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CHE COS’È LA COSCIENZA? FARE IL BENE ED EVITARE IL MALE: “Dio ha impresso in ogni uomo che nasce la luce che illumina le anime lungo i sentieri della pace, verso la patria dei figli della libertà”

“Dentro ogni uomo si trova un tribunale silenzioso: la coscienza è il giudice, che siede in giudizio”

Che cos’è la coscienza? La coscienza è il giudizio della ragione che ci dice che dovremmo fare il bene ed evitare il male. Questo suscita la domanda: “Cosa rende buona una cosa qualsiasi?”. Una cosa è buona se consegue lo scopo e il fine superiore per cui è stata fatta. Una matita è buona se scrive, perché quello è il fine di una matita. Ma una matita non è buona per aprire una scatola di latta, perché non è stata costruita come apriscatole; e se a questo scopo ci serviamo di una matita, non solo non apriamo la scatola, ma rompiamo la matita. Se impieghiamo le nostre vite per scopi diversi da quelli assegnati da Dio, non solo non raggiungiamo la felicità, ma facciamo del male a noi stessi e generiamo in noi strane anomalie (…)

Non ha senso dire che una cosa è ingiusta senza saper prima se sia giusta. Nessun arbitro rileverebbe un errore durante una partita di basket se non esistessero delle regole. Questo imperativo dentro di noi, che non è meccanico, né biologico, né istintivo, ma che è razionale, implica un canone ideale. La coscienza pone davanti a noi alcuni principi per guidare le nostre azioni. La coscienza stessa ha bisogno di essere aiutata, ma questo è un altro discorso. Tutti siamo nati con la facoltà di parlare, ma tutti abbiamo bisogno di una grammatica. Anche la coscienza ha bisogno di una rivelazione.

La nostra coscienza è molto simile al miglior governo del mondo, che a detta di molti è il governo degli Stati Uniti. Questo governo ha tre funzioni e tre branche. La scienza moderna ha esplorato l’intera superficie della terra, ha costretto il mare a rivelare i segreti delle sue profondità, il sole a narrarci la storia dei suoi vagabondaggi e le stelle il mistero della loro luce; ma tutta questa esplorazione è esteriore. L’uomo moderno ha fatto molto poco per esplorare quella regione che è a lui più vicina e che pure è la più sconosciuta: le profondità della propria coscienza.

Che cos’è la coscienza? La coscienza è un governo interiore, che esercita la medesima funzione di tutti i governi umani, cioè quella legislativa, esecutiva e giudiziaria. Essa ha il suo Congresso, il suo Presidente e la sua Corte Suprema: fa le leggi, controlla le nostre azioni in relazione alle leggi, e infine ci giudica. Prima di tutto, la coscienza ha funzione legislativa. Basta vivere per sapere che vi è in dentro di noi un Sinai interiore, in cui, tra i tuoni e i lampi della vita quotidiana, è promulgata una legge che ci dice di fare il bene ed evitare il male. Senza nemmeno essere consultata, la coscienza esercita il suo compito legislativo, indicando quali sono le azioni malvagie e giuste da compiere, e quali invece le azioni di per sé morali e buone.

In secondo luogo, la coscienza non è soltanto legislativa, nel senso che promulga una legge, ma è anche esecutiva, nel senso che controlla l’applicazione della legge alle azioni. Un’analogia imperfetta, ma utile, si può cogliere nel governo degli Stati Uniti. Il Congresso propone una legge, quindi il Presidente la esamina e la approva, applicandola a tutti gli effetti di legge nella vita dei cittadini. Analogamente, la coscienza esegue la legge, nel senso che controlla la fedeltà delle nostre azioni alla legge stessa. Aiutata dalla memoria, essa afferma il valore delle nostre azioni, ci dice se abbiamo avuto padronanza di noi stessi, in che misura siamo stati condizionati dalla passione, dall’ambiente, dalla forza, dall’ira; ci dice se le conseguenze erano previste o impreviste; ci mostra, come in uno specchio, le tracce di tutti i nostri atti; mette il suo dito sulle impronte delle nostre decisioni, viene a noi in qualità di testimone veritiero dicendoci: “Io ero presente, ti ho visto far questo. Le tue intenzioni erano quelle e queste”. Nell’amministrazione della giustizia umana, la legge può chiamare in causa solo quei testimoni che mi hanno conosciuto esteriormente, ma la coscienza, in qualità di testimone; non chiama soltanto coloro che mi hanno visto, ma convoca me che conosco me stesso. E, mi piaccia o meno, io non posso mentire rispetto a ciò che viene testimoniato contro di me.

Infine, la coscienza non solo formula le proprie leggi, non solo controlla la mia obbedienza o disobbedienza nei loro riguardi, ma mi giudica anche in maniera conforme. Dentro ogni uomo si trova un tribunale silenzioso: la coscienza è il giudice, che siede in giudizio. Il giudice formula le proprie decisioni con autorità tale da non ammettere un secondo appello, perché nessun uomo può appellarsi contro un giudizio che lui stesso pronuncia contro se stesso. Ecco perché intorno al foro interno della coscienza si affollano tutti i sentimenti e tutte le emozioni associate a ciò che è giusto e ingiusto: gioia e dolore, pace e rimorso, soddisfazione e timore, lode e biasimo. Se faccio il male, esso mi riempie di un senso di colpa di fronte al quale non posso sottrarmi; nel mio intimo, nel santuario della mia coscienza sono assalito dalla voce severa di questo giudice, per mezzo del quale sono cacciato fuori da me stesso a opera di me stesso. Dove allora posso fuggire se non in me stesso con quel senso di consapevolezza, rimorso e indegnità, che finisce per diventare l’inferno stesso dell’anima? Se, invece, la coscienza approva il mio atto, allora si forma dentro di me la dolcezza di una rugiada vespertina, quella gioia estranea all’effimero piacere dei sensi.

Chiaramente questa triplice funzione, che è alla base di ogni governo umano, deve avere una ragione che ne determini l’ordine; ma dove la si può ricercare? Qual è la fonte della funzione legislativa, esecutiva e giudiziaria esercitata dalla mia coscienza? Essa non proviene da me, perché nessuno può essere legislatore supremo di se stesso. Inoltre, se la legge della mia coscienza fosse solo opera mia, io potrei distruggerla; siccome non mi è possibile farlo, perché questa legge si presenta davanti a me sfidando la mia stessa volontà? Quando la mia volontà si erge contro di essa, nel rifiuto di ascoltarla o di obbedirle, essa si presenta come una delegata a cui appartiene il diritto di governarmi.

Ciò significa che non l’ho fatta io, ma che sono solamente libero di obbedirle o meno. Né questa legge viene dalla società, perché la società è soltanto un’interprete delle norme della coscienza, ma non ne è l’autrice. Le leggi umane possono sanzionarla ed elaborarla, ma non la creano. L’approvazione o la disapprovazione della società non hanno creato nella mia coscienza il senso del giusto e dell’ingiusto, perché talvolta la coscienza ci comanda di non considerare le leggi della società, laddove siano nemiche della legge di Dio, come nel caso dei martiri che sono morti per la fede. Se la voce del Sinai interiore che è la coscienza non viene né da me stesso né dalla società, e se nei suoi sussurri e le sue articolazioni essa è universale, in modo che nessuna creatura morale possa completamente ignorarla, vuol dire che dietro questa legge c’è un legislatore, e dietro questa voce una persona, e dietro questo comando un potere, cioè Dio. Egli ha impresso in ogni uomo che nasce la luce che illumina le anime lungo i sentieri della pace, verso la patria dei figli della libertà.

Così, un esame della mia coscienza e della sua triplice funzione porta a concludere che, poiché l’occhio corrisponde alle cose visibili, l’orecchio alle udibili e la ragione alle intelligibili, così anche la legge della mia coscienza dovrebbe corrispondere a un potere che legifera, la testimonianza della mia coscienza deve corrispondere a un’equità che esegue, e la lode e il biasimo della mia coscienza a una giustizia che giudica. Poiché il potere, l’equità e la giustizia corrispondono agli attributi essenziali di una persona, devo concluderne che quel potere personale è intelligente al fine di poter fare le leggi; che quell’equità personale è onnisciente al fine di poter avere una corretta introspezione del carattere morale; e che quella giustizia personale è suprema, al fine di poter emanare le sentenze a seconda dei suoi giudizi. E quel potere intelligente, quell’equità onnisciente e quella giustizia suprema, davanti a cui mi inginocchio accorato, sono Dio. (…)

Si potrà obiettare: “Se Dio sapeva ciò che avrei fatto, se sapeva che avrei rubato, perché mi ha creato?”. La risposta è la seguente: “Dio non ti ha creato ladro. Sei stato tu a fare di te stesso un ladro”. Noi siamo esseri suscettibili di auto-creazione, abbiamo dentro di noi il potere di scegliere i nostri atti: ciò comporta un’autodeterminazione. Quanti sostengono che resistendo alla nostra natura inferiore ci creiamo dei “complessi”, dimenticano che il complesso non si stabilisce resistendo alla tentazione, bensì cedendovi. Noi non siamo in questo mondo semplicemente come oggetti, cioè non solo le cose accadono a noi; ma siamo anche soggetti, nel senso che le facciamo accadere. Ciascuna delle nostre libere scelte forma nelle nostre vite uno schema; questo schema è il nostro carattere. Tutto quello che facciamo, nel bene e nel male affonda nel nostro inconscio. Al termine della sua giornata di lavoro, l’uomo d’affari trascriverà dal suo libro mastro tutti i debiti e i crediti della giornata. Analogamente, al termine di ogni vita umana sarà estratta dal nostro intelletto cosciente o incosciente la registrazione di ogni pensiero, di ogni parola e azione. Questa formerà il nostro giudizio.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

LA PACE NON È L’ASSENZA DELLA GUERRA: ERRORI DEL COMUNISMO E DEL PACIFISMO

In quest’ora in cui sentiamo tanto parlare di pace, dobbiamo porci la domanda: “Che cosa è la pace?”

Esistono, della pace, tre definizioni diverse: ​​
1) La concezione comunista della pace. ​​2) La concezione borghese della pace. ​​
3) La vera concezione della pace.

La visione comunista della pace è allo stesso tempo una tattica e una meta. Nessuno più dei comunisti ritiene la pace una meta e una tattica al tempo stesso. In questa contrapposizione di propositi si trova l’inganno. La pace intesa come tattica significa l’uso di metodi non violenti e non militari in vista di un’offensiva violenta e della frustrazione delle altre nazioni. La meta della pace comunista è il completo asservimento del mondo alla dittatura sovietica. Per i comunisti non può esserci una pace autentica finché non si sia ottenuta la distruzione completa di tutta la proprietà privata, l’abolizione della morale e della religione, l’insubordinazione di ogni procedimento democratico a un totalitarismo. Questa è la meta; ma la strategia consiste nel parlare di pace per spingere le nazioni al disarmo e per convincerle che le rivoluzioni ispirate da Mosca sono fatti puramente locali e isolati. Con simili astuzie i sovietici sperano di scoraggiare il resto del mondo e di prepararne la conquista definitiva.

La concezione borghese della pace è un’idea negativa: la pace sarebbe infatti l’assenza della guerra. Molti vorrebbero arrivare stabilmente a questo genere di pace, che molto spesso viene acquistata a prezzo della giustizia e perfino della libertà e dell’equità dei popoli. Questo genere di “pace” produce spesso una guerra fredda in cui a ognuno sembra di essere sui carboni ardenti. Ma la pace non è l’assenza della guerra, come un diamante non è l’assenza di carbonio. La pace deve avere una qualche concezione positiva, il che ci conduce al vero concetto di pace.

La vera definizione della pace è questa: la pace è la tranquillità nell’ordine, non la tranquillità pura e semplice, perché anche i ladri possono essere tranquilli nel possesso del bottino. Molto spesso il mare è tranquillo prima di una tempesta; La pace è quindi la tranquillità nell’ordine, e l’ordine implica la giustizia, e la giustizia comporta la legge. In un individuo regna la pace quando i sensi sono subordinati alla ragione, la ragione alla fede, il corpo all’anima, e tutta la personalità a Dio. La pace è inscindibile dalla giustizia, poiché nessuno si muove direttamente alla conquista della pace; la pace è un prodotto della giustizia: Pax opus justitiae, cioè “la pace è opera della giustizia”. Si ha la pace nazionale e internazionale quando ciascuno rende al prossimo quanto gli è dovuto, quando i cittadini riconoscono e onorano Dio come legislatore supremo, e quando ogni nazione ammette che tutti gli altri popoli e nazioni debbano partecipare alla spartizione dei beni economici che la terra dona.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

LA VERA RIVOLUZIONE DI CUI ABBIAMO BISOGNO DEVE INIZIARE NELL’UOMO PRIMA CHE NELLA SOCIETÀ: “Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione che purghi il cuore dell’uomo dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria e dall’ira”

Questa liquidazione dell’uomo nel mondo moderno non sarà arrestata dalle semplici proteste di orrore. È necessario riconoscere l’iniquità della filosofia comunista, e cominciare ad affermare, qui negli Stati Uniti, il valore della persona umana come creatura di Dio. Come Hitler ha messo l’accento sulla razza, come Mussolini lo fissò sulla nazione, così i comunisti lo pongono sulle masse rivoluzionarie. È giunta l’ora di affermare la potenza, il valore e la vocazione dell’individuo, cioè ritornare a quella che giustamente Marx considerò la base della democrazia, cioè la verità che ogni uomo possiede un’anima immortale.

Quanto ora procuriamo di fare nel mondo occidentale è lo stolto tentativo di preservare i frutti del Cristianesimo senza conservarne le radici. La personalità ha una base religiosa. Una persona è un soggetto, non un oggetto. Una persona vale di più dell’intero universo: “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?”. Una persona realizza se stessa e arriva a una relativa perfezione nella società, ma solo in quanto possiede in se stessa un principio indipendente dalla società, ovvero un’anima. L’anima ha diritti antecedenti a qualunque Stato, o dittatore, o parlamento, o sovrano.

La Dichiarazione d’indipendenza americana dice: “Il Creatore ha dotato l’uomo di alcuni diritti inalienabili”. Il mondo deve allontanarsi dalla civiltà di massa restaurando il valore della persona. Il Signore dell’universo scorse un valore anche in un criminale d’infima specie e gli disse: “Oggi sarai con me nel Paradiso”. Questa promessa fu la pietra su cui poggiano le basi della democrazia. I comunisti hanno ragione nel dire che il mondo americano necessita di una rivoluzione. È vero: questo mondo ha bisogno di una rivoluzione, ma non della volgare rivoluzione comunista che si limita a trasferire il bottino dalla tasca di uno in quella di un altro.

Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione che purghi il cuore dell’uomo dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria e dall’ira. La vera battaglia contro il comunismo ha inizio nel cuore di ogni singolo americano. La rivoluzione deve aver inizio nell’uomo prima che nella società. La rivoluzione comunista è stata un fallimento basilare: non è abbastanza rivoluzionaria, perché lascia l’odio nel cuore dell’uomo. Più che del comunismo, dobbiamo aver paura di vivere senza Dio. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? (…)

Il fondamento di questa negazione sovietica della libertà religiosa è ovvio. Il comunismo è totalitarismo, e totalitarismo significa il possesso totale dell’uomo, anima e corpo. Una democrazia lascia l’anima libera di servire il suo Dio, ma il totalitarismo non può permettersi di concedere all’anima la libertà. Quindi deve perseguitare la religione. Dov’è l’anima, là c’è la libertà. Il ghiaccio non ha spirito: deve necessariamente essere freddo. Per estinguere la libertà, il totalitarismo deve perseguitare l’anima. L’esilio di Dio significa sempre l’esercizio della tirannide sull’uomo. (…)

Infine, una delle grandi differenze tra la Costituzione americana e la Costituzione sovietica è che la prima ha fondato un governo del popolo, mentre la seconda ha fondato un governo delle masse. Il popolo è costituito da persone. Una persona è un essere razionale autodeterminato, con una coscienza propria, e una personalità unica e incomunicabile, ed è fonte di diritti e libertà inalienabili.

Che cosa sono le masse? Sono persone che hanno perduto la propria coscienza; sono persone che non sono capaci di autodeterminarsi, nonostante siano mosse dall’esterno mediante la propaganda; sembrano come formiche nel formicaio dello Stato sovietico. Le masse non sono l’opposto della classe, ma sono l’opposto della personalità. Il loro cervello è stato “depurato” al punto che esse sono diventate pronte ad aderire spontaneamente a qualsiasi cosa venisse loro proposta, a patto che sia stata ripetuta un sufficiente numero di volte. Il pericolo grave, nelle democrazie, è che il popolo possa diventare “massa”.

Il governo americano non è un governo di masse. La nostra Costituzione inizia così: “Noi, popolo degli Stati Uniti… ordiniamo e stabiliamo questa Costituzione per gli Stati Uniti d’America”. Lincoln, nel suo discorso di Gettysburg, fece eco alla nostra gloriosa Costituzione quando espresse la speranza “che il governo del popolo, esercitato dal popolo e per il popolo”, non potesse mai sparire dalla faccia della terra. Siamo popolo perché siamo persone; siamo persone perché abbiamo un’anima; se abbiamo un’anima, abbiamo dei diritti, e questi diritti ci vengono da Dio. Se desideriamo conservare il nostro profumo, dobbiamo conservare i nostri fiori; se desideriamo conservare i nostri diritti, dobbiamo anche conservare il nostro Dio!

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

IL MASSIMO ATTO DI UMILTÀ E L’UMILIAZIONE PIÙ GRANDE CHE IL MONDO ABBIA MAI CONOSCIUTO: “Pensate a Dio che diventa uomo!”

Avete mai pensato al massimo atto di umiltà che il mondo abbia mai conosciuto? Per comprendere ciò sarà utile ricorrere a un’analogia.

Supponete di essere contristati per il modo in cui sono trattati i cani, picchiati dai passanti, ridotti alla fame e scacciati dalla compagnia dell’uomo. Supponete inoltre che, per insegnare all’umanità ad amare i cani, vi spogliate del vostro corpo e mettiate la vostra anima nel corpo di un cane. Ciò significherebbe che dentro un organismo canino ci sarebbe un intelletto capace di conoscere Dio e una volontà capace di amarlo. Supponete che, nell’assumere la forma e le abitudini di un cane, abbiate deciso di non trascendere mai i limiti di quell’organismo animale. Pur avendo una mente capace di discernere l’infinito, voi non parlereste mai, non articolereste una parola: vi limitereste ad abbaiare. Pur essendo un artista, non prendereste mai un pennello per dipingere.

In secondo luogo, supponete di unirvi unicamente alla compagnia di altri cani, vivendo come loro in uno sforzo volto a tentare di aiutarli in virtù della vostra intelligenza superiore. Questo sì che sarebbe un atto di umiltà e di umiliazione, tanto più se voi consegnaste la vostra vita al fine di difendere quegli animali di cui avete sposato la natura per salvarli!

Questo non ci dà che una debole idea di qualcosa che realmente è successo. Pensate a Dio che diventa uomo! Pensate che Egli ha preso in primo luogo una natura umana simile alla nostra in tutto fuorché nel peccato. Così facendo si è sottoposto a due limitazioni. Sebbene fosse il Verbo, ha voluto esprimersi con parole comuni; sebbene avesse una mente che abbracciava l’eternità, ha scelto di comunicare mediante un linguaggio modesto che gli intelletti umani potevano capire. Pensate inoltre che, per aver assunto forma umana, Egli non solo non ha voluto sottrarsi alla compagnia degli altri uomini, ma si è fatto vittima della loro incomprensione, dei loro scherni e delle loro crudeltà. Quella fu davvero un’umiliazione!

Se voi infatti pensate che per uno spirito umano sarebbe umiliante entrare nell’organismo di un animale, che cosa pensate che sia, per un Dio infinito abbassarsi ad assumere una forma umana? Eppure, così è realmente avvenuto, e questo è il significato del Bambino nella mangiatoia di Betlemme.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

“SE NON DIVENTERETE COME I BAMBINI NON ENTRERETE NEL REGNO DEI CIELI” CI STIAMO AVVICINANDO O ALLONTANANDO DA DIO? L’UMILTÀ E L’ORGOGLIO

Nessun vecchio entrerà mai nel regno di Dio. Il Signore si espresse così: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”. In un’età di sofisticazione e di orgoglio potrebbe essere utile apprendere i vantaggi della piccolezza e dell’umiltà. Vedete quanto essa sia importante nell’ordine fisico: per vedere grande qualsiasi cosa, bisogna essere fisicamente piccoli.

Il mondo di un bimbo è sempre immenso. Per ogni ragazzo il padre è l’uomo più grande della terra, e lo zio, che si trova accanto alla finestra, è più alto della quercia del cortile sottostante. Ogni bambino è entusiasta della storia di Jack e il fagiolo magico. Per il bambino infatti la pianta di fagiolo giunge fino al cielo; i giganti sono una creazione dell’umiltà. Un ragazzino può mettersi a cavalcioni su un manico di scopa e non passa molto tempo che immagini di “volare sulla sibilante criniera dei venti” sorvolando la deserta distesa dell’azzurro. (…)

Se la piccolezza fisica è la condizione necessaria per vedere grande il mondo, allora la piccolezza spirituale o umiltà sarà la condizione per scoprire la verità e l’amore infinito. Nessun uomo, se non si fa piccolo, scopre nulla di grande. Se l’uomo ingrandisce il suo ego fino all’infinito, non apprenderà nulla, perché non c’è niente di più grande dell’infinito. Se riduce il suo ego a zero e smette di essere orgoglioso e presuntuoso, allora scoprirà tutto ciò che è grande, anche più grande di lui. Il suo mondo comincerà a essere infinito.

Per scoprire la verità, la bontà, la giustizia e Dio, è necessario essere molto umili. Se una scatola è piena di sale, non potremo riempirla di pepe. Se siamo pieni della nostra importanza, non potremo mai essere ricolmi di nulla di esteriore a noi stessi. Se un uomo crede di sapere tutto, allora nemmeno Dio potrà insegnargli qualcosa. La scoperta di una qualsiasi verità richiede docilità e capacità di apprendimento, ma chi crede di sapere ogni cosa non è disposto a essere ammaestrato.

Si può osservare con quanta calma e passività uno scienziato si pone davanti alla natura. Egli si limita a sedersi e osservarla, nell’attesa che la natura gli riveli le sue leggi. Non dice: “Conosco le leggi della natura, e voglio imporre le mie leggi”, bensì attende le rivelazioni della natura. L’umiltà dello scienziato di fronte alla natura dovrebbe essere l’atteggiamento dell’uomo di fronte a Dio, in attesa della sua santa volontà. La fede proviene dall’ascoltare, il che significa anche che deriva dall’essere un buon ascoltatore, e non dal ritenere di possedere già tutta la verità.

L’illustrazione rappresenta il sole con i suoi raggi. Si può notare un uomo che cammina allontanandosi dal sole, e l’ombra si proietta davanti a lui. Gli ho fatto una testa molto grande, perché si tratta di un uomo superbo, che si considera altrettanto grande quanto la sua ombra, la quale rappresenta il fantasma e non l’essere reale. Supponiamo che il sole rappresenti Dio e la luce della Sua verità. Finché ci muoviamo allontanandoci da Dio, creiamo delle ombre psicologiche, ci crediamo diversi da quelli che siamo. Ma osservate la differenza quando camminiamo andando incontro al sole, cioè alla luce divina: allora il fantasma non potrà mai essere scambiato per l’essere reale, perché si proietta dietro di noi. Se ci mettiamo direttamente sotto il sole, siamo completamente governati dalla divina verità; non ci sono ombre, illusioni, né timori, né ansie; l’anima viene pervasa dalla calma e dalla pace. L’essere umili implica che il nostro occhio avverta il bisogno della luce, che la nostra ragione riconosca il bisogno della fede, e che tutto il nostro essere necessiti della guida della legge eterna di Dio. (…)

L’umiltà non è servilismo, non è la disposizione a lasciarsi indottrinare, non è odio di sé, né auto-disprezzo, o il desiderio di venirsi a trovare in posizioni di svantaggio. L’umiltà è invece quella virtù che ci dice la verità su noi stessi, ossia la nostra posizione di fronte a Dio. Non si tratta di una sottovalutazione, e non è umile una persona di alta statura se dice: “No! Io non sono alto: sono appena un metro e 90”. Una grande cantante non è umile quando dice: “Oh, no! Le mie note medie sono insopportabili”. Ma è umile nel caso in cui dicesse: “Grazie, ma devo tutto al Signore”.

La verità su noi stessi può essere negata in due maniere: mediante la sopravvalutazione e la sottovalutazione. Ci sopravvalutiamo quando diciamo: “Sono l’abitante più importante di questa città”. D’altra parte, la gente talvolta dice di essere stupida per sentirsi dire dagli altri che è saggia. A una persona che diceva sempre di essere idiota fu replicato così da un amico: “Era proprio necessario che lo dicessi?”. L’umiltà in rapporto all’amore significa considerare gli altri migliori di noi stessi. Uno dei vantaggi di questo atteggiamento è che ci fornisce alcuni esempi da imitare. L’orgoglio, d’altra parte, cerca talvolta il primo posto affinché gli altri possano dire: “Che magnanimità!”. E può anche darsi che l’orgoglio voglia prendere l’ultimo posto perché gli altri possano commentare: “Quanta umiltà!”. Perché i mendicanti adoperano ciotole di stagno? Perché vogliono sollecitare la vanità del donatore, a cui piace sentire il tintinnio della moneta quando cade nella ciotola. Nelle chiese i cestini di cui ci serviamo per la colletta hanno il fondo di peluche perché la gente, quando dona, dovrebbe cercare di non far rumore: Dio dovrebbe essere il solo a saperlo. L’orgoglio si insinua perfino nelle persone cosiddette “pie” che si vantano della loro pietà. (…)

Un altro frutto dell’orgoglio è lo spirito critico. Di solito le persone molto orgogliose sono tormentate da piaghe segrete, come l’egoismo e la presunzione. Ne risulta che la loro coscienza le molesta in conseguenza della loro colpa sommersa, che loro rifiutano di guardare in faccia. Invece di criticare se stessi come dovrebbero fare, proiettano le loro critiche sugli altri. Riformano il prossimo invece di riformare se stessi, indicano la pagliuzza nell’occhio del vicino e non vedono la trave che è nel proprio. Perché mai tanti giornali si specializzano nelle cronache di omicidi, di adulteri, di infedeltà e di slealtà? Perché quando la gente legge la notizia di un assassinio o di un furto sostiene: “Io non sono così malvagio; in realtà sono abbastanza buono!”. A forza di fare continui confronti, le persone si confortano presumendo di essere migliori degli altri.

Generalmente l’orgoglio nega la responsabilità personale del male. Gli uomini perlopiù negano di essere peccatori. La tragedia di questa negazione è che non sentono mai il bisogno di un salvatore. Il cieco che nega di essere cieco non avrà mai il desiderio di vedere.

Due sociologi negavano la colpa personale. Mentre discutevano il caso di un criminale, uno dei due confessò: “Lo so che lui ha commesso un assassinio e svaligiato una banca, ma ricordati che era orfano”. L’altro sociologo replicò: “Sì, ma era orfano per avere ucciso all’età di nove anni i suoi genitori”. Il primo sociologo rispose: “Lo so, ma fu per legittima difesa”.

Il dio moderno può essere l’ego, ossia il proprio io. Questo è l’ateismo. L’orgoglio infatti è un disordinato amore di sé, un’esaltazione dell’io relativo verso un io assoluto. Questo sentimento cerca di soddisfare la sete di infinito attribuendo alla propria limitatezza una pretesa di divinità. In alcuni individui l’orgoglio rende l’io cieco riguardo alla proprio debolezza e diventa un orgoglio “caldo”; in altri riconosce bensì la propria debolezza ma la supera con un’autoesaltazione che diviene orgoglio “freddo”. L’orgoglio, uccidendo la docilità, mette l’uomo nella condizione di non poter mai essere aiutato da Dio. La conoscenza limitata della mente meschina pretende di avere l’ultima parola su tutto. Di fronte ad altri intelletti, essa ricorre a due tecniche diverse: o alla tecnica dell’onniscienza, mediante la quale cerca di convincere gli altri del molto che sa; o alla tecnica della non-scienza, con cui vuole persuadere gli altri del poco che sanno. Quando l’orgoglio è incosciente, diventa quasi incurabile, perché identifica la Verità con la propria verità. L’orgoglio è un’ammissione di debolezza, e segretamente teme ogni competizione e ogni possibile rivale. Raramente guarisce quando la persona è verticale, cioè sana e prospera; ma può guarire quando il paziente è orizzontale, ossia infermo e deluso. Ecco perché in un’epoca piena di orgoglio le catastrofi sono necessarie per ricondurre gli uomini a Dio e alla salvezza delle loro anime.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

È Dio il fine ultimo della vita: da Lui proveniamo, e solo in Lui sperimentiamo la vera pace

In una certa misura, noi uomini siamo come tutto il resto del creato. Abbiamo, per esempio, l’esistenza al pari delle pietre, dell’ossigeno, della sabbia. Ma l’uomo ha anche la vita, che lo rende simile ai fiori e agli alberi, i quali vegetano, crescono e si riproducono. L’uomo, al pari degli animali, possiede anche i sensi e, per mezzo di essi, entra in contatto con il mondo esterno, dalle stelle fino al cibo che egli trova a portata di mano.

Ma l’uomo dispone, in più, qualcosa di unico: egli non è solamente la somma di tutte queste cose. Ciò che l’uomo ha di peculiare è il fatto di costituire un essere pensante e volente. Prima di tutto, può pensare concetti che trascendono la conoscenza dei sensi, come per esempio il concetto di causa, di bellezza, o di relazione tra gli oggetti. Ma l’uomo possiede anche la libertà: egli può scegliere, decidere e stabilire i suoi obiettivi, tanto vicini quanto lontani. Questo intelletto e questa volontà superiore dell’uomo aspirano a molte cose: per esempio come arricchirsi, l’essere titolare di un’azienda oppure sposare la figlia di un magnate.

Ma ciò a cui principalmente gli essere umani anelano è la felicità. Questa felicità non ruota attorno alle cose esteriori, come per esempio una determinata rendita esente da tasse, perché queste cose si trovano fuori dell’uomo. E l’uomo invece vuole sentirsi felice interiormente. Egli desidera tre cose: vita, conoscenza e amore.

La vita che vuole non consiste nel vivere ancora un paio di minuti, ma la vita in tutta la sua pienezza, senza rughe, senza angosce, senza vecchiaia. La verità che l’uomo cerca non è soltanto la conoscenza della geografia, a esclusione della filosofia: vorrebbe conoscere tutto. L’uomo è irrimediabilmente curioso. Infine, l’uomo vuole l’amore. Ne ha bisogno perché in se stesso è incompleto, e vorrebbe un amore senza gelosia e, soprattutto, senza sazietà: un amore che comporti un’estasi costante e in cui non ci sia né solitudine né disagio. Ma l’uomo, quaggiù, non trova quella vita immutabile, quella conoscenza che abbraccia ogni cosa, quell’amore che è gioia infinita.

Quaggiù l’individuo trova che la vita è legata alla morte, la verità all’errore, l’amore all’odio. Intuisce che non si tormenterebbe per una felicità così, se questa non esistesse. Egli non avrebbe occhi se non ci fosse la luce o non ci fossero cose da vedere. Se c’è la parte, deve esserci anche il tutto. Allora la sua ricerca diviene qualcosa di affine al cercare, nel teatro in cui ci troviamo, dove sia la sorgente della luce.

Non è sotto questa lavagna, perché qui la luce è mescolata all’oscurità; non è sotto la macchina da presa, perché lì si mescola all’ombra. Se noi, in questo teatro, desideriamo scoprire la sorgente luminosa, occorre volgerci a quella luce viva che risplende al di sopra di noi stessi. In maniera analoga, se vogliamo rintracciare la sorgente della vita, della verità e dell’amore che sono nel mondo, dobbiamo andare verso quella vita opposta alla sua ombra, la morte; verso quella verità slegata dalla sua ombra, l’errore; verso quell’amore che è disgiunto dalla sua ombra, l’odio.

Dobbiamo andare verso la pura vita, la pura verità, il puro amore: questa è la definizione di Dio. È Lui il fine ultimo della vita: da Lui proveniamo, e solo in Lui sperimentiamo la vera pace.

(Fulton J. Sheen, da “La vita merita di essere vissuta – edizioni Fede e Cultura” i discorsi in TV dell’Arcivescovo)

La vita merita di essere vissuta quando viviamo ciascuna giornata per avvicinarci sempre più a Dio.

Quando è che noi ci sentiamo maggiormente felici? Quando facciamo quello per cui siamo stati fatti, così come in astratto è felice il microfono quando fa quello per cui è stato costruito. Allora la vita diventa esaltante e poetica. Si potrà obiettare che esiste gente piena di vita che detesta la ripetitività, e che mirare al raggiungimento di un ideale costituisce una seccatura…No!

Guardate quanti sono pieni di vita e vi accorgerete quanto amano la ripetizione. Tenetevi un bambino sulle ginocchia e fatelo saltellare due o tre volte; il bambino dirà: “Ancora!”. Provate a raccontare a un bimbo una storia buffa…Il bambino infatti non dice mai: “Questa è una storia vecchia, me l’ha già raccontata lo zio la settimana scorsa”, ma dice: “Raccontamela un’altra volta”.

Quando la Vita Divina venne su questa terra, riecheggiò quella lezione che è l’esaltazione della piattezza. San Pietro chiese quante volte si debba perdonare (riteneva che sette volte fossero sufficienti) e Gesù rispose: “Settanta volte sette”. Ci furono nella sua vita tre dolcissime monotonie: trent’anni di obbedienza, tre anni di insegnamento, tre ore di redenzione. Egli diede a noi la gioia di essere “partoriti” a nuova vita, condizione per entrare nel regno dei cieli.

Poiché Dio è pienezza di vita, io mi immagino che ogni mattina Egli dica al sole: “Fallo ancora!”, che ogni sera dica agli astri e alla luna: “Fatelo ancora!”, che ogni primavera dica ai fiori: “Ancora!”, e che ogni volta che nasce un bambino il cuore di Dio possa risuonare ancora dentro quel piccolo cuore. La vita è piena di poesia e di entusiasmo quando ha un fine che tutto sovrasta, consistente nell’essere una cosa sola con una vita così personale da essere un Padre; una cosa sola con una verità così personale da essere quella sapienza da dove scaturisce ogni arte e ogni scienza; e così personale da essere un amore il quale è “spassionata passione e inquieta tranquillità”.

La vita merita di essere vissuta quando viviamo ciascuna giornata per avvicinarci sempre più a Dio. Quando avete detto le vostre preghiere, quando avete offerto le vostre azioni in unione con Dio, continuate a godere “dell’esaltazione della monotonia” e fatelo di nuovo!

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” i discorsi in TV dell’Arcivescovo)