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I CATTOLICI PSICOTICI E NEVROTICI: GLI UNI VORREBBERO ISOLARE LA CHIESA DAL MONDO, GLI ALTRI VORREBBERO IDENTIFICARLA CON IL MONDO.

Poiché il “mondo” è ambiguo, è possibile cadere negli abissi da entrambi i lati della strada della verità, producendo così gli psicotici e i nevrotici. Uno psicotico crede che due più due fa cinque; un nevrotico crede che due più due fa quattro, ma diventa pazzo per questo. I nevrotici si aggrappano al reale e dimenticano l’ideale.

Nella Scrittura, la Chiesa è simboleggiata dalla roccia che è stata colpita e da essa ne sono uscite acque vive. La roccia è permanente, le acque rappresentano il cambiamento e il dinamismo della Chiesa. Gli psicotici si aggrappano alla roccia e dimenticano le acque; i nevrotici nuotano nelle acque e dimenticano la roccia. Gli psicotici vogliono solo il letto del fiume; i nevrotici solo l’acqua che scorre. Gli psicotici isolerebbero la Chiesa dal mondo; i nevrotici identificherebbero la Chiesa con il mondo. Per gli psicotici la religione è cultica; per i nevrotici è attivistica.

Quando il Faust di Goethe cominciò a tradurre il Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo”, esitò, perché non poteva sottoscrivere il primato della Parola di Dio. Così, invece, scrisse: “In principio era l’Azione”. La verità, che manca sia agli psicotici che ai nevrotici, è che il Verbo si è fatto Carne. La biforcazione e il divorzio di quelle cose che Dio voleva che fossero tenute insieme, ha dato inizio a una divisione teologica simile alla scissione di un atomo.

L’ideale della spiritualità si trova nelle prime e ultime parole della vita pubblica di Nostro Signore. La prima parola della Sua vita pubblica è stata: “Venite” (Giovanni 1:39). L’ultima parola è stata: “Andate” (Marco 16:20).

Il discepolo viene prima di tutto per assorbire la Sua Verità, per infiammarsi con il Suo Amore; poi, e solo allora, va a compiere la sua missione.

Entrambe le parole sono riassunte nel passo della chiamata dei discepoli: “Chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da Lui. Ne costituì Dodici perché stessero con Lui e per mandarli a predicare” (Marco 3,14).

Purtroppo oggi abbiamo troppi “vai-andate” e non abbastanza “vieni-venite”. Il giusto equilibrio si ritrova nella storia di Marta e Maria che segue nel Vangelo quella del Buon Samaritano. In quest’ultimo caso si loda il servizio sociale. Ma nella storia di Marta e di Maria, si suggerisce che non dobbiamo essere troppo assorbiti dal servizio, perché se siamo troppo assuefatti al servizio non abbiamo tempo di sederci ai piedi di Gesù per imparare le Sue lezioni.

(Fulton J. Sheen, da “Those Mysterious Priests” 1974)

P.s. Il pezzo è stato tradotto in modo amatoriale dall’originale inglese che potete trovare scaricando l’anteprima o acquistando l’eBook-Kindle sul link di Amazon qui sotto:

IL REGNO DEI CIELI È DEI VIOLENTI!

La Felicità è conseguibile a condizione che l’uomo superi la tendenza al male traducendo in realtà la propria Divina vocazione e dominando gli stimoli della natura; il che si compie non attraverso l’orgiastico rilassamento delle forze primordiali ma attraverso un’ascesi che giunge quasi alla violenza.

Questo è ciò che intendeva Gesù Nostro Signore quando disse che: “Il Regno dei Cieli soffre violenza e solo il violento se ne impadronirà”.

Per il Cristiano, la via della perfezione è la via della disciplina, perché egli intende la perfezione come soddisfazione della personalità nella sua più alta estensione: cioè il conseguimento della Vita, della Verità e dell’Amore, che è Dio. Se l’uomo si abbandona passivamente, è condannato a morire nella sua attuale condizione. Per recuperare la salute, deve ingoiare una medicina amara e sottoporsi ad una specie di operazione.

Quando Nostro Signore parlò della Sua Dottrina come di un giogo, chiese ai Suoi seguaci di essere puri in un mondo pieno di freudiani; di essere poveri di spirito in un mondo di competizioni capitalistiche; di essere mansueti in mezzo ai fabbricanti di armi; di gemere in mezzo ai ricercatori di piaceri; di aver fame e sete di giustizia in mezzo agli arruffoni di affari; di essere misericordiosi in mezzo a coloro che chiedono vendetta.

Chiunque sia così è detestato da un mondo che non desidera Dio.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima”)

LA CHIESA È CAMBIATA? LA CRISI E LE CONSEGUENZE CHE IL PENSIERO MARXISTA-COMUNISTA HA PROVOCATO NELLA CHIESA, NEI SACERDOTI E NEI FEDELI.

Due pensatori hanno fatto il pensiero dei nostri tempi: Freud e Marx. (…) Il primato del piacere, il rifiuto della disciplina e dell’autocontrollo, e la licenza del sesso, divennero l’espressione degli opuscoli di Freud, sia che egli ammettesse o meno queste idee. La Rivoluzione, il Socialismo e il Maoismo divennero l’eredità dell’autore di “Das Kapital-Il Capitale”… Marx-Marcuse-Mao.

Che effetto hanno avuto questi pensatori sulla religione? Il rapporto di Freud con essa è stato trattato nel nostro libro “La Pace dell’Anima”. La nostra preoccupazione qui riguarda il marxismo e la sua ripercussione sulla religione e, in particolare, sul sacerdozio.

Marx e i Preti? Quei misteriosi Sacerdoti!

È possibile che i cambiamenti di mentalità di pochi siano dovuti più a Marx che a Marco, più al comunismo che al Vangelo? Non è che il clero legga Marx. Un cinico potrebbe dire che non leggono più di Karl Marx che di San Tommaso d’Aquino. Ma non hanno bisogno di leggere. Le idee diventano atmosfera; i libri generano lo Zeitgeist (lo spirito del tempo). La stampa quotidiana non riporta note a piè di pagina, ma ha una filosofia di vita che i creduloni seguono, e che i saggi riconoscono. L’origine filosofica del marxismo non ci riguarda qui, ma come esso sia diventato inconsciamente un emisfero in alcuni cervelli religiosi.

Il marxismo sosteneva che “la religione è l’oppio del popolo”. Oggi questo può significare che la politica è l’eroina della religione. Non che alcuni siano consapevolmente marxisti; non lo sono, più di quanto chi usa la parola “filantropico” sappia di parlare greco. I laici sanno solo che la Chiesa è “cambiata”. Alcuni direbbero che è stato “l’abito”; altri, “la perdita del Latino”; altri, “l’emergere del potere dal basso”. Ma noi crediamo che i principi assunti e inconsci abbiano prodotto mutazioni in un piccolo gruppo di specie sacerdotali.

Queste sono le idee marxiste incorporate o riflesse inconsciamente in alcuni pastori e in alcune pecore della Chiesa:

  1. L’unica realtà è sociale, cioè il modo in cui gli uomini vivono nell’ordine politico, economico e sociale. Quindi, essere interessati alla salvezza dell’anima individuale è essere “borghesi” o “capitalisti”. Poiché l’ordine sociale è primario per la persona, la catechesi inizia con la comunità; il valore della persona è giudicato dal suo servizio all’ordine sociale.
  2. L’arte, la religione, la cultura, la filosofia e la morale sono sovrastrutture costruite su metodi di produzione. Se il capitalismo è il sistema economico al potere, allora naturalmente c’è un comandamento: “Non rubare”. Questo è stato inventato per proteggere i diritti di proprietà. Se il capitalismo e il governo che lo sostiene vengono distrutti, non c’è più bisogno della religione e della moralità borghese. La “novità” è quindi la laicità o la salvezza del mondo politico-economico. Il Regno di Dio diventa il Regno del mondo. La Teologia e la pietà sono Super-Ego o ideologie inutili.
  3. L’undicesima tesi di Marx su Feuerbach afferma che “i filosofi hanno solo interpretato il mondo; il punto è cambiarlo”. Ciò che è importante è quello che un uomo fa, non quello che un uomo pensa o crede. Applicato all’educazione teologica, questo significa che i corsi sui dogmi, la morale e le Scritture sono solo razionalizzazioni di un sistema antiquato e, quindi, “irrilevanti” per l’unica realtà che è la società. Come osserva Merleau-Ponty, “l’attivismo non lascia spazio all’intimità spirituale”.
  4. Il Sacerdote è chiamato a riparare il mondo, o forse a “lasciarlo”. I suoi sermoni devono essere su questioni sociali. La spiritualità è “privatizzazione” e i discorsi pubblici dovrebbero, quindi, ignorarla.
  5. Il mondo è l’oggetto della salvezza, non l’anima, non la Chiesa. Un sacerdote o un religioso, quindi, deve identificarsi più nell’abito, nelle abitudini e nel linguaggio, con ciò che deve essere salvato socialmente, piuttosto che con il culto, la liturgia e il sacramentale.
  6. “Un essere si mostra indipendente quando sta in piedi da solo, quando deve la sua esistenza a se stesso. Un uomo che vive per la grazia di un altro è un essere dipendente” (Marx). L’accettazione dell’autorità papale, o l’obbedienza a un vescovo, è un tradimento del diritto di ogni individuo di determinare ciò che è giusto. L’autorità viene dal basso, non dall’alto come Cristo disse a Pilato.
  7. Marx secolarizzò l’idea del giudizio alla fine dei tempi che avrebbe inaugurato una “terra nuova”; la rivoluzione Comunista è l’equivalente della Seconda Venuta. Il Paradiso attraverso il comunismo, o dopo una severa e violenta distruzione del capitalismo, e la pace finalmente arriva sulla terra. Per la chiesa significa questo: “Gesù era un rivoluzionario”, o “la teologia è politica”.
  8. Un’altra tesi di Marx era: “La critica alla religione è l’inizio di tutte le critiche”. La protesta è l’introduzione al miglioramento sociale. La forza del clero contro l’ “establishment”, quindi, non risiede in un programma positivo, ma in quella che Cohn-Bendit ha descritto come “spontaneità incontrollabile”. Un Sacerdote fa “le sue cose”; un sogghigno contrariato all’Humanae Vitae è più efficace di un attacco razionale che richiede studio e pensiero.

(Fulton J. Sheen, da “Those Mysterious Priests” 1974)

P.s. Il pezzo è stato tradotto in modo amatoriale dall’originale inglese che potete trovare scaricando l’anteprima o acquistando l’eBook sul link di Amazon qui sotto:

DIO STA METTENDO ALLA PROVA LA SUA CHIESA PER RENDERLA PIÙ FORTE E PIÙ SANTA!

Il Signore sta mettendo alla prova la Sua Chiesa. Quello che sta succedendo ci ricorda la storia di Gedeone. Era un grande comandante dell’esercito israeliano, e con i suoi trentamila soldati doveva combattere una battaglia contro l’esercito nemico di 50.000. Cosa gli ha detto Dio? Gli ha detto: “Il tuo esercito è troppo grande. Devi dire ai codardi di andarsene”.

Quanti codardi contava il suo esercito? Ventimila! Due soldati su tre erano dei codardi. Dio stava affinando i suoi ranghi. Poi disse a Gedeone: “Il vostro esercito è ancora troppo grande, e se doveste vincere, potreste pensare che sia stato a causa del vostro stesso potere. Invia i soldati al fiume e guardali mentre bevono”.

La maggior parte di loro si sdraiava a pancia in giù e beveva senza fretta fino a riempirsi. Altri correvano lungo la riva, portando l’acqua da una mano sollevata fino alla bocca e leccandola come fanno i cani. E Dio disse: “Ecco il tuo esercito, trecento soldati. E io sarò con te”.

Anche oggi Dio sta affinando i suoi ranghi per preparare una Chiesa più forte e più santa.

(Fulton J. Sheen, da “Through the Year with Fulton Sheen”)

“Quando il mondo si trova in una situazione disperata, si manifesta improvvisamente un fattore completamente nuovo che cambia totalmente la situazione. Quando il caos, la paura e i poteri delle tenebre sembrano invincibili, Dio realizza il Suo Scopo Divino.”

(Fulton J. Sheen)

IL PAPA È INFALLIBILE SOLO QUANDO PARLA EX CATHEDRA

Non è da credere che il Santo Padre sia in possesso di questo dono dell’infallibilità in ogni momento e su tutti i temi. Affinché la sua decisione sia infallibile, devono essere soddisfatte alcune condizioni.

La prima condizione è che il Papa deve parlare ex cathedra, cioè come Dottore e pastore capo. Il dono non appartiene al primo vicario come Simone, ma come Pietro, e quindi appartiene ai suoi successori non come privati, ma come capi visibili del Corpo Mistico e successori di Pietro. Come persona privata il Romano Pontefice ha l’assistenza divina non più di qualsiasi membro della Chiesa, ed è passibile di errore come chiunque altro. Né come uomo, né come sapiente, né come sacerdote è infallibile più di quanto sia impeccabile. Il successore di Giovanni XXII ha condannato ciò che egli aveva scritto riguardo alla visione beatifica. L’infallibilità non appartiene a una persona come individuo, ma a una funzione. L’assistenza divina è accordata al Romano Pontefice solo quando egli parla dalla cattedra di Pietro (ex cathedra), cioè con l’autorità promessa a Pietro e ai suoi successori come Vicario di Cristo e Capo visibile del Corpo Mistico.

Una seconda condizione necessaria per un decreto infallibile è che il Romano Pontefice “definisca una dottrina di fede o di morale”. Su questioni di storia, letteratura, arte, scienza, il Vicario di Cristo ha solo la certezza della propria conoscenza umana. Quindi, se domani il Santo Padre facesse un pronunciamento ex cathedra sulla natura dell’atomo, non sarebbe più infallibile che se lo facessero Millikan o Jeans. Avrebbe ancora meno certezza, perché questi uomini sono specialisti dell’atomo e il Santo Padre non lo è. Pietro è stato fatto la Roccia della Chiesa per insegnarci le verità necessarie alla salvezza, e il suo successore gode del privilegio del suo ufficio solo quando definisce quelle stesse eterne verità.

La terza condizione è che egli definisca esplicitamente la verità in modo da rendere impossibile ogni discussione e ogni esitazione in materia di fede o di morale… L’infallibilità ex cathedra si esercita solo quando l’unità della fede è resa obbligatoria, affermando una verità con infallibile certezza.

La quarta condizione è che la decisione sia imposta a tutta la Chiesa, e non a una parte di essa. La ragione di ciò è ovvia. Il Romano Pontefice non agisce come pastore capo del suo gregge se non obbliga tutta la Chiesa ad accettare la verità da lui definita.

Vale la pena osservare, in conclusione, che come Pietro ha fatto la sua confessione sulla divinità di Cristo senza l’assenso degli altri apostoli, così allo stesso modo quando il successore di Pietro parla lo fa anche senza il consenso della Chiesa. La Chiesa non potrà mai dire “No” alla sua decisione infallibile, ma solo “Credo”. Ciò non significa che il Romano Pontefice sia indipendente dalla Chiesa quando definisce delle verità. Il capo non è mai indipendente dal corpo. Ubi Petrus ibi Ecclesia “dove c’è Pietro là c’è la Chiesa”. Il capo parla con il corpo e non si separa mai dal corpo. Le decisioni dei concili della Chiesa non sono infallibili da sole senza l’approvazione del Santo Romano Pontefice.

(Fulton J. Sheen, da “The Mystical Body of Christ”)

P.s. Il pezzo è stato tradotto in modo amatoriale dall’originale inglese che potete trovare qui sotto:

“It is not to be imagined that the Holy Father is possessed of this gift of infallibility at all times and on all subjects. In order that his decision be infallible certain conditions must be fulfilled. (1) He must speak ex cathedra, that is, as Doctor and chief shepherd. The gift does not belong to the first vicar as Simon, but as Peter, and so it belongs to his successors not as private persons but as visible heads of the Mystical Body and successors of Peter. As a private person the Roman Pontiff has the Divine assistance no more than any member of the Church, and is just as liable to error as anyone. Neither as man, nor as a savant, nor as a priest is he infallible any more than he is impeccable. John XXII’s successor condemned what John XXII had written concerning the beatific vision. Infallibility belongs not to a person as an individual but to a function. Divine assistance is accorded the Roman Pontiff only when he speaks from the chair of Peter (ex cathedra), i.e., with the authority promised to Peter and his successors as Vicar of Christ and visible head of the Mystical Body. (2) A second condition required for an infallible decree is that the Roman Pontiff “define a doctrine of faith or morals.” On questions of history, literature, art, science, the Vicar of Christ has only the certainty of his own human knowledge. Hence, if tomorrow the Holy Father made an ex cathedra pronouncement concerning the nature of the atom, it would be no more infallible than if Millikan or Jeans made it. It would even have less certainty, for these men are specialists on the atom and the Holy Father is not. Peter was made the Rock of the Church to teach us the truths necessary for salvation, and his successor enjoys the privilege of his office only when defining those same eternal verities. (3) and (4) The third and fourth conditions are that he define the truth explicitly so as to render all discussion and all hesitation in matters of faith or morals impossible—pro suprema sua apostolica auctoritate . . . definit. It would not suffice for an infallible declaration for the Holy Father to give his personal opinion on a question of faith, or to give directions for a solution. The ex cathedra power is exercised only when the unity of faith is made obligatory, by affirming a truth with infallible certitude. The fourth condition is that the decision be imposed on the entire Church, and not on a part of it—ab universa ecclesia tenendam. The reason for this is obvious. The Roman Pontiff does not act as chief shepherd of his flock unless he obliges the whole Church to accept the truth which he has defined. It is worth observing, in conclusion, that just as Peter made his confession concerning the Divinity of Christ without the assent of the other apostles, so likewise when the successor of Peter speaks he does so even without the consent of the Church—ex sese, non autem ex consensu ecclesiae. The Church can never say no to his infallible decision but only Credo. This does not mean that the Roman Pontiff is independent of the Church when he defines. The head is never independent of the body. Ubi Petrus ibi Ecclesia. The head speaks with the body and never apart from it. The decisions of councils are not infallible by themselves without the approval of the Holy Roman Pontiff.”

SE NON C’È LA CODA DI FEDELI AL CONFESSIONALE È TEMPO CHE IL SACERDOTE SI PONGA QUALCHE DOMANDA!

Le anime trovano le guide migliori nei Sacerdoti santi, nei preti che hanno sofferto in unione con Cristo. È attraverso di loro che lo Spirito Santo riversa i suoi doni. Quelli che vivono di Gesù Cristo danno il Cristo. Dice Sant’Agostino: «Ciò di cui vivo, io impartisco». La sofferenza porta con sé la saggezza, i libri non portano che conoscenza naturale. Il Sacerdote che è stato crocifisso e ha sofferto pazientemente la sua passione non potrà che essere, in ogni momento, un Sacerdote misericordioso.

Se a un confessionale i fedeli fanno la coda, mentre a un altro confessionale non c’è che una persona o due, è tempo che il Sacerdote si ponga qualche domanda. La santità attira i penitenti dai Sacerdoti santi. L’attrazione che questi Sacerdoti esercitano è l’attrazione stessa del Cristo: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Nessun Sacerdote percepisce i problemi con tanta comprensione quanto il Sacerdote che ha fatto del Calvario la sua torre d’osservazione. È come il sole: magari non lo si vede, eppure illumina ogni cosa.

Quante sono le anime che di questo grande esercito di santi Sacerdoti dicono: «Mi ha mostrato lo stesso mio cuore» oppure: «Mi ha mostrato tutta la bellezza del Cristo» o ancora: «È stato come parlare con Nostro Signore». Non è possibile al Sacerdote essere, al tempo stesso, un uomo «in gamba» e un uomo capace di mostrare che il Cristo ha il potere di salvare. Con nobile ripetizione, non meno di trentatré volte san Paolo usa l’espressione «in Cristo». Per lui, il segreto sta nella consolazione in Cristo, nel conforto della Carità, nella comunione nello Spirito, nella tenerezza della compassione di cui parla nella lettera ai Filippesi (2, 1). Il Sacerdote imbevuto di questo concetto, avendo «crocifisso la carne con le sue passioni e le sue voglie» (Gal 5, 24), sarà sempre capace di guidare gli altri all’ombra della Croce e alla luce dello Spirito Santo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

Perché il mondo è sempre così scandalizzato per uno scandalo nella Chiesa?

I cattolici possono essere cattivi, ma questo non dimostra che il cattolicesimo sia malvagio.
Se i cattolici sono cattivi non è perché sono cattolici, ma è perché non lo sono. La fede aumenta la loro responsabilità, ma non costringe all’obbedienza; aumenta la colpa, ma non impedisce il peccato.

Perché il mondo è sempre così scandalizzato per uno scandalo nella Chiesa? Perché incolpa sempre un cattivo cattolico più che un cattivo maomettano, se non perché si aspetta molto di più dal cattolico? Ogni cattolico caduto in disgrazia il cui nome è citato come sinonimo di peccato, e che dovrebbe essere un argomento contro la Chiesa, è davvero una forte credenziale cattolica.

La gravità di ogni caduta dipende dall’altezza da cui si è caduti, e poiché non si può cadere da un’altezza maggiore dell’unione con Cristo nel Suo Corpo Mistico, la caduta è di conseguenza maggiore. Da nessuna parte il male diventa così visibile come quando è in contrasto con l’ideale. L’orrore che il mondo esprime per la caduta di un cattolico è la misura dell’alta virtù che si aspettava da lui.

(Fulton J. Sheen, da “The Mystical Body of Christ”)

L’AMORE NON È SOLTANTO UN’AFFERMAZIONE MA È ANCHE UN RIFIUTO: LA NOSTRA LIBERTÀ CONSISTE NEL RINUNCIARE AD ESSA PER QUALCUNO CHE AMIAMO!

La bellezza di questo mondo sta nel fatto che praticamente tutti i doni sono condizionati dalla libertà. Non esiste una legge per la quale un giovanotto debba donare un anello alla sua fidanzata. L’unica parola che prova lo stretto legame esistente tra doni e libertà è: “Grazie”. Bene ha detto Chesterton: “Se l’uomo non fosse libero non potrebbe mai dire: Grazie della mostarda”. La nostra libertà consiste in effetti nel rinunciare a essa per qualcosa che amiamo.

Chi è libero nel mondo desidera la libertà soprattutto come mezzo: vuole la libertà per rinunciarvi, poiché quasi tutti sacrificano la propria libertà. Alcuni sacrificano la libertà di pensiero all’opinione pubblica, agli umori, alle mode e all’anonimità del “si dice” e diventano quindi schiavi volontari dell’attimo sfuggente. Altri sacrificano la libertà all’alcool e al sesso, e sperimentano così nella propria vita le parole della Sacra Scrittura: “Chi commette il peccato è schiavo del peccato”. Alcuni sacrificano la propria libertà all’amore per un’altra persona. È questa la forma più sublime del dono di sé, quella dolce schiavitù di amore della quale parla il Salvatore: “Il mio giogo è soave e leggero il mio peso”.

Il giovane che corteggia una ragazza le dice in sostanza: “Voglio essere tuo schiavo per tutti i giorni della mia vita, e questa sarà la mia massima libertà”. La ragazza corteggiata potrebbe dirgli: “Tu dici di amarmi, ma come posso esserne certa? Hai fatto la corte alle altre 458.623 ragazze di questa città.” Se il giovane conoscesse bene la metafisica e la filosofia, risponderebbe: “In un certo senso sì, perché per il semplice fatto che amo te, rifiuto le altre. Lo stesso amore che mi fa scegliere te, mi fa del pari respingere le altre, e ciò sarà per la vita”.

Perciò l’amore non è soltanto un’affermazione; è anche un rifiuto. Il semplice fatto che Giovanni ama Maria con tutto il suo cuore significa che non deve amare Anna con una parte di esso. Ogni protesta di amore è una limitazione di una forma illecita di libero amore. L’amore in questo caso è il freno della libertà intesa come licenza, e tuttavia il godimento della perfetta libertà, perché tutto quanto si desidera nella vita è di amare una data persona.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo”)

Alla Consacrazione Cristo rinnova il suo sacrificio in maniera incruenta. È tutta l’umanità che il Sacerdote porta all’altare, dove egli congiunge il cielo e la terra.

Alla Consacrazione, Cristo rinnova il suo sacrificio in maniera incruenta. L’atto d’amore che dettò quel sacrificio è eterno, perché Egli è l’Agnello «sgozzato fin dalla fondazione del mondo» (Ap 13, 8). Ogni volta che il Sacerdote pronuncia le parole della Consacrazione, applica i frutti del Calvario a quel luogo particolare in cui viene celebrata la Messa. Il Calvario, situato a un dato punto nello spazio e a un dato momento nel tempo, viene così universalizzato nello spazio e nel tempo.

Il Sacerdote prende la Croce del Calvario, con il Cristo ancora inchiodato su di essa, e la innalza a New York, a Parigi, a Tokyo, al Cairo, oppure nella più povera missione del mondo. Sull’altare non siamo soli. Siamo in rapporto orizzontale con l’Africa, con l’Asia, con la nostra parrocchia, con la nostra città; in una parola, con tutti. Aggrappati alla pianeta di ogni Sacerdote vi sono, per esempio, i 600 milioni di cinesi che ancora non conoscono Cristo. Le nostre mani, mentre prendono l’Ostia, sono quelle corrose dal duro lavoro nelle miniere di sale della Siberia; mentre stiamo ritti davanti all’altare, i nostri piedi sono i piedi sanguinanti dei profughi che si trascinano verso Occidente, verso quelle barriere di filo spinato oltre le quali vi è la libertà. La fiammella delle candele è la vampata degli altiforni, attizzati da uomini sparuti, alla cui fatica è negata la giustizia economica. Gli occhi che contemplano l’Ostia sono bagnati dal pianto della vedova, del sofferente, dell’orfano. La stola è il pettorale del giudizio, il fardello della preoccupazione costante delle nostre chiese, delle missioni del mondo intero.

È tutta l’umanità che il Sacerdote porta all’altare, dove egli congiunge il cielo e la terra. E quando, al momento della Consacrazione, solleviamo le nostre mani al cielo, esse si intrecciano con le mani di Cristo, «sempre vivo per intercedere per noi» (Eb 7, 25). All’Offertorio, il Sacerdote è l’agnello portato alla morte. Alla Consacrazione è l’agnello sgozzato come vittima del sacrificio. Alla Comunione egli scopre di non essere morto affatto, ma di essere invece ben vivo dell’abbondanza di vita che gli viene dall’unione col Cristo.

Colui che cede alle cose materiali e se ne lascia sopraffare è come un uomo che annega, trascinato a fondo dall’acqua che gli è entrata nei polmoni e glieli ha riempiti. Quest’uomo non potrà più riprendersi. Ma quando ci arrendiamo a Dio ci ritroviamo non solo liberi, ma nobilitati e arricchiti. Troviamo che, dopo tutto, nella Consacrazione la nostra morte non era meno transitoria di quella del Calvario, perché la Santa Comunione è come una nuova Pasqua.

Diamo il nostro tempo e riceviamo la sua eternità; abbandoniamo i nostri peccati e riceviamo la sua grazia; sacrifichiamo i miseri affetti e riceviamo la fiamma dell’Amore. In questa unione con Cristo non siamo soli, perché la Comunione non è solamente unione dell’anima singola con Cristo, ma con tutte le membra del suo Corpo Mistico e, per mezzo della preghiera, con tutta l’umanità.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

Come i Santi diventano un tutt’uno con Nostro Signore mediante l’identificazione della loro volontà con la volontà di Dio, così coloro che si amano coniugalmente diventano “due in una carne sola”

Qualsiasi amore brama l’unità: ciò è evidente nel matrimonio, dove si ha l’unità di due esseri in una sola carne. Quando una persona ama qualcosa la vede come il compimento di un desiderio e cerca d’incorporarla a sé, si tratti del vino o della scienza delle stelle. Nell’amicizia l’altra persona è amata come un altro se stesso, ossia come l’altra metà della propria anima. Il soggetto amante cerca di procurarle gli stessi favori che vorrebbe procurare a se stesso, e di intensificare in tal modo il vincolo di unione tra lui e la persona amata. L’amore, sia esso amore di saggezza, amore coniugale o amore d’amicizia, è sempre un principio unificatore sia per l’amante che per l’amato.

Dato che l’amore crea l’unità, abbiamo spiegato come alcune anime eroiche siano disposte ad assumersi le sofferenze e i peccati degli altri. Una madre affettuosa di fronte al dolore fisico del suo bambino vorrebbe poterlo assumere lei, al fine di liberarne il suo piccolo. Lei sente il dolore come suo, poiché il suo amore l’ha resa una sola cosa con il suo bambino. Proprio come l’amore di fronte al dolore si assume il dolore in quanto s’identifica con l’essere amato, così l’amore di fronte al male si assume i peccati degli altri in quanto s’identifica con l’essere amato.

Questo amore animato dal sacrificio raggiunse la sua più alta espressione nell’Orto del Getsemani, dove Cristo si identificò a tal punto con i peccatori che cominciò a sudare gocce di sangue. Raggiunse la più alta manifestazione fisica sul Calvario, quando Gesù offrì la sua vita per coloro che amava. Ma prima del Getsemani e del Calvario, la legge secondo cui l’amore tende a unificare quelli che si amano aveva prodotto l’incarnazione, mediante la quale Dio, che amava l’uomo, si fece uomo per salvare l’uomo dai suoi peccati. Come i Santi diventano un tutt’uno con Nostro Signore mediante l’identificazione della loro volontà con la volontà di Dio, così coloro che si amano coniugalmente diventano “due in una carne sola”.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)