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“OGGI SARAI CON ME IN PARADISO” IL BUON LADRONE MORÌ DA LADRO PERCHÉ ALLA FINE RUBÒ IL PARADISO!

Disma vede una croce, ma l’adora come un trono; vede un uomo condannato a morte, ma lo invoca come un Re: «Signore, ricordati di me quando entrerai nel Tuo Regno». Il Signore era stato finalmente riconosciuto per ciò che era! In quel momento, quando la morte era ormai prossima e la sconfitta sembrava palese, l’unico, al di fuori del piccolo gruppo ai piedi della croce, che lo riconobbe come Signore del Regno e Capitano delle anime, era un ladro crocifisso alla sua destra.

Nel momento in cui fu data la testimonianza del ladro, il Signore stava vincendo la più grande battaglia che possa essere vinta e stava emanando da se stesso un’energia molto più grande di quella prodotta da una potente cascata d’acqua; stava infatti perdendo la Sua Vita e salvando un’anima.

In questo giorno, in cui nemmeno Erode, con tutta la sua corte, era riuscito a farlo parlare, né le potenze di Gerusalemme erano riuscite a farlo scendere dalla croce, né le ingiuste accuse in tribunale erano riuscite a fargli rompere il silenzio, in cui nemmeno la folla che lo scherniva dicendo: «Hai salvato gli altri, ora salva te stesso!» era stata capace di ottenere una risposta da quelle Labbra di fuoco, ora Egli rompe il silenzio volgendosi a quella vita trepidante al suo fianco, e salva un ladro: «Oggi sarai con me in Paradiso».

Nessuno prima di lui aveva ricevuto una tale promessa, nemmeno Mosè o Giovanni o Maddalena, nemmeno Maria. Era l’ultima preghiera di un ladro, e forse anche la prima. Bussò una sola volta, una sola volta cercò e chiese, ma quell’unica volta mise tutto in gioco per questo, in un’unica volta ottenne tutto. Cristo, che era povero, morì ricco. Le Sue Mani furono inchiodate alla croce, eppure fu capace di aprire le porte del Cielo e trionfare su di un’anima.

Cristo fu scortato al Cielo da un ladro. Possiamo veramente dire che questo ladro morì da ladro: rubò infatti il Paradiso!

Dove potremmo trovare una dimostrazione più eloquente della Misericordia di Dio?
La pecorella perduta, il figliol prodigo, la Maddalena pentita, il ladrone perdonato! Questo è il rosario della Misericordia Divina. La nostra salvezza preme più a Dio che a noi stessi.

(Fulton J. Sheen, da “Le ultime Sette Parole”)

P.S. cliccando sul link sotto potete scaricare questo libro in PDF, molto adatto per la Quaresima:

Fai clic per accedere a le-ultime-sette-parole-fulton-sheen.pdf

IL CONSIGLIO DEI SACERDOTI E LO SPIRITO SANTO “L’errore di molti Sacerdoti è quello di interessarsi maggiormente alle questioni amministrative che a quelle evangeliche.” “Nell’organizzare la salvezza delle anime, impieghiamo forse tutto lo zelo che dimostriamo nell’organizzare le gite?”

Ogni Sacerdote, quando si troverà al cospetto del Signore per essere giudicato, si sentirà chiedere: «Dove sono i tuoi figli?». La vocazione prima di ogni Sacerdote è quella di generare anime in Cristo.

Saliremo sul pulpito a denunciare contro natura il controllo delle nascite nella carne, mentre noi stessi pratichiamo questo controllo delle nascite nello spirito? Biasimeremo le madri perché non hanno un maggior numero di figli, mentre noi, per anni interi non possiamo registrare a nostro favore neanche la nascita di una sola anima in Cristo? I confini della nostra parrocchia e quelli del nostro dovere non sono unicamente determinati dai fedeli, perché: “altre pecore che non sono di quest’ovile; anche quelle devo condurre” (Gv 10, 16).

Siamo responsabili di ogni anima, e molte entrerebbero a far parte della Chiesa se soltanto lo chiedessimo loro. L’errore di molti Sacerdoti è quello di interessarsi maggiormente alle questioni amministrative che a quelle evangeliche.

Nell’organizzare la salvezza delle anime, impieghiamo forse tutto lo zelo che dimostriamo nell’organizzare le gite? Quando abbiamo bisogno di denaro, noi Sacerdoti non ci pensiamo due volte a organizzare una colletta di porta in porta; ma quando mai pensiamo di organizzarne una per convertire la gente? Dove vi è lo Spirito Santo, le conversioni non mancano. (…)

Qui negli Stati Uniti, le conversioni che abbiamo in un anno sono meno di tre per ogni Sacerdote. Ma chi, tra di noi, non sa di molti che hanno lasciato il solo Ovile, il solo Pastore per un voto non mantenuto, per la brama di un secondo o di un terzo matrimonio, per orgogliosa presunzione o per uno qualunque di quei sette becchini dell’anima comunemente chiamati i sette peccati capitali? Abbiamo centri catechistici, ma li adoperiamo per insegnare ai laici a essere Apostoli e a vivere appieno le responsabilità del sacramento della Cresima?

Ogni parrocchia dovrebbe essere un vivaio di anime che non appartengono ancora all’ovile; ogni Sacerdote un Pastore alla ricerca della pecorella smarrita; ogni Messa una proclamazione che la redenzione deve essere estesa a tutto il mondo.. Forse che lo Spirito Santo nel salvare le anime dimostra adesso minor larghezza che alla Pentecoste? Il tenore della nostra vita sacerdotale soffoca forse le fiamme e i venti impetuosi della conversione? Come mai le fiamme della Pentecoste ardono luminosissime nelle terre di missione e sono così fioche nella nostra parrocchia? Forse che la marea dello Spirito è defluita dai nostri porti? La colpa non è dello Spirito, giacché «Dio non si pente dei suoi doni e della sua chiamata» (Rm 11, 29). Lo slancio dei venti impetuosi non si è calmato e fermato da solo, producendo ristagno e sterilità. Lo Spirito Santo è sempre pronto ad aiutare il nostro sacerdozio, perché possiamo far progredire le anime nella santità.

Il Sacerdote agisce dall’esterno, lo Spirito Santo dall’interno. Noi ci auguriamo reciprocamente grazie e benedizioni. Egli ce le dà. Egli soltanto, con la sua opera divina, può gettare nel cuore quel seme che sboccerà in «una nuova creatura in Cristo» (2Cor 5, 17). Il suo Spirito può distruggere l’egoismo e l’indolenza che ci trattengono dall’andare alla ricerca delle anime. Tutto intorno a noi, nelle nostre parrocchie, nella gente con la quale veniamo quotidianamente a contatto, vi sono folle innumerevoli di anime simili a lingotti d’oro ricoperti di scorie. E noi, se appena avessimo il fuoco dello Spirito, potremmo sottoporli alle fiamme purificatrici e farne dei gioielli del Regno di Dio! (…)

Se il consiglio del Sacerdote si basa esclusivamente sull’esperienza naturale, con un nemico come Satana non la spunta. Il possesso da parte del demonio deve essere fronteggiato dal Sacerdote con il possesso da parte del Cristo; così, egli sarà impaziente di aprire ai cuori i tesori della bontà di Dio, di scoprire i peccati suscettibili di redenzione, di lasciare i novantanove giusti per ricercare quello che si è smarrito, di scovare elementi da istruire nell’apostolato e nella conversione, di avvolgere intorno a essi il manto del Sacro Cuore. Sarà pronto ad ascoltare senza interruzione gli afflitti, riconoscendo la dignità della persona che parla; a riconciliare i coniugi, rivelando loro in qual modo possono santificarsi a vicenda, come fece Paolo con l’infelice coppia di Corinto (1Cor 7, 14); a far sì che nel suo cuore sacerdotale s’incontrino, come già a Betlemme, le due correnti: la corrente delle necessità umane e quella dell’esaudimento divino; a guardare gli sbandati con lo stesso sguardo che Gesù rivolse a Pietro e che gli fece versare lacrime amare (Lc 22, 61); a dar prova della stessa pazienza avuta da Paolo nel ravvedimento di Marco; a contrapporsi ovunque alla rovinosa e funesta dissipazione del peccato; a pregare per chi ricorre a lui (perché la dedizione è l’insonnia dell’anima); a far sì che la gente, lasciando il parlatorio, pensi di essere stata con Cristo; a capire che lo Spirito Santo dà la forza a chi l’impiega; a rendersi conto che nel Sacerdote svogliato non c’è alcuna efficacia, proprio come nell’animale indolente non c’è alcuna bellezza; a pregare quotidianamente lo Spirito Santo di insegnargli a trovare godimento soltanto nelle anime; a convincersi che non è possibile arrivare al peccatore con le diramazioni periferiche dell’organizzazione parrocchiale o elevare un’anima alla santità dispensando a piene mani consigli a buon mercato; a non esitare mai nel ricevere visitatori che disturbino le sue comodità, ricordando che Dio ricompensa soltanto la dura fatica. In breve, a essere un «altro Cristo» e non semplicemente un «altro buon diavolo». (…)

Il consiglio del Sacerdote è fondamentalmente l’applicazione della redenzione all’individuo. Non si tratta semplicemente di predicare a una persona sola anziché a una folla: l’individuo, infatti, quando cerca il consiglio del Sacerdote espone il suo problema come fa il paziente con il medico. Proprio come il medico, il Sacerdote prima stabilisce i fatti, poi fa la diagnosi e prescrive la cura, avendo sempre presenti in mente le parole di Nostro Signore: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv 6, 63).

Lo Spirito Santo è particolarmente necessario quando il Sacerdote deve affrontare un problema che verte sulla condotta più che sull’intelletto. In almeno nove casi su dieci, coloro che in passato ebbero la Fede e che ora la respingono o negano ch’essa abbia un senso, non sono mossi dal ragionamento, ma dal modo in cui vivono. Di solito, i cattolici sbandano non per difficoltà riguardanti il Credo, ma per difficoltà riguardanti i Comandamenti. Quando ciò accade, è compito del Sacerdote risvegliare la coscienza per mezzo dello Spirito Santo. Nelle Scritture non troviamo molti riferimenti alla sola coscienza, ma troviamo in abbondanza la prova del risveglio della coscienza mediante lo Spirito Santo.

San Paolo ci dice che fu la sua coscienza, illuminata dallo Spirito Santo, a fargli desiderare di dannarsi pur di salvare i fratelli: “Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo” (Rm 9, 1). Spetta alla coscienza testimoniare il compimento del nostro dovere verso Dio, ma spetta al divino Spirito testimoniare l’accettazione da parte di Dio della nostra fede e della nostra obbedienza in Cristo. Grazie allo Spirito Santo, la testimonianza della coscienza e la testimonianza di Gesù Cristo nella nostra vita diventano identici.

La coscienza di una persona si può paragonare a una stanza fiocamente illuminata, sulle cui pareti sono stampati i Comandamenti in piccoli caratteri. Quando lo Spirito Santo illumina la coscienza, una luce brillante investe quei caratteri. Lo Spirito Santo risana le coscienze e queste accettano la guida della legge di Cristo. Lo Spirito Santo indica anche alla coscienza il rapporto tra il peccato e il suo riscatto mediante il Sangue del Cristo, in virtù del quale non vi è più alcuna coscienza di peccato (Eb 9, 14; 10, 2-22). Non è mai sufficiente che un Sacerdote dica ai suoi fedeli che devono seguire la propria coscienza. Il Sacerdote deve costantemente cercare di illuminare questa coscienza attraverso lo Spirito. “Il fine di questo richiamo è però la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera” (1Tm 1, 5).

Non è assolutamente possibile comprendere l’enormità del peccato se non per mezzo dello Spirito Santo, una verità, questa, che Nostro Signore spiegò ai suoi Sacerdoti durante l’Ultima Cena. Più che in termini di infrazione dei Comandamenti, il peccato si può meglio comprendere e debellare in termini di frattura dei nostri legami con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il peccato spezza i nostri vincoli con il Padre Celeste in quanto ci allontana da Lui come suoi figli. È questo il messaggio contenuto nella parabola del figliol prodigo (Lc 15, 11-32).

Inoltre, il peccato rinnova il Calvario di Cristo. Occorre stabilire un’equazione personale tra l’anima e il Cristo Crocifisso. Nei peccati d’orgoglio si deve vedere la corona di spine; nei peccati di lussuria, la carne ferita; nei peccati d’avarizia, la povertà della nudità; nei peccati dell’alcolismo, la sete. Inoltre, si deve vedere il peccato come ostinazione contro lo Spirito Santo (At 7, 51); come soffocamento dello Spirito (1Ts 5, 19); come tribolazione allo Spirito (Ef 4, 30).

La coscienza s’illumina sempre quando si vede il peccato come un dolore dato a qualcuno che si ama. Non vi è peccato che possa toccare una delle stelle di Dio o far tacere una delle sue parole; ma il peccato può ferire crudelmente il Suo Cuore. Quando il penitente comprende questa verità, può sapere perché mai nella sua anima vi sia un tale senso di vuoto, una tale desolazione: egli ha ferito Qualcuno che ama.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

NON È LA CONOSCENZA CHE CI SALVA, MA L’IGNORANZA! «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»

Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». (Lc. 23,33-34)

Perdonarli? Perché? Perché se non fossero stati ignari di quanto terribile fosse quell’azione che stavano commettendo, crocifiggendo
Cristo, sarebbero stati dannati eternamente! È solo grazie alla loro inconsapevolezza della
gravità del crimine che stavano commettendo che poterono rientrare nell’ambito di coloro
che udirono quel grido dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!

Non vi è redenzione per gli angeli caduti; quei grandi spiriti capeggiati dal «Portatore della
luce», Lucifero, dotato di un’intelligenza tale che la nostra, comparata alla sua, sembrerebbe quella di un bambino, conoscevano così chiaramente le conseguenze di ogni loro decisione, quanto noi sappiamo che due più due fa quattro. Il prendere una decisione era per loro una cosa irrevocabile; non vi era nessuna possibilità di tornare indietro, per questo per gli angeli non vi può essere redenzione. Poiché sapevano ciò che facevano furono esclusi dal numero di coloro che ascoltarono il grido di perdono che veniva dalla croce. Non è la conoscenza che salva, ma l’ignoranza!

Allo stesso modo, se noi sapessimo che cosa terribile sia il peccato e, malgrado ciò,
continuassimo a peccare; se sapessimo quanto amore vi è nell’incarnazione e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di nutrirci del Pane di Vita; se sapessimo quanto amore espiatorio ci sia stato nel sacrificio sulla croce e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di riempire il calice del nostro cuore con il suo amore; se sapessimo quanta misericordia vi sia nel sacramento della penitenza e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutarci di piegare il ginocchio davanti alla mano che ha il potere di sciogliere i nostri peccati sia in cielo che in terra; se sapessimo quanta vita ci sia nell’Eucaristia e, malgrado ciò, continuassimo a rifiutare di mangiare il Pane che dà la vita eterna e rifiutassimo di bere il Vino che genera e alimenta i vergini; se conoscessimo tutta la verità che si trova nella Chiesa, il Corpo Mistico di Cristo e, malgrado ciò, le voltassimo le spalle come fece Pilato; se fossimo consapevoli di tutte queste cose e tuttavia rimanessimo lontani da Cristo e dalla sua Chiesa, saremmo perduti!

Non è la conoscenza che ci salva, ma l’ignoranza! L’unica cosa che può giustificarci di non essere dei santi è la nostra inconsapevolezza di quanto Buono sia Dio!

(Fulton J. Sheen, da “Le Ultime Sette Parole”)

LA SALVEZZA DELLE NOSTRE ANIME È LO SCOPO SUPREMO DELLA VITA!

Non c’è modo di sfuggire all’unica cosa necessaria nella vita cristiana: salvare le nostre anime e acquistare la gloriosa libertà dei figli di Dio. La crocifissione finisce, ma Cristo rimane. I dolori passano, ma noi restiamo. Perciò, non dobbiamo mai scendere dal fine e dallo scopo supremo della vita: la salvezza delle nostre anime.

Spesso la tentazione sarà forte, e i vantaggi temporali sembreranno grandi; ma in quei momenti, dobbiamo ricordarci della grande differenza tra la sollecitazione di un piacere peccaminoso e il richiamo del nostro destino celeste.

Prima di provare un piacere peccaminoso, questo è attraente e invitante. Dopo averlo provato, è disgustoso. Non valeva il prezzo; sentiamo di essere stati ingannati e che ci siamo venduti in modo sproporzionato rispetto al nostro valore, come si è sentito Giuda quando ha venduto il Salvatore per trenta monete d’argento.

Ma con la vita spirituale è diverso. Prima di avere un’intima unione con Cristo e la Sua Croce, ci sembra così ripugnante, così contrario alla nostra natura, così duro e così poco invitante. Ma dopo che ci siamo donati a Lui, Cristo ci dona una pace e una gioia che superano ogni comprensione.

(Fulton J. Sheen, da “The Rainbow of Sorrow”)

La Croce di Cristo mette in luce quanto c’è di peggio in noi, rivelando che cosa può fare il peccato contro la Bontà e l’Amore. Uno sguardo a Cristo sulla Croce, e la crosta sarà strappata dalla piaga profonda del peccato, che si rivelerà in tutta la sua bruttura.

Non è vero che il riconoscere i propri peccati come tali induca a un complesso di colpa o morbosità. Nel ragazzo che va a scuola si sviluppa forse un complesso d’ignoranza? L’ammalato che va dal medico ha forse un complesso d’infermità? Lo studente si concentra non sulla propria ignoranza, ma sulla sapienza dell’insegnante; l’ammalato si concentra non sulla propria malattia, ma sui poteri curativi del medico; e il peccatore, vedendo i suoi peccati per ciò che essi sono, si concentra non sulla propria colpa, ma sul potere di redenzione del Divino Medico. Non esiste prova alcuna che conforti l’affermazione di alcuni psichiatri moderni secondo i quali la coscienza del peccato tende a rendere morbosa una persona.

Chiamare un uomo “codardo” perché chiede a Dio di perdonargli è come dire “codardo” a quegli che, vedendo la propria casa in preda alle fiamme, chiama i pompieri. Se vi è qualche cosa di morboso nell’ammissione di un peccatore che riconosce di aver violato i suoi rapporti col Divino Amore, è tuttavia una malattia piacevole se paragonata alla vera e tremenda morbosità di chi è ammalato e rifiuta di ammetterlo. La maggiore raffinatezza dell’orgoglio, la forma più spregevole dell’evasione è il rifiuto di esaminare se stessi per il timore di scoprire il peccato.

Come un ubriacone a volte prende coscienza della gravità della sua intemperanza solo vedendo il danno che ha arrecato alla propria famiglia che tanto lo amava, così anche i peccatori possono arrivare a una comprensione della loro perversità quando riescono a capire ciò che hanno fatto al nostro Divino Signore.

Perciò la Croce ha sempre avuto un ruolo principale nella pittura cristiana. Essa mette in luce quanto c’è di peggio in noi, rivelando che cosa può fare il peccato contro la Bontà e l’Amore. E mette in luce quanto vi è di meglio in noi, rivelando ciò che la Bontà può fare per il peccato: perdonare ed espiare nel momento della maggiore gravità del peccato stesso. La Croce di Cristo fa per noi qualche cosa che noi non possiamo fare. Noi non siamo che spettatori; ma di fronte alla Croce passiamo dalla condizione di spettatori a quella di attori.

Se qualcuno crede che la confessione della sua colpa sia un’evasione, fatelo inginocchiare una volta ai piedi della Croce: non potrà non sentirsi implicato in quella tragedia. Uno sguardo a Cristo sulla Croce, e la crosta sarà strappata dalla piaga profonda del peccato, che si rivelerà in tutta la sua bruttura. Un lampo di quella Luce del Mondo distruggerà la cecità generata dai peccati e farà ardere nell’anima la verità dei nostri rapporti col Signore. Coloro che si sono rifiutati di salire il Calvario sono quelli che non piangono sui loro peccati. Una volta che vi è salita, un’anima non può più dire che il peccato non ha importanza.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima”)

NON TUTTI I CATTOLICI ANDRANNO IN PARADISO! Perché alcuni cattolici si perdono?

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Perché alcuni cattolici si perdono?

Primo, nessuno si separa dal Corpo Mistico di Cristo per vivere una vita più santa. Secondo, nessuno si allontana dalla Chiesa per dei dubbi sul Credo, ma per delle difficoltà riguardo i Comandamenti…

A questo mondo, nulla è più difficile ad essere capito, da coloro che vivono nel peccato, della Verità di Cristo vivente nel Suo Corpo Mistico. Ma, appena voltate le spalle al peccato, la Verità riappare in tutta la sua chiarezza.

Un ladro non ama la luce quando si accinge a rubare; l’uomo che conduce una vita di peccato, odia Cristo, Luce del Mondo.

Quando Dio punisce, ci lascia soli; e nulla vi è di più terribile al mondo che vivere soli con noi stessi. È il nostro “Ego” che brucia nell’inferno.

Coloro che sono fuori dalla Chiesa a causa di un cattivo matrimonio, soffrono di un’ansietà e un timore noti solo a quelli che non ricevettero mai la Santa Comunione. Essi si sentono delusi di ciò che hanno e, come Giuda, si accorgono di aver pazzamente venduto Gesù per un nulla. Il loro piacere diminuisce sensibilmente, gli anni passano, il corpo perde la sua bellezza. Essi hanno ciò che potrebbe definirsi la “grazia oscura”; quel senso di solitudine proprio di chi è separato da Dio. La “Grazia bianca” è la presenza di Dio nell’anima. La “Grazia nera” è la sensazione della sua assenza, l’impressione di essere “senza Dio”. Ogni volta che un uomo cade e si allontana da Dio, cade in se stesso. Ciò avviene quando il suo “Ego” diventa insopportabile.

Una cosa è certa: la nostra Fede non impedisce a una persona di peccare, non la rende impeccabile, ma toglie al peccato anche quelle gioie amare che potrebbe donare a chi lo commette. La coscienza inquieta diviene un po’ come il mal di denti che ripeta: “Vai dal dottore!”. Il rimorso e l’inquietudine sussurrano molesti: “Questa non è la strada che conduce alla pace; torna, torna a Dio!”.

Io scongiuro tutti coloro che lasciarono la Casa del Padre a voler tornare! Il nostro amore vi spalanca la porta, ve la tiene aperta ad ogni ora.

Gesù, il Buon Pastore, vuole che torniate!

La Madonna vuole che torniate! Ella sa che cosa voglia dire stare senza Gesù, perché Lo perse per tre giorni.

Gesù Vuole che torniate! Vi aspetta nel Suo Tabernacolo, perché Egli sospira di ridarvi il bacio che vi aveva dato nel giorno della vostra prima Comunione.

Vi attende nel Confessionale! Non potreste mai chiamare Gesù col dolce nome di Salvatore, se non aveste mai peccato.

Non disperate mai, mai! Finché non siate diventati infinitamente cattivi e il Signore abbia cessato di essere infinitamente Buono e Misericordioso. Non dovete mai disperarvi!

Vi sono del resto due vie per conoscere la Bontà di Dio: la prima è quella di non perderLo; l’altra è quella di ritrovarLo dopo averLo perduto. Sia almeno questa la vostra via, quella del ritorno.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso – Radiomessaggio del 12 Marzo 1950”)

La più grande tragedia nel mondo è morire in peccato mortale

Perché il peccato è il sommo male?

Perché il peccato è come un divorzio da quella Vita Divina che abitava nell’anima. Ciò che la morte è per il corpo, il peccato è per l’anima.
“Il salario del peccato è la morte”, dice San Paolo (Romani, 6, 23). Nello stato di Grazia, l’uomo ha una doppia vita. La vita del corpo che è l’anima; la vita dell’anima che è la Grazia.
Quando l’anima abbandona il corpo, il corpo muore; quando la Grazia abbandona l’anima, l’anima muore. Ecco perché il peccato si chiama mortale o doppia morte. La più grande tragedia nel mondo è morire in peccato mortale.

(Beato Fulton J. Sheen)

PERCHÉ LE ANIME VANNO ALL’INFERNO? LE ANIME VANNO ALL’INFERNO PERCHÉ SI RIFIUTANO DI AMARE “La più grande tragedia nel mondo è morire in peccato mortale”

 

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In ultima analisi, le anime vanno all’inferno per questa unica ragione: perché si rifiutano di amare. Se le anime vanno all’inferno perché trasgrediscono i comandamenti di Dio, in qual modo esse si rifiutano di amare? Dio non proibisce la menzogna, l’assassinio, l’impurità, l’adulterio per divertire se stesso. Questi non sono comandamenti arbitrari. Egli proibisce queste azioni, perché esse fan del male a noi: perché esse sono un segno del nostro anti-amore.

I comandamenti di Dio rassomigliano a un libro-guida unito al dispositivo di un macchinario. Se non lo seguite, non ottenete alcun risultato. Stando così le cose, se voi vi trovate infelici con il disubbidire al libro-guida di uno che vi ama, perché volete chiamare crudele Dio? L’inferno non viene dalla mancanza dell’Amore di Dio; ma dalla disposizione di coloro che si rifiutano di accettare l’Amore di Dio, quando Dio l’offre.

Come il Paradiso è l’eterna benedizione guadagnata da chi s’è spogliato del proprio egoismo e s’è rivestito di amore, così l’inferno è l’eterna maledizione, guadagnata da chi s’è fatto pienamente auto-centrista e detestabile. IL PARADISO È COMUNITÀ; L’INFERNO È SOLITUDINE…

Ogni peccato mortale consiste nell’allontanarsi da Dio e nel volgersi alle creature. Chi si allontana da Dio, sente l’assenza del Suo Amore, della Sua Bellezza e della Sua Verità…

L’inferno è lo stato in cui non c’è amore, perché Dio è Amore…

L’anima è stata fatta per vivere nell’Amore di Dio; ma se essa perverte questo amore mediante il peccato, allora l’anima odia quell’amore pervertito che essa cerca. In altre parole: il dannato odia la stessa cosa che desidera, cioè odia l’Amore di Dio. Disprezza quello stesso amore per cui spasima; ha in abominazione quello stesso amore di cui ha bisogno…

I cattivi non desiderano l’inferno perché godano dei suoi tormenti; essi vogliono l’inferno perché non vogliono Dio. Hanno bisogno di Dio, ma non lo vogliono. L’inferno è un eterno suicidio perché si odia l’Amore…

In questo mondo, noi siamo liberi. Non possiamo, quindi, essere costretti ad amare Dio. Costrizione e amore sono contrari; mentre amore e libertà sono correlativi…

Essere forzato ad amare è l’inferno. Le anime dannate potevano amare Dio liberamente; ma scelsero di ribellarsi contro quell’Amore e così facendo cadono sotto la Divina Giustizia. Esse non possiedono l’amore; ma è l’amore che possiede essi. La giustizia costringe quelle anime ad amare Dio; cioè a sottomettersi al Divino Ordinatore.

Essere forzato ad amare è la vera negazione dell’amore. Questo è l’inferno!

L’inferno è uno stato nel quale l’amore vi possiede in nome della giustizia; ma nel quale voi non possedete l’amore…

Voi mi domandate:
“Come può Dio essere così crudele da condannare le anime all’inferno per l’eternità?”

Ricordate che non Dio ci condanna all’inferno, ma siamo noi che ci condanniamo. Quando la gabbia del corpo si apre, l’anima, come un uccello, si lancia verso ciò che amava. Quando il nostro corpo muore, noi voliamo fuori, o all’eternità dell’amore di Dio o all’eternità dell’odio di Dio…

Bisogna quindi che ci leviamo dalla testa l’idea che Dio è infuriato contro di noi, quando noi facciamo del male a noi stessi. Dio non è mai offeso contro di noi, perché noi pecchiamo contro di Lui, quasi che Egli sia un monarca tirannico. Noi non offendiamo mai Dio, eccetto quando facciamo qualche cosa che è contrario al nostro bene, oppure quando noi danneggiamo noi stessi.

Basta un secondo per far perdere una gamba a un uomo; ma una volta perduta, è perduta per sempre. Durante tutta la vita possiamo commettere il peccato mortale; ma una volta commesso e non perdonato, il Paradiso è perduto per sempre.

Dio è certamente un Padre amoroso e riceve a braccia aperte il figliol prodigo, a una sola condizione però: che ritorni pentito.

Avete mai osservato che i santi temono l’inferno; ma non lo negano mai; mentre i grandi peccatori negano l’inferno; ma non lo temono mai?

(Beato Fulton J. Sheen, da “A Preface to Religion – Vi presento La Religione”.)

ECCO COSA SUCCEDERÀ SUBITO DOPO LA NOSTRA MORTE: IL GIUDIZIO DI DIO. INFERNO- PURGATORIO-PARADISO.

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Riferendoci al Giudizio particolare di Dio, subito dopo la morte, in che cosa consisterà? Sarà una valutazione di te stesso, come tu sei realmente…

Quando verrà il momento esatto del Giudizio, ci toglieremo questi occhiali affumicati e ci vedremo così come noi siamo in realtà. Ora che cosa sei in realtà? Tu sei ciò che tu sei, non per le tue emozioni, i tuoi sentimenti, i tuoi gusti, e i tuoi disgusti, ma per le tue scelte. Le decisioni della tua libera volontà saranno il contenuto del Giudizio.

Il Giudizio particolare, subito dopo la morte, è un qualcosa come essere fermati dalla polizia stradale, se si eccettua il fatto che, grazie al Cielo, il Buon Dio non è così severo come un poliziotto. Quando siamo fermati, Dio non ci dice: “Che genere di macchina avete guidato?”. Presso di Lui non vi è accezione di persone: Egli ci domanda soltanto: “Hai guidato bene? Hai osservato le norme?”. Alla morte lasciamo dietro a noi i nostri veicoli, cioè le nostre emozioni, pregiudizi, sentimenti, la nostra condizione di vita, i nostri vantaggi, le accidentalita’ del talento, della bellezza, dell’intelligenza e della posizione. Perciò non avrà importanza presso Dio se siamo stati disgraziati, ignoranti o detestati dal mondo. Il nostro giudizio sarà basato non sulle nostre disposizioni psicologiche o sulla posizione sociale; ma sul modo in cui avremo vissuto, sulle scelte che avremo fatto e se avremo obbedito alla Legge di Dio.

Non pensare perciò che al momento del Giudizio potrai discutere il caso. Non ti sarà permesso allegare alcuna circostanza attenuante, non potrai esigere un ricorso, né una nuova giuria e neppure appellarti al fatto di un processo ingiusto. Tu stesso sarai tuo giudice. Tu stesso la tua giuria; tu pronuncerai la tua sentenza. Dio sancirà semplicemente il tuo giudizio.

Che cos’è il Giudizio? Dal punto di vista di Dio, il Giudizio è un riconoscimento.

Ecco due anime che appaiono dinnanzi a Dio, nell’istante dopo la morte. Una è in stato di Grazia, l’altra, no. Il Giudice Divino guarda all’anima in stato di Grazia: vi vede la rassomiglianza con la Sua Natura, poiché la Grazia è partecipazione alla Natura Divina. Proprio come una madre conosce il suo bambino per la rassomiglianza di natura, così anche Iddio conosce i propri figli per rassomiglianza di natura. Egli conosce se siamo nati da Lui. Vedendo in quelle anime la propria rassomiglianza, il Sovrano Giudice, Nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo, dice: “Venite benedetti dal Padre Mio. Vi ho insegnato a dire Padre Nostro. Io sono Figlio per natura, voi siete figli per adozione. Venite nel regno che ho preparato per voi da tutta l’eternità”.

L’altra anima, invece, che non possiede i tratti famigliari e la somiglianza con la Trinità, viene ricevuta in un modo ben diverso dal Giudice Supremo. Come una madre sa che il figlio di una sua vicina non è proprio suo, perché non vi è partecipazione alcuna alla sua natura, così anche Gesù Cristo, non vedendo nell’anima peccatrice partecipazione alcuna alla sua natura, può dire soltanto queste parole che significano il non riconoscimento: “Non ti riconosco”. Ed è cosa ben terribile non essere riconosciuti da Dio! Tale è il Giudizio dal punto di vista di Dio.

Dal punto di vista umano, è pure un riconoscimento, ma un riconoscimento di idoneità o di non idoneità. Un distinto visitatore viene annunciato alla porta, ma io mi trovo con i miei abiti da lavoro, con le mani e la faccia sporca. Non sono in condizione di presentarmi dinanzi a un così augusto, importante visitatore e io mi rifiuto di vederlo, finché non possa migliorare la mia presenza.

Un’anima macchiata di peccato si comporta proprio nello stesso modo, quando si presenta al Giudizio di Dio. Essa scorge da una parte la Maestà, la Purezza, e lo Splendore di Dio e dall’altra, la sua bassezza, la sua colpevolezza, la sua indegnità. Non implora, non discute, non perora il caso. Essa vede e dal profondo emerge il suo giudizio: “O Signore, io sono indegna!”.

L’anima macchiata di peccato veniale si getta nel Purgatorio a lavare la sua veste battesimale; ma l’anima irrimediabilmente macchiata dal peccato mortale, l’anima morta alla Vita Divina della Grazia, si precipita nell’inferno con la stessa naturalezza con cui una pietra abbandonata dalla mia mano cade al suolo.

Tre destini possibili ti attendono alla morte:

Inferno: Dolore senza Amore.
Purgatorio: Dolore con Amore.
Paradiso: Amore senza Dolore.

(Beato Fulton J. Sheen, da “A preface to Religion – Vi presento La Religione”)