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SIETE GIÀ IN PARADISO O ALL’INFERNO: L’INFERNO E IL PARADISO COMINCIANO QUI IN QUESTA VITA! “Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà”

Un verso di una canzone popolare dice: «Sono in paradiso quando sono accanto a te». Per capire il paradiso, benché sia nell’eternità, dobbiamo iniziare parlando del tempo. Il paradiso è al di fuori del tempo, ma dobbiamo servirci del tempo per raggiungerlo. Sembra quasi un paradosso. Nessuno di noi vuole davvero una specie di esistenza senza fine su questa terra. Se fosse possibile per noi vivere 400 anni con qualche nuovo genere di vitamine, pensate che le ingeriremmo tutti? Giungerebbe di sicuro un momento in cui vorremmo morire.

Siete mai stati in un posto dove eravate assolutamente sicuri di voler passare ogni giorno della vostra vita? Non è poi così probabile. La mera estensione del tempo per molti di noi diventerebbe una maledizione piuttosto che una benedizione. Avete mai notato che nei momenti più felici l’eternità sembrava discendere nella vostra anima? Tutte le grandi ispirazioni sono senza tempo, dandoci qualche assaggio del Cielo. A Mozart, una volta, venne chiesto quando ricevesse l’ispirazione per la sua grande musica. Disse che vedeva tutto in una volta: prima c’erano grande luce e calore, quindi la successione delle note. Quando preparo una conversazione o un programma o inizio a scrivere un libro, giunge un momento in cui dall’inizio si intravede il punto d’arrivo. L’eternità è nella mente e il tempo è alla fine della penna, ma le parole non escono abbastanza velocemente. A Jean-Baptiste Henri Lacordaire, il grande predicatore francese, una volta fu chiesto se avesse completato i suoi celebri sermoni da tenere nella cattedrale di Notre Dame. Rispose: «Sì, li ho finiti. Tutto ciò che mi resta da fare adesso è scriverli».

Ciascuno fa esperienza di qualche debole accenno di immortalità, come ha scritto Wordsworth, in ciò che avviene dopo la morte. Ci sono così tanti uomini che tentano di immunizzarsi dal pensiero dell’eternità. Indossano degli impermeabili a prova di Dio per non lasciarsi bagnare dalle gocce della sua grazia. Mettono a tacere l’eterno. Mi chiedo se qualcuno lo abbia mai descritto meglio di T.S. Eliot in “Gli uomini che si allontanarono da Dio” (nei Cori da «La Rocca», 3). È un poema su coloro che intasano il proprio tempo di ogni cosa senza mai concedere un momento allo straniero che ogni giorno bussa alle porte della loro anima, lo straniero che turba il loro sonno, poiché di notte fanno sogni di immortalità. Questo straniero è colui che porta l’eternità nella vostra anima. Benché viviamo nel tempo, è l’unica cosa che rende impossibile la felicità. Vivendo nel tempo non potete combinare i vostri piaceri e gioie. Essendo nel tempo, non potete marciare con Napoleone e con Cesare insieme. Non potete sedervi a prendere il tè con Orazio, Dante e Alexander Pope. Poiché siete nel tempo, non potete fare contemporaneamente sport estivi e invernali. Il tempo esige che godiate dei vostri piaceri in momenti distinti. Il tempo non solo ve li offre, ma ve li toglie anche. A meno che non esaminiate le vostre esperienze e intuizioni psicologiche, scoprirete che i vostri momenti più felici sono quelli in cui non vi accorgete più del passare del tempo.

Quando siete a scuola o in ufficio guardate l’orologio perché non vi divertite. Forse quando assistete a un concerto o vi godete una conversazione con un amico, magari state leggendo, ed esclamate: «Come passa il tempo!». Meno ve ne accorgete, più godete. È un’immagine di ciò che dev’essere il Cielo, fuori dal tempo, quando potete possedere tutte le gioie e ciascuna nello stesso pieno istante. Dovete servirvi del tempo per raggiungere il Cielo.

Spesso pensiamo al Cielo come se fosse “là fuori” e ne delineiamo ogni genere di immagini irreali. Poiché pensiamo al paradiso e all’inferno come qualcosa che ci accade alla fine del tempo, tendiamo a posticiparli. Di fatto, il Cielo non è là fuori: è qui. L’inferno non è laggiù: può essere dentro un’anima. Non è come morire e solo dopo andare in paradiso o all’inferno: siete già in paradiso o all’inferno. Ho incontrato gente che era all’inferno e sono certo che sia capitato anche a voi.

Ricordo di aver assistito un uomo in ospedale, chiedendogli di far pace con Dio. Disse: «Immagino che secondo lei io stia andando all’inferno». «No», gli dissi, «non intendo questo». «Bene», disse lui, «io voglio andare all’inferno!». Gli ho detto: «Non ho mai incontrato un uomo che volesse andare all’inferno, dunque penso che mi siederò qui e la vedrò andare». Non intendevo lasciar passare il tempo senza fare nulla, ma ero assolutamente certo che in pochi minuti avrebbe potuto cambiare prospettiva; così, mi sedetti da solo con lui per venti minuti. Lo vedevo andare incontro a una sorta di lotta interiore. Mi disse: «Lei crede davvero che ci sia un inferno?». Gli dissi: «Nel suo intimo si sente infelice? Ha paura? Prova spavento e angoscia? Le si presentano davanti tutte le cattive azioni della sua vita come fantasmi?». Di lì a poco si riconciliò con Dio.

Ho visto persone con il paradiso dentro di loro. Se volete mai vedere il paradiso in un bambino, guardatelo nel giorno della prima Comunione. Se volete vedere quanto amore c’è in paradiso, guardate una sposa e uno sposo all’altare nel giorno della Messa nuziale. Il Cielo è lì perché c’è l’amore. Ho visto il paradiso in una suora missionaria che si donava tra i lebbrosi. La bellezza di una persona simile non era esteriore, era una sorta di amore imprigionato all’interno, che voleva rompere le barriere della carne per manifestarsi al di fuori. Il paradiso è qui, come l’inferno può essere in alcune anime. Il paradiso è vicinissimo a noi perché ha a che fare con una buona vita come la ghianda che diventa quercia.

Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà. Il paradiso ha a che fare con una vita buona e virtuosa nello stesso modo in cui la conoscenza ha a che fare con lo studio: l’una segue necessariamente l’altro. L’inferno deriva da una vita malvagia così come la corruzione deriva dalla morte: l’una segue necessariamente l’altra. Il paradiso non è lontano; inizia qui, ma non finisce qui. Ne abbiamo pallidi scorci qua e là.

Se rimandiamo il pensiero del Cielo fino al momento della morte, saremo molto simili agli israeliti che vagavano nel deserto. I poveri ebrei erano a circa undici giorni dalla Terra Promessa. Ci volevano solo tre settimane per viaggiare dall’Egitto alla Terra Promessa, ma, per via della loro disobbedienza, delle loro mancanze e deviazioni e ribellioni contro Mosè, impiegarono quarant’anni, che rappresentano il cammino di molte delle nostre vite: facciamo progressi e poi ricadiamo indietro. Grazie al cielo abbiamo un Signore misericordioso che ci perdona settanta volte sette! È necessario il tempo per conquistare il paradiso, ma non è il lasso di tempo in sé a portarci lì: è il modo in cui viviamo e moriamo.

(Fulton J. Sheen da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita. Vol. 2” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO. QUI SOTTO IL LINK SE VOLETE ACQUISTARLO:
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“PERCHÉ CREDERE? 50 RISPOSTE SUL SENSO DELLA VITA” È STATO PUBBLICATO IL SECONDO VOLUME DELLA SUMMA DI FULTON SHEEN!

Si completano in questo secondo volume le cinquanta lezioni dell’arcivescovo Fulton Sheen sulle buone ragioni della fede. Con il consueto stile rapido e comunicativo, l’autore ci accompagna in un’analisi approfondita sull’Eucaristia, sulla questione della grazia e del peccato, sui sacramenti, sulla preghiera e sui comandamenti, sul mondo ultraterreno (i novissimi), soffermandosi anche sulla specificità dei ruoli maschile e femminile all’interno della comunità e nell’economia della salvezza.

Un’opera che monsignor Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester e lui stesso noto predicatore, definisce nella prefazione del primo volume: «quanto di più vicino a una Summa Sheeniana». In queste 50 lezioni, come del resto in tutta la sua opera, emergono lo stile brillante e la cultura (non solo teologica) del grande evangelizzatore statunitense, capace di parlare al cuore delle persone di ogni estrazione sociale e allo stesso tempo di esporre in modo chiaro le ragioni della fede.

Barron sottolinea a proposito «il talento dell’autore nel trovare analogie, paragoni e immagini per esporre i misteri cristiani. […] Non conosco nessuno, nella grande tradizione dell’omiletica cristiana, della catechesi o della teologia, in grado di praticare il metodo analogico con maggiore capacità di Fulton Sheen».

IL VOLUME È DISPONIBILE SUL SITO DELLA CASA EDITRICE ARES. QUI SOTTO IL LINK: 👇

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QUI DI SEGUITO POTETE TROVARE UN ESTRATTO:

-La legge dell’amore: dedizione totale-

Tutto ciò che abbiamo discusso si può riepilogare nella differenza tra legge e amore. Nella vita cristiana non siamo governati esclusivamente dalla legge, dobbiamo andare oltre. Non accontentiamoci semplicemente di osservare i comandamenti, ma cerchiamo di essere vicini al Signore. È difficile? È possibile?

Ricordate, un giorno un giovane andò dal Signore e gli chiese che cosa dovesse fare per essere salvato e il Signore gli disse di osservare i comandamenti. Ne menzionò cinque o sei, come non rubare, non commettere adulterio e così via. Il giovane disse: «Ho osservato tutte queste cose sin dalla giovinezza». Il Signore allora aggiunse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21). Il giovane se ne andò triste, perché possedeva molto. Questo turbò gli apostoli. Ognuno deve vendere tutto per seguire il Signore. Dissero: «Allora, chi può essere salvato?» (Mt 19, 25). Il Signore rispose che non è possibile agli uomini con le loro forze, ma è possibile a Dio. Tutto è possibile a Dio; noi abbiamo la sua grazia.

Il cristianesimo è difficile da un punto di vista mondano, ma dona intima pace e gioia a coloro che obbediscono alla legge dell’amore del Signore. Quando comprendiamo in pieno il senso della legge, sentiamo il Signore dirci: «Dammi tutto, tutto di te. Dammi tutto il tuo essere». È una perdita? No, perché Lui ha detto: «Ti darò un nuovo io, ti darò Me stesso, la mia volontà diventerà tua». Cerchiamo di rimanere ciò che siamo e al tempo stesso di custodire la pace per quanto possibile. Vogliamo essere “buoni”. Vogliamo che i nostri cuori e le nostre menti vadano insieme; forse questo viene dopo il denaro, il piacere o il prestigio sociale e al contempo vogliamo comportarci con onestà, con purezza e osservando i comandamenti.

Il Signore ha detto: «Un cardo non può produrre un fico e un campo che contiene solo erba non può produrre grano» (Mt 7, 16-20). Se voglio produrre grano, il cambiamento deve avvenire in profondità. Devo lasciarmi arare e seppellire. Il Signore ha detto anche: «Se vuoi essere perfetto, […] vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21) e ancora: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48). Intende che dobbiamo lasciarci lavorare a fondo. È difficile, ma desiderarlo è ancora più difficile. Quando scendiamo fino in fondo, di che cosa abbiamo paura? Abbiamo paura di dare le nostre dita a Dio per timore che prenda tutta la mano. Nei nostri cuori coltiviamo dei piccoli giardini segreti, ma il frutto non è suo, è nostro. Lo nascondiamo a Lui, talvolta è un peccato di poco conto, un vizio o egoismo, qualsiasi cosa che ci toglie la piena gioia di essere cristiani. È difficile per un uovo trasformarsi in uccello, ma è ancora più difficile che possa volare rimanendo uovo. Noi ora siamo come uova e non possiamo continuare a essere soltanto buone uova. Un buon uovo è quello che si schiude.

Il Signore insiste su un certo tipo di morte; dobbiamo rinnovarla nelle nostre vite proprio com’è accaduto nella sua. Egli è il modello. A Nicodemo e a noi ha detto ripetutamente che per vivere ancora dobbiamo morire all’uomo vecchio (Gn 3, 1-21). Qualcuno spera che il pericolo sia superato perché Lui è un Salvatore gentile che riprende i peccatori ostinati senza far domande? Costui dovrebbe leggere il passo in cui Lui dice che al rigore della legge di Dio non sarà sottratto un solo iota (cfr Mt 5, 17). La grazia non è a buon mercato. Costa quanto la vita del Signore. Potete pensare a qualcosa di più costoso di ciò che un uomo deve pagare sulla croce? Se vogliamo la pace, dobbiamo pagarne il prezzo. Senza morire alla vita inferiore, non c’è pace, ma solo timore, e viviamo una sorta di mezza esistenza. Il Signore ha detto: «Chi vuol fare la sua volontà, riconoscerà se questa dottrina viene da Dio» (Gv 7, 17). Intende che una delle ragioni per cui ci sono agnostici e scettici è perché non osservano la legge di Dio. Se noi conosciamo la sua volontà, comprenderemo la sua dottrina.

Magari abbiamo insistito troppo sulla conoscenza della dottrina cristiana e non abbastanza sul fare. Il Signore ha detto: «Se farete la mia volontà, conoscerete la mia dottrina» (Gv 8, 31). Solo chi fa seriamente la sua volontà e mette in gioco la propria vita altrettanto seriamente su di essa giungerà a conoscere Cristo e tutto ciò che la sua Redenzione porta con sé. Il Signore si fa conoscere solo dagli avventurieri, non dai codardi. Il Signore è un disturbatore. Sembra irritarvi e vi spinge a una sorta di crocifissione. Potete essere dei mondani accomodanti, comodamente seduti nella vostra visione del mondo, ma, se prendete Cristo sul serio, dovrete rinunciare a quella comodità, perché è una falsa pace. La prima venuta di Cristo nelle nostre vite è quella di uno che ci viene a sconvolgere, ma una volta che ci diamo a Lui diventa il nostro difensore. Prima di avere Cristo, il nostro cuore ci accusa, siamo infelici delle mezze misure. Dopo esserci dati a Lui e alla sua legge d’amore, i nostri cuori sono in pace. Il suo atteggiamento cambia completamente una volta che noi abbiamo cambiato il nostro.

Ecco un altro modo di sottolineare la differenza tra i comandamenti e l’amore: «I comandamenti mi limitano soltanto». Li vediamo come ostacoli e impedimenti nella vita. Coloro che vivono per i comandamenti si chiedono: «Fin dove posso spingermi?», «Qual è il limite?», «Quanto posso accostarmi all’abisso senza cadervi?», «È peccato mortale?». Non è questa la via dell’amore né della pace. È il vecchio Adamo in me che parla in questo modo sui comandamenti. Quando mi limito a obbedire alle regole, non sono mai integro come persona. Ecco lo stato psicologico di chi si limita a obbedire ai comandamenti, senza il pieno coinvolgimento del cuore. Quando amo, sono una persona intera, perché l’amore coinvolge tutto il mio essere; di conseguenza non posso essere comandato. Fino a questo punto abbiamo detto che la dottrina morale cristiana è una dedizione totale a Cristo. Ci fissiamo sulla sua mente, pensiamo i suoi pensieri, amiamo ciò che Lui ama, e chiediamo a noi stessi qualsiasi cosa compiamo: «Questa cosa gli è gradita?».

C’è un altro risvolto dell’amore di Dio: l’amore del prossimo. Le due leggi vanno insieme. Amare il prossimo è farsi carico del suo peccato. Alcuni anni fa ricordo di aver incontrato una donna sconvolta perché suo figlio era stato arrestato. Penso che fosse il suo quarto arresto per delinquenza, furto e omicidio. Lei se ne vergognava e aveva il cuore spezzato. Mi chiedevo tra me: «Perché prova tanta vergogna?». Allora mi vennero in mente le parole del profeta Isaia riguardo al Signore e potevo dire di lei: «Si è caricata delle sue sofferenze, si è addossata i suoi dolori e il castigo che gli dà salvezza si è abbattuto su di lei» (cfr Is 53, 4-5). Solo dalle piaghe di lei, lui sarebbe stato guarito. Questa buona madre aveva pochissimi peccati nella sua vita, di certo non gravi, eppure l’amore l’ha fatta sentire peccatrice per amore di lui. Immediatamente si è chiarito il mistero: l’amore che una donna può provare per suo figlio la rende una sola cosa con lui. Il peccato, la disgrazia e la vergogna di lui diventano di lei, ed è la realtà più vicina su questa terra all’amore di Dio.

Dobbiamo vedere che ogni nostro peccato, disgrazia e vergogna diventano Suoi, che li ha portati nel suo stesso corpo sull’albero della croce. Ecco perché il perdono ha un prezzo e la grazia e il perdono non sono a buon mercato. Non dobbiamo pensare di essere devoti vivendo individualmente una vita santa ben separata dal prossimo, dal mondo e dall’umanità sofferente. Ecco qual era il problema di Simone il fariseo. La donna peccatrice venuta in casa che versava l’unguento sui piedi del Signore lasciò Simone scandalizzato. Non voleva entrare in contatto con una peccatrice, tutto preoccupato della propria osservanza della Legge e forse delle proprie colpe avvolte in una falsa pace. Il Signore disse a Simone: «Vedi questa donna? L’hai capita? I suoi peccati sono parte dei peccati del mondo». Egli stava prendendo i peccati di lei e l’unzione era una preparazione alla sua crocifissione e morte (cfr Lc 7, 36-50). Lei fu perdonata molto, e il perdono ha un prezzo terribile. Il perdono è l’amore in azione e l’amore significa portare il peccato. Il perdono si realizza solo portando il peccato, e questo esige una croce per Dio e per noi!

Il Signore ha detto: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, […] prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34). Il significato della croce è l’amore che si fa carico del peccato dell’amato per via dell’unione con lui. Noi possiamo conoscere il portatore, Cristo, solo se portiamo i peccati degli altri. Siamo redenti per essere redentori e non veniamo salvati finché Dio non ci rende salvatori. Un cristiano deve andare con il Signore nel Getsemani e passare da lì al Calvario, completando nel proprio corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo per amore del suo Corpo che è la Chiesa. Non possiamo lavarcene le mani come Pilato dicendo: «Non sono responsabile del sangue e delle sofferenze del mondo» (cfr Mt 27, 24).

La Chiesa è una chiesa, cioè un corpo di persone che portano il peccato, che amano con l’amore di Dio sparso nei loro cuori. Possono perdonare perché sono state perdonate. Coloro che sono stati amati diventano amanti. Se la Chiesa di Cristo non fosse unita dall’amore a tutta l’umanità, allora il peccato del mondo sarebbe il peccato della Chiesa, la disgrazia del mondo sarebbe la disgrazia della Chiesa, la vergogna del mondo sarebbe la vergogna della Chiesa, la miseria del mondo sarebbe la miseria della Chiesa; anzi non ci sarebbe affatto la Chiesa. La Chiesa non è e non può essere un fine in sé stessa, ma un mezzo di salvezza per il mondo, non solo per la nostra propria santificazione. Non possiamo salvarci da soli. Nel “Padre nostro”, non nel “Padre mio”, imploriamo il “nostro pane quotidiano”, non il “mio pane quotidiano”. La Chiesa è strumento di salvezza per l’umanità. Non è un rifugio pacifico, ma un esercito che si prepara alla guerra. Noi cerchiamo sicurezza, ma solo nel sacrificio, ecco il segno della Chiesa e il vessillo della croce.

Se il peccato dei nostri moderni bassifondi e la degradazione che ne deriva; se il peccato delle nostre case sovraffollate e la bruttezza e il vizio che portano; se il peccato di chi è senza cuore e senza scrupoli si staglia contro la squallida e degradante miseria dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina; se il peccato della truffa e della disonestà defrauda i poveri; se il peccato della prostituzione e dell’omicidio di donne e bambini per malattia; e se il peccato della guerra che gli altri hanno covato; se tutto non gravasse come un peso sulla Chiesa e su di noi, membra della Chiesa, e se non ne sentissimo dolore, non saremmo membra degne della Chiesa. Abbiamo perso la nostra vocazione. La moralità cristiana non è solo osservare i comandamenti; è amore, dedizione totale, e prendere su di sé i peccati degli altri. Ecco la legge nuova: amare Dio e amare il prossimo.

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ALCUNE RIFLESSIONI DAL LIBRO “VERITÀ E MENZOGNE: UNA CRITICA PROFETICA DEL PENSIERO MODERNO” DI FULTON SHEEN

ALCUNE RIFLESSIONI DAL LIBRO “VERITÀ E MENZOGNE” CHE È STATO APPENA PUBBLICATO DALLA CASA EDITRICE MIMEP. ALLA FINE TROVERETE IL LINK PER L’ACQUISTO DEL LIBRO.

È piuttosto illogico che un moralista si occupi di una «crisi della morale», quando parte dal presupposto che l’uomo è una scimmia diventata nobile. La vera crisi non è della morale, bensì della logica: quella logica che vorrebbe far derivare da un essere amorale, l’uomo morale e dalla scimmia, il suonatore di organetto.

LA FALSA TOLLERANZA E LA NECESSITÀ DELL’INTOLLERANZA

Si dice che l’umanità sia colpita dal morbo dell’intolleranza. In realtà è vero il contrario. Essa è affetta da un eccesso di tolleranza, la tolleranza su ciò che è giusto e su ciò che non lo è, sulla verità e sull’errore, sulla virtù e sul vizio, sul Cristo e sul caos… Per contrapporla a questa falsa larghezza di vedute, il mondo ha un’urgente bisogno dell’intolleranza. (…)

Che cos’è la tolleranza? La tolleranza è un atteggiamento di meditata pazienza verso il male, ed una sopportazione che ci trattiene dal cedere alla collera o dall’infliggere un castigo. Ma più importante della definizione è il campo in cui la si applica. Il punto importante è questo: la tolleranza si applica solo alle persone, ma mai alla verità; l’intolleranza si applica solo alla verità, ma mai alle persone; la tolleranza si applica all’errante, l’intolleranza all’errore.

LA MENTE ANORMALE DELL’ATEO CHE NON RICONOSCE DIO

È incredibile il pensiero che i cieli abbiano un diametro di duemila milioni di anni luce, a confronto della piccolissima terra, ma è banale se paragonato all’immagine della «Mano che ha misurato i cieli»!

La mente normale che si abbandona alla contemplazione dell’immensità dei cieli viene naturalmente e, quasi a sua insaputa, condotta a concepire l’esistenza di un Essere Onnipotente che li ha distesi nello spazio e li ha sottoposti ad una legge, per cui l’astro passa accanto all’astro, ed il pianeta accanto al pianeta, senza intoppo né sosta.

Anormale è la mente che alla vista della potenza e della grandiosità si sente spinta a pensare a ciò che è piccolissimo; non è naturale che, nel contemplare un grattacielo, l’uomo pensi alla piccolezza della pulce: è invece naturale che pensi alla grandezza della mente che l’ha ideato. Il grande affresco che ricopre tutta una parete non fa che l’uomo sano di mente pensi ad uno gnomo, bensì all’artista.

LA VERITÀ E L’IDOLO DEL PROGRESSO

Ecco dunque l’argomento conclusivo in favore della moderna e vasta apertura mentale: la verità non è se non il nuovo, quindi la «verità» muta col passare delle mode. Come il camaleonte che cambia i suoi colori per adattarsi all’ambiente in cui si trova, così si suppone che la verità cambi per adattarsi ai capricci e alle deviazioni dell’epoca, come se i fondamenti del pensiero potessero essere veri per i Pre-Adamiti, e falsi per gli Adamiti. La verità si accresce, ma in senso omogeneo, come la ghianda che diventa quercia; non gira col vento come la banderuola di una torre. Un triangolo non può avere quattro lati, il leopardo non può mutare le macchie del suo manto, né l’Etiope può cambiare il colore della sua pelle. La natura di certe cose è fissa e non mai tanto fissa quanto quella della verità. La verità può essere contraddetta mille volte, ma ciò dimostra soltanto che ha la forza di sopravvivere a mille assalti. La logica di chi afferma che «siccome “si dice questo” e “si dice quello”, non esiste verità»; è pressappoco la stessa che avrebbe sfoggiato Cristoforo Colombo se dopo aver sentito dire che «la terra è rotonda» e che «la terra è piatta», avesse concluso: «quindi la terra non esiste». È questo modo di pensare, che non riesce a distinguere fra una pecora e il cappotto di lana, fra Napoleone ed il suo cappello a due punte, fra la sostanza e l’accidente, che ha prodotto delle menti così appiattite per la larghezza di vedute da aver perduto ogni profondità. Come il carpentiere il quale, gettato via il righello, usa ogni trave come simbolo di misura, così anche quelli che hanno buttato via il modello della verità oggettiva non hanno più nulla che serva loro come unità di misura, all’infuori della moda intellettuale del momento.

La gioiosa ebbrezza della novità, l’irrequietudine sentimentale di una mente scardinata ed il timore innaturale di sottoporsi ad una rigorosa disciplina di pensiero, tutto ciò contribuisce a produrre un gruppo di sofisticati latitudinari, i quali credono che non vi sia differenza fra Dio in quanto Causa e Dio in quanto «proiezione mentale», che eguagliano Cristo al Buddha, e San Paolo a John Dewey e quindi dilatano la loro larghezza di vedute sino alla formulazione dell’abbagliante sintesi, secondo la quale non soltanto ogni setta cristiana equivale all’altra, ma che persino una religione è altrettanto valida come tutte le altre che esistono sulla terra. Quindi il sommo dio «Progresso» viene elevato sugli altari della moda, e quando agli adoratori disorientati si chiede: «Progresso in che direzione?», si riceve la tollerante risposta: «Verso un progresso sempre maggiore». Nel frattempo gli uomini sani di mente si domandano come può esistere un progresso, se non si ha una direzione e come può esistere una direzione, se non si ha un punto fisso. E per il fatto di aver accennato ad un «punto fisso» vengono accusati di non essere al passo coi tempi mentre in realtà sono oltre i tempi sia spiritualmente che mentalmente.

LA DIFFERENZA FRA IL MEDIOEVO E L’EPOCA MODERNA È LA FEDE IN DIO

L’intero contrasto che esiste fra il Medioevo, che ricercava le cause prime, e l’età moderna, che persegue le cause secondarie, si trova esemplificato nell’arte: nel Medioevo nessuno scultore incideva mai il suo nome su una scultura; e la ragione era che egli lavorava per Dio; e riconosceva che era da Dio che gli veniva la capacità di scolpire, e la mente d’artista; e quando egli lasciava anonima la sua opera, era a Dio, Causa Prima, che risaliva il merito. Ai nostri giorni, lo scultore incide nel marmo il suo nome, perché egli lavora per l’uomo, ed ha dimenticato la Causa Prima, la Causa di tutte le cause, che è Dio. (…)

L’arte del Medioevo è l’arte di un’umanità redenta. È radicata nell’anima Cristiana, sulla sponda delle acque vive, sotto il cielo delle virtù teologali, e fra i dolci zeffiri dei sette doni dello Spirito Santo. Perché nel medioevo non si trattava di fare dell’arte cristiana; si trattava piuttosto di essere cristiani. Se tu eri cristiano, la tua arte era cristiana. Se credevi nei dogmi eterni, la tua arte avrebbe espresso le verità eterne. L’artista medioevale diceva: “Se vuoi scolpire le cose del Cristo, devi vivere col Cristo”. Per l’uomo del medioevo, l’arte esigeva calma e meditazione piuttosto che eccitamento e moto febbrile. La storia ci dice che il Beato Angelico pianse mentre dipingeva la “Crocifissione” che oggi si trova nel Convento di San Marco a Firenze.

LA CRISI DELLA MORALE

La crisi non è della morale, ma degli amorali. La colpa non è della legge, ma dei trasgressori che la violano. La verità di quest’osservazione è confermata dall’incapacità di questi scrittori di distinguere tra il problema di rendere gli uomini conformi alle norme e quello di creare delle norme conformi agli uomini. Invece di insistere perché l’uomo si sforzi per superare l’esame, essi alterano l’esame stesso. Invece di incitarlo a tener fede agli ideali, essi cambiano gli ideali. Ed in conformità alla medesima logica, insistono affinché la morale cambi per soddisfare coloro che non sanno vivere moralmente, e che l’etica si trasformi per compiacere chi non sa condurre una vita etica. Tutto ciò avviene per il principio democratico di certi filosofi, i quali sono pronti a costruire qualsiasi tipo di filosofia che gli uomini desiderino. Se gli uomini vogliono gli spettri, i filosofi democratici, che ben conoscono i desideri della massa, scriveranno una filosofia che giustifichi i fantasmi; se l’uomo comune vuole seguire la linea di minore resistenza morale, i filosofi svilupperanno in suo favore la comoda filosofia che giustifica la libera espressione di sé; se l’uomo d’affari non ha tempo di pensare all’eternità, allora i filosofi svilupperanno per lui la filosofia dello «spazio-tempo». In ultima analisi, ci sono da scegliere solo due sistemi possibili nella vita: l’uno consiste nell’adattare la nostra vita ai principi, l’altro consiste nell’adattare i principi alla nostra vita. «Se non si vive come si pensa, presto s’incomincerà a pensare come si vive». Il metodo di adattare i principi morali alla condotta della vita degli uomini, non è se non il pervertimento del giusto ordine delle cose.

-«Gli scienziati afferrano la melodia, ma non giungono al suonatore»-

La scienza non è che la riduzione del molteplice nell’unità del pensiero, e come non può esistere scienza senza lo scienziato, così non potrebbe esistere nel cosmo ordine né legge, se esso non fosse stato creato secondo una legge ed un ordine. La mente umana non impone alcuna legge all’universo: essa si limita a scoprire le sue leggi. Se l’uomo vi scopre l’intelligibilità, vuol dire che qualcuno ve l’ha posta nel creare il cosmo in modo intelligente. Così il «silenzio stesso delle sfere», che terrorizzò Pascal, spronò la sua mente fino a fargli scoprire una Fonte di Sapienza Trascendentale per quell’ordine immanente, che è l’Infinito Dio, al Quale sia onore e gloria per sempre. Coloro che si rifiutano di unificare il cosmo in termini di Pura Intelligenza, accontentandosi delle cause secondarie, possono essere paragonati a un topo sapientissimo che dimora in un pianoforte da concerto, il quale si lusinga di aver scoperto il segreto della musica avendo studiato il gioco dei martelletti sulle corde… una scoperta che ha potuto fare senza uscire dal suo piccolo mondo. «Gli scienziati afferrano la melodia, ma non giungono al suonatore».

IL SOLE E IL MISTERO

La borghesia colta dei tempi moderni è ignorante perché non ha mai dubbi. Gli uomini d’oggi tentano di rendere tutto chiaro, e perciò rendono tutto misterioso. Dimenticano che perfino la natura contiene un mistero, dimenticano che esiste, in questo nostro cosmo sconfinato, qualcosa di così terribilmente misterioso, che non lo possiamo «vedere»: il sole. Ci piaccia o no, esso ci costringe a chiudere gli occhi, e tuttavia, alla luce di questo grande mistero naturale, diventa chiara ogni altra cosa al mondo. Così avviene anche nelle più alte sfere dell’intelletto: è alla luce di un immenso mistero soprannaturale come l’Incarnazione che tutte le cose diventano chiare, persino il problema del male.

LA NATURA DELL’UOMO È RAZIONALE

La natura dell’uomo è razionale o intellettuale. Ed ecco dove si fermano i moralisti moderni, col rifiutare di seguire la ragione: per loro il modello morale è stabilito soltanto dai «sentimenti». Se la natura dell’uomo è razionale, le sue tendenze si devono giudicare alla luce della ragione. Ma giudicare qualsiasi cosa razionalmente significa giudicarla in rapporto al fine o allo scopo per il quale è stata creata. Una penna si valuta secondo la sua capacità di scrivere, perché tale è il suo scopo; l’occhio si valuta dalla sua forza visiva, perché tale è la sua ragione di essere. L’uomo è stato creato per la piena soddisfazione del suo desiderio e tentativo di raggiungere la Vita, la Verità e l’Amore, che è Dio. E, quindi, l’uomo dev’essere giudicato in rapporto a questo fine, cioè nella sua sottomissione, o nella ribellione ad esso. In altre parole, l’uomo ha dei doveri verso Dio, e Dio ha il diritto di esigerne l’adempimento, per la stessa ragione che ogni scrittore ha il diritto di esigere i diritti d’autore su ogni opera, perché si tratta delle sue creazioni. Questo nostro adempimento dei doveri verso Dio, questa obbedienza alla Sua volontà, che è sinonimo del perfetto sviluppo di tutta la nostra natura, è il fondamento e la base della moralità.

La morale è quindi l’ordine rispetto ad un fine, ed esige che tutte le cose tendano verso il loro destino già stabilito. Dio Onnipotente ha posto nelle varie gerarchie della creazione una legge immanente che servisse loro da guida: le leggi della natura, come la forza di gravità, le affinità chimiche e altre simili, dirigono le sostanze chimiche verso il compimento della loro natura; le leggi della vita, come il metabolismo, guidano le piante alla perfezione del proprio destino; gli istinti guidano gli animali, la ragione dirige l’uomo. La ragione pratica dell’uomo, che gli permette di inserire i casi singoli nel quadro dei principi generali che interessano il suo destino ultimo, è la coscienza. E quindi, in primo luogo, la morale significa un rapporto consapevole fra la natura dell’uomo e la meta del suo essere, ed in secondo luogo, essa implica un principio immanente di guida pratica, che è appunto la coscienza. La legge immanente nella parte della creazione inferiore all’uomo è inconsapevole e necessaria. Ne deriva che la ghianda segua naturalmente il suo destino e si sviluppi per dar vita alla quercia. L’uomo, al contrario, è libero di interrompere la sua crescita, e di scegliere un fine diverso da quello che è l’espansione delle sue facoltà in unione con l’Amore Perfetto. Se vuole, l’uomo può tralasciare di diventare quercia: può rimanere un povero arboscello, vale a dire un povero diavolo. Ecco ciò a cui la nuova scuola morale vorrebbe ridurre tutti noi.

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FATTI PER L’ETERNITÀ: INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO DI FULTON SHEEN

Ringraziamo di cuore la casa editrice Mimep di Milano, gestita dalle suore loretane, per aver ristampato con un nuovo titolo la vecchia edizione di “Vi presento la Religione”. Un classico di Fulton Sheen.

L’essenziale del cristianesimo prima di tutto, consiste nella rinascita, cioè nell’essere ricreati e incorporati in un nuovo tipo di vita più elevata – la vita soprannaturale della Grazia divina – e introdotti in un nuovo tipo di relazione spirituale come figli di Dio attraverso Gesù Cristo, vivo e presente nel Suo Corpo Mistico che è la Chiesa. L’autore ci ricorda che la nostra scelta di diventare figli di Dio avrà conseguenze nel nostro pellegrinaggio terreno, ma soprattutto nell’eternità dove saremo ciò che abbiamo deciso liberamente di essere nel tempo di questa vita. Le intuizioni di Sheen sono senza tempo. La saggezza profusa in questo libro è la stessa che portò le sue semplici trasmissioni televisive a un successo strepitoso.

«Il Cristianesimo non è un sistema di etica, ma è una Vita. Non è un buon consiglio, ma è un’adozione divina. Essere cristiani non consiste nell’essere caritatevoli verso i poveri, nell’andare in Chiesa, nel leggere la Bibbia, nel cantare inni sacri, nell’essere generosi con i comitati di beneficenza o disposti a servire le associazioni della Chiesa… Il cristianesimo include tutte queste cose, ma prima di tutto e soprattutto è una relazione d’amore».

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Fatti per l’eternità

L’IRRESPONSABILITA’ DELL’UOMO MODERNO, LA PERDITA DELLA LIBERTÀ, E LA NEGAZIONE DEL PECCATO: “Non ci può essere salvezza personale o sociale finché non si recupera il senso del peccato…la negazione del peccato è la negazione della libertà”

George Bernard Shaw disse una volta: “L’uomo moderno è troppo occupato per pensare ai suoi peccati”. Forse sarebbe più vero il dire che l’uomo moderno nega di poter peccare. In alcuni ambienti cosiddetti “colti” il peccato viene spiegato biologicamente come una “caduta nel processo evolutivo” o come un ritorno temporaneo e atavico alla nostra ascendenza animale “che l’uomo può superare attraverso un accoppiamento corretto”. Altri lo spiegano “fisicamente” attribuendo le aberrazioni morali all’ambiente fisico, alla mancanza di parchi giochi, al latte scadente e alle ghiandole difettose. Secondo costoro il male non è quindi nella volontà, ma nella bile, non è nell’anima, ma nell’organismo; è fisiologico, non morale.

Un terzo tentativo di spiegare il peccato è quello sociale: il peccato non è personale ma sociale. Il male non è dovuto a violazioni della coscienza, ma a qualcosa di esterno, per esempio ai capitalisti, nel caso dei comunisti; alle dittature, nel caso della democrazia; alla democrazia, nel caso della dittatura. Il male viene imputato a un sistema o alle istituzioni, ma mai alla persona. La distinzione tra giusto e sbagliato lascia così il posto all’ “alleato” o al “nemico”. Mentre il mondo pecca di più, ci pensa di meno, una condizione pericolosa per l’anima come l’indifferenza ai germi in tempo di pestilenza. Poiché il mondo presume che il male sia del tutto esterno o sociale, crede erroneamente che il suo rimedio si trovi nell’ambito della politica e dell’economia, perché queste si occupano dell’esterno o di ciò che un uomo “ha” piuttosto che di ciò che egli “è”.

Proprio questo rifiuto di affrontare la questione che il peccato è personale ed è un fenomeno morale piuttosto che economico, rende impossibile una cura. Non ci può essere salvezza personale o sociale finché non si recupera il senso del peccato e non si riconosce il male non solo come qualcosa di esterno, ma anche come qualcosa dentro ognuno di noi. La negazione del peccato e della colpa personale ha tre conseguenze disastrose: 1) perdita della libertà; 2) paralisi nazionale; 3) nevrosi e frustrazione.

Non c’è nulla che l’uomo moderno apprezzi di più della libertà, ma si rende conto che la sua negazione del peccato è la negazione della libertà? La libertà non implica forse una scelta? La scelta non implica forse delle alternative tra il bene e il male? Se non pecco quando scelgo l’alternativa sbagliata, allora non sono responsabile, ma se non sono responsabile allora non sono libero. I pomodori, i cavalli, le calcolatrici, gli stivali, le navi e la ceralacca non possono peccare, perché non hanno libertà, quindi non hanno responsabilità.

Negare il peccato significa quindi ridurre l’uomo allo stato di “cosa”. Per inciso, questa è la ragione filosofica di fondo del fascismo, del nazismo e del comunismo, perché se l’uomo è solo una “cosa” e non un essere morale, libero e responsabile, allora per quale motivo non dovrebbe essere assorbito nella collettività o nella totalità della razza come in Germania, della classe come in Russia e della nazione come in Italia?

Non possiamo avere entrambe le cose: se siamo liberi, allora possiamo sbagliare; ma se non possiamo sbagliare, allora non siamo liberi. I nostri cosiddetti educatori liberali e progressisti, che hanno negato la realtà della colpa, non hanno liberato l’uomo, come avevano promesso, dalle catene della “morale medievale”; ma hanno liberato la persona dalla sua responsabilità e quindi dalla sua libertà. Gli psicologi freudiani che nelle democrazie imputavano ogni peccato o colpa al determinismo psichico di un fattore subrazionale o addirittura sessuale, e i filosofi marxisti che negli Stati totalitari imputavano il peccato al determinismo sociale dell’ordine economico, non spiegavano davvero il peccato, ma spiegavano la libertà. Gli uomini parlano di libertà soprattutto quando la stanno perdendo, come parlano di salute quando sono malati.

Oggi la vera libertà sta scivolando via dal mondo e l’era predetta da Dostoevskij è alle porte: “Le epoche passeranno e l’umanità proclamerà per bocca dei suoi saggi che non c’è crimine, e quindi non c’è peccato; c’è solo la fame… Alla fine deporranno la loro libertà ai nostri piedi e ci diranno: Rendeteci schiavi, ma dateci da mangiare”.

La negazione di poter sbagliare è il più grande errori di tutti. Il diavolo era più saggio dell’uomo moderno, perché tentò Adamo ed Eva di usare falsamente la loro libertà mangiando il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Satana non è mai stato così stupido da pensare che la libertà significasse irresponsabilità. Ma ha convinto in questo modo i suoi discepoli nel ventesimo secolo! Ha promesso la libertà all’inizio incitando al male; la toglie ora negando il male. E noi, nella nostra ignoranza, tutto questo lo chiamiamo “progresso”!

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country” 1941)

PER RISANARE UN PECCATORE SERVONO LA CONFESSIONE E IL DOLORE: “Il perfetto dolore proviene dalla consapevolezza di avere offeso Dio, il quale merita tutto il nostro amore”

Per risanare un peccatore servono dunque la confessione e il dolore. E il dolore deve avere in sé l’appello alla misericordia di Dio, per distinguersi dal rimorso. San Paolo fa questa distinzione scrivendo ai Corinti: “Perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte” (2Cor 7,10). Il rimorso o “dolore del mondo” si risolve in tormento, gelosia, invidia, indignazione; ma il dolore che ha rapporto con Dio si risolve in espiazione e speranza.

Il perfetto dolore proviene dalla consapevolezza di avere offeso Dio, il quale merita tutto il nostro amore; questo dolore, o contrizione, che si prova nella confessione, non è mai una tristezza stizzosa, irritante, deprimente, ma una tristezza da cui viene consolazione. Ha detto Sant’Agostino: “Il penitente dovrebbe sempre addolorarsi e godere del proprio dolore”. L’esperienza di un peccatore pentito che riceve il sacramento del perdono è stata molto ben descritta dalla Beata Angela da Foligno. Essa ci racconta del tempo in cui ebbe per la prima volta cognizione dei propri peccati:

“Risolsi di confessarmi a lui. Confessai i miei peccati completamente. Ricevetti l’assoluzione. Non sentivo amore, ma soltanto amarezza, vergogna e dolore. Poi per la prima volta volsi lo sguardo alla Divina Misericordia; conobbi quella Pietà che mi ha tratta dall’inferno e che mi ha dato la grazia. Fui illuminata e pertanto conobbi la misura dei miei peccati. Compresi così che avendo offeso il Creatore avevo offeso tutte le creature… Per mezzo della Beata Vergine Maria e di tutti i Santi invocai la pietà di Dio e, inginocchiata, pregai per avere la vita. Subitamente credetti di sentire la pietà di tutte le creature e di tutti i santi. E allora ricevetti un dono: un gran fuoco d’amore e la forza di pregare come non avevo mai pregato… Iddio scrisse il Pater Noster nel mio cuore con un tale accento della Sua bontà e della mia indegnità che mi mancano le parole per esprimerlo”.

È difficilissimo che il mondo comprenda un dolore come quello; ma ciò dipende dal non sentire un amore come quello. Più uno ama, più indietreggia all’idea di ferire l’oggetto amato e più soffre quando gli succede di farlo. Ma questo dolore non dovrebbe renderci aridi e disperati come quelli che dicono: “Non mi perdonerò mai di aver fatto questo”. È un vero inferno per l’anima che rifiuta di accettare il perdono che gli viene concesso perché ha ferito l’Amore Divino.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

GIUDA: LA COLPA SENZA LA SPERANZA IN CRISTO È DISPERAZIONE E SUICIDIO! “È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi”

Pietro si pentì nel Signore, mentre Giuda si pentì in se stesso. La differenza era enorme, come quella che vi può essere tra il sottoporre una causa all’autorità Divina e il sottoporla a se stessi; tra la Croce e il lettino dello psicanalista.

Giuda riconobbe di aver tradito il «sangue innocente» ma non volle mai esserne lavato. Pietro sapeva di aver peccato e cercò la Redenzione. Giuda sapeva di aver commesso un errore e cercò l’evasione, diventando il capolista di una lunga serie di fuggitivi che voltano le spalle alla Croce. Il perdono divino ha in sé il presupposto della libertà umana, mai quello della sua distruzione. Chissà se Giuda, fermo sotto l’albero dal quale gli sarebbe venuta la morte, abbia guardato, attraverso la vallata, l’Albero dal quale gli sarebbe potuta venire la Vita.

Giuda era il tipo che dice: «Sono un cretino!»; Pietro quello che dice: «Sono un peccatore!».
È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi. Giuda sentì il disgusto di sé, che è una specie d’orgoglio. Pietro non aveva avuto esperienze deplorevoli e la sua fu “metànoia”, un mutamento del cuore. La conversione della mente non è necessariamente la conversione della volontà.

Giuda andò al confessionale del padrone che l’aveva pagato; Pietro a quello di Dio. Giuda si addolorò per le conseguenze del suo peccato come una donna nubile si addolora per la sua gravidanza. Pietro soffriva per il peccato in sé, perché aveva ferito l’Amore.

La colpa non accompagnata dalla speranza in Cristo è disperazione e suicidio. La colpa accompagnata dalla speranza in Cristo è misericordia e gioia.

Giuda riportò il denaro ai sacerdoti del tempio. È sempre così, quando disertiamo il Signore per cose terrene, prima o poi ci prende il disgusto: quelle cose non le vogliamo più. Avendo amato quanto vi è di meglio, nient’altro ci può appagare. Il tradimento ai danni della Divinità, anche se minimo, è sempre eccessivo nei confronti del valore di ciò che è Divino. La tragedia di Giuda è che sarebbe potuto essere San Giuda.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

ABBRACCIARE LE CROCI DELLA VITA: “Cosa ho fatto per meritarmi questo? Mio Dio, perché devo soffrire?” IL DOLORE SENZA CRISTO È SOFFERENZA, IL DOLORE CON CRISTO È SACRIFICIO

Ci sono molti bravi uomini e donne che si agitano su letti di dolore, i loro corpi consumati dalla lunga malattia, i loro cuori spezzati dalla sofferenza e dal dolore, o le loro menti torturate dalla perdita irreparabile di amici e fortuna. Se queste anime vogliono la pace, devono riconoscere che in questo mondo non esiste una connessione intrinseca tra peccato personale e sofferenza.

Un giorno: “Gesù che passava, vide un uomo, che era cieco dalla sua nascita. E i suoi discepoli gli chiesero: Maestro, chi ha peccato, quest’uomo o i suoi genitori, per esser nato cieco? Gesù rispose: Né quest’uomo ha peccato né i suoi genitori ”(Giovanni 9: 1–3).

Questo ci porta faccia a faccia con la Volontà imperscrutabile di Dio, che non possiamo capire, più che un topo in un pianoforte può capire perché un musicista lo disturba suonando. Le nostre menti meschine non possono capire i misteri di Dio. Ma ci sono due verità fondamentali che tali anime sofferenti non devono mai dimenticare. Altrimenti, non troveranno mai la pace.

Innanzitutto, Dio è amore. Quindi, tutto ciò che fa a me merita la mia gratitudine e dirò grazie. Dio è sempre buono, anche se non mi dà ogni cosa che voglio in questo mondo. Mi dà solo ciò di cui ho bisogno per il prossimo mondo.

I genitori non danno armi ai ragazzi di cinque anni con cui giocare, anche se non c’è quasi nessun ragazzo di cinque anni che non vuole una pistola.

Come diceva Giobbe: “Se abbiamo ricevuto cose buone dalla mano di Dio, perché non dovremmo ricevere il male?” (Giobbe 2:10).

Inoltre, la ricompensa finale per la virtù non arriva in questa vita, ma nella prossima. Poiché gli arazzi non sono tessuti dalla parte anteriore ma da quella posteriore, così anche in questa vita vediamo solo la parte inferiore del piano di Dio.

Uniformiamoci alla volontà di Dio. Così nulla potrà mai accadere contro la nostra volontà perché la nostra volontà è la Volontà di Dio. Questo non è fatalismo, che è sottomissione alla cieca necessità; questa è la pazienza, che è rassegnazione alla volontà dell’Amore Divino, che alla fine non può desiderare altro che l’eterna felicità e la perfezione della persona amata.

La rassegnazione dell’anima paziente è esemplificata dal bambino che dice a suo padre: “Papà, non so perché tu voglia che io vada in ospedale per quell’operazione. Fa male. So solo che mi ami. “

(Fulton J. Sheen, da “The Seven Virtues”)

Abbracciare le croci della vita perché ci sono date dal Cristo-Amore sulla Croce non significa che ognuno di noi raggiungerà mai lo stadio in cui la nostra natura è disposta a soffrire.

Al contrario, la nostra natura si ribella contro la sofferenza perché è contraria alla natura. Ma possiamo accettare in modo soprannaturale ciò che la natura rifiuta, così come la nostra ragione può accettare ciò che i sensi rifiutano. I miei occhi mi dicono che non dovrei lasciare che il dottore incida la pustola marcia, perché farà male. Ma la mia ragione mi dice che i miei sensi devono momentaneamente sottomettersi al dolore per un bene futuro. Quindi, anche noi possiamo essere disposti a sopportare gli inevitabili mali della vita per ragioni soprannaturali.

La prima parola di Cristo sulla Croce suggerisce di farlo per il bene della remissione dei peccati: “Perdona loro”.

Nel mondo degli affari, contraiamo i debiti e riconosciamo il nostro obbligo e dovere di assolverli. Perché dovremmo pensare che nello stesso universo morale possiamo peccare impunemente?

Se, quindi, portiamo le impronte della Croce, invece di lamentarci con Dio, pensiamo di offrirle a Dio per i nostri peccati e per i peccati dei nostri vicini.

Di tutte le assurdità che il nostro mondo moderno ha inventato, nulla supera le parole d’ordine che diamo agli sfortunati o agli ammalati: “Tieni il mento sollevato” o “Dimenticalo”.

Questo non è un conforto, ma una droga! La consolazione è spiegare la sofferenza, non dimenticarla; nel metterla in relazione con l’Amore, non ignorandola; nel renderla un’espiazione per il peccato, non un altro peccato.

Ma chi lo capirà se non guarda una Croce e ama il Cristo Crocifisso?

(Fulton J. Sheen, da “The Seven Virtues”)

È difficile per noi vedere negli incidenti della vita, nelle malattie, nei lutti, nelle perdite finanziarie, nei corpi cancerosi e nelle membra lebbrose, uno Scopo Divino. Ecco perché il Nostro Benedetto Signore ha dovuto prendere su di Sé la sofferenza, per mostrarci che è il Calice del Padre. Ogni lacrima, delusione, e cuore addolorato è un assegno in bianco. Se ci scriviamo sopra il nostro nome, non ha valore. Se lo firmiamo con il nome di Cristo, il suo valore è infinito. Nella prosperità, Cristo ti dà i Suoi doni; nella sofferenza con fede, Cristo ti dona Sé stesso.

(Fulton J. Sheen)

La croce della malattia ha sempre uno scopo divino.

Disse il Nostro Beato Signore: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio: perché il Figlio di Dio sia glorificato da essa” (Giovanni 11:4).

La rassegnazione a questo tipo di croce è una delle forme più alte di preghiera. Sfortunatamente, i malati in genere vogliono fare qualcosa di diverso da ciò che Dio vuole che facciano.

La tragedia di questo mondo non è tanto il dolore che c’è; la tragedia è che tanto di esso è sprecato. Solo quando il buon ladrone è stato nel fuoco di una croce ha cominciato a trovare Dio. È solo nel dolore che alcuni cominciano a scoprire dov’è l’Amore.

(Fulton J. Sheen, da “Seven Words of Jesus and Mary”)

Qual è l’ingrediente in più nella sofferenza – che quando è assente provoca una maledizione, e quando è presente diventa una grazia?

Eccolo:

Dovete unire le vostre sofferenze e i vostri dolori con Cristo e vedere il vostro Calvario come proveniente dalla Mano di Dio.

Nostro Signore vedeva il Calice della Sua Passione come donato a Lui, non da Giuda o Pilato o Caifa o dal popolo, ma da Suo Padre:

“Non berrò il calice che Mio Padre stesso ha preparato per Me?”

Il dolore senza Cristo è sofferenza; il dolore con Cristo è sacrificio.

(Fulton J. Sheen)

L’oggetto della fede è Dio, non le cose della terra. Troppi interpretano la fede come ciò che dovrebbe liberarci dai mali della terra e suppongono che se soffriamo, è perché non abbiamo fede. Questo è del tutto falso!

La fede in Dio non è la garanzia che ci saranno risparmiate le “frecce della fortuna oltraggiosa”.

Nostro Signore non lo è stato. Perché dovremmo esserlo noi?

Erano i Suoi nemici che pensavano che se fosse stato un tutt’uno con Dio, non avrebbe dovuto soffrire, perché quando disse: “Eli, Eli” immaginando che Egli chiamasse Elia, loro sogghignarono: “Vediamo se Elia verrà a liberarlo” (Mt 27,49). Poiché non è stato liberato, conclusero che doveva essere malvagio.

No! Fede non significa essere tirato giù da una croce; significa essere innalzato in Cielo – spesso anche da una croce.

Le uniche volte in cui alcune persone pensano a Dio sono quando sono nei guai, o quando il loro portafoglio è vuoto, o hanno la possibilità di renderlo un po’ più pieno. Si lusingano di avere fede in quei momenti, quando in realtà hanno solo la speranza terrena di una buona fortuna.

La fede è fondata sull’anima e la sua salvezza in Dio, non sugli scogli della terra.

(Fulton J. Sheen, da “The Seven Virtues”)

C’è in ognuno di noi un io-ombra e un io-reale. L’io-ombra cerca solo la propria volontà e il proprio piacere. Più manteniamo il Sole dietro di noi, maggiore è la lunghezza dell’ombra, meno Cristo è nella nostra vita.

Ogni dolore sopportato pazientemente, ogni colpo all’io-ombra, modella il vero io-eterno. Fu la Crocifissione di Nostro Signore che preparò la via per la Sua Risurrezione e Gloria.

Gesù Nostro Signore sta tessendo le tue vesti celesti per le nozze celesti, anche se non lo sai, in momenti che sembrano così privi di amore.

Non puoi vedere interamente il Piano di Dio per te. L’oceano inesplorato è davanti a te, mentre ti lanci nella stretta cabina della tua sofferenza; ma il Divino Pilota ti sta portando in porto.

(Fulton J. Sheen, da “Quaresima e ispirazioni pasquali”)

I nostri lamenti e gemiti attuali stanno creando in noi una maggiore capacità di gioia per l’avvenire. Il Nostro Beato Signore, per rappresentare questo cambiamento della Croce in Gloria, e della sofferenza in gioia, paragona la vita a una madre che mette al mondo un bambino. Il travaglio della mortificazione è il precursore della resurrezione e della gioia.

Notate come il dolore nasce dalla stessa radice della gioia. Le due cose non si scontrano l’una contro l’altra, ma si fondono l’una nell’altra. Le nostre gioie più pure e nobili sono dolori trasformati.

Il dolore di un cuore contrito diventa la gioia del figlio perdonato. Ogni colpo dell’aratro, e ogni oscuro giorno d’inverno, sono rappresentati negli ampi campi che ondeggiano di grano dorato. Nella sofferenza Cristo ti prende nelle Sue Mani come un povero, opaco blocco di marmo, ma con il Suo scalpello Egli modella in te il Suo scopo.

(Fulton J. Sheen, da “Ispirazioni quaresimali e pasquali”)

L’antico orafo raffinava il minerale d’oro grezzo nel suo crogiolo bruciando le scorie nel calore intenso per recuperare l’oro puro. Come l’orafo, Dio ci custodisce nella fornace ardente fino a quando Egli possa vedere il riflesso del Volto del Signore Gesù nelle nostre vite. Non è molto interessato al lavoro che facciamo, ma piuttosto a quanto assomigliamo a Suo Figlio.

(Fulton J. Sheen, da “Ispirazioni di Quaresima e Pasqua”)

Cosa ci insegnano le Stimmate di Cristo?

Ci insegnano che la vita è una lotta: che la nostra condizione di resurrezione finale è esattamente uguale alla Sua; che se non c’è una Croce nella nostra vita, non ci sarà mai una tomba vuota; se non c’è un Venerdì Santo, non ci sarà mai una Domenica di Pasqua; se non c’è una corona di spine, non ci sarà mai un’aureola di luce; e se non soffriamo con Lui, non risorgeremo con Lui.

(Fulton J. Sheen, da “I personaggi della Passione”)

“Perché non possiamo servirci di una croce per diventare simili a Dio?”

Forse che l’uva non dev’essere schiacciata per poter diventare vino, e il grano macinato per poter diventare pane da mangiare? Perché, allora, il dolore non può mutarsi in redenzione? Perché sotto l’azione dell’Amore Divino le croci non possono trasformarsi in crocifissi? Perché i castighi non possono essere considerati penitenze? Perché non possiamo servirci di una croce per diventare simili a Dio?

Non possiamo diventare simili a Cristo per quanto riguarda il Suo Potere: non possiamo diventare simili a Lui per quanto riguarda il Suo Sapere.

C’è un solo modo per diventare simili a Gesù: il modo come Egli portò i Suoi Dolori e la Sua Croce, e cioè con Amore. “Nessuno ha un amore più grande di questo, di dare la vita per i suoi amici.”

È l’amore a rendere sopportabile la sofferenza. Se intendiamo che il dolore giova alla salvezza di altri, o anche alla nostra stessa anima, poiché accresce la Gloria di Dio, lo sopportiamo più facilmente.

Una madre veglia al capezzale del figliuolo ammalato: a questo il mondo dà il nome di “fatica”, e lei il nome di “Amore”. Il dolore è il sacrificio senza amore, il sacrificio è il dolore con l’Amore.

(Fulton J. Sheen, da “Andate in Paradiso!”)

Che cosa potrebbe fare il mondo senza la Santa Messa?

La sofferenza, una volta era il pane di pochi. Oggi è il fardello di tutti. Se non soffrono i corpi, sono straziate le menti agitate dalle ansie, dalla paura, dalle preoccupazioni. Oh! La tragedia di questa sofferenza buttata via, sciupata! Per tanti è divenuta insopportabile, perché tanto pochi sono coloro che sanno amare.

L’Amore non può distruggere la sofferenza, ma la può addolcire, come vi può diminuire il dispiacere di aver smarrito il portafoglio se pensate che possa averlo trovato una povera famiglia affamata, a cui portò la salvezza. Così la nostra sofferenza può divenire luminosa quando noi la offriamo per Qualcuno che amiamo.

Se ogni mattina noi portassimo le nostre piccole croci alla Santa Messa e le piantassimo a fianco della Grande Croce di Gesù sul Calvario, e al momento della Consacrazione dicessimo con Lui: “Questo è il Mio corpo, questo è il Mio sangue” noi scorderemmo i nostri mali nell’estasi del nostro Amore per Gesù Crocifisso.

(Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 5 Febbraio 1950”)

Il Salvatore verificherà se abbiamo i segni della Croce su di noi: “Oh, che gioia è per me il mio costato ferito, che mi permette di imitare la Sua sofferenza sulla Croce!”

Ricordo che – dopo aver trascorso quattro mesi in ospedale – iniziai lentamente a riprendermi. Ho celebrato la Santa Messa su un altare costruito sopra il mio letto, alla presenza di alcuni sacerdoti e amici. Ho fatto un sermone spontaneo che ricordo molto bene.

Ho detto che ero contento di essere stato operato a cuore aperto perché – quando il nostro Salvatore verrà – verificherà se abbiamo i segni della Croce su di noi. Guarderà le nostre mani per vedere se sono state crocifisse dal dono sacrificale; guarderà i nostri piedi per vedere se sono stati feriti dalle spine e trafitti dai chiodi mentre cercavamo la pecorella smarrita. Egli guarderà i nostri cuori per vedere se si sono aperti per ricevere il Suo Cuore Divino. Oh, che gioia è per me il mio costato ferito, che mi permette di imitare, almeno in minima parte, la Sua sofferenza sulla Croce. Forse mi riconoscerà per questa cicatrice e mi accoglierà nel Suo Regno.

(Fulton J. Sheen, da “Treasure in Clay. L’autobiografia di Fulton J. Sheen”)

QUARESIMA E DIGIUNO: LA CHIESA DIGIUNA, IL MONDO FA LA DIETA… IL CRISTIANO DIGIUNA PER L’ANIMA, IL PAGANO FA LA DIETA PER IL CORPO.

BUONA QUARESIMA!

L’ideale cristiano è sempre positivo piuttosto che negativo. Una persona è grande non per la ferocia del suo odio per il male, ma per l’intensità del suo amore per Dio. Ascetismo e mortificazione non sono il fine di una vita cristiana; sono solo i mezzi. Il fine è la Carità. La penitenza crea semplicemente un’apertura nel nostro ego in cui la Luce di Dio può riversarsi. Mentre ci svuotiamo, Dio ci riempie. Ed è l’arrivo di Dio che è l’evento più importante.

(Fulton J. Sheen)

“Ditemi la vostra fame e la vostra sete e vi dirò chi siete”

La Chiesa digiuna; il mondo si mette a dieta. Materialmente non c’è differenza, perché una persona può perdere venti chili in un modo o nell’altro. Ma la differenza sta nell’intenzione. Il cristiano digiuna non per il corpo, ma per l’anima; il pagano digiuna non per l’anima, ma per il corpo. Il cristiano non digiuna perché crede che il corpo sia malvagio, ma per renderlo duttile nelle mani dell’anima, come uno strumento nelle mani di un abile operaio.

Questo ci porta al problema fondamentale della vita.

L’anima è lo strumento del corpo, o il corpo lo strumento dell’anima? L’anima deve fare ciò che il corpo vuole, o il corpo deve fare ciò che l’anima vuole? Ognuno ha i suoi appetiti, e ognuno è imperioso nella soddisfazione dei suoi desideri. Se accontentiamo l’uno, dispiacciamo l’altro, e viceversa. Entrambi non possono sedersi insieme al banchetto della Vita.

Lo sviluppo del carattere dipende da quale fame e sete coltiviamo.

Fare la dieta o digiunare? Questo è il problema.

Perdere un doppio mento per essere più belli agli occhi delle creature o perderlo per mantenere il corpo domato e sempre obbediente alle esigenze spirituali dell’anima? Questa è la domanda.

Il valore umano può essere giudicato dai desideri umani. Ditemi la vostra fame e la vostra sete e vi dirò chi siete.

Avete fame di denaro più che di misericordia, di ricchezza più che di virtù, e di potere più che di servizio? Allora siete egoisti e orgogliosi.

Avete sete del Vino della Vita Eterna più che del piacere, e dei poveri più che del favore dei ricchi, e delle anime più che dei primi posti a tavola? Allora sarete degli umili cristiani.

Il grande peccato è che tanti si sono preoccupati così tanto del corpo da trascurare l’anima, e, trascurando l’anima, perdono l’appetito per lo spirituale. Come è possibile, nell’ordine fisiologico, che un uomo perda ogni appetito per il cibo, così è possibile, nell’ordine spirituale, che perda ogni desiderio per il soprannaturale. I golosi del corruttibile, diventano indifferenti all’Eterno.

Come le orecchie sorde, sono morte alla realtà dell’armonia, e gli occhi ciechi, sono morti alla realtà della bellezza, così le anime deformate diventano morte alla realtà del Divino.

(Fulton J. Sheen, da “Victor over vice-Vittoria sul vizio”)

QUARESIMA E DIGIUNO

Ogni volta che dobbiamo digiunare dal cibo, molto facilmente ci vengono in mente argomenti e creiamo scuse per evitarlo. Proponiamo digiuni alternativi, come l’astensione dall’ira, dall’invidia, dall’orgoglio, dal pettegolezzo, ecc. Non vorrei sminuire l’idea di questi “digiuni”, ma mi permetto di definirli come le “diete miracolose” di cui leggiamo ogni giorno. E il digiuno dal cibo non è solo un esercizio fisico.

La Chiesa decreta il digiuno dal cibo, tra le altre cose, affinché possiamo sperimentare approssimativamente ciò che Cristo ha sperimentato quando digiunò nel deserto per 40 giorni. Il digiuno è anche un mezzo per ricordarci la nostra fame di Dio. La preghiera, la confessione, e il digiuno sono collegati tra loro perché insieme costituiscono l’espiazione dei nostri peccati. In questo modo, ci preparano a ricevere il cibo più importante: il Corpo e il Sangue di Cristo.

L’astensione dall’invidia, dall’orgoglio e dal pettegolezzo dovrebbe essere il nostro digiuno per tutta la vita, non una “dieta” che si applica soltanto durante la Quaresima.

(Fulton J. Sheen)

INDICAZIONI PRATICHE PER IL DIGIUNO E L’ASTINENZA SECONDO LA CHIESA

· Il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo sono giorni di digiuno dal cibo e di astinenza dalla carne, dai cibi e dalle bevande ricercate o costose. La legge del digiuno obbliga a fare un unico pasto completo durante la giornata, ma non proibisce di prendere un po’ di cibo al mattino e alla sera, oppure a pranzo e al mattino se il pasto completo si fa alla sera.

· Tutti i venerdì di Quaresima sono giorni di astinenza dalla carne, dai cibi e dalle bevande ricercate o costose.

· Al digiuno sono tenuti i fedeli dai diciotto anni compiuti ai sessanta incominciati fatte salve particolari situazioni personali e di salute. ; all’astinenza dalla carne sono tenuti tutti i fedeli che hanno più di 13 anni.

· L’astinenza «proibisce l’uso delle carni, non però l’uso delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento anche di grasso di animale»