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UN NUOVO LIBRO DI FULTON SHEEN “PERCHÉ CREDERE?” Che cosa fa la grazia di Dio nella nostra natura umana? I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà.

Le edizioni Ares hanno pubblicato il primo volume di “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” (256 pagine). Tradotto per la prima volta in italiano.

“Dio e l’uomo, il male e il peccato, Cristo e la Chiesa, la redenzione e la libertà di scelta, i Sacramenti, il corpo e l’anima, con l’apparente dicotomia nel mondo tra la sfera materiale e la sfera spirituale… In modo semplice e diretto, ricorrendo secondo il suo stile a immagini del quotidiano e a una forte carica umoristica, Fulton Sheen offre in queste pagine i principali contenuti della fede in risposta alle domande fondamentali sul senso della vita. Un testo che mons. Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, ha definito «la Summa di tutta la saggezza» del suo autore.”

Prossimamente uscirà il secondo volume. Qui sotto potete leggere un pezzo straordinario di un capitolo che spiega l’azione della Grazia di Dio nell’uomo.

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

L’AZIONE DELLA GRAZIA DI DIO NELL’UOMO

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Prendiamo un esempio di cambio di direzione. L’allora editore del giornale comunista “Daily Worker” di Londra e sua moglie ascoltavano un programma radiofonico di un funzionario della Russia. All’improvviso la moglie si alzò e spense la radio. Disse al marito (ricordiamo che entrambi erano comunisti):

«Non credo che lui voglia la pace. Credo che voglia la guerra! Parla di pace, ma intende la guerra». Lui disse: «Non parlare così; non stai parlando da comunista». Lei rispose: «Non mi importa come sto parlando». E lui: «Se continui a parlare in questo modo farò rapporto al partito!». Lei: «Riferisci!». «Infatti», disse lui, «stai iniziando a parlare come se fossi diventata cattolica!». Lei: «Lo sono!». Lui: «Diamine! Lo sono anch’io!».

Così un marito e una moglie che vivevano insieme condividendo idee comuniste improvvisamente ignoravano di essere entrambi cambiati. Che cosa era accaduto? Un potere esterno a loro: la grazia.

Non c’è nulla di simile al diventare migliori nell’ordine naturale e improvvisamente, in senso stretto, meritare la grazia. Natura e grazia sono piuttosto distinte. È la differenza tra fare e generare. Quando fai qualcosa, realizzi qualcosa che non ti somiglia. Quando costruisci un tavolo, questo non condivide la tua natura. Quando i genitori mettono al mondo un figlio, fanno invece qualcosa di simile a loro stessi. Quando Dio ci ha creati, Dio era il nostro Creatore, invece quando ci ha generati come figli, non era solo il nostro Creatore, ma nostro Padre. Quando la grazia viene in noi, come ha detto il Signore, la linfa passa attraverso la vigna fino ai tralci, ma è la stessa linfa della vigna. Noi iniziamo a condividere la natura del Signore così Lui riversa in noi la sua natura. San Giovanni ha detto: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto» (Gv 1, 16). Quando rispondiamo alla grazia, allora diventiamo qualcosa di simile a una matita tra le mani, che farà tutto ciò che la mano vuole. Siamo gli strumenti di Dio e obbediamo al suo volere come la matita obbedisce alla volontà della mano. Quando c’è totale obbedienza c’è la santità. Ecco ciò che è un santo. Un santo è uno che è disponibile per Dio come la matita per la mano.

Che cosa fa la grazia nella nostra natura umana? La grazia fa del corpo un tempio di Dio; ed è una delle ragioni per la purezza. Un tempio è un luogo in cui Dio dimora. Ricordate quando il Signore è andato nel tempio di Gerusalemme? Quando i farisei gli chiesero un segno il Signore disse: «Io distruggerò questo tempio […] e in tre giorni ne costruirò un altro» (Mc 14, 58). Non parlava del tempio terreno, ma del tempio del suo corpo, poiché Dio dimora nella natura umana di Cristo. Egli dimora in noi per partecipazione. Il corpo è sacro e dobbiamo rispettarlo.

I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà. L’intelletto è la facoltà per cui conosciamo; la volontà è la facoltà per cui scegliamo. L’oggetto dell’intelletto o ragione è la verità; l’oggetto della volontà è il bene o l’amore. Quando la grazia arriva all’intelletto, lo raggiunge come una sorta di luce. È alquanto difficile descrivere che cosa faccia alla mente umana. Immaginiamo la luce del sole che splende attraverso una vetrata. Notate come si diffonde facendo risaltare ogni colore. Ecco ciò che fa la grazia all’intelletto: dà una visione nuova. La fede diventa per la ragione qualcosa di simile al telescopio per l’occhio: non distrugge l’occhio, lo perfeziona. Quando la fede viene in noi, abbiamo una nuova certezza che oltrepassa la ragione. Tutto ciò che otterrete da queste istruzioni sono ragioni di credibilità.

La certezza deve venire dalla fede, che a sua volta viene da Dio. Il Signore disse a Pietro: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei Cieli» (Mt 16, 17). La certezza della fede è così grande che nulla può distruggerla. La certezza è più grande della ragione per la fede, poiché la luce viene da Dio. Abbiamo molte certezze più forti di quanto possa darci la ragione. Se ci sfidano a provare di essere figli legittimi, può essere piuttosto difficile. Non abbiamo i documenti. Ma nulla può scuotere la nostra certezza. Un uomo esperto può dare molte ragioni contro l’esistenza di Dio e la divinità di Cristo a uno dei nostri figli, ma non può mai distruggere la fede di quel bambino. Non solo la fede dona certezza, ma ci dona anche un nuovo sguardo, un nuovo sguardo sulla nascita, la sofferenza, la morte, la gioia, i piaceri, la letteratura e l’arte. Coloro che possiedono ciò che san Paolo definisce la mente carnale non possono comprendere le cose della fede; è come pretendere che un uomo cieco capisca i colori.

Molto spesso coloro che mancano del dono della fede si chiedono perché ne siamo così certi. «Perché abbiamo questo sguardo sulla sofferenza?». «Perché non siamo depressi?». «Perché non pensiamo al suicidio?». Semplicemente perché vediamo meglio le cose. Abbiamo una luce di cui loro sono privi. Forse abbiamo già detto che abbiamo gli stessi occhi di notte e di giorno, eppure di notte non vediamo. Perché? Perché ci manca la luce del sole. Due persone che esaminano lo stesso problema, lo vedranno in modo molto differente, perché uno ha la sua ragione e i suoi sensi, l’altro la sua fede.

C’è anche la volontà umana. Quando la grazia viene nella volontà, ci dona un nuovo potere, una nuova forza che non abbiamo mai avuto prima. Ci dà una nuova capacità di resistere alle tentazioni. Troppo spesso in questo mondo appena uno diventa schiavo del peccato, parliamo di lui come se avesse una compulsione. Diciamo: «Oh, è un bevitore compulsivo. È un mangiatore compulsivo». È vero. La parola che usa il Signore per spiegare la compulsione è “schiavitù”. Questo non significa che queste persone abbiano completamente distrutto la propria libertà. C’è sempre una piccola parte di libertà che rimane in un alcolista, in un pervertito, in chiunque sia preda della schiavitù del peccato. Questi peccati iniziati con liberi atti nostri propri, possono aver indebolito, ma non distrutto la nostra volontà. È possibile che la grazia si insedi. La grazia ha il suo D-day e Dio può venire in ciascuna di queste persone.

Quando cerchiamo di curare una persona dai vizi, non possiamo mai estrarre il vizio, ma solo emarginarlo. Come si fa? Mettendovi qualcos’altro di nuovo. La grazia di Dio viene quando iniziamo ad amarlo; allora, questi vizi iniziano a fuoriuscire. Una volta che sopravviene un nuovo amore, siamo cambiati. Ricordo di aver fatto un patto con una donna alcolizzata, dicendole: «Tu ami l’alcol più di ogni altra cosa al mondo. Allora io non posso curarti finché non inizi ad amare qualcos’altro». Così abbiamo invocato la grazia, che è venuta in lei ed è guarita. Ecco ciò che la grazia fa alla povera e debole volontà umana. Poi essa ci dà anche potere di influenzare gli altri.

Se queste mie parole vi influenzano, non è per via di conoscenze o poteri che possiedo. Se ho qualche influenza su di voi, è perché lo Spirito e la grazia di Dio stanno operando in voi. Le mie parole non sono nulla. Di sicuro io non ho iniziato queste istruzioni senza pregare lo Spirito e la grazia di Dio che mi diano forza, ma se comunque siete cambiati non dite: «Oh, monsignor Sheen, quanto le siamo grati». Monsignor Sheen non ha fatto nulla, io sono solo il misero strumento del buon Dio. Se siete cambiati, ecco la differenza tra la vostra natura e la grazia. Prima che venisse la grazia agivate a modo vostro, dopo aver ricevuto la grazia agite a modo suo. La differenza è tutta qui. La vostra coscienza si è svegliata e ciò che prima era prezioso per voi adesso sembra nulla, mentre ciò che prima sembrava spazzatura adesso è prezioso. Questa è la grazia: è il potere soprannaturale che illumina la vostra mente per vedere le cose al di sopra della ragione; è quel potere soprannaturale che rafforza la vostra volontà a fare le cose che prima non avreste potuto fare. Essa vi cambia da creature in figli di Dio e soprattutto vi rende capaci di chiamarlo “Padre”.

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

GESÙ OGGI È PIÙ VICINO A NOI IN CONFRONTO A 2000 ANNI FA. CRISTO È PRESENTE E VIVE ORA SULLA TERRA CONCRETAMENTE E REALMENTE…MA COME?

-STRAORDINARIA MEDITAZIONE DI FULTON SHEEN-

“Come Cristo vive oggi in noi”

Quanto spesso sentiamo delle anime lamentarsi di essere così distanti dalla Galilea e lontane da Gesù. Il mondo è pieno di uomini e donne che pensano a Nostro Signore solo ed esclusivamente secondo ciò che i loro occhi possono vedere e le loro mani possono toccare. Quanti sono coloro che, a partire dalla verità del fatto che Egli è stato un grande Maestro dalla straordinaria influenza, che ha camminato su questa terra duemila anni fa, ricostruiscono il panorama del lago e delle colline della Galilea e si servono al meglio della propria immaginazione per descrivere le esatte circostanze della sua vita terrena; ma si fermano qui nell’apprezzarne la vita. Hanno imparato a pensare abitualmente a lui come a un personaggio della storia umana, come Cesare, Washington o Maometto; pensano a lui come qualcuno che è vissuto sulla terra e non c’è più. Ma che Egli possa agire su di noi adesso, ovunque si trovi, ovunque sia la sua natura, che possa ascoltarci e lasciarsi avvicinare da noi, è un pensiero accantonato con disprezzo come se rientrasse fra astrazioni teologiche e dogmi insensati. Queste anime possono seguirne l’esempio, applicare le sue Beatitudini a questa o quella situazione della loro vita, ammirarne l’esistenza come un esempio di grande sacrificio e ispirazione, ma al di là di questo, Cristo per loro non significa nulla. Di conseguenza sono tra quelli che, secondo san Paolo, conoscono Cristo soltanto secondo la carne.

Bisogna ammettere che la prolungata presenza sensibile e visibile del nostro Salvatore sarebbe stata di continua ispirazione alle nostre vite, ma non dobbiamo dimenticare che Egli stesso ha detto, nella notte prima di morire: «È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16,7). Strane parole, queste. Perché pronunciarle proprio quando ha distaccato i cuori dei suoi apostoli dalle loro reti, dalle loro barche dalle loro abitudini, stringendoli tanto vicino al suo Sacro Cuore? Come gioverebbe loro la sua partenza? Conveniva a lui andarsene per poter essere più vicino a noi. Ecco la vera ragione del suo allontanarsi: «Perché se io non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. […] Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete […] ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (vedi Gv 16,7.16.22).

Pronunciando queste solenni parole alla vigilia della sua crocifissione, il Signore affermava espressamente che stava tornando alle sconfinate profondità della vita di suo Padre, da cui era venuto, ma andando via non li avrebbe lasciati orfani, perché sarebbe tornato in un modo nuovo, vale a dire, attraverso il suo Spirito. Era come se il Signore dicesse che se fosse rimasto sulla terra, con la sua vita corporea, sarebbe stato solo un esempio da imitare; ma se fosse andato al Padre inviando il suo Spirito, allora Egli sarebbe stato una “Vita” da vivere. Se fosse rimasto sulla terra, sarebbe stato sempre al di fuori di noi, una voce esterna, un eterno esempio, non avremmo potuto possederlo che mediante un abbraccio. Ma una volta asceso al Cielo e seduto alla destra del Padre nella gloria, allora poteva mandare il suo Spirito nelle nostre anime, per essere con noi non come una persona esterna, ma come un’anima vivente. Allora, non sarebbe stato solo qualcosa da copiare meccanicamente, ma qualcosa di vitale da riprodurre; non qualcosa di esteriore da raffigurare nelle nostre vite, ma qualcosa di vivente da fare crescere in noi. La sua ascensione al Cielo, la discesa del suo Spirito nelle nostre anime, erano il solo modo per lui di unirsi pienamente a noi, di dimorare con noi, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, ed essere nel senso più stretto «Cristo in noi».

Era conveniente, dunque, che se ne andasse. Altrimenti sarebbe rimasto confinato nella storia e in un paese. Ora, Egli appartiene agli uomini. Grazie al suo Spirito invisibile che ha inviato nel suo Corpo Mistico, Cristo vive ora sulla terra concretamente e realmente proprio come in Galilea 20 secoli fa. In un certo senso è più vicino a noi di allora, perché il suo vero Corpo all’epoca era al di fuori di noi, ma grazie al suo Spirito ora Egli può vivere in noi, come la vera Anima della nostra anima, il vero Spirito del nostro spirito, la Verità della nostra mente, l’Amore del nostro cuore e l’Anelito della nostra volontà. Pertanto, la vita di Cristo è traslata grazie allo Spirito dal mero ambito della storia, che studiamo attraverso la ragione, al regno dell’esperienza spirituale, dove Lui parla direttamente alle nostre anime.

Sarà stato di grande consolazione per la donna cananea toccare l’orlo della sua veste, per la Maddalena aver baciato i suoi piedi, per Giovanni aver riposato sul suo petto nella notte dell’Ultima Cena, ma si trattava di intimità esteriori, certamente di grande forza e fascino, perché sensibili, ma nessuna in grado di avvicinarsi vagamente all’unione, all’intimità che deriva dal possedere Cristo interiormente, grazie allo Spirito Santo. Le gioie più grandi della vita sono quelle che provengono dall’unione. Non raggiungiamo le vette dell’unione finché non c’è una fusione di amori, di pensieri e desideri, così profonda che pensiamo all’unisono con la persona amata, amiamo con la persona amata, desideriamo ciò che lei desidera; e questa unione raggiunge il culmine quando l’anima diviene una sola cosa con lo Spirito di Cristo, che è lo Spirito di Dio. Le gioie dell’amicizia, anche la più nobile, non sono che ombre e pallidi riflessi della gioia di un’anima in possesso dello Spirito di Cristo. La più alta felicità umana, che proviene dall’unione con l’amato, quanto più sia possibile a un cuore, tuttavia non è che una scintilla in confronto alla Grande Fiamma dello Spirito di Cristo che arde in un’anima che lo ama. Cos’è esattamente questa vita di Cristo nell’anima battezzata? È la grazia, un dono soprannaturale che ci viene elargito grazie ai meriti di Gesù Cristo per la nostra salvezza.

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

Per comprare il libro dal sito delle edizioni Ares, clicca qui: https://www.edizioniares.it/detail.asp?id_prod=916

P.S. Il libro è stato appena pubblicato dalle edizioni Ares

I PIÙ GRANDI PECCATORI DIVENTANO A VOLTE I PIÙ GRANDI SANTI: “Le forti passioni sono il prezioso materiale grezzo della santità”

L’autodisciplina cristiana è veramente l’autoespressione: espressione di quanto vi è di più nobile nell’uomo. Controllarsi attraverso la mortificazione o l’ascetismo non significa negare i propri istinti, le proprie passioni, le proprie emozioni, né ricacciare questi impulsi, che Dio ha dato all’uomo.

Le nostre passioni, le nostre emozioni, i nostri istinti sono buoni, non cattivi; controllarli significa soltanto contenerne gli eccessi. La Chiesa non nega le emozioni più di quanto non neghi la fame. Esige soltanto che, quando un uomo siede a tavola, non mangi come un maiale. Nostro Signore non represse l’intenso zelo emotivo di San Paolo, bensì lo volse dall’odio all’amore. Non represse la vitalità biologica della Maddalena, bensì ne muto’ la passione d’amore per il vizio in passione d’amore per la virtù.

A una simile conversione di energie si deve se i più grandi peccatori, come Sant’Agostino, diventano a volte i più grandi santi; non perché sono stati peccatori essi amano Dio con tanta intensità, ma perché hanno violente passioni, ardenti emozioni, forti impulsi, che, volti a mire sante, fanno ora tanto bene quanto male hanno fatto prima.

Le forti passioni sono il prezioso materiale grezzo della santità. Coloro che hanno molto peccato non dovrebbero disperare e dire: “Sono troppo peccatore per poter cambiare”; oppure: “Dio non sa che farsene di me”. Dio accoglie chiunque sia disposto ad amare, non con un gesto occasionale, ma con una “spassionata passione”, con “violenta tranquillità”. Un peccatore impenitente non può amare Dio più di quanto un uomo possa nuotare sulla terraferma; ma non appena egli si pente portando a Dio i suoi peccati, le sue passioni scatenate, e prega perché esse siano diversamente dirette verso il Bene, allora diventerà felice come non mai. Non già il male che abbiamo fatto ci tiene lontano da Dio, bensì il persistere nel male.

Chi torna a Dio, come la Maddalena e San Paolo, accetta volentieri la disciplina che gli consentirà di mutare le sue precedenti tendenze. La mortificazione è proficua, ma solo se è compiuta per amore di Dio. L’ autodisciplina è soltanto un mezzo il cui fine è un più grande amore di Dio. Come la perfezione della rosa e non già la sua distruzione è lo scopo della potatura, così l’unione con Dio è lo scopo dell’autodisciplina.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

È tutto qui il fine dell’Incarnazione di Cristo: “Io sono venuto perché abbiate la Vita”.

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In tutte le altre religioni naturali, l’uomo muove verso Dio ed è il primo di tutti i movimenti; nel Cristianesimo, Dio muove verso l’uomo, quindi l’uomo risponde a questo primo impulso.

L’uomo naturale o umano rimane naturale o umano, finché una Vita Divina al di fuori di lui non se ne impadronisca e lo elevi a una dignità che egli non può conseguire per suo merito e con le sue sole forze. È tutto qui il fine dell’Incarnazione di Cristo: “Io sono venuto perché abbiate la Vita”.

Perciò, attraverso la Sacra Scrittura, gli uomini si dividono in vivi e non vivi: “Voi vi chiamate vivi ma invece siete morti”. Il che significa che alcuni hanno una vita naturale: respirano e camminano, parlano e sentono al tatto ma, da un punto di vista Divino, sono privi di vita, perché mancano di quella Vita Soprannaturale secondo Dio, la Vita della Grazia, a paragone della quale qualsiasi altra vita è morte.

La morale del Cristianesimo non è, quindi, una mera cristallizzazione di norme psicologiche, emotive ed etiche; essa è bensì il possesso, nell’anima, di un fondamento di Vita Soprannaturale, di Vita Divina, che ha nome Carità, Amore Divino o Grazia.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

C’è una sola ragione per cui non siamo migliori, ed è perché non vogliamo essere migliori. Noi vorremmo essere migliori, ma chi vorrebbe si limita a desiderare. La volontà è la decisione tradotta in realtà dall’azione.

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C’è una sola ragione per cui non siamo migliori, ed è perché non vogliamo essere migliori. Noi vorremmo essere migliori, ma chi vorrebbe si limita a desiderare. La volontà è la decisione tradotta in realtà dall’azione. I più di noi fanno, circa il miglioramento morale, le stesse riserve che fanno circa la dieta: “Cominceremo domani”. Disse Sant’Agostino: “Vorrei essere casto, o mio Signore, ma non adesso, tra un po’ di tempo”…

La linea di confine tra peccato e virtù, tra mediocrità e santità, è la più esigua di tutte, perché tutto ciò che occorre è un atto efficace della nostra volontà in cooperazione con la Grazia di Dio. La nostra volontà è piena di scuse, di cui non ci rendiamo perfettamente conto perché ci rifiutiamo di affrontarle…

Noi siamo come navi con vele piene di buone intenzioni, ma non avanziamo perché siamo ancorati agli abissi…

Se non si ha Dio come Amore Supremo della vita, si ha un idolo di stagno, un “Ego-ideale”, in base al quale si giudica tutto ciò che si vede e si sente…In tali condizioni, tutto ciò che lusinga il nostro Ego ci sembra facile e piacevole, mentre arduo o folle è tutto quanto si riferisce a Dio…

Prima di poter resuscitare, dobbiamo discendere nell’inferno delle nostre riserve e presunzioni mediante una compiuta analisi introspettiva di noi stessi alla luce della Legge di Dio…

L’estirpamento delle nostre riserve e presunzioni è la condizione essenziale per vedere la Verità. Proprio perché la Verità è la nemica dell’inganno, l’Ego rifugge dall’affrontarla. Come Pilato, le volge le spalle e sogghigna: “Che cos’è la Verità?”.

Niente deturpa tanto la vita spirituale quanto codeste “cimici” nascoste nel motore della nostra anima, come l’egoismo, l’impurità, l’immoralità, la disonestà e il rancore. Fin quando non le si scovi e non le si conducano davanti a Dio, nessun progresso effettivo può verificarsi nell’ambito dello spirito.

Disse Sant’Agostino: “Il Tuo miglior servo, o Signore, non è tanto colui che si preoccupa di udire da Te ciò che desidera udire, bensì colui che vuol fare ciò che ode da Te”.

I più di noi fanno tribolare gli altri, ma pochi di noi sono disposti a far tribolare se stessi. Sanno bene che un cane non può essere addestrato senza pena e fatica, ma presumono di diventare moralmente buoni senza né sforzo né autodisciplina…

Pochissimi hanno un piano di azione che sia tanto ampio da includere la necessità di travagliarsi e mortificarsi per conseguire la perfezione morale. Ma la sola volontà di miglioramento non è sufficiente. Questa decisione è soltanto come aprire le persiane: immediatamente la luce inonda le tenebre.

Così è del cuore: quando esso ne riconosce la necessità, la Grazia di Dio comincia a riversarsi nell’anima, e da questa congiunzione della nostra volontà con il Potere Divino deriva una bontà che non è di questo mondo, nonché una pace interiore che nulla al mondo può distruggere.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

Grazia e libera volontà: DOBBIAMO VOLER COLLABORARE CON LA GRAZIA DI DIO!

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Quando l’automobile ha fatto il suo pieno di benzina, poi non si muove da sola. La Grazia non agisce come una moneta messa dentro a un distributore automatico, perché ci muove soltanto quando noi vogliamo che ci muova e quando lasciamo che ci muova.

L’ordine soprannaturale suppone la libertà dell’ordine naturale; e quindi non lo distrugge. Una sveglia vi può svegliare al mattino, ma non può farvi alzare dal letto. Così pure la Grazia di Dio aiuta, dirige, perfeziona le nostre azioni umane; ma a condizione che noi liberamente vi cooperiamo. Dio non sfonda le porte del libero volere.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Vi presento La Religione”)

NON TUTTI I CATTOLICI ANDRANNO IN PARADISO! Perché alcuni cattolici si perdono?

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Perché alcuni cattolici si perdono?

Primo, nessuno si separa dal Corpo Mistico di Cristo per vivere una vita più santa. Secondo, nessuno si allontana dalla Chiesa per dei dubbi sul Credo, ma per delle difficoltà riguardo i Comandamenti…

A questo mondo, nulla è più difficile ad essere capito, da coloro che vivono nel peccato, della Verità di Cristo vivente nel Suo Corpo Mistico. Ma, appena voltate le spalle al peccato, la Verità riappare in tutta la sua chiarezza.

Un ladro non ama la luce quando si accinge a rubare; l’uomo che conduce una vita di peccato, odia Cristo, Luce del Mondo.

Quando Dio punisce, ci lascia soli; e nulla vi è di più terribile al mondo che vivere soli con noi stessi. È il nostro “Ego” che brucia nell’inferno.

Coloro che sono fuori dalla Chiesa a causa di un cattivo matrimonio, soffrono di un’ansietà e un timore noti solo a quelli che non ricevettero mai la Santa Comunione. Essi si sentono delusi di ciò che hanno e, come Giuda, si accorgono di aver pazzamente venduto Gesù per un nulla. Il loro piacere diminuisce sensibilmente, gli anni passano, il corpo perde la sua bellezza. Essi hanno ciò che potrebbe definirsi la “grazia oscura”; quel senso di solitudine proprio di chi è separato da Dio. La “Grazia bianca” è la presenza di Dio nell’anima. La “Grazia nera” è la sensazione della sua assenza, l’impressione di essere “senza Dio”. Ogni volta che un uomo cade e si allontana da Dio, cade in se stesso. Ciò avviene quando il suo “Ego” diventa insopportabile.

Una cosa è certa: la nostra Fede non impedisce a una persona di peccare, non la rende impeccabile, ma toglie al peccato anche quelle gioie amare che potrebbe donare a chi lo commette. La coscienza inquieta diviene un po’ come il mal di denti che ripeta: “Vai dal dottore!”. Il rimorso e l’inquietudine sussurrano molesti: “Questa non è la strada che conduce alla pace; torna, torna a Dio!”.

Io scongiuro tutti coloro che lasciarono la Casa del Padre a voler tornare! Il nostro amore vi spalanca la porta, ve la tiene aperta ad ogni ora.

Gesù, il Buon Pastore, vuole che torniate!

La Madonna vuole che torniate! Ella sa che cosa voglia dire stare senza Gesù, perché Lo perse per tre giorni.

Gesù Vuole che torniate! Vi aspetta nel Suo Tabernacolo, perché Egli sospira di ridarvi il bacio che vi aveva dato nel giorno della vostra prima Comunione.

Vi attende nel Confessionale! Non potreste mai chiamare Gesù col dolce nome di Salvatore, se non aveste mai peccato.

Non disperate mai, mai! Finché non siate diventati infinitamente cattivi e il Signore abbia cessato di essere infinitamente Buono e Misericordioso. Non dovete mai disperarvi!

Vi sono del resto due vie per conoscere la Bontà di Dio: la prima è quella di non perderLo; l’altra è quella di ritrovarLo dopo averLo perduto. Sia almeno questa la vostra via, quella del ritorno.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 12 Marzo 1950”)

Talvolta le anime sono più vicine a Dio quando più se ne sentono lontane, al punto della disperazione…

Talvolta le anime sono più vicine a Dio quando più se ne sentono lontane, al punto della disperazione. Un’anima vuota, il Divino può colmarla; un’ anima tormentata, l’Infinito può pacificarla: ma un’anima orgogliosa, piena di sé, è inaccessibile alla Grazia.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Lift Up Your Heart – La Felicità del Cuore”)

LA PRESENZA DIVINA NELLA NOSTRA ANIMA- IL VERO RAPPORTO CON DIO, CHE LUI VUOLE AVERE CON NOI QUI ED ORA – LA PRESENZA DI DIO

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Così dice Gesù nel Vangelo di San Giovanni: “Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola, e Mio Padre lo amerà e Noi verremo a lui e in lui faremo la nostra abitazione” e San Giovanni nella sua prima lettera: “Dio è carità e chi abita nella carità, abita in Dio e Dio abita in lui”.

Come Adamo nel Paradiso terrestre, noi camminiamo in compagnia di Dio. Se voi siete nello stato di Grazia -in Grazia di Dio- Dio è più vicino a voi che non l’aria che respirate e gli amici che vedete. Questa presenza non è psicologica, cioè non consiste nell’immaginare che Egli sia con voi e neppure consiste in un ricordo vivo delle scene della vita del Signore Gesù; neppure è una materiale presenza, come sarebbe di un pugno di sale in una scatola. Non è neppure come la presenza universale di Dio che si trova in tutto il mondo con il suo atto creativo. Se così fosse, non vi sarebbe differenza fra un’anima in Grazia e un’anima in peccato mortale.

Mentre Dio è in ogni luogo con la sua potenza creativa, non è in ogni luogo con la Sua Grazia. Un falegname si trova nell’opera che costruisce con la sua forza, con l’idea e il suo scopo; ma nel proprio figliuolo, quel falegname, è in una maniera molto più intima. In maniera simile, con la Grazia, Dio abita nella nostra anima più intimamente di quello che Egli sia in ogni cosa, mediante la creazione.

Dio è presente con la creazione nelle stelle, nei fiori, nel tramonto del sole, senza che da parte di queste cose vi sia una risposta, perché esse non hanno la coscienza della sua presenza. Mediante la Grazia, invece, Dio si fa presente in noi in una maniera nuova. Non è presente con la Potenza, ma è presente con l’Amore. Per la Grazia, Dio è presente in modo più intimo che non sia la tavola pitagorica nella nostra mente o l’amore di nostra madre nel nostro cuore.

Una nuova cosciente relazione viene stabilita, non come di Creatore a creatura, ma come di sposo a sposa, come di marito a moglie. La vostra anima, quando è in Grazia, guarda a Dio non come all’Essere che vi creò e a cui voi siete unito per giustizia, ma come all’Amore che vi redense e a cui voi siete uniti con reciproci atti d’amore. Potete dire di possedere una cosa, soltanto quando potete liberamente usarne e goderne. Con la Grazia, Dio è nella vostra anima.

Esso non è come un recipiente passivo che contenga la potenza, l’amore e la verità di Dio, come il marmo conserva i segni dello scalpello. L’anima può reagire abitualmente e liberamente col possederLo in modo permanente…

Per la Grazia il vostro corpo diventa Tempio di Dio. Ecco la ragione fondamentale per cui un Cristiano deve essere puro nei pensieri e nelle azioni. Perché sa che il suo corpo è Tempio di Dio non deve mai macchiarlo con il peccato. Il fatto dell’inabitazione di Dio nella vostra anima è il fondamento di ciò che si chiama vita interiore.

Uno dei motivi per cui raramente avvertiamo la Presenza Divina nelle nostre anime attraverso la Grazia è il fatto di essere troppo assorbiti dalle creature. Ecco perché la vita cristiana viene chiamata una guerra, un combattimento e richiede la mortificazione. Come la vita fisica è la somma delle forze che resistono alla morte, così la Vita Spirituale è in certo modo la somma delle forze che resistono al peccato.

(Beato Fulton J. Sheen da “Vi presento La Religione”)