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COME RICONOSCERE L’UOMO MODERNO SCHIAVO DELLA MASSA: “L’uomo nuovo è l’uomo di massa, che non apprezza più la propria personalità individuale, ma che cerca di sommergersi nella collettività o nella folla”

Un nuovo tipo d’uomo si va moltiplicando nel mondo moderno, e caso mai qualche lettore riconosca qui sotto il proprio ritratto, auguriamoci che si soffermi, che rifletta e che operi un mutamento di sé. L’uomo nuovo è l’uomo di massa, che non apprezza più la propria personalità individuale, ma che cerca di sommergersi nella collettività o nella folla.

L’uomo di massa si può riconoscere dai tratti seguenti:

  1. È privo di originalità di giudizio; non legge altro che quel che si trova nei quotidiani o nei giornali illustrati, o eventualmente in qualche romanzo. Può tutt’al più, su un argomento non peregrino, esprimere un parere diverso da quello degli altri, non mai enunciare un nuovo principio o proporre una nuova soluzione.
  2. Detesta la tranquillità, la meditazione, il silenzio e tutto ciò che possa dargli l’agio di penetrare nelle profondità della propria anima. Ha bisogno della folla, del frastuono, della radio (l’ascolti oppure no).
  3. L’evasione o fuga da se stesso è per lui una necessità. Assume regolarmente dosi alte di alcool, di cocktails, di libri gialli, di cinema, per colmare il vuoto delle ore. A differenza del genio, che ama la concentrazione, egli ricerca la dispersione, e in particolar modo il sesso, affinché l’eccitazione del momento possa fugare la considerazione dei problemi dell’esistenza.
  4. Cerca piuttosto di essere influenzato che d’influenzare, è sensibile alla propaganda, alle sollecitazioni della pubblicità, e ha generalmente un articolista favorito che s’incarica di pensare per lui.
  5. Ritiene che ogni istinto debba essere soddisfatto, indipendentemente dal fatto che sia, o meno, conforme alla sana ragione. Non può capire la rinuncia o l’autodisciplina; identifica l’autoespressione con la libertà, e non è padrone di sé in nessuno di quelli che sono i punti vitali.
  6. Le sue opinioni sul giusto e sull’ingiusto cambiano come la banderuola che segna la direzione del vento; sostiene posizioni che non sono altro se non un succedersi di contraddizioni: un mese traccia degli itinerari mentali e il mese dopo li abolisce. Non approda in nessun luogo, ma è sicuro di essere «sulla buona via». Non ha il senso della gratitudine verso il passato né il senso della responsabilità verso l’avvenire. Nulla gli sta a cuore eccetto le distrazioni, cosicché la vita si frammenta in un assurdo schema d’istanti successivi di cui nessuno s’integra agli altri per acquistare un senso compiuto.
  7. Identifica il denaro con il piacere, e cerca quindi di procurarsi in abbondanza il primo per avere molto del secondo. Ma, per lui, il denaro dev’essere ottenuto col minore sforzo possibile. L’ego è il centro di tutto, e qualsiasi cosa dev’essere collegata all’ego per mezzo del denaro.
  8. Per rompere la propria solitudine ricorre a una pseudo-comunione con gli altri, mediante i locali notturni, i ricevimenti e le distrazioni collettive. Ma sempre se ne ritorna sentendosi più solo di prima, e infine si persuade con Sartre che «l’inferno sono gli altri».
  9. Essendo un uomo di massa completamente standardizzato, odia la superiorità negli altri, sia essa reale o immaginaria. Ama gli scandali perché sembrano dare la prova che gli altri non sono migliori di lui. Detesta la religione per il semplice motivo che, negandola, crede di poter continuare a vivere come vive, senza rimorsi di coscienza.
  10. Così sommerso nella mentalità della massa, potrebbe essere contrassegnato tanto da un numero quanto da un nome. Perfino l’autorità da lui invocata è anonima. Si configura sempre nella terza persona plurale : «Dicono», «fanno», «portano», e via dicendo. L’anonimato diventa una protezione contro l’assunzione di responsabilità. Nelle grandi città l’uomo di massa si sente più libero perché è meno conosciuto, ma nello stesso tempo detesta questa condizione in quanto cancella la sua distinzione personale.

Sono questi i dieci contrassegni dell’uomo di massa […]. Ma il suo caso non è senza speranza: gli basterebbe interiorizzarsi.

La sola ragione per cui vuole sperdersi nella folla è che non può sopportare la propria miseria interiore. Ne consegue che un tal uomo deve staccarsi dalle masse e mettersi faccia a faccia con se stesso. La fuga è codardia ed evasione, specialmente la fuga nell’anonimato. Bisogna essere coraggiosi per guardarsi nello specchio della propria anima al fine di scorgervi il deturpamento cagionato dalla cattiva condotta.

Non è lapalissiano il dire che gli uomini devono essere uomini, e non atomi sperduti nella massa. Una volta che l’uomo abbia potuto discernere le ferite ch’egli stesso si è inferte, la prima iniziativa che prenderà sarà quella di mostrarle al Medico Divino per essere curato. Fu per simili, travagliati uomini di massa che Cristo pronunciò il suo appello: «Venite a Me voi tutti che siete affaticati e oppressi, Io vi ristorerò».

(Fulton J. Sheen, da “Way to Happiness” 1953)

SIETE GIÀ IN PARADISO O ALL’INFERNO: L’INFERNO E IL PARADISO COMINCIANO QUI IN QUESTA VITA! “Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà”

Un verso di una canzone popolare dice: «Sono in paradiso quando sono accanto a te». Per capire il paradiso, benché sia nell’eternità, dobbiamo iniziare parlando del tempo. Il paradiso è al di fuori del tempo, ma dobbiamo servirci del tempo per raggiungerlo. Sembra quasi un paradosso. Nessuno di noi vuole davvero una specie di esistenza senza fine su questa terra. Se fosse possibile per noi vivere 400 anni con qualche nuovo genere di vitamine, pensate che le ingeriremmo tutti? Giungerebbe di sicuro un momento in cui vorremmo morire.

Siete mai stati in un posto dove eravate assolutamente sicuri di voler passare ogni giorno della vostra vita? Non è poi così probabile. La mera estensione del tempo per molti di noi diventerebbe una maledizione piuttosto che una benedizione. Avete mai notato che nei momenti più felici l’eternità sembrava discendere nella vostra anima? Tutte le grandi ispirazioni sono senza tempo, dandoci qualche assaggio del Cielo. A Mozart, una volta, venne chiesto quando ricevesse l’ispirazione per la sua grande musica. Disse che vedeva tutto in una volta: prima c’erano grande luce e calore, quindi la successione delle note. Quando preparo una conversazione o un programma o inizio a scrivere un libro, giunge un momento in cui dall’inizio si intravede il punto d’arrivo. L’eternità è nella mente e il tempo è alla fine della penna, ma le parole non escono abbastanza velocemente. A Jean-Baptiste Henri Lacordaire, il grande predicatore francese, una volta fu chiesto se avesse completato i suoi celebri sermoni da tenere nella cattedrale di Notre Dame. Rispose: «Sì, li ho finiti. Tutto ciò che mi resta da fare adesso è scriverli».

Ciascuno fa esperienza di qualche debole accenno di immortalità, come ha scritto Wordsworth, in ciò che avviene dopo la morte. Ci sono così tanti uomini che tentano di immunizzarsi dal pensiero dell’eternità. Indossano degli impermeabili a prova di Dio per non lasciarsi bagnare dalle gocce della sua grazia. Mettono a tacere l’eterno. Mi chiedo se qualcuno lo abbia mai descritto meglio di T.S. Eliot in “Gli uomini che si allontanarono da Dio” (nei Cori da «La Rocca», 3). È un poema su coloro che intasano il proprio tempo di ogni cosa senza mai concedere un momento allo straniero che ogni giorno bussa alle porte della loro anima, lo straniero che turba il loro sonno, poiché di notte fanno sogni di immortalità. Questo straniero è colui che porta l’eternità nella vostra anima. Benché viviamo nel tempo, è l’unica cosa che rende impossibile la felicità. Vivendo nel tempo non potete combinare i vostri piaceri e gioie. Essendo nel tempo, non potete marciare con Napoleone e con Cesare insieme. Non potete sedervi a prendere il tè con Orazio, Dante e Alexander Pope. Poiché siete nel tempo, non potete fare contemporaneamente sport estivi e invernali. Il tempo esige che godiate dei vostri piaceri in momenti distinti. Il tempo non solo ve li offre, ma ve li toglie anche. A meno che non esaminiate le vostre esperienze e intuizioni psicologiche, scoprirete che i vostri momenti più felici sono quelli in cui non vi accorgete più del passare del tempo.

Quando siete a scuola o in ufficio guardate l’orologio perché non vi divertite. Forse quando assistete a un concerto o vi godete una conversazione con un amico, magari state leggendo, ed esclamate: «Come passa il tempo!». Meno ve ne accorgete, più godete. È un’immagine di ciò che dev’essere il Cielo, fuori dal tempo, quando potete possedere tutte le gioie e ciascuna nello stesso pieno istante. Dovete servirvi del tempo per raggiungere il Cielo.

Spesso pensiamo al Cielo come se fosse “là fuori” e ne delineiamo ogni genere di immagini irreali. Poiché pensiamo al paradiso e all’inferno come qualcosa che ci accade alla fine del tempo, tendiamo a posticiparli. Di fatto, il Cielo non è là fuori: è qui. L’inferno non è laggiù: può essere dentro un’anima. Non è come morire e solo dopo andare in paradiso o all’inferno: siete già in paradiso o all’inferno. Ho incontrato gente che era all’inferno e sono certo che sia capitato anche a voi.

Ricordo di aver assistito un uomo in ospedale, chiedendogli di far pace con Dio. Disse: «Immagino che secondo lei io stia andando all’inferno». «No», gli dissi, «non intendo questo». «Bene», disse lui, «io voglio andare all’inferno!». Gli ho detto: «Non ho mai incontrato un uomo che volesse andare all’inferno, dunque penso che mi siederò qui e la vedrò andare». Non intendevo lasciar passare il tempo senza fare nulla, ma ero assolutamente certo che in pochi minuti avrebbe potuto cambiare prospettiva; così, mi sedetti da solo con lui per venti minuti. Lo vedevo andare incontro a una sorta di lotta interiore. Mi disse: «Lei crede davvero che ci sia un inferno?». Gli dissi: «Nel suo intimo si sente infelice? Ha paura? Prova spavento e angoscia? Le si presentano davanti tutte le cattive azioni della sua vita come fantasmi?». Di lì a poco si riconciliò con Dio.

Ho visto persone con il paradiso dentro di loro. Se volete mai vedere il paradiso in un bambino, guardatelo nel giorno della prima Comunione. Se volete vedere quanto amore c’è in paradiso, guardate una sposa e uno sposo all’altare nel giorno della Messa nuziale. Il Cielo è lì perché c’è l’amore. Ho visto il paradiso in una suora missionaria che si donava tra i lebbrosi. La bellezza di una persona simile non era esteriore, era una sorta di amore imprigionato all’interno, che voleva rompere le barriere della carne per manifestarsi al di fuori. Il paradiso è qui, come l’inferno può essere in alcune anime. Il paradiso è vicinissimo a noi perché ha a che fare con una buona vita come la ghianda che diventa quercia.

Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà. Il paradiso ha a che fare con una vita buona e virtuosa nello stesso modo in cui la conoscenza ha a che fare con lo studio: l’una segue necessariamente l’altro. L’inferno deriva da una vita malvagia così come la corruzione deriva dalla morte: l’una segue necessariamente l’altra. Il paradiso non è lontano; inizia qui, ma non finisce qui. Ne abbiamo pallidi scorci qua e là.

Se rimandiamo il pensiero del Cielo fino al momento della morte, saremo molto simili agli israeliti che vagavano nel deserto. I poveri ebrei erano a circa undici giorni dalla Terra Promessa. Ci volevano solo tre settimane per viaggiare dall’Egitto alla Terra Promessa, ma, per via della loro disobbedienza, delle loro mancanze e deviazioni e ribellioni contro Mosè, impiegarono quarant’anni, che rappresentano il cammino di molte delle nostre vite: facciamo progressi e poi ricadiamo indietro. Grazie al cielo abbiamo un Signore misericordioso che ci perdona settanta volte sette! È necessario il tempo per conquistare il paradiso, ma non è il lasso di tempo in sé a portarci lì: è il modo in cui viviamo e moriamo.

(Fulton J. Sheen da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita. Vol. 2” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO. QUI SOTTO IL LINK SE VOLETE ACQUISTARLO:
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“PERCHÉ CREDERE? 50 RISPOSTE SUL SENSO DELLA VITA” È STATO PUBBLICATO IL SECONDO VOLUME DELLA SUMMA DI FULTON SHEEN!

Si completano in questo secondo volume le cinquanta lezioni dell’arcivescovo Fulton Sheen sulle buone ragioni della fede. Con il consueto stile rapido e comunicativo, l’autore ci accompagna in un’analisi approfondita sull’Eucaristia, sulla questione della grazia e del peccato, sui sacramenti, sulla preghiera e sui comandamenti, sul mondo ultraterreno (i novissimi), soffermandosi anche sulla specificità dei ruoli maschile e femminile all’interno della comunità e nell’economia della salvezza.

Un’opera che monsignor Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester e lui stesso noto predicatore, definisce nella prefazione del primo volume: «quanto di più vicino a una Summa Sheeniana». In queste 50 lezioni, come del resto in tutta la sua opera, emergono lo stile brillante e la cultura (non solo teologica) del grande evangelizzatore statunitense, capace di parlare al cuore delle persone di ogni estrazione sociale e allo stesso tempo di esporre in modo chiaro le ragioni della fede.

Barron sottolinea a proposito «il talento dell’autore nel trovare analogie, paragoni e immagini per esporre i misteri cristiani. […] Non conosco nessuno, nella grande tradizione dell’omiletica cristiana, della catechesi o della teologia, in grado di praticare il metodo analogico con maggiore capacità di Fulton Sheen».

IL VOLUME È DISPONIBILE SUL SITO DELLA CASA EDITRICE ARES. QUI SOTTO IL LINK: 👇

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QUI DI SEGUITO POTETE TROVARE UN ESTRATTO:

-La legge dell’amore: dedizione totale-

Tutto ciò che abbiamo discusso si può riepilogare nella differenza tra legge e amore. Nella vita cristiana non siamo governati esclusivamente dalla legge, dobbiamo andare oltre. Non accontentiamoci semplicemente di osservare i comandamenti, ma cerchiamo di essere vicini al Signore. È difficile? È possibile?

Ricordate, un giorno un giovane andò dal Signore e gli chiese che cosa dovesse fare per essere salvato e il Signore gli disse di osservare i comandamenti. Ne menzionò cinque o sei, come non rubare, non commettere adulterio e così via. Il giovane disse: «Ho osservato tutte queste cose sin dalla giovinezza». Il Signore allora aggiunse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21). Il giovane se ne andò triste, perché possedeva molto. Questo turbò gli apostoli. Ognuno deve vendere tutto per seguire il Signore. Dissero: «Allora, chi può essere salvato?» (Mt 19, 25). Il Signore rispose che non è possibile agli uomini con le loro forze, ma è possibile a Dio. Tutto è possibile a Dio; noi abbiamo la sua grazia.

Il cristianesimo è difficile da un punto di vista mondano, ma dona intima pace e gioia a coloro che obbediscono alla legge dell’amore del Signore. Quando comprendiamo in pieno il senso della legge, sentiamo il Signore dirci: «Dammi tutto, tutto di te. Dammi tutto il tuo essere». È una perdita? No, perché Lui ha detto: «Ti darò un nuovo io, ti darò Me stesso, la mia volontà diventerà tua». Cerchiamo di rimanere ciò che siamo e al tempo stesso di custodire la pace per quanto possibile. Vogliamo essere “buoni”. Vogliamo che i nostri cuori e le nostre menti vadano insieme; forse questo viene dopo il denaro, il piacere o il prestigio sociale e al contempo vogliamo comportarci con onestà, con purezza e osservando i comandamenti.

Il Signore ha detto: «Un cardo non può produrre un fico e un campo che contiene solo erba non può produrre grano» (Mt 7, 16-20). Se voglio produrre grano, il cambiamento deve avvenire in profondità. Devo lasciarmi arare e seppellire. Il Signore ha detto anche: «Se vuoi essere perfetto, […] vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21) e ancora: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48). Intende che dobbiamo lasciarci lavorare a fondo. È difficile, ma desiderarlo è ancora più difficile. Quando scendiamo fino in fondo, di che cosa abbiamo paura? Abbiamo paura di dare le nostre dita a Dio per timore che prenda tutta la mano. Nei nostri cuori coltiviamo dei piccoli giardini segreti, ma il frutto non è suo, è nostro. Lo nascondiamo a Lui, talvolta è un peccato di poco conto, un vizio o egoismo, qualsiasi cosa che ci toglie la piena gioia di essere cristiani. È difficile per un uovo trasformarsi in uccello, ma è ancora più difficile che possa volare rimanendo uovo. Noi ora siamo come uova e non possiamo continuare a essere soltanto buone uova. Un buon uovo è quello che si schiude.

Il Signore insiste su un certo tipo di morte; dobbiamo rinnovarla nelle nostre vite proprio com’è accaduto nella sua. Egli è il modello. A Nicodemo e a noi ha detto ripetutamente che per vivere ancora dobbiamo morire all’uomo vecchio (Gn 3, 1-21). Qualcuno spera che il pericolo sia superato perché Lui è un Salvatore gentile che riprende i peccatori ostinati senza far domande? Costui dovrebbe leggere il passo in cui Lui dice che al rigore della legge di Dio non sarà sottratto un solo iota (cfr Mt 5, 17). La grazia non è a buon mercato. Costa quanto la vita del Signore. Potete pensare a qualcosa di più costoso di ciò che un uomo deve pagare sulla croce? Se vogliamo la pace, dobbiamo pagarne il prezzo. Senza morire alla vita inferiore, non c’è pace, ma solo timore, e viviamo una sorta di mezza esistenza. Il Signore ha detto: «Chi vuol fare la sua volontà, riconoscerà se questa dottrina viene da Dio» (Gv 7, 17). Intende che una delle ragioni per cui ci sono agnostici e scettici è perché non osservano la legge di Dio. Se noi conosciamo la sua volontà, comprenderemo la sua dottrina.

Magari abbiamo insistito troppo sulla conoscenza della dottrina cristiana e non abbastanza sul fare. Il Signore ha detto: «Se farete la mia volontà, conoscerete la mia dottrina» (Gv 8, 31). Solo chi fa seriamente la sua volontà e mette in gioco la propria vita altrettanto seriamente su di essa giungerà a conoscere Cristo e tutto ciò che la sua Redenzione porta con sé. Il Signore si fa conoscere solo dagli avventurieri, non dai codardi. Il Signore è un disturbatore. Sembra irritarvi e vi spinge a una sorta di crocifissione. Potete essere dei mondani accomodanti, comodamente seduti nella vostra visione del mondo, ma, se prendete Cristo sul serio, dovrete rinunciare a quella comodità, perché è una falsa pace. La prima venuta di Cristo nelle nostre vite è quella di uno che ci viene a sconvolgere, ma una volta che ci diamo a Lui diventa il nostro difensore. Prima di avere Cristo, il nostro cuore ci accusa, siamo infelici delle mezze misure. Dopo esserci dati a Lui e alla sua legge d’amore, i nostri cuori sono in pace. Il suo atteggiamento cambia completamente una volta che noi abbiamo cambiato il nostro.

Ecco un altro modo di sottolineare la differenza tra i comandamenti e l’amore: «I comandamenti mi limitano soltanto». Li vediamo come ostacoli e impedimenti nella vita. Coloro che vivono per i comandamenti si chiedono: «Fin dove posso spingermi?», «Qual è il limite?», «Quanto posso accostarmi all’abisso senza cadervi?», «È peccato mortale?». Non è questa la via dell’amore né della pace. È il vecchio Adamo in me che parla in questo modo sui comandamenti. Quando mi limito a obbedire alle regole, non sono mai integro come persona. Ecco lo stato psicologico di chi si limita a obbedire ai comandamenti, senza il pieno coinvolgimento del cuore. Quando amo, sono una persona intera, perché l’amore coinvolge tutto il mio essere; di conseguenza non posso essere comandato. Fino a questo punto abbiamo detto che la dottrina morale cristiana è una dedizione totale a Cristo. Ci fissiamo sulla sua mente, pensiamo i suoi pensieri, amiamo ciò che Lui ama, e chiediamo a noi stessi qualsiasi cosa compiamo: «Questa cosa gli è gradita?».

C’è un altro risvolto dell’amore di Dio: l’amore del prossimo. Le due leggi vanno insieme. Amare il prossimo è farsi carico del suo peccato. Alcuni anni fa ricordo di aver incontrato una donna sconvolta perché suo figlio era stato arrestato. Penso che fosse il suo quarto arresto per delinquenza, furto e omicidio. Lei se ne vergognava e aveva il cuore spezzato. Mi chiedevo tra me: «Perché prova tanta vergogna?». Allora mi vennero in mente le parole del profeta Isaia riguardo al Signore e potevo dire di lei: «Si è caricata delle sue sofferenze, si è addossata i suoi dolori e il castigo che gli dà salvezza si è abbattuto su di lei» (cfr Is 53, 4-5). Solo dalle piaghe di lei, lui sarebbe stato guarito. Questa buona madre aveva pochissimi peccati nella sua vita, di certo non gravi, eppure l’amore l’ha fatta sentire peccatrice per amore di lui. Immediatamente si è chiarito il mistero: l’amore che una donna può provare per suo figlio la rende una sola cosa con lui. Il peccato, la disgrazia e la vergogna di lui diventano di lei, ed è la realtà più vicina su questa terra all’amore di Dio.

Dobbiamo vedere che ogni nostro peccato, disgrazia e vergogna diventano Suoi, che li ha portati nel suo stesso corpo sull’albero della croce. Ecco perché il perdono ha un prezzo e la grazia e il perdono non sono a buon mercato. Non dobbiamo pensare di essere devoti vivendo individualmente una vita santa ben separata dal prossimo, dal mondo e dall’umanità sofferente. Ecco qual era il problema di Simone il fariseo. La donna peccatrice venuta in casa che versava l’unguento sui piedi del Signore lasciò Simone scandalizzato. Non voleva entrare in contatto con una peccatrice, tutto preoccupato della propria osservanza della Legge e forse delle proprie colpe avvolte in una falsa pace. Il Signore disse a Simone: «Vedi questa donna? L’hai capita? I suoi peccati sono parte dei peccati del mondo». Egli stava prendendo i peccati di lei e l’unzione era una preparazione alla sua crocifissione e morte (cfr Lc 7, 36-50). Lei fu perdonata molto, e il perdono ha un prezzo terribile. Il perdono è l’amore in azione e l’amore significa portare il peccato. Il perdono si realizza solo portando il peccato, e questo esige una croce per Dio e per noi!

Il Signore ha detto: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, […] prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34). Il significato della croce è l’amore che si fa carico del peccato dell’amato per via dell’unione con lui. Noi possiamo conoscere il portatore, Cristo, solo se portiamo i peccati degli altri. Siamo redenti per essere redentori e non veniamo salvati finché Dio non ci rende salvatori. Un cristiano deve andare con il Signore nel Getsemani e passare da lì al Calvario, completando nel proprio corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo per amore del suo Corpo che è la Chiesa. Non possiamo lavarcene le mani come Pilato dicendo: «Non sono responsabile del sangue e delle sofferenze del mondo» (cfr Mt 27, 24).

La Chiesa è una chiesa, cioè un corpo di persone che portano il peccato, che amano con l’amore di Dio sparso nei loro cuori. Possono perdonare perché sono state perdonate. Coloro che sono stati amati diventano amanti. Se la Chiesa di Cristo non fosse unita dall’amore a tutta l’umanità, allora il peccato del mondo sarebbe il peccato della Chiesa, la disgrazia del mondo sarebbe la disgrazia della Chiesa, la vergogna del mondo sarebbe la vergogna della Chiesa, la miseria del mondo sarebbe la miseria della Chiesa; anzi non ci sarebbe affatto la Chiesa. La Chiesa non è e non può essere un fine in sé stessa, ma un mezzo di salvezza per il mondo, non solo per la nostra propria santificazione. Non possiamo salvarci da soli. Nel “Padre nostro”, non nel “Padre mio”, imploriamo il “nostro pane quotidiano”, non il “mio pane quotidiano”. La Chiesa è strumento di salvezza per l’umanità. Non è un rifugio pacifico, ma un esercito che si prepara alla guerra. Noi cerchiamo sicurezza, ma solo nel sacrificio, ecco il segno della Chiesa e il vessillo della croce.

Se il peccato dei nostri moderni bassifondi e la degradazione che ne deriva; se il peccato delle nostre case sovraffollate e la bruttezza e il vizio che portano; se il peccato di chi è senza cuore e senza scrupoli si staglia contro la squallida e degradante miseria dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina; se il peccato della truffa e della disonestà defrauda i poveri; se il peccato della prostituzione e dell’omicidio di donne e bambini per malattia; e se il peccato della guerra che gli altri hanno covato; se tutto non gravasse come un peso sulla Chiesa e su di noi, membra della Chiesa, e se non ne sentissimo dolore, non saremmo membra degne della Chiesa. Abbiamo perso la nostra vocazione. La moralità cristiana non è solo osservare i comandamenti; è amore, dedizione totale, e prendere su di sé i peccati degli altri. Ecco la legge nuova: amare Dio e amare il prossimo.

IL VOLUME È DISPONIBILE SUL SITO DELLA CASA EDITRICE ARES. QUI SOTTO IL LINK: 👇

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“VERITÀ E MENZOGNE: UNA CRITICA PROFETICA DEL PENSIERO MODERNO” È STATO PUBBLICATO UN LIBRO IMPERDIBILE DI FULTON SHEEN!

Ringraziamo di cuore la casa editrice Mimep di Milano, gestita dalle suore loretane, per aver ristampato la vecchia edizione di “Verità e Menzogne”. Un classico imperdibile di Fulton Sheen. La vecchia traduzione è stata rivista e corretta, sono state aggiunte anche delle note.

Dalla quarta di copertina:

Così scriveva l’autore nel 1931: “È giunto il momento in cui si è resa necessaria una certa disinfezione, o sterilizzazione intellettuale, affinché la società pensante possa riacquistare la salute”.

Con la sua capacità di andare al cuore di ogni questione, analizzarla in termini chiari e spiegarla in termini concreti, Fulton Sheen ci offre, al di là di ogni pregiudizio, una critica precisa agli errori del pensiero moderno nei campi della morale, della filosofia, della religione, della scienza, della sociologia e della psicologia. Il libro cerca di dimostrare come sotto l’appellativo “moderno” si nasconde spesso un vecchio errore, mentre ciò che viene definito “non al passo coi tempi” è in realtà oltre il tempo e al di fuori delle mode, essendo un’espressione della verità che è eterna.

Un’opera profetica che il Vescovo Sheen avrebbe potuto scrivere al giorno d’oggi per l’attualità dei temi trattati: l’ateismo e l’agnosticismo, il relativismo e lo scientismo, la carità senza Dio e la falsa tolleranza, l’evoluzionismo di Darwin e la religione cosmica di Einstein, l’umanesimo e la Chiesa, il medioevo e il modernismo, la contraccezione, l’educazione, e tanti altri da scoprire.

“La natura di certe cose è fissa e non mai tanto fissa quanto quella della verità. La verità può essere contraddetta mille volte, ma ciò dimostra soltanto che ha la forza di sopravvivere a mille assalti” (Fulton J. Sheen)

INDICE DEL LIBRO:

INTRODUZIONE DELL’AUTORE – 1. IL DECLINO DELLA CONTROVERSIA – 2. INTIMIDAZIONE COSMICA – 3. L’AGNOSTICISMO – 4. UNA MORALE PER GLI AMORALI – 5. LA VOLUBILITÀ DELL’AUTORITÀ SCIENTIFICA – 6. IL TEISMO DEGLI ATEI – 7. UN APPELLO ALL’INTOLLERANZA – 8. LA FILOSOFIA E L’ARTE DEL MEDIOEVO – 9. IL LIRISMO DELLA SCIENZA – 10. INTRODUZIONE ALLA MORALE – 11. FEDE ALLA DERIVA – 12. L’ANIMA E LE CONTORSIONI DEL BEHAVIORISMO – 13. IL NEOPELAGIANESIMO – 14. LA FILOSOFIA DELLA CARITÀ – 15. LA RELIGIONE COSMICA – 16. I CIECHI DI FRONTE AL DIVINO E L’EDUCAZIONE – 17. IL CONTROLLO DELLE NASCITE – 18. DIO E L’EVOLUZIONE – 19. PIETRO O PAN? LA BATTAGLIA FINALE

Vi invitiamo a leggere l’anteprima del libro cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo direttamente sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

Verità e menzogne

UN NUOVO LIBRO DI FULTON SHEEN “PERCHÉ CREDERE?” Che cosa fa la grazia di Dio nella nostra natura umana? I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà.

Le edizioni Ares hanno pubblicato il primo volume di “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” (256 pagine). Tradotto per la prima volta in italiano.

“Dio e l’uomo, il male e il peccato, Cristo e la Chiesa, la redenzione e la libertà di scelta, i Sacramenti, il corpo e l’anima, con l’apparente dicotomia nel mondo tra la sfera materiale e la sfera spirituale… In modo semplice e diretto, ricorrendo secondo il suo stile a immagini del quotidiano e a una forte carica umoristica, Fulton Sheen offre in queste pagine i principali contenuti della fede in risposta alle domande fondamentali sul senso della vita. Un testo che mons. Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, ha definito «la Summa di tutta la saggezza» del suo autore.”

Prossimamente uscirà il secondo volume. Qui sotto potete leggere un pezzo straordinario di un capitolo che spiega l’azione della Grazia di Dio nell’uomo.

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

L’AZIONE DELLA GRAZIA DI DIO NELL’UOMO

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Prendiamo un esempio di cambio di direzione. L’allora editore del giornale comunista “Daily Worker” di Londra e sua moglie ascoltavano un programma radiofonico di un funzionario della Russia. All’improvviso la moglie si alzò e spense la radio. Disse al marito (ricordiamo che entrambi erano comunisti):

«Non credo che lui voglia la pace. Credo che voglia la guerra! Parla di pace, ma intende la guerra». Lui disse: «Non parlare così; non stai parlando da comunista». Lei rispose: «Non mi importa come sto parlando». E lui: «Se continui a parlare in questo modo farò rapporto al partito!». Lei: «Riferisci!». «Infatti», disse lui, «stai iniziando a parlare come se fossi diventata cattolica!». Lei: «Lo sono!». Lui: «Diamine! Lo sono anch’io!».

Così un marito e una moglie che vivevano insieme condividendo idee comuniste improvvisamente ignoravano di essere entrambi cambiati. Che cosa era accaduto? Un potere esterno a loro: la grazia.

Non c’è nulla di simile al diventare migliori nell’ordine naturale e improvvisamente, in senso stretto, meritare la grazia. Natura e grazia sono piuttosto distinte. È la differenza tra fare e generare. Quando fai qualcosa, realizzi qualcosa che non ti somiglia. Quando costruisci un tavolo, questo non condivide la tua natura. Quando i genitori mettono al mondo un figlio, fanno invece qualcosa di simile a loro stessi. Quando Dio ci ha creati, Dio era il nostro Creatore, invece quando ci ha generati come figli, non era solo il nostro Creatore, ma nostro Padre. Quando la grazia viene in noi, come ha detto il Signore, la linfa passa attraverso la vigna fino ai tralci, ma è la stessa linfa della vigna. Noi iniziamo a condividere la natura del Signore così Lui riversa in noi la sua natura. San Giovanni ha detto: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto» (Gv 1, 16). Quando rispondiamo alla grazia, allora diventiamo qualcosa di simile a una matita tra le mani, che farà tutto ciò che la mano vuole. Siamo gli strumenti di Dio e obbediamo al suo volere come la matita obbedisce alla volontà della mano. Quando c’è totale obbedienza c’è la santità. Ecco ciò che è un santo. Un santo è uno che è disponibile per Dio come la matita per la mano.

Che cosa fa la grazia nella nostra natura umana? La grazia fa del corpo un tempio di Dio; ed è una delle ragioni per la purezza. Un tempio è un luogo in cui Dio dimora. Ricordate quando il Signore è andato nel tempio di Gerusalemme? Quando i farisei gli chiesero un segno il Signore disse: «Io distruggerò questo tempio […] e in tre giorni ne costruirò un altro» (Mc 14, 58). Non parlava del tempio terreno, ma del tempio del suo corpo, poiché Dio dimora nella natura umana di Cristo. Egli dimora in noi per partecipazione. Il corpo è sacro e dobbiamo rispettarlo.

I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà. L’intelletto è la facoltà per cui conosciamo; la volontà è la facoltà per cui scegliamo. L’oggetto dell’intelletto o ragione è la verità; l’oggetto della volontà è il bene o l’amore. Quando la grazia arriva all’intelletto, lo raggiunge come una sorta di luce. È alquanto difficile descrivere che cosa faccia alla mente umana. Immaginiamo la luce del sole che splende attraverso una vetrata. Notate come si diffonde facendo risaltare ogni colore. Ecco ciò che fa la grazia all’intelletto: dà una visione nuova. La fede diventa per la ragione qualcosa di simile al telescopio per l’occhio: non distrugge l’occhio, lo perfeziona. Quando la fede viene in noi, abbiamo una nuova certezza che oltrepassa la ragione. Tutto ciò che otterrete da queste istruzioni sono ragioni di credibilità.

La certezza deve venire dalla fede, che a sua volta viene da Dio. Il Signore disse a Pietro: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei Cieli» (Mt 16, 17). La certezza della fede è così grande che nulla può distruggerla. La certezza è più grande della ragione per la fede, poiché la luce viene da Dio. Abbiamo molte certezze più forti di quanto possa darci la ragione. Se ci sfidano a provare di essere figli legittimi, può essere piuttosto difficile. Non abbiamo i documenti. Ma nulla può scuotere la nostra certezza. Un uomo esperto può dare molte ragioni contro l’esistenza di Dio e la divinità di Cristo a uno dei nostri figli, ma non può mai distruggere la fede di quel bambino. Non solo la fede dona certezza, ma ci dona anche un nuovo sguardo, un nuovo sguardo sulla nascita, la sofferenza, la morte, la gioia, i piaceri, la letteratura e l’arte. Coloro che possiedono ciò che san Paolo definisce la mente carnale non possono comprendere le cose della fede; è come pretendere che un uomo cieco capisca i colori.

Molto spesso coloro che mancano del dono della fede si chiedono perché ne siamo così certi. «Perché abbiamo questo sguardo sulla sofferenza?». «Perché non siamo depressi?». «Perché non pensiamo al suicidio?». Semplicemente perché vediamo meglio le cose. Abbiamo una luce di cui loro sono privi. Forse abbiamo già detto che abbiamo gli stessi occhi di notte e di giorno, eppure di notte non vediamo. Perché? Perché ci manca la luce del sole. Due persone che esaminano lo stesso problema, lo vedranno in modo molto differente, perché uno ha la sua ragione e i suoi sensi, l’altro la sua fede.

C’è anche la volontà umana. Quando la grazia viene nella volontà, ci dona un nuovo potere, una nuova forza che non abbiamo mai avuto prima. Ci dà una nuova capacità di resistere alle tentazioni. Troppo spesso in questo mondo appena uno diventa schiavo del peccato, parliamo di lui come se avesse una compulsione. Diciamo: «Oh, è un bevitore compulsivo. È un mangiatore compulsivo». È vero. La parola che usa il Signore per spiegare la compulsione è “schiavitù”. Questo non significa che queste persone abbiano completamente distrutto la propria libertà. C’è sempre una piccola parte di libertà che rimane in un alcolista, in un pervertito, in chiunque sia preda della schiavitù del peccato. Questi peccati iniziati con liberi atti nostri propri, possono aver indebolito, ma non distrutto la nostra volontà. È possibile che la grazia si insedi. La grazia ha il suo D-day e Dio può venire in ciascuna di queste persone.

Quando cerchiamo di curare una persona dai vizi, non possiamo mai estrarre il vizio, ma solo emarginarlo. Come si fa? Mettendovi qualcos’altro di nuovo. La grazia di Dio viene quando iniziamo ad amarlo; allora, questi vizi iniziano a fuoriuscire. Una volta che sopravviene un nuovo amore, siamo cambiati. Ricordo di aver fatto un patto con una donna alcolizzata, dicendole: «Tu ami l’alcol più di ogni altra cosa al mondo. Allora io non posso curarti finché non inizi ad amare qualcos’altro». Così abbiamo invocato la grazia, che è venuta in lei ed è guarita. Ecco ciò che la grazia fa alla povera e debole volontà umana. Poi essa ci dà anche potere di influenzare gli altri.

Se queste mie parole vi influenzano, non è per via di conoscenze o poteri che possiedo. Se ho qualche influenza su di voi, è perché lo Spirito e la grazia di Dio stanno operando in voi. Le mie parole non sono nulla. Di sicuro io non ho iniziato queste istruzioni senza pregare lo Spirito e la grazia di Dio che mi diano forza, ma se comunque siete cambiati non dite: «Oh, monsignor Sheen, quanto le siamo grati». Monsignor Sheen non ha fatto nulla, io sono solo il misero strumento del buon Dio. Se siete cambiati, ecco la differenza tra la vostra natura e la grazia. Prima che venisse la grazia agivate a modo vostro, dopo aver ricevuto la grazia agite a modo suo. La differenza è tutta qui. La vostra coscienza si è svegliata e ciò che prima era prezioso per voi adesso sembra nulla, mentre ciò che prima sembrava spazzatura adesso è prezioso. Questa è la grazia: è il potere soprannaturale che illumina la vostra mente per vedere le cose al di sopra della ragione; è quel potere soprannaturale che rafforza la vostra volontà a fare le cose che prima non avreste potuto fare. Essa vi cambia da creature in figli di Dio e soprattutto vi rende capaci di chiamarlo “Padre”.

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

IL LIBRO “VITA DI CRISTO” DI FULTON SHEEN È STATO RISTAMPATO

Segnaliamo la ristampa, da parte di Fede e Cultura, di un capolavoro di Fulton Sheen “Vita di Cristo”. Qui sotto potete leggere la prefazione e i primi due capitoli. Il link per acquistare il libro sul sito della casa editrice: https://shop.fedecultura.com/Vita-di-Cristo-p480690006

PREFAZIONE

Accade che Satana appaia, variamente camuffato, simile a Cristo. Alla fine del mondo, apparirà come un benefattore, un filantropo: tuttavia, con le stimmate non è mai apparso e non apparirà mai. Solo l’amore celeste può mostrare le cicatrici del supremo dono d’amore fatto in una notte ormai per sempre trascorsa. Non ci sono, in realtà, che due concezioni di vita: l’una è “prima il banchetto e poi il mal di capo”; l’altra, “prima il digiuno e poi il banchetto”. Le gioie differite e acquistate a prezzo di sacrificio sono sempre le più dolci e le più durature. Gli antichi insegnavano che qualunque prosperità o fortuna di cui questo o quell’uomo godesse senza avere sofferto era sgradita agli dèi! Lucrezio narra di un re egiziano che ruppe ogni rapporto con l’amico Policrate, tiranno di Samo, perché la sua prosperità era priva di imperfezioni, di “quel che di amaro scaturisce in mezzo alla fonte della dolcezza”. Il cristianesimo, diversamente da qualsiasi altra religione, inizia con la catastrofe, con la sconfitta. Le religioni radiose e le ispirazioni di natura psicologica terminano nella calamità e si inaridiscono nell’avversità; la vita del fondatore del cristianesimo, invece, essendo cominciata con la croce, termina con il sepolcro vuoto e la vittoria. La vita di Cristo differisce da tutte le altre vite sotto molti aspetti; tre i principali:

​​1) La croce ne concluse la vita nel tempo, ma ne era stata all’origine in quanto intento e scopo della sua venuta. Ecco perché i suoi biografi, martirizzati quando testimoniavano la verità da loro scritta, hanno dedicato la terza parte di ciascuno dei primi tre Vangeli e la quarta parte del quarto Vangelo agli eventi della sua passione e risurrezione. ​​

2) Come l’uomo non è derivato interamente dalla natura, perché in quanto dotato d’intelletto, ha in sé una misteriosa “x” che non è contenuta nei suoi precedenti chimici e biologici, così Cristo non è derivato interamente dall’ordine umano.

​​3) Il suo legato non è stato un’etica, ossia una collezione di precetti morali, né l’acquisizione della coscienza del peccato sociale perché gli uomini non amano sentir parlare di peccato personale, nonostante il raffronto tra la colpa umana e l’amore demente di Dio, di cui Dio ha pagato lo scotto.

Odiando il peccato e amando i peccatori, condannando il comunismo e amando i comunisti, sprezzando l’eresia e amando gli eretici, riammettendo gli erranti nel tesoro del suo cuore ma non mai l’errore nel tesoro della sua sapienza, perdonando ai peccatori già condannati dalla società ma intollerante di coloro che peccano e non vengono scoperti, ha riservato le sue più tremende esplosioni di sdegno per coloro che sono peccatori e negano il peccato, che sono colpevoli e si limitano a dichiarare di essere affetti da un complesso. Si spiega così come colui che ha pianto in silenzio allo spettacolo dell’afflizione umana e di un sepolcro aperto dia libero corso al torrente del suo dolore nel contemplare la triste sorte, l’inevitabile rovina di tutti coloro che, benché erosi dal cancro, si rifiutano di usare il rimedio da lui acquistato a ben più caro prezzo del sangue degli agnelli e dei manzi. Il mondo moderno, che nega la colpa personale e riconosce soltanto i reati sociali, che non ha posto per il pentimento personale ma solamente per le riforme pubbliche, ha divorziato Cristo dalla sua croce: lo sposo e la sposa sono stati violentemente separati. Ciò che Dio ha congiunto, gli uomini hanno lacerato. Perciò la croce sta a sinistra e Cristo a destra. Tutti hanno atteso nuovi compagni che li prendessero con sé in una specie di seconda unione adultera. Il comunismo si fa avanti e assume la croce svuotata così di significato; la civiltà occidentale post-cristiana sceglie il Cristo senza stimmate. Il comunismo ha scelto la croce in quanto ha restaurato in un mondo egoista un senso di disciplina, di abnegazione, di rinuncia, di duro lavoro, di studio e di dedizione a fini sovrannaturali. La croce senza Cristo equivale al sacrificio senza amore. Il comunismo ha prodotto una società autoritaria, crudele, oppressiva della libertà umana, piena di campi di concentramento, di plotoni d’esecuzione, di “lavaggi dei cervelli”. La civiltà occidentale post-cristiana ha assunto Cristo senza la croce. Un Cristo senza un sacrificio, che riconcili il mondo a Dio, è un predicatore da dozzina, svirilizzato, incolore, metodista, che merita, sì, il favore popolare per quel suo gran Sermone della Montagna, ma anche lo sfavore per ciò che ha detto della propria divinità da una parte, e del divorzio e del giudizio e dell’inferno dall’altra. Questo Cristo sentimentale viene raffazzonato con una quantità di luoghi comuni, sostenuti talvolta da etimologisti accademici, i quali non riescono a scorgere la parola soffermandosi sulla lettera; viene deformato, fuori del riconoscimento personale, dal principio dogmatico per cui tutto ciò che è divino dev’essere necessariamente un mito. Senza la croce, egli non diventa che un tedioso precursore della democrazia, oppure un umanitario che abbia predicato la fratellanza senza lacrime. Ora il problema si pone in questi termini: la croce, che il comunismo regge in pugno, troverà Cristo prima che il Cristo sentimentale del mondo occidentale trovi la croce? Personalmente, crediamo che la Russia troverà Cristo prima che il mondo occidentale congiunga Cristo con la sua croce redentrice. A quanti vogliano leggere una Vita di Cristo rigorosamente cronologica e inquadrata geograficamente, raccomandiamo quella di Giuseppe Ricciotti: La Vita di Cristo. La nostra opera non ha nulla a che vedere con la critica biblica: questa è stata ampiamente trattata da Ricciotti, Grandmaison, Lagrange e altri. Non c’è teoria critica che sopravviva di molto a una generazione. Un Bauer cede il posto a uno Strauss; uno Strauss a un Wellhausen; un Wellhausen a un Hamack e a un Renan; entrambi a uno Scheweitze e a un Loisy. Quando queste ultime teorie esaurirono la loro validità, sopraggiunsero Schmidt, Bultmann, Albertz, Betram e altri. I lettori che abbiano seguito le confutazioni scientifiche e critiche di Bultmann a opera di Leopoly Malevz, René Marlé e altri, sanno che queste stanno già perdendo la loro validità agli occhi degli studiosi della Bibbia. Benché si possa scrivere la Vita di Cristo senza citare nessuno di questi autori e delle menzionate teorie, la loro conoscenza è un requisito indispensabile per scriverla: non c’è stata mai infatti alcuna forma di critica, neppure quella di uno Strauss, che non abbia contribuito ad approfondire il sapere di coloro che devono conoscere i Vangeli sul piano tecnico e critico prima di potere adeguatamente trattare una Vita di Cristo. Delle tante traduzioni della Scrittura, abbiamo adottato quella di Knox, utilizzando soltanto in pochissimi passi la versione di Rheims Douay. Le Case Editrici Burns Oates and Washbourne, Ltd., e Sheed and Word, lnc., ci hanno cortesemente concesso di usare la traduzione di Knox. Il dipinto della scena della crocifissione è dovuto all’arte di Salvador Dalì, e alla sua gentilezza il diritto di riprodurlo. Più numerosi sarebbero stati gli errori dell’autore, senza l’assistenza editoriale donata con animo veramente fraterno dal reverendissimo Monsignor Edward T. O’Meara, dottore in teologia, e dal reverendo Joseph Havey. Vita di Cristo è stato scritto nel corso di molti anni, ma una più approfondita comprensione dell’unità di Cristo con la sua croce si è verificata quando Cristo ha tenuto l’autore, in ore buie e angosciose, vicinissimo alla croce. La dottrina si deve ai libri; la penetrazione di un mistero, alla sofferenza. È nostra speranza che la dolce intimità, originata dalle sofferenze, con il Cristo Crocifisso trapeli da queste pagine, dando così al lettore quella pace che solo Dio può portare alle anime, illuminandolo affinché comprenda che ogni dolore è in realtà l’ “ombra della sua mano carezzevolmente protesa”.

1 LA SOLA PERSONA CHE SIA MAI STATA PREANNUNCIATA 

La storia è piena di uomini che hanno asserito di venire da Dio, o di essere Dio, o di recare il messaggio di Dio: Budda, Maometto, Confucio, Cristo, Lao-Tse e tanti altri, fino a colui che oggi stesso ha fondato una nuova religione. Di essi, ciascuno ha il diritto di essere ascoltato e valutato. Come per ogni cosa che si debba misurare occorre un metro esterno, così servono alcune prove permanenti, che siano valide per tutti gli uomini, tutte le civiltà, tutte le epoche, affinché si possa stabilire se alcuni o tutti di coloro che hanno fatto simili affermazioni siano, o meno, nel giusto. Queste prove appartengono a due categorie: alla ragione e alla storia. Alla ragione, perché tutti ne sono dotati, anche quelli che mancano di fede; alla storia, perché tutti, vivendo, ne partecipano, ed è lecito presumere che la conoscano. La ragione ci suggerisce che, dove questo o quell’uomo venisse realmente da Dio, Dio ne avrebbe perlomeno preannunciato l’avvento al fine di convalidarne l’affermazione. I fabbricanti di automobili avvertono la clientela circa l’epoca in cui ci si aspetterà un nuovo modello. Se Dio quindi ci mandasse un messaggero o se egli stesso venisse su questa terra per diffondere un messaggio d’importanza vitale per tutti gli uomini, ci informerebbe sul quando il suo messaggero apparirebbe in mezzo a loro, dove nascerebbe, dove vivrebbe, quale dottrina predicherebbe, quali nemici susciterebbe, quale programma adotterebbe per il futuro, quale morte farebbe. Di modo che, nella misura in cui il messaggero si conformasse a tali annunci, sarebbe possibile giudicare la validità delle sue asserzioni. La ragione, inoltre, ci induce a credere che se Dio non agisse in questo modo, nulla potrebbe impedire che un qualunque impostore si introduca nella storia dicendo: “Provengo da Dio”, oppure: “Un angelo mi è apparso nel deserto e mi ha consegnato questo messaggio”. In questi casi, verrebbe a mancare un mezzo oggettivo, storico, per constatare la veridicità del messaggero, poiché non avremmo che la sua parola, e, pertanto, egli potrebbe essere nel torto. Se un visitatore venisse da un paese straniero a Washington e asserisse di essere un diplomatico, il governo gli chiederebbe il passaporto e altri documenti che provino la sua qualità di rappresentante di questo o quel governo; questi documenti dovrebbero recare una data anteriore al suo arrivo. Se dunque ai delegati dei nostri paesi vengono richieste simili prove d’identità, la ragione deve per certo agire allo stesso modo con i messaggeri che affermano di essere stati inviati da Dio. A ciascuno di questi la ragione domanda: “Che cosa, prima che tu nascessi, stava ad attestare che tu saresti venuto?”. Un simile criterio consente di giudicare il merito degli assertori (In questo stadio preliminare, Cristo non è più grande degli altri). Nessuno predisse la nascita di Socrate; nessuno preannunciò Budda e il suo messaggio, né svelò il giorno in cui egli si sarebbe seduto sotto l’albero; non ci sono stati tramandati né il nome della madre né il luogo di nascita di Confucio; né si può dire che questi dati fossero stati rivelati agli umani secoli prima del suo avvento cosicché quando egli venne al mondo gli uomini potessero riconoscere in lui un messaggero di Dio. Quanto a Cristo, il discorso è diverso: date le profezie dell’Antico Testamento, la sua venuta non era inaspettata. Perché, se mancò qualsiasi predizione relativa a Budda, a Confucio, a Lao-Tse, a Maometto, o a chiunque altro, non mancarono per contro le predizioni relative a Cristo. Gli altri vennero e dissero: “Eccomi, credete in me”. Erano, quindi, solo uomini fra gli uomini, non erano divini fra gli umani. L’unica eccezione fu Cristo, in quanto disse: “Ricercate gli scritti del popolo ebraico e i riferimenti storici dei Babilonesi, dei Persiani, dei Greci e dei Romani” (Per il momento, gli scritti del mondo pagano, e perfino l’Antico Testamento, possono considerarsi solo documenti storici e non già parole ispirate). Le profezie dell’Antico Testamento possono essere comprese nella loro pienezza alla luce del loro compimento. Il linguaggio profetico, infatti, non ha la precisione delle scienze matematiche; ma dove nell’Antico Testamento si ricerchino i ricorsi messianici, e dove si paragoni l’immagine che ne risulta con la vita e le opere di Cristo, si può mai dubitare che le predizioni antiche si riferiscano a Cristo e al regno da lui istituito? La promessa che Dio fece ai patriarchi che per il loro tramite tutti i popoli della terra sarebbero stati benedetti; la predizione che la tribù di Giuda avrebbe avuto su tutte le altre tribù ebraiche la supremazia fino all’avvento di colui al quale tutte le genti avrebbero obbedito; il fatto, certamente strano, ma innegabile, che nella Bibbia dei giudei di Alessandria, cioè nella versione detta dei Settanta, si trovi chiaramente predetta la nascita verginale del messia; la profezia di Isaia relativa all’uomo dei dolori, al servo del Signore, il quale darà la vita in espiazione delle colpe del suo popolo; le prospettive del glorioso ed eterno regno della stirpe di Davide: in chi, se non in Cristo, queste profezie hanno trovato il loro compimento? Da un punto di vista meramente storico, si verifica un’unicità che distingue Cristo da tutti gli altri fondatori di religioni terrene; giacché il compimento di tali profezie si verificò, storicamente, nella persona di Cristo, non soltanto cessarono in Israele tutte le profezie ma si produsse anche la cessazione dei sacrifici dopo il sacrificio del vero agnello pasquale. E si guardi alla testimonianza del mondo pagano. Tacito, parlando degli antichi Romani, dice: “Valeva per i più la convinzione profonda di quanto contenuto negli antichi scritti dei sacerdoti, che proprio in quel tempo l’Oriente avrebbe mostrato la sua forza e uomini venuti dalla Giudea si sarebbero impadroniti del mondo”. E Svetonio, là dove narra la vita di Vespasiano, così riferisce circa la tradizione romana: “Tutto l’Oriente credeva, per antica e costante tradizione, che il destino riservasse il dominio del mondo a gente venuta dalla Giudea a quel tempo”. La Cina nutriva la medesima attesa, ma, poiché si trovava dall’altra parte della terra, credeva che il Grande Saggio sarebbe nato in Occidente. Gli Annali del Celeste Impero contengono la seguente relazione: 

“Nell’anno ventiquattresimo di Chengwang della dinastia Zhou, nel giorno ottavo della quarta luna, una luce apparve a sud-ovest, che illuminò il palazzo del re. Colpito da tanto splendore, il monarca interrogò i savi, che gli mostrarono alcuni libri dai quali risultava che quel prodigio doveva venire interpretato come l’apparizione del Gran Santo d’Occidente, la cui religione sarebbe stata introdotta anche nel loro paese”. 

Lo aspettavano i greci. Nel Prometeo, composto sei secoli prima che lui nascesse, Eschilo scriveva: “E, inoltre, non aspettarti che questa maledizione abbia fine fino a quando Dio non si manifesti, per addossarsi, in vece tua, tutte le pene conseguenti dai peccati da te commessi”. Come fecero i Magi a sapere della sua venuta? Probabilmente in base alle tante profezie diffuse per il mondo dagli ebrei, nonché in base alla profezia che Daniele alcuni secoli prima della nascita di Cristo aveva fatto ai gentili. Quanto a Cicerone, dopo aver riportato le parole degli antichi oracoli e delle Sibille relativamente a un “Re che dovremo riconoscere se vorremo essere salvati”, si domanda ansioso: “A quale uomo e a quale periodo di tempo alludono queste predizioni?”. La quarta egloga di Virgilio testimonia la stessa antica tradizione e parla di “una donna casta, sorridente al suo bambino, con il quale avrebbe fine l’età del ferro”. Svetonio cita un autore contemporaneo per rilevare che i romani avevano così tanta paura di un re che avrebbe governato il mondo da ordinare che tutti i bambini nati in quell’anno venissero uccisi: ordine che poi non fu emanato se non da Erode. Non soltanto gli ebrei aspettavano la nascita di un gran re, di un savio, di un Salvatore, ma anche Platone e Socrate parlarono del logos e del savio universale “che doveva ancora venire”. Confucio parlò del “santo”; le Sibille, di un “re universale”; i tragici greci, di un Salvatore e redentore che avrebbe liberato l’uomo dalla “primaria remota maledizione”. Tutti costoro aspettavano nel senso dei gentili. Ciò che distingue Cristo da tutti gli uomini prima di tutto è che era atteso: perfino i gentili bramavano un liberatore o redentore. Il che è di per sé sufficiente a differenziarlo da tutti i condottieri religiosi. La seconda distinzione consiste nel fatto che, una volta apparso, con tanta violenza, egli percosse la storia da dividerla in due periodi: il primo, anteriore alla sua venuta; il secondo, posteriore. Budda non fece ciò; né nessun altro dei grandi filosofi indiani. Perfino coloro che negano l’esistenza di Dio devono datare in questo modo gli attacchi che conducono contro di lui: l’anno tale d. C., oppure l’anno tal altro a. C. La terza realtà che lo differenzia da tutti gli altri è questa: chiunque altro sia mai venuto al mondo è venuto per vivere; lui è venuto per morire. Per Socrate, la morte fu una pietra d’inciampo, poiché ne troncò l’insegnamento; mentre per Cristo fu la meta e il compimento della vita, la ricchezza a cui ambiva. Delle sue parole e azioni, poche sono intelligibili dove non si stabilisca un riferimento con la sua croce: egli, infatti, si manifestò come un Salvatore invece che come un semplice maestro. A nulla, infatti, sarebbe servito insegnare agli uomini il modo di essere buoni senza aver concesso loro la facoltà d’essere buoni, dopo averli riscattati dall’amarezza della colpa. La storia di ogni vita umana comincia con la nascita e finisce con la morte. Nella persona di Cristo, invece, venne prima la morte poi la vita. La Scrittura lo descrive come “l’agnello sgozzato fin dalla fondazione del mondo”, poiché, nell’intenzione, egli fu sgozzato dal primo peccato e dalla prima ribellione contro Dio. Non fu la sua nascita a proiettare un’ombra sulla sua vita e a trarlo quindi alla morte; prima in ordine di tempo venne la croce, la quale rimandò la propria ombra sopra la sua nascita. La sua è stata l’unica vita che sia mai stata vissuta a ritroso. Come il fiore nel muro screpolato rivela il poeta della natura, e come l’atomo è la miniatura del sistema solare, così la sua nascita rivela il mistero del patibolo. La sua esistenza si svolse tra i poli di due realtà conosciute, dalla ragione della sua venuta resa palese dal nome di Gesù”, ossia “Salvatore”, al compimento della sua venuta, cioè alla sua morte sulla croce. Di lui, Giovanni ci dà la preistoria eterna; Matteo, la preistoria temporale, attraverso la genealogia. È significativo che la sua stirpe umana sia tanto legata a peccatori e stranieri! Queste macchie sullo scudo del suo lignaggio umano gli ispirano pietà per i peccatori e per quanti siano estranei all’alleanza; ed entrambi questi aspetti della sua compassione gli saranno, in séguito, addebitati come accuse: “È amico dei peccatori”; “un Samaritano”. L’ombra di un passato contaminato predice il suo futuro amore per i contaminati. Nato da una donna, egli fu un uomo e, al tempo stesso, poté essere tutt’uno con l’umanità intera; nato da una Vergine adombrata dallo Spirito e “piena di grazia”, sarebbe stato altresì fuori da quella corrente di peccato che corrompeva tutti gli uomini.

2 INFANZIA DI CRISTO 

Un’altra realtà caratterizzante è che, diversamente dagli altri dottrinari, egli rifugge dal classificarsi nella categoria definita dei giusti. I giusti non mentono; se Cristo non fosse stato tutto ciò che diceva di essere, ossia il figlio del Dio di vita, il Verbo di Dio incarnato, non sarebbe stato “proprio un giusto”: sarebbe stato un briccone, un mentitore, un ciarlatano, il più grande ingannatore mai esistito. Se non fosse stato quello che diceva di essere, ossia il Cristo, il figlio di Dio, sarebbe stato l’anticristo! Se fosse stato solamente un uomo, non sarebbe stato neppure un uomo “giusto”. Egli non fu solamente un uomo. Voleva che lo disprezzassimo oppure che lo adorassimo: che lo disprezzassimo come un qualunque uomo, oppure che lo adorassimo come un vero Dio e come un vero uomo. Questa è l’alternativa che ci offre. Può darsi benissimo che i comunisti, così avversi a Cristo, gli siano più vicini di quelli che in lui vedono un sentimentale e un vago riformatore morale. I comunisti, almeno, hanno stabilito che se lui vince loro perdono; mentre gli altri paventano di considerarlo vincitore o perdente, perché non sono preparati a far fronte alle esigenze morali che questa vittoria imporrebbe alle loro anime. Se egli è quello che afferma di essere, cioè un Salvatore, un redentore, abbiamo allora un Cristo virile, un condottiero degno di essere seguito in questi tempi terribili: colui che agevolmente farà breccia nella morte, distruggendo il peccato, la tristezza e la disperazione; un capo cui possiamo far totale sacrificio di noi stessi senza perdere la libertà, sebbene conquistandola, e che possiamo amare fino al giorno della nostra morte. Oggi abbiamo bisogno di un Cristo che, composto con funi un flagello, scacci dai nostri nuovi templi coloro che lì attendono di comprare e vendere; di un Cristo che biasimi gli alberi di fichi sterili; di un Cristo che parli di croci e di sacrifici e la cui voce assomigli alla voce del mare in tempesta, e che, tuttavia, non ci permetta di piluccare e scegliere fra le sue parole, scartandone le difficili e accettando soltanto quelle che compiacciono alla nostra fantasia. Abbiamo bisogno di un Cristo che ristabilisca lo sdegno morale, che ci induca a odiare ardentemente il male e ad amare il bene al punto da poter bere la morte come l’acqua.

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VOI SIETE FATTI PER DIO: “Sarete in pace soltanto quando approderete nel mare dell’infinito”

Perché provate le delusioni?

Perché tra i vostri desideri e la loro realizzazione c’è una sproporzione tremenda. La vostra anima ha una certa infinità di desiderio, essendo spirituale. Il vostro corpo, invece, e l’universo intorno a voi, sono materiali, limitati, circoscritti, stretti da confini. Potete immaginare una montagna d’oro, ma non la vedrete mai. Potete immaginare un palazzo con centomila stanze, una colma di diamanti e un’altra colma di smeraldi e una terza colma di perle, ma non vedrete mai un simile palazzo. Similmente, potete pregustare alcuni godimenti terreni, o una certa posizione sociale o condizione di vita; ma una volta raggiunti, comincerete subito a sentire la tremenda sproporzione che passa fra l’ideale immaginato e la realtà posseduta. La delusione segue sempre, perché ogni ideale terrestre, una volta posseduto resta perduto.

Quanto più il vostro ideale è materiale, tanto più grande è la vostra delusione. Quanto più il vostro ideale è spirituale, tanto minore è la delusione. Ecco perché coloro che si dedicano alla ricerca d’interessi spirituali, come l’investigazione della verità, non si svegliano mai al mattino con la bocca amara e con la sensazione di essere sfiniti e abbattuti.

L’anima non dice mai basta. La vostra intelligenza, una volta che ha conosciuto una foglia, un albero, una rosa, eccetera, non dice mai «basta». Il vostro bruciante desiderio d’amore non è mai soddisfatto. Tutte le poesie d’amore finiscono in un grido, in un lamento, in un pianto. Tanto più puro è l’amore, quanto più invoca. Quanto si sente più innalzato sulla terra, tanto più si lamenta. Se un grido di gioia o un momento di estasi interrompe questa domanda, è soltanto per un momento; subito dopo ricade nell’immensità dei desideri. Avete la gioia di riempire la terra con i vostri immensi sospiri del cuore, poiché voi siete fatti per l’Amore. Nessuna bellezza terrestre vi sazia, perché, quando essa scompare dai vostri occhi, voi la fate rivivere, anche più bella, nell’immaginazione. Anche quando voi camminate con gli occhi chiusi, la mente continua a presentarvela, senza difetti, senza limiti, senza ombre. Dove si trova quella bellezza ideale che voi andate sognando? L’amabilità terrestre non è forse l’ombra di qualcosa d’infinitamente più grande? Non c’è da meravigliarsi che Virgilio abbia desiderato di bruciare il suo poema, l’Eneide, e che lo scultore Fidia abbia gettato nel fuoco il suo scalpello. Quanto più quei due artisti si erano accostati alla bellezza, tanto più sembrava che essa fuggisse lontano, perché la bellezza ideale non sta nel tempo: ma nell’infinito.

-Il tormento dell’infinito-

Nonostante le continue delusioni di trovare i nostri ideali soddisfatti quaggiù, l’infinito continua a tormentarci. Lo splendore di un sole che tramonta, simile a «un’ostia nell’ostensorio d’oro dell’occidente», l’alito di un vento primaverile, la divina purezza nel volto d’una Madonna, tutto vi riempie di nostalgia, di un cocente protendersi oltre, verso qualcosa che sia ancora più bello. Con i piedi per terra, voi sognate il cielo; creature del tempo, voi disprezzate il tempo; fiori di un giorno, cercate di eternizzare voi stessi. Perché desiderate la vita, la verità, la bellezza, la bontà, la giustizia, se non perché voi siete fatti per loro? Da dove vengono esse? Durante il giorno, dov’è la sorgente della luce che illumina le strade cittadine? Non certamente sotto le auto, sotto i pullman, sotto i piedi dei passeggeri, perché là la luce è mescolata alle tenebre. Se volete trovare la sorgente della luce, dovete andare oltre, verso qualcosa che non ha mescolanza di tenebra e di ombra; dovete andare a quella pura luce che è il sole. In simile maniera, se volete trovare la sorgente della vita, della verità e dell’amore, dovete andare oltre, verso una verità che non è mescolata con ombre di errore; verso un amore che non è mescolato con ombre di odio. Dovete andare verso qualcosa che è Vita pura, Verità pura, Amore puro. Questa è la definizione di Dio. Perché siete stati delusi fin qui? Perché non avete ancora trovato Dio.

Udite il poeta Riccardo Chenevix Trench: «Se esistesse in qualche luogo un altro rifugio dove volare, i nostri cuori avrebbero cercato qui la loro quiete, e non in te, o Dio. Noi abbiamo cozzato contro le sbarre della creazione, come aquile prigioniere; abbiamo cercato attraverso gli immensi mondi soltanto un palmo di terreno su cui posare i nostri piedi, dove tu non sei. Soltanto quando, in terra, nell’aria, in cielo, o nell’inferno, scoprimmo che in nessun luogo si può trovare dove sfuggire a te, allora volammo a te».

Una volta che avete scoperto che la causa della vostra delusione deriva dalla distanza che passa fra l’ideale concepito nella mente e la sua realizzazione concreta, voi non diventate più dei cinici. Invece di diventare cinici, sarete pronti a scartare totalmente ogni delusione. Non c’è niente di anormale nel vostro desiderio di vivere, non soltanto di poter vivere due o tre anni di più, ma per sempre. Non c’è niente di esagerato nel vostro desiderio della verità, non soltanto questa o quella verità, ma tutta la verità. Non c’è niente di inumano nella vostra fame di amore, dal momento che essa durerà sempre, senza che la morte la sopprima, la sazietà la svuoti o il tradimento la uccida. Non sentireste il bisogno di una vita perfetta, di una perfetta verità e di un perfetto amore, se non esistessero. Il solo fatto che voi godete di una loro porzione, dimostra che ci dev’essere l’intero. Non ne conoscereste l’arco, se non ci fosse l’intera circonferenza. Non camminereste nelle ombre, se non ci fosse la luce. Come potrebbe l’anatra avere l’istinto di nuotare, se non ci fosse l’acqua? Potrebbe un bambino domandare con grida il nutrimento, se questo non esistesse? Come potrebbe esistere l’occhio, se non ci fossero bellezze da vedere? Ci sarebbe l’udito, senza armonie da udire? Come potrebbe esserci in voi lo struggente desiderio di una vita senza fine, di una verità senza errori e di un amore estatico, se non esistessero una vita perfetta, una verità perfetta e un amore perfetto?

Concludiamo, dunque: voi siete fatti per Dio! Dunque, non vi sazierà nulla di meno dell’infinito. Distruggereste la vostra natura se domandaste di essere soddisfatti da qualcosa che sia minore dell’infinito. Come una nave, una volta messa in un fiume, avanza faticosamente sulle acque troppo basse, fiancheggiata dai limiti ristretti delle sponde, così voi siete inquieti, sentendovi imprigionati dai limiti dello spazio e del tempo. Sarete in pace soltanto quando approderete nel mare dell’infinito.

(Fulton J. Sheen, da “Fatti per l’eternità: introduzione al Cristianesimo” edizioni Mimep)

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FATTI PER L’ETERNITÀ: INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO DI FULTON SHEEN

Ringraziamo di cuore la casa editrice Mimep di Milano, gestita dalle suore loretane, per aver ristampato con un nuovo titolo la vecchia edizione di “Vi presento la Religione”. Un classico di Fulton Sheen.

L’essenziale del cristianesimo prima di tutto, consiste nella rinascita, cioè nell’essere ricreati e incorporati in un nuovo tipo di vita più elevata – la vita soprannaturale della Grazia divina – e introdotti in un nuovo tipo di relazione spirituale come figli di Dio attraverso Gesù Cristo, vivo e presente nel Suo Corpo Mistico che è la Chiesa. L’autore ci ricorda che la nostra scelta di diventare figli di Dio avrà conseguenze nel nostro pellegrinaggio terreno, ma soprattutto nell’eternità dove saremo ciò che abbiamo deciso liberamente di essere nel tempo di questa vita. Le intuizioni di Sheen sono senza tempo. La saggezza profusa in questo libro è la stessa che portò le sue semplici trasmissioni televisive a un successo strepitoso.

«Il Cristianesimo non è un sistema di etica, ma è una Vita. Non è un buon consiglio, ma è un’adozione divina. Essere cristiani non consiste nell’essere caritatevoli verso i poveri, nell’andare in Chiesa, nel leggere la Bibbia, nel cantare inni sacri, nell’essere generosi con i comitati di beneficenza o disposti a servire le associazioni della Chiesa… Il cristianesimo include tutte queste cose, ma prima di tutto e soprattutto è una relazione d’amore».

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Fatti per l’eternità

61 MINUTI PER UN MIRACOLO: FULTON SHEEN E LA VERA STORIA DI UN FATTO INCREDIBILE! UN LIBRO IMPERDIBILE!

61 minuti per ottenere un miracolo indiscutibile attraverso l’intercessione dell’Arcivescovo Fulton Sheen. È questo il miracolo approvato da Papa Francesco, nel luglio del 2019, per la beatificazione la cui data è ancora da definire.

La fede e la preghiera di questa famiglia ha ridonato il respiro al loro figlio nato morto. È un fatto incredibile raccontato con la semplicità di una mamma che ha vissuto in prima persona il miracolo: James era nato morto e ha cominciato a respirare dopo 61 minuti.

Però il miracolo più grande non è il ritorno alla vita. Ciò che stupisce tutti, specialmente i medici e gli scienziati, è il fatto che il cervello di James non ha subito nessun danno dopo non aver ricevuto ossigeno per più di un’ora. Oggi James è un ragazzo normale senza nessuna difficoltà motoria o psicologica.

Questo libro racconta tutta questa meravigliosa vicenda. È un racconto semplice, colloquiale che arriva diritto al cuore del lettore. Non puoi leggere questa storia senza lasciarti coinvolgere dal dolore di una mamma che ha visto un figlio nascere senza respiro. Il suo modo di raccontare ci rende partecipi del suo dolore ma anche della sua gioia ad avere accanto il suo figlio che aveva perso. Alla fine di questo racconto non ti rimane altro che dire: il Signore è grande. Sì il Signore è grande e compie meraviglie fino ad oggi.

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DIO, LA LEGGE DI GRAVITÀ DELL’AMORE, E IL PARADISO: “Ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale”

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini!

Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’Amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)