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NON C’È NULLA DI PIÙ SOLENNE SULLA FACCIA DELLA TERRA DELL’ISTANTE DELLA CONSACRAZIONE: “La Messa è il collegamento tra noi e il sacrificio del Calvario sotto le specie del pane e del vino…Ecco lo scopo della vita! Redimere noi stessi in unione a Cristo!”

Poiché l’uomo si era separato da Dio, Egli, espiando, ha permesso che il suo Sangue fosse separato dal suo Corpo. Il peccato era entrato nel sangue dell’uomo; e come se tutti i peccati del mondo fossero su di sé, lasciò scorrere tutto il suo sacro Sangue dal calice del suo Corpo. Possiamo quasi sentirlo dire: «Padre, questo è il mio Corpo; questo è il mio Sangue. Vengono separati l’uno dall’altro come l’umanità è stata separata da te. Ecco la consacrazione della mia croce».

Ciò che accadde quel giorno sulla croce avviene ora nella Messa, con questa differenza: sulla croce il Salvatore era solo, nella Messa è insieme a noi. Nostro Signore ora è in Cielo alla destra del Padre, intercedendo per noi. Pertanto, non può tornare a soffrire nella sua natura umana. Allora come può la Messa ri-presentare il Calvario? Come può Cristo rinnovare la croce?

Egli non può soffrire più nella sua natura umana, che gode la beatitudine celeste, ma può soffrire nelle nostre nature umane. Non può rinnovare il Calvario nel suo Corpo fisico, ma può farlo nel suo Corpo mistico, la Chiesa. Il sacrificio della croce può essere ri-presentato, purché gli offriamo il nostro corpo e il nostro sangue e lo facciamo in maniera così completa che, a sua volta, Egli può offrire nuovamente sé stesso al Padre celeste per la redenzione del suo Corpo mistico, la Chiesa.

Cristo va per il mondo a radunare altre nature umane desiderose di essere altrettanti Cristi. Affinché i nostri sacrifici, i nostri dolori, i nostri Golgota, le nostre crocifissioni non restino isolati, disgiunti e scollegati, la Chiesa li raduna, li raccoglie, li unifica, li fonde, li ammassa, e l’insieme di tutti i sacrifici delle nostre singole nature umane nella Messa viene unito al grande sacrificio di Cristo sulla croce.

Quando partecipiamo alla Messa non siamo meri individui della Terra o solitarie unità, ma parti viventi di un grande ordine spirituale in cui l’Infinito penetra e avvolge il finito, l’Eterno fa irruzione nel temporale e lo Spirituale si riveste degli abiti della materia. Non c’è nulla di più solenne sulla faccia della terra dell’istante sbalorditivo della Consacrazione; infatti, la Messa non è una preghiera né un inno o qualcosa da dire, è un’azione divina con cui entriamo in contatto in un dato momento del tempo. (…)

Quindi la Messa è il collegamento tra noi e il sacrificio del Calvario sotto le specie del pane e del vino: noi siamo sull’altare sotto le specie del pane e del vino, poiché entrambi alimentano la vita; pertanto, offrendo ciò che ci dà vita, simbolicamente offriamo noi stessi. Inoltre, il grano deve «soffrire» per diventare pane, gli acini d’uva devono passare attraverso il torchio per diventare vino. Ecco perché entrambi rappresentano i cristiani, chiamati a soffrire con Cristo per regnare insieme a lui.

Durante la Messa, man mano che si avvicina la consacrazione è come se il Signore ci dicesse: «Tu, Maria; tu, Giovanni; tu, Pietro; e tu, Andrea, tutti voi, donatemi il vostro corpo e il vostro sangue. Donatemi tutto il vostro essere! Io non posso più soffrire, sono passato attraverso la mia croce, ho sofferto tutto quel che potevo nel mio corpo fisico, ma non le sofferenze che mancano al mio Corpo mistico, in cui siete voi. La Messa è il momento in cui ciascuno di voi può adempiere letteralmente la mia esortazione: “Prendete la vostra croce e seguitemi”». Sulla croce Nostro Signore guardava a voi, sperando che un giorno gli avreste donato voi stessi nel momento della consacrazione. Oggi, nella Messa, si compie l’auspicio di Nostro Signore. Quando partecipate alla Messa, Egli vi aspetta perché gli doniate voi stessi.

Allora, quando giunge il momento della consacrazione, il sacerdote, obbedendo alle parole del Signore, «Fate questo in memoria di me», prende il pane nelle sue mani e dice: «Questo è il mio Corpo»; e poi dice sul calice del vino: «Questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza». Non consacra insieme il pane e il vino, ma separatamente. La consacrazione distinta del pane e del vino è una rappresentazione simbolica della separazione del sangue dal corpo e poiché la crocifissione implica quel mistero, il Calvario viene rinnovato sul nostro altare. Ma, come abbiamo detto, Cristo non è da solo sull’altare; noi siamo con lui. Dunque, le parole della consacrazione hanno un duplice senso; il primo significato è: «Questo è il Corpo di Cristo; questo è il Sangue di Cristo»; mentre il secondo è: «Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue».

Ecco lo scopo della vita! Redimere noi stessi in unione a Cristo; applicare alle nostre anime i suoi meriti, imitandolo in tutto, anche nella sua morte sulla croce. Egli è passato attraverso la sua consacrazione sulla croce, così che noi possiamo passare attraverso la nostra nella Messa.

Al mondo non c’è nulla di più tragico del dolore sprecato. Pensate a quanta sofferenza c’è negli ospedali, tra i poveri e nel lutto. Pensate anche a quanta sofferenza viene sprecata! Quante di queste anime sole, sofferenti, abbandonate, crocifisse stanno dicendo al Signore, nell’istante della consacrazione: «Questo è il mio corpo, prendilo». Eppure, è ciò che tutti noi dovremmo dire in quel momento:

“Offro me stesso a Dio. Ecco il mio corpo. Prendilo. Ecco il mio sangue. Prendilo. Ecco la mia anima, la mia volontà, la mia energia, la mia forza, i miei beni, la mia ricchezza, tutto quello che ho. È tuo. Prendilo! Consacralo! Offrilo! Offrilo con te stesso al Padre celeste, affinché Lui, guardando a questo grande sacrificio, possa vedere solo te, il suo Figlio diletto, in cui si è compiaciuto. Trasforma l’umile pane della mia esistenza nella tua vita divina; ravviva il vino della mia vita vuota nel tuo Spirito divino; unisci il mio cuore spezzato al tuo cuore; trasforma la mia croce in un crocifisso. Non lasciare che il mio abbandono, il mio dolore e il mio lutto vadano sprecati. Raccogli i frammenti e come la goccia d’acqua è mescolata al vino nell’offertorio della Messa, lascia che la mia vita si mescoli alla tua; lascia che la mia piccola croce si intrecci alla tua grande croce, affinché io possa conquistare le gioie della felicità eterna unito a te. Consacra le tribolazioni della mia vita, che se non fossero unite a te resterebbero senza ricompensa; transustanziami perché, come il pane che ora si trasforma nel tuo Corpo, e il vino che si trasforma nel tuo Sangue, anch’io possa diventare interamente tuo. Non importa che rimangano le apparenze o che, come il pane e il vino, io appaia lo stesso di prima agli occhi terreni. Il mio ruolo nella vita, i miei doveri ordinari, il mio lavoro, la mia famiglia, non sono altro che le specie della mia esistenza, che possono rimanere immutate; ma la sostanza della mia vita, la mia anima, il mio intelletto, la mia volontà, il mio cuore, transustanziali, trasformali interamente al tuo servizio perché, attraverso di me, tutti possano conoscere quanto è dolce l’amore di Cristo. Amen.”

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

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“FULTON SHEEN? SEMBRA UN VAMPIRO! NON SONO INTERESSATA ALLE PAROLE DI QUESTO PRETE ORRIBILE” La madre del bambino miracolato grazie all’intercessione di Fulton

La madre del bambino miracolato grazie all’intercessione di Fulton:

“Essendo cresciuta nell’Illinois centrale, avevo sentito nominare il Vescovo Sheen, il più delle volte dai miei nonni. La prima volta che lo vidi, però, mi trovavo nel salotto dei miei genitori durante le vacanze estive, mentre ero all’Università. Stavo saltando da un programma all’altro in TV quando per un attimo mi soffermai a guardare un canale cattolico e fui colpita dallo sguardo penetrante di un uomo i cui occhi parevano fissarmi direttamente dallo schermo. “Chi è quello?” chiesi a mia madre, mentre attraversava la stanza. “Quello è il Vescovo Sheen. Viene da queste parti. È nato a El Paso, mi pare”, mi rispose lei. I suoi occhi scuri mi fissavano mentre la sua mano afferrava il bordo del lungo mantello facendolo svolazzare per coprirsi fin davanti sul petto. Le sue guance erano incavate, il suo volto era magro, trasmetteva una vera passione per qualcosa. “Sembra un vampiro”, risposi storcendo la bocca. Mia madre ridacchiò senza smettere di trafficare nella stanza. Scossi la testa e cambiai canale. Non ero interessata a cosa avesse da dire su Dio questo prete orribile. Non potevo immaginare minimamente che, dieci anni più tardi, dopo un travaglio e un parto bello e tranquillo, sarei stata in ginocchio sul pavimento della mia camera da letto reggendo un neonato che avrebbe portato il nome del Vescovo Sheen, né che avrei visto mio marito che, con gli occhi pieni di lacrime, osservava il nostro bimbo muto e cianotico. Allora non potevo sapere che la persona che avevo disprezzato da studentessa universitaria sarebbe stata la stessa che avrebbe accompagnato me e la mia famiglia nei più lunghi e difficili momenti della nostra vita.”

61 MINUTI PER UN MIRACOLO: FULTON SHEEN E LA VERA STORIA DI UN FATTO INCREDIBILE!

61 minuti per ottenere un miracolo indiscutibile attraverso l’intercessione dell’Arcivescovo Fulton Sheen. È questo il miracolo approvato da Papa Francesco, nel luglio del 2019, per la beatificazione la cui data è ancora da definire.

La fede e la preghiera di questa famiglia ha ridonato il respiro al loro figlio nato morto. È un fatto incredibile raccontato con la semplicità di una mamma che ha vissuto in prima persona il miracolo: James era nato morto e ha cominciato a respirare dopo 61 minuti.

Però il miracolo più grande non è il ritorno alla vita. Ciò che stupisce tutti, specialmente i medici e gli scienziati, è il fatto che il cervello di James non ha subito nessun danno dopo non aver ricevuto ossigeno per più di un’ora. Oggi James è un ragazzo normale senza nessuna difficoltà motoria o psicologica.

Questo libro racconta tutta questa meravigliosa vicenda. È un racconto semplice, colloquiale che arriva diritto al cuore del lettore. Non puoi leggere questa storia senza lasciarti coinvolgere dal dolore di una mamma che ha visto un figlio nascere senza respiro. Il suo modo di raccontare ci rende partecipi del suo dolore ma anche della sua gioia ad avere accanto il suo figlio che aveva perso. Alla fine di questo racconto non ti rimane altro che dire: il Signore è grande. Sì il Signore è grande e compie meraviglie fino ad oggi.

“Il racconto contenuto in questo libro si riferisce a un miracolo di proporzioni quasi bibliche. È anche la storia della fede di una famiglia, del potere della preghiera e il frutto dell’abbandono totale a Dio. Siccome con Dio niente succede per caso, io credo nella natura provvidenziale di questo racconto accaduto nella città di Fulton Sheen, tra le guglie della sua parrocchia cattedrale. Mi sento onorato di essere il vescovo incaricato dalla Chiesa per indagare sulle virtù eroiche di Sheen. Mi sento pieno di meraviglia per il privilegio di aver presieduto il tribunale diocesano che indagò su questo miracolo accertato. Soltanto Dio fa i miracoli. Soltanto la Chiesa può confermare un miracolo. Soltanto Dio fa i santi secondo i suoi tempi. Fulton Sheen, aiutaci!”

(Il Reverendissimo Daniel R. Jenky, CSC Vescovo di Peoria, Presidente della Fondazione dell’Arcivescovo Fulton John Sheen)

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LA CHIESA È NEMICA DEL SESSO? NO! “Non c’è maggiore sciocchezza di quella che afferma che la Chiesa si oppone al sesso”

A differenza dell’estremo freudianesimo, il cristianesimo non è così meschino da fare del sesso l’istinto più importante della vita o da attribuire alla sola repressione sessuale i disordini psichici. Se la repressione dei più brutali istinti del sesso è l’unica causa delle anomalie mentali, come mai quelli che si abbandonano alla licenza carnale sono i più anormali degli uomini mentre quelli che credono nella religione e nella morale sono perfettamente normali? Con una visione più comprensiva e più sana della vita, il cristianesimo scopre non la causa, ma le cause dei disturbi psichici. Oltre al sesso, il cristianesimo indica altre sei possibili cause: superbia, avidità, collera, invidia, gola e accidia. (…)

Non c’è maggiore sciocchezza di quella che afferma che la Chiesa si oppone al sesso. Non vi si oppone più di quanto si opponga alla necessità di consumare un pranzo, di andare a scuola, di possedere una casa. La natura non è corrotta. Come dice Aristotele, “la natura non mente mai”. È il falso uso che l’uomo fa della natura che oscura la faccia del mondo.

La Chiesa non ritiene che il sesso sia l’unico istinto dell’uomo o che tutti gli altri istinti debbano essere interpretati in termini di sesso. Ma, profondamente comprensiva della natura umana, essa insegna che l’aspirazione alla perfezione è fondamentale e che il sesso è soltanto un mezzo, dei tre menzionati, per conseguire una relativa perfezione nella vita terrena.

Dove dunque i fanatici del sesso hanno pescato l’idea che la Chiesa sia nemica del sesso? Nella loro stessa incapacità a fare una distinzione: la distinzione tra uso e abuso. Siccome la Chiesa condanna l’abuso della natura, i fanatici del sesso credono che la Chiesa condanni la natura stessa. Il che è un errore. Lungi dal diminuire il valore del corpo umano, la Chiesa lo onora. È senza dubbio più nobile dire, col cristiano, che il corpo è un tempio di Dio, che dire, con alcuni spiriti moderni, che l’uomo è soltanto una bestia.

Bene ci avvertì Clemente di Alessandria: “Non bisognerebbe vergognarsi di nominare ciò che Dio non si vergognò di creare”. Non è peccato fare un giusto uso della carne; anche senza la caduta dell’uomo, la sua immagine si sarebbe tramandata con la procreazione. E San Tommaso ci insegna che c’era maggior piacere nel matrimonio prima della caduta di quanto ce ne sia adesso, per la maggiore pace e armonia che regnavano nell’anima umana. Sant’Agostino ha detto: “Faremmo torto al Creatore se imputassimo a lui i vizi della nostra carne; la carne non è peccato, ma è male lasciare il Creatore per vivere secondo questo bene da Lui creato”.

Vero è che la Chiesa parla di peccato nell’ambito del sesso, come parla di peccato nell’ambito della proprietà o in quello dell’amor proprio. Ma il peccato non è nell’istinto o nella passione, perché i nostri istinti e le nostre passioni ci sono dati da Dio. Il peccato è nella loro degenerazione. Non è nella fame, ma nell’ingordigia. Non nella ricerca della sicurezza economica, ma nell’avarizia. Non nel bere, ma nell’ubriacarsi. Non nella ricreazione, ma nella pigrizia. Non nell’amore o nell’uso della carne, ma nella lussuria che ne è la perversione. (…)

L’abuso di una sola delle attività vitali produce l’anormalità, in quanto l’uomo si spoglia di ogni interesse per le altre attività. Il che è particolarmente vero quando la preoccupazione delle cose carnali è eccessiva, che finisce col trasformare in psichico ciò che è fisico, riportando tutto a un unico istinto.

In altri tempi il sesso era un elemento fisico; la sua funzione era di generare nuove vite. Oggi, siccome spesso si oppone alla vita, è diventato anche un elemento psichico. Si pensa al sesso come a un mezzo di piacere, tanto da farne un’ossessione. Come un cantante potrebbe impazzire se attribuisse più importanza al suo torace che alla sua voce, e un direttore d’orchestra potrebbe diventare nevrotico se concentrasse tutta la sua attenzione sulla bacchetta invece che sullo spartito, così l’uomo moderno può impazzire se si mette a pensare al sesso invece che alla vita.

È l’isolamento del fattore sesso dalla totalità della vita umana, l’abitudine di identificarlo con la passione che potrebbe provare un elefante, l’ignoranza della tensione tra corpo e anima, ciò che genera tante anormalità e malattie mentali. L’errato isolamento di una parte dal tutto è caratteristico del pensiero contemporaneo. La vita dell’uomo è, al giorno d’oggi, frammentata in compartimenti stagni. Il lavoro di un uomo d’affari non ha alcun rapporto con la sua vita di famiglia: sua moglie (la sua “mogliettina”) ignora quanto lui guadagni. Come non c’è rapporto tra la professione di un uomo e gli altri aspetti della sua esistenza quotidiana, così non ce n’è tra la sua vita quotidiana e la sua religione. La frammentarietà della vita in compartimenti stagni è tanto più pericolosa quanto meno le sue occupazioni e il lavoro sono subordinati a un ideale rigorosamente umano: la meccanizzazione rappresenta in tutto questo una parte catastrofica. Dalla meccanizzazione e dalla tendenza alla super specializzazione derivano gravi conseguenze alla vita moderna. Questi due fenomeni della nostra epoca sono entrambi collegati col costume analitico dello spirito, costume imposto dalla moda di un procedimento egemonicamente scientifico nel mondo intellettuale. Non c’è cosa che l’uomo moderno non consideri isolatamente, perché questo metodo è il legittimo procedimento della scienza. Ma ci sono campi nei quali lo studio dell’unità strappata dal suo insieme non è più possibile. Lo studio stesso della vita ha cominciato a soffrire l’uso eccessivo dell’analisi. (…)

L’attrazione del sesso non è mai, in nessun momento, puro istinto. Fin dalla sua origine il desiderio è compenetrato dallo spirito e non è mai un’esperienza isolata: produce una reazione tanto psichica che fisica. Come gli idealisti, che negano l’esistenza della materia, peccano contro la carne, così i sensuali e gli adoratori della carne peccano contro lo spirito. Ma il rivelare l’uno o l’altro aspetto è lo stesso che invitare alla rivincita.

“Il nostro corpo fa parte dell’ordine universale creato e conservato da Dio. Visto nella sua giusta luce, è di per sé un ben definito universo a noi affidato come una limitata ma sacra proprietà. Il peccato più grave è quello che commettiamo contro noi stessi e specialmente contro il nostro corpo. L’offesa contro il nostro corpo implica un peccato contro il Creatore”.

L’istinto sessuale del maiale e l’amore dell’uomo non sono la stessa cosa, perché l’amore si trova nella volontà, non nelle ghiandole; e il maiale non ha volontà. Il desiderio sessuale dell’uomo differisce dalla sessualità di un serpente in quanto promette qualche cosa che non può del tutto soddisfare. Infatti lo spirito anticipa qualche cosa, il che non avviene nel serpente: l’uomo desidera sempre più di quello che ha. Per il solo fatto che né la smania di conoscenza, né la sete di amore, né l’avidità di beni terreni possono mai essere interamente appagate su questa terra, è lecito arguire che l’uomo sia stato creato per qualche altro fine. (…)

La vergogna (che esiste solo nell’uomo) è l’istinto che più di tutti gli altri sottintende l’esistenza dell’anima. La vergogna stende un velo sul più profondo mistero della vita e lo preserva da un uso impaziente, tenendolo in scacco finché non possa servire interamente alla vita e soddisfare quindi tanto l’anima quanto il corpo. L’uomo non proverebbe vergogna se non sentisse che il corpo ha una sua particolare santità, non solo per il suo potere di continuare l’atto creativo di Dio, ma anche per la sua possibilità di diventare un vero Tempio di Dio.

L’uomo cerca l’assoluto, cioè la perfetta felicità. Servirsi del sesso in sostituzione dell’assoluto è un vano tentativo di trasformare la copia in originale, l’ombra in sostanza, il condizionato in assoluto. Gli infiniti desideri di un’anima non possono essere soddisfatti dalla sola carne. Ricordiamo che l’amore non è nell’istinto ma nella volontà. Se l’amore fosse una funzione totalmente organica, se non fosse più importante di qualsiasi altra funzione fisica, come per esempio la respirazione e la digestione, non sarebbe a volte accompagnato da un senso di disgusto. Ma il grande amore è molto più di tutto questo: non è l’eco della fantasia inibita del bambino, come qualcuno vorrebbe farci credere.

Ogni anima avverte un’irrequietezza, un’aspirazione, un vuoto, un desiderio che è il ricordo di qualche cosa che è stata perduta: il nostro Paradiso. Siamo tutti altrettanti sovrani in esilio. Questo vuoto può essere colmato soltanto dal Divino Amore. Perduto Dio (o essendone stato privato dai falsi predicatori e dai ciarlatani fanatici del sesso) l’uomo tenta di colmare il vuoto con promiscue “faccende amorose”. Ma l’amore, sia umano che divino, si allontanerà da colui che lo ritiene meramente fisiologico; solo chi vive una vita nobile può amare nobilmente.

È sbagliato affermare che il profondo amore spirituale dei santi per Dio è una sublimazione dell’istinto sessuale, come sostengono alcuni spiriti pervertiti. L’affermazione che la religione ha avuto la sua origine nell’istinto sessuale è quasi troppo stupida per essere confutata, poiché le più grandi personalità religiose della storia sono sempre state quanto mai lontane dal sesso. Quanto più una persona vive alla presenza di Dio, tanto più e meglio reagirà contro l’uso sbagliato del sesso, e sarà una reazione automatica come il vibrare delle palpebre quando nell’occhio penetra un granello di polvere.

D’altra parte, i fanatici del sesso non sono soltanto areligiosi, ma generalmente anche antireligiosi. È strano sentirli sostenere la necessità di ripudiare la morale cristiana e di sviluppare una nuova etica che si convenga alla immorale condotta di quella esigua minoranza da essi registrata. Se dalle statistiche risulta che 5.000 persone vivono in funzione della carne, essi ne deducono che l’ideale di queste persone deve diventare l’ideale universale. Altrettanti casi di tetano possono registrarsi negli Stati Uniti, il che tuttavia non basterebbe a stabilire che le persone colpite da tetano sono altrettanti modelli di salute fisica. I peccati non diventano virtù solo perché compiuti su vasta scala. Il bene è ancora bene anche se nessuno è buono; e il male è ancora male anche se tutti sono malvagi.

Alcuni hanno sostenuto che le deviazioni sessuali sono comuni come il raffreddore; ma nessuno, a tutt’oggi, ritiene che il raffreddore sia un’affezione normale e desiderabile. Dal lato positivo, la morale cristiana stabilisce che l’istinto sessuale è il riflesso dell’amore nell’ordine spirituale. Prima viene il sole, poi il suo riflesso nella pozza d’acqua. La voce non è una sublimazione dell’istinto carnale. Ogni amore, ogni perfezione, ogni felicità è prima di tutto in Dio, poi nelle cose. Più le creature – come angeli e santi – si avvicinano a Dio e più sono felici: più se ne allontanano, meno possono rivelare l’opera della divinità.

Poiché la violenza della sessualità è dovuta all’oblio della vera natura dell’uomo come corpo e spirito, ne consegue che la liberazione dalle ansie, tensioni e infelicità (create dall’identificare l’uomo con la bestia) dipende dal ripristino del significato dell’amore. L’amore sottintende la carne; ma la sessualità, intesa come istinto animale, non sottintende l’amore. L’amore umano sottintende sempre il Perfetto Amore.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

LA RICERCA DELL’AMORE: IN CIELO NOI CATTUREREMO L’ETERNO AMORE! “È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno…Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri”

In ogni cuore c’è una lotta tra romanticismo e matrimonio, tra fidanzamento e unione, tra inseguimento e cattura. L’amore terreno che è soltanto ricerca è incompleto; l’amore che è soltanto conseguimento è inerte. L’amore che si limita al possesso assorbe e distrugge l’essere amato; quello che si limita al desiderio è una forza inutile che si estingue come una stella senza vita. Quando mancano la ricerca o la soddisfazione da soddisfare, si genera il mistero e, a volte, la pena dell’amore. Come semplice perseguimento, l’amore è la morte per fame; come sola soddisfazione è la morte per sazietà e per il suo stesso “troppo”.

Se l’amore non potesse elevarsi al di sopra della terra, oscillerebbe, come il pendolo di un orologio, tra inseguimento e cattura, cattura e inseguimento, all’infinito. Ma i nostri cuori aspirano a qualche cosa di più. Noi vogliamo sfuggire a questo stancante e incessante inseguimento: non desideriamo, in amore, emulare il cacciatore che si dà alla ricerca di una nuova preda solo perché ha già ucciso la vecchia. E il modo di sfuggire esiste.

Esso si trova in quel momento eterno che combina insieme la ricerca e il ritrovamento. In Cielo noi cattureremo l’Eterno Amore; ma a sondarne la profondità un inseguimento infinito non sarà sufficiente. È l’Amore nel quale finalmente ritroviamo e in pari tempo perdiamo noi stessi, e sarà eternamente uguale. Qui la tensione tra romanticismo e matrimonio si concilia in un eterno istante di gioia, un istante che per l’intensità della gioia spezzerebbe il cuore se quell’Amore non fosse vita.

Non aver sete sarebbe inumano, aver sempre sete sarebbe una sofferenza; ma bere e aver sete nello stesso eterno momento significa innalzarsi alla più alta beatitudine dell’Amore. Questo è l’Amore “di cui avvertiamo la mancanza in ogni altro amore, la Bellezza che fa apparire qualsiasi altra bellezza dolore… il non posseduto che rende vano il possesso”.

Per avvicinarci quanto più è possibile, con la nostra immaginazione, a una simile esperienza dobbiamo metterci a pensare al momento della più felice estasi della nostra vita e raffigurarcelo quindi eternato. Questa specie di amore sarebbe ineffabile e senza parole; non può esserci espressione adeguata alla sua estasi. Perciò l’Amore Divino viene chiamato Spirito Santo, Santo Anelito. (…)

Per comporre il perfetto amore servono non due ma tre personalità, sia nella carne (marito, moglie e figlio), sia nello spirito (amante, amata e amore), sia nella Divina Natura (Padre, Figlio e Spirito Santo). Il sesso è dualità, l’Amore è sempre uno e trino. È di questo Perfetto Amore che tutti i cuori dell’universo hanno bisogno. Alcuni non lo immaginano neppure, perché non hanno mai aperto le imposte del loro cupo cuore per lasciarvi entrare la luce di Dio; altri sono stati privati della speranza da coloro che non possono pensare all’amore in altri termini che non siano quelli del contatto tra due scimmie; altri ancora se ne ritraggono, scioccamente timorosi di perdere, nelle fiamme dell’Amore Divino, la brace moribonda dei loro pervertiti desideri. Ma altri vedono che, come la lama argentea nelle acque di un lago è il riflesso della luna, così l’amore umano è solo il riflesso attenuato del Cuore Divino.

Solo in Dio è la consumazione di tutti i desideri. Alla donna accanto al pozzo, che aveva avuto cinque mariti e viveva con un tale al quale non era sposata, Nostro Signore disse: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete” (Gv 4,13). Non ci sono pozzi umani tanto profondi da poter estinguere la sete insaziabile dell’anima umana. Ma questo desiderio può essere soddisfatto. “Ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,13-14). La religione nobilita l’amore, e coloro che tolgono Dio all’uomo pervertono la natura dell’uomo. Solo una religione divina può proteggere lo spirito dagli assalti della materia o impedire all’animale che è in noi di conquistare lo spirito, rendendo l’uomo più brutale del bruto.

Come la vita cambia significato quando noi vediamo l’amore della carne come un riflesso della Luce Eterna attraverso il prisma del tempo! Coloro che vorrebbero separare il suono umano da quello dell’arpa celeste non possono avere musica; coloro che credono che l’amore sia solo un anelito del corpo si accorgeranno ben presto che l’amore ha emesso il suo ultimo anelito e che essi hanno fatto un contratto con la morte. Ma coloro che vedono in ogni bellezza terrena una debole copia dello splendore divino, coloro che vedono nella fedeltà a ogni voto la prova che Dio ci ama nonostante non siamo degni di essere amati, coloro che, di fronte ai loro affanni, vedono che l’Amore di Dio andò a finire su una Croce, coloro che permettono al fiume della loro estasi di traboccare dai canali della preghiera e dell’adorazione, costoro impareranno, anche sulla terra, che l’Amore fu fatto carne e abitò tra noi. Così l’Amore diventa un’ascensione verso il giorno beato in cui le illimitate profondità delle anime nostre saranno colmate dal dono infinito, in un’eternità dove l’amore è l’eternità della vita e Dio è Amore.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA: “Maria, che è la Madre dell’Eucaristia, sfugge alla decomposizione della morte…Per sua natura, l’Amore è un’Ascensione in Cristo e un’Assunzione in Maria”

Nel 1854 la Chiesa ha parlato dell’anima nell’Immacolata Concezione. Nel 1950 tratta del corpo: il Corpo Mistico, l’Eucarestia, l’Assunzione. Con abili tocchi dogmatici, la Chiesa va ripetendo a una nuova età pagana la verità espressa da Paolo: “I vostri corpi sono del Signore”. Non c’è nulla nel corpo che possa dare origine alla disperazione. L’uomo è connesso col nulla, come insegnano i filosofi del decadentismo, ma solo nella sua origine, non nel suo destino. Questi filosofi considerano il nulla la fine; la Chiesa lo considera l’inizio, perché l’uomo fu creato ex nihilo.

L’uomo moderno si volge al nulla attraverso la disperazione; il cristiano conosce il nulla soltanto attraverso l’autonegazione, che è umiltà. Quanto più il pagano “annulla” se stesso, tanto più si avvicina all’inferno della disperazione e al suicidio. Quanto più il cristiano “annulla” se stesso, tanto più si avvicina a Dio. Maria discese così profondamente nel nulla, che venne esaltata. “Respexit humilitatem ancillae suae”. E la sua esaltazione fu anche la sua Assunzione. (…)

Da un punto di vista filosofico, la Dottrina dell’Assunzione combatte la filosofia di Eros-Thanatos traendo l’umanità dalle tenebre del sesso e della morte alla luce dell’Amore e della Vita.

L’Assunzione non afferma il Sesso, ma l’Amore. San Tommaso d’Aquino, nella sua indagine sugli effetti dell’Amore, menziona l’estasi come uno di questi. Nell’estasi “si è sollevati fuori dal proprio corpo”.

Il fenomeno Spirituale della levitazione è dovuto a un così intenso Amore di Dio che i Santi vengono letteralmente sollevati da terra. L’ Amore, come il fuoco, brucia, perché è fondamentalmente desiderio. Cerca di unirsi sempre di più all’oggetto amato.

La nostra esperienza sensibile ci ha resi edotti della legge di gravitazione terrestre che attira verso la terra i corpi materiali. Ma oltre alla legge di gravitazione terrestre, vi è una legge di gravitazione Spirituale, che aumenta man mano che ci avviciniamo a Dio. Questa attrazione esercitata sui nostri cuori dallo Spirito di Dio è sempre presente, e solo le nostre volontà ribelli e la debolezza dei nostri corpi, conseguenza del peccato, ci tengono avvinti alla terra. Certe anime diventano insofferenti della restrizione del corpo; San Paolo chiede di essere liberato dalla prigione del corpo.

Se Dio esercita una forza di attrazione su tutte le anime, dato l’intenso Amore discendente di Nostro Signore Gesù per Maria, la Sua Madre Benedetta, e dato l’intenso Amore ascendente di Maria per il Suo Signore, si può ben sospettare che a questo stadio l’Amore fosse tanto grande da “trarre a sé il corpo”.

Data poi l’immunità dal peccato originale, nel Corpo della Madonna non c’era la dicotomia, né la tensione, né l’opposizione che esiste in noi tra anima e corpo. Se la luna, pur così distante, produce tutte le alte maree del nostro mondo, allora l’Amore di Maria per Gesù e quello di Gesù per Maria ben possono aver prodotto un’estasi tale da “sollevarla al di sopra di questo mondo”.

Per sua natura, l’Amore è un’Ascensione in Cristo e un’Assunzione in Maria (…)

Una cosa è certa: è facile credere nell’Assunzione se si ama profondamente Dio, ma è difficile credervi se non Lo si ama (…)

L’Assunzione non è l’uccisione di Eros, ma la trasfigurazione di Eros per mezzo di Agape. Essa non sta a dire che l’amore del corpo è da condannare, ma afferma anzi che esso può essere così giusto, quando tende verso Dio, da accrescere la bellezza stessa del corpo (…)

Con un tratto della sua infallibile penna dogmatica, la Chiesa libera la santità dell’amore dai vincoli del sesso, senza negare il compito del corpo nell’amore. Qui è un corpo solo che riflette nelle sue innumerevoli tinte l’Amore creativo di Dio.

A un mondo che adora il corpo, la Chiesa ora dice:

“Vi sono due corpi in Cielo: uno è la natura umana glorificata di Gesù, l’altro la natura umana assunta di Maria. L’ Amore è il segreto dell’Ascensione dell’uno e dell’Assunzione dell’altra, perché l’Amore brama l’unione con l’Amato. Il Figlio ritorna al Padre nell’unità della Natura Divina; e Maria ritorna a Gesù nell’unità della natura umana. Il volo nuziale di lei è l’evento verso cui muove tutta la nostra generazione” (…)

“Maria, che è la Madre dell’Eucaristia, sfugge alla decomposizione della morte”

Attraverso le porte di Maria l’eternità si fece giovane e ci apparve nelle sembianze di un Bambino; attraverso lei, come attraverso un altro Mosè, non già le Tavole della Legge, ma il Logos venne dato e scritto sul cuore stesso di lei; attraverso lei, non già una manna, che gli uomini mangiano e di cui muoiono, ma l’Eucarestia discende, che agli uomini che la mangiano impedisce di morire.

Ma se coloro che si comunicano col Pane della Vita non moriranno mai, che cosa diremo allora di colei che fu il primo ciborio vivente di questa Eucarestia, e che nel giorno di Natale la offrì sulla sacra mensa di Betlemme per dire ai Magi e ai pastori: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo?”.

Lei, il giardino in cui sono cresciuti il giglio dell’innocenza divina e la rosa rossa della passione della redenzione, potrebbe mai essere abbandonata alle erbacce e trascurata dal Giardiniere del Cielo? Una sola Comunione conservata in stato di grazia nel corso della vita non può forse assicurare l’immortalità? E allora lei, nel cui seno vennero celebrate le nozze dell’eternità col tempo, non partecipa forse più dell’eternità che del tempo? Perché portò Lui per nove mesi in seno, si realizzò in lei, sia pure in maniera diversa, la legge della vita: “Saranno due in una carne sola”.

A nessun adulto farebbe piacere che la casa nella quale è cresciuto, anche se ora non abitasse più nessuno in essa, fosse soggetta alla distruzione violenta di una bomba e l’Onnipotente che dimorò in Maria non consentirebbe che la sua casa di carne fosse soggetta alla dissoluzione della tomba. Se gli adulti quando raggiungono la pienezza della vita amano ritornare alla casa nella quale sono nati, e diventano sempre più consapevoli di ciò di cui sono debitori alle proprie madri, allora perché mai la Vita Divina non sarebbe dovuta tornare indietro per cercare la sua culla vivente e portarsi in cielo quel “paradiso cinto di carne” in modo che potesse venire coltivato dal nuovo Adamo?

In questa dottrina dell’Assunzione, la Chiesa affronta in un’altra maniera ancora la disperazione del mondo affermando la bellezza della vita contro la morte. Quando guerre, sesso e peccato moltiplicano le discordie tra gli uomini, e la morte sta da ogni parte in agguato, la Chiesa c’invita a innalzare i nostri pensieri al livello di quella vita che è nutrita dalla immortalità della Vita. Feuerbach disse che l’uomo è ciò che mangia. Aveva più ragione di quanto lui stesso presumesse. Mangiate il cibo della terra, e morirete; mangiate l’Eucarestia, e vivrete in eterno. Maria, che è la Madre dell’Eucarestia, sfugge alla decomposizione della morte.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

IL MASSIMO ATTO DI UMILTÀ E L’UMILIAZIONE PIÙ GRANDE CHE IL MONDO ABBIA MAI CONOSCIUTO: “Pensate a Dio che diventa uomo!”

Avete mai pensato al massimo atto di umiltà che il mondo abbia mai conosciuto? Per comprendere ciò sarà utile ricorrere a un’analogia.

Supponete di essere contristati per il modo in cui sono trattati i cani, picchiati dai passanti, ridotti alla fame e scacciati dalla compagnia dell’uomo. Supponete inoltre che, per insegnare all’umanità ad amare i cani, vi spogliate del vostro corpo e mettiate la vostra anima nel corpo di un cane. Ciò significherebbe che dentro un organismo canino ci sarebbe un intelletto capace di conoscere Dio e una volontà capace di amarlo. Supponete che, nell’assumere la forma e le abitudini di un cane, abbiate deciso di non trascendere mai i limiti di quell’organismo animale. Pur avendo una mente capace di discernere l’infinito, voi non parlereste mai, non articolereste una parola: vi limitereste ad abbaiare. Pur essendo un artista, non prendereste mai un pennello per dipingere.

In secondo luogo, supponete di unirvi unicamente alla compagnia di altri cani, vivendo come loro in uno sforzo volto a tentare di aiutarli in virtù della vostra intelligenza superiore. Questo sì che sarebbe un atto di umiltà e di umiliazione, tanto più se voi consegnaste la vostra vita al fine di difendere quegli animali di cui avete sposato la natura per salvarli!

Questo non ci dà che una debole idea di qualcosa che realmente è successo. Pensate a Dio che diventa uomo! Pensate che Egli ha preso in primo luogo una natura umana simile alla nostra in tutto fuorché nel peccato. Così facendo si è sottoposto a due limitazioni. Sebbene fosse il Verbo, ha voluto esprimersi con parole comuni; sebbene avesse una mente che abbracciava l’eternità, ha scelto di comunicare mediante un linguaggio modesto che gli intelletti umani potevano capire. Pensate inoltre che, per aver assunto forma umana, Egli non solo non ha voluto sottrarsi alla compagnia degli altri uomini, ma si è fatto vittima della loro incomprensione, dei loro scherni e delle loro crudeltà. Quella fu davvero un’umiliazione!

Se voi infatti pensate che per uno spirito umano sarebbe umiliante entrare nell’organismo di un animale, che cosa pensate che sia, per un Dio infinito abbassarsi ad assumere una forma umana? Eppure, così è realmente avvenuto, e questo è il significato del Bambino nella mangiatoia di Betlemme.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

PROFEZIE DI FULTON SHEEN SUI NOSTRI TEMPI: “L’Anticristo immagina il nuovo Stato socialista in cui lui e i suoi seguaci organizzeranno ogni cosa…Il prossimo conflitto avverrà tra Religione di Dio e Religione di Stato, tra Cristo e Anticristo” LA PASSIONE DELLA CHIESA SARÀ SOTTO IL POTERE DELLO STATO TOTALITARIO

“Il prossimo conflitto avverrà tra Religione di Dio e Religione di Stato, tra Cristo e Anticristo: quest’ultimo travestito da capo politico”

Mai prima d’ora nella storia umana il potere spirituale è stato così indifeso contro il potere politico; mai prima d’ora il potere politico ha usurpato in tanta misura il potere spirituale. Fu Gesù Cristo a patire sotto Ponzio Pilato; non fu Ponzio Pilato a patire sotto Gesù Cristo. Oggi, il vero pericolo non è la religione nella politica, ma la politica nella religione.

Per la prima volta nella storia del Cristianesimo, la politica, che iniziò con il dividersi dalla morale e dalla religione, ha capito che l’uomo non può vivere di solo pane, così ha tentato di catturare l’anima, attraverso ciascuna delle parole uscite dalla bocca di un Dittatore.

Per la prima volta nella civiltà occidentale Cristiana il regno dell’Anticristo ha acquistato forma politica e sostanza sociale, sovrastando e combattendo il Cristianesimo nella propria essenza di Anti-chiesa: con i propri dogmi, le proprie scritture, la propria infallibilità, la propria gerarchia, il proprio capo visibile, i propri missionari, e il proprio capo invisibile, troppo terribile perché se ne pronunci il nome.

Ai nostri giorni, in certe nazioni la religione esiste soltanto in quanto tollerata da un dittatore politico. Senza perseguitare attivamente la Chiesa, ne usurpa le funzioni, concede le tessere del pane solo a quelli che cospirano contro la religione, tenta di creare un’uniformità ideologica sopprimendo chiunque si opponga a questa ideologia, e, con il solo peso della propaganda di Stato, intende effettuare l’organizzazione sociale delle masse su una base meramente secolare e anti-religiosa.

L’istruzione, oggigiorno, si va politicizzando. Lo Stato moderno estende il proprio dominio su zone estranee alla propria giurisdizione: sulla famiglia, sull’educazione, sull’anima. Specialmente pericolosa diventa la concentrazione dell’opinione pubblica in un numero sempre più ristretto di persone, data la meccanicità con cui si può disseminare la propaganda. I contorni acquistano una crudezza particolare.

Il prossimo conflitto avverrà tra Religione di Dio e Religione di Stato, tra Cristo e Anticristo: quest’ultimo travestito da capo politico.

(Fulton J. Sheen, da “Characters of the passion” 1947)

LA PASSIONE DELLA CHIESA SARÀ SOTTO IL POTERE DELLO STATO TOTALITARIO COME QUELLA DI CRISTO FU SOTTO PONZIO PILATO

Nella preghiera del “Credo” c’è qualcosa di profetico nella breve descrizione della morte di Nostro Signore. Nessun altro nome è menzionato, tranne quello di un solo giudice: Giuda, Anna e Caifa non sono menzionati. Rapido è il passo della Vita terrena di Nostro Signore, ma un unico particolare significativo rimane a mente: “Patì sotto Ponzio Pilato”. Il che non sta solo ad attestare un fatto storico, ma anche a significare la profezia di ciò che, alcune volte, accadrà a Cristo nel Suo Corpo Mistico: in altre parole, la Sua Chiesa, nei giorni bui della storia, decrescerà fino a subire la persecuzione e a morire di una morte apparentemente definitiva, patendo sotto Ponzio Pilato, ossia sotto il potere di uno Stato “onnipotente”.

Può darsi che la religione non riesca ad opporsi allo Stato-religione, perché lo Stato moderno è armato e la Chiesa no. Può darsi perfino che la religione venga sballottata tra un giudice antico che crede sia bene che muoia un uomo solo piuttosto che perisca l’intera nazione, e un giudice moderno che ritiene sia bene che muoia tutto il popolo per un uomo solo: un dittatore. Può darsi che dalle labbra dei moderni Pilati senta le parole del Potere: “Non sai tu che ho il potere di crocifiggerti e di liberarti?”. Ma essi sentiranno sempre la dolce Voce di Cristo: “Tu non avresti nessun potere su di Me se non ti fosse dato dall’alto”.

Anche se Cristo non ci liberasse dal potere dello Stato Totalitario, così come non liberò Se Stesso, dovremmo vedere in tutto questo la Sua deliberata Volontà. Può darsi che i Suoi figli vengano perseguitati dal mondo dove da esso appunto possano allontanarsi; può darsi che i Suoi nemici più accaniti stiano, inconsciamente, lavorando per Lui, in quanto potrebbe essere compito precipuo del totalitarismo il presiedere alla soppressione di un mondo moderno divenuto indifferente nei confronti di Dio e delle Sue leggi morali. Può darsi che lo stesso secolarismo di cui soffriamo sia una reazione contro la nostra infermità spirituale.

Può darsi che lo sviluppo dell’ateismo e del totalitarismo costituisca la misura della nostra mancanza di zelo e di pietà, la prova della nostra inadempienza dei doveri cristiani. Può darsi che, come le malattie si sviluppano laddove esistono condizioni di sporcizia, così il “fascismo rosso” si sviluppi nell’empietà, e che fin quando non recheremo le Stigmate di Cristo non saremo liberati nella Sua Vittoria. Può darsi che questo stato di cose sia stato reso possibile dal fatto che abbiamo smarrito gli ideali soprannaturali e consentito al declino della famiglia, dalla nostra mancanza di rispetto per il prossimo e dal nostro crescente egoismo.

Ma quale che sia la ragione di questi giorni di prova, d’una cosa possiamo essere certi e cioè che: il Cristo che patì sotto Ponzio Pilato firmò la sentenza di morte di Pilato, non fu Pilato a firmare la sentenza di morte di Cristo.

La Chiesa di Cristo sarà attaccata, schernita, messa in ridicolo, ma non sarà mai distrutta!

I nemici di Dio non riusciranno mai a detronizzare Dio dai Cieli, né a svuotare i Tabernacoli del loro Eucaristico Signore, né a sopprimere le Mani assolutrici, ma può darsi che riescano a devastare la terra.

La cruda realtà che i nemici di Dio devono guardare in faccia è che la civiltà moderna ha conquistato il mondo, ma, così facendo, ne ha perduto l’anima; e appunto perché ne ha perduto l’anima, perderà quel mondo stesso che ha conquistato. Come si offusca la religione, così si offusca la libertà, perché solo dov’è lo Spirito di Dio vi è libertà.

(Fulton J. Sheen, da “Characters of the passion” 1947)

“È sotto la maschera e il travestimento di un progresso che nega il peccato e la colpa che l’Anticristo sfila oggi nel mondo, siede nelle nostre aule, scrive sulle nostre riviste”

C’è qualcosa di marcio nel mondo; e quel marcio è così radicale e universale che non si spiega con le cose, ma con uno spirito: lo spirito del male. È la nostra cecità a non vedere che c’è il male, perché ne abbiamo negato l’esistenza. Un uomo senza occhi può essere convinto che la notte è giorno e il giorno è notte.

Così anche il mondo moderno, che ha perso sia gli occhi della fede che quelli della ragione, può essere indotto a credere che lo spirito dell’anticristo non sia qui, perché ha dimenticato Cristo, chi lo convincerà che c’è un Anticristo? (…)

Gli uomini pensano che il male debba venire sotto le sembianze di un germe, o di una bomba, o di un’incidente, o di un’esplosione, o di un disastro ferroviario, o di un fallimento bancario, dimenticando che il più grande male può venire all’uomo sotto le mentite spoglie dei pensieri e delle idee umane.

È sotto la maschera e il travestimento di un progresso che nega il peccato e la colpa che l’Anticristo sfila oggi nel mondo, siede nelle nostre aule, scrive sulle nostre riviste, si pavoneggia sui nostri palcoscenici, promettendo di redimere l’uomo quando avrà abbandonato la Croce e la penitenza.

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country”, 1941)

“L’Anticristo immagina il nuovo Stato socialista in cui lui e i suoi seguaci organizzeranno ogni cosa”

Oggi le anime si vendono per quel pane che chiamano sicurezza; si vendono per quel potere che oggi si chiama Scienza e Progresso, mentre altri, in più di un quinto della superficie mondiale, hanno barattato la loro libertà per dittatori e tiranni.

Aveva ragione Dostoievskij, quel grande scrittore russo del secolo scorso, quando in un grande lampo di genio avvertì che la negazione del peccato e dell’inferno nell’educazione e nella religione sarebbe finita in un socialismo mondiale dove gli uomini avrebbero rinunciato alla libertà per una falsa sicurezza.

Egli immaginò l’Anticristo che ritornava nel mondo e parlava così a Cristo: “Tu sai che le epoche passeranno, e l’umanità proclamerà dalle labbra dei suoi saggi che non c’è crimine, e quindi nessun peccato; c’è solo la fame? E gli uomini verranno strisciando ai nostri piedi, dicendoci: ‘Dateci il pane! Prendetevi la nostra libertà’ “.

Mi chiedo se quei giorni non siano già arrivati; al posto degli uomini liberi, l’Anticristo immagina il nuovo Stato socialista in cui lui e i suoi seguaci organizzeranno ogni cosa dopo aver convinto la gente che non c’è peccato – c’è solo la fame.

Negando la responsabilità a Dio, gli uomini hanno ceduto la loro libertà a Satana.

(Fulton J. Sheen, da “Freedom In Danger, 1943”)

GLI AVVOLTOI DEL COMUNISMO SONO GLI SPAZZINI DELLA STORIA MODERNA

Gli avvoltoi del comunismo stanno scendendo sull’Occidente perché la decadenza e la morte sono già scesi nel mondo occidentale a causa del crollo della famiglia e della moralità pubblica. Il comunismo è lo spazzino della storia moderna.

Se il nostro mondo moderno ha permesso una tale decadenza, nella nostra vita pubblica e privata, è necessario che arrivino gli spazzini. Gli avvoltoi sono necessari per la salute del mondo: le carcasse non consumate causerebbero inquinamento. Un mondo senza spazzini sarebbe come un sepolcro puzzolente.

O noi ripuliremo la corruzione e la pestilenza morale, o gli avvoltoi verranno con un martello su un’ala e una falce sull’altra: il martello per abbattere le nostre croci, la falce per tagliare la vita umana come il grano nella persecuzione di coloro che vogliono fare il Pane della Vita.

Ciò che è grave è l’apatia e la tiepidezza riguardo ai nostri tempi critici. Ora è il momento di scuotersi di dosso il letargo fatale.

Tutte le brave donne e gli uomini che si occupano dei destini del mondo devono rendersi conto che il mondo intero deve essere ricostruito dalle fondamenta, e che il modo migliore per farlo è iniziare da noi stessi.

(Fulton J. Sheen, da “The Perils of The Times, luglio 1952”)

Il mondo occidentale deve capire che il totalitarismo non può essere superato dal socialismo, dal capitalismo “laissez-faire”, dall’individualismo o da qualsiasi combinazione di questi, perché ciò che è andato storto non sono i mezzi per vivere, ma i fini. Il caos economico e politico del mondo moderno può essere superato solo da un concetto non politico, non economico, non Marxiano, non Freudiano, dell’uomo e della società.

Questo non significa che la politica e l’economia non abbiano valore; lo hanno. Ma significa che hanno un valore secondario perché, se non conosciamo la natura della creatura per la quale la politica e l’economia esistono, è inutile immischiarsi in esse come lo è ingannare un “forno fusorio” se non ne conosciamo lo scopo.

A meno che non ripristiniamo il concetto Cristiano di uomo, e quindi costruiamo un ordine umano piuttosto che economico, saremo costretti a un Totalitarismo nell’ora in cui stiamo facendo del nostro meglio per combatterlo.

(Fulton J. Sheen, da “Philosophies at War, 1943”)

“Dio potrebbe salvarci dal nostro caos e dalla nostra schiavitù con la forza, ma ciò sarebbe la distruzione della libertà”

Non c’è modo di fermare questo tradimento della libertà se non attraverso la predicazione Cristiana dello scopo e del fine dell’uomo; vale a dire, lo svolgimento e sviluppo sociale, economico, e politico della sua personalità in questo mondo e la sua fioritura spirituale nel prossimo.

Dio potrebbe salvarci dal nostro caos e dalla nostra schiavitù con la forza, ma ciò sarebbe la distruzione della libertà. Dio attende la risposta libera e non forzata dell’uomo alla sua chiamata. Ecco perché il Suo ultimo addio al mondo è stato dall’impotenza della croce dove solo i Suoi occhi potevano richiamarci al dolce scopo della vita. Ha sopportato persino i più grandi malfattori per amore della libertà.

Tale libertà non è una libertà indifferente verso la verità, né tollerante verso la falsità, ma è una libertà che crede nella verità ed è così sacra da valere una morte in croce.

(Fulton J. Sheen, da “Freedom Under God” 1940)

È semplicemente impossibile avere milioni di uomini nel mondo che vivono secondo i loro princìpi pagani, e non produrre il moderno mondo caotico in cui viviamo. Questa idea di un “Paradiso quaggiù” è il modo più sicuro per creare un inferno sulla terra. L’universo diventa così una molteplicità di piccole divinità egocentriche; lo stemma di ciascuna è una grande lettera “I”, e quando parlano le loro “I” si avvicinano sempre di più.

Alla luce della precedente spiegazione dell’uomo, la scelta davanti al mondo è questa: Costruiremo un Nuovo Ordine sul presupposto totalitario che l’uomo è uno strumento dello Stato? O manterremo il Vecchio Ordine della cultura laicista degli ultimi duecento anni, secondo cui l’uomo è solo un animale economico? O costruiremo un Nuovo Ordine sul presupposto Cristiano, che l’uomo è una creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio e quindi uno per il quale l’economia, la politica e la società esistono come mezzo per un destino eterno al di là della prospettiva storica dei pianeti, dello spazio e del tempo?

(Fulton J. Sheen, da “Philosophies at War” 1943)

Il liberalismo non è stato la nascita della libertà; la dittatura non è la sua scoperta. La libertà aveva le sue radici nella natura spirituale dell’uomo prima che esistesse un liberale, un democratico, un fascista, un fascista sovietico o un comunista. La libertà non è nata da nessuna organizzazione sociale, da nessuna costituzione, da nessun partito, ma dall’anima dell’uomo… È ora che i liberali e i dittatori smettano di parlare di dare la libertà all’uomo, e si rendano conto che l’uomo dà loro la libertà. Allora l’uomo, a sua volta, si renda conto che le radici della sua libertà sono nel suo scopo di creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Freedom Under God” 1940)

Il nuovo ateismo non è come il vecchio ateismo teorico, che si vantava di essere composto intellettualmente da un po’ di scienza, antropologia e religione comparata. Il nuovo ateismo non è dell’intelletto, ma della volontà; è un atto di rifiuto libero e desideroso della moralità e delle sue esigenze. Inizia con l’affermazione di sé e la negazione della legge morale.

(Fulton J. Sheen)

L’educazione forma solo metà dell’uomo, sviluppando il suo intelletto, ma non la sua volontà; la sua mente, ma non il suo carattere; gli dà la conoscenza dei fatti, ma non gli dà alcuno scopo o destino… Quando la Verità Divina viene negata, non c’è nessun fondamento finale della verità se non il potere, che ha già reso schiavo un terzo del mondo.

(Fulton J. Sheen, Moral Responsibility Decays. Feb, 18, 1979.)

Se distruggiamo le radici morali della libertà non possiamo aspettarci di conservare i frutti della libertà. La libertà è responsabilità, non licenza. La libertà separata dalla responsabilità morale – cioè la libertà separata da Dio – è anarchia. La libertà di religione morirà se ci sottraiamo alle nostre responsabilità o ai nostri doveri verso Dio. La libertà di parola morirà se ci sottraiamo alla nostra responsabilità verso la verità. La libertà dal bisogno svanirà se ci sottraiamo alla nostra responsabilità verso il nostro prossimo. La libertà dalla paura svanirà se ci sottraiamo alla nostra responsabilità di amare coloro che sono in difficoltà… La libertà non è un cimelio che appartiene originariamente ai Padri Fondatori del nostro Paese, e che da allora ci è stato tramandato di generazione in generazione. La libertà è piuttosto una dono come la vita, che si conserva resistendo di volta in volta alle sfide della malattia e della morte. La libertà è nostra solo per essere donata. Noi vogliamo la libertà per poter fare le nostre disposizioni e le nostre scelte. Ogni uomo può cedere la sua libertà alle creature, all’opinione pubblica o a Dio. La creatura a cui cede la sua libertà può essere il denaro, o il potere, o un essere umano – poiché ogni amore è una schiavitù, che cerca di svincolarsi dall’oggetto del suo affetto.

(Fulton J. Sheen, Freedom – February 19, 1944.)

Nessun vero successo è mai goduto senza sacrificio e sforzo. Se colui che gode del successo non l’ha pagato, qualcun altro l’ha fatto. Il lavoro di un padre nell’accumulare il capitale ha pagato il successo del figlio che non ha mai aggiunto nulla a ciò che ha, ma si limita soltanto a manipolarlo.

L’assicurarsi uno stipendio, del denaro o della fama senza il dispendio di sforzi è dannoso per la natura umana. I sovietici non lo sanno, ma uno dei loro articoli ha una citazione di San Paolo, cioè: “Chi non lavora, non mangi”. La ricchezza facile e frettolosa attraverso la speculazione o attraverso il petrolio che sgorga in faccia da un buco nel terreno, potrebbe portare all’effeminatezza, a meno che non sia temperata da uno sforzo per controllare il falso orgoglio che deriva dalla ricchezza rapida.

Anche l’andare in chiesa, quando conviene solo alla nostra comodità, o perché è Natale o Pasqua, o perché “non si parla mai del peccato”, può finire nel declino della vera pietà. I bambini non sono gli unici a cui piacciono i cibi predigeriti: piacciono anche agli adulti.

Quello che non costa nulla equivale al nulla. La natura dà all’uomo il mais, ma egli deve macinarlo; Dio dà all’uomo una volontà, ma egli deve fare delle scelte giuste. Come disse Goethe: “Una vita oziosa è la morte anticipata”. Non si è mai trovata e non si troverà mai una filosofia migliore di quella che mette la Croce al centro della civiltà del bene, del vero e del bello e poi aggiunge: “Prendete ogni giorno la vostra croce e seguitemi”.

(Fulton J. Sheen, da “Parasites in Civilization-Parassiti nella Civiltà” 1955)

Il nostro è il tempo del grande divorzio di Cristo dalla Sua Croce…

Le parole sporche hanno generalmente quattro lettere, ma l’unica parola da cui la società educata si allontana sempre di più è una parola di cinque lettere: CROCE.

La nuova schizofrenia nella religione può essere chiamata staurofobia o “paura della croce”. Cristo è stato strappato dalla Sua Croce. Cristo è da una parte, la Croce è dall’altra. Così, abbiamo un Cristo senza Croce e una Croce senza Cristo.

Il Cristo senza la Croce non può salvare, perché rappresenta l’effeminatezza, il permissivismo e un Gesù Superstar che usa la musica per consolare la sconfitta.

La Croce senza il Cristo non può salvare, perché rappresenta Dachau, Auschwitz, i campi di concentramento, la pigiatura degli individui come l’uva per fare il vino collettivo dello Stato.

(Fulton J. Sheen, da “Those Mysterious Priests” 1974)

Non siate abbattuti perché i persecutori della religione, avendo deposto la Chiesa nel sepolcro come il Suo Fondatore, si vantano dicendo: “Ecco il luogo dove l’abbiamo deposta”.

La legge del progresso della Chiesa è il contrario della legge del progresso del mondo. Siamo più progressisti quando siamo più odiati.

È solo perché i fuochi della Sua Verità stanno accecando gli occhi malvagi convincendoli del peccato e del giudizio, che il mondo cerca invano di spegnerli. E anche se il mondo sta strappando tutte le fotografie e i progetti di una società e di una famiglia basate sulla Legge morale di Dio, non scoraggiatevi. La Chiesa ha conservato i negativi.

(Fulton J. Sheen, da “Ispirazioni quaresimali e pasquali”)

Il mondo è sempre pronto a recitare un requiem sulla tomba della Chiesa, ma questa risorge e recita un requiem sulle tombe altrui.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

A QUALI CONDIZIONI POSSIAMO DIVENTARE PICCOLE OSTIE UNITE A CRISTO NELLA MESSA? IMITANDO IL BUON LADRONE: PENITENZA E FEDE! -L’OFFERTORIO DELLA MESSA-

L’Offertorio: «In verità, io ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43)

Questo momento della Messa è l’offertorio, poiché Nostro Signore si offre al Padre celeste. Ma per ricordarci che Egli non si offre da solo, ma insieme a noi, Egli unisce al suo offertorio l’anima del ladrone alla sua destra. All’inizio entrambi i ladroni lo insultavano e bestemmiavano, ma uno di loro, che la tradizione chiama Disma, volse la testa scorgendo la mansuetudine e la dignità sul volto del Salvatore crocifisso. Come un carbone gettato nel fuoco diventa luminoso e splendente, così l’anima cupa del ladrone gettata nel fuoco della crocifissione si infiammò d’amore per il Sacro Cuore. «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,39-43).

Tanto dolore e tanta fede non potevano restare senza ricompensa. Nel momento in cui il potere di Roma gli impediva di parlare, mentre i suoi amici pensavano che fosse finito tutto e i suoi nemici credevano di aver vinto, Nostro Signore ruppe il silenzio. L’imputato divenne il Giudice: il Crocifisso divenne il divino Avvocato delle anime. Al ladrone penitente proclamò: «Oggi sarai con me in paradiso». Oggi che hai pronunciato la tua prima e ultima preghiera; oggi stesso sarai insieme a me e il luogo in cui mi trovo è il paradiso. Con queste parole, Nostro Signore, offrendosi al Padre celeste come l’Ostia Magna, unisce a lui sulla patena della croce come le particole offerte nella Messa l’ostia del ladrone penitente, un tizzone raccolto dalle fiamme, un fascio strappato dai mietitori; il grano macinato al mulino della crocifissione è ora reso pane per l’Eucaristia.

Nostro Signore non soffre da solo sulla croce: Egli soffre con noi. Per questo ha unito il sacrificio del ladrone al suo. È ciò che intende San Paolo quando dice che dobbiamo completare quello che manca alle sofferenze di Cristo (Col 1,24). Questo non significa che Nostro Signore sulla croce non abbia sofferto tutto il possibile. Piuttosto indica che il Cristo fisico, storico, ha sofferto tutto ciò che poteva nella sua natura umana, ma che il Cristo mistico, che siamo Cristo e noi, non ha sofferto nella nostra pienezza. Tutti gli altri «buoni ladroni» nella storia del mondo non hanno ancora riconosciuto le proprie colpe e implorato di ricordarsi di loro.

Nostro Signore adesso è in Cielo, pertanto non può più soffrire nella sua natura umana, ma può farlo ancora nella nostra. Egli, dunque, raggiunge altre nature umane, le vostre e la mia, e ci chiede di fare come il ladrone, cioè di unirci a lui sulla croce, affinché condividendo la crocifissione, possiamo anche condividere la sua risurrezione e, resi partecipi della sua croce, possiamo partecipare anche alla sua gloria nei cieli. Come il Signore quel giorno scelse il ladrone come particola del sacrificio, oggi sceglie noi come altrettante particole unite a lui sulla patena dell’altare. (…)

Perché portiamo a Messa il pane e vino oppure l’equivalente? Perché questi due elementi, tra tutti quelli della natura, rappresentano in pieno l’essenza della vita. Il grano è il cuore della terra e l’uva ne è il sangue, ed entrambi ci danno il corpo e il sangue della vita. Portare questi due elementi che ci danno la vita, ci nutrono, equivale a portare noi stessi al sacrificio della Messa. Siamo quindi presenti in ciascuna Messa sotto le specie del pane e del vino, simboli del nostro corpo e del nostro sangue. Non siamo spettatori passivi, come se guardassimo uno spettacolo a teatro, ma offriamo la nostra Messa insieme a Cristo.

Se ci fosse un quadro adeguato a raffigurare il nostro ruolo in questo dramma, sarebbe il seguente. Di fronte a noi c’è una grande croce su cui è stesa l’Ostia Grande, Cristo. Tutt’intorno alla collina del Calvario ci sono le nostre piccole croci su cui noi, le ostie piccole, stiamo per essere offerti. Quando Nostro Signore sale sulla sua croce, noi saliamo sulle nostre e ci offriamo in unione con lui, come oblazione pura all’eterno Padre.

In quel momento compiamo fino in fondo il comando del Salvatore: «Ciascuno prenda la sua croce e mi segua». Nel far questo, non ci chiede di fare qualcosa che non ha già fatto lui stesso. E non è valida la scusa: «Sono un’ostia misera e indegna». Anche il ladrone lo era. Osserviamo due atteggiamenti nell’anima del ladrone ed entrambi lo hanno reso gradito al Signore. Il primo era il riconoscimento di meritare quanto stava soffrendo, mentre l’innocente Cristo non meritava la sua croce: in altre parole, era un penitente. Il secondo era la fede in colui che gli uomini rifiutavano, ma che il ladrone riconobbe come il vero Re dei re.

A quali condizioni possiamo diventare piccole ostie nella Messa? Come può il nostro sacrificio unirsi a quello di Cristo ed essergli gradito come quello del ladrone? Solo imitando nelle nostre anime i due atteggiamenti dell’anima del ladrone: penitenza e fede.

Prima di tutto, dobbiamo farci penitenti insieme al ladrone e dire: «Io merito il castigo per i miei peccati, ho bisogno del sacrificio». Alcuni di noi non si rendono conto di quanto siamo malvagi e ingrati verso Dio. Se lo facessimo, non ci lamenteremmo delle avversità e delle pene della vita. Le nostre coscienze sono come stanze rimaste a lungo prive di luce. Apriamo la tenda ed ecco: tutto ciò che credevamo pulito si rivela polveroso. Ci sono anime così piene di giustificazioni da poter pregare insieme al fariseo: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini» (cfr. Lc 18,11). Altre bestemmiano il Dio dei cieli per i loro dolori e peccati, ma non si pentono.

Per esempio, la Guerra Mondiale era considerata una purificazione dal male; si pensava che ci avrebbe insegnato che non possiamo andare avanti senza Dio, ma il mondo non ha imparato la lezione. Come il ladrone a sinistra, ha rifiutato di pentirsi e nega ogni relazione di giustizia tra il peccato e il sacrificio, la ribellione e la croce. Ma più siamo penitenti, meno saremo ansiosi di fuggire le croci; più vediamo noi stessi così come siamo, più diciamo, insieme al buon ladrone: «Io merito questa croce». Questi non cercava scuse; non chiedeva di giustificare il suo peccato, né che lo si lasciasse andare o lo si staccasse. Desiderava soltanto essere perdonato. Voleva essere una piccola ostia sulla sua piccola croce, proprio perché era un penitente. E non c’è per noi altra strada per diventare piccole ostie unite a Cristo nella Messa, se non spezzare i nostri cuori nel dolore; poiché, se non confessiamo di essere feriti, come potremo sentire il bisogno della guarigione? Se non siamo addolorati per aver partecipato alla crocifissione, come potremo mai chiedere che il nostro peccato sia perdonato?

La seconda condizione per diventare un’ostia nell’offertorio della Messa è la fede. Il ladrone volse il capo verso il Signore e vide un segno che diceva: «Re». Che strano re è mai questo? La sua corona era fatta di spine, la sua porpora regale era il suo sangue, il suo trono una croce, la sua corte i carnefici, la sua incoronazione una crocifissione. Eppure, in mezzo a tutte queste scorie, il ladrone vide l’oro; tra tante bestemmie elevò una preghiera. La sua fede era così salda che era contento di restare sulla croce. Il ladrone a sinistra chiedeva di essere liberato, a differenza di quello a destra. Perché? Perché il buon ladrone era consapevole di un male peggiore della crocifissione e di un’altra vita al di là della croce. Aveva fede nell’Uomo crocifisso al centro, che se avesse voluto sarebbe stato capace di trasformare le spine in ghirlande e i chiodi in boccioli; ma lui aveva fede in un regno oltre la croce, sapendo che le sofferenze di questo mondo non sono paragonabili alle gioie future. La sua anima esclamava, con il salmista: «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal. 22 [23],4).

Il buon ladrone sapeva che Nostro Signore avrebbe potuto liberarlo, ma non chiese di essere staccato dalla croce, poiché Egli stesso non poteva liberarsi, anche se la folla lo sfidava in tal senso. Il ladrone voleva essere una piccola ostia, se necessario, fino al compimento ultimo della Messa. Ciò non significa che non amasse la vita: egli la amava quanto noi. Desiderava una vita lunga e la trovò, poiché quale vita è più lunga di quella eterna? A tutti e ciascuno di noi, in modo simile, è dato di scoprire quella vita eterna. Ma non c’è altro modo di entrarvi se non con la fede e la penitenza che ci uniscono all’Ostia Grande, Cristo Sacerdote e Vittima. In tal modo diventiamo ladri spirituali e rubiamo il Cielo ancora una volta.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”, opera all’interno del libro “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

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