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COME RICONOSCERE L’UOMO MODERNO SCHIAVO DELLA MASSA: “L’uomo nuovo è l’uomo di massa, che non apprezza più la propria personalità individuale, ma che cerca di sommergersi nella collettività o nella folla”

Un nuovo tipo d’uomo si va moltiplicando nel mondo moderno, e caso mai qualche lettore riconosca qui sotto il proprio ritratto, auguriamoci che si soffermi, che rifletta e che operi un mutamento di sé. L’uomo nuovo è l’uomo di massa, che non apprezza più la propria personalità individuale, ma che cerca di sommergersi nella collettività o nella folla.

L’uomo di massa si può riconoscere dai tratti seguenti:

  1. È privo di originalità di giudizio; non legge altro che quel che si trova nei quotidiani o nei giornali illustrati, o eventualmente in qualche romanzo. Può tutt’al più, su un argomento non peregrino, esprimere un parere diverso da quello degli altri, non mai enunciare un nuovo principio o proporre una nuova soluzione.
  2. Detesta la tranquillità, la meditazione, il silenzio e tutto ciò che possa dargli l’agio di penetrare nelle profondità della propria anima. Ha bisogno della folla, del frastuono, della radio (l’ascolti oppure no).
  3. L’evasione o fuga da se stesso è per lui una necessità. Assume regolarmente dosi alte di alcool, di cocktails, di libri gialli, di cinema, per colmare il vuoto delle ore. A differenza del genio, che ama la concentrazione, egli ricerca la dispersione, e in particolar modo il sesso, affinché l’eccitazione del momento possa fugare la considerazione dei problemi dell’esistenza.
  4. Cerca piuttosto di essere influenzato che d’influenzare, è sensibile alla propaganda, alle sollecitazioni della pubblicità, e ha generalmente un articolista favorito che s’incarica di pensare per lui.
  5. Ritiene che ogni istinto debba essere soddisfatto, indipendentemente dal fatto che sia, o meno, conforme alla sana ragione. Non può capire la rinuncia o l’autodisciplina; identifica l’autoespressione con la libertà, e non è padrone di sé in nessuno di quelli che sono i punti vitali.
  6. Le sue opinioni sul giusto e sull’ingiusto cambiano come la banderuola che segna la direzione del vento; sostiene posizioni che non sono altro se non un succedersi di contraddizioni: un mese traccia degli itinerari mentali e il mese dopo li abolisce. Non approda in nessun luogo, ma è sicuro di essere «sulla buona via». Non ha il senso della gratitudine verso il passato né il senso della responsabilità verso l’avvenire. Nulla gli sta a cuore eccetto le distrazioni, cosicché la vita si frammenta in un assurdo schema d’istanti successivi di cui nessuno s’integra agli altri per acquistare un senso compiuto.
  7. Identifica il denaro con il piacere, e cerca quindi di procurarsi in abbondanza il primo per avere molto del secondo. Ma, per lui, il denaro dev’essere ottenuto col minore sforzo possibile. L’ego è il centro di tutto, e qualsiasi cosa dev’essere collegata all’ego per mezzo del denaro.
  8. Per rompere la propria solitudine ricorre a una pseudo-comunione con gli altri, mediante i locali notturni, i ricevimenti e le distrazioni collettive. Ma sempre se ne ritorna sentendosi più solo di prima, e infine si persuade con Sartre che «l’inferno sono gli altri».
  9. Essendo un uomo di massa completamente standardizzato, odia la superiorità negli altri, sia essa reale o immaginaria. Ama gli scandali perché sembrano dare la prova che gli altri non sono migliori di lui. Detesta la religione per il semplice motivo che, negandola, crede di poter continuare a vivere come vive, senza rimorsi di coscienza.
  10. Così sommerso nella mentalità della massa, potrebbe essere contrassegnato tanto da un numero quanto da un nome. Perfino l’autorità da lui invocata è anonima. Si configura sempre nella terza persona plurale : «Dicono», «fanno», «portano», e via dicendo. L’anonimato diventa una protezione contro l’assunzione di responsabilità. Nelle grandi città l’uomo di massa si sente più libero perché è meno conosciuto, ma nello stesso tempo detesta questa condizione in quanto cancella la sua distinzione personale.

Sono questi i dieci contrassegni dell’uomo di massa […]. Ma il suo caso non è senza speranza: gli basterebbe interiorizzarsi.

La sola ragione per cui vuole sperdersi nella folla è che non può sopportare la propria miseria interiore. Ne consegue che un tal uomo deve staccarsi dalle masse e mettersi faccia a faccia con se stesso. La fuga è codardia ed evasione, specialmente la fuga nell’anonimato. Bisogna essere coraggiosi per guardarsi nello specchio della propria anima al fine di scorgervi il deturpamento cagionato dalla cattiva condotta.

Non è lapalissiano il dire che gli uomini devono essere uomini, e non atomi sperduti nella massa. Una volta che l’uomo abbia potuto discernere le ferite ch’egli stesso si è inferte, la prima iniziativa che prenderà sarà quella di mostrarle al Medico Divino per essere curato. Fu per simili, travagliati uomini di massa che Cristo pronunciò il suo appello: «Venite a Me voi tutti che siete affaticati e oppressi, Io vi ristorerò».

(Fulton J. Sheen, da “Way to Happiness” 1953)

SIETE GIÀ IN PARADISO O ALL’INFERNO: L’INFERNO E IL PARADISO COMINCIANO QUI IN QUESTA VITA! “Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà”

Un verso di una canzone popolare dice: «Sono in paradiso quando sono accanto a te». Per capire il paradiso, benché sia nell’eternità, dobbiamo iniziare parlando del tempo. Il paradiso è al di fuori del tempo, ma dobbiamo servirci del tempo per raggiungerlo. Sembra quasi un paradosso. Nessuno di noi vuole davvero una specie di esistenza senza fine su questa terra. Se fosse possibile per noi vivere 400 anni con qualche nuovo genere di vitamine, pensate che le ingeriremmo tutti? Giungerebbe di sicuro un momento in cui vorremmo morire.

Siete mai stati in un posto dove eravate assolutamente sicuri di voler passare ogni giorno della vostra vita? Non è poi così probabile. La mera estensione del tempo per molti di noi diventerebbe una maledizione piuttosto che una benedizione. Avete mai notato che nei momenti più felici l’eternità sembrava discendere nella vostra anima? Tutte le grandi ispirazioni sono senza tempo, dandoci qualche assaggio del Cielo. A Mozart, una volta, venne chiesto quando ricevesse l’ispirazione per la sua grande musica. Disse che vedeva tutto in una volta: prima c’erano grande luce e calore, quindi la successione delle note. Quando preparo una conversazione o un programma o inizio a scrivere un libro, giunge un momento in cui dall’inizio si intravede il punto d’arrivo. L’eternità è nella mente e il tempo è alla fine della penna, ma le parole non escono abbastanza velocemente. A Jean-Baptiste Henri Lacordaire, il grande predicatore francese, una volta fu chiesto se avesse completato i suoi celebri sermoni da tenere nella cattedrale di Notre Dame. Rispose: «Sì, li ho finiti. Tutto ciò che mi resta da fare adesso è scriverli».

Ciascuno fa esperienza di qualche debole accenno di immortalità, come ha scritto Wordsworth, in ciò che avviene dopo la morte. Ci sono così tanti uomini che tentano di immunizzarsi dal pensiero dell’eternità. Indossano degli impermeabili a prova di Dio per non lasciarsi bagnare dalle gocce della sua grazia. Mettono a tacere l’eterno. Mi chiedo se qualcuno lo abbia mai descritto meglio di T.S. Eliot in “Gli uomini che si allontanarono da Dio” (nei Cori da «La Rocca», 3). È un poema su coloro che intasano il proprio tempo di ogni cosa senza mai concedere un momento allo straniero che ogni giorno bussa alle porte della loro anima, lo straniero che turba il loro sonno, poiché di notte fanno sogni di immortalità. Questo straniero è colui che porta l’eternità nella vostra anima. Benché viviamo nel tempo, è l’unica cosa che rende impossibile la felicità. Vivendo nel tempo non potete combinare i vostri piaceri e gioie. Essendo nel tempo, non potete marciare con Napoleone e con Cesare insieme. Non potete sedervi a prendere il tè con Orazio, Dante e Alexander Pope. Poiché siete nel tempo, non potete fare contemporaneamente sport estivi e invernali. Il tempo esige che godiate dei vostri piaceri in momenti distinti. Il tempo non solo ve li offre, ma ve li toglie anche. A meno che non esaminiate le vostre esperienze e intuizioni psicologiche, scoprirete che i vostri momenti più felici sono quelli in cui non vi accorgete più del passare del tempo.

Quando siete a scuola o in ufficio guardate l’orologio perché non vi divertite. Forse quando assistete a un concerto o vi godete una conversazione con un amico, magari state leggendo, ed esclamate: «Come passa il tempo!». Meno ve ne accorgete, più godete. È un’immagine di ciò che dev’essere il Cielo, fuori dal tempo, quando potete possedere tutte le gioie e ciascuna nello stesso pieno istante. Dovete servirvi del tempo per raggiungere il Cielo.

Spesso pensiamo al Cielo come se fosse “là fuori” e ne delineiamo ogni genere di immagini irreali. Poiché pensiamo al paradiso e all’inferno come qualcosa che ci accade alla fine del tempo, tendiamo a posticiparli. Di fatto, il Cielo non è là fuori: è qui. L’inferno non è laggiù: può essere dentro un’anima. Non è come morire e solo dopo andare in paradiso o all’inferno: siete già in paradiso o all’inferno. Ho incontrato gente che era all’inferno e sono certo che sia capitato anche a voi.

Ricordo di aver assistito un uomo in ospedale, chiedendogli di far pace con Dio. Disse: «Immagino che secondo lei io stia andando all’inferno». «No», gli dissi, «non intendo questo». «Bene», disse lui, «io voglio andare all’inferno!». Gli ho detto: «Non ho mai incontrato un uomo che volesse andare all’inferno, dunque penso che mi siederò qui e la vedrò andare». Non intendevo lasciar passare il tempo senza fare nulla, ma ero assolutamente certo che in pochi minuti avrebbe potuto cambiare prospettiva; così, mi sedetti da solo con lui per venti minuti. Lo vedevo andare incontro a una sorta di lotta interiore. Mi disse: «Lei crede davvero che ci sia un inferno?». Gli dissi: «Nel suo intimo si sente infelice? Ha paura? Prova spavento e angoscia? Le si presentano davanti tutte le cattive azioni della sua vita come fantasmi?». Di lì a poco si riconciliò con Dio.

Ho visto persone con il paradiso dentro di loro. Se volete mai vedere il paradiso in un bambino, guardatelo nel giorno della prima Comunione. Se volete vedere quanto amore c’è in paradiso, guardate una sposa e uno sposo all’altare nel giorno della Messa nuziale. Il Cielo è lì perché c’è l’amore. Ho visto il paradiso in una suora missionaria che si donava tra i lebbrosi. La bellezza di una persona simile non era esteriore, era una sorta di amore imprigionato all’interno, che voleva rompere le barriere della carne per manifestarsi al di fuori. Il paradiso è qui, come l’inferno può essere in alcune anime. Il paradiso è vicinissimo a noi perché ha a che fare con una buona vita come la ghianda che diventa quercia.

Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà. Il paradiso ha a che fare con una vita buona e virtuosa nello stesso modo in cui la conoscenza ha a che fare con lo studio: l’una segue necessariamente l’altro. L’inferno deriva da una vita malvagia così come la corruzione deriva dalla morte: l’una segue necessariamente l’altra. Il paradiso non è lontano; inizia qui, ma non finisce qui. Ne abbiamo pallidi scorci qua e là.

Se rimandiamo il pensiero del Cielo fino al momento della morte, saremo molto simili agli israeliti che vagavano nel deserto. I poveri ebrei erano a circa undici giorni dalla Terra Promessa. Ci volevano solo tre settimane per viaggiare dall’Egitto alla Terra Promessa, ma, per via della loro disobbedienza, delle loro mancanze e deviazioni e ribellioni contro Mosè, impiegarono quarant’anni, che rappresentano il cammino di molte delle nostre vite: facciamo progressi e poi ricadiamo indietro. Grazie al cielo abbiamo un Signore misericordioso che ci perdona settanta volte sette! È necessario il tempo per conquistare il paradiso, ma non è il lasso di tempo in sé a portarci lì: è il modo in cui viviamo e moriamo.

(Fulton J. Sheen da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita. Vol. 2” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO. QUI SOTTO IL LINK SE VOLETE ACQUISTARLO:
https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere-vol-2/

LA RISATA DELL’UOMO SPIEGA L’ESISTENZA DELL’ANIMA E LA DIFFERENZA CON GLI ANIMALI: “Può ridere soltanto l’uomo dotato di un principio spirituale”

DAL LIBRO APPENA PUBBLICATO:

“VERITÀ E MENZOGNE: UNA CRITICA PROFETICA DEL PENSIERO MODERNO” (Edizioni Mimep).

ESTRATTO DAL CAPITOLO 12: “L’ANIMA E LE CONTORSIONI DEL BEHAVIORISMO”

Un’altra cosa che il Behaviorismo o Comportamentismo non sa spiegare è l’umorismo, e la sua deliziosa conseguenza, il riso. La risata è prodotta dalla vista dei rapporti inattesi fra due giudizi, e poiché il rapporto si può percepire soltanto da parte di una forza spirituale, ne consegue che può ridere soltanto l’uomo dotato di un principio spirituale.

Prendete, per esempio, questa storiella. Un visitatore disse un giorno a una bambina di sei anni: «Che cosa farai, mia cara bambina, quando sarai grande come la mamma?». «Mi metterò a dieta», rispose la bambina. Ammetto che la storiella non sia molto divertente, ma supponendo che abbiate avuto la bontà di sorridere, lasciate che me ne serva per dimostrare la mia tesi. La storiella contiene sedici parole pronunciate. Ora supponete che nel momento in cui la bambina formulava la sua risposta vi fossero nella stanza un cane, un gatto ed un canarino. Il cane, il gatto ed il canarino avrebbero ricevuto esattamente la stessa misura di stimolo uditorio: avrebbero udito i suoni prodotti da sedici parole. Orbene, perché mai il cane, il gatto ed il canarino non hanno sorriso nell’udire quelle parole, mentre il visitatore che aveva rivolto alla bambina la domanda sorrise senz’altro, sebbene la mamma della bambina si trovò quasi certamente in imbarazzo?

Per la ragione che, da quelle sedici parole, il visitatore ha ricevuto non sedici ma diciassette reazioni. In altre parole, egli ha ricavato da quelle parole qualcosa che esse non avevano. Nella parola «grande», il visitatore ha colto un doppio significato, cioè quello dell’età e della taglia della mamma. Ma per cogliere contemporaneamente i due significati, condizione indispensabile per apprezzare qualsiasi gioco di parole, si deve essere anche spirituali, non soltanto materiali. Se una scatola è piena di sale, non può essere nello stesso momento piena anche di pepe. Se la mente è solo piena di materia, vale a dire afferra soltanto la sensazione uditoria della parola «grande», non può considerare la stessa parola in nessun altro senso capace di suscitare il riso.

Ecco dove falliscono tutti i tentativi di spiegazione della vita in senso meccanicistico e comportamentistico: essi non sanno dare una ragione per quella meravigliosa pazzia che è la risata. Nulla, nella creazione inferiore all’uomo, ha mai prodotto alcunché lontanamente rassomigliante al riso. Non s’è mai visto che qualche animale incominci a sorridere, e quindi l’uomo scoppi in una risata. Quando si giunge a considerare l’uomo, si trova in lui qualcosa di assolutamente nuovo. Il pony non ha mai sorriso, ed il cavallo da tiro non ha mai riso fragorosamente. Non è vero che le antichissime iene si limitassero a sogghignare, e quelle che vennero in seguito incominciassero a ridere: tutte avevano semplicemente la bocca aperta. La piccola valle non ha incominciato a fare un sorrisetto mentre la grande vallata si sbellicava dalle risate. Non ci s’imbatte nel sorriso se non quando si arriva all’uomo, e la sola ragione per cui lo si incontra nell’uomo è che l’uomo possiede un’anima capace di elevarsi al di sopra della materia e di vedere i rapporti esistenti fra le cose, specialmente quelli buffi che aiutano a rendere la vita divertente. C’è più verità che semplice poesia nel dire che l’uomo «scoppia in una risata», perché è uno scoppio positivo che lo eleva al di sopra di tutto ciò che è inferiore a lui nella creazione. È lo scoppio che lo separa dal passato e dalla materia: è il principio dello spirito.

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO! Vi invitiamo a leggere l’anteprima cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

https://www.mimep.it/catalogo/spiritualita/verita-e-menzogne/

UN APPELLO ALL’INTOLLERANZA: “LA NECESSITÀ DEI DOGMI E LA CHIESA DI CUI ABBIAMO BISOGNO”

DAL LIBRO APPENA PUBBLICATO:

“VERITÀ E MENZOGNE: UNA CRITICA PROFETICA DEL PENSIERO MODERNO” (Edizioni Mimep).

ESTRATTO DAL CAPITOLO 7: “UN APPELLO ALL’INTOLLERANZA”

Si dice che l’umanità sia colpita dal morbo dell’intolleranza. In realtà è vero il contrario. Essa è affetta da un eccesso di tolleranza, la tolleranza su ciò che è giusto e su ciò che non lo è, sulla verità e sull’errore, sulla virtù e sul vizio, sul Cristo e sul caos. Nel nostro Paese non imperversano tanto i bigotti, quanto gli spiriti tolleranti. L’uomo che sa prendere una decisione secondo un ordine preciso, così come sa rifarsi il letto, viene definito bigotto e colui che non sa organizzare i propri pensieri, più di quanto saprebbe compiere l’impresa di recuperare il tempo perduto, viene definito liberale e tollerante. Il bigotto è colui che rifiuta di accettare una ragione per qualsiasi cosa e l’uomo tollerante è colui che accetta qualsiasi cosa per una ragione – a patto che non sia una ragione valida. È vero che si esige dai più la precisione, l’esattezza, la finalità, ma solo nella valutazione scientifica, non nella logica. Il collasso che ha prodotto tale innaturale tolleranza non è morale, bensì mentale. La prova della nostra affermazione è triplice: la tendenza a determinare le conclusioni non in forza di argomenti, ma di parole; la disposizione ad accettare qualunque autorità nell’ambito della religione; infine, la passione rispetto alla novità.

Voltaire si vantava per il fatto che se fosse riuscito a scoprire soltanto dieci parole negative ogni giorno sul Cristianesimo, avrebbe potuto schiacciarne «l’infamia». Riuscì a trovarne non solo dieci, ma una dozzina al giorno, però non scoprì mai alcun argomento valido, perciò le parole andarono per la solita via che seguono le parole vane e alla fine, l’oggetto contro cui le scagliava, il Cristianesimo, sopravvisse. Oggi nessuno presenta nemmeno il più meschino argomento che tenti di dimostrare che Dio non esiste, ma sono a legioni coloro che credono di aver sigillato i Cieli dopo aver usato la parola «antropomorfismo». Questa parola è solo un esempio di quell’intero catalogo di nomi che servono come scusa a coloro che sono troppo pigri per pensare. Un attimo di riflessione gli direbbe che non ci si può liberare di Dio chiamandolo «antropomorfo», più di quanto si riesca a liberarsi dal mal di gola col nominare gli «streptococchi». In quanto all’uso della parola «antropomorfismo», non vedo che in teologia sia più giustificato di quanto sia nella fisica l’uso del termine «organismo», che i fisici moderni amano tanto praticare. Certi aggettivi come «reazionaria» o «medioevale» vengono applicati alla Chiesa Cattolica e sono usati con la stessa mancanza di rispetto che un uomo potrebbe portare nel deridere l’età di una donna.

-Falsa tolleranza-

La falsa tolleranza non è soltanto tradita da questa tendenza a sostituire le parole agli argomenti, ma anche dalla prontezza da parte di molti ad accettare come autorità in ogni campo del sapere qualsiasi individuo che sia diventato famoso in un campo particolare. Il concetto su cui poggia la religione trattata dal punto di vista giornalistico è che un uomo, per il fatto di essere bravo a fabbricare automobili, sarà altrettanto bravo a trattare i rapporti che intercorrono fra Buddismo e Cristianesimo e che un professore, per essere un’autorità nell’interpretazione dei fenomeni atomici, è necessariamente altrettanto autorevole nell’interpretazione del matrimonio. Allo stesso modo un uomo, il quale s’intende di illuminazione, potrà gettare sempre luce sull’argomento dell’immortalità o addirittura spegnere le luci sull’immortalità stessa. Vi è un limite alle nostre abilità: nessun pittore, abilissimo nel lavorare con la mano destra, potrà, volendo seguire il suggerimento di un cronista, dipingere altrettanto bene con quella sinistra. La scienza della religione ha il diritto di essere ascoltata scientificamente attraverso i suoi rappresentanti qualificati per parlare, esattamente come la fisica e l’astronomia hanno il diritto di essere espresse per bocca dei loro legittimi rappresentanti. La religione è una vera scienza, nonostante che qualcuno la voglia ridurre a semplice sentimento.

La religione possiede i suoi principi, sia naturali che rivelati, ancora più precisi di quelli matematici nella loro logica. Un falso concetto di tolleranza, purtroppo, ha oscurato questo fatto agli occhi di molte persone, che nei più piccoli particolari della vita sono tanto intolleranti mentre nelle loro relazioni con Dio sono molto tolleranti. Nelle questioni ordinarie della vita, queste persone si guarderebbero bene dal chiamare un seguace di Scientology quando hanno bisogno di riparare una finestra, non chiamerebbero mai un oculista perché si è rotta la cruna di un ago, non chiamerebbero il fiorista dopo essersi lacerati la pianta del piede, né andrebbero dal falegname a farsi sistemare le unghie. Non contatterebbero l’agente delle imposte per fargli estrarre una monetina inghiottita per sbaglio dal bambino. Si rifiuterebbero di prestare attenzione ad un sostenitore dell’Unicef, che pone in discussione l’autenticità di un presunto quadro di Rembrandt, così come ad un taglialegna, che si arroga il diritto di risolvere una spinosa questione legale. Tuttavia, nel campo di quell’argomento di somma importanza che è la religione, dal quale dipendono i nostri destini eterni, intorno alla questione di somma importanza sui rapporti dell’uomo con il mondo e con Dio, si dimostrano disposti ad ascoltare chiunque si autodefinisca un profeta. Perciò i nostri giornali sono pieni di articoli per gente straordinariamente tollerante e di «larghe vedute», nei quali ognuno, dal campione di pugilato Jack Dempsey al capo-cuoco del Ritz Carlton Hotel, ci parla della sua idea di Dio e del suo punto di vista sulla religione. Gli stessi individui che si sentirebbero profondamente turbati se i loro figli, in violazione di una fantasia educativa Watsoniana, mangiassero delle caramelle d’un colore «sconveniente», non si preoccuperebbero affatto se gli stessi figli crescessero senza sentir nominare nemmeno una volta il nome di Dio. Non sarebbe forse in perfetta sintonia con il giusto ordine delle cose, esigere alla base di ogni pronunciamento teologico certi requisiti minimi? Se insistiamo sul fatto che l’uomo al quale facciamo riparare le nostre tubature s’intenda di idraulica e chi ci prescrive dei farmaci abbia studiato la medicina, non potremmo, o meglio, non dovremmo esigere che colui il quale ci parla di Dio, della religione, di Cristo e dell’immortalità abbia almeno l’abitudine di pregare? Se il violinista Kreisler non trascura di esercitarsi nelle scale, perché i moderni teologi dovrebbero disdegnare la pratica elementare della religione?

-Una decadenza del pensiero-

Un’altra prova della decadenza della ragione, che ha dato vita allo strano parassita del libero pensiero, è la passione per la novità, in contrapposizione all’amore per la verità. Si sacrifica la verità in cambio di un epigramma e la divinità di Cristo per il titolo di un articolo comparso sul quotidiano del lunedì. Molti predicatori d’oggi si preoccupano meno di predicare il Cristo Crocifisso e più di conquistare la popolarità per loro e per la congregazione alla quale appartengono. La mancanza di una spina dorsale intellettuale fa sì che essi adoperino come cavalcatura sia il bue della verità, che l’asino dell’insensatezza e che si congratulino con i Cattolici in merito alla «loro grandiosa organizzazione» e con i cultori di sessuologia per la loro «onesta sfida ai giovani delle nuove generazioni».

Il fatto che pieghino le ginocchia innanzi alla folla e vogliano piacere agli uomini, più che a Dio, molto probabilmente toglierebbe loro il desiderio di recitare la parte di Giovanni Battista di fronte ad un moderno Erode. Nessuno di loro punterebbe un dito accusatore contro chi pratica il divorzio, oppure vive nell’adulterio, nessuna voce uscirebbe dalle loro bocche per tuonare all’orecchio del ricco e del potente, con l’accento di un’intolleranza quasi divina: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello!» (Mc 6,18). Sentiremo piuttosto: «Amico, i tempi sono cambiati! Gli acidi della modernità hanno corroso i fossili dell’ortodossia. Se la nobile urgenza del tuo istinto sessuale trova stimolo e risposta nella sola persona di Erodiade, prendila dunque come tua legittima sposa, nel nome di Freud e di Russell, e tienila presso di te fino a quando il sesso non vi separi». Le credenze nell’esistenza di Dio, nella Divinità del Cristo, nella legge morale, sono considerate mode passeggere. La tendenza del momento per questa moderna tolleranza viene considerata l’espressione della verità, come se la verità fosse una moda, tipo un cappello, anziché una parte del corpo, come lo è la testa. Oggi, nell’ambito della psicologia, la moda si rivolge al Behaviorismo o Comportamentismo ed in filosofia si volge al Temporalismo. E che non sia una validità oggettiva a dettare il successo di una moderna teoria filosofica, lo dimostra l’affermazione di un famoso filosofo inglese della teoria spazio-temporale, rivolta pochi anni or sono a chi scrive queste pagine, in risposta alla mia richiesta di spiegazione sull’origine del suo sistema. «Dalla mia fantasia», rispose, ed avendo obiettato che la fantasia non può essere la facoltà adatta alla pratica filosofica, egli replicò: «Lo è invece, se il successo di un sistema filosofico dipende non dalla verità che contiene, bensì dall’attrattiva della sua novità». Ecco dunque l’argomento conclusivo in favore della moderna e vasta apertura mentale: la verità non è se non il nuovo, quindi la «verità» muta col passare delle mode. Come il camaleonte che cambia i suoi colori per adattarsi all’ambiente in cui si trova, così si suppone che la verità cambi per adattarsi ai capricci e alle deviazioni dell’epoca.

La verità si accresce, ma in senso omogeneo, come la ghianda che diventa quercia; non gira col vento come la banderuola di una torre. Un triangolo non può avere quattro lati, il leopardo non può mutare le macchie del suo manto, né l’Etiope può cambiare il colore della sua pelle. La natura di certe cose è fissa e non mai tanto fissa quanto quella della verità. La verità può essere contraddetta mille volte, ma ciò dimostra soltanto che ha la forza di sopravvivere a mille assalti. La logica di chi afferma che «siccome “si dice questo” e “si dice quello”, non esiste verità»; è pressappoco la stessa che avrebbe sfoggiato Cristoforo Colombo se dopo aver sentito dire che «la terra è rotonda» e che «la terra è piatta», avesse concluso: «quindi la terra non esiste».

È questo modo di pensare, che non riesce a distinguere fra una pecora e il cappotto di lana, fra Napoleone ed il suo cappello a due punte, fra la sostanza e l’accidente, che ha prodotto delle menti così appiattite per la larghezza di vedute da aver perduto ogni profondità. Come il carpentiere il quale, gettato via il righello, usa ogni trave come simbolo di misura, così anche quelli che hanno buttato via il modello della verità oggettiva non hanno più nulla che serva loro come unità di misura, all’infuori della moda intellettuale del momento. La gioiosa ebbrezza della novità, l’irrequietudine sentimentale di una mente scardinata ed il timore innaturale di sottoporsi ad una rigorosa disciplina di pensiero, tutto ciò contribuisce a produrre un gruppo di sofisticati latitudinari, i quali credono che non vi sia differenza fra Dio in quanto Causa e Dio in quanto «proiezione mentale», che eguagliano Cristo al Buddha, e San Paolo a John Dewey e quindi dilatano la loro larghezza di vedute sino alla formulazione dell’abbagliante sintesi, secondo la quale non soltanto ogni setta cristiana equivale all’altra, ma che persino una religione è altrettanto valida come tutte le altre che esistono sulla terra. Quindi il sommo dio «Progresso» viene elevato sugli altari della moda, e quando agli adoratori disorientati si chiede: «Progresso in che direzione?», si riceve la tollerante risposta: «Verso un progresso sempre maggiore». Nel frattempo gli uomini sani di mente si domandano come può esistere un progresso, se non si ha una direzione e come può esistere una direzione, se non si ha un punto fisso. E per il fatto di aver accennato ad un «punto fisso» vengono accusati di non essere al passo coi tempi mentre in realtà sono oltre i tempi sia spiritualmente che mentalmente.

-Necessità dell’intolleranza-

Per contrapporla a questa falsa larghezza di vedute, il mondo ha un’urgente bisogno dell’intolleranza. La massa del popolo non ha perduto la facoltà di distinguere fra i dollari ed i centesimi, fra una nave da guerra e una da crociera, fra i crediti attivi e quelli passivi, ma pare abbia del tutto smarrito la forza di distinguere tra il bene ed il male, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. La migliore prova della verità di tale affermazione sta nel frequente uso errato che si fa dei termini «tolleranza» ed «intolleranza». Certuni credono che l’intolleranza sia sempre da rifiutare, perché per «intolleranza» intendono l’odio, la ristrettezza mentale, il bigottismo. Gli stessi ritengono sempre legittima la tolleranza, perché per essi vuol dire carità, larghezza di vedute, cordialità.

Che cos’è la tolleranza? La tolleranza è un atteggiamento di meditata pazienza verso il male, ed una sopportazione che ci trattiene dal cedere alla collera o dall’infliggere un castigo. Ma più importante della definizione è il campo in cui la si applica. Il punto importante è questo: la tolleranza si applica solo alle persone, ma mai alla verità; l’intolleranza si applica solo alla verità, ma mai alle persone; la tolleranza si applica all’errante, l’intolleranza all’errore. Quanto detto sopra chiarirà ciò che è stato detto al principio di questo capitolo, vale a dire che l’umanità non è tanto colpita da quell’intolleranza che è fatta di bigottismo, quanto dal dilagare della falsa tolleranza, la quale è indifferente alla verità e all’errore, e da una filosofica negligenza che viene interpretata come larghezza di vedute. Senza dubbio c’è da augurarsi un accrescimento della vera tolleranza, perché non sarà mai troppa la carità che si dimostra verso le persone diverse da noi. Il Signore stesso ci ha chiesto di amare coloro che ci calunniano, perché anch’essi formano il nostro prossimo, ma non ci ha mai detto di amare la calunnia. Tenendosi fedele allo spirito del Cristo, la Chiesa incita a pregare per coloro che si trovano fuori dalla Chiesa e vuole che verso di essi venga esercitata una grandissima carità. Come diceva San Francesco di Sales: «È più facile prendere le mosche con una goccia di miele, che con un barile d’aceto».

Se alcuni di noi che hanno la fortuna di far parte della Chiesa credessero nelle stesse cose in cui credono i suoi denigratori, se noi la conoscessimo solamente attraverso le parole dei traditori o le menzogne di storici disonesti e se la comprendessimo soltanto per mezzo di coloro che mai attinsero alla fonte dei suoi Sacramenti, forse anche noi odieremmo la Chiesa quanto essi la odiano. I nemici più irriducibili della Chiesa – coloro che l’accusano di antipatriottismo, stessa accusa ricevuta da Cristo davanti a Pilato; di essere insignificante, come Cristo fu accusato di essere davanti ad Erode; di essere troppo dogmatica, come Cristo fu accusato di essere davanti a Caifa; di essere troppo poco dogmatica, come Cristo fu accusato di essere davanti ad Anna; o di essere posseduta dal demonio, come Cristo fu accusato di esserlo davanti ai farisei – tutti questi non odiano veramente la Chiesa. Non possono odiare la Chiesa più di quanto possano odiare Cristo: odiano esclusivamente ciò che per errore credono sia l’essenza della Chiesa Cattolica, ed il loro odio non è che un vano tentativo di ignorare la realtà.

Si deve praticare la carità verso le persone ed in modo speciale verso coloro che si trovano fuori dall’ovile e che nell’ovile saranno ricondotti dalla carità, affinché vi sia un solo gregge ed un solo Pastore. Fino a qui arriva la tolleranza, ma non oltre. La tolleranza non si deve applicare alla verità, né ai principi. Sulla verità e sui principi si deve essere intolleranti e per questo tipo d’intolleranza, così necessaria per risvegliarci dal sentimentalismo in cui viviamo, faccio un appello. L’intolleranza di questo genere è la base di ogni stabilità. Il Governo dev’essere intollerante nei confronti della propaganda sovvertitrice. Durante la Prima Guerra Mondiale esso compilò un indice dei libri proibiti per difendere la stabilità nazionale, esattamente come la Chiesa, sempre in guerra contro l’errore, compila il suo indice dei libri proibiti per difendere la permanenza della Vita di Cristo – la Grazia – nelle anime degli uomini. Durante la guerra il Governo adottò rigorose misure nei confronti degli eretici nazionali che rifiutavano di accettare i suoi principi intorno alla necessità delle istituzioni democratiche e per mantenere in vigore tali principi ricorse anche alla forza. I soldati che combatterono si dimostrarono intolleranti nell’affermare i principi per i quali lottavano, come dev’essere intollerante il giardiniere nei confronti delle erbacce che crescono nel giardino. La Corte Suprema degli Stati Uniti non tollera alcuna interpretazione personale del primo paragrafo della Costituzione, secondo il quale ogni cittadino ha diritto alla vita, alla libertà, ed al conseguimento di un’esistenza felice e pertanto, ogni individuo che si considerasse «libero» di proseguire per la sua via quando il semaforo è rosso provocando un incidente mortale, si troverebbe senza dubbio rinchiuso in una cella, dove non splenderebbe nemmeno quella luce gialla che è il colore delle anime timide, le quali non sanno se andare avanti o fermarsi. Gli architetti non tollerano la sabbia come fondamenta per i grattacieli, i medici non tollerano la presenza di germi nel laboratorio e nessuno di noi si mostra tollerante verso l’allegro cassiere di vedute particolarmente larghe, il quale, nel fare il conto, fa risultare che sette più dieci fa venti.

Orbene, se è giusto – come lo è veramente – che i governi si mostrino intolleranti quando sono in gioco i principi dello Stato, che i costruttori di ponti siano intolleranti intorno alle leggi della tensione e del carico e che i fisici lo siano rispetto ai principi della forza di gravità, perché mai il Cristo e la Sua Chiesa e tutti gli uomini benpensanti non dovrebbero avere il diritto di essere intolleranti quando sono in gioco le verità del Cristo, le dottrine della Chiesa ed i principi della ragione? Le verità di Dio saranno meno rigide delle verità matematiche? Potranno le leggi del pensiero essere meno impegnative delle leggi della scienza, le quali si conoscono soltanto attraverso le leggi del pensiero? Possiamo definire «saggio» l’uomo che, non ignaro delle verità naturali, rifiuta di avere lo stesso occhio di riguardo sia per il matematico il quale dice «due più due fa cinque», sia per quello che dice «due più due fa quattro» e negheremo, per la stessa ragione, l’appellativo di «Sapienza Infinita» a Dio perché si rifiuta di avere lo stesso occhio di riguardo verso tutte le religioni della terra? E per questo motivo, lo definiremo un Dio «intollerante»? Affermeremo forse che i raggi riflessi del sole sono caldi, ma non è caldo il sole? Stiamo dicendo la stessa cosa quando ammettiamo l’intolleranza dei principi del la scienza e la neghiamo al Padre della scienza, che è Dio. E se un governo, fornito degli inflessibili principi della sua costituzione, può investire degli uomini col potere esecutivo di tale costituzione, perché non può il Cristo scegliere e delegare coloro a cui Egli dà l’incarico di rendere esecutivo il Suo Volere e di distribuire le Sue benedizioni? E se ammettiamo l’intolleranza attorno ai fondamenti di un governo che nel migliore dei casi si occupa del corpo dell’uomo, come non ammetteremo l’intolleranza intorno ai fondamenti di un governo che si cura degli eterni destini dello spirito dell’uomo? «Non vi è alcun fondamento sul quale gli uomini possano costruire, se non sul nome di Gesù»

-Necessità dei dogmi-

Perché dunque irridere i dogmi col definirli intolleranti? Oggi da ogni parte si sente dire: «Il mondo moderno ha bisogno di una religione libera dai dogmi», il che rivela quanto poco pensino coloro che si servono di tale formula, perché chi afferma di volere una religione senza dogmi sta nello stesso tempo formulando un dogma, che è ben più difficile da giustificare rispetto a molti dogmi della fede. Il dogma è un pensiero autentico ed una religione senza dogmi è una religione senza pensiero o una schiena senza spina dorsale. Tutte le scienze hanno dei dogmi. «Washington è la capitale degli Stati Uniti» è un dogma geografico. «L’acqua si compone di due atomi di idrogeno e di uno di ossigeno» è un dogma chimico. Vogliamo essere di larghe vedute e dire che Washington è un mare della Svizzera? Vogliamo avere la libertà di dire che l’H2 O è il simbolo dell’acido solforico?

Non siamo in grado di verificare tutti i dogmi della scienza, della storia e della letteratura e quindi dobbiamo fidarci delle competenze altrui. Io, per esempio, credo al professor Eddington quando mi dice che «la legge di gravità di Einstein asserisce che dieci coefficienti principali di curvatura sono zero nello spazio vuoto», come non credo invece al dottor Harry Elmer Barnes quando mi dice che «lo scarafaggio vive sulla terra, senza avere subito sostanziali mutamenti, da cinquanta milioni di anni». Accetto la testimonianza del dottor Eddington, perché egli ha dimostrato con le sue opere scientifiche di conoscere abbastanza bene le teorie di Einstein. Non accetto la testimonianza del dottor Barnes sulla vita degli scarafaggi, perché di fronte al mondo moderno egli non ha mai dato alcuna prova di essere uno specialista su tale argomento. In altre parole, metto al vaglio le testimonianze e le accetto alla luce della ragione. Allo stesso modo la mia ragione mette al vaglio le prove storiche sul Cristo, essa pondera la testimonianza di coloro che lo conobbero e quella data da Lui stesso. La mia ragione non si lascia influenzare da coloro che prendono le mosse da una teoria preconcetta, rifiutano ogni evidenza contraria alla loro teoria ed accettano come Vangelo tutto il resto. (…)

La mia ragione stessa mi porta alla fine ad accettare come divina la testimonianza di Gesù Cristo. Ed infine accetto quelle verità che non sono in grado di provare, come ho fatto per l’affermazione del professor Eddington intorno ad Einstein, e tali verità diventano dogmi. Esistono quindi sia i dogmi della religione che quelli della scienza, ed essi possono essere rivelati, gli uni da Dio, e gli altri dall’uomo. E inoltre questi dogmi fondamentali, come i primi principi di Euclide, possono essere usati come materia prima per il ragionamento e come un fatto scientifico può servire di base per un altro, così un dogma può servire di base per un altro. Ma per iniziare a pensare ad un primo dogma, bisogna identificarsi con esso sia in termini di tempo che di principio.

La Chiesa s’identificò in Cristo sia nel tempo che nel principio, essa incominciò a riflettere sui primi principi di Lui, e più rifletté, e più dogmi essa sviluppava. Essendo organica come la vita e non istituzionale come un’associazione, essa non dimenticò mai quei dogmi, li ricordò incessantemente e la sua memoria è la tradizione. Come lo scienziato deve risalire con la memoria ai primi principi della sua scienza, dei quali si serve come terreno per ulteriori conclusioni, così la Chiesa risale alla sua memoria intellettuale che è la tradizione e si serve dei primi dogmi come base per altri. In tutto questo procedimento essa non dimentica mai i suoi primi principi. Se lo facesse, assomiglierebbe ai dogmatisti antidogmatici d’oggi, i quali credono che il progresso consista nel negare il fatto invece di costruire su di esso, che si volgono verso nuovi ideali perché non hanno mai messo in pratica quelli antichi e che condannano come «oscurantista» la verità che ha una discendenza, celebrando le glorie «progressiste» della menzogna che non conosce né padre né madre. Questi antidogmatici appartengono alla scuola che sarebbe disposta a negare la natura stessa delle cose, che vorrebbe togliere al cammello la gobba e continuare a chiamarlo cammello; accorciare il collo alla giraffa e chiamarla sempre giraffa; a non incorniciare mai un quadro, perché la cornice è una limitazione e quindi un principio, un dogma. Ma significa essere tutt’altro che fautori del progresso se ci si comporta come topi che rodono le fondamenta del tetto che serve loro di protezione.

L’intolleranza riguardo ai principi è il fondamento dello sviluppo, ed il matematico disposto a deridere un quadrato perché ha sempre quattro lati e che in nome del progresso volesse incitarlo a rifiutare anche solo uno dei suoi lati, scoprirebbe ben presto di aver perduto tutti i quadrati. Lo stesso avviene per i dogmi della Chiesa, della scienza e della ragione: sono come i mattoni, oggetti solidi con i quali l’uomo può costruire, non come la paglia, che è «un’esperienza religiosa», adatta soltanto per essere bruciata. Quindi il dogma è la necessaria conseguenza dell’intolleranza intorno ai primi principi e la scienza o la Chiesa che ha la maggior quantità di dogmi è anche quella che ha lavorato di più con il pensiero. La Chiesa Cattolica, maestra da più di venti secoli, ha accumulato una somma enorme di pensiero solido e rigoroso e quindi ha costruito i suoi dogmi, come un uomo potrebbe edificare una casa di mattoni, fondata sulla roccia. Essa ha visto passare davanti ai suoi occhi i secoli con i loro entusiasmi transitori e le fedi del momento, con i medesimi errori, le stesse posizioni, le cadute nelle identiche trappole mentali, così da diventare molto tollerante e paziente verso gli alunni che sbagliano, ma anche molto intollerante e severa rispetto all’errore. È stata e sarà sempre intollerante quando sono in gioco i diritti di Dio, perché l’eresia, la menzogna e la mancanza di verità non colpiscono questioni personali sulle quali essa possa cedere, bensì un Diritto Divino sul quale non è lecito fare alcuna concessione. Mite verso l’errante, la Chiesa è violenta contro l’errore. La verità è divina, mentre l’eretico è umano. Una volta compiuta la dovuta riparazione, essa riaccoglierà l’eretico nel tesoro delle sue anime, ma non ammetterà mai l’eresia nel tesoro della sua saggezza.

La verità è sempre giusta, anche se nessuno si trovasse dalla parte della giustizia e l’errore è sempre sbagliato, anche se tutti si trovassero dalla parte dell’ingiustizia. Ai nostri giorni noi abbiamo bisogno, come disse Chesterton, «non di una Chiesa che sia nel giusto quando il mondo è nel giusto, ma di una Chiesa che sia nel giusto anche quando il mondo è nell’errore». L’atteggiamento della Chiesa in rapporto al mondo moderno su tale importante questione si può simbolizzare nella storia delle due donne presentatesi alla corte di Salomone (1Re 3,16–28). Entrambe reclamavano per sé un figlio. La madre legittima insisteva per avere il figlio intero, oppure nulla, perché un figlio è come la verità: indivisibile. La madre illegittima, al contrario, era disposta ad accettare un compromesso: avrebbe accettato di dividere il bambino, ed il bambino sarebbe morto, vittima di quella tollerante larghezza di vedute.

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO!

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Verità e menzogne

UN NUOVO LIBRO DI FULTON SHEEN “PERCHÉ CREDERE?” Che cosa fa la grazia di Dio nella nostra natura umana? I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà.

Le edizioni Ares hanno pubblicato il primo volume di “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” (256 pagine). Tradotto per la prima volta in italiano.

“Dio e l’uomo, il male e il peccato, Cristo e la Chiesa, la redenzione e la libertà di scelta, i Sacramenti, il corpo e l’anima, con l’apparente dicotomia nel mondo tra la sfera materiale e la sfera spirituale… In modo semplice e diretto, ricorrendo secondo il suo stile a immagini del quotidiano e a una forte carica umoristica, Fulton Sheen offre in queste pagine i principali contenuti della fede in risposta alle domande fondamentali sul senso della vita. Un testo che mons. Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, ha definito «la Summa di tutta la saggezza» del suo autore.”

Prossimamente uscirà il secondo volume. Qui sotto potete leggere un pezzo straordinario di un capitolo che spiega l’azione della Grazia di Dio nell’uomo.

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

L’AZIONE DELLA GRAZIA DI DIO NELL’UOMO

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Prendiamo un esempio di cambio di direzione. L’allora editore del giornale comunista “Daily Worker” di Londra e sua moglie ascoltavano un programma radiofonico di un funzionario della Russia. All’improvviso la moglie si alzò e spense la radio. Disse al marito (ricordiamo che entrambi erano comunisti):

«Non credo che lui voglia la pace. Credo che voglia la guerra! Parla di pace, ma intende la guerra». Lui disse: «Non parlare così; non stai parlando da comunista». Lei rispose: «Non mi importa come sto parlando». E lui: «Se continui a parlare in questo modo farò rapporto al partito!». Lei: «Riferisci!». «Infatti», disse lui, «stai iniziando a parlare come se fossi diventata cattolica!». Lei: «Lo sono!». Lui: «Diamine! Lo sono anch’io!».

Così un marito e una moglie che vivevano insieme condividendo idee comuniste improvvisamente ignoravano di essere entrambi cambiati. Che cosa era accaduto? Un potere esterno a loro: la grazia.

Non c’è nulla di simile al diventare migliori nell’ordine naturale e improvvisamente, in senso stretto, meritare la grazia. Natura e grazia sono piuttosto distinte. È la differenza tra fare e generare. Quando fai qualcosa, realizzi qualcosa che non ti somiglia. Quando costruisci un tavolo, questo non condivide la tua natura. Quando i genitori mettono al mondo un figlio, fanno invece qualcosa di simile a loro stessi. Quando Dio ci ha creati, Dio era il nostro Creatore, invece quando ci ha generati come figli, non era solo il nostro Creatore, ma nostro Padre. Quando la grazia viene in noi, come ha detto il Signore, la linfa passa attraverso la vigna fino ai tralci, ma è la stessa linfa della vigna. Noi iniziamo a condividere la natura del Signore così Lui riversa in noi la sua natura. San Giovanni ha detto: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto» (Gv 1, 16). Quando rispondiamo alla grazia, allora diventiamo qualcosa di simile a una matita tra le mani, che farà tutto ciò che la mano vuole. Siamo gli strumenti di Dio e obbediamo al suo volere come la matita obbedisce alla volontà della mano. Quando c’è totale obbedienza c’è la santità. Ecco ciò che è un santo. Un santo è uno che è disponibile per Dio come la matita per la mano.

Che cosa fa la grazia nella nostra natura umana? La grazia fa del corpo un tempio di Dio; ed è una delle ragioni per la purezza. Un tempio è un luogo in cui Dio dimora. Ricordate quando il Signore è andato nel tempio di Gerusalemme? Quando i farisei gli chiesero un segno il Signore disse: «Io distruggerò questo tempio […] e in tre giorni ne costruirò un altro» (Mc 14, 58). Non parlava del tempio terreno, ma del tempio del suo corpo, poiché Dio dimora nella natura umana di Cristo. Egli dimora in noi per partecipazione. Il corpo è sacro e dobbiamo rispettarlo.

I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà. L’intelletto è la facoltà per cui conosciamo; la volontà è la facoltà per cui scegliamo. L’oggetto dell’intelletto o ragione è la verità; l’oggetto della volontà è il bene o l’amore. Quando la grazia arriva all’intelletto, lo raggiunge come una sorta di luce. È alquanto difficile descrivere che cosa faccia alla mente umana. Immaginiamo la luce del sole che splende attraverso una vetrata. Notate come si diffonde facendo risaltare ogni colore. Ecco ciò che fa la grazia all’intelletto: dà una visione nuova. La fede diventa per la ragione qualcosa di simile al telescopio per l’occhio: non distrugge l’occhio, lo perfeziona. Quando la fede viene in noi, abbiamo una nuova certezza che oltrepassa la ragione. Tutto ciò che otterrete da queste istruzioni sono ragioni di credibilità.

La certezza deve venire dalla fede, che a sua volta viene da Dio. Il Signore disse a Pietro: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei Cieli» (Mt 16, 17). La certezza della fede è così grande che nulla può distruggerla. La certezza è più grande della ragione per la fede, poiché la luce viene da Dio. Abbiamo molte certezze più forti di quanto possa darci la ragione. Se ci sfidano a provare di essere figli legittimi, può essere piuttosto difficile. Non abbiamo i documenti. Ma nulla può scuotere la nostra certezza. Un uomo esperto può dare molte ragioni contro l’esistenza di Dio e la divinità di Cristo a uno dei nostri figli, ma non può mai distruggere la fede di quel bambino. Non solo la fede dona certezza, ma ci dona anche un nuovo sguardo, un nuovo sguardo sulla nascita, la sofferenza, la morte, la gioia, i piaceri, la letteratura e l’arte. Coloro che possiedono ciò che san Paolo definisce la mente carnale non possono comprendere le cose della fede; è come pretendere che un uomo cieco capisca i colori.

Molto spesso coloro che mancano del dono della fede si chiedono perché ne siamo così certi. «Perché abbiamo questo sguardo sulla sofferenza?». «Perché non siamo depressi?». «Perché non pensiamo al suicidio?». Semplicemente perché vediamo meglio le cose. Abbiamo una luce di cui loro sono privi. Forse abbiamo già detto che abbiamo gli stessi occhi di notte e di giorno, eppure di notte non vediamo. Perché? Perché ci manca la luce del sole. Due persone che esaminano lo stesso problema, lo vedranno in modo molto differente, perché uno ha la sua ragione e i suoi sensi, l’altro la sua fede.

C’è anche la volontà umana. Quando la grazia viene nella volontà, ci dona un nuovo potere, una nuova forza che non abbiamo mai avuto prima. Ci dà una nuova capacità di resistere alle tentazioni. Troppo spesso in questo mondo appena uno diventa schiavo del peccato, parliamo di lui come se avesse una compulsione. Diciamo: «Oh, è un bevitore compulsivo. È un mangiatore compulsivo». È vero. La parola che usa il Signore per spiegare la compulsione è “schiavitù”. Questo non significa che queste persone abbiano completamente distrutto la propria libertà. C’è sempre una piccola parte di libertà che rimane in un alcolista, in un pervertito, in chiunque sia preda della schiavitù del peccato. Questi peccati iniziati con liberi atti nostri propri, possono aver indebolito, ma non distrutto la nostra volontà. È possibile che la grazia si insedi. La grazia ha il suo D-day e Dio può venire in ciascuna di queste persone.

Quando cerchiamo di curare una persona dai vizi, non possiamo mai estrarre il vizio, ma solo emarginarlo. Come si fa? Mettendovi qualcos’altro di nuovo. La grazia di Dio viene quando iniziamo ad amarlo; allora, questi vizi iniziano a fuoriuscire. Una volta che sopravviene un nuovo amore, siamo cambiati. Ricordo di aver fatto un patto con una donna alcolizzata, dicendole: «Tu ami l’alcol più di ogni altra cosa al mondo. Allora io non posso curarti finché non inizi ad amare qualcos’altro». Così abbiamo invocato la grazia, che è venuta in lei ed è guarita. Ecco ciò che la grazia fa alla povera e debole volontà umana. Poi essa ci dà anche potere di influenzare gli altri.

Se queste mie parole vi influenzano, non è per via di conoscenze o poteri che possiedo. Se ho qualche influenza su di voi, è perché lo Spirito e la grazia di Dio stanno operando in voi. Le mie parole non sono nulla. Di sicuro io non ho iniziato queste istruzioni senza pregare lo Spirito e la grazia di Dio che mi diano forza, ma se comunque siete cambiati non dite: «Oh, monsignor Sheen, quanto le siamo grati». Monsignor Sheen non ha fatto nulla, io sono solo il misero strumento del buon Dio. Se siete cambiati, ecco la differenza tra la vostra natura e la grazia. Prima che venisse la grazia agivate a modo vostro, dopo aver ricevuto la grazia agite a modo suo. La differenza è tutta qui. La vostra coscienza si è svegliata e ciò che prima era prezioso per voi adesso sembra nulla, mentre ciò che prima sembrava spazzatura adesso è prezioso. Questa è la grazia: è il potere soprannaturale che illumina la vostra mente per vedere le cose al di sopra della ragione; è quel potere soprannaturale che rafforza la vostra volontà a fare le cose che prima non avreste potuto fare. Essa vi cambia da creature in figli di Dio e soprattutto vi rende capaci di chiamarlo “Padre”.

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

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VOI SIETE FATTI PER DIO: “Sarete in pace soltanto quando approderete nel mare dell’infinito”

Perché provate le delusioni?

Perché tra i vostri desideri e la loro realizzazione c’è una sproporzione tremenda. La vostra anima ha una certa infinità di desiderio, essendo spirituale. Il vostro corpo, invece, e l’universo intorno a voi, sono materiali, limitati, circoscritti, stretti da confini. Potete immaginare una montagna d’oro, ma non la vedrete mai. Potete immaginare un palazzo con centomila stanze, una colma di diamanti e un’altra colma di smeraldi e una terza colma di perle, ma non vedrete mai un simile palazzo. Similmente, potete pregustare alcuni godimenti terreni, o una certa posizione sociale o condizione di vita; ma una volta raggiunti, comincerete subito a sentire la tremenda sproporzione che passa fra l’ideale immaginato e la realtà posseduta. La delusione segue sempre, perché ogni ideale terrestre, una volta posseduto resta perduto.

Quanto più il vostro ideale è materiale, tanto più grande è la vostra delusione. Quanto più il vostro ideale è spirituale, tanto minore è la delusione. Ecco perché coloro che si dedicano alla ricerca d’interessi spirituali, come l’investigazione della verità, non si svegliano mai al mattino con la bocca amara e con la sensazione di essere sfiniti e abbattuti.

L’anima non dice mai basta. La vostra intelligenza, una volta che ha conosciuto una foglia, un albero, una rosa, eccetera, non dice mai «basta». Il vostro bruciante desiderio d’amore non è mai soddisfatto. Tutte le poesie d’amore finiscono in un grido, in un lamento, in un pianto. Tanto più puro è l’amore, quanto più invoca. Quanto si sente più innalzato sulla terra, tanto più si lamenta. Se un grido di gioia o un momento di estasi interrompe questa domanda, è soltanto per un momento; subito dopo ricade nell’immensità dei desideri. Avete la gioia di riempire la terra con i vostri immensi sospiri del cuore, poiché voi siete fatti per l’Amore. Nessuna bellezza terrestre vi sazia, perché, quando essa scompare dai vostri occhi, voi la fate rivivere, anche più bella, nell’immaginazione. Anche quando voi camminate con gli occhi chiusi, la mente continua a presentarvela, senza difetti, senza limiti, senza ombre. Dove si trova quella bellezza ideale che voi andate sognando? L’amabilità terrestre non è forse l’ombra di qualcosa d’infinitamente più grande? Non c’è da meravigliarsi che Virgilio abbia desiderato di bruciare il suo poema, l’Eneide, e che lo scultore Fidia abbia gettato nel fuoco il suo scalpello. Quanto più quei due artisti si erano accostati alla bellezza, tanto più sembrava che essa fuggisse lontano, perché la bellezza ideale non sta nel tempo: ma nell’infinito.

-Il tormento dell’infinito-

Nonostante le continue delusioni di trovare i nostri ideali soddisfatti quaggiù, l’infinito continua a tormentarci. Lo splendore di un sole che tramonta, simile a «un’ostia nell’ostensorio d’oro dell’occidente», l’alito di un vento primaverile, la divina purezza nel volto d’una Madonna, tutto vi riempie di nostalgia, di un cocente protendersi oltre, verso qualcosa che sia ancora più bello. Con i piedi per terra, voi sognate il cielo; creature del tempo, voi disprezzate il tempo; fiori di un giorno, cercate di eternizzare voi stessi. Perché desiderate la vita, la verità, la bellezza, la bontà, la giustizia, se non perché voi siete fatti per loro? Da dove vengono esse? Durante il giorno, dov’è la sorgente della luce che illumina le strade cittadine? Non certamente sotto le auto, sotto i pullman, sotto i piedi dei passeggeri, perché là la luce è mescolata alle tenebre. Se volete trovare la sorgente della luce, dovete andare oltre, verso qualcosa che non ha mescolanza di tenebra e di ombra; dovete andare a quella pura luce che è il sole. In simile maniera, se volete trovare la sorgente della vita, della verità e dell’amore, dovete andare oltre, verso una verità che non è mescolata con ombre di errore; verso un amore che non è mescolato con ombre di odio. Dovete andare verso qualcosa che è Vita pura, Verità pura, Amore puro. Questa è la definizione di Dio. Perché siete stati delusi fin qui? Perché non avete ancora trovato Dio.

Udite il poeta Riccardo Chenevix Trench: «Se esistesse in qualche luogo un altro rifugio dove volare, i nostri cuori avrebbero cercato qui la loro quiete, e non in te, o Dio. Noi abbiamo cozzato contro le sbarre della creazione, come aquile prigioniere; abbiamo cercato attraverso gli immensi mondi soltanto un palmo di terreno su cui posare i nostri piedi, dove tu non sei. Soltanto quando, in terra, nell’aria, in cielo, o nell’inferno, scoprimmo che in nessun luogo si può trovare dove sfuggire a te, allora volammo a te».

Una volta che avete scoperto che la causa della vostra delusione deriva dalla distanza che passa fra l’ideale concepito nella mente e la sua realizzazione concreta, voi non diventate più dei cinici. Invece di diventare cinici, sarete pronti a scartare totalmente ogni delusione. Non c’è niente di anormale nel vostro desiderio di vivere, non soltanto di poter vivere due o tre anni di più, ma per sempre. Non c’è niente di esagerato nel vostro desiderio della verità, non soltanto questa o quella verità, ma tutta la verità. Non c’è niente di inumano nella vostra fame di amore, dal momento che essa durerà sempre, senza che la morte la sopprima, la sazietà la svuoti o il tradimento la uccida. Non sentireste il bisogno di una vita perfetta, di una perfetta verità e di un perfetto amore, se non esistessero. Il solo fatto che voi godete di una loro porzione, dimostra che ci dev’essere l’intero. Non ne conoscereste l’arco, se non ci fosse l’intera circonferenza. Non camminereste nelle ombre, se non ci fosse la luce. Come potrebbe l’anatra avere l’istinto di nuotare, se non ci fosse l’acqua? Potrebbe un bambino domandare con grida il nutrimento, se questo non esistesse? Come potrebbe esistere l’occhio, se non ci fossero bellezze da vedere? Ci sarebbe l’udito, senza armonie da udire? Come potrebbe esserci in voi lo struggente desiderio di una vita senza fine, di una verità senza errori e di un amore estatico, se non esistessero una vita perfetta, una verità perfetta e un amore perfetto?

Concludiamo, dunque: voi siete fatti per Dio! Dunque, non vi sazierà nulla di meno dell’infinito. Distruggereste la vostra natura se domandaste di essere soddisfatti da qualcosa che sia minore dell’infinito. Come una nave, una volta messa in un fiume, avanza faticosamente sulle acque troppo basse, fiancheggiata dai limiti ristretti delle sponde, così voi siete inquieti, sentendovi imprigionati dai limiti dello spazio e del tempo. Sarete in pace soltanto quando approderete nel mare dell’infinito.

(Fulton J. Sheen, da “Fatti per l’eternità: introduzione al Cristianesimo” edizioni Mimep)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO

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DIO NON PUÒ COSTRINGERE L’UOMO E VIOLARE LA SUA LIBERTÀ. L’AMORE CROCIFISSO: “Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio”

Dio non può violare la libertà dell’uomo, perché così facendo schiaccerebbe la libertà stessa che rende possibile l’amore. Perciò Dio, per conquistarci, si mette nell’atteggiamento di chi è incapace di distruggere la libertà. Viene a noi in una natura umana sulla croce. Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio. Può invitarci e richiamarci solo presentando l’immagine di ciò che il peccato ha fatto a Lui.

Cerca di commuoverci con la visione di un sacrificio per cui può dire: “Nessuno ha un amore più grande di questo” (Giovanni 15:13). Molto spesso la vista delle sofferenze che l’ubriachezza di un marito ha causato a una moglie lo fa desistere dalla sua abitudine; così anche Nostro Signore spera che la rivelazione di ciò che i nostri peccati hanno fatto a Lui ci porti al pentimento. La crocifissione non è stata un omicidio, ma un deicidio, il peggio che il peccato possa fare. La vista stessa della Sua sofferenza non è solo la misura della nostra colpa, ma è allo stesso tempo l’offerta del perdono.

Attraverso la Croce la nostra colpa si trasforma in dolore nel vedere le sue conseguenze – un dolore struggente e personale che tortura la nostra anima fino a farci gridare: “O Dio, sii misericordioso con me peccatore” (Lc 18,13). Da quella Croce l’Amore ha guardato in basso, perché per sua natura l’amore discende. I genitori amano i loro figli più di quanto i figli amino i loro genitori. Infatti, i figli non sanno quanto i loro genitori abbiano sofferto per loro finché non diventano essi stessi genitori. L’amore discende dalla Croce.

Siamo troppo stupidi per capire l’amore della Croce, perché siamo così estranei al sacrificio; non sappiamo cosa sia l’amore perché non abbiamo amato, ma solo desiderato. Poiché amiamo così poco, il Suo amore è misterioso per noi. Non abbiamo mai perdonato nessuno a un prezzo così alto come il Suo; non abbiamo mai amato nessuno a un prezzo così alto come Lui. La nostra mancanza di amore ha nascosto il Calvario. Solo quando inizieremo ad amare la Bontà capiremo quanto Dio sia stato buono a morire per noi.

Il peccato è colpa nostra! Che cosa faremo al riguardo? Il mondo lo spiegherà, il Signore lo perdonerà. Egli ha conferito questo potere di perdono alla sua Chiesa fino alla consumazione del mondo: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi” (Giovanni 20:23). Grazie a Dio, sono cattolico.

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country” 1941)

C’È SOLO UNA SOLUZIONE PER SALVARE L’UOMO MODERNO DALLA SUA DISPERAZIONE: “La coscienza sociale libera oggi molti uomini dall’obbligo di rettificare la loro coscienza individuale”

Dapprima l’uomo viveva in un universo tridimensionale dove, da una terra che abitava insieme con i suoi simili, considerava il cielo al di sopra e l’inferno al di sotto di lui.

Dimenticando Dio, la visione dell’uomo si è ridotta, in questi ultimi tempi, a una sola dimensione; l’uomo moderno ritiene che la sua attività sia limitata alla superficie della terra, un piano dal quale non può muoversi né verso l’alto, cioè per salire a Dio, né verso il basso, cioè per scendere a raggiungere Satana, ma soltanto verso destra o verso sinistra. Alla vecchia divisione teologica tra coloro che sono in stato di grazia e coloro che non lo sono, si è sostituita la divisione politica tra Destra e Sinistra.

L’anima moderna ha decisamente limitato i propri orizzonti: negatrice dell’eternità, ha perduto perfino la sua fede nella natura, perché la natura senza Dio è falsa e infida. (…)

C’È SOLO UNA SOLUZIONE PER SALVARE L’UOMO MODERNO DALLA SUA DISPERAZIONE

La forma di autodisciplina meglio indicata per aiutarci a comprendere dove stiamo andando è la meditazione, che ci darà finalmente l’autocontrollo attraverso l’autorealizzazione. Tra tutte le anime moderne, le più tragiche sono quelle che si sono imprigionate nel proprio spirito; soltanto la meditazione può infrangere, con un’invasione divina, quel pazzesco autoaccerchiamento dell’uomo.

Oggi ci sono molti uomini che non meditano mai, né si disciplinano mai in altro modo. Credono di essere sazi con ciò che hanno creduto di appagare; tentano di rimediare a ogni nuova delusione con una nuova passione; tentano di esorcizzare i vecchi disgusti e le vecchie vergogne con nuovi febbrili eccitamenti. Cambiano gli oggetti del loro amore, ma la noia e il fastidio rimangono. I loro mali diventano un’abitudine e un’apparente necessità; non si richiudono le ferite delle loro anime, poiché essi negano l’esistenza delle ferite, o addirittura dell’anima. I ceppi che li incatenano alla disperazione sono forgiati; le loro passate sofferenze persistono nei loro rimorsi; il loro futuro è buio di paura; i loro piaceri sono meno ardenti di prima, le loro ansie più permanenti e la loro coscienza meno tranquilla: i minuti dei loro peccati diventano notti di terrore. Sono di peso a se stessi, di noia agli amici; sono disgustati, mai sazi; affamati, mai soddisfatti; e pagano somme non indifferenti ai ciarlatani che dicono loro che non c’è peccato e che il senso di colpa è dovuto al complesso paterno. Ma il cancro morale persiste: essi sentono che corrode i loro cuori.

Che cosa possono fare questi milioni di psicopatici, di nevrotici, di delusi, per sfuggire alla follia che serpeggia in loro e che minaccia di diventare pazzia? Non c’è che una soluzione: rientrare in se stessi, sollevare lo sguardo al Medico divino e gridare: “Dio, abbi pietà di me!”. Se lo sapessero, una singola confessione li salverebbe, aiutandoli a ottenere il perdono dei loro peccati; e salverebbe anche il piccolo patrimonio che dissipano per far interpretare erroneamente questi peccati. (…)

Come la medicina deve venire dal di fuori del corpo, così la guarigione morale deve venire dal di fuori dell’anima (con la confessione). Eppure molti uomini del nostro tempo fanno di tutto per sottrarsi a questa fonte di guarigione e di salute. I vigliacchi rifiutano di riconoscere che la loro vita è disordinata; oppure cercano un mezzo “facile” per evadere dalla loro miseria e peggiorano in questo modo le loro condizioni.

Alcuni dei “facili” mezzi di evasione da essi tentati sono: la maldicenza, che consente loro di apparire buoni in confronto alle persone di cui sparlano; la ridicolizzazione delle persone oneste e religiose per evitare il rimprovero della loro bontà; lo stordimento, l’eccitazione, la partecipazione incondizionata agli entusiasmi collettivi, di modo che la voce dolce e sommessa della coscienza, attraverso cui parla il Signore, non si possa più sentire; l’adesione al comunismo, rivoluzione anarchica mediante la quale l’individuo dissimula il proprio bisogno di rigenerazione individuale, intima, spirituale, rivoluzionando tutti gli altri. Indicando i torti altrui, il comunista si sottrae al bisogno di agire correttamente; diffondendo l’ideologia della lotta di classe, crea l’illusione che il male che combatte non sia in lui, ma nel sistema sociale. Così la coscienza sociale libera oggi molti uomini dall’obbligo di rettificare la loro coscienza individuale.

C’è inoltre un mezzo di evasione che consiste nel dare alla religione il nome di “codardia”, che è la più intollerabile tra le affermazioni di ateismo. È come dire a un uomo la cui casa sia in fiamme che è un “codardo” se chiama i pompieri.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

PER RISANARE UN PECCATORE SERVONO LA CONFESSIONE E IL DOLORE: “Il perfetto dolore proviene dalla consapevolezza di avere offeso Dio, il quale merita tutto il nostro amore”

Per risanare un peccatore servono dunque la confessione e il dolore. E il dolore deve avere in sé l’appello alla misericordia di Dio, per distinguersi dal rimorso. San Paolo fa questa distinzione scrivendo ai Corinti: “Perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte” (2Cor 7,10). Il rimorso o “dolore del mondo” si risolve in tormento, gelosia, invidia, indignazione; ma il dolore che ha rapporto con Dio si risolve in espiazione e speranza.

Il perfetto dolore proviene dalla consapevolezza di avere offeso Dio, il quale merita tutto il nostro amore; questo dolore, o contrizione, che si prova nella confessione, non è mai una tristezza stizzosa, irritante, deprimente, ma una tristezza da cui viene consolazione. Ha detto Sant’Agostino: “Il penitente dovrebbe sempre addolorarsi e godere del proprio dolore”. L’esperienza di un peccatore pentito che riceve il sacramento del perdono è stata molto ben descritta dalla Beata Angela da Foligno. Essa ci racconta del tempo in cui ebbe per la prima volta cognizione dei propri peccati:

“Risolsi di confessarmi a lui. Confessai i miei peccati completamente. Ricevetti l’assoluzione. Non sentivo amore, ma soltanto amarezza, vergogna e dolore. Poi per la prima volta volsi lo sguardo alla Divina Misericordia; conobbi quella Pietà che mi ha tratta dall’inferno e che mi ha dato la grazia. Fui illuminata e pertanto conobbi la misura dei miei peccati. Compresi così che avendo offeso il Creatore avevo offeso tutte le creature… Per mezzo della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi invocai la pietà di Dio e, inginocchiata, pregai per avere la vita. Subitamente credetti di sentire la pietà di tutte le creature e di tutti i santi. E allora ricevetti un dono: un gran fuoco d’amore e la forza di pregare come non avevo mai pregato… Iddio scrisse il Pater Noster nel mio cuore con un tale accento della Sua bontà e della mia indegnità che mi mancano le parole per esprimerlo”.

È difficilissimo che il mondo comprenda un dolore come quello; ma ciò dipende dal non sentire un amore come quello. Più uno ama, più indietreggia all’idea di ferire l’oggetto amato e più soffre quando gli succede di farlo. Ma questo dolore non dovrebbe renderci aridi e disperati come quelli che dicono: “Non mi perdonerò mai di aver fatto questo”. È un vero inferno per l’anima che rifiuta di accettare il perdono che gli viene concesso perché ha ferito l’Amore Divino.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

SE NON SOFFRIAMO CON CRISTO NON RISORGEREMO CON LUI. Cosa ci insegnano le Piaghe del Cristo Risorto?

Mentre la nostra terra reca queste piaghe, chi mai può indurci a sperare che davanti a noi avremo giorni migliori e che tutta questa sofferenza, tutta questa angoscia, non siano una beffa, un inganno?

Una cosa è certa: che le nostre ali spezzate non possono essere risanate da quel Cristo “Liberale” inventato dal secolo decimonono che fece di Lui nient’altro che un moralista simile a Socrate, a Maometto, a Buddha o a Confucio, e che, come loro, fu imprigionato nei ceppi della morte.

La sola cosa che oggi può esserci di conforto è il Cristo Risorto con le Sue Piaghe Gloriose, passato anche Lui attraverso la morte per darci la Speranza e la Vita: il Cristo, cioè, della mattina di Pasqua.

Risaltano, nella storia della Pasqua, le Stigmate di Cristo.

La Maddalena, che era stata sempre ai Suoi Piedi, o nella casa di Simone o presso la Croce, si trova questa volta nel giardino del sepolcro, e soltanto quando scorge su quei Piedi le livide Piaghe che testimoniano della guerra del Calvario riconosce il suo Signore e grida: “Rabbuni!”, che significa “Maestro”.

Il Cristo di cui oggi il mondo ha bisogno è il Cristo Virile, che a un mondo iniquo può mostrare i Segni della Vittoria nel Suo Corpo Stesso, offerto in cruento Sacrificio per la salvezza dell’Umanità. In questi terribili giorni non possono salvarci e confortarci i falsi dèi, immuni da affanni e dolori. (…)

Cosa ci insegnano le Piaghe di Cristo?

Ci insegnano che la vita è una lotta: che la nostra condizione di resurrezione finale è esattamente uguale alla Sua; che se non c’è una Croce nella nostra vita, non ci sarà mai una tomba vuota; se non c’è un Venerdì Santo, non ci sarà mai una Domenica di Pasqua; se non c’è una corona di spine, non ci sarà mai un’aureola di luce; e se non soffriamo con Lui, non risorgeremo con Lui.

Il Cristo delle Stigmate non ci ha dato nessuna pace che elimina le lotte, perché Dio odia la pace in coloro che sono destinati alla guerra contro il male. Le Piaghe non solo ci ricordano che la vita è una guerra, ma sono anche promesse di vittoria in quella guerra.

Gesù Nostro Signore ha detto: “Ho vinto il mondo”. Con questo Egli intende dire che ha vinto il male in linea di principio. (…)

Il male non potrà mai essere più forte di quel giorno sul Calvario, perché la cosa peggiore che il male può fare non è distruggere le città, fare guerre o sganciare bombe atomiche contro i vivi. La cosa peggiore che il male può fare è uccidere Dio, uccidere la Vita Divina! Ma essendo stato sconfitto in questo sul Calvario, nel suo momento più forte, quando il male indossava la sua più grande armatura, non potrà mai più essere vittorioso.

Non pensate, quindi, che il Gesù delle Stigmate e la sua vittoria sul male ci dia l’immunità dal male e dal dolore, dalla sofferenza, dalla crocifissione e dalla morte. Ciò che Egli offre non è l’immunità dal male nel mondo fisico, ma una possibilità di perdono per il peccato nelle nostre anime. La conquista finale del male fisico arriverà nella resurrezione dei giusti.

Ma Egli insegna, a un nobile esercito di sofferenti nel mondo, a sopportare il peggio che questa vita ha da offrire con coraggio e serenità, e a considerare tutte le sue prove come “l’ombra della Sua Mano carezzevolmente protesa su di noi”, e a trasfigurare alcuni dei più grandi dolori della vita nelle più ricche conquiste della vita spirituale.

(Fulton J. Sheen, da “I Personaggi della Passione”)