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IL PERICOLO DEL CRISTIANESIMO SOCIALE E DELLA RELIGIONE INDIVIDUALE SENZA DOGMI “FAI DA TE”

Molte anime temono che Nostro Signore voglia fare precisamente ciò che è implicito nel Suo nome “Gesù”, ossia “Colui che ci salva dai nostri peccati”. Desideriamo essere salvati dalla povertà, dalla guerra, dall’ignoranza, dalle malattie, dall’incertezza economica: salvezze, queste, che non investono le nostre passioni e concupiscenze individuali.

Ecco una delle ragioni della grande popolarità del cristianesimo “sociale”, ecco perché molti affermano che il Cristianesimo non dovrebbe fare altro che contribuire al ripulimento dei bassifondi o allo sviluppo delle relazioni internazionali. Questa specie di religione è, in verità, assai comoda, perché lascia tranquilla la coscienza individuale.

La prima tentazione di Satana sulla Montagna fu di cercare d’indurre Gesù Nostro Signore a rinunciare alla redenzione e salvezza delle anime per dedicarsi alla salvazione sociale trasformando le pietre in pani, in base al falso assunto che agli stomachi affamati e non già ai cuori corrotti si doveva l’umana infelicità.

Alcuni uomini, perché avvertono un maggior bisogno di religione, sono disposti ad associarsi ad una setta cristiana sempre che questa si dedichi alla “elevazione sociale” o alla eliminazione del dolore, senza investire la necessità individuale di espiare i peccati.

A tavola, generalmente, gli uomini non si oppongono a parlare di religione, purché la religione non abbia niente a che vedere con la redenzione dal peccato e dalla colpa. Così molte anime impaurite rimangono tremanti sulla soglia della Beatitudine e non osano entrare “per paura che avendo Lui non abbiano null’altro che Lui”. (…)

Desideriamo essere salvati, ma secondo la nostra volontà, non secondo quella di Dio. Vogliamo adorare Dio a modo nostro e non a modo Suo.

Coloro che dicono: “Servirò Dio a modo mio, e voi servitelo a modo vostro” dovrebbero cercare di sapere se non sarebbe preferibile servire Dio a modo Suo. Ma è appunto questa prospettiva di una Religione Universalmente Vera che spaventa l’anima moderna.

Perché se la nostra coscienza non è tranquilla, noi desideriamo una religione nella quale non esista l’inferno. L’uomo che abbia divorziato e preso una seconda moglie contro la Legge di Cristo vorrà una religione che non condanni il divorzio. Questa riserva significa che costui desidera essere salvato secondo il suo pensiero, non secondo il Pensiero Divino.

Similmente un tremendo egoismo e una spaventosa presunzione si annidano in quegli articoli e pubblicazioni intitolati “Le mie idee sulla religione” o “La mia idea su Dio”. Una religione individuale può indurre in errore e fuorviare non meno di quanto potrebbero fare un’astronomia o una matematica individuali. Il traffico stradale si risolverebbe nel caos se ciascuno guidasse l’auto a modo proprio e non secondo le leggi della circolazione stradale.

Dato che molte anime non sono capaci di trovare Dio perché desiderano una religione che modifichi la società senza modificare le loro persone, o perché desiderano un Salvatore senza Corona di Spine e senza Croce, o perché vogliono seguire i propri disegni e non quelli di Gesù Nostro Signore, non ci si può non chiedere che cosa accadrà loro quando si troveranno davanti a Dio…

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

CONFESSIONE E PENITENZA DEI PECCATI: “Pochi colgono la differenza tra essere perdonati ed espiare i peccati che sono stati perdonati” CHE COS’È L’INDULGENZA E COME FUNZIONA? “La Chiesa è un banchiere spirituale”

La soddisfazione dei peccati, che talvolta è chiamata «penitenza», è distinta dal dolore per i peccati. Pochi colgono la differenza tra essere perdonati ed espiare i peccati che sono stati perdonati.

Supponiamo che io rubi la tua borsa nel corso di una conversazione e poi dica a me stesso: «Ho scandalizzato questa persona. Sono considerato uno che promuove la giustizia e l’amore di Dio, ed ecco che ho violato la sua legge di giustizia, impugnato la sua misericordia e l’ho inchiodato alla croce rubando la borsa». Così, ti chiedo: «Mi perdonerai?», e nella tua gentilezza mi risponderai certamente: «Ti perdono». Ma dirai anche qualcos’altro, no? Non dirai forse: «Restituiscimi la borsa»? Potrei affermare di essere davvero dispiaciuto senza ridarti indietro la borsa?

Ci deve essere sempre la soddisfazione per il peccato, poiché ogni peccato disturba l’ordine divino. Il peccato sconvolge un equilibrio. Non ha senso dire: «Non piangere sul latte versato», solo perché ci è accaduto di versare il latte di qualcun altro. Se non possiamo recuperare il latte sparso, possiamo almeno ripagare la bottiglia o comprare altro latte. Alla fine della confessione, il sacerdote impone al penitente la cosiddetta «penitenza», un certo numero di preghiere o un digiuno o un’elemosina o qualche mortificazione o una Via Crucis o un Rosario. Tutte queste cose servono a «riparare» per il peccato e a provare che il dolore era sincero. È quello che i cattolici chiamano «recitare la mia penitenza» o «fare la mia penitenza».

Dio non ci chiede di compiere un’esatta riparazione per i nostri peccati, ma di farla in maniera proporzionale. È per questo che il sacramento della Penitenza non è tanto un rigido tribunale di giustizia quanto una riconciliazione tra amici. Il sacerdote che rappresenta Cristo non è un giudice che sentenzia la prigione al criminale. Il penitente non è un nemico. È un amico riconciliato e la riparazione, la penitenza o soddisfazione, è un’opera di amicizia tra membri del Corpo Mistico di Cristo.

Le penitenze che si danno al termine della confessione generalmente sono lievi. Alcuni dicono che sono troppo lievi. Ma non dobbiamo dimenticare le indulgenze. Per comprenderle dobbiamo richiamare alla mente che siamo membri del Corpo mistico di Cristo. Quando facciamo il male o commettiamo il peccato, noi in qualche modo colpiamo ogni membro della Chiesa. Questo avviene anche nei nostri peccati più nascosti. È evidente nel furto, nell’omicidio, nell’adulterio; ma lo facciamo anche nei peccati solitari, nei pensieri malvagi. Come? Diminuendo in qualche modo il livello di carità e di amore all’interno del Corpo mistico. Come un fastidio agli occhi intacca l’intero organismo e ci ferisce ovunque, così se amo di meno Cristo, danneggio il benessere spirituale della Chiesa.

Ma dal momento che io posso ferire la Chiesa con il mio peccato, posso anche essere aiutato dalla Chiesa quando sono in difetto. San Paolo applica al Corpo mistico la lezione del corpo fisico: «le varie membra [hanno] cura le une delle altre» (1 Cor 12, 25). La religione non è individuale, è sociale; è organica. Guardando all’ordine naturale, vediamo quanti benefici ricevo dal mio prossimo. Ci sono milioni di modi nei quali gli altri sono indulgenti verso di me. Io non allevo la mucca che fornisce il materiale per le mie scarpe. Non allevo il pollo che mangio a cena – ma questo è un esempio inappropriato: a me non piace il pollo! Diciamo piuttosto: il pollo che tu mangi. L’opera o il lavoro di qualcuno ti concedono questo lusso.

Possiamo dire che siamo circondati da «indulgenze» sociali, perché condividiamo i meriti, i talenti, le arti, le capacità, le scienze, le tecniche, il ricamo e il genio della società. Ora nella compagnia del popolo di Cristo, il suo Corpo mistico, è possibile aver parte ai meriti e alle buone opere, alle preghiere, ai sacrifici, alle abnegazioni e al martirio degli altri. Se c’è un’«indulgenza» economica che mi permette di viaggiare su un aereo che qualcun altro ha costruito, perché non dovrebbe esserci anche un’indulgenza spirituale, così che io possa essere condotto a Cristo più rapidamente grazie alla generosità di alcuni membri del Corpo mistico?

Torniamo ora alla distinzione tra perdono della colpa e soddisfazione per la colpa. Ogni peccato ha anche un castigo eterno o temporale. Benché i nostri peccati siano stati perdonati, resta ancora una riparazione da compiere nel tempo, oppure in purgatorio, sempre che moriamo in stato di grazia. Un’indulgenza non si riferisce al peccato, ma alla pena temporale. Prima di poter applicare l’indulgenza, ci deve essere stato il perdono della colpa.

Di fatto, ci sono diversi modi di compensare il castigo dovuto dopo che la colpa è stata perdonata. Tre di essi sono personali, uno è sociale: 1) recitare o compiere la penitenza data in confessionale; 2) ogni atto di mortificazione liberamente praticato nella vita, come aiutare i poveri e le missioni, digiunare o altri atti di abnegazione; 3) la paziente imitazione delle sofferenze di Nostro Signore sulla croce sopportando le prove della vita; 4) il rimedio sociale dell’applicazione dei meriti sovrabbondanti del Corpo mistico alle nostre anime.

Come dipendiamo dalla società intellettuale per riparare alla nostra ignoranza, così dipendiamo dalla società spirituale per riparare alla nostra rovina interiore. Si potrebbe chiedere dove la Chiesa attinga il potere di rimettere la pena temporale dovuta al peccato. Ebbene, la Chiesa si trova a essere ricchissima spiritualmente, proprio come alcuni uomini sono ricchissimi finanziariamente.

In un villaggio viveva un ricco banchiere che creò un fondo fiduciario in una banca; pregò tutti i malati, gli infermi, i disoccupati di attingere a quella riserva. Il banchiere disse loro: «Non abbiate paura che il fondo si esaurisca, perché sono abbastanza ricco da occuparmi di ciascuno di voi». Se il banchiere ha pagato parte del conto ospedaliero, ci sarebbe stata un’indulgenza parziale del debito dei malati; se avesse pagato tutto il conto, ci sarebbe stata un’indulgenza plenaria delle loro spese e costi.

La Chiesa è un banchiere spirituale. Possiede tutti i meriti della passione di Nostro Signore e della Beata Madre, i meriti dei martiri, dei santi, dei confessori e la paziente sopportazione al tempo presente; tutti questi meriti sono molto più grandi di quelli necessari alla salvezza di queste persone buone e sante. La Chiesa prende questo surplus, lo mette nel suo tesoro e invita tutti i deboli e i feriti che non possono pagare i debiti contratti dai loro peccati ad attingere a queste riserve.

La Chiesa impone certi requisiti per servirsi di questo tesoro, come il banchiere. Quanti ne fanno uso devono essere meritevoli, devono essere in stato di grazia, adempiere certe condizioni, per esempio, una preghiera, un pellegrinaggio, o altre mille piccole pratiche. Quando il debito del castigo temporale dovuto al peccato è liquidato solo in parte da un’indulgenza, si parla di indulgenza parziale. Ma se vengono pagati tutti i debiti del castigo temporale, adempiendo certe condizioni, si parla di indulgenza plenaria.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

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L’ERRORE PRINCIPALE DEL GENERE UMANO: ESCLUDERE DIO DALL’AMORE! “L’amore o è trino o muore”

L’errore principale del genere umano è stato quello di presumere che per amare bastasse essere in due: tu e io, ovvero la società e io, oppure l’umanità e io. In verità, affinché l’uomo, sia preso individualmente che in società, possa essere in grado di amare, necessita di un “terzo elemento” nell’equazione. Occorre cioè, per amare, essere in tre: noi, gli altri e Dio; tu, io e Dio. L’amore di sé senza amore di Dio è l’egoismo, e l’amore del prossimo senza amore di Dio si limita solamente a coloro che ci sono gradevoli, non a coloro che ci appaiono odiosi.

Non si possono legare insieme due bastoni senza qualche altra cosa che sia al di fuori dei bastoni; allo stesso modo non è possibile riunire insieme le nazioni senza il riconoscimento di una legge e di una persona che sia al di fuori delle nazioni stesse. In amore il dualismo si estingue mediante il compimento del dono di se stessi, ma “l’amore o è trino o muore”. Affinché questo si compia si richiedono tre virtù: la fede, la speranza e la carità.

Queste si completano, si purificano e si rigenerano a vicenda, poiché credere in Dio significa slanciarsi tra le sue braccia, sperare in Lui significa riposare pazientemente sul suo cuore passando per tutte le prove e le tribolazioni, e amarlo significa vivere in Lui partecipando, mediante la grazia, alla sua divina natura. Se l’amore non avesse fede e fiducia, morirebbe; se non avesse speranza le sue sofferenze sarebbero torture, e l’amore stesso potrebbe apparire disamorato. Per questo l’amore di sé, l’amore del prossimo e l’amore di Dio procedono sempre insieme, e nel momento in cui vengono separati l’uno dall’altro vanno in frantumi.

L’amore di sé destituito dell’amore di Dio, come si è visto, è egotismo, perché se non esiste quel perfetto amore da cui fummo originati e al quale siamo destinati, allora l’ego diventa il nostro centro. Ma quando amiamo noi stessi in Dio, allora l’intero concetto di autoperfezione si trasforma. Se l’ego è un assoluto, la sua perfezione consiste nel possedere a ogni costo tutto ciò che possa farlo felice. Tale è l’essenza dell’egotismo o egoismo, che dir si voglia. Ma se ultimo fine della personalità è l’unione con l’amore perfetto, allora la perfezione dell’ego consiste non già nel possedere, ma nell’essere posseduti o, meglio ancora, non nell’avere ma nell’essere. (…)

L’amore tra marito e moglie si perfeziona quando diventa trino. Questa è la struttura geometrica dell’amore che consta di tre elementi: l’amante, l’amata, e l’amore. Quest’ultimo, essendo qualcosa di distinto da ambedue, è però al contempo insito in loro animando i loro desideri. Se infatti ci fosse soltanto il mio e il tuo, esisterebbero solo impenetrabilità e separazione, e l’unità non potrebbe realizzarsi finché non ci fosse un terzo elemento attivo, simile al suolo da cui due viti crescono e prendono vita intrecciandosi poi fra di loro. Allora, l’impotenza dell’io a possedere in modo completo l’altra creatura viene superata nella constatazione che esiste un legame esteriore che spinge i due l’uno verso l’altro, aleggiando su di essi come lo Spirito Santo adombrò Maria, trasformando così l’Io e il Tu in un Noi. Ed è a questo che alludono gli amanti quando parlano, senza saperlo, del “nostro amore”, come di qualcosa di distinto da ciascuno di loro ma che nondimeno li tiene uniti saldamente.

Senza il senso di quell’amore assoluto, che è più forte dell’amore singolo che l’uno nutre per l’altro, vige un falso dualismo che sfocia nell’assorbimento dell’Io nel Tu, o del Tu nell’Io, il che, nei casi di divorzio, viene chiamato “crudeltà mentale” o “dominazione”. In realtà si tratta di egocentrismo, per cui l’uno ama nell’altro soltanto il proprio ego; in tal modo l’Io si proietta nel Tu e in esso, come in uno specchio, ama se stesso. Il Tu perciò non è più amato come persona, ma come strumento di piacere dell’Io, e non appena cessa di inebriarci, il cosiddetto “amore” comincia a svanire. Una volta giunti a questo punto non c’è più nulla che possa tenere insieme una coppia del genere, perché un terzo termine non esiste. In due soltanto potrà esserci una reciproca idolatria, ma dopo un poco “la dea” o “il dio” si riveleranno di latta.

Risulta perciò incommensurabile la differenza tra l’amare se stessi in un altro, e il darsi, l’uno e l’altro, a quel terzo elemento che manterrà nei due un amore imperituro. Senza l’amore di Dio c’è il pericolo reale che l’amore umano perisca nel proprio eccesso, ma quando ciascuno ama – oltre e al di sopra di quelle scintille individuali che provengono dalla fiamma divina – la fiamma stessa dell’amore, allora non si dà più un reciproco “prosciugamento” ma un’intima comunione. Solo allora l’amore dell’altro diviene la prova che anch’egli ama Dio, perché è contemplato in Dio e non potrebbe essere amato separato da Lui.

Tre elementi occorrono dunque all’amore, poiché quel che lega l’amante e l’amata sulla terra è un ideale che è al di fuori di entrambi. Come non si dà pioggia senza nuvole, così è impossibile comprendere l’amore senza Dio. Nel Vecchio Testamento Dio è definito l’essere la cui natura è di esistere: “Io sono Colui che è”. Ma nel Nuovo Testamento Dio è definito amore: “Dio è Amore”. Ecco perché il fondamento di ogni filosofia è l’esistenza, ma la base di ogni teologia è la carità, ossia l’amore.

Se volessimo indagare il mistero per cui l’amore è trino e implica l’amante, l’amato e l’amore, dovremmo risalire a Dio stesso. L’amore è trino in Dio perché in Lui vi sono tre persone nell’unica natura divina. L’amore è trino in quanto è il riflesso di quell’amore divino in cui sussistono tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. È la Trinità che offre una risposta alle domande di Platone: se c’è un solo Dio, a che cosa potrebbe pensare? Si risponde: Egli pensa un pensiero eterno, il suo Verbo eterno, suo Figlio. E poi: se c’è un solo Dio, chi o che cosa potrebbe amare? Si risponde: Lui ama suo Figlio, e questo reciproco amore è lo Spirito Santo.

Quel grande filosofo rasentò il mistero della Trinità, perché il suo nobile intelletto parve in qualche modo intuire che un essere infinito debba avere relazioni di pensiero e di amore, e senza né pensiero né amore Dio non può addirittura essere concepito. Ma fu soltanto quando il Verbo si fu incarnato che l’uomo conobbe il segreto di quelle relazioni e della intima vita di Dio, perché fu Gesù Cristo, suo Figlio, a rivelarcela.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

LA MORTE NON È LA FINE DI TUTTO: “Se viviamo all’ombra della Croce, la morte non sarà una fine, ma l’inizio di una vita eterna… Siamo stati mandati in questo mondo come figli di Dio, per partecipare al santo sacrificio della Messa”

Come il Figlio ritorna al Padre, come Nicodemo deve rinascere, come il corpo ritorna alla polvere, così l’anima dell’uomo, venuta da Dio, un giorno dovrà tornare a Dio. La morte non è la fine di tutto. La gelida terra che ricopre la tomba non segna la fine della storia di un uomo. Il modo in cui ha vissuto in questa vita determina come vivrà nella prossima.

Se durante la sua esistenza ha cercato Dio, la morte sarà come l’apertura di una gabbia, permettendogli di volare tra le braccia del divino Amato. Se in vita si è allontanato da Dio, la morte sarà l’inizio di un eterno precipitare lontano dalla Vita, dalla Verità e dall’Amore, ecco l’inferno. Un giorno dovremo tornare davanti al trono di Dio, dove ha avuto inizio il nostro noviziato terreno, per rendere conto del nostro servizio.

Quando l’ultimo covone sarà stato raccolto, non resterà una sola creatura umana che non abbia accolto o rigettato il dono divino della redenzione e sigillato con ciò il suo destino eterno. Come un registratore di cassa riporta il conto delle vendite alla fine della giornata lavorativa, così i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni sono registrate in vista del Giudizio Finale. Se viviamo all’ombra della Croce, la morte non sarà una fine, ma l’inizio di una vita eterna. Invece di una separazione, sarà un incontro; invece, che una partenza, un arrivo. (…)

Siamo stati mandati in questo mondo come figli di Dio, per partecipare al santo sacrificio della Messa. Dobbiamo prendere posto ai piedi della croce e, come a coloro che stavano lì il primo giorno, ci sarà chiesto di esprimere la nostra lealtà. Dio ci ha dato il grano e i grappoli della vita e, come gli uomini che ricevettero i talenti nel Vangelo, dobbiamo restituire il dono divino.

Dio ci ha donato le nostre vite come grano e grappoli. È nostro dovere consacrarle e riportarle a Dio sotto forma di pane e vino, transustanziate, divinizzate e spiritualizzate. Dovremo avere tra le mani il raccolto dopo la primavera del pellegrinaggio terreno. Per questo il Calvario si staglia in mezzo a noi, che ci troviamo sulla sua sacra cima. Non siamo stati creati come spettatori, per giocare a dadi come i carnefici, ma per partecipare al mistero della croce…

Quando il nostro pellegrinaggio terreno giungerà al termine e torneremo al principio, Dio guarderà entrambe le nostre mani. Se nella vita hanno toccato le mani del suo Figlio divino, allora presenteranno gli stessi lividi segni dei chiodi; se i nostri piedi in vita hanno percorso la strada che conduce all’eterna gloria inerpicandosi per un roccioso e irto Calvario, porteranno le stesse ferite; se i nostri cuori battono all’unisono con il suo, mostreranno il fianco squarciato dall’empia lancia del mondo geloso.

Beati coloro che porteranno, tra le mani trafitte, il pane e il vino delle loro vite consacrate segnate dal sigillo dell’Amore redentore. Guai, però, a coloro che scenderanno dal Calvario con le mani bianche e intatte. Dio ci assicura che al termine della vita, quando la terra svanirà come un sogno al risveglio e lo splendore dell’eternità si riverserà nelle nostre anime, potremo riecheggiare, con fede umile e trionfante, l’Ultima Parola di Cristo: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito».

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

AMATE I VOSTRI NEMICI E COLORO CHE VI ODIANO: L’amore di Dio rende possibile amare coloro che sono “difficili ad amarsi”…Quanto più saremo lontani da Dio, tanto più saremo lontani gli uni dagli altri.

Fondamentalmente, il motivo per cui noi dovremmo amare noi stessi, è il fatto che Dio ci ama. Se Lui vede in noi qualche cosa di degno e se è morto per salvarci, vuol dire che abbiamo un motivo più che valido per amarci. Come un uomo si sente nobilitato quando è amato da una bella e graziosa amica, quale allora dovrebbe essere l’estasi di un’anima nel momento in cui si risveglia alla travolgente verità: “Dio mi ama!”

È facile amare coloro che ci amano, e il nostro divino Signore ci disse che per questo non c’era ricompensa. Ma che cosa dire di quella parte di umanità che noi consideriamo indegna di amore? Uno dei più forti argomenti sociali che confermano l’esistenza di Dio è il seguente: ci deve essere un Dio, altrimenti tante persone non sarebbero amate. L’amore di Dio rende possibile amare coloro che sono “difficili ad amarsi”. Perché mai dovremmo amare coloro che ci odiano, che malignano sul conto nostro, che ci pestano i piedi a teatro per assicurarsi i posti migliori? C’è solamente una ragione: per amore di Dio.

Forse possono non piacerci perché il piacere è emotività, ma possiamo comunque amarli poiché l’amore risiede nella volontà ed è soggetto al comando: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5,44). Perciò, dal momento che amiamo Dio, siamo resi capaci di amare chiunque per amor suo, come un innamorato si farà piacere l’aragosta per far contenta la sua bella. Perciò quando ci imbattiamo in qualche persona particolarmente scostante e siamo tentati di respingerne la presenza sia pure per breve tempo, dovremmo pensare che in quel momento Dio ci appare dicendo “Ascolta, io l’ho sopportata per quarant’anni, tu non puoi sopportarla per dieci minuti?”.

Inoltre, l’amore di Dio ci ricorda che non dovremmo giudicare il prossimo in base alla sua apparenza, poiché se esso avesse ricevuto tutte le grazie e le possibilità che abbiamo ricevuto noi, quanto maggiormente potrebbe amare Dio! Il fariseo all’ingresso del Tempio che amministrava la legge e che dava ai poveri l’ammontare deducibile dalle tasse non fu elogiato da Dio, mentre il pubblicano che donò la sua anima a Dio domandando perdono, tornò a casa perdonato. Fu questo pensiero che fece dire a San Filippo Neri, quando vide un uomo salire sul patibolo: “Potrebbe essere Filippo, se non fosse stato per la grazia di Dio”.

Dopo un certo tempo tutte quelle persone che prima ci sembravano così poco attraenti ci appaiono molto migliori di noi. Su un piano spirituale arriviamo a un punto in cui sentiamo i loro peccati come fossero i nostri, e ci assumiamo i loro debiti in penitenza come il Salvatore si assunse i nostri perché le amiamo in Dio. (…)

L’amore del prossimo, quando è pervaso dall’amore di Dio, non sfrutta mai il prossimo per il proprio vantaggio. E ben sappiamo che nulla ha tanto contribuito ad abbassare il livello dei rapporti umani quanto l’idea che possiamo accattivarci amicizie mediante lusinghe. Niente di più lontano dal vero amore, il quale aiuta il prossimo ad adempiere la sua vocazione in Dio, e in tal modo coincide anche con l’adempimento della propria vocazione.

Disse San Paolo ai Romani: “Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo” (Rm 15,1-2).

Di solito nelle nostre relazioni noi limitiamo l’orizzonte del nostro affetto a coloro che amiamo, ma pochi sono i samaritani che amano coloro che li odiano. Nulla, però, può ampliare tanto questo orizzonte quanto il considerare non soltanto quelli che noi amiamo, ma quelli che sono anzitutto amati da Dio, che sono cioè tutti gli uomini. In tal modo l’anima si fa più simile a Dio, Lui che è il “creatore” di colui (o colei) che amiamo. In Lui queste creature che “a pelle” ci appaiono umanamente detestabili, cominciano con il diventarci amabili. L’amore di Dio, infatti, non soltanto prolunga la creazione divina, come abbiamo visto con la procreazione dei figli, ma continua anche la sua redenzione, almeno nella misura in cui vorremmo anche noi rigenerare e redimere coloro che amiamo.

Immaginiamo un gran cerchio dal cui centro s’irradiano tanti raggi luminosi verso la circonferenza, e facciamo conto che la luce al centro sia Dio, e ognuno di noi sia un suo raggio: quanto più i raggi si troveranno vicini al centro, tanto più vicini si troveranno tra loro. Perciò, quanto più viviamo vicini e uniti a Dio, tanto più vicini ci troveremo al suo e nostro prossimo, viceversa quanto più saremo lontani da Dio, tanto più saremo lontani gli uni dagli altri. E quanto più un raggio si allontana dal centro, tanto più si indebolisce, mentre quanto più gli si avvicina, tanto più si rafforza.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)