suo valore non dipende da chi parla o da chi ascolta, ma solo da colui che è l’unico Sommo Sacerdote e Vittima, Gesù Cristo Nostro Signore. Veniamo uniti a Lui, nonostante il nostro nulla; in un certo senso, in quel momento perdiamo la nostra individualità, unendo il nostro intelletto, la nostra volontà, il nostro cuore, la nostra anima, il nostro corpo e il nostro sangue così intimamente a Cristo che il Padre celeste non vede tanto noi, con le nostre imperfezioni, ma vede noi in Lui, l’amato Figlio in cui si è compiaciuto.

La Messa, per questa ragione, è il più grande evento nella storia dell’umanità, l’unica Azione Santa che trattiene l’ira divina dal mondo peccatore, poiché innalza la croce tra cielo e terra, rinnovando quell’istante decisivo in cui la nostra triste e tragica umanità è andata incontro improvvisamente alla pienezza della vita soprannaturale.

A questo punto è essenziale assumere la giusta attitudine mentale verso la Messa e ricordare questo fatto decisivo: il sacrificio della croce non è qualcosa che è accaduto secoli fa. Accade ancora oggi. Non si tratta di un evento passato, come la firma della Dichiarazione di Indipendenza; è un dramma tuttora in corso, su cui non è ancora calato il sipario. Non crediamo che sia accaduto molto tempo fa e pertanto non ci riguardi più di qualsiasi altro evento passato. Il Calvario appartiene a ogni tempo e a ogni luogo. È per questo che, quando Nostro Signore è salito fino in cima al Calvario, opportunamente è stato spogliato delle sue vesti: voleva salvare il mondo senza lasciarsi racchiudere in un mondo passato. Le sue vesti appartenevano al tempo e lo avrebbero identificato stabilmente come un abitante della Galilea. Adesso che ne era privo e totalmente spogliato di ogni cosa terrena, non apparteneva alla Galilea, né a una provincia romana, ma al mondo. Divenne il povero universale del mondo, che non apparteneva a un solo popolo ma al mondo intero. Per esprimere ulteriormente l’universalità della redenzione, la croce fu eretta a un crocevia di civiltà, all’incrocio fra le tre grandi culture di Gerusalemme, Roma e Atene, in nome delle quali fu crocifisso.

La croce fu quindi piantata sotto gli occhi degli uomini, per attrarre i distratti, richiamare gli indifferenti, risvegliare i mondani. Era il solo fatto incontrovertibile a cui le culture e civiltà del suo tempo non potevano resistere. È anche l’unico fatto incontrovertibile del nostro tempo, a cui a nostra volta non possiamo resistere. I personaggi della croce simboleggiavano tutti i crocifissori. In loro eravamo rappresentati noi stessi. Ciò che noi ora facciamo al Corpo Mistico, lo stavano compiendo loro a nostro nome verso il Cristo storico. Se siamo invidiosi del bene, eravamo lì negli scribi e nei farisei. Se ci spaventa la perdita di qualche vantaggio temporale accogliendo la Verità e l’Amore di Dio, eravamo lì in Pilato. Se confidiamo nelle forze materiali, e cerchiamo di affermarci attraverso il mondo invece che attraverso lo spirito, eravamo lì in Erode. E così la storia procede per i singoli peccati del mondo, che ci rendono ciechi dinanzi al fatto che Lui è Dio. C’era pertanto una sorta di inevitabilità riguardo alla crocifissione. Uomini liberi di peccare erano altrettanto liberi di crocifiggere. Da quanto esiste il peccato nel mondo la crocifissione è una realtà. Come ha scritto la poetessa Rachel A. Taylor:

Ho visto passare il figlio dell’uomo Incoronato da una corona di spine «Non era tutto finito, Signore», gli dissi, «E tutta l’angoscia ormai sostenuta?». Egli volse a me il suo sguardo impressionante: «Non hai compreso? Ogni anima è un Calvario e ogni peccato un crocifisso»

Allora eravamo lì, durante quella crocifissione. Il dramma era già compiuto per quel che riguarda la visione di Cristo, ma non era ancora stato dispiegato davanti agli uomini di ogni luogo e di ogni tempo. Se la bobina di un film, per esempio, avesse consapevolezza di sé, conoscerebbe il dramma dall’inizio alla fine, mentre gli spettatori al cinema ne sarebbero ignari fino alla fine della proiezione. Analogamente, Nostro Signore sulla croce vide nella sua mente eterna l’intero dramma della storia, la storia di ogni singola anima individuale e il modo in cui più tardi avrebbe reagito alla sua crocifissione; ma se Egli vide tutto, noi invece non possiamo sapere come reagiremo alla croce finché non saremo proiettati sullo schermo del tempo. Non eravamo consapevoli di essere presenti quel giorno sul Calvario, ma Egli era consapevole della nostra presenza. Oggi conosciamo il ruolo che interpretiamo sulla scena del Calvario, attraverso il modo in cui viviamo e operiamo ora sulla scena del mondo. Per questo il Calvario è attuale, per questo la croce ci mette in crisi, perché in un certo senso le cicatrici sono ancora aperte, perché il dolore è ancora divinizzato e perché il sangue che cade come stelle ancora si riversa sulle nostre anime. Non c’è via di scampo dalla croce, neanche negandola come hanno fatto i farisei; né vendendo Cristo, come Giuda; né crocifiggendolo, come i carnefici. Lo vediamo tutti, sia che la abbracciamo per la salvezza, sia che fuggiamo da essa verso la miseria.

Ma in che modo è resa visibile? Dove troveremo il Calvario perpetuato? Troveremo il Calvario rinnovato, ri-attuato, ri-presentato, come abbiamo visto, nella Messa. Il Calvario è una cosa sola con la Messa, e la Messa è una cosa sola con il Calvario, perché in entrambi c’è lo stesso Sacerdote e Vittima. Le Sette Ultime Parole sono come le sette parti della Messa. E proprio come le sette note della musica permettono un’infinita varietà di armonie e combinazioni, così anche sulla croce ci sono sette note divine che Cristo morente ha fatto risuonare nei secoli, ciascuna delle quali concorre a formare la meravigliosa armonia della redenzione del mondo. Ogni parola è una parte della Messa. La prima, «Perdonali», è il Confiteor; la seconda, «Oggi sarai con me in paradiso», è l’Offertorio; la terza, «Ecco tua Madre», è il Sanctus; la quarta, «Perché mi hai abbandonato?», è la Consacrazione; la quinta, «Ho sete», è la Comunione; la sesta, «È compiuto», è l’Ite missa est; la settima, «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», è l’ultimo Vangelo.

Immagina, dunque, Cristo Sommo Sacerdote che lascia la sacrestia del Cielo per l’altare del Calvario. Ha già indossato i paramenti della nostra natura umana, il manipolo della nostra sofferenza, la stola del sacerdozio, la casula della croce. Il Calvario è la sua cattedrale; la roccia del Calvario è la pietra dell’altare; il sole che volge al rosso è la lampada del santuario; Maria e Giovanni sono gli altari laterali viventi; l’ostia è il suo Corpo; il vino è il suo Sangue. Egli è innalzato come Sacerdote, prostrato come Vittima. La sua Messa sta per iniziare.

(Fulton J. Sheen, dal prologo di “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

Per la recensione di questa nuova antologia pubblicata dalle edizioni Ares clicca qui: https://amicidifultonsheen.wordpress.com/2021/05/21/un-nuovo-e-imperdibile-libro-di-fulton-sheen-signore-insegnaci-a-pregare/

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IN QUESTO VIDEO, CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO, FULTON SHEEN CI SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA SANTA MESSA:

PARTECIPARE ALLA MESSA È LO STESSO CHE ESSERE PRESENTI SUL CALVARIO: “Lo svantaggio di non aver vissuto all’epoca di Cristo è azzerato dalla Messa”; “Chi assiste alla Messa, solleva la croce dal suolo del Calvario per piantarla al centro del proprio cuore.”

La Messa, quindi, guarda avanti e indietro. Poiché viviamo nel tempo e possiamo servirci soltanto di simboli terreni, vediamo in successione quello che non è altro che un unico eterno movimento d’amore. Se una bobina cinematografica fosse dotata di coscienza, vedrebbe e capirebbe la storia in una volta; mentre noi non la afferriamo finché non ne vediamo lo svolgimento sullo schermo. Così accade con l’amore da cui Cristo ha preparato la sua venuta nell’Antico Testamento, ha offerto sé stesso sul Calvario e ora lo ripresenta nel sacrificio della Messa.

La Messa, di conseguenza, non è un’altra immolazione, ma una nuova presentazione dell’eterna vittima e la sua applicazione a noi. Partecipare alla Messa è lo stesso che essere presenti sul Calvario. Ma con alcune differenze. Sulla croce, Nostro Signore ha offerto sé stesso per tutta l’umanità; nella Messa noi applichiamo quella morte a noi stessi e uniamo il nostro sacrificio al suo.

Lo svantaggio di non aver vissuto all’epoca di Cristo è azzerato dalla Messa. Sulla croce, Egli ha potenzialmente redento tutta l’umanità; nella Messa noi rendiamo attuale quella Redenzione. Il Calvario è legato a un dato momento nel tempo e a una specifica collina nello spazio. La Messa temporalizza e spazializza quell’eterno atto di amore. Il sacrificio del Calvario è stato offerto in modo cruento mediante la separazione del suo corpo dal suo sangue.

Nella Messa, questa morte è presentata misticamente e sacramentalmente in modo incruento, mediante la consacrazione separata del pane e del vino. I due elementi non sono consacrati insieme, con parole del tipo: «Questo è il mio corpo e il mio sangue»; piuttosto, secondo le parole di Nostro Signore: «Questo è il mio corpo», si dice sul pane; poi, «Questo è il mio sangue», si dice sul vino. La consacrazione separata è una sorta di spada mistica che divide il corpo dal sangue, nel modo in cui il Signore è morto sul Calvario.

Supponiamo che ci sia un’eterna stazione radiofonica che trasmetta onde eterne di saggezza e illuminazione. Le persone che vivono in differenti epoche potrebbero sintonizzarsi a quella sapienza, assimilarla e applicarla a sé stessi. L’eterno atto di amore di Cristo è qualcosa con cui possiamo sintonizzarci nelle successive epoche storiche mediante la Messa. La Messa, di conseguenza, trae la sua realtà e la sua efficacia dal Calvario e non ha senso al di fuori di esso. Chi assiste alla Messa, solleva la croce dal suolo del Calvario per piantarla al centro del proprio cuore.

Questo è il solo perfetto atto d’amore, di sacrificio, di ringraziamento e di obbedienza con cui possiamo ripagare Dio; precisamente, quello che è offerto dal suo Figlio divino incarnato. Da noi stessi non siamo in grado di toccare il cielo perché non siamo abbastanza alti. Da noi stessi non possiamo toccare Dio. Abbiamo bisogno di un mediatore, qualcuno che sia Dio e uomo, che è Cristo.

Nessuna preghiera umana, nessun atto umano né abnegazione, nessun sacrificio è sufficiente a squarciare il cielo. Solo il sacrificio della croce può farlo ed è ciò che avviene nella Messa. Quando la celebriamo, per noi è come essere appesi alle sue vesti, aggrappati ai suoi piedi durante l’ascensione, stretti alle sue mani piagate mentre offre sé stesso al Padre celeste. Nascondendoci in lui, le nostre preghiere e i nostri sacrifici hanno il suo stesso valore. Nella Messa siamo una volta di più sul Calvario, associati a Maria, Maddalena e a Giovanni mentre vediamo tristemente alle nostre spalle i carnefici che disputano ai dadi le vesti del Signore.

Il sacerdote che offre il sacrificio semplicemente presta a Cristo la propria voce e le proprie dita. È Cristo il Sacerdote; è Cristo la Vittima. In tutti i sacrifici pagani e nei sacrifici giudaici, la vittima era sempre distinta dal sacerdote. Poteva trattarsi di una capra, un agnello o un toro. Ma quando è venuto Cristo, Egli, il Sacerdote, ha offerto sé stesso come Vittima. Nella Messa è Cristo che ancora offre sé stesso e che è la Vittima con la quale diventiamo una cosa sola.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

CONSACRIAMOCI CON GESÙ CRISTO NELLA MESSA!

Ecco ciò che tutti noi dovremmo dire a Gesù nel momento della Consacrazione:

“Io offro me stesso a Dio. Mio Gesù, ecco il mio corpo: prendilo. Ecco il mio sangue: prendilo. Ecco la mia anima, la mia volontà, la mia energia, la mia forza, i miei averi, la mia ricchezza: tutto ciò che possiedo è Tuo. Prendilo! Consacralo! Offrilo!

Crocifiggilo! Fallo morire con Te, affinché tutto ciò che di male vi è in me perisca sulla Croce, e ciò che di buono vi possa essere continui a vivere soltanto in Te.
Offrilo con Te Stesso al Padre Celeste affinché Egli, guardando a questo Grande Sacrificio, possa vedere solo Te, il Figlio Suo Diletto, nel quale si compiace.

Cambia il povero pane della mia vita nella Tua Vita Divina; versa il vino della mia vita nel Tuo Spirito Divino; fa della mia croce un Crocifisso. Non permettere che il mio abbandono, il mio dolore e i miei sacrifici vadano sprecati. Raccogli i frammenti e, come la goccia d’acqua viene assorbita dal vino nell’offertorio della Messa, fa’ in modo che la mia vita venga assorbita dalla Tua Vita, che la mia piccola croce venga congiunta alla Tua Grande Croce, così che io possa godere della Felicità Eterna unitamente a Te. Consacra queste sofferenze della mia vita che, se non fossero unite a Te, non verrebbero compensate.

Transustanziami, divinizzami, affinché, come il Pane che adesso è il Tuo Corpo, e come il Vino che adesso è il Tuo Sangue, anch’io possa essere interamente Tuo.

Non mi importa che restino, o Signore, le specie della mia vita, le apparenze del pane e del vino, i doveri della mia monotona vita di ogni giorno e le fattezze di questo mio corpo. Lascia che queste restino pure davanti agli occhi degli uomini. Ma divinizza, cambia, transustanzia tutto ciò che io sono. Voglio che il Padre che abbiamo in Cielo, guardandomi dall’Alto, non veda più me stesso, ma Te, o meglio veda me nascosto in Te, morto a questo mondo corrotto di peccato e possa dirmi: “Tu sei il Figlio prediletto in cui mi sono compiaciuto”

La mia sosta nella vita, i miei compiti quotidiani, il mio lavoro, la mia famiglia, tutte queste cose non sono che le specie della mia vita che possono rimanere immutate; ma la sostanza della mia vita, la mia anima, la mia mente, la mia volontà, il mio cuore, transustanziali, volgili interamente al Tuo Servizio, così che tutti, attraverso me, possano sapere quanto dolce è l’Amore di Cristo”

Questo è il fine della vita! Redimerci unitamente a Cristo, applicando i Suoi Meriti alle nostre anime, assimilandoci a Lui in ogni cosa, perfino nella Sua Morte sulla Croce. Egli visse la Sua Consacrazione sulla Croce così che noi potessimo vivere la nostra nella Messa.

(Fulton J. Sheen)

IN QUESTO VIDEO, CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO, FULTON SHEEN CI SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA SANTA MESSA. CONDIVIDETELO! GRAZIE!

LA COMUNIONE, NEL SACRAMENTO DELL’EUCARISTIA, È UNO SCAMBIO TRA CRISTO E L’ANIMA

La Comunione, nel Sacramento dell’Eucarestia, implica non soltanto la ricezione della Vita Divina da parte nostra (…)

Qualsiasi amore è reciproco. Non esistono amori unilaterali, perché, per la sua natura stessa, l’amore esige la reciprocità. Dio ha sete di noi, ma ciò significa che anche l’uomo deve, a sua volta, aver sete di Dio. Sennonché, pensiamo mai che Cristo riceve la Comunione anche da noi? Ogni volta che ci avviciniamo alla balaustra, diciamo che “riceviamo” la Comunione, e ciò appunto è tutto quanto fanno molti di noi: si limitano a “ricevere la Comunione” (…)

La Comunione non è soltanto un’incorporazione alla Vita di Cristo: è anche un’incorporazione alla Sua Morte. La Comunione, pertanto, non implica solo una “ricezione” ma anche una donazione. Non si può ascendere a una Vita Superiore se prima non si sia morti ad una vita inferiore (…)

Se durante tutta la nostra vita ci limitassimo ad andare a Messa a fare il Sacramento della Comunione per ricevere la Vita Divina e portarcela via senza dare nulla in cambio, saremmo i parassiti del Corpo Mistico di Cristo.

Alla Mensa Eucaristica noi dobbiamo portare uno spirito di sacrificio: dobbiamo portare la mortificazione della parte più indegna di noi, le croci pazientemente sopportate, la crocifissione del nostro egotismo, la morte delle nostre concupiscenze, dei nostri peccati, e perfino la difficoltà con cui ci avviciniamo alla Comunione.

Allora la Comunione diventa quale si è sempre intesa che fosse, cioè uno scambio tra Cristo e l’anima, nel quale noi diamo la Sua Morte raffigurata nelle nostre vite, ed Egli dà la Sua Vita raffigurata nel nostro stato di figli adottivi.

Noi Gli diamo il nostro tempo, Egli ci dà la Sua Eternità; noi Gli diamo la nostra umanità, Egli ci dà la Sua Divinità; noi Gli diamo la nostra nullità, Egli ci dà il Suo Tutto.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”)

VIDEO DI FULTON SHEEN CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO

FULTON SHEEN, CHE COS’È LA MESSA? PERCHÉ ANDIAMO A MESSA?

FULTON SHEEN SUL DIAVOLO:

FULTON SHEEN, IL PECCATO E LA CONFESSIONE:

FULTON SHEEN, LA NOSTRA CROCE:

Che potrebbe fare il mondo senza la Santa Messa? La nostra sofferenza può divenire luminosa quando noi la offriamo per Qualcuno che amiamo.

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Che potrebbe fare il mondo senza la Santa Messa?

La sofferenza, una volta era il pane di pochi. Oggi è il fardello di tutti. Se non soffrono i corpi, sono straziate le menti agitate dalle ansie, dalla paura, dalle preoccupazioni. Oh! La tragedia di questa sofferenza buttata via, sciupata! Per tanti è divenuta insopportabile, perché tanto pochi sono coloro che sanno amare.

L’Amore non può distruggere la sofferenza, ma la può addolcire, come vi può diminuire il dispiacere di aver smarrito il portafoglio se pensate che possa averlo trovato una povera famiglia affamata, a cui portò la salvezza. Così la nostra sofferenza può divenire luminosa quando noi la offriamo per Qualcuno che amiamo.

Se ogni mattino noi portassimo le nostre piccole croci alla Santa Messa e le piantassimo a fianco della Grande Croce di Gesù sul Calvario, e al momento della Consacrazione dicessimo con Lui: “Questo è il Mio corpo, questo è il Mio sangue” noi scorderemmo i nostri mali nell’estasi del nostro Amore per Gesù Crocifisso.

(Beato Fulton J. Sheen, da “The Rock Plunged Into Eternity – Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 5 Febbraio 1950”)

IL CALVARIO E LA MESSA: Nella Messa, il Corpo Mistico di Cristo attualmente unito a Lui, Suo Capo, offre con Lui e per mezzo di Lui, il Sacrificio del Calvario.

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Tutti i sacrifici s’inquadrano solo nella luce del Calvario dove Cristo ha offerto la Sua Vita per la nostra Redenzione. Egli è l’unico soldato che sia nato per morire, tutti gli altri nascono per vivere. Per Lui fu lo scopo della vita, il tesoro sempre cercato.

Il Calvario è un atto che continua in un grande dramma eterno. La prima copia di questo dramma fu scritta in Cielo il giorno della creazione del mondo, poiché le Scritture ci dicono che il Signore è: “L’ Agnello immolato dall’inizio del mondo”. La Crocifissione divenne possibile dall’istante in cui all’uomo venne data la libertà.

Questa “rappresentazione”, questa ripetizione del Sacrificio di Cristo sulla Croce adattata ai nostri tempi e alla nostra vita, è la Messa. Nella Messa, il Corpo Mistico di Cristo attualmente unito a Lui, Suo Capo, offre con Lui e per mezzo di Lui, il Sacrificio del Calvario.

Egli ci chiese di ripetere questa Commemorazione della Sua Morte, per cui noi la rinnoviamo continuamente nel presente. Sulla Croce noi eravamo virtualmente uniti a Cristo come al Capo del Corpo Mistico di cui siamo le membra; nella Santa Messa noi rendiamo attuale questa unione. Sulla Croce, Gesù, in un certo senso, fu solo; ma nella Messa invece, noi, membri del Corpo Mistico, siamo con Lui.

Per Cristo: una cosa è l’averci redenti, ma ben diversa è applicarci i meriti della Redenzione.

Con la Consacrazione, Cristo si fa presente sull’altare con gli stessi sentimenti che aveva sulla Croce. Ma c’è qualcosa di nuovo: anche noi con Lui offriamo il nostro sacrificio morendo al peccato.

In ogni Messa, noi possiamo pensare che Gesù dall’alto dei Cieli ci dica:

“Questa natura umana ch’Io presi da Maria e che per voi ho offerto un giorno, Vittima Immacolata, è ora glorificata alla destra del Padre. Io non posso tornare a morire fisicamente in questo Sacrificio; posso però prolungare la mia Redenzione, renderla viva e personale per voi, se voi volontariamente mi darete la vostra natura. Allora Io potrò tornare a morire in voi, e voi in Me. Così la Croce non sarà più una cosa del passato; sarà qualche cosa che sta avvenendo al presente. Ricordatevi che Io vi dissi: prendete ogni giorno la vostra Croce sulle spalle. Qui venite a prenderla per morire con Me ed in Me.

I vostri sacrifici non hanno valore se non sono offerti in Me e attraverso di Me, Unico Sacerdote e Unica Vittima. Come Io sono morto al peccato nella Mia Umana Natura e sono risorto nella Novità di una Nuova Vita e di una Nuova Gloria, così voglio che anche voi rendiate attuale e applicabile a voi stessi questa Mia Morte, morendo ai vostri peccati, per prepararvi alla Nuova Vita e alla Gloria Eterna”.

Nell’istante più bello e solenne di questa Messa fatta a ricordo di Me, nella Consacrazione, sarai capace di dirMi:

“Mio Gesù, QUESTO È IL MIO CORPO, QUESTO È IL MIO SANGUE. Prendilo, consacralo, crocifiggilo, fallo morire con Te, affinché tutto ciò che di male vi è in me perisca sulla Croce, e ciò che di buono vi possa essere continui a vivere soltanto in Te. Non mi importa che restino, o Signore, le specie della mia vita, le apparenze del pane e del vino, i doveri della mia monotona vita di ogni giorno e le fattezze di questo mio corpo. Lascia che queste restino pure davanti agli occhi degli uomini. Ma divinizza, cambia, transustanzia tutto ciò che io sono. Voglio che il Padre che abbiamo in Cielo, guardandomi dall’Alto, non veda più me stesso, ma Te, o meglio veda me nascosto in Te, morto a questo mondo corrotto di peccato e possa dirmi: “Tu sei il Figlio prediletto in cui mi sono compiaciuto”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “The Rock Plunged Into Eternity – Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 5 Febbraio 1950”)