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IL CONSIGLIO DEI SACERDOTI E LO SPIRITO SANTO “L’errore di molti Sacerdoti è quello di interessarsi maggiormente alle questioni amministrative che a quelle evangeliche.” “Nell’organizzare la salvezza delle anime, impieghiamo forse tutto lo zelo che dimostriamo nell’organizzare le gite?”

Ogni Sacerdote, quando si troverà al cospetto del Signore per essere giudicato, si sentirà chiedere: «Dove sono i tuoi figli?». La vocazione prima di ogni Sacerdote è quella di generare anime in Cristo.

Saliremo sul pulpito a denunciare contro natura il controllo delle nascite nella carne, mentre noi stessi pratichiamo questo controllo delle nascite nello spirito? Biasimeremo le madri perché non hanno un maggior numero di figli, mentre noi, per anni interi non possiamo registrare a nostro favore neanche la nascita di una sola anima in Cristo? I confini della nostra parrocchia e quelli del nostro dovere non sono unicamente determinati dai fedeli, perché: “altre pecore che non sono di quest’ovile; anche quelle devo condurre” (Gv 10, 16).

Siamo responsabili di ogni anima, e molte entrerebbero a far parte della Chiesa se soltanto lo chiedessimo loro. L’errore di molti Sacerdoti è quello di interessarsi maggiormente alle questioni amministrative che a quelle evangeliche.

Nell’organizzare la salvezza delle anime, impieghiamo forse tutto lo zelo che dimostriamo nell’organizzare le gite? Quando abbiamo bisogno di denaro, noi Sacerdoti non ci pensiamo due volte a organizzare una colletta di porta in porta; ma quando mai pensiamo di organizzarne una per convertire la gente? Dove vi è lo Spirito Santo, le conversioni non mancano. (…)

Qui negli Stati Uniti, le conversioni che abbiamo in un anno sono meno di tre per ogni Sacerdote. Ma chi, tra di noi, non sa di molti che hanno lasciato il solo Ovile, il solo Pastore per un voto non mantenuto, per la brama di un secondo o di un terzo matrimonio, per orgogliosa presunzione o per uno qualunque di quei sette becchini dell’anima comunemente chiamati i sette peccati capitali? Abbiamo centri catechistici, ma li adoperiamo per insegnare ai laici a essere Apostoli e a vivere appieno le responsabilità del sacramento della Cresima?

Ogni parrocchia dovrebbe essere un vivaio di anime che non appartengono ancora all’ovile; ogni Sacerdote un Pastore alla ricerca della pecorella smarrita; ogni Messa una proclamazione che la redenzione deve essere estesa a tutto il mondo.. Forse che lo Spirito Santo nel salvare le anime dimostra adesso minor larghezza che alla Pentecoste? Il tenore della nostra vita sacerdotale soffoca forse le fiamme e i venti impetuosi della conversione? Come mai le fiamme della Pentecoste ardono luminosissime nelle terre di missione e sono così fioche nella nostra parrocchia? Forse che la marea dello Spirito è defluita dai nostri porti? La colpa non è dello Spirito, giacché «Dio non si pente dei suoi doni e della sua chiamata» (Rm 11, 29). Lo slancio dei venti impetuosi non si è calmato e fermato da solo, producendo ristagno e sterilità. Lo Spirito Santo è sempre pronto ad aiutare il nostro sacerdozio, perché possiamo far progredire le anime nella santità.

Il Sacerdote agisce dall’esterno, lo Spirito Santo dall’interno. Noi ci auguriamo reciprocamente grazie e benedizioni. Egli ce le dà. Egli soltanto, con la sua opera divina, può gettare nel cuore quel seme che sboccerà in «una nuova creatura in Cristo» (2Cor 5, 17). Il suo Spirito può distruggere l’egoismo e l’indolenza che ci trattengono dall’andare alla ricerca delle anime. Tutto intorno a noi, nelle nostre parrocchie, nella gente con la quale veniamo quotidianamente a contatto, vi sono folle innumerevoli di anime simili a lingotti d’oro ricoperti di scorie. E noi, se appena avessimo il fuoco dello Spirito, potremmo sottoporli alle fiamme purificatrici e farne dei gioielli del Regno di Dio! (…)

Se il consiglio del Sacerdote si basa esclusivamente sull’esperienza naturale, con un nemico come Satana non la spunta. Il possesso da parte del demonio deve essere fronteggiato dal Sacerdote con il possesso da parte del Cristo; così, egli sarà impaziente di aprire ai cuori i tesori della bontà di Dio, di scoprire i peccati suscettibili di redenzione, di lasciare i novantanove giusti per ricercare quello che si è smarrito, di scovare elementi da istruire nell’apostolato e nella conversione, di avvolgere intorno a essi il manto del Sacro Cuore. Sarà pronto ad ascoltare senza interruzione gli afflitti, riconoscendo la dignità della persona che parla; a riconciliare i coniugi, rivelando loro in qual modo possono santificarsi a vicenda, come fece Paolo con l’infelice coppia di Corinto (1Cor 7, 14); a far sì che nel suo cuore sacerdotale s’incontrino, come già a Betlemme, le due correnti: la corrente delle necessità umane e quella dell’esaudimento divino; a guardare gli sbandati con lo stesso sguardo che Gesù rivolse a Pietro e che gli fece versare lacrime amare (Lc 22, 61); a dar prova della stessa pazienza avuta da Paolo nel ravvedimento di Marco; a contrapporsi ovunque alla rovinosa e funesta dissipazione del peccato; a pregare per chi ricorre a lui (perché la dedizione è l’insonnia dell’anima); a far sì che la gente, lasciando il parlatorio, pensi di essere stata con Cristo; a capire che lo Spirito Santo dà la forza a chi l’impiega; a rendersi conto che nel Sacerdote svogliato non c’è alcuna efficacia, proprio come nell’animale indolente non c’è alcuna bellezza; a pregare quotidianamente lo Spirito Santo di insegnargli a trovare godimento soltanto nelle anime; a convincersi che non è possibile arrivare al peccatore con le diramazioni periferiche dell’organizzazione parrocchiale o elevare un’anima alla santità dispensando a piene mani consigli a buon mercato; a non esitare mai nel ricevere visitatori che disturbino le sue comodità, ricordando che Dio ricompensa soltanto la dura fatica. In breve, a essere un «altro Cristo» e non semplicemente un «altro buon diavolo». (…)

Il consiglio del Sacerdote è fondamentalmente l’applicazione della redenzione all’individuo. Non si tratta semplicemente di predicare a una persona sola anziché a una folla: l’individuo, infatti, quando cerca il consiglio del Sacerdote espone il suo problema come fa il paziente con il medico. Proprio come il medico, il Sacerdote prima stabilisce i fatti, poi fa la diagnosi e prescrive la cura, avendo sempre presenti in mente le parole di Nostro Signore: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv 6, 63).

Lo Spirito Santo è particolarmente necessario quando il Sacerdote deve affrontare un problema che verte sulla condotta più che sull’intelletto. In almeno nove casi su dieci, coloro che in passato ebbero la Fede e che ora la respingono o negano ch’essa abbia un senso, non sono mossi dal ragionamento, ma dal modo in cui vivono. Di solito, i cattolici sbandano non per difficoltà riguardanti il Credo, ma per difficoltà riguardanti i Comandamenti. Quando ciò accade, è compito del Sacerdote risvegliare la coscienza per mezzo dello Spirito Santo. Nelle Scritture non troviamo molti riferimenti alla sola coscienza, ma troviamo in abbondanza la prova del risveglio della coscienza mediante lo Spirito Santo.

San Paolo ci dice che fu la sua coscienza, illuminata dallo Spirito Santo, a fargli desiderare di dannarsi pur di salvare i fratelli: “Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo” (Rm 9, 1). Spetta alla coscienza testimoniare il compimento del nostro dovere verso Dio, ma spetta al divino Spirito testimoniare l’accettazione da parte di Dio della nostra fede e della nostra obbedienza in Cristo. Grazie allo Spirito Santo, la testimonianza della coscienza e la testimonianza di Gesù Cristo nella nostra vita diventano identici.

La coscienza di una persona si può paragonare a una stanza fiocamente illuminata, sulle cui pareti sono stampati i Comandamenti in piccoli caratteri. Quando lo Spirito Santo illumina la coscienza, una luce brillante investe quei caratteri. Lo Spirito Santo risana le coscienze e queste accettano la guida della legge di Cristo. Lo Spirito Santo indica anche alla coscienza il rapporto tra il peccato e il suo riscatto mediante il Sangue del Cristo, in virtù del quale non vi è più alcuna coscienza di peccato (Eb 9, 14; 10, 2-22). Non è mai sufficiente che un Sacerdote dica ai suoi fedeli che devono seguire la propria coscienza. Il Sacerdote deve costantemente cercare di illuminare questa coscienza attraverso lo Spirito. “Il fine di questo richiamo è però la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera” (1Tm 1, 5).

Non è assolutamente possibile comprendere l’enormità del peccato se non per mezzo dello Spirito Santo, una verità, questa, che Nostro Signore spiegò ai suoi Sacerdoti durante l’Ultima Cena. Più che in termini di infrazione dei Comandamenti, il peccato si può meglio comprendere e debellare in termini di frattura dei nostri legami con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il peccato spezza i nostri vincoli con il Padre Celeste in quanto ci allontana da Lui come suoi figli. È questo il messaggio contenuto nella parabola del figliol prodigo (Lc 15, 11-32).

Inoltre, il peccato rinnova il Calvario di Cristo. Occorre stabilire un’equazione personale tra l’anima e il Cristo Crocifisso. Nei peccati d’orgoglio si deve vedere la corona di spine; nei peccati di lussuria, la carne ferita; nei peccati d’avarizia, la povertà della nudità; nei peccati dell’alcolismo, la sete. Inoltre, si deve vedere il peccato come ostinazione contro lo Spirito Santo (At 7, 51); come soffocamento dello Spirito (1Ts 5, 19); come tribolazione allo Spirito (Ef 4, 30).

La coscienza s’illumina sempre quando si vede il peccato come un dolore dato a qualcuno che si ama. Non vi è peccato che possa toccare una delle stelle di Dio o far tacere una delle sue parole; ma il peccato può ferire crudelmente il Suo Cuore. Quando il penitente comprende questa verità, può sapere perché mai nella sua anima vi sia un tale senso di vuoto, una tale desolazione: egli ha ferito Qualcuno che ama.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

AMORE E MATRIMONIO: I piaceri estatici del matrimonio sono come “un’esca” che alletta gli amanti a compiere la loro missione. Troppi coniugi pretendono che l’altra parte dia loro ciò che soltanto Dio può dare: un’estasi eterna.

Esser trasportati al di fuori di sé, questo è il terzo effetto dell’amore che si chiama “estasi”. Questo effetto si dimostra da quella presenza interiore dell’amante nell’amato causata dall’amore, per cui chi ama è già, in un certo senso, trasportato al di fuori di sé. Spesso gli adolescenti si stupiscono che i loro genitori sappiano già che essi sono innamorati, ma il fatto che studiano di mala voglia e che quasi non toccano cibo è indice che essi si trovano in uno stato di trasognamento, essendo già trascinati lontano dal loro ordinario modo di agire.

I Greci definiscono “follia” un grande amore, ma con il termine “follia” non lo intendono, come noi, con un senso di anormalità, bensì d’ispirazione. Il poeta ispirato veniva chiamato “folle” perché amava, come oggi in linguaggio romantico l’innamorato si autodefinisce “folle” del suo amato bene. Per questa “follia” d’amore i datori di lavoro non dovrebbero essere restii a concedere una o due settimane di permesso, perché sanno che i loro dipendenti sono praticamente inutili durante il periodo di “estasi”. Come scrisse Shakespeare, “Questa è la vera estasi d’amore”, per cui si dice che in seguito essi “ridiscendono sulla terra”, per indicare che prima avevano la testa tra le nuvole.

I professori che sono distratti a causa dei loro studi, al punto da arrivare a mettere, in una notte piovosa, un ombrello nel letto e da rimanersene vicino al lavandino tutta la notte, confermano che l’amore ci rende indifferenti al nostro normale mondo esterno. Quando siamo animati da un grande amore possiamo resistere a ogni genere di contrarietà grazie alla qualità dell’amore che ci astrae da ciò che ci circonda. La povera capanna del marito e della moglie veramente innamorati l’uno dell’altra non è così intimamente monotona come il ricco appartamento del marito e della moglie che hanno cessato di amarsi.

Il santo, come Vincenzo de’ Paoli, nutre un tale amore per il povero di Dio che si dimentica di prendere cibo. Il particolare fenomeno spirituale della levitazione, in virtù del quale i santi durante le loro estasi si innalzano fisicamente dal suolo, è una manifestazione ancora più alta di un amore in cui la materia sembra incapace di controllare lo spirito che si innalza irresistibilmente. (…)

La differenza tra l’amore degli umani e l’amore di Dio è che nell’amore umano l’estasi si manifesta all’inizio, mentre nell’amore di Dio si manifesta alla fine, ossia soltanto dopo aver vissuto molte sofferenze e l’agonia dell’anima. La carne consuma dapprima il suo banchetto, e poi prova il digiuno e qualche volta l’emicrania. Lo spirito, invece, osserva dapprima il digiuno, poi consuma il suo banchetto. I piaceri estatici del matrimonio sono come “un’esca” che alletta gli amanti a compiere la loro missione, e sono anche un credito divino esteso a coloro che più tardi porteranno il fardello di provvedere a una famiglia.

Nessuna grande estasi della carne o dello spirito viene mai concessa in possesso permanente senza che si rinunzi a qualche cosa: c’è un prezzo stabilito per ogni estasi!

La gioia di una Domenica di Pasqua costa un Venerdì Santo. Il privilegio dell’Immacolata Concezione fu un’estasi concessa prima del pagamento, ma Maria dovette pagarla ai piedi della croce. Nostro Signore le fece “credito,” ma più tardi lei pagò il suo debito. (…)

Spesso le giovani coppie che equiparano il matrimonio al fremito sessuale, si rifiutano di rimborsare la natura con i figli, e in tal modo perdono l’amore, come il violinista che ha il dono della musica ma non si tiene in esercizio e finisce per perdere il suo dono. A costoro dice il Signore: “Toglietegli dunque il talento” (Mt 25,28). Bisogna comprendere infatti che il primo amore non è necessariamente quello duraturo.

Per esempio, l’emozione del giovane prete alla sua prima messa solenne, o l’intima estasi della monaca in occasione della sua vestizione, sono “dolciumi” dati dal Signore per stimolarli a levarsi spiritualmente. Più tardi, quanto vi è di dolce svanisce, e occorre uno sforzo supremo della volontà per essere in tutto e per tutto come si dovrebbe essere. Questo vale anche per la luna di miele del matrimonio, in cui l’espressione stessa indica che l’amore dapprima è miele, ma poi può essere mutevole come la luna.

La prima estasi dunque non è quella vera. E l’ultima estasi viene solamente dopo le amare esperienze, la fedeltà dopo la tempesta, la perseveranza dopo la mediocrità, e la vocazione del destino divino dopo che si è passati attraverso le tentazioni terrene. (…)

Il profondo amore estatico di cui godono alcuni genitori cristiani dopo aver sperimentato i loro calvari è degno di ammirazione. La vera estasi, in realtà, non è quella della prima giovinezza, ma quella della maturità. Nella prima estasi si cerca di ricevere tutto quanto l’altra parte può dare, ma nella seconda si cerca di dare tutto a Dio. Se l’amore s’identifica con la prima forma di queste estasi, ne cercherà il duplicato in un’estasi diversa, ma se è identificabile con quell’amore che è tollerante e unificante, cercherà invece l’approfondimento di questo suo mistero.

Troppi coniugi pretendono che l’altra parte dia loro ciò che soltanto Dio può dare: un’estasi eterna. Se l’uomo o la donna potessero dare questa estasi, o lui o lei sarebbe Dio! Desiderare l’estasi dell’amore è giusto, ma pretenderla da quella carne che non considera se stessa come una pellegrina in cammino verso Dio è un grave errore. L’estasi non è un’illusione, è soltanto un “volantino turistico” che con le sue molte illustrazioni vuol invitare il corpo e l’anima a compiere il viaggio verso l’eternità. Se la prima estasi raggiunge il suo limite, è questo un invito non ad amare un altro, ma ad amare in un’altra maniera, ossia alla maniera di Cristo.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

I PIÙ GRANDI PECCATORI DIVENTANO A VOLTE I PIÙ GRANDI SANTI: “Le forti passioni sono il prezioso materiale grezzo della santità”

L’autodisciplina cristiana è veramente l’autoespressione: espressione di quanto vi è di più nobile nell’uomo. Controllarsi attraverso la mortificazione o l’ascetismo non significa negare i propri istinti, le proprie passioni, le proprie emozioni, né ricacciare questi impulsi, che Dio ha dato all’uomo.

Le nostre passioni, le nostre emozioni, i nostri istinti sono buoni, non cattivi; controllarli significa soltanto contenerne gli eccessi. La Chiesa non nega le emozioni più di quanto non neghi la fame. Esige soltanto che, quando un uomo siede a tavola, non mangi come un maiale. Nostro Signore non represse l’intenso zelo emotivo di San Paolo, bensì lo volse dall’odio all’amore. Non represse la vitalità biologica della Maddalena, bensì ne muto’ la passione d’amore per il vizio in passione d’amore per la virtù.

A una simile conversione di energie si deve se i più grandi peccatori, come Sant’Agostino, diventano a volte i più grandi santi; non perché sono stati peccatori essi amano Dio con tanta intensità, ma perché hanno violente passioni, ardenti emozioni, forti impulsi, che, volti a mire sante, fanno ora tanto bene quanto male hanno fatto prima.

Le forti passioni sono il prezioso materiale grezzo della santità. Coloro che hanno molto peccato non dovrebbero disperare e dire: “Sono troppo peccatore per poter cambiare”; oppure: “Dio non sa che farsene di me”. Dio accoglie chiunque sia disposto ad amare, non con un gesto occasionale, ma con una “spassionata passione”, con “violenta tranquillità”. Un peccatore impenitente non può amare Dio più di quanto un uomo possa nuotare sulla terraferma; ma non appena egli si pente portando a Dio i suoi peccati, le sue passioni scatenate, e prega perché esse siano diversamente dirette verso il Bene, allora diventerà felice come non mai. Non già il male che abbiamo fatto ci tiene lontano da Dio, bensì il persistere nel male.

Chi torna a Dio, come la Maddalena e San Paolo, accetta volentieri la disciplina che gli consentirà di mutare le sue precedenti tendenze. La mortificazione è proficua, ma solo se è compiuta per amore di Dio. L’ autodisciplina è soltanto un mezzo il cui fine è un più grande amore di Dio. Come la perfezione della rosa e non già la sua distruzione è lo scopo della potatura, così l’unione con Dio è lo scopo dell’autodisciplina.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

SACRA SCRITTURA E TRADIZIONE: NON BASTA LA “SOLA BIBBIA” PER VIVERE LA FEDE E CONOSCERE LE VERITÀ DEL CRISTIANESIMO. I VANGELI SONO NATI DALLA CHIESA!

È importante mettere in chiaro che la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, non deriva la sua fede soltanto dalla Sacra Scrittura. Ciò costituirà una sorpresa per coloro che quando sentono parlare di un determinato insegnamento cristiano chiedono: “Si trova nella Bibbia?”.

La Chiesa si estendeva per tutto l’Impero Romano prima che fosse stato scritto un solo libro del Nuovo Testamento, ed esistevano già parecchi martiri prima che ci fossero vangeli o epistole. Un ministero autorevole e riconosciuto stava compiendo l’opera del Signore sotto il suo comando, parlando in nome suo quale testimone di ciò che aveva visto, prima che alcuno si fosse deciso a scrivere una sola riga del Nuovo Testamento. Per i primi seguaci di nostro Signore e per noi, l’autorità degli apostoli eguagliava quella di Cristo nel senso che si trattava di una continuazione del suo insegnamento.

Il Signore disse: “Chi ascolta voi ascolta me”. Gli apostoli dapprima insegnarono, e poi due, e soltanto due su dodici, lasciarono un Vangelo. A essi il Signore aveva detto: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20.) E ancora: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21).

Gli apostoli costituivano il nucleo della Chiesa, il nuovo Israele, la prima manifestazione visibile del Corpo Mistico di Cristo. Ecco perché a Pentecoste scelsero uno della comunità dei 120 affinché prendesse il posto di Giuda. Colui che gli succedeva doveva essere un testimone oculare degli eventi narrati dai vangeli: condizione, questa, assolutamente necessaria per essere un apostolo. La Chiesa era un centro organico di coesione, la fonte dell’unità e dell’autorità presieduta da Pietro perché Pietro era stato designato dal Signore.

Sarebbero occorsi ancora quasi venticinque anni prima che venisse scritto il primo Vangelo; perciò quelli che isolano un singolo testo della Bibbia dalla tradizione apostolica o lo studiano senza tener conto della tradizione, vivono e pensano invano. I vangeli hanno bisogno della tradizione come i polmoni dell’aria, come gli occhi della luce e le piante della terra! Il libro sacro venne secondo e non primo. Quando finalmente si scrissero i vangeli, questi non fecero che riferire quelle cose nelle quali già si credeva. (…)

Così, i vangeli non fecero che dare un ordine più sistematico a ciò in cui già si credeva. Se fossimo vissuti nei primi venticinque anni di vita della Chiesa, come avremmo potuto rispondere alla domanda: “Come faccio a sapere ciò in cui devo credere?”. Non avremmo potuto dire: “Guarderò nella Bibbia”. Perché nella Bibbia non esisteva ancora il Nuovo Testamento. Avremmo creduto in ciò che la Chiesa degli apostoli stava insegnando e fino all’invenzione della stampa, per chiunque di noi sarebbe stato difficile diventare uno dei cosiddetti esegeti infallibili del libro. A questi suoi testimoni oculari, Nostro Signore non disse mai di scrivere. Lui stesso scrisse una volta sola in vita sua, e scrisse sulla sabbia. Ma disse loro di predicare in nome suo e di rendergli testimonianza da un capo all’altro della terra, fino alla consumazione dei secoli. Perciò chi ricava dalla Bibbia questo o quel testo per provare qualcosa, lo isola da quell’atmosfera spirituale in cui è nato e dal verbo della bocca che ci ha trasmesso la verità di Cristo. (…)

Quando finalmente vennero scritti i vangeli, questi non fecero altro che registrare una tradizione, non la crearono. Essa esisteva già. Da un po’ di tempo gli uomini avevano deciso di mettere per iscritto questa tradizione viva e orale, il che spiega l’inizio del vangelo di Luca: “In modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”.

I vangeli non diedero inizio alla Chiesa: la Chiesa diede inizio ai vangeli. La Chiesa non nacque dai vangeli, bensì i vangeli nacquero dalla Chiesa. La Chiesa ha preceduto il Nuovo Testamento, non il Nuovo Testamento la Chiesa. Non c’è stata prima una Costituzione degli Stati Uniti e poi gli americani, i quali, alla luce di questa Costituzione, decisero di formare un governo e una nazione. I padri fondatori hanno preceduto la fondazione; così il Corpo Mistico di Cristo ha preceduto le relazioni scritte più tardi da segretari ispirati. (…)

Quando finalmente si scrissero i vangeli, questi non provarono ciò in cui i cristiani credevano, né diedero inizio a tale credenza: riferivano soltanto in maniera sistematica ciò che i cristiani già conoscevano. Non già perché i vangeli dicevano che c’era stata una crocifissione gli uomini credettero nella crocifissione di Cristo: è vero bensì che i vangeli scrissero la storia della crocifissione perché già gli uomini credevano in essa. La Chiesa non fu portata a credere nella nascita verginale perché i vangeli ci dicono che c’è una nascita verginale: i vangeli ne scrissero perché già ci credeva il verbo di Dio vivente nel suo Corpo Mistico.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

IL BATTESIMO DEI BAMBINI: PERCHÉ UN NEONATO DEVE ESSERE BATTEZZATO QUANDO NON PUÒ DIRE NULLA IN PROPOSITO?

Il Battesimo, o incorporazione nella Chiesa, è la condizione per ricevere la nuova Pasqua, l’Eucaristia. Come i mandriani marchiano il loro bestiame e gli antichi romani i loro schiavi, così Dio marchia i suoi figli, nell’Antico e nel Nuovo Testamento: con la circoncisione della carne nell’Antico e con la circoncisione dello spirito, cioè il Battesimo, nel Nuovo.

Si potrebbe obiettare: cosa apporta di buono un po’ d’acqua versata sulla testa di un bimbo? Ma ci si potrebbe anche chiedere cosa aggiunga un po’ d’acqua versata nella caldaia. L’acqua nella caldaia o sulla testa di un bimbo non può fare nulla di per sé. Ma quando l’acqua nella caldaia è unita alla mente di un ingegnere, può guidare una locomotiva lungo un continente o una nave attraverso il mare. Così quando l’acqua è unita alla potenza di Dio, può fare ben più che rendere vivo un cristallo. Può trasformare una creatura in figlio di Dio. (…)

Nel Battesimo, i neonati sono incorporati in Cristo, non attraverso un atto della loro volontà, bensì dei padrini che rappresentano la Chiesa e si assumono la responsabilità dell’educazione spirituale del bambino. I genitori, naturalmente, devono acconsentire al Battesimo; la Chiesa rifiuta di battezzare qualcuno contro la sua volontà o di battezzare i bambini se non c’è qualche garanzia che vengano educati nella fede. I padrini agiscono in rappresentanza della Chiesa, non dei genitori. Essi testimoniano l’incorporazione del neonato nella compagnia di Cristo.

Ci si potrebbe chiedere: perché un bambino deve essere battezzato quando non può dire nulla in proposito? Allora, perché dovrebbe essere nutrito? Gli si chiede forse un parere sul cognome che assumerà? Se riceve il cognome della famiglia, la sorte della famiglia, il ceto sociale della famiglia, l’eredità della famiglia, perché non dovrebbe anche ricevere la religione della famiglia?

Nel nostro Paese non attendiamo che i figli abbiano ventuno anni per poi permettere loro di scegliere se diventare cittadini americani, se intendono parlare la lingua inglese. Sono nati americani; così, nel Battesimo, siamo nati membri del Corpo mistico di Cristo. Se uno aspetta di avere ventun’anni prima di imparare qualcosa sulla propria relazione con il Signore che lo ha redento, avrà già imparato nel frattempo un altro catechismo, quello delle sue passioni, della sua concupiscenza, della sua lussuria.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

IL DOLORE E LA CROCE SENZA CRISTO PORTANO ALLA DISPERAZIONE, IL DOLORE VISSUTO CON CRISTO CI REDIME E CI SALVA!

Il buon ladrone, il ladro di destra, è il modello di coloro per i quali il dolore ha un senso; il ladro di sinistra è il simbolo della sofferenza non consacrata. Il ladro di sinistra non soffrì più del ladro di destra, ma la sua crocifissione cominciò e terminò con una bestemmia. Neppure per un momento egli stabilì un rapporto tra la propria sofferenza e Gesù Crocifisso. L’invocazione del perdono pronunciata in Croce da Cristo Nostro Signore non fu, per questo ladro, più importante del volo di un uccello.

Non riuscendo egli ad assimilare il proprio dolore e a farne l’alimento della propria anima, il dolore si volse contro di lui come una sostanza estranea immessa nello stomaco si volge contro di esso, infettando e intossicando l’intero apparato digerente. Ecco perché divenne più velenoso, ecco perché bestemmiò proprio il Signore che avrebbe potuto condurlo nei pascoli della Pace e del Paradiso.

Il mondo, ai nostri giorni, è pieno di individui che, al pari del ladro di sinistra, non vedono nel dolore alcun significato. Ignoranti come sono della Redenzione di Gesù Nostro Signore, costoro non riescono ad adattare il dolore ad un modello. Poiché non hanno mai pensato a Dio se non come a un nome, si trovano ora nell’impossibilità di inserire le irriducibili realtà della vita nel Suo Divino Disegno.
Ecco perché tanti di quelli che non credono più in Dio diventano cinici.

Chiara è la lezione del ladro di sinistra: il dolore di per sé non ci rende migliori ma può renderci peggiori. Nessuno è mai diventato migliore soltanto perché afflitto dal mal d’orecchi. La sofferenza, quando non sia spiritualizzata, non migliora l’uomo: lo perverte!

Il ladro di sinistra non diventa migliore in virtù della propria crocifissione; la quale lo rende insensibile, lo cauterizza e ne offusca l’anima. In quanto si rifiuta di considerare il dolore in rapporto a qualche altra cosa, finisce col pensare solo a se stesso e a chi avesse avuto la possibilità di tirarlo giù dalla croce.

Così è di coloro che non hanno più fede in Dio. Per essi, Gesù Nostro Signore sulla Croce non è che un episodio della storia dell’Impero Romano, e non un messaggio di speranza o una prova di amore. Vivono la loro vita senza mai preoccuparsi di indagarne il senso. Non avendo ragione di vivere, ecco che la sofferenza li inasprisce, li intossica, finché la grande porta dell’occasione della vita gli si chiude in faccia e simili al ladro di sinistra, spariscono bestemmiando nella notte dei dannati.

Consideriamo il buon ladrone, il ladro di destra in croce: il simbolo di coloro per i quali il dolore ha un senso.

Sulle prime, egli non lo capì, cosicché unì le proprie bestemmie a quelle del ladro di sinistra; ma, come talora un lampo illumina il sentiero che non abbiamo preso, così il Perdono invocato da Cristo Salvatore per i Suoi carnefici illuminò al ladro la strada della Misericordia.

Cominciò ad accorgersi che se il dolore non avesse ragion d’essere, Gesù non lo avrebbe abbracciato. Perché se la Croce non avesse un fine, Gesù non vi si sarebbe innalzato. Il dolore cominciava a farsi comprensibile al buon ladrone: per il momento rappresentava almeno un’occasione per far penitenza di una vita peccaminosa.

E non appena fu raggiunto dalla Luce egli rimproverò il ladro di sinistra dicendo: “Questo supplizio per noi è giustizia, perché noi riceviamo la pena dei nostri delitti, ma Lui non ha fatto nulla di male”.

Capiva, adesso, che il dolore agiva sulla sua anima come il fuoco agisce sull’oro: bruciandone completamente le scorie. Il dolore gli scrostava gli occhi: ed ecco, volgendosi verso la Croce centrale, egli non vide più un uomo crocifisso, ma un Re Celeste.

Pensò: “Chi può invocare il Perdono per i propri assassini non abbandonerà un ladro”

E disse: “Signore, ricordati di me quando sarai nel Tuo Regno!”

E una Fede così Grande fu ricompensata: “Ti dico in Verità: oggi sarai con Me in Paradiso”.

Il dolore di per sè non è insopportabile: insopportabile è l’impossibilità di capirne il senso. Se non avesse visto un fine nel dolore, il buon ladrone non avrebbe mai salvato la propria anima. Il dolore può essere la morte della nostra anima, come può esserne la vita. Tutto dipende dal collegarlo, o meno, a Cristo Nostro Signore e Salvatore.

Una delle più grandi tragedie del mondo è il dolore sprecato. Il dolore che non sia in relazione con la Croce è come un assegno non firmato e non ha alcun valore; ma dopo che lo abbiamo sanzionato con la firma di Cristo Salvatore sulla Croce, assume un valore infinito.

Una testa febbricitante che non batta mai all’unisono con una Testa Incoronata di Spine, o un dolore alla mano che non abbia mai sofferto la pazienza di una Mano Inchiodata alla Croce, è un fatto assolutamente improduttivo. A seguito di questa sofferenza sprecata il mondo è diventato peggiore, mentre sarebbe potuto essere tanto migliore.

(Fulton J. Sheen, da “Go To Heaven-Andate in Paradiso!”)

CONSACRIAMOCI CON GESÙ CRISTO NELLA MESSA!

Ecco ciò che tutti noi dovremmo dire a Gesù nel momento della Consacrazione:

“Io offro me stesso a Dio. Mio Gesù, ecco il mio corpo: prendilo. Ecco il mio sangue: prendilo. Ecco la mia anima, la mia volontà, la mia energia, la mia forza, i miei averi, la mia ricchezza: tutto ciò che possiedo è Tuo. Prendilo! Consacralo! Offrilo!

Crocifiggilo! Fallo morire con Te, affinché tutto ciò che di male vi è in me perisca sulla Croce, e ciò che di buono vi possa essere continui a vivere soltanto in Te.
Offrilo con Te Stesso al Padre Celeste affinché Egli, guardando a questo Grande Sacrificio, possa vedere solo Te, il Figlio Suo Diletto, nel quale si compiace.

Cambia il povero pane della mia vita nella Tua Vita Divina; versa il vino della mia vita nel Tuo Spirito Divino; fa della mia croce un Crocifisso. Non permettere che il mio abbandono, il mio dolore e i miei sacrifici vadano sprecati. Raccogli i frammenti e, come la goccia d’acqua viene assorbita dal vino nell’offertorio della Messa, fa’ in modo che la mia vita venga assorbita dalla Tua Vita, che la mia piccola croce venga congiunta alla Tua Grande Croce, così che io possa godere della Felicità Eterna unitamente a Te. Consacra queste sofferenze della mia vita che, se non fossero unite a Te, non verrebbero compensate.

Transustanziami, divinizzami, affinché, come il Pane che adesso è il Tuo Corpo, e come il Vino che adesso è il Tuo Sangue, anch’io possa essere interamente Tuo.

Non mi importa che restino, o Signore, le specie della mia vita, le apparenze del pane e del vino, i doveri della mia monotona vita di ogni giorno e le fattezze di questo mio corpo. Lascia che queste restino pure davanti agli occhi degli uomini. Ma divinizza, cambia, transustanzia tutto ciò che io sono. Voglio che il Padre che abbiamo in Cielo, guardandomi dall’Alto, non veda più me stesso, ma Te, o meglio veda me nascosto in Te, morto a questo mondo corrotto di peccato e possa dirmi: “Tu sei il Figlio prediletto in cui mi sono compiaciuto”

La mia sosta nella vita, i miei compiti quotidiani, il mio lavoro, la mia famiglia, tutte queste cose non sono che le specie della mia vita che possono rimanere immutate; ma la sostanza della mia vita, la mia anima, la mia mente, la mia volontà, il mio cuore, transustanziali, volgili interamente al Tuo Servizio, così che tutti, attraverso me, possano sapere quanto dolce è l’Amore di Cristo”

Questo è il fine della vita! Redimerci unitamente a Cristo, applicando i Suoi Meriti alle nostre anime, assimilandoci a Lui in ogni cosa, perfino nella Sua Morte sulla Croce. Egli visse la Sua Consacrazione sulla Croce così che noi potessimo vivere la nostra nella Messa.

(Fulton J. Sheen)

IN QUESTO VIDEO, CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO, FULTON SHEEN CI SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA SANTA MESSA. CONDIVIDETELO! GRAZIE!

LE CAUSE DELL’AMORE…L’AMORE PROVIENE DALLA CONOSCENZA

Tre elementi sono necessari all’amore, perché l’amante e l’amata sono legati sulla terra da un ideale che è al di fuori di entrambi. Se fossimo assolutamente perfetti non avremmo bisogno di amare nulla al di fuori di noi stessi. La nostra autosufficienza ci risparmierebbe di struggerci per quel che non abbiamo, ma l’amore stesso muove dal desiderio di ciò che è bene. Dio è bene, Dio è l’essere, e quindi non ha bisogno di nulla all’infuori di Sé.

Noi, invece, abbiamo l’essere: la creazione potrebbe definirsi l’introduzione nell’universo del verbo “avere”. Ciò che fa di noi delle creature è la nostra condizione di dipendenza (tutto quello che possediamo l’abbiamo ricevuto), e poiché non siamo perfetti, ci sforziamo costantemente di supplire a quel che ci manca, o d’integrare quel tanto che abbiamo con l’avere di più. Per esempio, la brama di proprietà privata è una delle aspirazioni naturali dell’uomo, perché con questo mezzo l’uomo spera di accrescere la propria personalità e di estendersi mediante il possesso dei beni.

Perciò, in sostanza, le cause dell’amore si riducono a tre: il bene, la conoscenza e l’affinità. È possibile che l’uomo si sbagli riguardo a quel che è bene per lui, ma non è possibile che lui non desideri il bene. Il figliol prodigo aveva ragione di aver fame, ma aveva torto nel cibarsi di ghiande. Così l’uomo ha ragione quando cerca di colmare di bene la vita, l’intelletto, il corpo e la casa, ma forse può aver torto relativamente a ciò che sceglie come bene. Ma senza desiderio di bene non ci sarebbe affatto amore, sia esso amor di patria, amore d’amicizia o amore coniugale. Attraverso l’amore ogni cuore si studia di acquistare un bene o una perfezione che gli manca, o anche di esprimere quella perfezione che già possiede. Ne consegue che qualsiasi amore è il prodotto della bontà, perché la bontà è amabile per sua natura.

Può tornar difficile capire perché alcune persone siano amate, ma di questo possiamo star certi: che quelli che le amano vedono in esse una bontà che gli altri non vedono. Dio ci ama in quanto immette in noi la sua bontà e in noi la ritrova. Analogamente, noi amiamo certe creature perché troviamo in esse un certo grado di bontà. I santi amano coloro che nessun altro ama, perché, al modo stesso di Dio, pongono la bontà negli altri e li trovano degni di amore. (…)

La seconda causa dell’amore è la conoscenza. Una donna non può amare un uomo se non lo conosce almeno un poco. Il “presentatemelo” è appunto l’esigenza preliminare di quella conoscenza che precede l’amore. Anche la “ragazza dei suoi sogni” mitizzata dal giovane ha bisogno d’essere costruita in base ad alcuni frammenti di conoscenza, giacché, come recita il noto adagio, non si può amare ciò che non si conosce (nihil volitum nisi præcognitum).

Perfino negli animali l’amore ha inizio da quella conoscenza che procede dai sensi, ma la conoscenza dell’uomo viene dai sensi e dall’intelletto insieme. E come l’amore proviene dalla conoscenza, così l’odio proviene dalla mancanza di conoscenza, e il bigottismo è frutto dell’ignoranza. Sebbene all’inizio la conoscenza sia la condizione preliminare dell’amore, nelle sue ultime fasi l’amore può accrescere la conoscenza.

Un marito e una moglie che abbiano vissuto molti anni insieme hanno un nuovo genere di conoscenza reciproca che supera in profondità qualsiasi parola detta o qualsiasi indagine scientifica: è la conoscenza che nasce dall’amore, una specie di percezione intuitiva di ciò che è nella mente e nel cuore dell’altro. In questo senso, può anche darsi che noi amiamo di più ciò che non conosciamo perfettamente.

Una persona semplice e in buona fede può amare Dio più di quanto non lo ami un teologo e avere, quindi, una comprensione più affinata che non quella degli psicologi riguardo ai modi in cui Dio agisce sui cuori degli uomini. Ma al principio la sola bontà isolata dalla conoscenza non solleciterebbe l’amore, bisogna prima che sia proposta alla mente e compresa come bene.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

IL SACERDOTE È COME LA SCALA DI GIACOBBE

Ogni Sacerdote sa di essere, per elezione divina, un intermediario fra Dio e l’uomo; egli porta Dio all’uomo e l’uomo a Dio. Come tale, il Sacerdote continua l’Incarnazione di Gesù Cristo, che era insieme Dio e Uomo. Nostro Signore non fu Sacerdote in quanto generato dal Padre dall’eternità, ma in virtù della natura umana che assunse e che offrì per la nostra redenzione. È da ciò che deriva la pienezza di ogni sacerdozio. Egli divenne, per usare la stupenda frase di san Tommaso d’Aquino, «fons totius sacerdotii». Già san Paolo aveva usato un’espressione altrettanto incisiva per indicare il nostro rapporto sacerdotale con il Cristo da un lato e con l’umanità dall’altro: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio” (1Cor 4, 1).

In quanto ministri di Cristo, i nostri poteri dipendono da Lui come i raggi della luce dipendono dal sole. Allo stesso tempo però, Paolo ribadisce che siamo anche i dispensatori dei misteri di Dio, a indicare la nostra relazione coi nostri simili in terra. Ogni sacerdote è simile alla scala di Giacobbe. Esiliato dalla sua casa, in fuga per sottrarsi al risentimento del fratello, l’errante figlio di Isacco si coricò sul terreno posando il capo su di una pietra. L’uomo è quanto mai indifeso quand’è addormentato, e fu mentre Giacobbe era in tale condizione che Dio gli apparve.

Fece un sogno: “una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco il Signore gli stava davanti e disse: Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza” (Gen 28, 12-13).

Immediatamente Giacobbe cambiò il nome del luogo, Luz, ove aveva avuto la visione, in Bethel. In origine, il nome Luz significava «separazione», mentre Bethel significava «Casa di Dio» (Gn 28, 19). Allo stesso modo, noi che siamo chiamati a fare da mediatori tra Dio e l’uomo diventiamo Sacerdoti degni della Casa di Dio unicamente separandoci dallo spirito del mondo. Dio ci compensa ogni abnegazione con più ampie benedizioni. La condizione per servire «Bethel» è «Luz», cioè il distacco dal mondo.

La scala è una semplice e incantevole raffigurazione del Sacerdozio di Cristo: “Io sono la Via” (Gv 14, 6). È mediante la sua morte, la sua Risurrezione e Ascensione alla destra di Dio che Cristo è diventato il Mediatore e ha ristabilito i rapporti tra Dio e l’uomo. Alcuni particolari della visione sono, in special modo, degni di nota: 1. La scala poggiava sulla terra. Veniva così stabilito il legame fra terra e cielo attraverso il Cristo, che si sarebbe incarnato prendendo un corpo umano, avrebbe camminato sulla terra e sarebbe stato innalzato sul Calvario. 2. La scala raggiungeva il cielo, simbolizzando che il Cristo, asceso e glorificato, siede alla destra del Padre. 3. Gli Angeli che salivano e scendevano rappresentano una delle funzioni del Sacerdote, il cui compito sta nel portare al cielo sacrifici e preghiere e nel riportare sulla terra grazie e benedizioni.

La croce, scala della mediazione, posava sulla terra. Era di origine terrena nel senso ch’era stata costruita dai soldati di Pilato. Ma non era di origine terrena come mezzo di espiazione in quanto proveniva dalla storia e dalle deliberazioni divine. La sua cima giungeva fino al cielo, perché il Mediatore divino siede alla destra del Padre. Come disse Nostro Signore benedetto: «Nessuno ascese al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo, che dal cielo è disceso» (Gv 3, 13). Egli è la scala sulla quale ascendiamo a Dio; nessuno va al Padre se non mediante Lui. Considerato che ogni Sacerdote è un “Alter Christus”, ciascuno di noi è un’altra scala di Giacobbe, avente relazione verticale con Cristo nei cieli e relazione orizzontale con gli uomini sulla terra.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

LA PIÙ RARA TRA LE VIRTÙ MODERNE: L’UMILTÀ! L’UMILTÀ È LA VERITÀ CIRCA NOI STESSI.

Chiedete a un uomo: “Siete un Santo?”…Se vi risponde affermativamente potete essere ben sicuri che non lo è.

L’umile guarda ai propri errori e non a quelli degli altri: non vede nel suo vicino se non quello che c’è di buono e virtuoso. Non si butta i propri difetti dietro le spalle, ma li ha sempre davanti a sé; sulle spalle porta, in un sacco, i torti del prossimo, per non vederli. Al contrario, l’uomo orgoglioso e superbo si lamenta di tutti e crede che gli sia stato fatto torto oppure che non sia stato trattato come merita. Quando l’umile è trattato malamente, non se ne lamenta, perché sa di essere trattato meglio che a lui non si convenga.

Da un punto di vista spirituale, chi va orgoglioso della propria intelligenza, del proprio talento o della propria voce, e non ne ringrazia mai Dio è un ladro; ha preso i doni di Dio senza riconoscere il Donatore.

Le spighe d’orzo che contengono i grani più ricchi sono quelle che pendono più basse. L’umile non si scoraggia mai, ma l’orgoglioso cade nella disperazione. L’umile ha sempre Dio da poter invocare; l’orgoglioso ha soltanto il suo ego che ha subìto un collasso.

Causa principale dell’infelicità interiore è l’egotismo o egoismo. Colui che si dà importanza vantandosi presenta, in realtà, le credenziali del suo poco valore. L’orgoglio altro non è che il tentativo di creare negli altri l’impressione che siamo ciò che in realtà non siamo.

Quanto sarebbe più felice la gente se invece di esaltare all’infinito il proprio ego lo riducesse a zero! Troverebbe allora il vero infinito mediante la più rara tra le virtù moderne: l’umiltà.

L’umiltà è la verità circa noi stessi. Un buon scrittore non è umile se dice: “Sono uno scribacchino”. Affermazioni simili si fanno soltanto per provocare una smentita, e così procurarsi la lode. Sarebbe invece più umile se dicesse: “Ebbene, quale che sia il mio talento, è un dono di Dio di cui io Lo ringrazio”.

(Fulton J. Sheen, da “Way to Happiness” titolo della vecchia traduzione italiana “Il Sentiero della Gioia”)

Molti di quelli che stanno in Paradiso sono stati, in vita, ubriaconi, adulteri, ladri, gozzovigliatori ecc.., ma non c’è, tra quanti stanno in Paradiso, nessuno che non fosse diventato umile.

Tuttavia, basta parlare di umiltà perché, in molte menti, sorga la credenza che essa consista nel lasciarsi calpestare dal prossimo, o nell’auto-mortificarsi, o che trasformi un uomo in un perfetto esemplare di falsa umiltà.

L’umiltà non è disprezzo di sé, ma la verità circa se stessi accompagnata al rispetto per gli altri; è la dedizione totale di sé al Fine Supremo.

Un uomo alto 1,80 non sarebbe umile se dicesse: “Ma io sono alto 1,30”, perché ciò non corrisponderebbe a verità; né un celebre cantante lirico sarebbe umile se dicesse: “In realtà, io, come cantante, non valgo niente”. Simili ingiurie alla verità sono altrettante testimonianza di orgoglio, invece che di umiltà. In questi casi, l’umiltà consiste nel riconoscimento di questa verità: che i doni per i quali veniamo lodati li abbiamo ricevuti da Dio.

“Che cos’hai tu che non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché gloriartene come se non l’avessi ricevuto?” (San Paolo).

La lode mette in imbarazzo la persona umile perché questa sa che la sua voce, il suo ingegno, la sua forza le sono stati dati da Dio. Quando le labbra degli uomini esaltano l’umile, questi le trasferisce a Dio. L’umile riceve la lode come una finestra riceve la luce, non mai per possederla o per tesorizzarla, ma per trasferirla, mediante un rendimento di Grazie, tutt’intera a Dio che lo ha così dotato di certi beni…

La vita deve ispirarsi a quella qualità morale la quale riconosce che la ricchezza, la salute, la sapienza e, soprattutto, la Fede, sono doni di Dio che crescono e s’intensificano dove si possegga uno spirito di gratitudine. Noi lottiamo per il meglio, ma “le cose migliori della vita sono doni”, ossia le abbiamo ricevute…

Poiché noi siamo i recipienti dei doni, l’umile è reverente e grato a Dio.

L’uomo orgoglioso conta i ritagli dei giornali che parlano di lui; l’uomo umile conta le grazie ricevute.

(Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)