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UN NUOVO LIBRO DI FULTON SHEEN “PERCHÉ CREDERE?” Che cosa fa la grazia di Dio nella nostra natura umana? I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà.

Le edizioni Ares hanno pubblicato il primo volume di “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” (256 pagine). Tradotto per la prima volta in italiano.

“Dio e l’uomo, il male e il peccato, Cristo e la Chiesa, la redenzione e la libertà di scelta, i Sacramenti, il corpo e l’anima, con l’apparente dicotomia nel mondo tra la sfera materiale e la sfera spirituale… In modo semplice e diretto, ricorrendo secondo il suo stile a immagini del quotidiano e a una forte carica umoristica, Fulton Sheen offre in queste pagine i principali contenuti della fede in risposta alle domande fondamentali sul senso della vita. Un testo che mons. Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, ha definito «la Summa di tutta la saggezza» del suo autore.”

Prossimamente uscirà il secondo volume. Qui sotto potete leggere un pezzo straordinario di un capitolo che spiega l’azione della Grazia di Dio nell’uomo.

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

L’AZIONE DELLA GRAZIA DI DIO NELL’UOMO

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Prendiamo un esempio di cambio di direzione. L’allora editore del giornale comunista “Daily Worker” di Londra e sua moglie ascoltavano un programma radiofonico di un funzionario della Russia. All’improvviso la moglie si alzò e spense la radio. Disse al marito (ricordiamo che entrambi erano comunisti):

«Non credo che lui voglia la pace. Credo che voglia la guerra! Parla di pace, ma intende la guerra». Lui disse: «Non parlare così; non stai parlando da comunista». Lei rispose: «Non mi importa come sto parlando». E lui: «Se continui a parlare in questo modo farò rapporto al partito!». Lei: «Riferisci!». «Infatti», disse lui, «stai iniziando a parlare come se fossi diventata cattolica!». Lei: «Lo sono!». Lui: «Diamine! Lo sono anch’io!».

Così un marito e una moglie che vivevano insieme condividendo idee comuniste improvvisamente ignoravano di essere entrambi cambiati. Che cosa era accaduto? Un potere esterno a loro: la grazia.

Non c’è nulla di simile al diventare migliori nell’ordine naturale e improvvisamente, in senso stretto, meritare la grazia. Natura e grazia sono piuttosto distinte. È la differenza tra fare e generare. Quando fai qualcosa, realizzi qualcosa che non ti somiglia. Quando costruisci un tavolo, questo non condivide la tua natura. Quando i genitori mettono al mondo un figlio, fanno invece qualcosa di simile a loro stessi. Quando Dio ci ha creati, Dio era il nostro Creatore, invece quando ci ha generati come figli, non era solo il nostro Creatore, ma nostro Padre. Quando la grazia viene in noi, come ha detto il Signore, la linfa passa attraverso la vigna fino ai tralci, ma è la stessa linfa della vigna. Noi iniziamo a condividere la natura del Signore così Lui riversa in noi la sua natura. San Giovanni ha detto: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto» (Gv 1, 16). Quando rispondiamo alla grazia, allora diventiamo qualcosa di simile a una matita tra le mani, che farà tutto ciò che la mano vuole. Siamo gli strumenti di Dio e obbediamo al suo volere come la matita obbedisce alla volontà della mano. Quando c’è totale obbedienza c’è la santità. Ecco ciò che è un santo. Un santo è uno che è disponibile per Dio come la matita per la mano.

Che cosa fa la grazia nella nostra natura umana? La grazia fa del corpo un tempio di Dio; ed è una delle ragioni per la purezza. Un tempio è un luogo in cui Dio dimora. Ricordate quando il Signore è andato nel tempio di Gerusalemme? Quando i farisei gli chiesero un segno il Signore disse: «Io distruggerò questo tempio […] e in tre giorni ne costruirò un altro» (Mc 14, 58). Non parlava del tempio terreno, ma del tempio del suo corpo, poiché Dio dimora nella natura umana di Cristo. Egli dimora in noi per partecipazione. Il corpo è sacro e dobbiamo rispettarlo.

I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà. L’intelletto è la facoltà per cui conosciamo; la volontà è la facoltà per cui scegliamo. L’oggetto dell’intelletto o ragione è la verità; l’oggetto della volontà è il bene o l’amore. Quando la grazia arriva all’intelletto, lo raggiunge come una sorta di luce. È alquanto difficile descrivere che cosa faccia alla mente umana. Immaginiamo la luce del sole che splende attraverso una vetrata. Notate come si diffonde facendo risaltare ogni colore. Ecco ciò che fa la grazia all’intelletto: dà una visione nuova. La fede diventa per la ragione qualcosa di simile al telescopio per l’occhio: non distrugge l’occhio, lo perfeziona. Quando la fede viene in noi, abbiamo una nuova certezza che oltrepassa la ragione. Tutto ciò che otterrete da queste istruzioni sono ragioni di credibilità.

La certezza deve venire dalla fede, che a sua volta viene da Dio. Il Signore disse a Pietro: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei Cieli» (Mt 16, 17). La certezza della fede è così grande che nulla può distruggerla. La certezza è più grande della ragione per la fede, poiché la luce viene da Dio. Abbiamo molte certezze più forti di quanto possa darci la ragione. Se ci sfidano a provare di essere figli legittimi, può essere piuttosto difficile. Non abbiamo i documenti. Ma nulla può scuotere la nostra certezza. Un uomo esperto può dare molte ragioni contro l’esistenza di Dio e la divinità di Cristo a uno dei nostri figli, ma non può mai distruggere la fede di quel bambino. Non solo la fede dona certezza, ma ci dona anche un nuovo sguardo, un nuovo sguardo sulla nascita, la sofferenza, la morte, la gioia, i piaceri, la letteratura e l’arte. Coloro che possiedono ciò che san Paolo definisce la mente carnale non possono comprendere le cose della fede; è come pretendere che un uomo cieco capisca i colori.

Molto spesso coloro che mancano del dono della fede si chiedono perché ne siamo così certi. «Perché abbiamo questo sguardo sulla sofferenza?». «Perché non siamo depressi?». «Perché non pensiamo al suicidio?». Semplicemente perché vediamo meglio le cose. Abbiamo una luce di cui loro sono privi. Forse abbiamo già detto che abbiamo gli stessi occhi di notte e di giorno, eppure di notte non vediamo. Perché? Perché ci manca la luce del sole. Due persone che esaminano lo stesso problema, lo vedranno in modo molto differente, perché uno ha la sua ragione e i suoi sensi, l’altro la sua fede.

C’è anche la volontà umana. Quando la grazia viene nella volontà, ci dona un nuovo potere, una nuova forza che non abbiamo mai avuto prima. Ci dà una nuova capacità di resistere alle tentazioni. Troppo spesso in questo mondo appena uno diventa schiavo del peccato, parliamo di lui come se avesse una compulsione. Diciamo: «Oh, è un bevitore compulsivo. È un mangiatore compulsivo». È vero. La parola che usa il Signore per spiegare la compulsione è “schiavitù”. Questo non significa che queste persone abbiano completamente distrutto la propria libertà. C’è sempre una piccola parte di libertà che rimane in un alcolista, in un pervertito, in chiunque sia preda della schiavitù del peccato. Questi peccati iniziati con liberi atti nostri propri, possono aver indebolito, ma non distrutto la nostra volontà. È possibile che la grazia si insedi. La grazia ha il suo D-day e Dio può venire in ciascuna di queste persone.

Quando cerchiamo di curare una persona dai vizi, non possiamo mai estrarre il vizio, ma solo emarginarlo. Come si fa? Mettendovi qualcos’altro di nuovo. La grazia di Dio viene quando iniziamo ad amarlo; allora, questi vizi iniziano a fuoriuscire. Una volta che sopravviene un nuovo amore, siamo cambiati. Ricordo di aver fatto un patto con una donna alcolizzata, dicendole: «Tu ami l’alcol più di ogni altra cosa al mondo. Allora io non posso curarti finché non inizi ad amare qualcos’altro». Così abbiamo invocato la grazia, che è venuta in lei ed è guarita. Ecco ciò che la grazia fa alla povera e debole volontà umana. Poi essa ci dà anche potere di influenzare gli altri.

Se queste mie parole vi influenzano, non è per via di conoscenze o poteri che possiedo. Se ho qualche influenza su di voi, è perché lo Spirito e la grazia di Dio stanno operando in voi. Le mie parole non sono nulla. Di sicuro io non ho iniziato queste istruzioni senza pregare lo Spirito e la grazia di Dio che mi diano forza, ma se comunque siete cambiati non dite: «Oh, monsignor Sheen, quanto le siamo grati». Monsignor Sheen non ha fatto nulla, io sono solo il misero strumento del buon Dio. Se siete cambiati, ecco la differenza tra la vostra natura e la grazia. Prima che venisse la grazia agivate a modo vostro, dopo aver ricevuto la grazia agite a modo suo. La differenza è tutta qui. La vostra coscienza si è svegliata e ciò che prima era prezioso per voi adesso sembra nulla, mentre ciò che prima sembrava spazzatura adesso è prezioso. Questa è la grazia: è il potere soprannaturale che illumina la vostra mente per vedere le cose al di sopra della ragione; è quel potere soprannaturale che rafforza la vostra volontà a fare le cose che prima non avreste potuto fare. Essa vi cambia da creature in figli di Dio e soprattutto vi rende capaci di chiamarlo “Padre”.

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

IL LIBRO “VITA DI CRISTO” DI FULTON SHEEN È STATO RISTAMPATO

Segnaliamo la ristampa, da parte di Fede e Cultura, di un capolavoro di Fulton Sheen “Vita di Cristo”. Qui sotto potete leggere la prefazione e i primi due capitoli. Il link per acquistare il libro sul sito della casa editrice: https://shop.fedecultura.com/Vita-di-Cristo-p480690006

PREFAZIONE

Accade che Satana appaia, variamente camuffato, simile a Cristo. Alla fine del mondo, apparirà come un benefattore, un filantropo: tuttavia, con le stimmate non è mai apparso e non apparirà mai. Solo l’amore celeste può mostrare le cicatrici del supremo dono d’amore fatto in una notte ormai per sempre trascorsa. Non ci sono, in realtà, che due concezioni di vita: l’una è “prima il banchetto e poi il mal di capo”; l’altra, “prima il digiuno e poi il banchetto”. Le gioie differite e acquistate a prezzo di sacrificio sono sempre le più dolci e le più durature. Gli antichi insegnavano che qualunque prosperità o fortuna di cui questo o quell’uomo godesse senza avere sofferto era sgradita agli dèi! Lucrezio narra di un re egiziano che ruppe ogni rapporto con l’amico Policrate, tiranno di Samo, perché la sua prosperità era priva di imperfezioni, di “quel che di amaro scaturisce in mezzo alla fonte della dolcezza”. Il cristianesimo, diversamente da qualsiasi altra religione, inizia con la catastrofe, con la sconfitta. Le religioni radiose e le ispirazioni di natura psicologica terminano nella calamità e si inaridiscono nell’avversità; la vita del fondatore del cristianesimo, invece, essendo cominciata con la croce, termina con il sepolcro vuoto e la vittoria. La vita di Cristo differisce da tutte le altre vite sotto molti aspetti; tre i principali:

​​1) La croce ne concluse la vita nel tempo, ma ne era stata all’origine in quanto intento e scopo della sua venuta. Ecco perché i suoi biografi, martirizzati quando testimoniavano la verità da loro scritta, hanno dedicato la terza parte di ciascuno dei primi tre Vangeli e la quarta parte del quarto Vangelo agli eventi della sua passione e risurrezione. ​​

2) Come l’uomo non è derivato interamente dalla natura, perché in quanto dotato d’intelletto, ha in sé una misteriosa “x” che non è contenuta nei suoi precedenti chimici e biologici, così Cristo non è derivato interamente dall’ordine umano.

​​3) Il suo legato non è stato un’etica, ossia una collezione di precetti morali, né l’acquisizione della coscienza del peccato sociale perché gli uomini non amano sentir parlare di peccato personale, nonostante il raffronto tra la colpa umana e l’amore demente di Dio, di cui Dio ha pagato lo scotto.

Odiando il peccato e amando i peccatori, condannando il comunismo e amando i comunisti, sprezzando l’eresia e amando gli eretici, riammettendo gli erranti nel tesoro del suo cuore ma non mai l’errore nel tesoro della sua sapienza, perdonando ai peccatori già condannati dalla società ma intollerante di coloro che peccano e non vengono scoperti, ha riservato le sue più tremende esplosioni di sdegno per coloro che sono peccatori e negano il peccato, che sono colpevoli e si limitano a dichiarare di essere affetti da un complesso. Si spiega così come colui che ha pianto in silenzio allo spettacolo dell’afflizione umana e di un sepolcro aperto dia libero corso al torrente del suo dolore nel contemplare la triste sorte, l’inevitabile rovina di tutti coloro che, benché erosi dal cancro, si rifiutano di usare il rimedio da lui acquistato a ben più caro prezzo del sangue degli agnelli e dei manzi. Il mondo moderno, che nega la colpa personale e riconosce soltanto i reati sociali, che non ha posto per il pentimento personale ma solamente per le riforme pubbliche, ha divorziato Cristo dalla sua croce: lo sposo e la sposa sono stati violentemente separati. Ciò che Dio ha congiunto, gli uomini hanno lacerato. Perciò la croce sta a sinistra e Cristo a destra. Tutti hanno atteso nuovi compagni che li prendessero con sé in una specie di seconda unione adultera. Il comunismo si fa avanti e assume la croce svuotata così di significato; la civiltà occidentale post-cristiana sceglie il Cristo senza stimmate. Il comunismo ha scelto la croce in quanto ha restaurato in un mondo egoista un senso di disciplina, di abnegazione, di rinuncia, di duro lavoro, di studio e di dedizione a fini sovrannaturali. La croce senza Cristo equivale al sacrificio senza amore. Il comunismo ha prodotto una società autoritaria, crudele, oppressiva della libertà umana, piena di campi di concentramento, di plotoni d’esecuzione, di “lavaggi dei cervelli”. La civiltà occidentale post-cristiana ha assunto Cristo senza la croce. Un Cristo senza un sacrificio, che riconcili il mondo a Dio, è un predicatore da dozzina, svirilizzato, incolore, metodista, che merita, sì, il favore popolare per quel suo gran Sermone della Montagna, ma anche lo sfavore per ciò che ha detto della propria divinità da una parte, e del divorzio e del giudizio e dell’inferno dall’altra. Questo Cristo sentimentale viene raffazzonato con una quantità di luoghi comuni, sostenuti talvolta da etimologisti accademici, i quali non riescono a scorgere la parola soffermandosi sulla lettera; viene deformato, fuori del riconoscimento personale, dal principio dogmatico per cui tutto ciò che è divino dev’essere necessariamente un mito. Senza la croce, egli non diventa che un tedioso precursore della democrazia, oppure un umanitario che abbia predicato la fratellanza senza lacrime. Ora il problema si pone in questi termini: la croce, che il comunismo regge in pugno, troverà Cristo prima che il Cristo sentimentale del mondo occidentale trovi la croce? Personalmente, crediamo che la Russia troverà Cristo prima che il mondo occidentale congiunga Cristo con la sua croce redentrice. A quanti vogliano leggere una Vita di Cristo rigorosamente cronologica e inquadrata geograficamente, raccomandiamo quella di Giuseppe Ricciotti: La Vita di Cristo. La nostra opera non ha nulla a che vedere con la critica biblica: questa è stata ampiamente trattata da Ricciotti, Grandmaison, Lagrange e altri. Non c’è teoria critica che sopravviva di molto a una generazione. Un Bauer cede il posto a uno Strauss; uno Strauss a un Wellhausen; un Wellhausen a un Hamack e a un Renan; entrambi a uno Scheweitze e a un Loisy. Quando queste ultime teorie esaurirono la loro validità, sopraggiunsero Schmidt, Bultmann, Albertz, Betram e altri. I lettori che abbiano seguito le confutazioni scientifiche e critiche di Bultmann a opera di Leopoly Malevz, René Marlé e altri, sanno che queste stanno già perdendo la loro validità agli occhi degli studiosi della Bibbia. Benché si possa scrivere la Vita di Cristo senza citare nessuno di questi autori e delle menzionate teorie, la loro conoscenza è un requisito indispensabile per scriverla: non c’è stata mai infatti alcuna forma di critica, neppure quella di uno Strauss, che non abbia contribuito ad approfondire il sapere di coloro che devono conoscere i Vangeli sul piano tecnico e critico prima di potere adeguatamente trattare una Vita di Cristo. Delle tante traduzioni della Scrittura, abbiamo adottato quella di Knox, utilizzando soltanto in pochissimi passi la versione di Rheims Douay. Le Case Editrici Burns Oates and Washbourne, Ltd., e Sheed and Word, lnc., ci hanno cortesemente concesso di usare la traduzione di Knox. Il dipinto della scena della crocifissione è dovuto all’arte di Salvador Dalì, e alla sua gentilezza il diritto di riprodurlo. Più numerosi sarebbero stati gli errori dell’autore, senza l’assistenza editoriale donata con animo veramente fraterno dal reverendissimo Monsignor Edward T. O’Meara, dottore in teologia, e dal reverendo Joseph Havey. Vita di Cristo è stato scritto nel corso di molti anni, ma una più approfondita comprensione dell’unità di Cristo con la sua croce si è verificata quando Cristo ha tenuto l’autore, in ore buie e angosciose, vicinissimo alla croce. La dottrina si deve ai libri; la penetrazione di un mistero, alla sofferenza. È nostra speranza che la dolce intimità, originata dalle sofferenze, con il Cristo Crocifisso trapeli da queste pagine, dando così al lettore quella pace che solo Dio può portare alle anime, illuminandolo affinché comprenda che ogni dolore è in realtà l’ “ombra della sua mano carezzevolmente protesa”.

1 LA SOLA PERSONA CHE SIA MAI STATA PREANNUNCIATA 

La storia è piena di uomini che hanno asserito di venire da Dio, o di essere Dio, o di recare il messaggio di Dio: Budda, Maometto, Confucio, Cristo, Lao-Tse e tanti altri, fino a colui che oggi stesso ha fondato una nuova religione. Di essi, ciascuno ha il diritto di essere ascoltato e valutato. Come per ogni cosa che si debba misurare occorre un metro esterno, così servono alcune prove permanenti, che siano valide per tutti gli uomini, tutte le civiltà, tutte le epoche, affinché si possa stabilire se alcuni o tutti di coloro che hanno fatto simili affermazioni siano, o meno, nel giusto. Queste prove appartengono a due categorie: alla ragione e alla storia. Alla ragione, perché tutti ne sono dotati, anche quelli che mancano di fede; alla storia, perché tutti, vivendo, ne partecipano, ed è lecito presumere che la conoscano. La ragione ci suggerisce che, dove questo o quell’uomo venisse realmente da Dio, Dio ne avrebbe perlomeno preannunciato l’avvento al fine di convalidarne l’affermazione. I fabbricanti di automobili avvertono la clientela circa l’epoca in cui ci si aspetterà un nuovo modello. Se Dio quindi ci mandasse un messaggero o se egli stesso venisse su questa terra per diffondere un messaggio d’importanza vitale per tutti gli uomini, ci informerebbe sul quando il suo messaggero apparirebbe in mezzo a loro, dove nascerebbe, dove vivrebbe, quale dottrina predicherebbe, quali nemici susciterebbe, quale programma adotterebbe per il futuro, quale morte farebbe. Di modo che, nella misura in cui il messaggero si conformasse a tali annunci, sarebbe possibile giudicare la validità delle sue asserzioni. La ragione, inoltre, ci induce a credere che se Dio non agisse in questo modo, nulla potrebbe impedire che un qualunque impostore si introduca nella storia dicendo: “Provengo da Dio”, oppure: “Un angelo mi è apparso nel deserto e mi ha consegnato questo messaggio”. In questi casi, verrebbe a mancare un mezzo oggettivo, storico, per constatare la veridicità del messaggero, poiché non avremmo che la sua parola, e, pertanto, egli potrebbe essere nel torto. Se un visitatore venisse da un paese straniero a Washington e asserisse di essere un diplomatico, il governo gli chiederebbe il passaporto e altri documenti che provino la sua qualità di rappresentante di questo o quel governo; questi documenti dovrebbero recare una data anteriore al suo arrivo. Se dunque ai delegati dei nostri paesi vengono richieste simili prove d’identità, la ragione deve per certo agire allo stesso modo con i messaggeri che affermano di essere stati inviati da Dio. A ciascuno di questi la ragione domanda: “Che cosa, prima che tu nascessi, stava ad attestare che tu saresti venuto?”. Un simile criterio consente di giudicare il merito degli assertori (In questo stadio preliminare, Cristo non è più grande degli altri). Nessuno predisse la nascita di Socrate; nessuno preannunciò Budda e il suo messaggio, né svelò il giorno in cui egli si sarebbe seduto sotto l’albero; non ci sono stati tramandati né il nome della madre né il luogo di nascita di Confucio; né si può dire che questi dati fossero stati rivelati agli umani secoli prima del suo avvento cosicché quando egli venne al mondo gli uomini potessero riconoscere in lui un messaggero di Dio. Quanto a Cristo, il discorso è diverso: date le profezie dell’Antico Testamento, la sua venuta non era inaspettata. Perché, se mancò qualsiasi predizione relativa a Budda, a Confucio, a Lao-Tse, a Maometto, o a chiunque altro, non mancarono per contro le predizioni relative a Cristo. Gli altri vennero e dissero: “Eccomi, credete in me”. Erano, quindi, solo uomini fra gli uomini, non erano divini fra gli umani. L’unica eccezione fu Cristo, in quanto disse: “Ricercate gli scritti del popolo ebraico e i riferimenti storici dei Babilonesi, dei Persiani, dei Greci e dei Romani” (Per il momento, gli scritti del mondo pagano, e perfino l’Antico Testamento, possono considerarsi solo documenti storici e non già parole ispirate). Le profezie dell’Antico Testamento possono essere comprese nella loro pienezza alla luce del loro compimento. Il linguaggio profetico, infatti, non ha la precisione delle scienze matematiche; ma dove nell’Antico Testamento si ricerchino i ricorsi messianici, e dove si paragoni l’immagine che ne risulta con la vita e le opere di Cristo, si può mai dubitare che le predizioni antiche si riferiscano a Cristo e al regno da lui istituito? La promessa che Dio fece ai patriarchi che per il loro tramite tutti i popoli della terra sarebbero stati benedetti; la predizione che la tribù di Giuda avrebbe avuto su tutte le altre tribù ebraiche la supremazia fino all’avvento di colui al quale tutte le genti avrebbero obbedito; il fatto, certamente strano, ma innegabile, che nella Bibbia dei giudei di Alessandria, cioè nella versione detta dei Settanta, si trovi chiaramente predetta la nascita verginale del messia; la profezia di Isaia relativa all’uomo dei dolori, al servo del Signore, il quale darà la vita in espiazione delle colpe del suo popolo; le prospettive del glorioso ed eterno regno della stirpe di Davide: in chi, se non in Cristo, queste profezie hanno trovato il loro compimento? Da un punto di vista meramente storico, si verifica un’unicità che distingue Cristo da tutti gli altri fondatori di religioni terrene; giacché il compimento di tali profezie si verificò, storicamente, nella persona di Cristo, non soltanto cessarono in Israele tutte le profezie ma si produsse anche la cessazione dei sacrifici dopo il sacrificio del vero agnello pasquale. E si guardi alla testimonianza del mondo pagano. Tacito, parlando degli antichi Romani, dice: “Valeva per i più la convinzione profonda di quanto contenuto negli antichi scritti dei sacerdoti, che proprio in quel tempo l’Oriente avrebbe mostrato la sua forza e uomini venuti dalla Giudea si sarebbero impadroniti del mondo”. E Svetonio, là dove narra la vita di Vespasiano, così riferisce circa la tradizione romana: “Tutto l’Oriente credeva, per antica e costante tradizione, che il destino riservasse il dominio del mondo a gente venuta dalla Giudea a quel tempo”. La Cina nutriva la medesima attesa, ma, poiché si trovava dall’altra parte della terra, credeva che il Grande Saggio sarebbe nato in Occidente. Gli Annali del Celeste Impero contengono la seguente relazione: 

“Nell’anno ventiquattresimo di Chengwang della dinastia Zhou, nel giorno ottavo della quarta luna, una luce apparve a sud-ovest, che illuminò il palazzo del re. Colpito da tanto splendore, il monarca interrogò i savi, che gli mostrarono alcuni libri dai quali risultava che quel prodigio doveva venire interpretato come l’apparizione del Gran Santo d’Occidente, la cui religione sarebbe stata introdotta anche nel loro paese”. 

Lo aspettavano i greci. Nel Prometeo, composto sei secoli prima che lui nascesse, Eschilo scriveva: “E, inoltre, non aspettarti che questa maledizione abbia fine fino a quando Dio non si manifesti, per addossarsi, in vece tua, tutte le pene conseguenti dai peccati da te commessi”. Come fecero i Magi a sapere della sua venuta? Probabilmente in base alle tante profezie diffuse per il mondo dagli ebrei, nonché in base alla profezia che Daniele alcuni secoli prima della nascita di Cristo aveva fatto ai gentili. Quanto a Cicerone, dopo aver riportato le parole degli antichi oracoli e delle Sibille relativamente a un “Re che dovremo riconoscere se vorremo essere salvati”, si domanda ansioso: “A quale uomo e a quale periodo di tempo alludono queste predizioni?”. La quarta egloga di Virgilio testimonia la stessa antica tradizione e parla di “una donna casta, sorridente al suo bambino, con il quale avrebbe fine l’età del ferro”. Svetonio cita un autore contemporaneo per rilevare che i romani avevano così tanta paura di un re che avrebbe governato il mondo da ordinare che tutti i bambini nati in quell’anno venissero uccisi: ordine che poi non fu emanato se non da Erode. Non soltanto gli ebrei aspettavano la nascita di un gran re, di un savio, di un Salvatore, ma anche Platone e Socrate parlarono del logos e del savio universale “che doveva ancora venire”. Confucio parlò del “santo”; le Sibille, di un “re universale”; i tragici greci, di un Salvatore e redentore che avrebbe liberato l’uomo dalla “primaria remota maledizione”. Tutti costoro aspettavano nel senso dei gentili. Ciò che distingue Cristo da tutti gli uomini prima di tutto è che era atteso: perfino i gentili bramavano un liberatore o redentore. Il che è di per sé sufficiente a differenziarlo da tutti i condottieri religiosi. La seconda distinzione consiste nel fatto che, una volta apparso, con tanta violenza, egli percosse la storia da dividerla in due periodi: il primo, anteriore alla sua venuta; il secondo, posteriore. Budda non fece ciò; né nessun altro dei grandi filosofi indiani. Perfino coloro che negano l’esistenza di Dio devono datare in questo modo gli attacchi che conducono contro di lui: l’anno tale d. C., oppure l’anno tal altro a. C. La terza realtà che lo differenzia da tutti gli altri è questa: chiunque altro sia mai venuto al mondo è venuto per vivere; lui è venuto per morire. Per Socrate, la morte fu una pietra d’inciampo, poiché ne troncò l’insegnamento; mentre per Cristo fu la meta e il compimento della vita, la ricchezza a cui ambiva. Delle sue parole e azioni, poche sono intelligibili dove non si stabilisca un riferimento con la sua croce: egli, infatti, si manifestò come un Salvatore invece che come un semplice maestro. A nulla, infatti, sarebbe servito insegnare agli uomini il modo di essere buoni senza aver concesso loro la facoltà d’essere buoni, dopo averli riscattati dall’amarezza della colpa. La storia di ogni vita umana comincia con la nascita e finisce con la morte. Nella persona di Cristo, invece, venne prima la morte poi la vita. La Scrittura lo descrive come “l’agnello sgozzato fin dalla fondazione del mondo”, poiché, nell’intenzione, egli fu sgozzato dal primo peccato e dalla prima ribellione contro Dio. Non fu la sua nascita a proiettare un’ombra sulla sua vita e a trarlo quindi alla morte; prima in ordine di tempo venne la croce, la quale rimandò la propria ombra sopra la sua nascita. La sua è stata l’unica vita che sia mai stata vissuta a ritroso. Come il fiore nel muro screpolato rivela il poeta della natura, e come l’atomo è la miniatura del sistema solare, così la sua nascita rivela il mistero del patibolo. La sua esistenza si svolse tra i poli di due realtà conosciute, dalla ragione della sua venuta resa palese dal nome di Gesù”, ossia “Salvatore”, al compimento della sua venuta, cioè alla sua morte sulla croce. Di lui, Giovanni ci dà la preistoria eterna; Matteo, la preistoria temporale, attraverso la genealogia. È significativo che la sua stirpe umana sia tanto legata a peccatori e stranieri! Queste macchie sullo scudo del suo lignaggio umano gli ispirano pietà per i peccatori e per quanti siano estranei all’alleanza; ed entrambi questi aspetti della sua compassione gli saranno, in séguito, addebitati come accuse: “È amico dei peccatori”; “un Samaritano”. L’ombra di un passato contaminato predice il suo futuro amore per i contaminati. Nato da una donna, egli fu un uomo e, al tempo stesso, poté essere tutt’uno con l’umanità intera; nato da una Vergine adombrata dallo Spirito e “piena di grazia”, sarebbe stato altresì fuori da quella corrente di peccato che corrompeva tutti gli uomini.

2 INFANZIA DI CRISTO 

Un’altra realtà caratterizzante è che, diversamente dagli altri dottrinari, egli rifugge dal classificarsi nella categoria definita dei giusti. I giusti non mentono; se Cristo non fosse stato tutto ciò che diceva di essere, ossia il figlio del Dio di vita, il Verbo di Dio incarnato, non sarebbe stato “proprio un giusto”: sarebbe stato un briccone, un mentitore, un ciarlatano, il più grande ingannatore mai esistito. Se non fosse stato quello che diceva di essere, ossia il Cristo, il figlio di Dio, sarebbe stato l’anticristo! Se fosse stato solamente un uomo, non sarebbe stato neppure un uomo “giusto”. Egli non fu solamente un uomo. Voleva che lo disprezzassimo oppure che lo adorassimo: che lo disprezzassimo come un qualunque uomo, oppure che lo adorassimo come un vero Dio e come un vero uomo. Questa è l’alternativa che ci offre. Può darsi benissimo che i comunisti, così avversi a Cristo, gli siano più vicini di quelli che in lui vedono un sentimentale e un vago riformatore morale. I comunisti, almeno, hanno stabilito che se lui vince loro perdono; mentre gli altri paventano di considerarlo vincitore o perdente, perché non sono preparati a far fronte alle esigenze morali che questa vittoria imporrebbe alle loro anime. Se egli è quello che afferma di essere, cioè un Salvatore, un redentore, abbiamo allora un Cristo virile, un condottiero degno di essere seguito in questi tempi terribili: colui che agevolmente farà breccia nella morte, distruggendo il peccato, la tristezza e la disperazione; un capo cui possiamo far totale sacrificio di noi stessi senza perdere la libertà, sebbene conquistandola, e che possiamo amare fino al giorno della nostra morte. Oggi abbiamo bisogno di un Cristo che, composto con funi un flagello, scacci dai nostri nuovi templi coloro che lì attendono di comprare e vendere; di un Cristo che biasimi gli alberi di fichi sterili; di un Cristo che parli di croci e di sacrifici e la cui voce assomigli alla voce del mare in tempesta, e che, tuttavia, non ci permetta di piluccare e scegliere fra le sue parole, scartandone le difficili e accettando soltanto quelle che compiacciono alla nostra fantasia. Abbiamo bisogno di un Cristo che ristabilisca lo sdegno morale, che ci induca a odiare ardentemente il male e ad amare il bene al punto da poter bere la morte come l’acqua.

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FATTI PER L’ETERNITÀ: INTRODUZIONE AL CRISTIANESIMO DI FULTON SHEEN

Ringraziamo di cuore la casa editrice Mimep di Milano, gestita dalle suore loretane, per aver ristampato con un nuovo titolo la vecchia edizione di “Vi presento la Religione”. Un classico di Fulton Sheen.

L’essenziale del cristianesimo prima di tutto, consiste nella rinascita, cioè nell’essere ricreati e incorporati in un nuovo tipo di vita più elevata – la vita soprannaturale della Grazia divina – e introdotti in un nuovo tipo di relazione spirituale come figli di Dio attraverso Gesù Cristo, vivo e presente nel Suo Corpo Mistico che è la Chiesa. L’autore ci ricorda che la nostra scelta di diventare figli di Dio avrà conseguenze nel nostro pellegrinaggio terreno, ma soprattutto nell’eternità dove saremo ciò che abbiamo deciso liberamente di essere nel tempo di questa vita. Le intuizioni di Sheen sono senza tempo. La saggezza profusa in questo libro è la stessa che portò le sue semplici trasmissioni televisive a un successo strepitoso.

«Il Cristianesimo non è un sistema di etica, ma è una Vita. Non è un buon consiglio, ma è un’adozione divina. Essere cristiani non consiste nell’essere caritatevoli verso i poveri, nell’andare in Chiesa, nel leggere la Bibbia, nel cantare inni sacri, nell’essere generosi con i comitati di beneficenza o disposti a servire le associazioni della Chiesa… Il cristianesimo include tutte queste cose, ma prima di tutto e soprattutto è una relazione d’amore».

Vi invitiamo a leggere l’anteprima del libro cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo direttamente sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

Fatti per l’eternità

DIO NON PUÒ COSTRINGERE L’UOMO E VIOLARE LA SUA LIBERTÀ. L’AMORE CROCIFISSO: “Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio”

Dio non può violare la libertà dell’uomo, perché così facendo schiaccerebbe la libertà stessa che rende possibile l’amore. Perciò Dio, per conquistarci, si mette nell’atteggiamento di chi è incapace di distruggere la libertà. Viene a noi in una natura umana sulla croce. Delle Mani che sono trafitte con i chiodi non possono farci prigionieri; dei Piedi che sono bucati con l’acciaio non possono inseguirci. Il vero Amore è sempre disarmato ma votato al sacrificio. Può invitarci e richiamarci solo presentando l’immagine di ciò che il peccato ha fatto a Lui.

Cerca di commuoverci con la visione di un sacrificio per cui può dire: “Nessuno ha un amore più grande di questo” (Giovanni 15:13). Molto spesso la vista delle sofferenze che l’ubriachezza di un marito ha causato a una moglie lo fa desistere dalla sua abitudine; così anche Nostro Signore spera che la rivelazione di ciò che i nostri peccati hanno fatto a Lui ci porti al pentimento. La crocifissione non è stata un omicidio, ma un deicidio, il peggio che il peccato possa fare. La vista stessa della Sua sofferenza non è solo la misura della nostra colpa, ma è allo stesso tempo l’offerta del perdono.

Attraverso la Croce la nostra colpa si trasforma in dolore nel vedere le sue conseguenze – un dolore struggente e personale che tortura la nostra anima fino a farci gridare: “O Dio, sii misericordioso con me peccatore” (Lc 18,13). Da quella Croce l’Amore ha guardato in basso, perché per sua natura l’amore discende. I genitori amano i loro figli più di quanto i figli amino i loro genitori. Infatti, i figli non sanno quanto i loro genitori abbiano sofferto per loro finché non diventano essi stessi genitori. L’amore discende dalla Croce.

Siamo troppo stupidi per capire l’amore della Croce, perché siamo così estranei al sacrificio; non sappiamo cosa sia l’amore perché non abbiamo amato, ma solo desiderato. Poiché amiamo così poco, il Suo amore è misterioso per noi. Non abbiamo mai perdonato nessuno a un prezzo così alto come il Suo; non abbiamo mai amato nessuno a un prezzo così alto come Lui. La nostra mancanza di amore ha nascosto il Calvario. Solo quando inizieremo ad amare la Bontà capiremo quanto Dio sia stato buono a morire per noi.

Il peccato è colpa nostra! Che cosa faremo al riguardo? Il mondo lo spiegherà, il Signore lo perdonerà. Egli ha conferito questo potere di perdono alla sua Chiesa fino alla consumazione del mondo: “A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi” (Giovanni 20:23). Grazie a Dio, sono cattolico.

(Fulton J. Sheen, da “For God and Country” 1941)

SE NON SOFFRIAMO CON CRISTO NON RISORGEREMO CON LUI. Cosa ci insegnano le Piaghe del Cristo Risorto?

Mentre la nostra terra reca queste piaghe, chi mai può indurci a sperare che davanti a noi avremo giorni migliori e che tutta questa sofferenza, tutta questa angoscia, non siano una beffa, un inganno?

Una cosa è certa: che le nostre ali spezzate non possono essere risanate da quel Cristo “Liberale” inventato dal secolo decimonono che fece di Lui nient’altro che un moralista simile a Socrate, a Maometto, a Buddha o a Confucio, e che, come loro, fu imprigionato nei ceppi della morte.

La sola cosa che oggi può esserci di conforto è il Cristo Risorto con le Sue Piaghe Gloriose, passato anche Lui attraverso la morte per darci la Speranza e la Vita: il Cristo, cioè, della mattina di Pasqua.

Risaltano, nella storia della Pasqua, le Stigmate di Cristo.

La Maddalena, che era stata sempre ai Suoi Piedi, o nella casa di Simone o presso la Croce, si trova questa volta nel giardino del sepolcro, e soltanto quando scorge su quei Piedi le livide Piaghe che testimoniano della guerra del Calvario riconosce il suo Signore e grida: “Rabbuni!”, che significa “Maestro”.

Il Cristo di cui oggi il mondo ha bisogno è il Cristo Virile, che a un mondo iniquo può mostrare i Segni della Vittoria nel Suo Corpo Stesso, offerto in cruento Sacrificio per la salvezza dell’Umanità. In questi terribili giorni non possono salvarci e confortarci i falsi dèi, immuni da affanni e dolori. (…)

Cosa ci insegnano le Piaghe di Cristo?

Ci insegnano che la vita è una lotta: che la nostra condizione di resurrezione finale è esattamente uguale alla Sua; che se non c’è una Croce nella nostra vita, non ci sarà mai una tomba vuota; se non c’è un Venerdì Santo, non ci sarà mai una Domenica di Pasqua; se non c’è una corona di spine, non ci sarà mai un’aureola di luce; e se non soffriamo con Lui, non risorgeremo con Lui.

Il Cristo delle Stigmate non ci ha dato nessuna pace che elimina le lotte, perché Dio odia la pace in coloro che sono destinati alla guerra contro il male. Le Piaghe non solo ci ricordano che la vita è una guerra, ma sono anche promesse di vittoria in quella guerra.

Gesù Nostro Signore ha detto: “Ho vinto il mondo”. Con questo Egli intende dire che ha vinto il male in linea di principio. (…)

Il male non potrà mai essere più forte di quel giorno sul Calvario, perché la cosa peggiore che il male può fare non è distruggere le città, fare guerre o sganciare bombe atomiche contro i vivi. La cosa peggiore che il male può fare è uccidere Dio, uccidere la Vita Divina! Ma essendo stato sconfitto in questo sul Calvario, nel suo momento più forte, quando il male indossava la sua più grande armatura, non potrà mai più essere vittorioso.

Non pensate, quindi, che il Gesù delle Stigmate e la sua vittoria sul male ci dia l’immunità dal male e dal dolore, dalla sofferenza, dalla crocifissione e dalla morte. Ciò che Egli offre non è l’immunità dal male nel mondo fisico, ma una possibilità di perdono per il peccato nelle nostre anime. La conquista finale del male fisico arriverà nella resurrezione dei giusti.

Ma Egli insegna, a un nobile esercito di sofferenti nel mondo, a sopportare il peggio che questa vita ha da offrire con coraggio e serenità, e a considerare tutte le sue prove come “l’ombra della Sua Mano carezzevolmente protesa su di noi”, e a trasfigurare alcuni dei più grandi dolori della vita nelle più ricche conquiste della vita spirituale.

(Fulton J. Sheen, da “I Personaggi della Passione”)

LA GRANDE LEZIONE DEL GIORNO DI PASQUA: “Il mondo ebbe torto e Cristo ebbe ragione…E’ meglio essere sconfitti agli occhi del mondo…Nel giorno di Pasqua non cantare l’inno del vincitore, ma quello del perdente”

Il mondo ebbe torto e Cristo ebbe ragione. Colui che aveva il potere di offrire la propria vita aveva anche il potere di riprenderla di nuovo; Colui che volle nascere nella carne, volle anche morire; Colui che sapeva come sarebbe morto, sapeva anche come sarebbe risorto per dare a questo minuscolo e misero nostro pianeta un onore ed una gloria che astri fiammeggianti e Pianeti gelosi non condividono: la gloria dell’unica tomba lasciata vuota.

La grande lezione del giorno di Pasqua consiste nel fatto che un Vincitore può essere considerato sotto un duplice punto di vista: quello del mondo e quello di Dio. Secondo il mondo, Cristo quel Venerdì Santo fu sconfitto, secondo Dio Egli fu vincitore. Coloro che lo condannarono a morte gli offrirono proprio l’occasione di cui Egli aveva bisogno, coloro che chiusero con la pietra il sepolcro, gli offrirono proprio la porta che Egli desiderava spalancare; il loro apparente trionfo aprì la strada alla Sua suprema vittoria. II Natale ha insegnato che il Divino sta sempre dove il mondo meno se lo aspetta; poiché nessuno si attendeva di trovarlo avvolto in fasce e posto in una mangiatoia. La Pasqua conferma la lezione ripetendo che il Divino sta sempre dove il mondo meno se lo aspetta; poiché nessuno fra quelli del mondo si attendeva che uno sconfitto sarebbe stato il vincitore, che la pietra scartata dai costruttori sarebbe divenuta testata d’angolo, che Colui che era morto, sarebbe ritornato a camminare e che, ignorato, posto in un sepolcro, sarebbe diventato la nostra Risurrezione e la nostra Vita. 

Nel giorno di Pasqua, io non intono il canto dei vincitori, ma quello di coloro che hanno subito la sconfitta:

«Io canto l’inno dei vinti, quelli che caddero nella battaglia della Vita, l’inno dei feriti, dei battuti, che perirono soccombendo nella mischia. Non il canto di giubilo dei vincitori, per i quali risuona l’acclamazione elevata in coro dalle nazioni, di quelli con la corona della gloria terrena sulla fronte, ma l’inno dei miseri, degli umili, degli esausti, di quelli dal cuore spezzato, che lottarono e persero, facendo con coraggio la loro parte, silenziosa e senza speranza; la loro gioventù non fu ricca di fiori, le loro speranze finirono in cenere, dalle loro mani sfuggì il bottino che cercavano di afferrare, al loro tramonto stavano fra i cocci della loro vita sparsi attorno, senza ricevere da nessuno compassione o attenzione, soli ed abbandonati. La morte spazzò via il loro fallimento, tutto venne travolto eccetto la loro fede. Mentre il mondo, in coro, innalza il suo elogio a coloro che hanno vinto, mentre la tromba, tenuta alta nella brezza ed al sole suona trionfante, mentre le bandiere sventolano, scrosciano applausi e ci si affretta dietro ai vincitori, cinti d’alloro, io rimango nel campo dei vinti, nell’ombra, con i caduti, i feriti, gli agonizzanti, là recito sottovoce un requiem, gli poso le mie mani sulla loro fronte contratta dalla sofferenza, innalzo sommessamente una preghiera, tengo la mano impotente e sussurro: “Otterranno la vittoria solo coloro che hanno combattuto la buona battaglia, che hanno sbaragliato il demone che li tentava nel loro intimo, che hanno conservato la fede rifiutando di farsi sedurre da quei beni che il mondo stima così tanto; che, per una causa superiore, hanno osato soffrire, resistere, combattere e, se necessario, morire”. Parla, o Storia! Chi sono i vincitori nella battaglia della Vita? Scorri i tuoi annali e di’, sono quelli che il mondo chiama vincitori che conquistarono il successo effimero di un giorno? Sono i martiri o Nerone? Gli Spartani, caduti alle Termopili? O i Persiani e Serse? I suoi giudici o Socrate? Pilato o Cristo?». 

Srotola le pergamene del tempo ed osserva come la lezione di quella prima Pasqua Cristiana si ripete, quando, ad ogni celebrazione della Pasqua si raccontano le vicende del grande Condottiero che è uscito dal sepolcro per rivelare che la vittoria finale, quella definitiva, deve sempre essere intesa come sconfitta agli occhi del mondo. Almeno una dozzina di volte nel corso della sua storia bimillenaria, il mondo nell’impeto di un effimero trionfo, ha posto la pietra a sigillo sul sepolcro della Chiesa, vi ha posto la guardia e l’ha considerata come morta, esausta, sconfitta, solo per vederla risorgere vittoriosa nell’aurora della sua Pasqua. (…)

Infine la Pasqua ci offre una lezione che riguarda la nostra stessa vita.

E’ meglio essere sconfitti agli occhi del mondo seguendo la voce della propria coscienza piuttosto che essere vincenti secondo la falsa opinione del mondo; è meglio essere vinti nella santità del vincolo matrimoniale che ottenere l’effimera vittoria del divorzio; è meglio essere vinti in mezzo a tanti figlioli, frutti dell’amore, che vincenti in un’unione volutamente sterile; è meglio essere vinti dall’amore della Croce, che conseguire l’effimera vittoria del mondo che mette in croce. In conclusione è meglio essere sconfitti agli occhi del mondo dando a Dio ciò che è interamente e assolutamente nostro. Se diamo a Dio la nostra energia, Gli restituiamo un Suo dono; se Gli diamo i nostri talenti, le nostre gioie, i nostri beni, Gli rendiamo ciò che Egli mise nelle nostre mani non per esserne proprietari, bensì semplici amministratori.

Una sola cosa c’è al mondo che possiamo definire veramente nostra, la sola che possiamo dare a Dio, che è nostra invece che Sua, la sola che Egli non ci toglierà mai; questa cosa è la nostra volontà col suo potere di scegliere l’oggetto del suo amore. Quindi il dono più perfetto che possiamo offrire a Dio è quello della nostra volontà. Agli occhi del mondo, donarla a Dio è la suprema sconfitta che possiamo subire, ma è anche la suprema vittoria che possiamo conseguire agli occhi di Dio. Nel cedergliela ci sembra di perdere tutto, la sconfitta però è il seme della vittoria. La rinuncia alla propria volontà conduce a ritrovare tutto ciò che la volontà abbia mai cercato, la perfezione della Vita, della Verità, dell’Amore, cioè Dio.

E così, nel giorno di Pasqua non cantare l’inno del vincitore, ma quello del perdente. Cosa importa se la strada, in questa vita, sia ripida e disagevole, se la povertà di Betlemme, la solitudine della Galilea, le sofferenze della Croce siano il nostro pane? Mentre combattiamo, santamente ispirati da Colui che ha conquistato il mondo, perché mai dovremmo trattenerci dal manifestare la nostra sfida di fronte all’ipocrisia del mondo? Perché temere di estrarre la spada e assestare il primo colpo mortale al nostro egoismo? Marciando sotto la guida del Condottiero dalle cinque Piaghe, fortificati dai Suoi Sacramenti, resi incrollabili dal Suo essere Verità infallibile, divinizzati dal Suo Amore redentivo, non abbiamo alcun timore circa l’esito della battaglia della vita; nessun dubbio sull’epilogo della sola lotta che conta; nessun bisogno di chiederci se saremo vincitori o perdenti. Perché? Perché abbiamo già vinto – solo che la notizia non è ancora trapelata! 

(Fulton J. Sheen, da “The Morale Universe”)

IL PARADOSSO PIÙ STRAORDINARIO DELLA STORIA DEL MONDO

Per il paradosso più straordinario della storia del mondo, crocifiggendo Cristo hanno dimostrato che Lui aveva ragione e loro avevano torto, e sconfiggendolo hanno perso. Uccidendolo Lo hanno trasformato: per la potenza di Dio hanno cambiato la mortalità in Immortalità. La Croce era proprio ciò che Egli disse che un uomo deve portare per essere rifatto; Gli diedero la croce ed Egli la trasformò in un trono di gloria. Disse che un uomo deve morire per vivere; Gli diedero la morte ed Egli visse di nuovo. Disse che se il seme caduto in terra non muore, rimane solo; Lo piantarono come un seme il venerdì, e a Pasqua risuscitò nella novità della vita divina, come il fiore che spunta dalla zolla in primavera. Ha detto che nessuno sarà esaltato se non è umiliato; Lo hanno umiliato sul Calvario, ed Egli è stato esaltato e si è innalzato sopra un sepolcro vuoto. Hanno seminato il Suo corpo nel disonore ed è risorto nella gloria; Lo hanno seminato nella debolezza ed è risorto nella potenza. Nel togliergli la vita, Gli hanno dato Nuova Vita…Rifate l’uomo e rifarete il mondo!

(Fulton J. Sheen, da “Justice and Charity”)

-GIOVEDÌ SANTO- L’ULTIMA CENA E L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA. CRISTO: SACERDOTE E VITTIMA.

Il Nostro Signore Benedetto è venuto in questo mondo per morire. (…)

Essendo la Sua Morte la ragione della Sua Venuta, Egli ora istituiva per gli Apostoli, e per i posteri, un Atto Commemorativo della Sua Redenzione, da Lui promesso quando aveva affermato di essere il Pane di Vita.

Non disse: “Questo rappresenta, o simboleggia, il Mio Corpo”, bensì: “Questo è il Mio Corpo offerto in Sacrificio”. Un Corpo che sarebbe stato spezzato durante la Sua Passione.

Poi, prese il vino nelle Sue Mani e disse: “Questo è il Mio Sangue… che sarà sparso per molti in remissione dei peccati”

Sulla Croce, Egli sarebbe morto per la separazione del Suo Sangue dal Suo Corpo: ecco perché non consacrò insieme, ma separatamente, il pane e il vino, a rivelare il modo della Sua Morte a seguito della separazione del Corpo e del Sangue. In quell’atto, Nostro Signore, fu ciò che sarebbe stato l’indomani sulla Croce: Sacerdote e Vittima.

Venne poi il Divino comandamento di prolungare la Commemorazione della Sua Morte: “Fate questo in memoria di Me”

Ripetete! Rinnovate! Prolungate attraverso i secoli il Sacrificio offerto per i peccati del mondo! (…)

Quel Giovedì Santo, Nostro Signore non aveva dato loro un Sacrificio diverso dal Suo unico Atto Redentore sulla Croce: ma una nuova specie di Presenza. Non si trattava di un nuovo Sacrificio, perché ce n’è uno solo; così Egli diede invece una nuova Presenza di quell’unico Sacrificio.

Durante l’Ultima Cena, Nostro Signore operò indipendentemente dai Suoi Apostoli allorché presentò il Suo Sacrificio sotto le apparenze del pane e del vino; dopo la Sua Risurrezione e Ascensione, invece, e in obbedienza al Comandamento Divino, Cristo avrebbe offerto il Suo Sacrificio al Padre Suo che è nei Cieli attraverso loro o dipendentemente da loro.

Ogni volta che in Chiesa, durante la Messa, rievochiamo quel Sacrificio di Cristo, abbiamo un’applicazione a un nuovo momento nel tempo e a una nuova Presenza nello spazio dell’unico Sacrificio di Cristo adesso Glorioso. In obbedienza al Suo mandato, i Suoi seguaci avrebbero ripresentato in maniera incruenta ciò che Egli presentò al Padre Suo nel Sacrificio cruento del Calvario. (…)

Quando gli Apostoli, e più tardi la Chiesa, avrebbero obbedito alle Parole di Nostro Signore per rinnovare la Commemorazione e mangiare e bere il Corpo e il Sangue di Lui, non sarebbero stati quelli del Cristo Fisico allora dinanzi ad essi, ma quelli del Cristo Glorificato nei Cieli che continuamente intercede per i peccatori. La Salvezza della Croce, in quanto sovrana ed Eterna, viene quindi applicata e tradotta in realtà nel corso del tempo dal Cristo che è nei Cieli. (…)

Nostro Signore non disse mai a nessuno di scrivere circa la Sua Redenzione, ma agli Apostoli disse di rinnovarla, di applicarla, di commemorarla, di prolungarla in obbedienza agli ordini da Lui dati durante l’Ultima Cena. Egli volle che il grande dramma del Calvario venisse rappresentato non già una volta sola ma per ogni tempo che a Lui piacesse.

Volle che gli uomini non fossero i lettori della Sua Redenzione, ma che vi agissero da attori, offrendo con Lui il proprio corpo e sangue nella ripetizione del Sacrificio del Calvario, e con Lui dicendo: “Questo è il Mio Corpo e questo è il Mio Sangue”; morendo alle proprie nature inferiori per vivere alla Grazia.

(Fulton J. Sheen, da “Vita di Cristo”)

GIUDA E PIETRO DAVANTI A CRISTO: TRADIMENTO, DISPERAZIONE, PERDONO E CONVERSIONE: “Non appena abbiamo coscienza di essere peccatori, Egli si volge a guardarci: Dio non rinuncia mai a noi”

“Ti saluto Maestro e lo baciò”

Non appena commesso il crimine, il disgusto s’impadronì di Giuda. Le acque profonde del rimorso cominciarono ad agitarsi nella sua anima, ma, al pari di molte anime dei nostri giorni, egli fraintese il senso del rimorso, e ritornò da quelli con cui aveva negoziato e ai quali aveva venduto Nostro Signore per trenta denari d’argento, qualcosa come diciassette dollari d’oggi.

La Divinità è sempre tradita in misura ultra-sproporzionata rispetto al suo valore effettivo. Ogni qualvolta noi vendiamo Cristo, sia al fine di progredire in una qualsiasi carriera terrena – come coloro che abbandonano la Fede perché con una croce sulle spalle non possono conseguire alcun successo politico – sia per denaro, ci par sempre, in ultima analisi, d’essere stati truffati.

Non c’è quindi da stupirsi che Giuda riportasse i trenta denari a coloro che glieli avevano dati. Non bramava più ciò che prima aveva tanto desiderato: l’incantesimo era scomparso. (…)

Noi che conosciamo Cristo, noi che ne possediamo la Verità e la Vita, noi possiamo offenderLo e tradirLo più di quelli che non Lo conoscono.

Potremo non agir mai da traditori in modo evidente e grossolano, bensì attraverso gesti “insignificanti” come il bacio di Giuda: attraverso il silenzio quando dovremmo fare da difensori, attraverso la paura del ridicolo quando dovremmo proclamare la nostra opinione, attraverso la critica quando dovremmo testimoniare, oppure nascondendoci quando dovremmo congiungere le mani nella preghiera.

E allora, avrà ben ragione Nostro Signore nel domandarci: “Amico! Con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?” (…)

Giuda restituì i trenta denari, ma perché le anime conseguano la salvezza non basta che rinuncino a ciò che hanno: devono anche donare ciò che esse sono. Né basta aver disgusto del peccato: dobbiamo anche provarne rimorso. Giuda non provò rimorso nel vero senso della parola: in lui si era solo compiuta una trasformazione di sentimento. Il rimorso di Giuda non riguardava Nostro Signore. Il che significa soltanto che ebbe odio di sé, e chi ha odio di sé è potenzialmente un suicida. L’odio di sé è il principio del suicidio ed è salutare solo se associato con l’Amore di Dio. (…)

Nel momento stesso in cui Pietro imprecava e giurava di non conoscere Cristo, si udì, attraverso i vestiboli esterni della casa di Caifa, il canto chiaro e inequivocabile, di un gallo. Perfino la natura è dalla parte di Dio.

Il canto del gallo fu in un certo modo “infantile” ma Dio può ben adoperare cose quanto mai “insignificanti” per donarci la Sua Grazia: il volto di un bambino, una parola attraverso la radio, il canto di un passero. Come mezzo di conversione, userà perfino il canto di un gallo all’alba. Un’anima può arrivare a Dio attraverso una serie di delusioni.

PER LA CONVERSIONE DOBBIAMO ABBANDONARE TUTTO CIÒ CHE CI INVITA AL PECCATO!

“E, uscito fuori, pianse amaramente” (Luca 22; 62)

Come il peccato inizia con l’abbandono della mortificazione, così la conversione implica il ritorno alla mortificazione stessa. Chiede il Re nell’Amleto: “Ove si sia perdonati, si può mai insistere nella colpa?”. Ci sono alcune cose che danno inizio al peccato: quelle persone, quei luoghi, e quelle circostanze che inaridiscono l’anima.

La conversione di Pietro non fu completa finché egli non lasciò il luogo in cui alcuni servi e la preoccupazione della propria persona congiuravano affinché egli rinnegasse il Maestro. Egli non rimarrà passivamente seduto mentre il Giudice Divino viene giudicato. La Scrittura registra l’emendamento, ossia la purificazione di Pietro con queste semplici parole: “E USCITO FUORI”.

Tutti i gioielli di cui si adorna il peccato: la preoccupazione della propria persona, i luoghi, le persone e le circostanze…Pietro ora li calpesta, perché “esce fuori” e piange amaramente .

DIO NON RINUNCIA MAI A NOI MISERI PECCATORI

La seconda fase del processo del ritorno a Dio di un’anima, dopo il risveglio della coscienza a seguito della delusione del peccato, procede direttamente da Dio stesso. Non appena ci sentiamo vuoti, o delusi, ecco il Signore affrettarsi a colmare il nostro vuoto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di Me” (Giov. 14-6). E ci dice San Luca: “Il Signore allora Si volse a guardare Pietro” (Luca 22-61).

Come il peccato significa un’avversione a Dio, così la Grazia significa una conversione a Dio. Lui non ci abbandona, anche se noi Lo abbandoniamo. Non appena abbiamo coscienza di essere peccatori, Egli si volge a guardarci: Dio non rinuncia mai a noi.

Pietro ricevette uno sguardo da occhi che ci vedono non già come ci vede il nostro prossimo, e neppure come noi stessi ci vediamo, ma come effettivamente siamo: erano gli occhi di un Amico ferito, di un Cristo ferito. Il linguaggio di quegli occhi non lo capiremo mai.

“E uscito fuori, Pietro pianse amaramente” (Luca 22-62).

Adesso Pietro aveva il cuore a pezzi, e i suoi occhi, quegli occhi che avevano fissato gli occhi di Cristo, si erano mutati in fontane. Mosè percosse una roccia, e ne scaturì l’acqua; Cristo guardò una roccia (Pietro), e ne scaturirono lacrime.

Vuole la tradizione che Pietro piangesse tanto per i peccati che aveva commesso che le sue guance fossero attraversate da torrenti di pentimento.

Sopra quelle lacrime si erge il Volto della Luce del Mondo, e attraverso di esse spunta l’arcobaleno della speranza, ad assicurare tutte le anime che nessun cuore sarà mai distrutto dalla marea del peccato a condizione che si volga a guardare Cristo, Colui che è l’Arca della Salvezza, l’Amore dell’Universo.

(Fulton J. Sheen, da “Personaggi della Passione”)

GIUDA: LA COLPA SENZA LA SPERANZA IN CRISTO È DISPERAZIONE E SUICIDIO! “È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi”

Pietro si pentì nel Signore, mentre Giuda si pentì in se stesso. La differenza era enorme, come quella che vi può essere tra il sottoporre una causa all’autorità Divina e il sottoporla a se stessi; tra la Croce e il lettino dello psicanalista.

Giuda riconobbe di aver tradito il «sangue innocente» ma non volle mai esserne lavato. Pietro sapeva di aver peccato e cercò la Redenzione. Giuda sapeva di aver commesso un errore e cercò l’evasione, diventando il capolista di una lunga serie di fuggitivi che voltano le spalle alla Croce. Il perdono divino ha in sé il presupposto della libertà umana, mai quello della sua distruzione. Chissà se Giuda, fermo sotto l’albero dal quale gli sarebbe venuta la morte, abbia guardato, attraverso la vallata, l’Albero dal quale gli sarebbe potuta venire la Vita.

Giuda era il tipo che dice: «Sono un cretino!»; Pietro quello che dice: «Sono un peccatore!».
È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi. Giuda sentì il disgusto di sé, che è una specie d’orgoglio. Pietro non aveva avuto esperienze deplorevoli e la sua fu “metànoia”, un mutamento del cuore. La conversione della mente non è necessariamente la conversione della volontà.

Giuda andò al confessionale del padrone che l’aveva pagato; Pietro a quello di Dio. Giuda si addolorò per le conseguenze del suo peccato come una donna nubile si addolora per la sua gravidanza. Pietro soffriva per il peccato in sé, perché aveva ferito l’Amore.

La colpa non accompagnata dalla speranza in Cristo è disperazione e suicidio. La colpa accompagnata dalla speranza in Cristo è misericordia e gioia.

Giuda riportò il denaro ai sacerdoti del tempio. È sempre così, quando disertiamo il Signore per cose terrene, prima o poi ci prende il disgusto: quelle cose non le vogliamo più. Avendo amato quanto vi è di meglio, nient’altro ci può appagare. Il tradimento ai danni della Divinità, anche se minimo, è sempre eccessivo nei confronti del valore di ciò che è Divino. La tragedia di Giuda è che sarebbe potuto essere San Giuda.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

NON È SOLTANTO LO SGUARDO DI CRISTO CHE PORTA AL PENTIMENTO MA ANCHE LA NOSTRA REAZIONE: “Nessun uomo comprende pienamente il peccato se non quando lo vede alla luce del Volto di Cristo”

“Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro”. (Lc 22, 61).

Può anche darsi che Gesù Cristo abbia udito Pietro alzare la voce, a Lui ben nota, per imprecare e giurare ai presenti di non conoscere Gesù di Nazareth. Nostro Signore non gli rinfacciò: «Te lo avevo detto!». Nessuna parola di bruciante condanna uscì dalle sue labbra. Ebbe appena uno sguardo, un unico sguardo di amore ferito. Tale è la misericordia di Nostro Signore quando Gli siamo infedeli e sleali! Egli cerca di riconquistarci con privilegi maggiori e misericordia moltiplicata! Non sono soltanto i febbricitanti, i paralitici, i lebbrosi a conoscere il tenero sguardo del Figlio Incarnato, ma sono, soprattutto, i Sacerdoti e i peccatori.

Non è soltanto lo sguardo di Cristo che porta al pentimento, ma anche la nostra reazione. Il sole che splende, irradiando tanto calore, scioglie la cera, ma indurisce il fango. Al richiamo della Misericordia Divina, il peccatore può indurirsi per l’inferno o ammorbidirsi per il Cielo.Non fu Pietro che pensò di girarsi, ma il Signore. Pietro, essendo colpevole, preferiva guardare da qualsiasi altra parte, ma il Signore lo guardò. È questo il punto essenziale che tutti i seguaci di Cristo devono tenere presente quando cadono in peccato: è il Signore che si volta per primo. Nessun uomo comprende pienamente il peccato se non quando lo vede alla luce del Volto di Cristo. Può essere mortificato per essersi comportato da stupido, ma proverà dolore soltanto nel vedere il beneamato Crocifisso.

L’uomo che dice: «Sono stato uno stupido», invece di dire: «Signore, abbi pietà di me che sono peccatore», è ancora molto lontano dalla rinascita. Quale lezione di tenerezza ci rivela il rifiuto di Nostro Signore di detestare Pietro! In un momento simile, quando si sta vacillando come un funambolo sulla corda, un sospiro o uno sguardo possono essere decisivi. Possono segnare l’inizio del ritorno a Dio, anziché un tuffo nell’abisso del male.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)