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IL TEISMO DEGLI ATEI: “L’ateismo non è una dottrina: è soltanto un grido di collera…la negazione di Dio afferma in qualche modo la Sua esistenza”

DAL LIBRO APPENA PUBBLICATO “VERITÀ E MENZOGNE: UNA CRITICA PROFETICA DEL PENSIERO MODERNO. Edizioni Mimep”

UN PEZZO DEL SESTO CAPITOLO:

“IL TEISMO DEGLI ATEI”

L’esigenza filosofica di un nuovo Dio non è in fondo che una forma di ateismo. Vi sono due maniere di essere atei: l’una consiste nel dire: «Dio non esiste»; l’altra nel dire: «Abbiamo bisogno di una nuova idea di Dio e questo Dio è lo Spazio-Tempo, ovvero la tendenza ideale nelle cose». Rispetto a questo secondo tipo di ateismo, confesso di non essere mai riuscito a comprendere come certe menti possano ammettere che l’universo è Dio e tuttavia negare che un uomo, ovvero Cristo, possa essere Dio. Un’altra cosa ugualmente difficile da comprendere è come certi umanisti possano dire che Dio è la società dei milioni di milioni di persone oggi viventi e tuttavia negare che in Dio possano esistere tre persone, vale a dire la Trinità.

La negazione di Dio non è una dottrina: è soltanto un grido di collera. Se l’ateismo significa negare che l’universo esiga una causa al suo esistere, qualunque essa sia, è pur vero che ci sono pochissimi atei, se pure ne esiste qualcuno. Uno dei più famosi atei dei tempi moderni, Félix Le Dantec, dice che «molti si autodefiniscono atei, senza sapere ciò che significhi». Alcuni si dicono atei mentre il loro ateismo non significa la negazione di una causa, ma solo l’ignoranza di essa. In altri l’ateismo s’identifica nella legge dell’universo, come se potesse esistere una legge, senza il legislatore. Alcuni affermano che l’universo si è fatto da sé, è causa di se stesso… tale posizione è ragionevolmente insostenibile, perché se l’universo fu la causa di se stesso, avrebbe dovuto preesistere a se stesso per potersi creare, il che è una stupidaggine. Si può quindi a ragione parlare del teismo degli atei, perché la negazione stessa di Dio afferma in qualche modo la Sua esistenza.

Supponete che io mi dedichi a diffondere in tutto il paese degli opuscoli coi quali intendo combattere la credenza nelle fate, negli spettri, nei folletti e nelle mucche che saltano sulla luna, supponete che io scriva dei libri contro i centauri e contro i fantasmi che svolazzano come bolle di sapone, supponete che mi serva della radio per mettere in guardia il pubblico contro l’Omino del Sonno, che sparge la sabbia negli occhi dei bambini ancora svegli alle nove di sera. Quale sarebbe la reazione del gran pubblico? Probabilmente mi metterebbero sotto chiave come un pazzo disturbatore della quiete pubblica e non a torto, perché avrei provato, al di là di ogni dubbio, di essere uscito di senno: non è forse la pazzia la credenza nelle creature nate dalla fantasia? Ora supponete che Dio, come affermano gli atei, non sia più reale dei centauri e delle fate, supponete che Dio appartenga allo stesso mondo strano e irreale delle fantasie intorno ai fantasmi. Ora, mi domando, come avviene che la società mi tratterebbe da pazzo se mi dedicassi, anima e corpo, alla lotta contro le mucche che saltano sulla luna, e tuttavia non ritiene pazzo l’ateo, per la ragione che egli conduce una campagna per provare che Dio appartiene alla stessa categoria di immaginazioni e fantasie?

La ragione è ovvia. L’ateo non è pazzo, quello contro cui io lotterei sarebbe il frutto della mia fantasia, ma ciò contro cui lotta l’ateo è una realtà, una cosa altrettanto reale come il colpo di una spada o un abbraccio. L’uomo è pazzo se crede che un’immagine della fantasia sia reale, ma l’ateo non lotta contro un’immagine che considera reale, bensì contro una realtà che egli reputa irreale. In altre parole, ciò che salva l’ateo dall’essere accusato di pazzia è il fatto che egli combatte la Realtà per la quale tutte le altre cose sono reali. Il comandante Foch non era pazzo quando a Reims giudicò che le uniformi grigie erano quelle del nemico, è la concretezza del nemico a rendere giustificato e solido l’attacco ed è l’obiettività del nemico dell’ateismo a salvare gli atei dalla pazzia, sebbene non li possa salvare dalla tristezza. Ecco perché si può parlare del teismo degli atei. Certe cose sono tanto fondamentali che negarne l’esistenza significa affermarle. Se io, per esempio, nego la mia esistenza, non faccio che dimostrarla, perché prima di negarla ho bisogno di esistere. La negazione implica un’affermazione ed in via ancor più generale, la negazione del Principio di ogni esistenza implica l’esistenza di quel Principio. Se non esistessero vini, né liquori, non ci sarebbe il Proibizionismo. Il fatto stesso che esiste una coalizione contro i saloon, implica il fallimento della legge sulle bevande alcoliche e l’esistenza dei saloon, o almeno dei bar clandestini. Se non ci fossero sigarette, non ci sarebbe mai stata alcuna legge contro le sigarette, e se non ci fosse Dio, come potrebbe esistere l’ateismo? Non implica forse l’ateismo l’abolizione di una Cosa reale? (…)

L’identico processo ragionativo, che rende altre cose intelligibili, è quello che rende intelligibile Dio, fonte dei valori e delle realtà permanenti. Le grandi menti d’oggi rivolgono i telescopi su Marte e distinguono i tracciati, che potrebbero essere canali. Ragionano quindi così: su Marte vi sono dei canali, ma solo un essere intelligente può costruire un canale, perciò Marte dev’essere abitato da qualcuno. Ora, io vi giuro che non riesco a comprendere perché sia logico dedurre, dalla vista di un canale, l’esistenza di un costruttore di canali e non debba essere logico dedurre, dalla vista dell’universo, l’esistenza di un Costruttore dell’universo stesso. Vi sono altri individui che rivoltano le sabbie roventi del deserto egiziano, scoprono poche tombe e qualche rovina, e da tali misere testimonianze ricostruiscono la natura di una lontanissima civiltà. Se ciò è logico – e lo è infatti – perché le stesse persone non dovrebbero dedurre qualcosa della Giustizia, della Bontà e della Bellezza di Dio dalle vestigia delle cose che si scoprono nell’universo? E inoltre, se vi sono nel mondo delle menti che credono che l’universo sia guidato per uno scopo, perché non dovrebbero ammettere l’esistenza di Dio, se non può esservi uno scopo senza una mente, ed una mente senza una Persona?

No! Non può esistere un universo senza Dio, perché esso non potrebbe sopportare il dolore di non conoscere il suo Autore e la sua Causa; né può esistere un’umanità senza Dio, perché non potrebbe sopportare il fardello del proprio cuore. Ecco perché gli atei mi fanno sempre una grande pena: non possono mai dire addio (Dio sia con te) agli amici.

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IL MOTIVO PRINCIPALE DELLA DEIFICAZIONE DEL SESSO È LA PERDITA DELLA FEDE IN DIO…IL CULTO DEL SESSO, LA NEGAZIONE DI DIO, L’ANARCHIA POLITICA E LA PAURA DELLA MORTE.

Il motivo principale della deificazione del sesso è la perdita della fede in Dio. Perdendo Dio, gli uomini perdono lo scopo della vita; e quando si perde lo scopo della vita, l’universo perde ogni significato. L’uomo si sforza di dimenticare la sua povertà nell’intensità di una temporanea esperienza, arrivando qualche volta a deificare la carne di un’altra persona: idolatria e adorazione, che possono però mutarsi in delusione quando il soggetto si accorge che il cosiddetto “angelo” altro non è se non un angelo caduto e per niente attraente.

A volte l’uomo divinizza la propria carne: in tal caso finisce col tiranneggiare l’altra persona e, di conseguenza, col farne oggetto della sua crudeltà. Non c’è formula più sicura d’insoddisfazione che il tentativo di soddisfare il nostro ardente desiderio dell’oceano di Amore infinito con una tazzina di soddisfazioni “finite.” Nulla che sia materiale, fisico o carnale può mai del tutto soddisfare l’uomo, la cui anima immortale necessita di un Amore eterno. “Non di solo pane vive l’uomo”.

Il suo bisogno di amore divino, una volta pervertito, lo costringe a proseguire nella sua ricerca dell’Amore infinito negli esseri finiti; e si preoccuperà inutilmente, ma, pur continuamente deluso, non rinuncerà all’impresa. Di qui cinismo, noia, fastidio e, infine, disperazione. Perduto l’ossigeno spirituale, l’uomo soffoca. Per lui la vita non è più una cosa preziosa e pensa di farla finita con un ultimo e supremo atto di ribellione contro il Signore della vita. (…)

Il secondo motivo del culto del sesso è il desiderio dell’uomo di sfuggire alle responsabilità della vita e all’insopportabile voce di una coscienza inquieta. Concentrandosi sull’inconscio, sull’animalità, sulla primitività, il colpevole ritiene di non aver più bisogno di preoccuparsi del significato della vita. Una volta negato Dio, tutto gli è lecito. Negando l’etica della vita, ha sostituito la licenza alla libertà. Perciò un’epoca di licenza carnale è sempre un’epoca di anarchia politica. Le fondamenta della vita sociale sono scosse quando le fondamenta della vita familiare vengono distrutte.

La ribellione delle masse contro l’ordine sociale, auspicata da Marx, è analoga alla ribellione della libido e degli istinti animali che i partigiani della sessualità patrocinano nell’individuo. Entrambi i sistemi negano la responsabilità: l’uno perché ritiene che la storia sia determinata dall’economia, l’altro perché ritiene che l’uomo sia determinato dalla biologia. Ma quelli che negano in teoria ogni umana responsabilità e libertà rimproverano la cuoca perché ha bruciato l’arrosto e, poche ore dopo, ringraziano l’amico che ha lodato il loro ultimo libro dal titolo “Non c’è libertà”.

Il terzo motivo dell’esaltazione del sesso è la negazione dell’immortalità. Una volta negato l’Eterno, l’oggi diventa importantissimo. L’uomo che crede nell’immortalità non aspira soltanto alla continuazione del suo spirito nell’eternità, ma anche alla continuazione della sua carne attraverso la creazione di una famiglia che gli sopravviva e accolga la sfida della morte. La negazione dell’immortalità conferisce quindi alla morte un duplice potere, sia perché l’uomo, negando l’immortalità, nega la sopravvivenza, sebbene debba inevitabilmente morire, sia perché l’uomo è così mosso a ripudiare la vita della famiglia, che oggi è considerata né più né meno che un impedimento ai piaceri dell’attimo fuggente.

È ormai accertato che nelle epoche funestate da guerre, epidemie, ecc., tutti quelli che non siano sorretti dalla fede nei valori eterni finiscono, in considerazione della fugacità e fragilità della vita del corpo, per immergersi in orge di dissolutezza. L’eccessivo interesse per i temporanei valori terreni inaridisce l’entusiasmo morale e stimola i più bestiali appetiti man mano che gli uomini vedono avvicinarsi la fine. Ma non servono simili catastrofi: ogni volta che il tempo terreno è considerato della massima importanza, gli anziani dicono che il “futuro è nelle mani dei giovani”; ciascuno ha paura di parlare della propria età, e tutti parlano del processo d’invecchiamento in un tono tra l’offensivo e il beffardo. Come bestie intrappolate non nelle gabbie ma nel tempo, questi se la prendono col trascorrere del tempo: il rapido volgere degli anni diminuisce il piacere e getta un’ombra che si vorrebbe non vedere. Ma poiché non è lecito sperare di evitarla per sempre, la paura della morte acquista terreno.

Non è per caso che l’attuale civiltà, che ha esaltato il sesso come nessun’altra epoca ha fatto nella storia del cristianesimo, vive nel costante terrore della morte. Baudelaire ha ragione quando rappresenta l’amore moderno seduto su un teschio. Quando si dà un valore morale alla carne, questa produce vita; quando il sesso delude la morale, il suo termine è la morte. Un bimbo a cui viene data una palla con l’avvertimento che è la sola palla che avrà in vita sua, non può goderne pienamente perché ha la continua paura di perderla. Un altro bimbo a cui viene detto che se sarà buono avrà un’altra palla che non potrà mai perdere e che gli darà sempre gioia, non avrà paura di perdere la prima. Così è per l’uomo che, al contrario del cristiano, ha un solo mondo. Anche nel pieno godimento della vita, il primo avrà sempre paura della fine. I suoi piaceri saranno oscurati dall’ombra della morte. Ma chi crede in una vita futura, condizionata dalla morale, ha il grande vantaggio di riuscire a essere felice in questo mondo come nell’altro. (…)

La negazione dell’anima ragionevole e l’equiparazione dell’uomo all’animale costituiscono la quarta ragione dell’esaltazione del sesso. Il che implica l’abbandono totale dell’etica nei rapporti umani. Non la volontà, ma l’istinto regna ora supremo, e i principi della morale cedono il passo agli appetiti bestiali.

La tragedia moderna non sta nel fatto che oggi gli esseri umani cedano alle loro passioni più di quanto non facessero nei tempi passati, ma nel fatto che, abbandonando la retta via, essi negano che una retta via esista. In altre epoche gli uomini si ribellavano contro Dio, ma riconoscevano la loro ribellione. Peccavano, ma sapevano di peccare. Vedevano chiaramente che erano sulla cattiva strada; oggi, invece, gettano via la carta topografica.

Voler equiparare l’uomo all’animale è un grande errore: nell’uomo il sesso non è la stessa cosa che negli animali. Un animale sente, ma non ama. Nell’animale non c’è conflitto tra corpo e anima; nell’uomo sì. Nell’animale la sessualità è meccanica, obbedisce allo stimolo; nell’uomo, invece, si riallaccia al mistero e alla libertà. Nell’animale è soltanto il rilassamento di una tensione; nell’uomo non è determinata da un ritmo naturale ma dalla volontà. Il sesso può dare all’uomo un senso di solitudine e di tristezza che non dà all’animale. L’animale può soddisfare quaggiù tutti i suoi desideri; l’uomo non può, e la sua tensione deriva dal tentativo di sostituire col tritello del sesso il pane della vita. Prinzhorn, parlando di un certo tipo di freudianesimo, dice che “ai super-intellettualizzati, a coloro che non vivono a contatto diretto con la terra, bensì nelle morse di un’abietta sessualità, esso dà una falsa religione, mirabilmente adatta alla loro condizione”.

Si è del tutto trascurato il contributo del peccato originale al problema sessuale nell’uomo, sebbene si debba dire, in favore della psicologia moderna, che essa ha implicitamente riaffermato il fatto sotto il nome di “tensione”. La natura umana non è intrinsecamente corrotta ma è debole; ne consegue che spesso le emozioni prendono il sopravvento sulla ragione. (…)

A differenza dell’estremo freudianesimo, il cristianesimo non è così meschino da fare del sesso l’istinto più importante della vita o da attribuire alla sola repressione sessuale i disordini psichici. Se la repressione dei più brutali istinti del sesso è l’unica causa delle anomalie mentali, come mai quelli che si abbandonano alla licenza carnale sono i più anormali degli uomini mentre quelli che credono nella religione e nella morale sono perfettamente normali? Con una visione più comprensiva e più sana della vita, il cristianesimo scopre non la causa, ma le cause dei disturbi psichici. Oltre al sesso, il cristianesimo indica altre sei possibili cause: superbia, avidità, ira, invidia, gola e accidia.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

“SE NON DIVENTERETE COME I BAMBINI NON ENTRERETE NEL REGNO DEI CIELI” CI STIAMO AVVICINANDO O ALLONTANANDO DA DIO? L’UMILTÀ E L’ORGOGLIO

Nessun vecchio entrerà mai nel regno di Dio. Il Signore si espresse così: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. In un’età di sofisticazione e di orgoglio potrebbe essere utile apprendere i vantaggi della piccolezza e dell’umiltà. Vedete quanto essa sia importante nell’ordine fisico: per vedere grande qualsiasi cosa, bisogna essere fisicamente piccoli.

Il mondo di un bimbo è sempre immenso. Per ogni ragazzo il padre è l’uomo più grande della terra, e lo zio, che si trova accanto alla finestra, è più alto della quercia del cortile sottostante. Ogni bambino è entusiasta della storia di Jack e il fagiolo magico. Per il bambino infatti la pianta di fagiolo giunge fino al cielo; i giganti sono una creazione dell’umiltà. Un ragazzino può mettersi a cavalcioni su un manico di scopa e non passa molto tempo che immagini di “volare sulla sibilante criniera dei venti” sorvolando la deserta distesa dell’azzurro. (…)

Se la piccolezza fisica è la condizione necessaria per vedere grande il mondo, allora la piccolezza spirituale o umiltà sarà la condizione per scoprire la verità e l’amore infinito. Nessun uomo, se non si fa piccolo, scopre nulla di grande. Se l’uomo ingrandisce il suo ego fino all’infinito, non apprenderà nulla, perché non c’è niente di più grande dell’infinito. Se riduce il suo ego a zero e smette di essere orgoglioso e presuntuoso, allora scoprirà tutto ciò che è grande, anche più grande di lui. Il suo mondo comincerà a essere infinito.

Per scoprire la verità, la bontà, la giustizia e Dio, è necessario essere molto umili. Se una scatola è piena di sale, non potremo riempirla di pepe. Se siamo pieni della nostra importanza, non potremo mai essere ricolmi di nulla di esteriore a noi stessi. Se un uomo crede di sapere tutto, allora nemmeno Dio potrà insegnargli qualcosa. La scoperta di una qualsiasi verità richiede docilità e capacità di apprendimento, ma chi crede di sapere ogni cosa non è disposto a essere ammaestrato.

Si può osservare con quanta calma e passività uno scienziato si pone davanti alla natura. Egli si limita a sedersi e osservarla, nell’attesa che la natura gli riveli le sue leggi. Non dice: “Conosco le leggi della natura, e voglio imporre le mie leggi”, bensì attende le rivelazioni della natura. L’umiltà dello scienziato di fronte alla natura dovrebbe essere l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio, in attesa della sua santa volontà. La fede proviene dall’ascoltare, il che significa anche che deriva dall’essere un buon ascoltatore, e non dal ritenere di possedere già tutta la verità.

L’illustrazione rappresenta il sole con i suoi raggi. Si può notare un uomo che cammina allontanandosi dal sole, e l’ombra si proietta davanti a lui. Gli ho fatto una testa molto grande, perché si tratta di un uomo superbo, che si considera altrettanto grande quanto la sua ombra, la quale rappresenta il fantasma e non l’essere reale. Supponiamo che il sole rappresenti Dio e la luce della Sua verità. Finché ci muoviamo allontanandoci da Dio, creiamo delle ombre psicologiche, ci crediamo diversi da quelli che siamo. Ma osservate la differenza quando camminiamo andando incontro al sole, cioè alla luce divina: allora il fantasma non potrà mai essere scambiato per l’essere reale, perché si proietta dietro di noi. Se ci mettiamo direttamente sotto il sole, siamo completamente governati dalla divina verità; non ci sono ombre, illusioni, né timori, né ansie; l’anima viene pervasa dalla calma e dalla pace. L’essere umili implica che il nostro occhio avverta il bisogno della luce, che la nostra ragione riconosca il bisogno della fede, e che tutto il nostro essere necessiti della guida della legge eterna di Dio. (…)

L’umiltà non è servilismo, non è la disposizione a lasciarsi indottrinare, non è odio di sé, né auto-disprezzo, o il desiderio di venirsi a trovare in posizioni di svantaggio. L’umiltà è invece quella virtù che ci dice la verità su noi stessi, ossia la nostra posizione di fronte a Dio. Non si tratta di una sottovalutazione, e non è umile una persona di alta statura se dice: “No! Io non sono alto: sono appena un metro e 90”. Una grande cantante non è umile quando dice: “Oh, no! Le mie note medie sono insopportabili”. Ma è umile nel caso in cui dicesse: “Grazie, ma devo tutto al Signore”.

La verità su noi stessi può essere negata in due maniere: mediante la sopravvalutazione e la sottovalutazione. Ci sopravvalutiamo quando diciamo: “Sono l’abitante più importante di questa città”. D’altra parte, la gente talvolta dice di essere stupida per sentirsi dire dagli altri che è saggia. A una persona che diceva sempre di essere idiota fu replicato così da un amico: “Era proprio necessario che lo dicessi?”. L’umiltà in rapporto all’amore significa considerare gli altri migliori di noi stessi. Uno dei vantaggi di questo atteggiamento è che ci fornisce alcuni esempi da imitare. L’orgoglio, d’altra parte, cerca talvolta il primo posto affinché gli altri possano dire: “Che magnanimità!”. E può anche darsi che l’orgoglio voglia prendere l’ultimo posto perché gli altri possano commentare: “Quanta umiltà!”. Perché i mendicanti adoperano ciotole di stagno? Perché vogliono sollecitare la vanità del donatore, a cui piace sentire il tintinnio della moneta quando cade nella ciotola. Nelle chiese i cestini di cui ci serviamo per la colletta hanno il fondo di peluche perché la gente, quando dona, dovrebbe cercare di non far rumore: Dio dovrebbe essere il solo a saperlo. L’orgoglio si insinua perfino nelle persone cosiddette “pie” che si vantano della loro pietà. (…)

Un altro frutto dell’orgoglio è lo spirito critico. Di solito le persone molto orgogliose sono tormentate da piaghe segrete, come l’egoismo e la presunzione. Ne risulta che la loro coscienza le molesta in conseguenza della loro colpa sommersa, che loro rifiutano di guardare in faccia. Invece di criticare se stessi come dovrebbero fare, proiettano le loro critiche sugli altri. Riformano il prossimo invece di riformare se stessi, indicano la pagliuzza nell’occhio del vicino e non vedono la trave che è nel proprio. Perché mai tanti giornali si specializzano nelle cronache di omicidi, di adulteri, di infedeltà e di slealtà? Perché quando la gente legge la notizia di un assassinio o di un furto sostiene: “Io non sono così malvagio; in realtà sono abbastanza buono!”. A forza di fare continui confronti, le persone si confortano presumendo di essere migliori degli altri.

Generalmente l’orgoglio nega la responsabilità personale del male. Gli uomini perlopiù negano di essere peccatori. La tragedia di questa negazione è che non sentono mai il bisogno di un salvatore. Il cieco che nega di essere cieco non avrà mai il desiderio di vedere.

Due sociologi negavano la colpa personale. Mentre discutevano il caso di un criminale, uno dei due confessò: “Lo so che lui ha commesso un assassinio e svaligiato una banca, ma ricordati che era orfano”. L’altro sociologo replicò: “Sì, ma era orfano per avere ucciso all’età di nove anni i suoi genitori”. Il primo sociologo rispose: “Lo so, ma fu per legittima difesa”.

Il dio moderno può essere l’ego, ossia il proprio io. Questo è l’ateismo. L’orgoglio infatti è un disordinato amore di sé, un’esaltazione dell’io relativo verso un io assoluto. Questo sentimento cerca di soddisfare la sete di infinito attribuendo alla propria limitatezza una pretesa di divinità. In alcuni individui l’orgoglio rende l’io cieco riguardo alla proprio debolezza e diventa un orgoglio “caldo”; in altri riconosce bensì la propria debolezza ma la supera con un’autoesaltazione che diviene orgoglio “freddo”. L’orgoglio, uccidendo la docilità, mette l’uomo nella condizione di non poter mai essere aiutato da Dio. La conoscenza limitata della mente meschina pretende di avere l’ultima parola su tutto. Di fronte ad altri intelletti, essa ricorre a due tecniche diverse: o alla tecnica dell’onniscienza, mediante la quale cerca di convincere gli altri del molto che sa; o alla tecnica della non-scienza, con cui vuole persuadere gli altri del poco che sanno. Quando l’orgoglio è incosciente, diventa quasi incurabile, perché identifica la Verità con la propria verità. L’orgoglio è un’ammissione di debolezza, e segretamente teme ogni competizione e ogni possibile rivale. Raramente guarisce quando la persona è verticale, cioè sana e prospera; ma può guarire quando il paziente è orizzontale, ossia infermo e deluso. Ecco perché in un’epoca piena di orgoglio le catastrofi sono necessarie per ricondurre gli uomini a Dio e alla salvezza delle loro anime.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

IL CUORE DELL’UOMO È STATO CREATO PER IL SACRO CUORE DI UN DIO D’AMORE E SOLO LUI PUÒ SODDISFARLO

Il paradosso dell’amore è che il cuore umano, esigendo un amore estatico ed eterno, può anche raggiungere un momento in cui abbia avuto un eccesso di amore e non desideri più di essere amato. Francis Thompson racconta in una sua poesia come egli sollevasse un bimbo da terra e lo tenesse tra le sue braccia, e come quello, piangendo e sferrando calci, volesse essere rimesso a terra. Riflettendovi, il poeta si domandava se analogamente non agissero molte anime al cospetto di Dio. Esse non sono sempre disposte a lasciarsi amare da Lui!

Certamente nell’ordine umano può venire un momento in cui si manifesti un conflitto tra il desiderio e il non-desiderio d’amore. Che cos’è mai questa misteriosa alchimia nel cuore dell’uomo che lo fa oscillare tra il rammarico di non essere amato abbastanza e il fastidio d’essere amato troppo? Dilaniato tra la brama e la sazietà, tra l’appetito e il disgusto, tra il desiderio e la soddisfazione, il cuore umano si chiede: “Perché devo essere così?”. Quando giunge la sazietà, il Tu sparisce, nel senso che non è più desiderato, ma quando il desiderio ricompare allora il Tu diviene una necessità. Dopotutto, sappiamo fin troppo bene che quando siamo troppo amati si diventa scontenti, e quando lo siamo troppo poco si avverte quell’insopportabile senso di vuoto interiore.

La spiegazione di questa tensione è evidente: il cuore dell’uomo è stato creato per il sacro cuore di un Dio d’amore, e, per questa ragione ontologica ineludibile, solo Dio può soddisfarlo. Il cuore ha ragione di desiderare l’infinito, ma ha torto quando di un compagno finito pretende di fare il sostituto dell’infinito. La soluzione di una tale tensione sta nel considerare le delusioni che essa comporta come altrettanti ammonimenti che ci ricordino come noi non siamo che i pellegrini dell’Amore.

Alla luce di Dio invece, tanto l’essere troppo amati quanto l’essere amati troppo poco assumono un tratto comune. Quando infatti la brama di un amore infinito viene riconosciuta come il desiderio di Dio, allora il finito di ogni amore terreno ci apparirà come un ammonimento destinato a ricordarci il sospiro di Sant’Agostino: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”.

Il contrasto tra ciò che è immediato e ciò che è interiore svanisce, poiché lo stesso godimento procurato dall’immediatezza della carne si tramuta in occasione di gioia nell’intimità dell’anima, la quale sa di usarla per un fine divino e per la salvezza di entrambe le anime. Così, quando gli istinti vengono integrati con lo spirito e servono gli ideali dello spirito, si raggiunge la sintesi della vita. (…)

Quegli stessi che negano l’esistenza dell’acqua sono sempre assetati, e quelli che negano l’esistenza di Dio manifestano pur sempre il bisogno che hanno di Lui, un bisogno che si rivela nella loro brama di bellezza, di amore, di pace ma che risiedono soltanto in Lui. L’uomo ha i piedi nel fango della terra e le ali nei cieli. Ha delle sensazioni al pari delle bestie e delle idee al pari degli angeli, senza essere per questo né pura bestia né puro spirito. Egli è un misterioso composto di anima e di corpo, per cui il suo corpo appartiene a un’anima e la sua anima è incompleta senza il corpo.

L’ordine vero sta nella subordinazione del corpo all’anima e dell’intera personalità a Dio. “Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1Cor 3,22-23). L’uomo è il pontefice dell’universo, il “costruttore del ponte” tra la materia e lo spirito, sospeso tra una base sulla terra e una nel cielo. Ma è anche, e fondamentalmente, un essere in tensione, pervaso dallo stesso genere di ansietà che prova un marinaio arrampicato a metà dell’albero maestro durante una tempesta. Il suo dovere lo invita a salire anche più in alto, ma la sua natura terrena lo trattiene dall’ascesa per paura della caduta.

Nessuna azione dell’uomo può dirsi, in tutti i suoi aspetti, completamente animale o completamente spirituale. Sebbene possa concepire pensieri di ordine spirituale, come “la fortezza,” pure la materia grezza di un tale pensiero deve provenirgli dai sensi. Il mangiare e l’accoppiarsi non implicano soltanto una deliberata volontà dello spirito, ma anche una soddisfazione, una delizia che è al contempo corporale e spirituale. Dormire è certamente un atto umano, comune anche alla maggior parte degli animali, ma la volontà di dormire è propria soltanto dell’uomo.

Non c’è un solo errore nella storia che non sia un capovolgimento di questa misteriosa unità corpo-anima. Alcuni considerarono il corpo impuro, come per esempio i Manichei; altri, come Freud e Nietzsche, hanno considerato l’anima un parassita o un mito. Ognuno deve decidere da sé come risolvere questo contrasto fra due opposti. Ci sono due sole risposte possibili, di cui l’una consiste nel dare la supremazia al corpo, nel qual caso l’anima soffre; l’altra nel dare la supremazia all’anima, nel qual caso il corpo viene disciplinato. La risposta cristiana a questa polarità è inconfondibile: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?” (Mt 16,26). “E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo” (Mt 10, 28). (…)

Questa tensione ontologica insita nell’uomo composto di polvere e di soffio di vita, è stata accentuata fino al disordine dal peccato originale, ed è la ragione principale per cui l’uomo è soggetto alle tentazioni. “La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne” (Gal 5,17). “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41). La parola “tentazione” non è mai applicata alla disciplina che l’anima esercita sul corpo, bensì alla schiavitù con cui il corpo soggioga l’anima. Nessuno dice: “Fui tentato di lasciarlo vivere”, ma si dice: “Fui tentato di ucciderlo”.

Il governo dell’anima è ordine, poiché qui il più basso è soggetto al più elevato, come le piante sono soggette agli animali e gli animali all’uomo. Il concedere il primato alla sensazione anziché all’intelletto è una discesa, un allentamento dei legami, una “caduta”. Ciò non significa che l’esperienza sensibile sia in se stessa una “tentazione”, ma che lo è solo quando è goduta a spese dell’anima. Il piacere di vedere un tramonto non è ostile allo spirito, ma l’esperienza sensibile dell’ubriachezza è avversa allo spirito. Nel primo caso la ragione trascende il corpo e sospinge l’anima a rendere gloria a Dio per la sua creazione. Nel secondo caso, invece, il corpo si comporta come un vampiro nei confronti dello spirito turbando la sua pace, la quale deriva, e non potrebbe essere altrimenti, dal rispetto e l’osservanza dell’ordine cosmico, che è il rapporto originario corpo-anima-Dio. (…)

A causa di questa tensione vibrante negli esseri umani tra il corpo e l’anima, cioè tra l’elemento animale e quello spirituale, è possibile comprendere l’amore in uno dei due seguenti modi: come supremazia del corpo o come supremazia dell’anima. Nel primo caso l’amore è carnale e identificabile con ciò che il mondo moderno chiama sesso, mentre nel secondo l’amore è allo stesso tempo spirituale e fisico.

I grandi filosofi hanno chiamato il primo l’amore di concupiscenza, ovvero primato di quanto è inteso dai sensi, e il secondo l’amore di benevolenza, ovvero l’amore per il bene di un altro. Anche i greci avevano i loro termini per distinguere questi due tipi di amore. Utilizzavano perciò la parola Eros per indicare un desiderio appassionato e prepotente di possedere e godere gli affetti di un altro, mentre dicevano Agape l’amore fondato sul rispetto per la personalità, in quanto il suo diletto risiede nel promuovere l’altrui benessere. La sua gioia è la contemplazione piuttosto che il possesso. Ciò non significa che l’uno sia buono e l’altro cattivo, ma entrambi i due amori sono giusti quando ben compresi. Infatti, il comandamento divino di amare il prossimo come se stessi implica un legittimo amore di se stessi. Qui come altrove bisogna essere in “tre” per poter amare. Dopo tutto sia l’amore di sé che l’amore del prossimo richiedono anzitutto l’amore di Dio.

La libido della psicologia moderna è Eros, o amore carnale, divorziato da Agape, o amore personale, in quanto concedendo la supremazia al corpo si nega l’anima e si afferma l’ego in opposizione a Dio. Fu questo tipo di amore che San Paolo condannò quando disse: “Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio” (Rm 8,7). Il sesso com’è inteso ai nostri giorni è amore-Eros slegato da ogni responsabilità, è un desiderio senza obblighi. E siccome è un desiderio illegittimo, è anche un desiderio senza Dio, ecco perché l’erotismo e l’ateismo vanno sempre d’accordo.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

SESSO E AMORE NEL CRISTIANESIMO: LA CHIESA E I CRISTIANI NON SONO CONTRO L’AMORE SESSUALE, ALTRIMENTI NON CI SAREBBE IL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO!

A causa di questa tensione vibrante negli esseri umani tra il corpo e l’anima, cioè tra l’elemento animale e quello spirituale, è possibile comprendere l’amore in uno dei due seguenti modi: come supremazia del corpo o come supremazia dell’anima. Nel primo caso l’amore è carnale e identificabile con ciò che il mondo moderno chiama sesso, mentre nel secondo l’amore è allo stesso tempo spirituale e fisico. I grandi filosofi hanno chiamato il primo l’amore di concupiscenza, ovvero primato di quanto è inteso dai sensi, e il secondo l’amore di benevolenza, ovvero l’amore per il bene di un altro. Anche i greci avevano i loro termini per distinguere questi due tipi di amore. Utilizzavano perciò la parola Eros per indicare un desiderio appassionato e prepotente di possedere e godere gli affetti di un altro, mentre dicevano Agape l’amore fondato sul rispetto per la personalità, in quanto il suo diletto risiede nel promuovere l’altrui benessere. La sua gioia è la contemplazione piuttosto che il possesso. Ciò non significa che l’uno sia buono e l’altro cattivo, ma entrambi i due amori sono giusti quando ben compresi.

Infatti, il comandamento divino di amare il prossimo come se stessi implica un legittimo amore di se stessi. Qui come altrove bisogna essere in “tre” per poter amare. Dopo tutto sia l’amore di sé che l’amore del prossimo richiedono anzitutto l’amore di Dio. La libido della psicologia moderna è Eros, o amore carnale, divorziato da Agape, o amore personale, in quanto concedendo la supremazia al corpo si nega l’anima e si afferma l’ego in opposizione a Dio. Fu questo tipo di amore che San Paolo condannò quando disse: “Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio” (Rm 8,7).

Il sesso com’è inteso ai nostri giorni è amore-Eros slegato da ogni responsabilità, è un desiderio senza obblighi. E siccome è un desiderio illegittimo, è anche un desiderio senza Dio, ecco perché l’erotismo e l’ateismo vanno sempre d’accordo. Inoltre, non appena si esprime il rifiuto di questa riduzione dell’amore al solo ordine fisiologico, immediatamente i cultori della carne ci accusano di sostenere che il cristiano sia avverso all’amore sessuale o, più brutalmente, che sia “contro il sesso”. Il cristiano non è avverso all’amore sessuale, e lo dimostra il fatto che se così fosse non ci sarebbe il sacramento del matrimonio.

La prospettiva cristiana sulla sessualità può invece essere espressa in questi termini:

“L’amore carnale è un’introduzione all’amore divino”. Vale a dire che l’Eros è come il vestibolo dell’Agape e quindi l’amore meramente umano è come l’embrione dell’amore del divino. Di questa dimensione “propedeutica” dell’amore umano si possono trovare riferimenti già in Platone, il quale sostiene che l’amore è il primo passo verso la religione. Egli immagina l’amore per le persone belle trasformato in amore per le anime belle, quindi in un amore di giustizia, di bontà e di Dio che di tutte ne è la fonte propria. L’amore erotico è perciò un ponte da attraversare, non un parapetto su cui appoggiarsi e riposarsi.

Per dirla con un’altra metafora, l’amore erotico non è un aeroporto, ma un aeroplano, poiché è spinto e spinge ad andare sempre altrove, più in alto e più avanti. Qualsiasi amore erotico presuppone un’incompiutezza, una deficienza, un desiderio d’integrazione, un’attrazione verso ciò che lo arricchisce, perché qualunque amore è un volo verso l’immortalità. In qualunque forma di amore erotico vi è pur sempre un riflesso di amore divino, come il riflesso lunare sullo specchio d’acqua di un lago. L’amore del cuore altrui è inteso a condurre fino all’amore del cuore divino. In quest’ottica ciò che il cibo è per il corpo, cioè il necessario sostentamento ma non il suo fine, il corpo lo è per l’anima e il materiale per lo spirituale. Ragion per cui la carne non è fine a se stessa, ma serve ed è ordinata all’eternità. Pertanto, il sesso è soltanto l’avviamento presupposto e automatico del motore della famiglia.

Il Cristianesimo è tutto saturato di questa trasfigurazione dell’amore carnale in amore divino. Il Salvatore non calpestò né spense le fiamme erotiche nel cuore della Maddalena, ma le trasfigurò in un nuovo oggetto di affezione. L’elogio divino fatto alla donna che versò l’unguento sui piedi del Salvatore le ricordò come l’amore che un tempo ricercava solo il proprio piacere potesse tramutarsi in un amore che fosse anche disposto a morire per l’amato. Fu per questo che, all’atto stesso dell’unzione, quando i pensieri della donna erano più aderenti alla vita, il Signore fece allusione alla sua sepoltura. Su un piano più elevato troviamo che, grazie alla misteriosa alchimia della religione, il nobile amore che Maria, la Madre benedetta, nutriva per il Figlio della sua carne si è dilatato in un amore così vasto che è divenuta la Madre di tutti gli uomini.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

UNA PAROLA AGLI ATEI

Sulla Croce, Gesù Nostro Signore, ha parlato agli atei, ai comunisti, agli agnostici, ai non credenti e a tutti coloro che vivono l’inferno interiore, specialmente a quelli che avevano la fede e poi l’hanno persa. L’inferno non inizia nel mondo futuro. Inizia qui.

Come potrebbe essere salvato un ateo, un agnostico o un miscredente se il Signore sulla croce non avesse preso delle misure per redimerli tutti?

Il Nostro Salvatore si è dunque impegnato a soffrire la solitudine, l’isolamento e la separazione da Dio che tutti gli atei condividono. Ha quindi accettato di rimanere senza alcuna consolazione divina e di essere sull’orlo dell’inferno per sentire cosa significa essere dannati.

In quel momento, nell’oscurità di quel giorno quando il sole si eclissò, come se si vergognasse di far splendere i suoi raggi sul delitto dell’uccisione di Dio, Nostro Signore rivestì la sua anima di tenebre e in riparazione per tutti gli atei gridò: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Cristo ha vissuto l’inferno di Voltaire, Camus, Sartre, Giuliano l’Apostata e di tutti coloro che hanno rinnegato il loro Dio. Da quel momento in poi, tutto quello che devono fare per essere salvati è invocare Lui. Ma devono invocarLo.

(Fulton J. Sheen)

Non possiamo evitare Dio: possiamo tutt’al più accoglierLo con odio invece che con amore. Non c’è anima alla cui porta Dio non abbia bussato migliaia di volte!

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Dio ci ha dotati di una qual certa affinità nei Suoi confronti, ossia di un nostalgico desiderio di Lui che ci rende scontenti dei furtivi allettamenti della carne, della ricchezza, del potere, finché non obbediamo al nostro innato bisogno di Lui e non ci rifugiamo tra le Sue amorevoli braccia. Ragione e libero arbitrio sono le nostre facoltà: onde il nostro ritorno a Dio è frutto di libera scelta…

Il Divino invasore non può restar fuori dalla nostra vita, dato che il Suo amore determina ogni gioia e ogni dolore. Ma, pur impotenti come siamo a vietarGli l’accesso alle nostre anime, abbiamo la possibilità di impedire che Egli vi resti. Dio, che desidera dimorare in noi, può sempre essere espulso…

Dobbiamo preparare l’anima a dare il benvenuto a Dio prima di poter constatare la Sua Presenza. L’uomo che ama i beni terreni non riconoscerà Dio se non quando si accorgerà di desiderare la Bontà più di qualsiasi bene del Creato; colui che è stanco della vita non riconoscerà il Divino Risanatore fin quando non desidererà ardentemente di essere guarito.

San Tommaso d’Aquino ci dice che l’opera iniziale di Dio sulle nostre anime può diventare la nostra cooperazione, purché noi lo vogliamo. Per dirla con San Bernardo: “L’opera Divina e la responsabilità umana procedono tenendosi per mano”…

Non possiamo evitare Dio: possiamo tutt’al più accoglierLo con odio invece che con amore. Perché non possiamo tenerLo lontano dalle nostre vite. L’ateo deve nominare Dio ogni volta che cerca di spiegare la sua incredulità. Il persecutore della fede deve pronunciare il nome del Divino Figliuolo ogni volta che vuol dar ragione del suo odio. Tra i negatori di Dio, i meno scalmanati Lo confessano in ogni desiderio insoddisfatto, in ogni aspirazione all’amore, in ogni delusione amorosa. Il povero che desidera avere di più, lo studioso che desidera sapere di più, il libertino che desidera godere di più agitano confusamente le braccia verso di Lui sempre che aspirano alla pienezza infinita dei loro obbiettivi.
Non c’è anima alla cui porta Dio non abbia bussato migliaia di volte..

La Sua Voce può anche identificarsi nella nausea che segue il peccato, nel disprezzo di noi stessi, nello scontento della vita, nella delusione e nella sofferenza..

Se in simili circostanze, piuttosto che lamentarsi, recriminare e ribellarsi, l’anima aprisse la sua porta alla Grazia di Dio, troverebbe la pace e la felicità che preludono al Paradiso. La vera tragedia non sta nella sofferenza dell’anima, ma nel fatto che l’anima ignora la vicinanza della felicità. Colui che respinge Dio può essere paragonato al cercatore d’oro che non trova il filone che il suo successore scoprirà. Ma non già di Dio è la colpa, bensì nostra. Se respingiamo la Grazia di Dio dalle nostre anime, è perché non vogliamo staccarci dal nostro egotismo per affrontare quelle esigenze morali che l’unione con Dio può richiedere..

Ma Dio ci ritiene degni di amore perfino nella nostra ribellione contro di Lui. Egli ci ama non perché siamo in noi stessi meritevoli di essere amati, ma perché in noi ha riposto il Suo Amore. Non attende nemmeno che siamo noi ad amare: è il Suo Amore che ci perfeziona. LasciarLo operare in questo senso, senza opporre resistenza, senza temere la resa incondizionata del nostro egotismo, è l’unico mezzo per conseguire quella pace che il mondo non può né dare né togliere.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Lift Up Your Heart – La felicità del cuore”)

Non sono i dubbi che generano la nostra cattiva condotta: è la nostra cattiva condotta che genera i dubbi.

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L’ateismo, l’agnosticismo, lo scetticismo e il culto del dubbio non significano una posizione intellettuale, perché dovunque è un’ombra deve esserci una luce, e la negazione non esisterebbe se non ci fosse nulla da negare. Tali atteggiamenti significano invece una posizione morale nella quale l’uomo cerca di rendersi invulnerabile nei confronti della Verità Divina negandone l’esistenza e voltandole le spalle, come fece Pilato. Non sono i dubbi che generano la nostra cattiva condotta: è la nostra cattiva condotta che genera i dubbi.

Gesù Nostro Signore è stato estremamente preciso su questo punto:

“Chi fa il male odia la Luce e alla Luce non si accosta, affinché non siano discusse le sue opere. Invece, chi opera la verità si accosta alla Luce, affinché si rendano manifeste le opere sue che sono fatte secondo Dio” (Giovanni,3-20,21) (…)

Un Cattolico rinnegato che dice: “Non posso più credere nel Sacramento della Confessione” in effetti dovrebbe dire: “Sto conducendo una vita malvagia, e mi rifiuto di abbandonare le mie abitudini peccaminose per fare la pace con Dio” (…)

Il sole di Dio splende al di fuori delle nostre finestre; ma che vantaggio può mai venirci dal discutere sulla sua bellezza se non siamo disposti a pulire le finestre della nostra condotta per poterlo scorgere?

Tre sono le specie di sudiciume che l’abitudine può accumulare sulle finestre dell’anima per impedire l’accesso alla Grazia di Dio: il sudiciume dei sensi, ossia lo sregolato amore dei piaceri della carne, il sudiciume del danaro, ossia l’insaziabile sete di ricchezza; il sudiciume egocentrico, ossia l’egoismo e la vanità. Per poco che ripuliamo le finestre dell’anima, ci avviciniamo a Dio. “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (…)

La resa dell’Ego alla Verità è un preludio all’ingresso nella gioia del Signore.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Lift Up Your Heart La Felicità del Cuore”)