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SE NON SOFFRIAMO CON CRISTO NON RISORGEREMO CON LUI. Cosa ci insegnano le Piaghe del Cristo Risorto?

Mentre la nostra terra reca queste piaghe, chi mai può indurci a sperare che davanti a noi avremo giorni migliori e che tutta questa sofferenza, tutta questa angoscia, non siano una beffa, un inganno?

Una cosa è certa: che le nostre ali spezzate non possono essere risanate da quel Cristo “Liberale” inventato dal secolo decimonono che fece di Lui nient’altro che un moralista simile a Socrate, a Maometto, a Buddha o a Confucio, e che, come loro, fu imprigionato nei ceppi della morte.

La sola cosa che oggi può esserci di conforto è il Cristo Risorto con le Sue Piaghe Gloriose, passato anche Lui attraverso la morte per darci la Speranza e la Vita: il Cristo, cioè, della mattina di Pasqua.

Risaltano, nella storia della Pasqua, le Stigmate di Cristo.

La Maddalena, che era stata sempre ai Suoi Piedi, o nella casa di Simone o presso la Croce, si trova questa volta nel giardino del sepolcro, e soltanto quando scorge su quei Piedi le livide Piaghe che testimoniano della guerra del Calvario riconosce il suo Signore e grida: “Rabbuni!”, che significa “Maestro”.

Il Cristo di cui oggi il mondo ha bisogno è il Cristo Virile, che a un mondo iniquo può mostrare i Segni della Vittoria nel Suo Corpo Stesso, offerto in cruento Sacrificio per la salvezza dell’Umanità. In questi terribili giorni non possono salvarci e confortarci i falsi dèi, immuni da affanni e dolori. (…)

Cosa ci insegnano le Piaghe di Cristo?

Ci insegnano che la vita è una lotta: che la nostra condizione di resurrezione finale è esattamente uguale alla Sua; che se non c’è una Croce nella nostra vita, non ci sarà mai una tomba vuota; se non c’è un Venerdì Santo, non ci sarà mai una Domenica di Pasqua; se non c’è una corona di spine, non ci sarà mai un’aureola di luce; e se non soffriamo con Lui, non risorgeremo con Lui.

Il Cristo delle Stigmate non ci ha dato nessuna pace che elimina le lotte, perché Dio odia la pace in coloro che sono destinati alla guerra contro il male. Le Piaghe non solo ci ricordano che la vita è una guerra, ma sono anche promesse di vittoria in quella guerra.

Gesù Nostro Signore ha detto: “Ho vinto il mondo”. Con questo Egli intende dire che ha vinto il male in linea di principio. (…)

Il male non potrà mai essere più forte di quel giorno sul Calvario, perché la cosa peggiore che il male può fare non è distruggere le città, fare guerre o sganciare bombe atomiche contro i vivi. La cosa peggiore che il male può fare è uccidere Dio, uccidere la Vita Divina! Ma essendo stato sconfitto in questo sul Calvario, nel suo momento più forte, quando il male indossava la sua più grande armatura, non potrà mai più essere vittorioso.

Non pensate, quindi, che il Gesù delle Stigmate e la sua vittoria sul male ci dia l’immunità dal male e dal dolore, dalla sofferenza, dalla crocifissione e dalla morte. Ciò che Egli offre non è l’immunità dal male nel mondo fisico, ma una possibilità di perdono per il peccato nelle nostre anime. La conquista finale del male fisico arriverà nella resurrezione dei giusti.

Ma Egli insegna, a un nobile esercito di sofferenti nel mondo, a sopportare il peggio che questa vita ha da offrire con coraggio e serenità, e a considerare tutte le sue prove come “l’ombra della Sua Mano carezzevolmente protesa su di noi”, e a trasfigurare alcuni dei più grandi dolori della vita nelle più ricche conquiste della vita spirituale.

(Fulton J. Sheen, da “I Personaggi della Passione”)

LA GRANDE LEZIONE DEL GIORNO DI PASQUA: “Il mondo ebbe torto e Cristo ebbe ragione…E’ meglio essere sconfitti agli occhi del mondo…Nel giorno di Pasqua non cantare l’inno del vincitore, ma quello del perdente”

Il mondo ebbe torto e Cristo ebbe ragione. Colui che aveva il potere di offrire la propria vita aveva anche il potere di riprenderla di nuovo; Colui che volle nascere nella carne, volle anche morire; Colui che sapeva come sarebbe morto, sapeva anche come sarebbe risorto per dare a questo minuscolo e misero nostro pianeta un onore ed una gloria che astri fiammeggianti e Pianeti gelosi non condividono: la gloria dell’unica tomba lasciata vuota.

La grande lezione del giorno di Pasqua consiste nel fatto che un Vincitore può essere considerato sotto un duplice punto di vista: quello del mondo e quello di Dio. Secondo il mondo, Cristo quel Venerdì Santo fu sconfitto, secondo Dio Egli fu vincitore. Coloro che lo condannarono a morte gli offrirono proprio l’occasione di cui Egli aveva bisogno, coloro che chiusero con la pietra il sepolcro, gli offrirono proprio la porta che Egli desiderava spalancare; il loro apparente trionfo aprì la strada alla Sua suprema vittoria. II Natale ha insegnato che il Divino sta sempre dove il mondo meno se lo aspetta; poiché nessuno si attendeva di trovarlo avvolto in fasce e posto in una mangiatoia. La Pasqua conferma la lezione ripetendo che il Divino sta sempre dove il mondo meno se lo aspetta; poiché nessuno fra quelli del mondo si attendeva che uno sconfitto sarebbe stato il vincitore, che la pietra scartata dai costruttori sarebbe divenuta testata d’angolo, che Colui che era morto, sarebbe ritornato a camminare e che, ignorato, posto in un sepolcro, sarebbe diventato la nostra Risurrezione e la nostra Vita. 

Nel giorno di Pasqua, io non intono il canto dei vincitori, ma quello di coloro che hanno subito la sconfitta:

«Io canto l’inno dei vinti, quelli che caddero nella battaglia della Vita, l’inno dei feriti, dei battuti, che perirono soccombendo nella mischia. Non il canto di giubilo dei vincitori, per i quali risuona l’acclamazione elevata in coro dalle nazioni, di quelli con la corona della gloria terrena sulla fronte, ma l’inno dei miseri, degli umili, degli esausti, di quelli dal cuore spezzato, che lottarono e persero, facendo con coraggio la loro parte, silenziosa e senza speranza; la loro gioventù non fu ricca di fiori, le loro speranze finirono in cenere, dalle loro mani sfuggì il bottino che cercavano di afferrare, al loro tramonto stavano fra i cocci della loro vita sparsi attorno, senza ricevere da nessuno compassione o attenzione, soli ed abbandonati. La morte spazzò via il loro fallimento, tutto venne travolto eccetto la loro fede. Mentre il mondo, in coro, innalza il suo elogio a coloro che hanno vinto, mentre la tromba, tenuta alta nella brezza ed al sole suona trionfante, mentre le bandiere sventolano, scrosciano applausi e ci si affretta dietro ai vincitori, cinti d’alloro, io rimango nel campo dei vinti, nell’ombra, con i caduti, i feriti, gli agonizzanti, là recito sottovoce un requiem, gli poso le mie mani sulla loro fronte contratta dalla sofferenza, innalzo sommessamente una preghiera, tengo la mano impotente e sussurro: “Otterranno la vittoria solo coloro che hanno combattuto la buona battaglia, che hanno sbaragliato il demone che li tentava nel loro intimo, che hanno conservato la fede rifiutando di farsi sedurre da quei beni che il mondo stima così tanto; che, per una causa superiore, hanno osato soffrire, resistere, combattere e, se necessario, morire”. Parla, o Storia! Chi sono i vincitori nella battaglia della Vita? Scorri i tuoi annali e di’, sono quelli che il mondo chiama vincitori che conquistarono il successo effimero di un giorno? Sono i martiri o Nerone? Gli Spartani, caduti alle Termopili? O i Persiani e Serse? I suoi giudici o Socrate? Pilato o Cristo?». 

Srotola le pergamene del tempo ed osserva come la lezione di quella prima Pasqua Cristiana si ripete, quando, ad ogni celebrazione della Pasqua si raccontano le vicende del grande Condottiero che è uscito dal sepolcro per rivelare che la vittoria finale, quella definitiva, deve sempre essere intesa come sconfitta agli occhi del mondo. Almeno una dozzina di volte nel corso della sua storia bimillenaria, il mondo nell’impeto di un effimero trionfo, ha posto la pietra a sigillo sul sepolcro della Chiesa, vi ha posto la guardia e l’ha considerata come morta, esausta, sconfitta, solo per vederla risorgere vittoriosa nell’aurora della sua Pasqua. (…)

Infine la Pasqua ci offre una lezione che riguarda la nostra stessa vita.

E’ meglio essere sconfitti agli occhi del mondo seguendo la voce della propria coscienza piuttosto che essere vincenti secondo la falsa opinione del mondo; è meglio essere vinti nella santità del vincolo matrimoniale che ottenere l’effimera vittoria del divorzio; è meglio essere vinti in mezzo a tanti figlioli, frutti dell’amore, che vincenti in un’unione volutamente sterile; è meglio essere vinti dall’amore della Croce, che conseguire l’effimera vittoria del mondo che mette in croce. In conclusione è meglio essere sconfitti agli occhi del mondo dando a Dio ciò che è interamente e assolutamente nostro. Se diamo a Dio la nostra energia, Gli restituiamo un Suo dono; se Gli diamo i nostri talenti, le nostre gioie, i nostri beni, Gli rendiamo ciò che Egli mise nelle nostre mani non per esserne proprietari, bensì semplici amministratori.

Una sola cosa c’è al mondo che possiamo definire veramente nostra, la sola che possiamo dare a Dio, che è nostra invece che Sua, la sola che Egli non ci toglierà mai; questa cosa è la nostra volontà col suo potere di scegliere l’oggetto del suo amore. Quindi il dono più perfetto che possiamo offrire a Dio è quello della nostra volontà. Agli occhi del mondo, donarla a Dio è la suprema sconfitta che possiamo subire, ma è anche la suprema vittoria che possiamo conseguire agli occhi di Dio. Nel cedergliela ci sembra di perdere tutto, la sconfitta però è il seme della vittoria. La rinuncia alla propria volontà conduce a ritrovare tutto ciò che la volontà abbia mai cercato, la perfezione della Vita, della Verità, dell’Amore, cioè Dio.

E così, nel giorno di Pasqua non cantare l’inno del vincitore, ma quello del perdente. Cosa importa se la strada, in questa vita, sia ripida e disagevole, se la povertà di Betlemme, la solitudine della Galilea, le sofferenze della Croce siano il nostro pane? Mentre combattiamo, santamente ispirati da Colui che ha conquistato il mondo, perché mai dovremmo trattenerci dal manifestare la nostra sfida di fronte all’ipocrisia del mondo? Perché temere di estrarre la spada e assestare il primo colpo mortale al nostro egoismo? Marciando sotto la guida del Condottiero dalle cinque Piaghe, fortificati dai Suoi Sacramenti, resi incrollabili dal Suo essere Verità infallibile, divinizzati dal Suo Amore redentivo, non abbiamo alcun timore circa l’esito della battaglia della vita; nessun dubbio sull’epilogo della sola lotta che conta; nessun bisogno di chiederci se saremo vincitori o perdenti. Perché? Perché abbiamo già vinto – solo che la notizia non è ancora trapelata! 

(Fulton J. Sheen, da “The Morale Universe”)

IL PARADOSSO PIÙ STRAORDINARIO DELLA STORIA DEL MONDO

Per il paradosso più straordinario della storia del mondo, crocifiggendo Cristo hanno dimostrato che Lui aveva ragione e loro avevano torto, e sconfiggendolo hanno perso. Uccidendolo Lo hanno trasformato: per la potenza di Dio hanno cambiato la mortalità in Immortalità. La Croce era proprio ciò che Egli disse che un uomo deve portare per essere rifatto; Gli diedero la croce ed Egli la trasformò in un trono di gloria. Disse che un uomo deve morire per vivere; Gli diedero la morte ed Egli visse di nuovo. Disse che se il seme caduto in terra non muore, rimane solo; Lo piantarono come un seme il venerdì, e a Pasqua risuscitò nella novità della vita divina, come il fiore che spunta dalla zolla in primavera. Ha detto che nessuno sarà esaltato se non è umiliato; Lo hanno umiliato sul Calvario, ed Egli è stato esaltato e si è innalzato sopra un sepolcro vuoto. Hanno seminato il Suo corpo nel disonore ed è risorto nella gloria; Lo hanno seminato nella debolezza ed è risorto nella potenza. Nel togliergli la vita, Gli hanno dato Nuova Vita…Rifate l’uomo e rifarete il mondo!

(Fulton J. Sheen, da “Justice and Charity”)

-GIOVEDÌ SANTO- L’ULTIMA CENA E L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA. CRISTO: SACERDOTE E VITTIMA.

Il Nostro Signore Benedetto è venuto in questo mondo per morire. (…)

Essendo la Sua Morte la ragione della Sua Venuta, Egli ora istituiva per gli Apostoli, e per i posteri, un Atto Commemorativo della Sua Redenzione, da Lui promesso quando aveva affermato di essere il Pane di Vita.

Non disse: “Questo rappresenta, o simboleggia, il Mio Corpo”, bensì: “Questo è il Mio Corpo offerto in Sacrificio”. Un Corpo che sarebbe stato spezzato durante la Sua Passione.

Poi, prese il vino nelle Sue Mani e disse: “Questo è il Mio Sangue… che sarà sparso per molti in remissione dei peccati”

Sulla Croce, Egli sarebbe morto per la separazione del Suo Sangue dal Suo Corpo: ecco perché non consacrò insieme, ma separatamente, il pane e il vino, a rivelare il modo della Sua Morte a seguito della separazione del Corpo e del Sangue. In quell’atto, Nostro Signore, fu ciò che sarebbe stato l’indomani sulla Croce: Sacerdote e Vittima.

Venne poi il Divino comandamento di prolungare la Commemorazione della Sua Morte: “Fate questo in memoria di Me”

Ripetete! Rinnovate! Prolungate attraverso i secoli il Sacrificio offerto per i peccati del mondo! (…)

Quel Giovedì Santo, Nostro Signore non aveva dato loro un Sacrificio diverso dal Suo unico Atto Redentore sulla Croce: ma una nuova specie di Presenza. Non si trattava di un nuovo Sacrificio, perché ce n’è uno solo; così Egli diede invece una nuova Presenza di quell’unico Sacrificio.

Durante l’Ultima Cena, Nostro Signore operò indipendentemente dai Suoi Apostoli allorché presentò il Suo Sacrificio sotto le apparenze del pane e del vino; dopo la Sua Risurrezione e Ascensione, invece, e in obbedienza al Comandamento Divino, Cristo avrebbe offerto il Suo Sacrificio al Padre Suo che è nei Cieli attraverso loro o dipendentemente da loro.

Ogni volta che in Chiesa, durante la Messa, rievochiamo quel Sacrificio di Cristo, abbiamo un’applicazione a un nuovo momento nel tempo e a una nuova Presenza nello spazio dell’unico Sacrificio di Cristo adesso Glorioso. In obbedienza al Suo mandato, i Suoi seguaci avrebbero ripresentato in maniera incruenta ciò che Egli presentò al Padre Suo nel Sacrificio cruento del Calvario. (…)

Quando gli Apostoli, e più tardi la Chiesa, avrebbero obbedito alle Parole di Nostro Signore per rinnovare la Commemorazione e mangiare e bere il Corpo e il Sangue di Lui, non sarebbero stati quelli del Cristo Fisico allora dinanzi ad essi, ma quelli del Cristo Glorificato nei Cieli che continuamente intercede per i peccatori. La Salvezza della Croce, in quanto sovrana ed Eterna, viene quindi applicata e tradotta in realtà nel corso del tempo dal Cristo che è nei Cieli. (…)

Nostro Signore non disse mai a nessuno di scrivere circa la Sua Redenzione, ma agli Apostoli disse di rinnovarla, di applicarla, di commemorarla, di prolungarla in obbedienza agli ordini da Lui dati durante l’Ultima Cena. Egli volle che il grande dramma del Calvario venisse rappresentato non già una volta sola ma per ogni tempo che a Lui piacesse.

Volle che gli uomini non fossero i lettori della Sua Redenzione, ma che vi agissero da attori, offrendo con Lui il proprio corpo e sangue nella ripetizione del Sacrificio del Calvario, e con Lui dicendo: “Questo è il Mio Corpo e questo è il Mio Sangue”; morendo alle proprie nature inferiori per vivere alla Grazia.

(Fulton J. Sheen, da “Vita di Cristo”)

GIUDA E PIETRO DAVANTI A CRISTO: TRADIMENTO, DISPERAZIONE, PERDONO E CONVERSIONE: “Non appena abbiamo coscienza di essere peccatori, Egli si volge a guardarci: Dio non rinuncia mai a noi”

“Ti saluto Maestro e lo baciò”

Non appena commesso il crimine, il disgusto s’impadronì di Giuda. Le acque profonde del rimorso cominciarono ad agitarsi nella sua anima, ma, al pari di molte anime dei nostri giorni, egli fraintese il senso del rimorso, e ritornò da quelli con cui aveva negoziato e ai quali aveva venduto Nostro Signore per trenta denari d’argento, qualcosa come diciassette dollari d’oggi.

La Divinità è sempre tradita in misura ultra-sproporzionata rispetto al suo valore effettivo. Ogni qualvolta noi vendiamo Cristo, sia al fine di progredire in una qualsiasi carriera terrena – come coloro che abbandonano la Fede perché con una croce sulle spalle non possono conseguire alcun successo politico – sia per denaro, ci par sempre, in ultima analisi, d’essere stati truffati.

Non c’è quindi da stupirsi che Giuda riportasse i trenta denari a coloro che glieli avevano dati. Non bramava più ciò che prima aveva tanto desiderato: l’incantesimo era scomparso. (…)

Noi che conosciamo Cristo, noi che ne possediamo la Verità e la Vita, noi possiamo offenderLo e tradirLo più di quelli che non Lo conoscono.

Potremo non agir mai da traditori in modo evidente e grossolano, bensì attraverso gesti “insignificanti” come il bacio di Giuda: attraverso il silenzio quando dovremmo fare da difensori, attraverso la paura del ridicolo quando dovremmo proclamare la nostra opinione, attraverso la critica quando dovremmo testimoniare, oppure nascondendoci quando dovremmo congiungere le mani nella preghiera.

E allora, avrà ben ragione Nostro Signore nel domandarci: “Amico! Con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?” (…)

Giuda restituì i trenta denari, ma perché le anime conseguano la salvezza non basta che rinuncino a ciò che hanno: devono anche donare ciò che esse sono. Né basta aver disgusto del peccato: dobbiamo anche provarne rimorso. Giuda non provò rimorso nel vero senso della parola: in lui si era solo compiuta una trasformazione di sentimento. Il rimorso di Giuda non riguardava Nostro Signore. Il che significa soltanto che ebbe odio di sé, e chi ha odio di sé è potenzialmente un suicida. L’odio di sé è il principio del suicidio ed è salutare solo se associato con l’Amore di Dio. (…)

Nel momento stesso in cui Pietro imprecava e giurava di non conoscere Cristo, si udì, attraverso i vestiboli esterni della casa di Caifa, il canto chiaro e inequivocabile, di un gallo. Perfino la natura è dalla parte di Dio.

Il canto del gallo fu in un certo modo “infantile” ma Dio può ben adoperare cose quanto mai “insignificanti” per donarci la Sua Grazia: il volto di un bambino, una parola attraverso la radio, il canto di un passero. Come mezzo di conversione, userà perfino il canto di un gallo all’alba. Un’anima può arrivare a Dio attraverso una serie di delusioni.

PER LA CONVERSIONE DOBBIAMO ABBANDONARE TUTTO CIÒ CHE CI INVITA AL PECCATO!

“E, uscito fuori, pianse amaramente” (Luca 22; 62)

Come il peccato inizia con l’abbandono della mortificazione, così la conversione implica il ritorno alla mortificazione stessa. Chiede il Re nell’Amleto: “Ove si sia perdonati, si può mai insistere nella colpa?”. Ci sono alcune cose che danno inizio al peccato: quelle persone, quei luoghi, e quelle circostanze che inaridiscono l’anima.

La conversione di Pietro non fu completa finché egli non lasciò il luogo in cui alcuni servi e la preoccupazione della propria persona congiuravano affinché egli rinnegasse il Maestro. Egli non rimarrà passivamente seduto mentre il Giudice Divino viene giudicato. La Scrittura registra l’emendamento, ossia la purificazione di Pietro con queste semplici parole: “E USCITO FUORI”.

Tutti i gioielli di cui si adorna il peccato: la preoccupazione della propria persona, i luoghi, le persone e le circostanze…Pietro ora li calpesta, perché “esce fuori” e piange amaramente .

DIO NON RINUNCIA MAI A NOI MISERI PECCATORI

La seconda fase del processo del ritorno a Dio di un’anima, dopo il risveglio della coscienza a seguito della delusione del peccato, procede direttamente da Dio stesso. Non appena ci sentiamo vuoti, o delusi, ecco il Signore affrettarsi a colmare il nostro vuoto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me” (Giov. 14-6). E ci dice San Luca: “Il Signore allora Si volse a guardare Pietro” (Luca 22-61).

Come il peccato significa un’avversione a Dio, così la Grazia significa una conversione a Dio. Lui non ci abbandona, anche se noi Lo abbandoniamo. Non appena abbiamo coscienza di essere peccatori, Egli si volge a guardarci: Dio non rinuncia mai a noi.

Pietro ricevette uno sguardo da occhi che ci vedono non già come ci vede il nostro prossimo, e neppure come noi stessi ci vediamo, ma come effettivamente siamo: erano gli occhi di un Amico ferito, di un Cristo ferito. Il linguaggio di quegli occhi non lo capiremo mai.

“E uscito fuori, Pietro pianse amaramente” (Luca 22-62).

Adesso Pietro aveva il cuore a pezzi, e i suoi occhi, quegli occhi che avevano fissato gli occhi di Cristo, si erano mutati in fontane. Mosè percosse una roccia, e ne scaturì l’acqua; Cristo guardò una roccia (Pietro), e ne scaturirono lacrime.

Vuole la tradizione che Pietro piangesse tanto per i peccati che aveva commesso che le sue guance fossero attraversate da torrenti di pentimento.

Sopra quelle lacrime si erge il Volto della Luce del Mondo, e attraverso di esse spunta l’arcobaleno della speranza, ad assicurare tutte le anime che nessun cuore sarà mai distrutto dalla marea del peccato a condizione che si volga a guardare Cristo, Colui che è l’Arca della Salvezza, l’Amore dell’Universo.

(Fulton J. Sheen, da “Personaggi della Passione”)

IL TEMPO DELLA VITA CI È DATO PERCHÉ POSSIAMO FARE PENITENZA: “Se non facciamo ammenda del nostro passato, posponiamo e aumentiamo le nostre pene eterne”

La penitenza è il riconoscimento del nostro “passato”. Riconoscere il passato non è un fatto morboso: lo è piuttosto negarne l’esistenza. Questo passato influisce sul nostro futuro. Noi non siamo soltanto ciò che mangiamo: siamo ciò che i nostri peccati ci hanno fatto. Se non facciamo ammenda del nostro passato, posponiamo e aumentiamo le nostre pene eterne. Il tempo ci è dato solo perché possiamo fare penitenza. Chi ama veramente Dio, conscio di aver ferito l’Amore, rinuncerà volentieri ai suoi privilegi e si comporterà in modo da identificarsi in Cristo che ha cinque orrende piaghe alle mani, ai piedi e al costato.

In questo mondo la maggior parte di noi si preoccupa più della pena che del peccato, perché crede che il dolore fisico sia il più grande dei mali. La penitenza ci aiuta a rimettere queste idee false nella loro giusta prospettiva; chi trova gioia nella penitenza capisce che nessun male può nuocergli più del peccato. Se non c’è amore, la penitenza e il sacrificio saranno sentiti come un male; non così quando c’è amore. Noi comprendiamo, quando accettiamo la penitenza, che è proprio l’egoismo che ha causato il nostro peccato a rendere necessario un qualche sacrificio, senza il quale non si possono domare gli impulsi incontrollati che hanno generato il male.

E quando la piena luce dell’amore di Cristo brilla in un’anima, questa comincia a incorporare non soltanto le penitenze imposte dalla Chiesa, ma tutte le amarezze della vita, nella grande opera della Redenzione. Invece di esplodere in tristi lamenti contro i rovesci della fortuna e le amarezze della vita, essa li accetta con spirito di rassegnazione, come sconto del peccato: con la paziente rassegnazione vengono espiati molti peccati.

Le penitenze non sono fatte solo da noi; il penitente è aiutato dagli altri membri del Corpo Mistico di Cristo. Ciò non potrebbe succedere se fossimo individui isolati, ma può succedere in quanto apparteniamo a un unico Corpo Mistico, dove tutti sono uno, perché governati da una sola Testa, vivificati da una sola Anima e professanti la stessa fede. Com’è possibile innestare la pelle di una parte del corpo in un’altra, o trasfondere il sangue di un membro della società in un altro, così nell’organismo spirituale della Chiesa è possibile innestare preghiere e trasfondere sacrifici.

Questa verità cristiana è conosciuta, nella sua interezza, come la “Comunione dei Santi”. Come siamo tutti uniti nel compimento della colpa dovuta agli errori di un singolo (il che è ampiamente provato dalle guerre moderne), così possiamo essere tutti uniti nella riparazione della colpa di un singolo. Questo miracolo si verifica nella reversibilità dei meriti e nella reciprocità dei vantaggi. Perciò chiediamo ai nostri amici di pregare per noi, perciò preghiamo nel contesto del “Padre Nostro”, perciò preghiamo, al termine delle Messe che si celebrano in tutto il mondo, per la conversione della Russia. Siamo spiritualmente bisognosi gli uni degli altri. “Non può l’occhio dire alla mano: ‘Non ho bisogno di te’; oppure la testa ai piedi: ‘Non ho bisogno di voi’. Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie” (1Cor 12,21-22).

Poche consolazioni sono più grandi di quella di sapere che siamo uniti in una grande associazione di preghiere e sacrifici. La Comunione dei Santi è la grande scoperta di quelli che trovano, da adulti, la perfezione della fede. Essi scoprono che, per anni, dozzine o centinaia di anime hanno pregato specialmente per loro, supplicando il cielo che un piccolo atto di umiltà da parte del convertito aprisse nella sua corazza uno spiraglio da cui potessero penetrare la grazia e la verità di Dio. Ogni anima ha da pagare un prezzo; e poiché molti non possono o non vogliono pagarlo, altri devono farlo per loro. Probabilmente non c’è altro mezzo per spiegare la conversione di certe anime, se non il fatto che in questo mondo – come nell’altro – i loro parenti e amici hanno interceduto presso Dio, acquistando per loro il premio della vita eterna.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

GIUDA: LA COLPA SENZA LA SPERANZA IN CRISTO È DISPERAZIONE E SUICIDIO! “È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi”

Pietro si pentì nel Signore, mentre Giuda si pentì in se stesso. La differenza era enorme, come quella che vi può essere tra il sottoporre una causa all’autorità Divina e il sottoporla a se stessi; tra la Croce e il lettino dello psicanalista.

Giuda riconobbe di aver tradito il «sangue innocente» ma non volle mai esserne lavato. Pietro sapeva di aver peccato e cercò la Redenzione. Giuda sapeva di aver commesso un errore e cercò l’evasione, diventando il capolista di una lunga serie di fuggitivi che voltano le spalle alla Croce. Il perdono divino ha in sé il presupposto della libertà umana, mai quello della sua distruzione. Chissà se Giuda, fermo sotto l’albero dal quale gli sarebbe venuta la morte, abbia guardato, attraverso la vallata, l’Albero dal quale gli sarebbe potuta venire la Vita.

Giuda era il tipo che dice: «Sono un cretino!»; Pietro quello che dice: «Sono un peccatore!».
È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi. Giuda sentì il disgusto di sé, che è una specie d’orgoglio. Pietro non aveva avuto esperienze deplorevoli e la sua fu “metànoia”, un mutamento del cuore. La conversione della mente non è necessariamente la conversione della volontà.

Giuda andò al confessionale del padrone che l’aveva pagato; Pietro a quello di Dio. Giuda si addolorò per le conseguenze del suo peccato come una donna nubile si addolora per la sua gravidanza. Pietro soffriva per il peccato in sé, perché aveva ferito l’Amore.

La colpa non accompagnata dalla speranza in Cristo è disperazione e suicidio. La colpa accompagnata dalla speranza in Cristo è misericordia e gioia.

Giuda riportò il denaro ai sacerdoti del tempio. È sempre così, quando disertiamo il Signore per cose terrene, prima o poi ci prende il disgusto: quelle cose non le vogliamo più. Avendo amato quanto vi è di meglio, nient’altro ci può appagare. Il tradimento ai danni della Divinità, anche se minimo, è sempre eccessivo nei confronti del valore di ciò che è Divino. La tragedia di Giuda è che sarebbe potuto essere San Giuda.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

ABBRACCIARE LE CROCI DELLA VITA: “Cosa ho fatto per meritarmi questo? Mio Dio, perché devo soffrire?” IL DOLORE SENZA CRISTO È SOFFERENZA, IL DOLORE CON CRISTO È SACRIFICIO

Ci sono molti bravi uomini e donne che si agitano su letti di dolore, i loro corpi consumati dalla lunga malattia, i loro cuori spezzati dalla sofferenza e dal dolore, o le loro menti torturate dalla perdita irreparabile di amici e fortuna. Se queste anime vogliono la pace, devono riconoscere che in questo mondo non esiste una connessione intrinseca tra peccato personale e sofferenza.

Un giorno: “Gesù che passava, vide un uomo, che era cieco dalla sua nascita. E i suoi discepoli gli chiesero: Maestro, chi ha peccato, quest’uomo o i suoi genitori, per esser nato cieco? Gesù rispose: Né quest’uomo ha peccato né i suoi genitori ”(Giovanni 9: 1–3).

Questo ci porta faccia a faccia con la Volontà imperscrutabile di Dio, che non possiamo capire, più che un topo in un pianoforte può capire perché un musicista lo disturba suonando. Le nostre menti meschine non possono capire i misteri di Dio. Ma ci sono due verità fondamentali che tali anime sofferenti non devono mai dimenticare. Altrimenti, non troveranno mai la pace.

Innanzitutto, Dio è amore. Quindi, tutto ciò che fa a me merita la mia gratitudine e dirò grazie. Dio è sempre buono, anche se non mi dà ogni cosa che voglio in questo mondo. Mi dà solo ciò di cui ho bisogno per il prossimo mondo.

I genitori non danno armi ai ragazzi di cinque anni con cui giocare, anche se non c’è quasi nessun ragazzo di cinque anni che non vuole una pistola.

Come diceva Giobbe: “Se abbiamo ricevuto cose buone dalla mano di Dio, perché non dovremmo ricevere il male?” (Giobbe 2:10).

Inoltre, la ricompensa finale per la virtù non arriva in questa vita, ma nella prossima. Poiché gli arazzi non sono tessuti dalla parte anteriore ma da quella posteriore, così anche in questa vita vediamo solo la parte inferiore del piano di Dio.

Uniformiamoci alla volontà di Dio. Così nulla potrà mai accadere contro la nostra volontà perché la nostra volontà è la Volontà di Dio. Questo non è fatalismo, che è sottomissione alla cieca necessità; questa è la pazienza, che è rassegnazione alla volontà dell’Amore Divino, che alla fine non può desiderare altro che l’eterna felicità e la perfezione della persona amata.

La rassegnazione dell’anima paziente è esemplificata dal bambino che dice a suo padre: “Papà, non so perché tu voglia che io vada in ospedale per quell’operazione. Fa male. So solo che mi ami. “

(Fulton J. Sheen, da “The Seven Virtues”)

Abbracciare le croci della vita perché ci sono date dal Cristo-Amore sulla Croce non significa che ognuno di noi raggiungerà mai lo stadio in cui la nostra natura è disposta a soffrire.

Al contrario, la nostra natura si ribella contro la sofferenza perché è contraria alla natura. Ma possiamo accettare in modo soprannaturale ciò che la natura rifiuta, così come la nostra ragione può accettare ciò che i sensi rifiutano. I miei occhi mi dicono che non dovrei lasciare che il dottore incida la pustola marcia, perché farà male. Ma la mia ragione mi dice che i miei sensi devono momentaneamente sottomettersi al dolore per un bene futuro. Quindi, anche noi possiamo essere disposti a sopportare gli inevitabili mali della vita per ragioni soprannaturali.

La prima parola di Cristo sulla Croce suggerisce di farlo per il bene della remissione dei peccati: “Perdona loro”.

Nel mondo degli affari, contraiamo i debiti e riconosciamo il nostro obbligo e dovere di assolverli. Perché dovremmo pensare che nello stesso universo morale possiamo peccare impunemente?

Se, quindi, portiamo le impronte della Croce, invece di lamentarci con Dio, pensiamo di offrirle a Dio per i nostri peccati e per i peccati dei nostri vicini.

Di tutte le assurdità che il nostro mondo moderno ha inventato, nulla supera le parole d’ordine che diamo agli sfortunati o agli ammalati: “Tieni il mento sollevato” o “Dimenticalo”.

Questo non è un conforto, ma una droga! La consolazione è spiegare la sofferenza, non dimenticarla; nel metterla in relazione con l’Amore, non ignorandola; nel renderla un’espiazione per il peccato, non un altro peccato.

Ma chi lo capirà se non guarda una Croce e ama il Cristo Crocifisso?

(Fulton J. Sheen, da “The Seven Virtues”)

È difficile per noi vedere negli incidenti della vita, nelle malattie, nei lutti, nelle perdite finanziarie, nei corpi cancerosi e nelle membra lebbrose, uno Scopo Divino. Ecco perché il Nostro Benedetto Signore ha dovuto prendere su di Sé la sofferenza, per mostrarci che è il Calice del Padre. Ogni lacrima, delusione, e cuore addolorato è un assegno in bianco. Se ci scriviamo sopra il nostro nome, non ha valore. Se lo firmiamo con il nome di Cristo, il suo valore è infinito. Nella prosperità, Cristo ti dà i Suoi doni; nella sofferenza con fede, Cristo ti dona Sé stesso.

(Fulton J. Sheen)

La croce della malattia ha sempre uno scopo divino.

Disse il Nostro Beato Signore: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio: perché il Figlio di Dio sia glorificato da essa” (Giovanni 11:4).

La rassegnazione a questo tipo di croce è una delle forme più alte di preghiera. Sfortunatamente, i malati in genere vogliono fare qualcosa di diverso da ciò che Dio vuole che facciano.

La tragedia di questo mondo non è tanto il dolore che c’è; la tragedia è che tanto di esso è sprecato. Solo quando il buon ladrone è stato nel fuoco di una croce ha cominciato a trovare Dio. È solo nel dolore che alcuni cominciano a scoprire dov’è l’Amore.

(Fulton J. Sheen, da “Seven Words of Jesus and Mary”)

Qual è l’ingrediente in più nella sofferenza – che quando è assente provoca una maledizione, e quando è presente diventa una grazia?

Eccolo:

Dovete unire le vostre sofferenze e i vostri dolori con Cristo e vedere il vostro Calvario come proveniente dalla Mano di Dio.

Nostro Signore vedeva il Calice della Sua Passione come donato a Lui, non da Giuda o Pilato o Caifa o dal popolo, ma da Suo Padre:

“Non berrò il calice che Mio Padre stesso ha preparato per Me?”

Il dolore senza Cristo è sofferenza; il dolore con Cristo è sacrificio.

(Fulton J. Sheen)

L’oggetto della fede è Dio, non le cose della terra. Troppi interpretano la fede come ciò che dovrebbe liberarci dai mali della terra e suppongono che se soffriamo, è perché non abbiamo fede. Questo è del tutto falso!

La fede in Dio non è la garanzia che ci saranno risparmiate le “frecce della fortuna oltraggiosa”.

Nostro Signore non lo è stato. Perché dovremmo esserlo noi?

Erano i Suoi nemici che pensavano che se fosse stato un tutt’uno con Dio, non avrebbe dovuto soffrire, perché quando disse: “Eli, Eli” immaginando che Egli chiamasse Elia, loro sogghignarono: “Vediamo se Elia verrà a liberarlo” (Mt 27,49). Poiché non è stato liberato, conclusero che doveva essere malvagio.

No! Fede non significa essere tirato giù da una croce; significa essere innalzato in Cielo – spesso anche da una croce.

Le uniche volte in cui alcune persone pensano a Dio sono quando sono nei guai, o quando il loro portafoglio è vuoto, o hanno la possibilità di renderlo un po’ più pieno. Si lusingano di avere fede in quei momenti, quando in realtà hanno solo la speranza terrena di una buona fortuna.

La fede è fondata sull’anima e la sua salvezza in Dio, non sugli scogli della terra.

(Fulton J. Sheen, da “The Seven Virtues”)

C’è in ognuno di noi un io-ombra e un io-reale. L’io-ombra cerca solo la propria volontà e il proprio piacere. Più manteniamo il Sole dietro di noi, maggiore è la lunghezza dell’ombra, meno Cristo è nella nostra vita.

Ogni dolore sopportato pazientemente, ogni colpo all’io-ombra, modella il vero io-eterno. Fu la Crocifissione di Nostro Signore che preparò la via per la Sua Risurrezione e Gloria.

Gesù Nostro Signore sta tessendo le tue vesti celesti per le nozze celesti, anche se non lo sai, in momenti che sembrano così privi di amore.

Non puoi vedere interamente il Piano di Dio per te. L’oceano inesplorato è davanti a te, mentre ti lanci nella stretta cabina della tua sofferenza; ma il Divino Pilota ti sta portando in porto.

(Fulton J. Sheen, da “Quaresima e ispirazioni pasquali”)

I nostri lamenti e gemiti attuali stanno creando in noi una maggiore capacità di gioia per l’avvenire. Il Nostro Beato Signore, per rappresentare questo cambiamento della Croce in Gloria, e della sofferenza in gioia, paragona la vita a una madre che mette al mondo un bambino. Il travaglio della mortificazione è il precursore della resurrezione e della gioia.

Notate come il dolore nasce dalla stessa radice della gioia. Le due cose non si scontrano l’una contro l’altra, ma si fondono l’una nell’altra. Le nostre gioie più pure e nobili sono dolori trasformati.

Il dolore di un cuore contrito diventa la gioia del figlio perdonato. Ogni colpo dell’aratro, e ogni oscuro giorno d’inverno, sono rappresentati negli ampi campi che ondeggiano di grano dorato. Nella sofferenza Cristo ti prende nelle Sue Mani come un povero, opaco blocco di marmo, ma con il Suo scalpello Egli modella in te il Suo scopo.

(Fulton J. Sheen, da “Ispirazioni quaresimali e pasquali”)

L’antico orafo raffinava il minerale d’oro grezzo nel suo crogiolo bruciando le scorie nel calore intenso per recuperare l’oro puro. Come l’orafo, Dio ci custodisce nella fornace ardente fino a quando Egli possa vedere il riflesso del Volto del Signore Gesù nelle nostre vite. Non è molto interessato al lavoro che facciamo, ma piuttosto a quanto assomigliamo a Suo Figlio.

(Fulton J. Sheen, da “Ispirazioni di Quaresima e Pasqua”)

Cosa ci insegnano le Stimmate di Cristo?

Ci insegnano che la vita è una lotta: che la nostra condizione di resurrezione finale è esattamente uguale alla Sua; che se non c’è una Croce nella nostra vita, non ci sarà mai una tomba vuota; se non c’è un Venerdì Santo, non ci sarà mai una Domenica di Pasqua; se non c’è una corona di spine, non ci sarà mai un’aureola di luce; e se non soffriamo con Lui, non risorgeremo con Lui.

(Fulton J. Sheen, da “I personaggi della Passione”)

“Perché non possiamo servirci di una croce per diventare simili a Dio?”

Forse che l’uva non dev’essere schiacciata per poter diventare vino, e il grano macinato per poter diventare pane da mangiare? Perché, allora, il dolore non può mutarsi in redenzione? Perché sotto l’azione dell’Amore Divino le croci non possono trasformarsi in crocifissi? Perché i castighi non possono essere considerati penitenze? Perché non possiamo servirci di una croce per diventare simili a Dio?

Non possiamo diventare simili a Cristo per quanto riguarda il Suo Potere: non possiamo diventare simili a Lui per quanto riguarda il Suo Sapere.

C’è un solo modo per diventare simili a Gesù: il modo come Egli portò i Suoi Dolori e la Sua Croce, e cioè con Amore. “Nessuno ha un amore più grande di questo, di dare la vita per i suoi amici.”

È l’amore a rendere sopportabile la sofferenza. Se intendiamo che il dolore giova alla salvezza di altri, o anche alla nostra stessa anima, poiché accresce la Gloria di Dio, lo sopportiamo più facilmente.

Una madre veglia al capezzale del figliuolo ammalato: a questo il mondo dà il nome di “fatica”, e lei il nome di “Amore”. Il dolore è il sacrificio senza amore, il sacrificio è il dolore con l’Amore.

(Fulton J. Sheen, da “Andate in Paradiso!”)

Che cosa potrebbe fare il mondo senza la Santa Messa?

La sofferenza, una volta era il pane di pochi. Oggi è il fardello di tutti. Se non soffrono i corpi, sono straziate le menti agitate dalle ansie, dalla paura, dalle preoccupazioni. Oh! La tragedia di questa sofferenza buttata via, sciupata! Per tanti è divenuta insopportabile, perché tanto pochi sono coloro che sanno amare.

L’Amore non può distruggere la sofferenza, ma la può addolcire, come vi può diminuire il dispiacere di aver smarrito il portafoglio se pensate che possa averlo trovato una povera famiglia affamata, a cui portò la salvezza. Così la nostra sofferenza può divenire luminosa quando noi la offriamo per Qualcuno che amiamo.

Se ogni mattina noi portassimo le nostre piccole croci alla Santa Messa e le piantassimo a fianco della Grande Croce di Gesù sul Calvario, e al momento della Consacrazione dicessimo con Lui: “Questo è il Mio corpo, questo è il Mio sangue” noi scorderemmo i nostri mali nell’estasi del nostro Amore per Gesù Crocifisso.

(Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 5 Febbraio 1950”)