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“PERCHÉ CREDERE? 50 RISPOSTE SUL SENSO DELLA VITA” È STATO PUBBLICATO IL SECONDO VOLUME DELLA SUMMA DI FULTON SHEEN!

Si completano in questo secondo volume le cinquanta lezioni dell’arcivescovo Fulton Sheen sulle buone ragioni della fede. Con il consueto stile rapido e comunicativo, l’autore ci accompagna in un’analisi approfondita sull’Eucaristia, sulla questione della grazia e del peccato, sui sacramenti, sulla preghiera e sui comandamenti, sul mondo ultraterreno (i novissimi), soffermandosi anche sulla specificità dei ruoli maschile e femminile all’interno della comunità e nell’economia della salvezza.

Un’opera che monsignor Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester e lui stesso noto predicatore, definisce nella prefazione del primo volume: «quanto di più vicino a una Summa Sheeniana». In queste 50 lezioni, come del resto in tutta la sua opera, emergono lo stile brillante e la cultura (non solo teologica) del grande evangelizzatore statunitense, capace di parlare al cuore delle persone di ogni estrazione sociale e allo stesso tempo di esporre in modo chiaro le ragioni della fede.

Barron sottolinea a proposito «il talento dell’autore nel trovare analogie, paragoni e immagini per esporre i misteri cristiani. […] Non conosco nessuno, nella grande tradizione dell’omiletica cristiana, della catechesi o della teologia, in grado di praticare il metodo analogico con maggiore capacità di Fulton Sheen».

IL VOLUME È DISPONIBILE SUL SITO DELLA CASA EDITRICE ARES. QUI SOTTO IL LINK: 👇

https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere-vol-2/

QUI DI SEGUITO POTETE TROVARE UN ESTRATTO:

-La legge dell’amore: dedizione totale-

Tutto ciò che abbiamo discusso si può riepilogare nella differenza tra legge e amore. Nella vita cristiana non siamo governati esclusivamente dalla legge, dobbiamo andare oltre. Non accontentiamoci semplicemente di osservare i comandamenti, ma cerchiamo di essere vicini al Signore. È difficile? È possibile?

Ricordate, un giorno un giovane andò dal Signore e gli chiese che cosa dovesse fare per essere salvato e il Signore gli disse di osservare i comandamenti. Ne menzionò cinque o sei, come non rubare, non commettere adulterio e così via. Il giovane disse: «Ho osservato tutte queste cose sin dalla giovinezza». Il Signore allora aggiunse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri […] e vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21). Il giovane se ne andò triste, perché possedeva molto. Questo turbò gli apostoli. Ognuno deve vendere tutto per seguire il Signore. Dissero: «Allora, chi può essere salvato?» (Mt 19, 25). Il Signore rispose che non è possibile agli uomini con le loro forze, ma è possibile a Dio. Tutto è possibile a Dio; noi abbiamo la sua grazia.

Il cristianesimo è difficile da un punto di vista mondano, ma dona intima pace e gioia a coloro che obbediscono alla legge dell’amore del Signore. Quando comprendiamo in pieno il senso della legge, sentiamo il Signore dirci: «Dammi tutto, tutto di te. Dammi tutto il tuo essere». È una perdita? No, perché Lui ha detto: «Ti darò un nuovo io, ti darò Me stesso, la mia volontà diventerà tua». Cerchiamo di rimanere ciò che siamo e al tempo stesso di custodire la pace per quanto possibile. Vogliamo essere “buoni”. Vogliamo che i nostri cuori e le nostre menti vadano insieme; forse questo viene dopo il denaro, il piacere o il prestigio sociale e al contempo vogliamo comportarci con onestà, con purezza e osservando i comandamenti.

Il Signore ha detto: «Un cardo non può produrre un fico e un campo che contiene solo erba non può produrre grano» (Mt 7, 16-20). Se voglio produrre grano, il cambiamento deve avvenire in profondità. Devo lasciarmi arare e seppellire. Il Signore ha detto anche: «Se vuoi essere perfetto, […] vieni! Seguimi!» (Mt 19, 21) e ancora: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5, 48). Intende che dobbiamo lasciarci lavorare a fondo. È difficile, ma desiderarlo è ancora più difficile. Quando scendiamo fino in fondo, di che cosa abbiamo paura? Abbiamo paura di dare le nostre dita a Dio per timore che prenda tutta la mano. Nei nostri cuori coltiviamo dei piccoli giardini segreti, ma il frutto non è suo, è nostro. Lo nascondiamo a Lui, talvolta è un peccato di poco conto, un vizio o egoismo, qualsiasi cosa che ci toglie la piena gioia di essere cristiani. È difficile per un uovo trasformarsi in uccello, ma è ancora più difficile che possa volare rimanendo uovo. Noi ora siamo come uova e non possiamo continuare a essere soltanto buone uova. Un buon uovo è quello che si schiude.

Il Signore insiste su un certo tipo di morte; dobbiamo rinnovarla nelle nostre vite proprio com’è accaduto nella sua. Egli è il modello. A Nicodemo e a noi ha detto ripetutamente che per vivere ancora dobbiamo morire all’uomo vecchio (Gn 3, 1-21). Qualcuno spera che il pericolo sia superato perché Lui è un Salvatore gentile che riprende i peccatori ostinati senza far domande? Costui dovrebbe leggere il passo in cui Lui dice che al rigore della legge di Dio non sarà sottratto un solo iota (cfr Mt 5, 17). La grazia non è a buon mercato. Costa quanto la vita del Signore. Potete pensare a qualcosa di più costoso di ciò che un uomo deve pagare sulla croce? Se vogliamo la pace, dobbiamo pagarne il prezzo. Senza morire alla vita inferiore, non c’è pace, ma solo timore, e viviamo una sorta di mezza esistenza. Il Signore ha detto: «Chi vuol fare la sua volontà, riconoscerà se questa dottrina viene da Dio» (Gv 7, 17). Intende che una delle ragioni per cui ci sono agnostici e scettici è perché non osservano la legge di Dio. Se noi conosciamo la sua volontà, comprenderemo la sua dottrina.

Magari abbiamo insistito troppo sulla conoscenza della dottrina cristiana e non abbastanza sul fare. Il Signore ha detto: «Se farete la mia volontà, conoscerete la mia dottrina» (Gv 8, 31). Solo chi fa seriamente la sua volontà e mette in gioco la propria vita altrettanto seriamente su di essa giungerà a conoscere Cristo e tutto ciò che la sua Redenzione porta con sé. Il Signore si fa conoscere solo dagli avventurieri, non dai codardi. Il Signore è un disturbatore. Sembra irritarvi e vi spinge a una sorta di crocifissione. Potete essere dei mondani accomodanti, comodamente seduti nella vostra visione del mondo, ma, se prendete Cristo sul serio, dovrete rinunciare a quella comodità, perché è una falsa pace. La prima venuta di Cristo nelle nostre vite è quella di uno che ci viene a sconvolgere, ma una volta che ci diamo a Lui diventa il nostro difensore. Prima di avere Cristo, il nostro cuore ci accusa, siamo infelici delle mezze misure. Dopo esserci dati a Lui e alla sua legge d’amore, i nostri cuori sono in pace. Il suo atteggiamento cambia completamente una volta che noi abbiamo cambiato il nostro.

Ecco un altro modo di sottolineare la differenza tra i comandamenti e l’amore: «I comandamenti mi limitano soltanto». Li vediamo come ostacoli e impedimenti nella vita. Coloro che vivono per i comandamenti si chiedono: «Fin dove posso spingermi?», «Qual è il limite?», «Quanto posso accostarmi all’abisso senza cadervi?», «È peccato mortale?». Non è questa la via dell’amore né della pace. È il vecchio Adamo in me che parla in questo modo sui comandamenti. Quando mi limito a obbedire alle regole, non sono mai integro come persona. Ecco lo stato psicologico di chi si limita a obbedire ai comandamenti, senza il pieno coinvolgimento del cuore. Quando amo, sono una persona intera, perché l’amore coinvolge tutto il mio essere; di conseguenza non posso essere comandato. Fino a questo punto abbiamo detto che la dottrina morale cristiana è una dedizione totale a Cristo. Ci fissiamo sulla sua mente, pensiamo i suoi pensieri, amiamo ciò che Lui ama, e chiediamo a noi stessi qualsiasi cosa compiamo: «Questa cosa gli è gradita?».

C’è un altro risvolto dell’amore di Dio: l’amore del prossimo. Le due leggi vanno insieme. Amare il prossimo è farsi carico del suo peccato. Alcuni anni fa ricordo di aver incontrato una donna sconvolta perché suo figlio era stato arrestato. Penso che fosse il suo quarto arresto per delinquenza, furto e omicidio. Lei se ne vergognava e aveva il cuore spezzato. Mi chiedevo tra me: «Perché prova tanta vergogna?». Allora mi vennero in mente le parole del profeta Isaia riguardo al Signore e potevo dire di lei: «Si è caricata delle sue sofferenze, si è addossata i suoi dolori e il castigo che gli dà salvezza si è abbattuto su di lei» (cfr Is 53, 4-5). Solo dalle piaghe di lei, lui sarebbe stato guarito. Questa buona madre aveva pochissimi peccati nella sua vita, di certo non gravi, eppure l’amore l’ha fatta sentire peccatrice per amore di lui. Immediatamente si è chiarito il mistero: l’amore che una donna può provare per suo figlio la rende una sola cosa con lui. Il peccato, la disgrazia e la vergogna di lui diventano di lei, ed è la realtà più vicina su questa terra all’amore di Dio.

Dobbiamo vedere che ogni nostro peccato, disgrazia e vergogna diventano Suoi, che li ha portati nel suo stesso corpo sull’albero della croce. Ecco perché il perdono ha un prezzo e la grazia e il perdono non sono a buon mercato. Non dobbiamo pensare di essere devoti vivendo individualmente una vita santa ben separata dal prossimo, dal mondo e dall’umanità sofferente. Ecco qual era il problema di Simone il fariseo. La donna peccatrice venuta in casa che versava l’unguento sui piedi del Signore lasciò Simone scandalizzato. Non voleva entrare in contatto con una peccatrice, tutto preoccupato della propria osservanza della Legge e forse delle proprie colpe avvolte in una falsa pace. Il Signore disse a Simone: «Vedi questa donna? L’hai capita? I suoi peccati sono parte dei peccati del mondo». Egli stava prendendo i peccati di lei e l’unzione era una preparazione alla sua crocifissione e morte (cfr Lc 7, 36-50). Lei fu perdonata molto, e il perdono ha un prezzo terribile. Il perdono è l’amore in azione e l’amore significa portare il peccato. Il perdono si realizza solo portando il peccato, e questo esige una croce per Dio e per noi!

Il Signore ha detto: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, […] prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34). Il significato della croce è l’amore che si fa carico del peccato dell’amato per via dell’unione con lui. Noi possiamo conoscere il portatore, Cristo, solo se portiamo i peccati degli altri. Siamo redenti per essere redentori e non veniamo salvati finché Dio non ci rende salvatori. Un cristiano deve andare con il Signore nel Getsemani e passare da lì al Calvario, completando nel proprio corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo per amore del suo Corpo che è la Chiesa. Non possiamo lavarcene le mani come Pilato dicendo: «Non sono responsabile del sangue e delle sofferenze del mondo» (cfr Mt 27, 24).

La Chiesa è una chiesa, cioè un corpo di persone che portano il peccato, che amano con l’amore di Dio sparso nei loro cuori. Possono perdonare perché sono state perdonate. Coloro che sono stati amati diventano amanti. Se la Chiesa di Cristo non fosse unita dall’amore a tutta l’umanità, allora il peccato del mondo sarebbe il peccato della Chiesa, la disgrazia del mondo sarebbe la disgrazia della Chiesa, la vergogna del mondo sarebbe la vergogna della Chiesa, la miseria del mondo sarebbe la miseria della Chiesa; anzi non ci sarebbe affatto la Chiesa. La Chiesa non è e non può essere un fine in sé stessa, ma un mezzo di salvezza per il mondo, non solo per la nostra propria santificazione. Non possiamo salvarci da soli. Nel “Padre nostro”, non nel “Padre mio”, imploriamo il “nostro pane quotidiano”, non il “mio pane quotidiano”. La Chiesa è strumento di salvezza per l’umanità. Non è un rifugio pacifico, ma un esercito che si prepara alla guerra. Noi cerchiamo sicurezza, ma solo nel sacrificio, ecco il segno della Chiesa e il vessillo della croce.

Se il peccato dei nostri moderni bassifondi e la degradazione che ne deriva; se il peccato delle nostre case sovraffollate e la bruttezza e il vizio che portano; se il peccato di chi è senza cuore e senza scrupoli si staglia contro la squallida e degradante miseria dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina; se il peccato della truffa e della disonestà defrauda i poveri; se il peccato della prostituzione e dell’omicidio di donne e bambini per malattia; e se il peccato della guerra che gli altri hanno covato; se tutto non gravasse come un peso sulla Chiesa e su di noi, membra della Chiesa, e se non ne sentissimo dolore, non saremmo membra degne della Chiesa. Abbiamo perso la nostra vocazione. La moralità cristiana non è solo osservare i comandamenti; è amore, dedizione totale, e prendere su di sé i peccati degli altri. Ecco la legge nuova: amare Dio e amare il prossimo.

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LA VERA RIVOLUZIONE DI CUI ABBIAMO BISOGNO DEVE INIZIARE NELL’UOMO PRIMA CHE NELLA SOCIETÀ: “Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione che purghi il cuore dell’uomo dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria e dall’ira”

Questa liquidazione dell’uomo nel mondo moderno non sarà arrestata dalle semplici proteste di orrore. È necessario riconoscere l’iniquità della filosofia comunista, e cominciare ad affermare, qui negli Stati Uniti, il valore della persona umana come creatura di Dio. Come Hitler ha messo l’accento sulla razza, come Mussolini lo fissò sulla nazione, così i comunisti lo pongono sulle masse rivoluzionarie. È giunta l’ora di affermare la potenza, il valore e la vocazione dell’individuo, cioè ritornare a quella che giustamente Marx considerò la base della democrazia, cioè la verità che ogni uomo possiede un’anima immortale.

Quanto ora procuriamo di fare nel mondo occidentale è lo stolto tentativo di preservare i frutti del Cristianesimo senza conservarne le radici. La personalità ha una base religiosa. Una persona è un soggetto, non un oggetto. Una persona vale di più dell’intero universo: “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?”. Una persona realizza se stessa e arriva a una relativa perfezione nella società, ma solo in quanto possiede in se stessa un principio indipendente dalla società, ovvero un’anima. L’anima ha diritti antecedenti a qualunque Stato, o dittatore, o parlamento, o sovrano.

La Dichiarazione d’indipendenza americana dice: “Il Creatore ha dotato l’uomo di alcuni diritti inalienabili”. Il mondo deve allontanarsi dalla civiltà di massa restaurando il valore della persona. Il Signore dell’universo scorse un valore anche in un criminale d’infima specie e gli disse: “Oggi sarai con me nel Paradiso”. Questa promessa fu la pietra su cui poggiano le basi della democrazia. I comunisti hanno ragione nel dire che il mondo americano necessita di una rivoluzione. È vero: questo mondo ha bisogno di una rivoluzione, ma non della volgare rivoluzione comunista che si limita a trasferire il bottino dalla tasca di uno in quella di un altro.

Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione che purghi il cuore dell’uomo dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria e dall’ira. La vera battaglia contro il comunismo ha inizio nel cuore di ogni singolo americano. La rivoluzione deve aver inizio nell’uomo prima che nella società. La rivoluzione comunista è stata un fallimento basilare: non è abbastanza rivoluzionaria, perché lascia l’odio nel cuore dell’uomo. Più che del comunismo, dobbiamo aver paura di vivere senza Dio. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? (…)

Il fondamento di questa negazione sovietica della libertà religiosa è ovvio. Il comunismo è totalitarismo, e totalitarismo significa il possesso totale dell’uomo, anima e corpo. Una democrazia lascia l’anima libera di servire il suo Dio, ma il totalitarismo non può permettersi di concedere all’anima la libertà. Quindi deve perseguitare la religione. Dov’è l’anima, là c’è la libertà. Il ghiaccio non ha spirito: deve necessariamente essere freddo. Per estinguere la libertà, il totalitarismo deve perseguitare l’anima. L’esilio di Dio significa sempre l’esercizio della tirannide sull’uomo. (…)

Infine, una delle grandi differenze tra la Costituzione americana e la Costituzione sovietica è che la prima ha fondato un governo del popolo, mentre la seconda ha fondato un governo delle masse. Il popolo è costituito da persone. Una persona è un essere razionale autodeterminato, con una coscienza propria, e una personalità unica e incomunicabile, ed è fonte di diritti e libertà inalienabili.

Che cosa sono le masse? Sono persone che hanno perduto la propria coscienza; sono persone che non sono capaci di autodeterminarsi, nonostante siano mosse dall’esterno mediante la propaganda; sembrano come formiche nel formicaio dello Stato sovietico. Le masse non sono l’opposto della classe, ma sono l’opposto della personalità. Il loro cervello è stato “depurato” al punto che esse sono diventate pronte ad aderire spontaneamente a qualsiasi cosa venisse loro proposta, a patto che sia stata ripetuta un sufficiente numero di volte. Il pericolo grave, nelle democrazie, è che il popolo possa diventare “massa”.

Il governo americano non è un governo di masse. La nostra Costituzione inizia così: “Noi, popolo degli Stati Uniti… ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione per gli Stati Uniti d’America”. Lincoln, nel suo discorso di Gettysburg, fece eco alla nostra gloriosa Costituzione quando espresse la speranza “che il governo del popolo, esercitato dal popolo e per il popolo”, non potesse mai sparire dalla faccia della terra. Siamo popolo perché siamo persone; siamo persone perché abbiamo un’anima; se abbiamo un’anima, abbiamo dei diritti, e questi diritti ci vengono da Dio. Se desideriamo conservare il nostro profumo, dobbiamo conservare i nostri fiori; se desideriamo conservare i nostri diritti, dobbiamo anche conservare il nostro Dio!

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

CIÒ CHE LA CHIESA È, LO È IL MONDO. NON È LA POLITICA A DECIDERE PER LA PACE O LA GUERRA…LA CONDIZIONE DELLA CHIESA È DECISIVA!

Ciò che siamo noi, lo è la Chiesa; ciò che la Chiesa è, lo è il mondo. Il mondo, con tutto ciò che contiene, è in sostanza una strada maestra sulla quale la Sposa, ossia la Chiesa, avanza incontro allo Sposo per le nozze celesti. Non è la politica, in fondo, a decidere della guerra o della pace. Decisiva è la condizione della Chiesa che vive nel mondo e lo fa lievitare.

Leggere l’Antico Testamento è riconoscere nella storia la mano del Signore che benedice o punisce le nazioni a seconda dei loro deserti.
Ciò che noi facciamo per santificarci, santifica il mondo. Quando il pastore è pigro, il gregge è affamato; quando dorme, esso è perduto; quando è corrotto, il gregge si ammala; quando è infedele, perde il discernimento. Se il pastore non è disposto a sacrificarsi per le sue pecore, arrivano i lupi e se le divorano.

Ogni mattina, noi Sacerdoti teniamo nelle nostre mani il Cristo, che versò il sangue delle sue vene, le lacrime dei suoi occhi, il sudore del suo corpo per santificarci. Il fuoco di questo amore dovrebbe avvampare in noi con tale ardore da renderci capaci di comunicarlo agli altri!

Mentre il Signore è nuovamente crocifisso nell’anima dei peccatori, soffriamo noi per il gregge errante? Ci scaldiamo accanto al fuoco parlando con le serve come fece Pietro? Adottiamo, con i nemici della Chiesa, una posizione intransigente, dimenticando che da un Saulo fu tratto un Paolo?

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

-IMPORTANTI E PROFETICHE RIFLESSIONI DI FULTON SHEEN SULLA CRISI DELLA CHIESA NEL POST CONCILIO- LA CHIESA OGGI È COME IL POPOLO D’ISRAELE NEL DESERTO: (1) Disprezzo della Gerarchia, della Manna o dell’Eucaristia; (2) Ribellione contro l’autorità; (3) Mancanza di equilibrio durante un periodo di transizione.

Riflessioni di Fulton J. Sheen, dal libro “Those Mysterious Priests” del 1974

P.s. I pezzi sono stati tradotti in modo amatoriale dall’originale inglese.

1)LA CHIESA È CAMBIATA DOPO IL CONCILIO VATICANO II? LA CRISI E LE CONSEGUENZE CHE IL PENSIERO MARXISTA-COMUNISTA HA PROVOCATO NELLA CHIESA, NEI SACERDOTI E NEI FEDELI

2) I CATTOLICI PSICOTICI E NEVROTICI: GLI UNI VORREBBERO ISOLARE LA CHIESA DAL MONDO, GLI ALTRI VORREBBERO IDENTIFICARLA CON IL MONDO.

3)LA CRISI SACERDOTALE: IL DIVORZIO TRA IL SACERDOTE E LA VITTIMA. CRISTO È SIA SACERDOTE CHE VITTIMA

4) LA CHIESA OGGI È COME IL POPOLO D’ISRAELE NEL DESERTO: (1) Disprezzo della Gerarchia, della Manna o dell’Eucaristia; (2) Ribellione contro l’autorità; (3) Mancanza di equilibrio durante un periodo di transizione.

BUONA LETTURA E RIFLESSIONE!

Due pensatori hanno fatto il pensiero dei nostri tempi: Freud e Marx. (…) Il primato del piacere, il rifiuto della disciplina e dell’autocontrollo, e la licenza del sesso, divennero l’espressione degli opuscoli di Freud, sia che egli ammettesse o meno queste idee. La Rivoluzione, il Socialismo e il Maoismo divennero l’eredità dell’autore di “Das Kapital-Il Capitale”… Marx-Marcuse-Mao.

Che effetto hanno avuto questi pensatori sulla religione? Il rapporto di Freud con essa è stato trattato nel nostro libro “La Pace dell’Anima”. La nostra preoccupazione qui riguarda il marxismo e la sua ripercussione sulla religione e, in particolare, sul sacerdozio.

Marx e i Preti? Quei misteriosi Sacerdoti!

È possibile che i cambiamenti di mentalità di pochi siano dovuti più a Marx che a Marco, più al comunismo che al Vangelo? Non è che il clero legga Marx. Un cinico potrebbe dire che non leggono più di Karl Marx che di San Tommaso d’Aquino. Ma non hanno bisogno di leggere. Le idee diventano atmosfera; i libri generano lo Zeitgeist (lo spirito del tempo). La stampa quotidiana non riporta note a piè di pagina, ma ha una filosofia di vita che i creduloni seguono, e che i saggi riconoscono. L’origine filosofica del marxismo non ci riguarda qui, ma come esso sia diventato inconsciamente un emisfero in alcuni cervelli religiosi.

Il marxismo sosteneva che “la religione è l’oppio del popolo”. Oggi questo può significare che la politica è l’eroina della religione. Non che alcuni siano consapevolmente marxisti; non lo sono, più di quanto chi usa la parola “filantropico” sappia di parlare greco. I laici sanno solo che la Chiesa è “cambiata”. Alcuni direbbero che è stato “l’abito”; altri, “la perdita del Latino”; altri, “l’emergere del potere dal basso”. Ma noi crediamo che i principi assunti e inconsci abbiano prodotto mutazioni in un piccolo gruppo di specie sacerdotali.

Queste sono le idee marxiste incorporate o riflesse inconsciamente in alcuni pastori e in alcune pecore della Chiesa:

  1. L’unica realtà è sociale, cioè il modo in cui gli uomini vivono nell’ordine politico, economico e sociale. Quindi, essere interessati alla salvezza dell’anima individuale è essere “borghesi” o “capitalisti”. Poiché l’ordine sociale è primario per la persona, la catechesi inizia con la comunità; il valore della persona è giudicato dal suo servizio all’ordine sociale.
  2. L’arte, la religione, la cultura, la filosofia e la morale sono sovrastrutture costruite su metodi di produzione. Se il capitalismo è il sistema economico al potere, allora naturalmente c’è un comandamento: “Non rubare”. Questo è stato inventato per proteggere i diritti di proprietà. Se il capitalismo e il governo che lo sostiene vengono distrutti, non c’è più bisogno della religione e della moralità borghese. La “novità” è quindi la laicità o la salvezza del mondo politico-economico. Il Regno di Dio diventa il Regno del mondo. La Teologia e la pietà sono Super-Ego o ideologie inutili.
  3. L’undicesima tesi di Marx su Feuerbach afferma che “i filosofi hanno solo interpretato il mondo; il punto è cambiarlo”. Ciò che è importante è quello che un uomo fa, non quello che un uomo pensa o crede. Applicato all’educazione teologica, questo significa che i corsi sui dogmi, la morale e le Scritture sono solo razionalizzazioni di un sistema antiquato e, quindi, “irrilevanti” per l’unica realtà che è la società. Come osserva Merleau-Ponty, “l’attivismo non lascia spazio all’intimità spirituale”.
  4. Il Sacerdote è chiamato a riparare il mondo, o forse a “lasciarlo”. I suoi sermoni devono essere su questioni sociali. La spiritualità è “privatizzazione” e i discorsi pubblici dovrebbero, quindi, ignorarla.
  5. Il mondo è l’oggetto della salvezza, non l’anima, non la Chiesa. Un sacerdote o un religioso, quindi, deve identificarsi più nell’abito, nelle abitudini e nel linguaggio, con ciò che deve essere salvato socialmente, piuttosto che con il culto, la liturgia e il sacramentale.
  6. “Un essere si mostra indipendente quando sta in piedi da solo, quando deve la sua esistenza a se stesso. Un uomo che vive per la grazia di un altro è un essere dipendente” (Marx). L’accettazione dell’autorità papale, o l’obbedienza a un vescovo, è un tradimento del diritto di ogni individuo di determinare ciò che è giusto. L’autorità viene dal basso, non dall’alto come Cristo disse a Pilato.
  7. Marx secolarizzò l’idea del giudizio alla fine dei tempi che avrebbe inaugurato una “terra nuova”; la rivoluzione Comunista è l’equivalente della Seconda Venuta. Il Paradiso attraverso il comunismo, o dopo una severa e violenta distruzione del capitalismo, e la pace finalmente arriva sulla terra. Per la chiesa significa questo: “Gesù era un rivoluzionario”, o “la teologia è politica”.
  8. Un’altra tesi di Marx era: “La critica alla religione è l’inizio di tutte le critiche”. La protesta è l’introduzione al miglioramento sociale. La forza del clero contro l’ “establishment”, quindi, non risiede in un programma positivo, ma in quella che Cohn-Bendit ha descritto come “spontaneità incontrollabile”. Un Sacerdote fa “le sue cose”; un sogghigno contrariato all’Humanae Vitae è più efficace di un attacco razionale che richiede studio e pensiero. (…)

Poiché il “mondo” è ambiguo, è possibile cadere negli abissi da entrambi i lati della strada della verità, producendo così gli psicotici e i nevrotici. Uno psicotico crede che due più due fa cinque; un nevrotico crede che due più due fa quattro, ma diventa pazzo per questo. I nevrotici si aggrappano al reale e dimenticano l’ideale.

Nella Scrittura, la Chiesa è simboleggiata dalla roccia che è stata colpita e da essa ne sono uscite acque vive. La roccia è permanente, le acque rappresentano il cambiamento e il dinamismo della Chiesa. Gli psicotici si aggrappano alla roccia e dimenticano le acque; i nevrotici nuotano nelle acque e dimenticano la roccia. Gli psicotici vogliono solo il letto del fiume; i nevrotici solo l’acqua che scorre. Gli psicotici isolerebbero la Chiesa dal mondo; i nevrotici identificherebbero la Chiesa con il mondo. Per gli psicotici la religione è cultica; per i nevrotici è attivistica.

Quando il Faust di Goethe cominciò a tradurre il Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo”, esitò, perché non poteva sottoscrivere il primato della Parola di Dio. Così, invece, scrisse: “In principio era l’Azione”. La verità, che manca sia agli psicotici che ai nevrotici, è che il Verbo si è fatto Carne. La biforcazione e il divorzio di quelle cose che Dio voleva che fossero tenute insieme, ha dato inizio a una divisione teologica simile alla scissione di un atomo.

L’ideale della spiritualità si trova nelle prime e ultime parole della vita pubblica di Nostro Signore. La prima parola della Sua vita pubblica è stata: “Venite” (Giovanni 1:39). L’ultima parola è stata: “Andate” (Marco 16:20).

Il discepolo viene prima di tutto per assorbire la Sua Verità, per infiammarsi con il Suo Amore; poi, e solo allora, va a compiere la sua missione.

Entrambe le parole sono riassunte nel passo della chiamata dei discepoli: “Chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da Lui. Ne costituì Dodici perché stessero con Lui e per mandarli a predicare” (Marco 3,14).

Purtroppo oggi abbiamo troppi “vai-andate” e non abbastanza “vieni-venite”. Il giusto equilibrio si ritrova nella storia di Marta e Maria che segue nel Vangelo quella del Buon Samaritano. In quest’ultimo caso si loda il servizio sociale. Ma nella storia di Marta e di Maria, si suggerisce che non dobbiamo essere troppo assorbiti dal servizio, perché se siamo troppo assuefatti al servizio non abbiamo tempo di sederci ai piedi di Gesù per imparare le Sue lezioni. (…)

Se in Cristo, l’essere Sacerdote e Vittima sono inseparabili, non dovrebbe essere così negli “altri-Cristi”? Perché ci siamo considerati solo come offerenti e non come offerti, come predicatori e non come vittime di peccato, come operatori sociali e non come redentori? La fuga di molti sacerdoti dall’altare al mondo non è forse la prova di un certo malcontento interiore per il fatto che la Chiesa è stata troppo isolata dalle angosce e dalla povertà che il peccato ha causato?

I cattolici psicotici insistono ancora sull’aspetto cultuale, ministeriale, ecclesiale del sacerdozio; i nevrotici vogliono essere legati al mondo politico, economico e sociale che Cristo è venuto a redimere. Né l’uno né l’altro sono efficaci. Gli psicotici si preoccupano troppo del proprio popolo di Dio, e finiscono per parlare come imbalsamatori a imbalsamatori, troppo indifferenti alle esigenze del mondo non redento. I nevrotici vedono che il mondo ha bisogno di essere riadattato, ma troppo spesso si allontanano da Cristo e finiscono per fare lo stesso lavoro dei benefattori sociali e dei comunisti, ma non altrettanto bene, perché il loro servizio è spesso al costo di un abbandono alla vocazione della Santità di Dio.

Il Sacerdote è chiamato ad essere una vittima del peccato come lo era Cristo. Ciò non significa che debba indossare camicie di pelli. La penitenza non richiede oggi camicie di pelli; i nostri vicini sono “camicie di pelli”. Vittima significa piuttosto che noi sentiamo la colpa e il peccato del mondo come se fosse nostro e, attraverso la costante unione con Cristo, cerchiamo di riconciliare a Lui tutta l’umanità. Amore significa identificazione con gli altri, non solo con le pecore dell’ovile, ma anche con coloro che non ne fanno parte. Molti divulgatori di Dietrich Bonhoeffer hanno glorificato la sua “religione mondana” senza sapere che egli l’ha definita come l’identificazione con il sacerdozio-servizio di Cristo…

Se il peccato è finito, il sacerdote deve essere solo un sacerdote; ma se il Calvario continua, allora il Cristo glorificato può ancora chiedere: “Perché mi perseguitate? (At 9,4). Se Dio appare morto nella nostra era nucleare, è perché i cristiani e gli aridi hanno isolato Cristo dalla sua croce.

Alcuni sacerdoti e religiosi hanno amore a sufficienza per gli affamati, ma non abbastanza per redimersi dalla colpa. Il sacerdote, per relazionarsi meglio con il mondo, può predicare un “Cristo sociale” o un “Cristo politico” o un “Cristo rivoluzionario”, ma tale indifferenza nei confronti della crocifissione produce prediche che “suonano l’ottone e tintinnano i cembali”. L’impegno intellettuale e morale del sacerdote al Sermone della Montagna ha bisogno anche dell’abbandono esistenziale al prolungamento della Croce. Madre Teresa di Calcutta ha espresso questa idea: “Servire i poveri senza l’amore di Cristo crocifisso è un lavoro sociale”. (…)

Il divorzio del sacerdozio dall’essere Vittima permette al sacerdote di rimanere nel suo santuario, nella sua parrocchia, nella sua diocesi, senza l’amore del mondo sofferente che l’esser Vittima esige; permette anche alla vittima di giustificare il suo sopperire alle necessità del prossimo affamato, senza la santità che il sacerdozio richiede. La critica di chi si muove verso il bisogno del mondo è spesso ingiustificata. In realtà, si rivolgono contro l’isolamento del Divino dal secolare. La Chiesa deve sempre pagare una penale per aver trascurato un aspetto di Cristo fino alla dimenticanza di un altro. La fuga di sacerdoti e religiosi verso il mondo di oggi è in parte dovuta alla trascuratezza del coinvolgimento della Chiesa con il mondo in cui la Chiesa vive, si muove ed è. Non consapevolmente, ma inconsciamente sottolineano il carattere di Servo di Cristo. Se Dio ha tanto amato il mondo da mandare suo Figlio in esso, perché non dovrebbero andare nella stessa area della redenzione?

Karl Marx ha dato il primato anche ai diseredati economicamente. C’è una differenza tra Marx e il sacerdote-vittima in questa dedizione. Perché Francesco d’Assisi è diventato un santo e Marx no? Che cosa ha fatto di Elisabetta d’Ungheria, nel suo amore per i lebbrosi e gli orfani, una santa? Che cosa ha reso santa Edvige nella rivoluzione politica e sociale che ha compiuto in Slesia? Che cosa ha fatto di Caterina da Siena una santa nelle sue audaci direttive al Papato? Che cosa ha fatto di un Vincenzo de’ Paoli un santo nella sua raccolta dei poveri? Che cosa li ha resi santi nel loro coinvolgimento nel mondo, mentre tanti uomini e donne chiamati ad uno stato santo oggi si allontanano dalla santità, dal celibato e da Cristo? È perché il servizio di Caterina, Vincenzo de’ Paoli, ecc. non è mai stato separato dal loro essere Vittime.

Una volta che il sacerdozio diventa esclusivamente cultuale, sacramentale ed ecclesiale, perde la sua missione a favore di chi non è dell’ovile e per un mondo “in punta di piedi in attesa della redenzione”. Dall’altra parte, la reazione del sacerdote al solo mondo, trasforma i sacerdoti in politici, i chierici in sociologi, i religiosi in visionari dagli occhi tristi. Cristo è sia Sacerdote che Vittima. Le due condizioni non avrebbero mai dovuto essere separate. (…)

Il pericolo più grave per la Chiesa nel futuro è la politicizzazione o la trasformazione della teologia in politica, dei seminari in scuole di servizio sociale e della predicazione della Parola di Dio in una vaga nozione di “presenza”. Un’amnesia intellettuale fa dimenticare ad alcuni nella Chiesa il potere demoniaco che si nasconde dietro gli “exousiai” o poteri del mondo (1 Corinzi 15:24). Si dimentica anche il fatto che la preghiera è l’azione politica più importante che il cristiano possa fare. La vita di preghiera è molto più importante di tutte le proteste, i roghi, le manifestazioni, le preghiere sulla Fifth Avenue davanti alle telecamere e i digiuni sui gradini del Municipio. “Quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri (NBC, ABC e CBS: canali TV) che digiunano” (Matteo 6:16).

In quasi tutti i casi in cui i sacerdoti e i religiosi hanno divorziato dal Cristo che è sia Offerente (Sacerdote) che Offerto (Vittima), ciò ha provocato un declino della preghiera, un tradimento della verità rivelata o l’apostasia. Quello che sta accadendo è in realtà una volgarizzazione sacerdotale dell’estremismo politico. Poiché la Chiesa è stata talvolta in ritardo nell’attuazione della giustizia sociale, alcuni ecclesiastici che passano rapidamente dall’ignoranza all’estasi, trasformano i pulpiti in verbosità rivoluzionaria di seconda mano e in un vacuo rock and roll sociologico. Diventano come code di aquiloni e pistole a spruzzo omiletiche. Quando l’Anti-Cristo apparirà sarà, come avverte San Tommaso d’Aquino, una “Potestas Politica”, un Potere Politico. (…)

-Il Prete: Sacerdote e Vittima-

Nel continuare l’ufficio di mediazione di Cristo, il sacerdote-vittima deve essere santo ed “empio” (unholy?); santo, perché in intimità con il Padre; empio, perché non negherà mai la sua responsabilità per la cattiveria degli uomini. La ragione fondamentale della confusione nel ministero di Cristo negli ultimi decenni è stata: l’identificazione del sacerdozio con la liturgia e la cerimonia invece che con la santità; e l’identificazione dell’esser vittima con l’azione sociale invece che con la colpa umana. Il sacerdote è stato collegato solo con l’altare; la vittima esclusivamente con la povertà, piuttosto che con la fragilità, l’ignoranza, e la sofferenza umana. Quando il sacerdozio non significò più una relazione verticale con la santità di Dio, e l’esser vittima non fu più una relazione orizzontale con tutti gli uomini che sono venuti meno alla gloria di Dio, allora il sacerdote fu incatenato al santuario e la vittima all’interno della città. Non solo divorziarono dal loro intento originario di santità e unità con l’umanità ferita, ma cominciarono a litigare tra di loro, ciascuno incolpando l’altro di aver mancato alla sua vocazione; il giovane incolpò il vecchio di aver dimenticato i bisogni del mondo; il vecchio incolpò il giovane di aver ignorato la salvezza delle anime. La lite tra il “divino e il secolare” è solo una fase del divorzio che ha separato ciò che Dio aveva unito. La secolarizzazione divenne una reazione naturale contro il sacerdozio che era estraneo alle persone, ai problemi e alla povertà al di fuori della parrocchia. Non si trattava di una semplice divisione tra l’ultraterreno e questa terra, anche se coloro che traducevano l’esser vittima in una sociologia erano davvero molto mondani, mentre gli altri non erano sempre celesti e ultraterreni, ma semplicemente gretti e limitati. Il sacerdozio non è semplicemente cultuale, più di quanto l’esser vittima non sia una sfilata dei diritti civili. Il sacerdote-culto è diventato antisociale e il sacerdote sociologico è diventato anti-santità. Il sacerdote-vittima comprende entrambi, perché in grado eminente conosce sia l’impotenza e la frustrazione dell’uomo come peccatore, sia l’altezza della sua potenzialità di santità. Ai tempi di Paolo, gli ebrei chiedevano i miracoli e i greci la saggezza; così oggi, i sacerdoti chiedono il servizio pastorale e le vittime il servizio sociale. Ma, dice Paolo: “Noi annunciamo Cristo – sì, Cristo inchiodato sulla croce” (1 Corinzi 1,23). I sacerdoti che negano la loro responsabilità vittimale verso il mondo sono come i farisei che non avrebbero niente a che fare con i pagani; le nuove “vittime”, che identificano il Regno di Dio con la città secolare, sono come gli zeloti la cui unica missione nella vita era scacciare i Romani.

Il pensiero russo pre-sovietico ci dà una lezione della profonda unità sacerdote-vittima. Per esempio, Nekrasov che era profondamente preoccupato per il dolore della servitù della gleba e dell’oppressione scrisse:

“Sono stato chiamato a cantare le tue sofferenze, o nazione così incredibilmente paziente, Per il bene di una goccia del tuo sangue in me Perdona i miei peccati, o mio paese”.

Il suo cuore era nell’ordine sociale per migliorare le sofferenze della Russia, e tuttavia il suo profondo senso di santità gli faceva pensare alla testa coronata di Cristo.

“Ci sono tempi, ci sono epoche in cui niente è più desiderabile, niente di più bello di una corona di spine. Ma solo la corona di spine, oh Russia, si addiceva alla tua cupa bellezza.”

Il sacerdote-vittima come strumento del ruolo mediatore di Cristo è vincitore perché Lui è vittima. Dio fornisce la Vittima dal suo stesso seno, perché la Vittima è il suo stesso Figlio. Colui che è uno con il Padre nella sua santità, è allo stesso tempo identificato con i peccatori. La teologia dell’azione sociale orizzontale, separata dalla presa verticale della santità, è il marxismo senza Cristo. Cristo ha la signoria su tutti gli strati della società, ed è imperativo per tutti nella Chiesa rendere il Vangelo disponibile a tutta l’umanità. Il servizio d’amore all’umanità è un riflesso dell’amore di Dio. Un ministero che diventa così impegnato a portare striscioni e protestare contro le ingiustizie, e tuttavia non fa alcun tentativo di guadagnare le anime a Cristo, diventerà presto sterile e moribondo. Il sacerdote-vittima ha esattamente la stessa missione di Cristo: il riciclaggio della spazzatura umana. Il divorzio tra marito e moglie mette in pericolo i figli; il divorzio tra sacerdote e vittima danneggia la Chiesa. Ma una volta che il sacerdote è santo perché il Signore è Santo, una volta che il sacerdote è vittima perché il Cristo senza peccato è morto per i peccatori, allora le ferite della Chiesa diventano cicatrici gloriose. (…)

La Chiesa è il corpo di Cristo. Come il mio corpo è composto da milioni e milioni di cellule, e tuttavia esse costituiscono un solo corpo perché vivificato da una sola anima, presieduto da una testa visibile e governato da una testa o mente invisibile; così il corpo di Cristo è composto da milioni e milioni di persone che lo hanno accettato come Verbo. Pur essendo molte, esse sono una cosa sola perché questo Corpo è vivificato dallo Spirito Santo, presieduto da un capo visibile, il Papa, e sotto la direzione del Capo invisibile, Cristo in Cielo. Come nessuna cellula può vivere separatamente dal corpo, ma il corpo può vivere senza una cellula in particolare, così la Chiesa può vivere senza di me, ma io non posso vivere in totale partecipazione con il “segno e sacramento della salvezza del mondo” se non sono almeno spiritualmente legato ad essa.

Cristo rivive la sua vita nella Chiesa. Il Vangelo è la preistoria della Chiesa; la Chiesa è la post-storia del Vangelo…Non vediamo la Sua Bellezza nascosta nel Suo Corpo Mistico più di quanto non avremmo visto la gloria nascosta nel Suo Corpo Fisico, assetato al pozzo di Giacobbe, o reso il giocattolo dei soldati nel pretorio di Pilato o con le mosche che ronzavano sul Suo Volto torturato. Se ci furono scandali associati alla Sua vita fisica, tanto che Egli pregò che i Suoi seguaci non si scandalizzassero in Lui, perché non dovremmo aspettarci scandali nel Suo Corpo, la Chiesa? Quando oggi vediamo alcuni lasciare la Chiesa, questo prova forse che essa non è più il Suo Corpo, più di quanto Egli non fosse Divino quando “tutti lo lasciarono e fuggirono”?

Il Corpo di Cristo è diventato oggi il bersaglio in un gioco di freccette teologiche. Come i secolaristi dicono che Dio è morto, così i necro-ecclesiologi proclamano solennemente: “La Chiesa è morta”. Per alcuni è ritenuta troppo santa; per altri troppo umana; come Caifa Lo rifiutò perché pretendeva di essere divino, e Pilato Lo crocifisse perché non era sufficientemente uno con Cesare. La Chiesa non va mai d’accordo con il mondo, così come Israele, perché entrambi hanno la vocazione divina di essere un popolo a parte e separato…

-Anticorpi della Chiesa-

Nei trapianti di cuore, il corpo spesso rigetta il nuovo cuore perché è estraneo alla storia organica del corpo. Questi anticorpi nella struttura umana sembrano risentire dell’intrusione di ciò che è contrario al suo benessere. Il corpo di Cristo ha anticorpi che combattono contro i trapianti di secolarismo, eresia ed errore. Potrebbe davvero essere che alcuni in realtà non lascino la Chiesa; è la Chiesa che li rifiuta. Il sacerdote o il religioso indifferente che non arde mai di zelo per Cristo, ma che conduce una vita pigra o comoda, può essere raffigurato nel Libro dell’Apocalisse come se venisse scacciato violentemente dagli anticorpi della Chiesa. “Ma poiché siete tiepidi, né caldi né freddi, sarete vomitati dalla mia bocca” (Apocalisse 3:16). Gli omosessuali, gli amanti del denaro e della carne, o i ribelli alla santità, non lasciano tanto la Chiesa; piuttosto il Corpo di Cristo la rende così scomoda per loro con la sua enfasi sulla solidità dei costumi e sulla devozione alla verità che non possono vivere o respirare in essa. Un marito adultero lascia la moglie, o la fedeltà e le lacrime della moglie costituiscono una specie di inferno per la coscienza inquieta del coniuge adultero, così che egli sente di dover lasciare sua moglie? La sua buona condotta è un tale rimprovero per lui che non può più sopportare il sacramento del matrimonio.

Nei giorni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II, i seminari iniziarono giustamente a formare i seminaristi in attività sociali e pastorali, ma trascurarono erroneamente la disciplina e la vita spirituale. Il risultato fu che non appena i giovani pulcini furono covati, si misero a correre con le volpi. San Giovanni ha un’analisi penetrante di questo improvviso abbandono dell’altare: “Sono usciti dalla nostra compagnia, ma non ci sono mai appartenuti veramente; se lo avessero fatto, sarebbero rimasti con noi. Sono usciti, perché sia chiaro che non tutti nella nostra compagnia vi appartengono veramente” (1 Giovanni 2,19). È come se l’organismo umano dicesse al cuore trapiantato: “Tu non eri con me fin dall’inizio”. La “compagnia mista” che aderì agli israeliti quando lasciarono l’Egitto e causò loro tanti problemi, ha la sua controparte nel Nuovo Israele o la Chiesa. Essi sono in esso ma non ne fanno parte.

Quello che era il “cristianesimo borghese” un secolo fa, oggi è il “cristianesimo secolare”. Come i sovietici hanno sostituito uno stile di vita borghese per l’ “élite della classe operaia”, così oggi alcuni discepoli di Cristo hanno abbandonato la vita di Cristo per essere più adatti al loro ambiente secolare. Non è il modello di Cristo che determina la loro vita; è la mentalità del loro gruppo. Come alcuni ecclesiastici sono scesi a compromessi con la monarchia dominante di Luigi XIV, e più tardi con il capitalismo del XIX secolo, così oggi alcuni stanno scendendo a compromessi con il secolarismo di massa del XX secolo… La “presenza cristiana”, che spesso è solo una presenza fisica senza lo Spirito di Cristo, addolcisce solo il mondo, ma non lo riconcilia con Dio. (…)

Le virtù che rifiutiamo di acquisire, cerchiamo di distruggerle. Il santo è il bersaglio, perché la santità è un giudizio. Quando l’innocenza non può essere sopportata, viene crocifissa.

Non dobbiamo aspettarci la perfezione nella Chiesa, solo la virtù. Dei dodici apostoli, uno ha tradito; degli otto nell’arca, uno era un reprobo; delle dodici tribù, due hanno rifiutato di attraversare il Giordano per amore dei pascoli ricchi; dei settanta discepoli, alcuni non hanno più camminato con Lui; e degli otto diaconi, uno è decaduto. Ma il Signore permette che la zizzania cresca con il grano fino alla mietitura e alla grande separazione. Si spezza il cuore di un vescovo quando un prete lascia la sua unità indivisa con Cristo; si addolora il cuore di un prete quando vede uno dei fratelli “tornare nel mondo”. La Chiesa è sempre disposta a riprendere gli erranti nel tesoro delle sue anime, ma mai gli errori nel tesoro della sua saggezza.

La Chiesa è come un ospedale. Guardato dal punto di vista degli oppositori, che cos’è? Pus, parassiti, sangue, malattie, amputazioni, urla, tagli, dolore, corpi contorti. Ma è per questo che esiste l’ospedale? Visto da un altro punto di vista, un ospedale è: cura, amore, guarigione, conforto, aiuto, legame, conoscenza e dimenticanza di sé. Quelli di noi che ancora servono non possono puntare il dito accusatore contro quelli che se ne vanno; non conosciamo le loro prove e tentazioni. Ma ciò che la caduta dei religiosi e dei sacerdoti dovrebbe fare in noi è eccitare il nostro essere vittime. Sono nostri fratelli e sorelle; possono aver disonorato la famiglia, ma appartengono alla nostra famiglia. Dove meglio ci afferra questo profondo senso di esser vittime se non nell’Ora Santa dove ci addoloriamo con il Cuore ferito di Cristo e preghiamo per coloro che possono, nelle loro notti insonni e nella loro esausta vita sessuale, desiderare ancora una volta non i vasi di carne dell’Egitto, ma il Calice della Benedizione che è il Sangue del Signore? Alcuni di loro stanno attraversando l’inferno, perché uno che ha assaggiato la dolcezza del Signore non può mai essere soddisfatto del fiele amaro. Riscattando uno solo di loro per il Signore osservando l’Ora Santa, abbiamo già, come ci dice San Giacomo, salvato la nostra stessa anima. (…)

-La Chiesa del Deserto-

La Chiesa oggi è come la Chiesa nel Deserto. Per Chiesa del Deserto intendiamo gli israeliti, il Qahal, il popolo di Dio quando, dopo quattrocento anni di schiavitù in Egitto, partì per la Terra Promessa di Canaan. La moderna Chiesa del Deserto è come la vecchia Chiesa del Deserto in tre modi: (1) Disprezzo della Gerarchia, della Manna o dell’Eucaristia; (2) Ribellione contro l’autorità; (3) Mancanza di equilibrio durante un periodo di transizione.

(1) La Chiesa fino al Concilio Vaticano II era più separata dallo spirito del mondo di adesso. Ma da quando è stata posta la giusta enfasi sull’essere più coinvolta con il mondo e le sue necessità, si è cominciato a sentire un desiderio per i “vasi di carne” dell’Egitto moderno. Alcuni sacerdoti e religiosi si sentivano molto meno a loro agio nell’essere identificati con quello che chiamavano “l’istituzione”. Un declino nella venerazione per l’Eucaristia si sviluppò nella Chiesa come ci fu un rifiuto della Manna tra gli israeliti. “Non c’è nessuno che ci dia del cibo? Non c’è nulla dovunque guardiamo, tranne questa manna” (Numeri 11:4-6). Nella Chiesa iniziò un desiderio per le concupiscenze del mondo. Pensateci! “In Egitto avevamo pesce a volontà, cetrioli e meloni, porri e cipolle e aglio”. L’aborto, la violenza, il divorzio e il ripudio dei voti che appartenevano all’Egitto del mondo erano ora accettati o difesi da alcuni. Non c’era più una solida falange morale contro lo spirito del male. Non era più importante ciò che la Chiesa credeva o il Santo Padre insegnava, o ciò che la Parola di Dio ammoniva; la coscienza individuale per e da se stessa diventava l’unico standard di giusto e sbagliato: “Ognuno di noi faccia ciò che gli piace” (Deuteronomio 12:8).

(2) Una seconda ragione per cui siamo come la Chiesa del Deserto è che in entrambe c’è una ribellione contro l’autorità. Gli israeliti credevano di essere tutti uguali nonostante qualsiasi chiamata di Dio. L’autorità divenne ripugnante o perché c’era gelosia nei confronti di chi la esercitava, o perché l’ego divenne un dio e non avrebbe sopportato alcun dio al di sopra di esso. Il popolo di Dio protestò contro l’autorità che Mosè e Aronne avevano su di loro: “Voi prendete troppo su di voi. Ogni membro della comunità è santo e il Signore è in mezzo a tutti loro. Perché vi mettete al di sopra dell’assemblea del Signore?”. (Numeri 16:3). Il Papa, i vescovi, i pastori, i superiori religiosi e i sacerdoti in vari gradi vengono contestati perché il sentimento generale è che coloro che risentono dell’autorità sono già abbastanza santi. Perché il Papa dovrebbe guidarli nella morale non più di Mosè? Sia del vecchio Israele che del nuovo si può dire: “Non tutti i discendenti di Israele sono veramente Israele” (Romani 9:6), né tutti nella Chiesa sono veramente della Chiesa.

(3) La Chiesa come Israele è in transizione. Come Israele si trovava tra l’Egitto e la Terra Promessa, così la Chiesa si trova in questo deserto attuale vagando tra ciò che è e ciò che alla fine diventerà. Possiamo solo pregare Dio che questo periodo di peregrinazioni dentro e fuori non duri più di quarant’anni. Come gli israeliti furono fatti uscire dall’Egitto, ma non portati subito a Canaan, così la Chiesa oggi è nel mezzo. Questo stato di mezzo non significa che quando la Chiesa si riprenderà da questo secolarismo, sarà una Chiesa perfetta. Quando gli israeliti passarono a Canaan, avevano sette battaglie da combattere. Canaan non è il Paradiso. Anche la Chiesa oggi sta subendo le sue peregrinazioni; la nuvola e la colonna di fuoco la spostano da una posizione all’altra; non appena inizia un esperimento, finisce in uno scarico senza acqua. Nulla sembra essere fissato, tranne il fatto che Dio ci sta guidando. Come gli israeliti erano in transito dall’Egitto a Canaan, così il nuovo Israele tende a scoraggiarsi, ma senza una buona ragione: “Non temete; io sono con voi, dice il Signore degli eserciti, e il mio Spirito è presente in mezzo a voi”.

La Chiesa non è una cosa che continua; è una cosa che muore e che rivive continuamente. La legge del Corpo è la legge del Capo: Crocifissione e Tomba Vuota. La Chiesa ha avuto quattro grandi morti nella storia, una ogni cinquecento anni circa. La prima fu la caduta di Roma, che turbò così tanto San Girolamo da fargli pensare che fosse arrivata la fine del mondo. Sant’Agostino passò diciotto anni a scrivere la sua Città di Dio per spiegare perché Roma era caduta. La seconda morte fu l’avanzata dei musulmani che distrusse la Chiesa nell’Africa del Nord e anche lo Scisma d’Oriente. La terza morte fu al tempo della Riforma, quando i riformatori riformarono i dogmi, mentre era la morale che doveva essere cambiata. Siamo nella quarta morte della Chiesa dove il nemico non sono gli Unni, gli scismatici, gli eretici, ma il mondo in cui la Chiesa vive. Durante questi cicli di cinque secoli, la Chiesa è stata attaccata in modi diversi. Durante il primo ciclo di cinque secoli, la Chiesa ha dovuto combattere le eresie incentrate sul Cristo storico: La sua persona, la sua natura, il suo intelletto e la sua volontà. Nel secondo ciclo fu il Capo Visibile della Chiesa ad essere negato. Nel terzo ciclo era la Chiesa o il Corpo Mistico di Cristo che veniva diviso in sezioni o sette. Ai nostri giorni, l’attacco è il secolarismo ed è diretto contro la santità, il sacrificio, l’abnegazione, e la kenosis. Il nuovo nemico della Chiesa è ecologico; riguarda l’ambiente in cui vive. (…)

-La prova-

Lo spirito del mondo è contrario alla prova; ecco perché c’è un movimento nell’educazione per eliminare gli esami. Dio, al contrario, è tutto per la prova. Anche all’inizio, Adamo ed Eva non dovevano essere confermati nei loro doni finché non avessero superato la prova del preferire un frutto al giardino. Gli angeli prima di loro furono messi alla prova. Non sappiamo quale fosse la prova, ma io sottoscrivo la convinzione che fosse loro permesso di guardare nel futuro e vedere Dio nell’umile forma di un uomo. Chiedere di adorare Colui che si sarebbe così “svuotato” era al di sotto della loro dignità, così si ribellarono. I quarant’anni nel deserto sono chiamati nella Scrittura una prova. Nostro Signore iniziò la Sua vita pubblica con una prova con Satana stesso. Ai nostri tempi, la Chiesa in Germania fu messa alla prova dal nazismo; la Chiesa in Russia fu messa alla prova dal comunismo e la Chiesa altrove dalla mondanità. Ciò che rende tutto così difficile è che ci viene chiesto di andare nel secolare senza diventare laici e di occuparci di tutti i problemi del mondo, che siano ecclesiali o meno, e tuttavia non diventare mondani. Nei giorni di persecuzione gli schieramenti erano più chiari. La Chiesa è “qui”; i persecutori erano “là”. Ma attenersi a quella linea sottile, essere nella Chiesa come “segno e salvezza del mondo” e tuttavia non rinunciare alla Chiesa è una vera prova. La prova oggi è se la Chiesa sarà identificata con qualche cultura. Una cosa è certa: se la Chiesa sposa lo spirito di questo tempo, sarà vedova nel prossimo. Coloro che cercano di fare della Chiesa un’istituzione tutta di “buone opere e servizio sociale” devono solo ricordare che nelle Lettere alle Sette Chiese nell’Apocalisse, Cristo dice: “Io conosco le vostre opere”. Le opere sono importanti, ma non possono salvare le anime, né liberarci dall’ira di Dio. La Chiesa è chiamata da Dio a salvare il mondo sia socialmente che spiritualmente con la fedeltà a Gesù Cristo l’autorità “estranea” al mondo. Se la Chiesa non è un elemento di disturbo, un fermento per il mondo, un centro di tempesta per il peccato, una palla di fuoco per le sue comuni comodità, non è più il Corpo di Cristo. Quanto più la Chiesa è fedele al Cristo Vittima, tanto più i suoi sacerdoti e il suo popolo provocano ostilità nel mondo, e tanto più grande sarà la sua tribolazione. Ecco perché lo Spirito è così severo con la Chiesa di Laodicea, la Chiesa comoda che si è sottratta al conflitto. La Chiesa brucia, diffonde il fuoco. Ma per bruciare, ha bisogno di combustibile in modo da poter raggiungere le estremità della terra come Cristo in Missione. Anche a casa sua la Chiesa, invece di scimmiottare il linguaggio, i cliché, le tecniche di Madison Avenue, deve insistere con un’urgenza disperata, sfidando la gente a prendere una decisione definitiva. Il fuoco che Cristo è venuto ad accendere sulla terra è diventato oggi come le fiamme delle candele che si stanno spegnendo. Come osservò Malcolm Muggeridge: “Non ho mai incontrato un ospedale o un orfanotrofio gestito dalla Fabian Society o un lebbrosario umanista”. La conversione si ferma come quando sia gli impiegati che gli ecclesiastici non credono più nei loro prodotti. La burrasca soffia, e nella brezza si sente il suono impetuoso del numero 666: una cosiddetta civiltà cristiana senza Cristo; una Resurrezione senza Crocifissione; una Pentecoste senza trent’anni di obbedienza e un Calvario; un’Eucaristia che è solo un banchetto e non anche un sacrificio; un sacerdozio che è secolare ma non vittimistico; un Gesù Superstar senza Gesù SuperVittima; un mondo che sembra meravigliosamente cristiano dove la gente dice: “Gesù è qui”. “Gesù è là”. “Il Regno di Dio è qui”. Ma non credeteci; il Regno di Dio viene senza essere osservato: “Sappi questo…ci saranno uomini che conserveranno la forma esteriore della religione, ma sono una negazione permanente della sua realtà” (2 Timoteo 3:5).

-Lo fanno tutti-

Il test della Chiesa oggi è strettamente legato all’opinione della maggioranza. Per esempio: “lo stanno facendo tutti”, “nessuno ci crede più dal Concilio Vaticano II”, “siete indietro con i tempi”, “mettetevi al passo”, “il mondo intero si sta muovendo in un’altra direzione”. È difficile in una canonica che un prete sia disposto a servire il popolo a tutte le ore, quando il resto del clero dice: “Tutti lavorano solo otto ore”. È una croce per alcuni insegnanti insistere sul primato di Cristo nell’educazione, quando la maggioranza di loro dice: “Un po’ di fornicazione o di marijuana non gli farà male. Tutti i ragazzi lo fanno oggi”. Il test della “maggioranza” fa quasi sembrare che chi vi si oppone sia un malato mentale…

La vera vita cattolica non è fatta da atti di pietà di routine, ma da una crisi in cui viene offerta una grande scelta; possiamo essere uno con il Pastore o contro di lui. Ecco perché questi sono grandi giorni in cui vivere. Possiamo prendere decisioni che avranno una ripercussione nell’eternità. Coloro che rifiutano l’autorità della Chiesa la condannano come un’ “istituzione”. (…)

Anche se la Chiesa non esistesse, Dio vorrebbe che fosse stabilita. Ma la Chiesa è più un Corpo che un’istituzione. La “struttura ossea” della Chiesa sarà sempre intatta. “Nessun osso di Lui sarà spezzato” (Giovanni 19:36) come non un osso dell’agnello pasquale doveva essere spezzato. La parola ebraica per osso significa forza, e sono le ossa del corpo che gli danno continuità e integrità. Ma la “carne” del corpo – quella sarà lacerata. “Guarderanno a Colui che hanno trafitto” (Giobbe 19:37). Siamo noi la Sua carne livida e bruciata; le nostre vite non spirituali trattengono gli altri dalla fede. Se la Chiesa fosse così buona e perfetta come alcuni critici vogliono che sia, non ci sarebbe posto per loro o per noi. La Chiesa ha posto per tutti: per i “pietisti” come Maria, per gli “attivisti” come Marta, e per i “dormienti” come Lazzaro che il Signore ha dovuto risvegliare.

-Ritiro e ritorno-

Poiché la Chiesa sta entrando in una nuova era, sarà un momento di sfida per i sacerdoti. I due estremi da evitare sono i “Dinosauri” che non riescono ad adattarsi all’ambiente glaciale che cambia e, dall’altra parte, diventare la fauna che si identifica con il flusso di ghiaccio e si scioglie. La forza continua della Chiesa sotto lo “Shock Futuro” sarà attraverso l’applicazione della legge del “Ritiro e Ritorno”. Prima il disimpegno dalle amicizie familiari, poi l’avanzata in un nuovo territorio. Il ritiro è per il bene della cristificazione delle nostre anime attraverso la penitenza e la meditazione. Mosè si ritirò sulla cima della montagna per comunicare con Dio; poi ritornò per dare una nuova legge e generare un popolo rinnovato. Platone ha mostrato nella sua analogia della caverna che nessuno può servire i bisogni dell’umanità senza il grande rifiuto di negare il proprio ego. Ogni mistico ha la “notte oscura dell’anima” prima di essere introdotto nell’intimità di Dio; San Paolo si ritirò in Arabia e lontano dal campo di ebrei e greci per ritornare con un nuovo Vangelo di comunione dove non c’è né ebreo né greco; San Benedetto si ritirò dal suo luogo di nascita umbro in una grotta nella valle di Subiaco prima di riformare l’agricoltura con il suo monachesimo. Cesare si ritirò da Roma in Gallia nel 58 a.C. e nove anni dopo attraversò il Rubicone e divenne il salvatore della sua società; Maometto si ritirò dalla Mecca a Medina e tornò per diventare il leader immediato di mezza Arabia. Ma l’esempio supremo di tutti è quello di Cristo: il ritiro e la sconfitta del Venerdì Santo e il ritorno e la vittoria della Domenica di Pasqua. Restare fermi o abbandonare Cristo vuol dire morire. Quando ci saranno santi sacerdoti che si sono ritirati nel Tabernacolo per ricevere potere, allora ci sarà un ampio senso dell’esser vittime cioè di accettare una missione nel mondo. Troppo a lungo siamo stati chiusi in noi stessi con le nostre case di ritiro per la santificazione dei santi, invece di aprirle a tutti per ascoltare la Parola di Dio ed essere avvicinati al suo Amore. La politica e l’economia del mondo solleciteranno il nostro interesse non solo perché la stampa ne accenna un aspetto, ma perché noi vi portiamo il giudizio morale dell’etica evangelica. Troppo a lungo siamo stati come Pietro “che si scalda al fuoco” (Giovanni 18,18). In nessun caso la Chiesa deve identificarsi con una cultura morente; i cristiani nazisti alla fine cessano di essere sia nazisti che cristiani. I leader della Chiesa non devono avere paura di non essere amati. “Se la sentinella non suona la sua tromba e non avverte il popolo quando vede avvicinarsi il nemico, chiunque sia stato ucciso sarà colto con tutti i suoi peccati addosso; ma io riterrò la sentinella responsabile della sua morte” (Ezechiele 33:6).

Uno degli scopi del ritiro è quello di caricare le nostre batterie per l’azione. Chiunque entri in contatto con le fonti del Potere Divino ha entusiasmi e attività molto diverse da quando era carnale e mondano. Un nuovo fuoco arde nel suo petto che consuma l’erotismo e lo apre a magnanimità che si credevano impossibili. Il santo sacerdote è colui che ritirandosi riceve nuove spinte dal Divino che poi traboccano nell’azione. Dio è uno Spirito con il quale lo spirito umano intrattiene un rapporto e quanto più profondo è questo rapporto, tanto maggiore è l’energia apostolica. Il ritiro di almeno un’ora continua della giornata da trascorrere in meditazione e intercessione davanti al Santissimo Sacramento diventa un ritorno all’opera della Chiesa e alla missione mondiale con una nuova forza. Ritiro dallo spirito del mondo e ritorno al mondo si intersecano. Simone Weil, l’ebrea francese, passava spesso delle ore davanti al Santissimo Sacramento. Durante questo tempo, scriveva: “Mi sentivo allora all’incrocio tra il cristianesimo e tutto ciò che non è cristiano”. Il ritiro, invece di fare dell’esclusività, raggiunge realmente un’inclusività dell’universo. La vita spirituale e la vita attiva si armonizzano. L’azione umana è allora vista sub specie aeternitatis. I nostri giorni non sono sicuri; sono giorni duri di prova.

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-IL DIAVOLO-

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Per il testo della traduzione cliccare qui: ://amicidifultonsheen.wordpress.com/2021/03/23/la-catechesi-profetica-di-fulton-sheen-lanticristo-lazione-del-diavolo-nella-chiesa-e-sulle-anime-il-concilio-vaticano-le-divisioni-allinterno-della-chiesa/

ABBIAMO ABBANDONATO LA ROCCIA CHE È CRISTO…NON VOGLIAMO CONOSCERE LA VERITÀ PERCHÉ FA MALE E SIGNIFICA CAMBIARE LA NOSTRA VITA!

Il male lavora in noi. L’amore sta diminuendo. E poi esitiamo a cambiare noi stessi. San Tommaso dice che possiamo odiare la Verità e temere il Bene. Possiamo odiare la Verità perché significa cambiamento. Per questo motivo, spesso rifiutiamo la verità che qualcuno dice su noi stessi. Restiamo lontani dal medico in modo che non trovi il cancro.

Non vogliamo sapere la verità. Ci piace conoscere e sentir parlare di azioni sociali e problemi di natura morale e politica, ma non vogliamo sentire la verità su noi stessi. La verità fa male. Abbiamo paura del bene perché ci piace mantenere i nostri comportamenti.

Ci siamo allontanati dagli insegnamenti di Cristo adottando quelli del mondo.

Non ci chiediamo più: “Questo piacerà a Cristo?”, ma “Questo piacerà al mondo?”. Quindi ci vestiremo e agiremo in modo tale da non essere separati dal mondo; vogliamo stare con il mondo.

Noi sposiamo questo mondo e diventiamo vedovi del mondo futuro. Adottiamo il suo modo di esprimersi, i suoi esempi e le sue tendenze. Ecco una delle ragioni di tanta instabilità nella Chiesa di oggi: la sabbia su cui camminiamo è mobile. Abbiamo abbandonato la Roccia che è Cristo.

(Fulton J. Sheen)

SACRA SCRITTURA E TRADIZIONE PER RICONOSCERE LE VERITÀ DEL CRISTIANESIMO: “La Chiesa ha una memoria di oltre 1900 anni, e questa memoria si chiama Tradizione.”

Un secondo fatto che va ricordato è che il Corpo Mistico di Cristo ha una memoria come l’abbiamo noi. Se la nostra vita fisica risale a quarantacinque anni fa, possiamo ricordare due guerre mondiali. Ne parliamo come testimoni che le hanno vissute, e che forse le hanno anche combattuto, e non perché ne abbiamo letto nei libri. Successivamente possiamo anche aver letto i libri su queste due guerre mondiali, ma essi non costituiscono la base della nostra conoscenza, bensì soltanto un ricordo o un approfondimento di ciò che già sapevamo.

Allo stesso modo, Nostro Signore è il Capo dell’umanità nuova, di quella società od organismo spirituale che San Paolo chiama il suo Corpo Mistico. A questo Corpo Mistico Cristo è unito dapprima nei suoi apostoli e poi in tutti coloro che hanno creduto in lui attraverso i secoli. Questo Corpo ha anch’esso una memoria che risale fino a Cristo e sa che la Risurrezione è vera perché esso, ossia la Chiesa, era presente. Le cellule del nostro corpo si rinnovano ogni sette anni, ma noi conserviamo sempre la stessa personalità. Anche le cellule del Corpo Mistico, che siamo noi, possono cambiare ogni sessanta o settant’anni, ma è sempre Cristo che vive in questo Corpo.

La Chiesa sa che Cristo risorse da morte e che lo Spirito discese sugli apostoli alla Pentecoste, perché era presente fin dal principio. La Chiesa ha una memoria di oltre 1900 anni, e questa memoria si chiama Tradizione. Il Credo degli apostoli, che fu una formula accettata dalla Chiesa verso l’anno 100 e che riassume l’insegnamento degli apostoli, suona così:

Credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, e in Gesù Cristo, suo unico figlio, nostro Signore, che fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morto e sepolto, discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte, salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente, di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

Notate le parole: “Concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine”. Le verità espresse nel Credo erano indispensabili a chi voleva entrare nella Chiesa. Tutti quelli che allora venivano battezzati in seno al Corpo Mistico di Cristo credevano in ciascuna di queste verità. La nascita verginale era, al pari della risurrezione, una verità accettata nei primi secoli del cristianesimo. Nel credo non c’è neppure una sola citazione dei vangeli. I primi membri della Chiesa si rifacevano all’originale tradizione cristiana, di cui i Vangeli erano soltanto l’espressione letteraria. (…)

C’è dunque una duplice testimonianza da cui possiamo attingere per riconoscere la verità dell’insegnamento cristiano: una è la Parola di Dio rivelataci nella Sacra Scrittura, e l’altra è l’ininterrotto insegnamento della Chiesa fin dagli inizi, ossia la sua memoria vivente. Come i giuristi, per provare un punto, non ricorrono soltanto al nudo insegnamento della legge, ma anche al modo come i tribunali hanno compreso e interpretato tale legge, così la Sacra Scrittura non è lettera morta, ma vive e respira nel meraviglioso contesto di una società spirituale.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

I CATTOLICI AMANO I PROTESTANTI?L’ATTEGGIAMENTO MIGLIORE DA PRENDERE VERSO CHI NON È CATTOLICO

L’atteggiamento migliore che può prendere un Cattolico nei confronti di un protestante è questo: vivere intensamente la vita spirituale della Chiesa, affinché i non Cattolici, vedendo Cristo riflesso nei Cattolici, desiderino conoscere da dove venga la loro felicità. A un affamato non si dice: «Stai attento contro il veleno». Bisogna dargli il nutrimento, lasciando che le leggi di natura facciano il resto. Nel campo religioso è metodo sbagliato fissarsi soltanto sugli errori. È molto meglio parlare della ricchezza che sta nel vivere con Cristo, lasciando che la grazia di Dio faccia il resto.

Non dobbiamo essere più Cattolici della Chiesa, la quale ufficialmente insegna: «L’ignoranza dei protestanti quando è moralmente invincibile fa sì che non devono essere chiamati eretici o colpevoli agli occhi di Dio. L’unico giudice dei segreti del cuore è Dio». Ecco perché la Chiesa Cattolica ufficialmente chiama i protestanti con una bella espressione che dovrebbe diventare universale: i nostri fratelli separati.

Un cattivo Cattolico che non dia gloria a Dio e Io offenda, corre verso l’eterna dannazione. Un non Cattolico che dia gloria a Dio, e segua i dettami della coscienza, va verso la salvezza. Opera malamente quel Cattolico che imita il fratello maggiore della parabola del figliol prodigo. Dio è più ansioso di noi nel desiderare che tutte le sue pecore facciano un solo ovile.

I Cattolici debbono essere intolleranti riguardo alle verità della Fede, perché esse appartengono a Dio; ma devono essere molto tolleranti con coloro che non partecipano a tali verità. Dio solo è giudice delle coscienze. Questa affermazione fu fatta da Pio IX nel 1863.

Nessun cattolico può rallegrarsi, vedendo aumentarsi l’indifferenza religiosa, perché non è permesso desiderare l’impoverimento altrui, quasi che tale impoverimento arricchisca noi. Se un uomo ha fame, possiamo mai desiderare che egli muoia di fame? Ogni abbassamento nella Fede della dottrina di Cristo fra i nostri fratelli separati è sempre un aumento di perdita per la Chiesa e per il mondo.

Se noi Cattolici credessimo a tutte le calunnie e menzogne, che sono dette sulla Chiesa, la dovremmo odiare dieci volte più che non gli avversari. I nemici della Chiesa, infatti, spesso non odiano la Chiesa, ma odiano ciò che essi erroneamente credono essere la Chiesa. I Cattolici spesso commettono questo grave errore: credere di aver ragione perché la sanno più lunga in fatto di fede. No! Se i Cattolici godono la pienezza della fede, è un dono di Dio. Dall’altro lato, i Cattolici possono erroneamente credere che gli altri siano fuori strada per colpa loro. No! Molti di essi vivono secondo i dettami della coscienza.

Davanti a Dio non c’è religione che non contenga qualche verità. Invece di puntare sugli errori, i Cattolici dovrebbero puntare su quel piccolo segmento di verità, per completare il cerchio, facendo conoscere la pienezza della verità e dell’amore di Cristo. L’umorista Chesterton disse una volta: “Nessun protestante potrebbe tirarmi fuori dalla Chiesa Cattolica; mentre questo lo potrebbe fare un cattivo Cattolico che dia scandalo”.

I Cattolici non devono compromettere neanche una sola verità della propria Chiesa, appunto perché la verità è di Dio e non nostra. Devono essere intolleranti riguardo alle verità cristiane come sono intolleranti riguardo al due più due fa quattro; ma devono essere comprensivi, gentili e caritatevoli con le persone che non accettano la stessa fede oppure vi si oppongono. Il fondamento della tolleranza cattolica non è indifferenza verso la verità; ma è Fede, Speranza, Carità.

Noi siamo venuti al mondo non per condannare, ma per condurre tutti a Cristo mediante l’amore. Nessun ostinato protestante può essere considerato incapace di conversione. San Paolo era ostinato Ebreo, eppure si convertì. Nessun peccatore può essere considerato indegno di unirsi al Redentore. La Maddalena era peccatrice e diventò santa.

(Fulton J. Sheen, da “Amatevi gli uni gli altri” edizioni Fede e Cultura. Titolo della vecchia edizione “Vi presento l’Amore”)

SACRA SCRITTURA E TRADIZIONE: NON BASTA LA “SOLA BIBBIA” PER VIVERE LA FEDE E CONOSCERE LE VERITÀ DEL CRISTIANESIMO. I VANGELI SONO NATI DALLA CHIESA!

È importante mettere in chiaro che la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, non deriva la sua fede soltanto dalla Sacra Scrittura. Ciò costituirà una sorpresa per coloro che quando sentono parlare di un determinato insegnamento cristiano chiedono: “Si trova nella Bibbia?”.

La Chiesa si estendeva per tutto l’Impero Romano prima che fosse stato scritto un solo libro del Nuovo Testamento, ed esistevano già parecchi martiri prima che ci fossero vangeli o epistole. Un ministero autorevole e riconosciuto stava compiendo l’opera del Signore sotto il suo comando, parlando in nome suo quale testimone di ciò che aveva visto, prima che alcuno si fosse deciso a scrivere una sola riga del Nuovo Testamento. Per i primi seguaci di nostro Signore e per noi, l’autorità degli apostoli eguagliava quella di Cristo nel senso che si trattava di una continuazione del suo insegnamento.

Il Signore disse: “Chi ascolta voi ascolta me”. Gli apostoli dapprima insegnarono, e poi due, e soltanto due su dodici, lasciarono un Vangelo. A essi il Signore aveva detto: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20.) E ancora: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21).

Gli apostoli costituivano il nucleo della Chiesa, il nuovo Israele, la prima manifestazione visibile del Corpo Mistico di Cristo. Ecco perché a Pentecoste scelsero uno della comunità dei 120 affinché prendesse il posto di Giuda. Colui che gli succedeva doveva essere un testimone oculare degli eventi narrati dai vangeli: condizione, questa, assolutamente necessaria per essere un apostolo. La Chiesa era un centro organico di coesione, la fonte dell’unità e dell’autorità presieduta da Pietro perché Pietro era stato designato dal Signore.

Sarebbero occorsi ancora quasi venticinque anni prima che venisse scritto il primo Vangelo; perciò quelli che isolano un singolo testo della Bibbia dalla tradizione apostolica o lo studiano senza tener conto della tradizione, vivono e pensano invano. I vangeli hanno bisogno della tradizione come i polmoni dell’aria, come gli occhi della luce e le piante della terra! Il libro sacro venne secondo e non primo. Quando finalmente si scrissero i vangeli, questi non fecero che riferire quelle cose nelle quali già si credeva. (…)

Così, i vangeli non fecero che dare un ordine più sistematico a ciò in cui già si credeva. Se fossimo vissuti nei primi venticinque anni di vita della Chiesa, come avremmo potuto rispondere alla domanda: “Come faccio a sapere ciò in cui devo credere?”. Non avremmo potuto dire: “Guarderò nella Bibbia”. Perché nella Bibbia non esisteva ancora il Nuovo Testamento. Avremmo creduto in ciò che la Chiesa degli apostoli stava insegnando e fino all’invenzione della stampa, per chiunque di noi sarebbe stato difficile diventare uno dei cosiddetti esegeti infallibili del libro. A questi suoi testimoni oculari, Nostro Signore non disse mai di scrivere. Lui stesso scrisse una volta sola in vita sua, e scrisse sulla sabbia. Ma disse loro di predicare in nome suo e di rendergli testimonianza da un capo all’altro della terra, fino alla consumazione dei secoli. Perciò chi ricava dalla Bibbia questo o quel testo per provare qualcosa, lo isola da quell’atmosfera spirituale in cui è nato e dal verbo della bocca che ci ha trasmesso la verità di Cristo. (…)

Quando finalmente vennero scritti i vangeli, questi non fecero altro che registrare una tradizione, non la crearono. Essa esisteva già. Da un po’ di tempo gli uomini avevano deciso di mettere per iscritto questa tradizione viva e orale, il che spiega l’inizio del vangelo di Luca: “In modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”.

I vangeli non diedero inizio alla Chiesa: la Chiesa diede inizio ai vangeli. La Chiesa non nacque dai vangeli, bensì i vangeli nacquero dalla Chiesa. La Chiesa ha preceduto il Nuovo Testamento, non il Nuovo Testamento la Chiesa. Non c’è stata prima una Costituzione degli Stati Uniti e poi gli americani, i quali, alla luce di questa Costituzione, decisero di formare un governo e una nazione. I padri fondatori hanno preceduto la fondazione; così il Corpo Mistico di Cristo ha preceduto le relazioni scritte più tardi da segretari ispirati. (…)

Quando finalmente si scrissero i vangeli, questi non provarono ciò in cui i cristiani credevano, né diedero inizio a tale credenza: riferivano soltanto in maniera sistematica ciò che i cristiani già conoscevano. Non già perché i vangeli dicevano che c’era stata una crocifissione gli uomini credettero nella crocifissione di Cristo: è vero bensì che i vangeli scrissero la storia della crocifissione perché già gli uomini credevano in essa. La Chiesa non fu portata a credere nella nascita verginale perché i vangeli ci dicono che c’è una nascita verginale: i vangeli ne scrissero perché già ci credeva il verbo di Dio vivente nel suo Corpo Mistico.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

I CATTOLICI PSICOTICI E NEVROTICI: GLI UNI VORREBBERO ISOLARE LA CHIESA DAL MONDO, GLI ALTRI VORREBBERO IDENTIFICARLA CON IL MONDO.

Poiché il “mondo” è ambiguo, è possibile cadere negli abissi da entrambi i lati della strada della verità, producendo così gli psicotici e i nevrotici. Uno psicotico crede che due più due fa cinque; un nevrotico crede che due più due fa quattro, ma diventa pazzo per questo. I nevrotici si aggrappano al reale e dimenticano l’ideale.

Nella Scrittura, la Chiesa è simboleggiata dalla roccia che è stata colpita e da essa ne sono uscite acque vive. La roccia è permanente, le acque rappresentano il cambiamento e il dinamismo della Chiesa. Gli psicotici si aggrappano alla roccia e dimenticano le acque; i nevrotici nuotano nelle acque e dimenticano la roccia. Gli psicotici vogliono solo il letto del fiume; i nevrotici solo l’acqua che scorre. Gli psicotici isolerebbero la Chiesa dal mondo; i nevrotici identificherebbero la Chiesa con il mondo. Per gli psicotici la religione è cultica; per i nevrotici è attivistica.

Quando il Faust di Goethe cominciò a tradurre il Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo”, esitò, perché non poteva sottoscrivere il primato della Parola di Dio. Così, invece, scrisse: “In principio era l’Azione”. La verità, che manca sia agli psicotici che ai nevrotici, è che il Verbo si è fatto Carne. La biforcazione e il divorzio di quelle cose che Dio voleva che fossero tenute insieme, ha dato inizio a una divisione teologica simile alla scissione di un atomo.

L’ideale della spiritualità si trova nelle prime e ultime parole della vita pubblica di Nostro Signore. La prima parola della Sua vita pubblica è stata: “Venite” (Giovanni 1:39). L’ultima parola è stata: “Andate” (Marco 16:20).

Il discepolo viene prima di tutto per assorbire la Sua Verità, per infiammarsi con il Suo Amore; poi, e solo allora, va a compiere la sua missione.

Entrambe le parole sono riassunte nel passo della chiamata dei discepoli: “Chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da Lui. Ne costituì Dodici perché stessero con Lui e per mandarli a predicare” (Marco 3,14).

Purtroppo oggi abbiamo troppi “vai-andate” e non abbastanza “vieni-venite”. Il giusto equilibrio si ritrova nella storia di Marta e Maria che segue nel Vangelo quella del Buon Samaritano. In quest’ultimo caso si loda il servizio sociale. Ma nella storia di Marta e di Maria, si suggerisce che non dobbiamo essere troppo assorbiti dal servizio, perché se siamo troppo assuefatti al servizio non abbiamo tempo di sederci ai piedi di Gesù per imparare le Sue lezioni.

(Fulton J. Sheen, da “Those Mysterious Priests” 1974)

P.s. Il pezzo è stato tradotto in modo amatoriale dall’originale inglese che potete trovare scaricando l’anteprima o acquistando l’eBook-Kindle sul link di Amazon qui sotto: