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UN NUOVO LIBRO DI FULTON SHEEN “PERCHÉ CREDERE?” Che cosa fa la grazia di Dio nella nostra natura umana? I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà.

Le edizioni Ares hanno pubblicato il primo volume di “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” (256 pagine). Tradotto per la prima volta in italiano.

“Dio e l’uomo, il male e il peccato, Cristo e la Chiesa, la redenzione e la libertà di scelta, i Sacramenti, il corpo e l’anima, con l’apparente dicotomia nel mondo tra la sfera materiale e la sfera spirituale… In modo semplice e diretto, ricorrendo secondo il suo stile a immagini del quotidiano e a una forte carica umoristica, Fulton Sheen offre in queste pagine i principali contenuti della fede in risposta alle domande fondamentali sul senso della vita. Un testo che mons. Robert Barron, vescovo di Winona-Rochester, ha definito «la Summa di tutta la saggezza» del suo autore.”

Prossimamente uscirà il secondo volume. Qui sotto potete leggere un pezzo straordinario di un capitolo che spiega l’azione della Grazia di Dio nell’uomo.

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

L’AZIONE DELLA GRAZIA DI DIO NELL’UOMO

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Prendiamo un esempio di cambio di direzione. L’allora editore del giornale comunista “Daily Worker” di Londra e sua moglie ascoltavano un programma radiofonico di un funzionario della Russia. All’improvviso la moglie si alzò e spense la radio. Disse al marito (ricordiamo che entrambi erano comunisti):

«Non credo che lui voglia la pace. Credo che voglia la guerra! Parla di pace, ma intende la guerra». Lui disse: «Non parlare così; non stai parlando da comunista». Lei rispose: «Non mi importa come sto parlando». E lui: «Se continui a parlare in questo modo farò rapporto al partito!». Lei: «Riferisci!». «Infatti», disse lui, «stai iniziando a parlare come se fossi diventata cattolica!». Lei: «Lo sono!». Lui: «Diamine! Lo sono anch’io!».

Così un marito e una moglie che vivevano insieme condividendo idee comuniste improvvisamente ignoravano di essere entrambi cambiati. Che cosa era accaduto? Un potere esterno a loro: la grazia.

Non c’è nulla di simile al diventare migliori nell’ordine naturale e improvvisamente, in senso stretto, meritare la grazia. Natura e grazia sono piuttosto distinte. È la differenza tra fare e generare. Quando fai qualcosa, realizzi qualcosa che non ti somiglia. Quando costruisci un tavolo, questo non condivide la tua natura. Quando i genitori mettono al mondo un figlio, fanno invece qualcosa di simile a loro stessi. Quando Dio ci ha creati, Dio era il nostro Creatore, invece quando ci ha generati come figli, non era solo il nostro Creatore, ma nostro Padre. Quando la grazia viene in noi, come ha detto il Signore, la linfa passa attraverso la vigna fino ai tralci, ma è la stessa linfa della vigna. Noi iniziamo a condividere la natura del Signore così Lui riversa in noi la sua natura. San Giovanni ha detto: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto» (Gv 1, 16). Quando rispondiamo alla grazia, allora diventiamo qualcosa di simile a una matita tra le mani, che farà tutto ciò che la mano vuole. Siamo gli strumenti di Dio e obbediamo al suo volere come la matita obbedisce alla volontà della mano. Quando c’è totale obbedienza c’è la santità. Ecco ciò che è un santo. Un santo è uno che è disponibile per Dio come la matita per la mano.

Che cosa fa la grazia nella nostra natura umana? La grazia fa del corpo un tempio di Dio; ed è una delle ragioni per la purezza. Un tempio è un luogo in cui Dio dimora. Ricordate quando il Signore è andato nel tempio di Gerusalemme? Quando i farisei gli chiesero un segno il Signore disse: «Io distruggerò questo tempio […] e in tre giorni ne costruirò un altro» (Mc 14, 58). Non parlava del tempio terreno, ma del tempio del suo corpo, poiché Dio dimora nella natura umana di Cristo. Egli dimora in noi per partecipazione. Il corpo è sacro e dobbiamo rispettarlo.

I principali effetti della grazia sono nell’intelletto e nella volontà. L’intelletto è la facoltà per cui conosciamo; la volontà è la facoltà per cui scegliamo. L’oggetto dell’intelletto o ragione è la verità; l’oggetto della volontà è il bene o l’amore. Quando la grazia arriva all’intelletto, lo raggiunge come una sorta di luce. È alquanto difficile descrivere che cosa faccia alla mente umana. Immaginiamo la luce del sole che splende attraverso una vetrata. Notate come si diffonde facendo risaltare ogni colore. Ecco ciò che fa la grazia all’intelletto: dà una visione nuova. La fede diventa per la ragione qualcosa di simile al telescopio per l’occhio: non distrugge l’occhio, lo perfeziona. Quando la fede viene in noi, abbiamo una nuova certezza che oltrepassa la ragione. Tutto ciò che otterrete da queste istruzioni sono ragioni di credibilità.

La certezza deve venire dalla fede, che a sua volta viene da Dio. Il Signore disse a Pietro: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei Cieli» (Mt 16, 17). La certezza della fede è così grande che nulla può distruggerla. La certezza è più grande della ragione per la fede, poiché la luce viene da Dio. Abbiamo molte certezze più forti di quanto possa darci la ragione. Se ci sfidano a provare di essere figli legittimi, può essere piuttosto difficile. Non abbiamo i documenti. Ma nulla può scuotere la nostra certezza. Un uomo esperto può dare molte ragioni contro l’esistenza di Dio e la divinità di Cristo a uno dei nostri figli, ma non può mai distruggere la fede di quel bambino. Non solo la fede dona certezza, ma ci dona anche un nuovo sguardo, un nuovo sguardo sulla nascita, la sofferenza, la morte, la gioia, i piaceri, la letteratura e l’arte. Coloro che possiedono ciò che san Paolo definisce la mente carnale non possono comprendere le cose della fede; è come pretendere che un uomo cieco capisca i colori.

Molto spesso coloro che mancano del dono della fede si chiedono perché ne siamo così certi. «Perché abbiamo questo sguardo sulla sofferenza?». «Perché non siamo depressi?». «Perché non pensiamo al suicidio?». Semplicemente perché vediamo meglio le cose. Abbiamo una luce di cui loro sono privi. Forse abbiamo già detto che abbiamo gli stessi occhi di notte e di giorno, eppure di notte non vediamo. Perché? Perché ci manca la luce del sole. Due persone che esaminano lo stesso problema, lo vedranno in modo molto differente, perché uno ha la sua ragione e i suoi sensi, l’altro la sua fede.

C’è anche la volontà umana. Quando la grazia viene nella volontà, ci dona un nuovo potere, una nuova forza che non abbiamo mai avuto prima. Ci dà una nuova capacità di resistere alle tentazioni. Troppo spesso in questo mondo appena uno diventa schiavo del peccato, parliamo di lui come se avesse una compulsione. Diciamo: «Oh, è un bevitore compulsivo. È un mangiatore compulsivo». È vero. La parola che usa il Signore per spiegare la compulsione è “schiavitù”. Questo non significa che queste persone abbiano completamente distrutto la propria libertà. C’è sempre una piccola parte di libertà che rimane in un alcolista, in un pervertito, in chiunque sia preda della schiavitù del peccato. Questi peccati iniziati con liberi atti nostri propri, possono aver indebolito, ma non distrutto la nostra volontà. È possibile che la grazia si insedi. La grazia ha il suo D-day e Dio può venire in ciascuna di queste persone.

Quando cerchiamo di curare una persona dai vizi, non possiamo mai estrarre il vizio, ma solo emarginarlo. Come si fa? Mettendovi qualcos’altro di nuovo. La grazia di Dio viene quando iniziamo ad amarlo; allora, questi vizi iniziano a fuoriuscire. Una volta che sopravviene un nuovo amore, siamo cambiati. Ricordo di aver fatto un patto con una donna alcolizzata, dicendole: «Tu ami l’alcol più di ogni altra cosa al mondo. Allora io non posso curarti finché non inizi ad amare qualcos’altro». Così abbiamo invocato la grazia, che è venuta in lei ed è guarita. Ecco ciò che la grazia fa alla povera e debole volontà umana. Poi essa ci dà anche potere di influenzare gli altri.

Se queste mie parole vi influenzano, non è per via di conoscenze o poteri che possiedo. Se ho qualche influenza su di voi, è perché lo Spirito e la grazia di Dio stanno operando in voi. Le mie parole non sono nulla. Di sicuro io non ho iniziato queste istruzioni senza pregare lo Spirito e la grazia di Dio che mi diano forza, ma se comunque siete cambiati non dite: «Oh, monsignor Sheen, quanto le siamo grati». Monsignor Sheen non ha fatto nulla, io sono solo il misero strumento del buon Dio. Se siete cambiati, ecco la differenza tra la vostra natura e la grazia. Prima che venisse la grazia agivate a modo vostro, dopo aver ricevuto la grazia agite a modo suo. La differenza è tutta qui. La vostra coscienza si è svegliata e ciò che prima era prezioso per voi adesso sembra nulla, mentre ciò che prima sembrava spazzatura adesso è prezioso. Questa è la grazia: è il potere soprannaturale che illumina la vostra mente per vedere le cose al di sopra della ragione; è quel potere soprannaturale che rafforza la vostra volontà a fare le cose che prima non avreste potuto fare. Essa vi cambia da creature in figli di Dio e soprattutto vi rende capaci di chiamarlo “Padre”.

(Fulton J. Sheen, da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita” edizioni Ares)

Per acquistare il libro dalla casa editrice Ares: https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere/

AMATE I VOSTRI NEMICI E COLORO CHE VI ODIANO: L’amore di Dio rende possibile amare coloro che sono “difficili ad amarsi”…Quanto più saremo lontani da Dio, tanto più saremo lontani gli uni dagli altri.

Fondamentalmente, il motivo per cui noi dovremmo amare noi stessi, è il fatto che Dio ci ama. Se Lui vede in noi qualche cosa di degno e se è morto per salvarci, vuol dire che abbiamo un motivo più che valido per amarci. Come un uomo si sente nobilitato quando è amato da una bella e graziosa amica, quale allora dovrebbe essere l’estasi di un’anima nel momento in cui si risveglia alla travolgente verità: “Dio mi ama!”

È facile amare coloro che ci amano, e il nostro divino Signore ci disse che per questo non c’era ricompensa. Ma che cosa dire di quella parte di umanità che noi consideriamo indegna di amore? Uno dei più forti argomenti sociali che confermano l’esistenza di Dio è il seguente: ci deve essere un Dio, altrimenti tante persone non sarebbero amate. L’amore di Dio rende possibile amare coloro che sono “difficili ad amarsi”. Perché mai dovremmo amare coloro che ci odiano, che malignano sul conto nostro, che ci pestano i piedi a teatro per assicurarsi i posti migliori? C’è solamente una ragione: per amore di Dio.

Forse possono non piacerci perché il piacere è emotività, ma possiamo comunque amarli poiché l’amore risiede nella volontà ed è soggetto al comando: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5,44). Perciò, dal momento che amiamo Dio, siamo resi capaci di amare chiunque per amor suo, come un innamorato si farà piacere l’aragosta per far contenta la sua bella. Perciò quando ci imbattiamo in qualche persona particolarmente scostante e siamo tentati di respingerne la presenza sia pure per breve tempo, dovremmo pensare che in quel momento Dio ci appare dicendo “Ascolta, io l’ho sopportata per quarant’anni, tu non puoi sopportarla per dieci minuti?”.

Inoltre, l’amore di Dio ci ricorda che non dovremmo giudicare il prossimo in base alla sua apparenza, poiché se esso avesse ricevuto tutte le grazie e le possibilità che abbiamo ricevuto noi, quanto maggiormente potrebbe amare Dio! Il fariseo all’ingresso del Tempio che amministrava la legge e che dava ai poveri l’ammontare deducibile dalle tasse non fu elogiato da Dio, mentre il pubblicano che donò la sua anima a Dio domandando perdono, tornò a casa perdonato. Fu questo pensiero che fece dire a San Filippo Neri, quando vide un uomo salire sul patibolo: “Potrebbe essere Filippo, se non fosse stato per la grazia di Dio”.

Dopo un certo tempo tutte quelle persone che prima ci sembravano così poco attraenti ci appaiono molto migliori di noi. Su un piano spirituale arriviamo a un punto in cui sentiamo i loro peccati come fossero i nostri, e ci assumiamo i loro debiti in penitenza come il Salvatore si assunse i nostri perché le amiamo in Dio. (…)

L’amore del prossimo, quando è pervaso dall’amore di Dio, non sfrutta mai il prossimo per il proprio vantaggio. E ben sappiamo che nulla ha tanto contribuito ad abbassare il livello dei rapporti umani quanto l’idea che possiamo accattivarci amicizie mediante lusinghe. Niente di più lontano dal vero amore, il quale aiuta il prossimo ad adempiere la sua vocazione in Dio, e in tal modo coincide anche con l’adempimento della propria vocazione.

Disse San Paolo ai Romani: “Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo” (Rm 15,1-2).

Di solito nelle nostre relazioni noi limitiamo l’orizzonte del nostro affetto a coloro che amiamo, ma pochi sono i samaritani che amano coloro che li odiano. Nulla, però, può ampliare tanto questo orizzonte quanto il considerare non soltanto quelli che noi amiamo, ma quelli che sono anzitutto amati da Dio, che sono cioè tutti gli uomini. In tal modo l’anima si fa più simile a Dio, Lui che è il “creatore” di colui (o colei) che amiamo. In Lui queste creature che “a pelle” ci appaiono umanamente detestabili, cominciano con il diventarci amabili. L’amore di Dio, infatti, non soltanto prolunga la creazione divina, come abbiamo visto con la procreazione dei figli, ma continua anche la sua redenzione, almeno nella misura in cui vorremmo anche noi rigenerare e redimere coloro che amiamo.

Immaginiamo un gran cerchio dal cui centro s’irradiano tanti raggi luminosi verso la circonferenza, e facciamo conto che la luce al centro sia Dio, e ognuno di noi sia un suo raggio: quanto più i raggi si troveranno vicini al centro, tanto più vicini si troveranno tra loro. Perciò, quanto più viviamo vicini e uniti a Dio, tanto più vicini ci troveremo al suo e nostro prossimo, viceversa quanto più saremo lontani da Dio, tanto più saremo lontani gli uni dagli altri. E quanto più un raggio si allontana dal centro, tanto più si indebolisce, mentre quanto più gli si avvicina, tanto più si rafforza.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

La grande tragedia della vita non è tanto ciò che gli uomini hanno sofferto, ma ciò che hanno perso.

La grande tragedia della vita non è tanto ciò che gli uomini hanno sofferto, ma ciò che hanno perso. E quale tragedia maggiore c’è che perdere la pace del peccato perdonato? Non c’è un uomo vivente che, se lo desiderasse, non potrebbe godere del Cibo e della Bevanda spirituale che Dio serve a tutti coloro che lo chiedono.

(Beato Fulton J. Sheen)

L’umiltà non è disprezzo di sé, ma la verità circa se stessi accompagnata al rispetto per gli altri; è la dedizione totale di sé al Fine Supremo.

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Molti di quelli che stanno in Paradiso sono stati, in vita, ubriaconi, adulteri, ladri, gozzovigliatori ecc.., ma non c’è, tra quanti stanno in Paradiso, nessuno che non fosse diventato umile.

Tuttavia, basta parlare di umiltà perché, in molte menti, sorga la credenza che essa consista nel lasciarsi calpestare dal prossimo, o nell’auto-mortificarsi, o che trasformi un uomo in un perfetto esemplare di falsa umiltà.

L’umiltà non è disprezzo di sé, ma la verità circa se stessi accompagnata al rispetto per gli altri; è la dedizione totale di sé al Fine Supremo.

Un uomo alto 1,80 non sarebbe umile se dicesse: “Ma io sono alto 1,30”, perché ciò non corrisponderebbe a verità; né un celebre cantante lirico sarebbe umile se dicesse: “In realtà, io, come cantante, non valgo niente”. Simili ingiurie alla verità sono altrettante testimonianza di orgoglio, invece che di umiltà. In questi casi, l’umiltà consiste nel riconoscimento di questa verità: che i doni per i quali veniamo lodati li abbiamo ricevuti da Dio.

“Che cos’hai tu che non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché gloriartene come se non l’avessi ricevuto?” (San Paolo).

La lode mette in imbarazzo la persona umile perché questa sa che la sua voce, il suo ingegno, la sua forza le sono stati dati da Dio. Quando le labbra degli uomini esaltano l’umile, questi le trasferisce a Dio. L’umile riceve la lode come una finestra riceve la luce, non mai per possederla o per tesorizzarla, ma per trasferirla, mediante un rendimento di Grazie, tutt’intera a Dio che lo ha così dotato di certi beni…

La vita deve ispirarsi a quella qualità morale la quale riconosce che la ricchezza, la salute, la sapienza e, soprattutto, la Fede, sono doni di Dio che crescono e s’intensificano dove si possegga uno spirito di gratitudine. Noi lottiamo per il meglio, ma “le cose migliori della vita sono doni”, ossia le abbiamo ricevute…

Poiché noi siamo i recipienti dei doni, l’umile è reverente e grato a Dio.

L’uomo orgoglioso conta i ritagli dei giornali che parlano di lui; l’uomo umile conta le grazie ricevute.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”.)

La babelica confusione nell’ordine politico, economico e sociale dei giorni nostri è dovuta al ripudio, da parte dell’uomo, della legge morale di Dio.

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La babelica confusione nell’ordine politico, economico e sociale dei giorni nostri è dovuta al ripudio, da parte dell’uomo, della legge morale di Dio.

In ogni epoca, la causa finale delle crisi è da ricercare nel rapporto tra l’uomo e Dio.

Questo rapporto si è trasformato radicalmente perfino nello spazio di un secolo. L’ateismo non è più negativo; non è una mera negazione di Dio. L’ateismo militante vorrebbe distruggere Dio, se fosse possibile. Esso afferma l’esistenza di Dio nel momento stesso in cui Lo ripudia, perché soltanto la realtà di Dio può spiegare il vigore e l’accanimento con cui viene condotta la persecuzione.

L’uomo può o, con entusiasmo e pazienza, partecipare della vita secondo Dio, e quindi produrre una certa misura di umana felicità, o ribellarsi contro Dio e quindi divinizzarsi idolatrandosi. In questo stadio, il mondo produce dei dittatori i quali, per dirla con San Paolo, cambiano “la Gloria del Dio incorruttibile in un’immagine fatta a somiglianza dell’uomo corruttibile”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

Perché l’uomo moderno trascura il Cristianesimo?

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La gente, al giorno d’oggi, si distoglie dal Cristianesimo non già perché è troppo difficile, ma perché è troppo mite e facile; non già perché esige troppo, ma perché esige troppo poco.

L’uomo moderno ha bisogno di consegnarsi e di dedicarsi a una causa. Poiché non ode, dai pulpiti, squillanti appelli all’eroismo e alla santità, ma sermoni in favore della tolleranza e della benevolenza o moralismi da dozzina, si rimette alla mente di Lenin invece che a Cristo; reca prigioniera a Marx, invece che al Salvatore, la propria volontà; si lascia assorbire, nell’anelito alla dittatura, dalla mentalità di massa, invece di trovare la gloriosa libertà dei Figli di Dio attraverso la mortificazione della carne e della sua concupiscenza.

Nelle deluse anime moderne c’è un potenziale maggiore di quanto non credano e sappiano i “condottieri” cristiani. Ma di codeste anime essi non avranno mai ragione fino a che non si rifaranno al Salvatore Crocifisso che invitava i suoi seguaci a prendere una croce e a seguirLo.

L’uomo moderno trascura il Cristianesimo perché è troppo facile. Ma il Cristianesimo non è facile. Chi crede che il Cristianesimo sia una scappatoia guardi al Crocifisso come alla condizione di una Risurrezione e di una unione assoluta col Padre Celeste. Quando ci si accorgerà che il Cristianesimo è difficile, allora lo si tenterà.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

Volesse il Cielo che la nostra civiltà cessasse di frugare entro la polvere dei millenni alla ricerca dell’anello che ci collega alle bestie, e incominciasse a inginocchiarsi davanti alla Croce innalzata sulle rocce del Calvario, alla ricerca dell’anello che ci lega a Dio.

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Volesse il Cielo che la nostra civiltà cessasse di frugare entro la polvere dei millenni alla ricerca dell’anello che ci collega alle bestie, e incominciasse a inginocchiarsi davanti alla Croce innalzata sulle rocce del Calvario, alla ricerca dell’anello che ci lega a Dio; volesse il Cielo che il mondo cessasse di vedere nel Signore soltanto un “maestro”, per cominciare ad adorarlo come il Sacerdote che porta Dio all’uomo con il dono della Vita Divina, e l’uomo a Dio con il dono del Divino Perdono; volesse il Cielo che gli uomini smettessero di gettare i loro ponti sugli abissi del tempo allo scopo di legarsi alla terra, e incominciassero a costruire i ponti attraverso l’abisso dell’Eternità per legarsi a Dio.

Allora il Crocifisso tornerebbe al suo posto. Allora qualche cuore oppresso si inginocchierebbe dinanzi ad Esso anche soltanto un minuto e ascolterebbe il più dolce di tutti i messaggi: la Buona Novella che, per quanto peccatore egli sia, deve pur valere ancora qualcosa se per amor suo Cristo, il Dio-Uomo, è morto su una Croce.

(Beato Fulton J. Sheen, da “L’Uomo di Galilea”)

La morale del Cristianesimo non è una mera cristallizzazione di norme psicologiche, emotive ed etiche.

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La morale del Cristianesimo non è una mera cristallizzazione di norme psicologiche, emotive ed etiche; essa è bensì il possesso, nell’anima, di un fondamento di Vita Soprannaturale, di Vita Divina, che ha nome Carità, Amore Divino o Grazia.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

LIBERTÀ E RESPONSABILITÀ: l’inferno è una garanzia per la libertà umana.

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Se siamo liberi, siamo responsabili; se non siamo responsabili, non siamo liberi.

Il ghiaccio non è libero, e quindi non è colpa sua se si scioglie; l’uomo è libero, e quindi dev’essere tenuto responsabile di tutti i suoi pensieri e desideri, e di tutte le sue azioni.

L’inferno è una garanzia per la libertà umana, pur ammettendo che sia una garanzia negativa. Esso sta almeno a significare che un uomo può essere tanto libero da determinare liberamente le proprie condizioni per tutta l’eternità.

L’uomo è investito del regale potere di scelta e data questa facoltà non può essere spinto al peccato da nessuna forza sociale, a meno che non vi acconsenta volontariamente.

Santo Stefano, mentre lo lapidavano, pregò così: “Signore, non imputare a loro questo peccato”. Tre anni dopo, San Paolo, nel ricordare la lapidazione di Stefano, disse: “C’ero anch’io ad approvare”.

Il Cielo stesso ha garantito la libertà umana quando ci ha assicurato il Giudizio Finale.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)

Ci si domanda come mai nel momento in cui i Chiodi, la Corona di Spine e la Croce vennero fra le mani di Maria Addolorata tutta la natura non si sia ribellata.

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Ci si domanda come mai nel momento in cui i Chiodi, la Corona di Spine e la Croce vennero fra le mani di Maria Addolorata tutta la natura non si sia ribellata.

Il ferro stesso, celato nelle oscure viscere della terra, deve aver trasalito dopo aver inchiodato il suo Dio. Ogni spina deve essersi nascosta un attimo per la vergogna sotto i petali di tutte le rose rosse.

Ogni albero deve essersi scosso di dolore per aver portato il peso del Crocifisso, deve aver sollevato in preghiera le fronde per supplicare che d’allora in poi l’ascia del sacrificio lo recidesse per trasformarlo in una croce capace di richiamare tutti i cuori a Dio.

(Beato Fulton J. Sheen, da “L’Uomo di Galilea”)