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L’ INCONTRO TRA FULTON SHEEN E G.K. CHESTERTON

Oltre ad essere un personaggio radiofonico e televisivo, Sheen era un autore popolare. Tra i libri che scrisse, più di 30 furono bestseller. Ma il suo primo libro è meno conosciuto. Era la sua tesi di dottorato. Ebbe la brillante idea che sarebbe stato più attraente per un editore se avesse avuto un’introduzione da parte di un famoso scrittore come G.K. Chesterton.

Sheen ha ricordato l’incontro:

Il mio primo incontro fu quando gli chiesi di scrivere la prefazione al mio libro “Dio e l’intelligenza, 1925”. Chesterton disse: “Non so nulla di filosofia”. Ho risposto che lui stesso aveva scritto un’eccellente e famoso trattato di filosofia intitolato “Ortodossia”.

Grattandosi la sua testa cespugliosa, mi disse:

“La scriverò! Apparteniamo entrambi alla grande corporazione mistica chiamata Chiesa Cattolica, nella quale siamo responsabili l’uno delle opinioni dell’altro. Sai a cosa devo credere, e so a cosa devi credere”.

Più tardi, nella sua autobiografia, Sheen scrisse:

“La maggiore influenza nella scrittura è stata di G. K. Chesterton, che non ha mai usato una parola inutile, che ha visto il valore di un paradosso, e ha evitato ciò che era banale.”

Tra gli scrittori del tempo, Chesterton fu l’autore preferito di Sheen, il quale successivamente venne soprannominato “Il Chesterton d’America”.

LE DEFINIZIONI ERRATE DELLA LIBERTÀ…LA LIBERTÀ È IL DIRITTO DI FARE TUTTO CIÒ CHE DOVREMMO.

La prima delle definizioni errate della libertà è: “La libertà è il diritto di fare tutto ciò che mi aggrada”. È questa la dottrina liberale della libertà, che riduce la libertà a un potere fisico anziché morale. Naturalmente noi siamo liberi di fare tutto ciò che ci aggrada: per esempio, sparare con un fucile sui pulcini del vicino, o spingere un’automobile sul marciapiede, o riempire il materasso del vicino di lamette per la barba usate, ma sarebbe lecito fare queste cose? Un tal genere di libertà, in cui a ciascuno è concesso di ricercare il proprio profitto, produce confusione. Non esiste un liberalismo di questo genere senza un mondo di egoismi in lotta, dove nessuno intende sacrificarsi per il bene comune.

Per poter avere ragione di questa confusione determinata dal fatto che ciascuno fa ciò che gli aggrada, ecco la seconda definizione errata della libertà, ossia: “La libertà è il diritto di fare tutto ciò che dobbiamo”. Questa è una libertà totalitaria che fu elaborata allo scopo di distruggere la libertà dell’individuo per amore della società. Engels, che scrisse insieme a Marx la Filosofia del Comunismo, disse: “Una pietra è libera di cadere perché deve obbedire alla legge di gravità”. Così l’uomo è libero nella società comunista perché deve obbedire alla legge del dittatore.

Il vero concetto della libertà è questo: “La libertà è il diritto di fare tutto ciò che dovremmo”, dove dovremmo implica mèta, intendimento, moralità, e la legge di Dio. La vera libertà è nella legge, non al di fuori di essa. Sono libero di tracciare un triangolo se gli do tre lati ma, in un eccesso di liberalità di pensiero, non sono libero di dotarlo di cinquantasette lati. Sono libero di volare a patto di obbedire alla legge delle scienze aeronautiche. Nel regno spirituale sono del pari liberissimo quando obbedisco alla legge di Dio.

Per sottrarsi a ciò che implica la libertà (ossia alla responsabilità che essa comporta) taluni vorrebbero negare la libertà individuale sia dal punto di vista comunitario (come fanno i comunisti) che da quello biologico (come fanno alcuni freudiani). Qualsiasi civiltà negatrice della libera volontà è generalmente una civiltà che è già stanca di ciò che ha scelto grazie alla sua libertà, perché questa le ha recato l’infelicità. Coloro che negano in teoria la libertà di volere sono coloro che, in pratica, confondono la libertà identificandola con la licenza.

Non si troverà mai un professore che neghi la libertà di volere il quale nella sua vita non abbia anche qualcosa della cui responsabilità intenda scrollarsi. Costui sconfessa il male sconfessando ciò che ha reso possibile il male, ossia il libero volere. Nel caso del golf, questi negatori della libertà se la prendono con i bastoni del golf, non mai con loro stessi. La scusa è quella solita del ragazzino che ha rotto il vaso: “Qualcuno mi ha spinto”, ossia qualcuno lo ha costretto a farlo. Fattosi adulto e diventato professore, invece di dire: “Sono stato spinto”, costui dice: “Il concatenamento dei fattori sociali, economici e ambientali, gravato dall’eredità psichica collettiva della nostra origine animale ed evoluzionistica, ha prodotto in me quello che gli psicologi chiamano un Es coercitivo”. Questo stesso professore che nega la libera volontà è uno di quelli che firmano le petizioni ai liberi comunisti in nome della libertà dopo aver già abusato del privilegio delle libertà democratiche.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo”)

I VERI CRISTIANI SONO QUELLI CHE RIMANGONO SULLA CROCE CON CRISTO FINO ALLA FINE.

Il senso della Crocifissione non era quello di rappresentare un dramma che ispirasse gli spettatori, ma di costituire un modello di azione alla luce del quale potessimo dare forma alla nostra vita. Non ci viene chiesto di sederci e vedere nella Croce qualcosa di accaduto e concluso, come la “vita di Socrate”. Quanto accadde sul Calvario ha un senso per noi soltanto nella misura in cui lo ripercorriamo nella nostra vita.

La Messa rende questo possibile, perché il Calvario che si rinnova sui nostri altari non ci vede come semplici osservatori, ma come partecipi della Redenzione, resi capaci di portare a termine il nostro compito. Gesù ci ha detto: “E quando io sarò innalzato da terra, attrarrò tutti a Me”. Egli compì la sua missione quando fu sollevato sulla Croce: noi portiamo a termine le nostre quando Gli permettiamo di portarci con Lui nella Messa.

La Messa è ciò che rende la Croce visibile a ciascun occhio: la pone nei momenti chiave della civiltà, porta il Calvario così vicino che anche i piedi stanchi possono intraprendere il viaggio verso il suo dolce abbraccio. Ogni mano può riuscire ora a toccare il suo sacro protagonista e ogni orecchio può ascoltare il suo soave appello perché la Messa e la Croce sono una sola cosa. In entrambi c’è la stessa offerta di una volontà perfettamente fiduciosa da parte dell’amato Figliolo, lo stesso Corpo spezzato, lo stesso Sangue che sgorga, lo stesso Perdono divino.

Dobbiamo portare via con noi tutto quello che è stato detto, fatto e mostrato durante la Santa Messa: dobbiamo viverlo, metterlo in pratica e permearne tutte le condizioni e le circostanze della vita quotidiana. Il Sacrificio di Gesù diviene nostro sacrificio attraverso l’oblazione di noi stessi in unione con Lui. Così possiamo davvero fare ritorno dalla Messa come coloro che hanno compiuto la loro scelta, voltando le spalle all’esistenza mondana e divenendo altri Cristi nel nostro tempo, vivendo la potente testimonianza di quell’Amore che si è sacrificato perché noi potessimo vivere con Lui.

Il nostro mondo è pieno di cattedrali gotiche lasciate incomplete, di vite vissute a metà, di anime che solo in parte hanno accolto la Crocifissione. Alcuni portano la Croce al Calvario per poi abbandonarla, altri vi sono inchiodati ma se ne distaccano prima che essa venga innalzata, altri ancora sono crocifissi ma, non appena il mondo li sfida invitandoli a scendere, se ne vanno dopo un’ora, due ore o due ore e cinquantanove minuti.

I veri cristiani sono quelli che perseverano fino alla fine: Nostro Signore ha resistito fino alla morte. Il prete deve, allo stesso modo, rimanere sull’altare fino alla conclusione della Messa; non può scendere. Così dobbiamo rimanere sulla Croce sino alla fine della nostra vita.

Cristo sulla Croce è schema e modello di una vita compiuta: la nostra natura umana è il materiale grezzo, la nostra volontà è il cesello. La Grazia di Dio è energia e ispirazione. Usando il cesello sulla nostra natura incompiuta, dapprima recidiamo l’enorme ceppo dell’egoismo e poi, operando con più delicatezza, ci liberiamo di piccoli frammenti di egoismo, finché finalmente abbiamo bisogno soltanto di una spazzolata per completare il capolavoro, ossia l’uomo completo, fatto a immagine e somiglianza dell’Esempio sulla Croce.

Noi siamo all’altare sotto il simbolo del pane e del vino: abbiamo offerto noi stessi al Signore, che ci ha consacrato. Non dobbiamo quindi tirarci indietro, ma rimanere sino alla fine, pregando incessantemente cosicché, quando la linfa della nostra vita finirà e guarderemo indietro a un’esistenza vissuta in intimità con la Croce, l’eco della sesta parola di Gesù in Croce: “Tutto è compiuto” riecheggerà nelle nostre orecchie.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”)

IL COMMOVENTE ABBRACCIO TRA FULTON SHEEN E PAPA SAN GIOVANNI PAOLO II

Il 2 ottobre 1979, due mesi prima della morte di Fulton Sheen, Papa Giovanni Paolo II visitò la cattedrale di San Patrizio a New York e lo abbracciò, dicendogli:

“Avete scritto e parlato bene di Nostro Signore Gesù Cristo! Siete stato un figlio fedele della Chiesa.”

LA SANTITÀ È UNA STABILIZZAZIONE NELL’AMORE DI DIO…CHI AMA DIO NON CONOSCE MAI LA PAROLA “TROPPO”

La compenetrazione reciproca è il secondo effetto dell’amore, ciò significa letteralmente che nell’amore le due parti si immedesimano, ossia esistono l’una all’interno dell’altra. La passione d’amore non si soddisfa con il semplice possesso, ma aspira persino ad assimilare l’altro essere. Forse non c’è donna al mondo che tenendo in braccio il suo bambino non abbia detto qualche volta: “È talmente dolce che lo mangerei!”.

Si cela in queste parole il mistero di quell’assimilazione che raggiunge il suo vertice nella santa comunione, in cui Dio incarnato soddisfa il nostro desiderio di adesione completa alla sua divinità e umanità, sotto le specie e l’apparenza del pane. Se l’amore non implicasse inerenza, non si potrebbe spiegare psicologicamente come il male fisico o l’affronto arrecato ai nostri cari possa essere sentito come arrecato a noi stessi. Nell’ordine soprannaturale un tale amore diviene un’inerenza che s’identifica con la stabilizzazione.

La santità è una stabilizzazione nell’amor di Dio. L’amore coniugale è una stabilizzazione nell’amore umano per amore di Dio: “Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). Questa compenetrazione della cosa o della persona amata è una realtà di fatto, tanto nell’ordine intellettuale che in quello affettivo. L’astronomo è appassionato delle stelle e le ha sempre per la testa, non nella loro entità materiale, ma secondo il modo che è proprio del suo intelletto spirituale. Ma se l’universo non fosse nella sua testa in quanto oggetto conosciuto, egli non potrebbe neanche amarlo.

Allo stesso modo, la cosa amata è nell’interiorità di chi ama. Nell’affetto, chi ama vive nell’amato, e l’amato vive nell’amante. Che cosa interessa tanto l’amante da renderlo così curioso di tutto ciò che fa la persona amata? Perché ogni minimo dono diventa un tesoro, perché ogni parola torna sempre alla memoria? Perché ogni scena si colora della visione dell’amato se non per il fatto che, in un certo senso, non c’è pace senza la completa compenetrazione dell’uno nell’altro? Nessun innamorato si accontenta mai di una conoscenza superficiale della cosa o persona amata. Chi ama la musica non si appaga mai abbastanza delle proprie conoscenze musicali.

Chi ama Dio non conosce mai la parola “troppo”. Per questo coloro che accusano gli altri di amar troppo Dio o la religione, in realtà non amano affatto Dio, né conoscono il significato dell’amore. Mentre coloro che sono uniti strettamente nell’amore, godono e soffrono delle medesime cose. Non a caso il salmista che amava Dio diceva che il suo cuore era infranto al pensiero di coloro che infrangono la legge divina.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

I NOSTRI AMORI SONO SPECCHI CHE RIVELANO CHI SIAMO E COSA VOGLIAMO

L’avaro ama l’uomo generoso perché è attratto e spera da lui qualcosa che gli sta a cuore. Il vizioso può amare il virtuoso qualora consideri la virtù conformemente a ciò che desidererebbe essere. Questo genere di affinità produce la concupiscenza, o l’amicizia fondata sull’utile e sul piacere. In questo genere di amore, il soggetto amante ama se stesso più del proprio amico. Ecco perché il suo amore si tramuta in odio se l’amico gli impedisce di ottenere ciò che lui desidera.

Dal fatto poi che siamo creature imperfette cerchiamo di supplire mediante i beni materiali a quel che ci manca, in tal modo la gente che è interiormente “nuda” – nel senso che ha l’anima spoglia di virtù – si sforza di trovare un compenso nell’eccesso del lusso esteriore. In tal modo si spera che ciò che manca all’uno venga sopperito dall’altro. E questo desiderio di compensazione ha una ragione, ossia l’aspirazione del cuore umano alla bellezza come sua perfezione, come il giovane brutto che vuole sposare una ragazza bella piuttosto che una brutta. Parrebbe, da un punto di vista superficiale, che la bruttezza di lui fosse in contrasto con la bellezza di lei, ma in realtà è l’amore che lui nutre per il bello (di cui è praticamente privo) ad attrarlo verso ciò che è dotato di bellezza.

Si dovrebbe già intuire, perciò, che gli amori dei cuori umani sono altrettanti specchi che ne rivelano le rispettive nature. I deboli che occupano posizioni elevate si circondano di piccoli uomini per poter apparire grandi al loro confronto. I capitalisti che si sono arricchiti solamente perché hanno azzeccato sul loro cammino qualcuna delle ricchezze dispensate da Dio sulla terra, amano fondare biblioteche per sfoggiare una cultura che non hanno. E questo perché amano l’apparenza di ciò che è simile alle loro speranze e ai loro desideri. Allo stesso modo, la donna che vuol farsi strada in società coltiverà quelle amicizie che le possono tornare “utili”, sempre a causa di questa somiglianza. Tali amicizie possiedono ciò a cui lei aspira, ossia il prestigio sociale.

I Santi amano i peccatori, non perché abbiano in comune con essi il vizio, ma perché amano quella possibilità di virtù che ancora esiste nel peccatore. Il Figlio di Dio divenne il Figlio dell’Uomo perché amava l’uomo.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi”)

MARIA È IL PRIMO AMORE DEL MONDO: LA VERGINE MARIA È COLEI CHE OGNI UOMO AMA E CIÒ CHE OGNI DONNA VORREBBE ESSERE.

In tutta l’umanità c’è una sola persona della quale Dio ha un unico aspetto, e nella quale c’è una conformità perfetta tra ciò che Lui ha desiderato che lei fosse e ciò che lei è, e questa persona è la Madre sua. I più di noi sono un segno di sottrazione, nel senso che non realizziamo le eccelse speranze che il Padre nutre per noi. Ma Maria è un segno di eguaglianza. L’ideale che Dio ha di lei, tale lei è, persino nella carne. Modello e copia sono perfetti; lei è precisamente com’è stata prevista, progettata e sognata. La melodia della sua vita è eseguita proprio come fu scritta. Maria fu pensata, concepita e progettata come il segno di eguaglianza tra ideale e storia, tra pensiero e realtà, tra speranza e realizzazione. Ecco perché, attraverso i secoli, la liturgia cristiana ha applicato a lei le parole del Libro dei Proverbi (Pr 8,22-35).

Poiché Maria è ciò che Dio desiderava che noi tutti fossimo, lei parla di se stessa come dell’immagine eterna nella mente di Dio, la sola che Dio amava prima che fosse una creatura. Viene raffigurata persino come se fosse stata con Lui non solo nel momento della creazione, ma anche prima. Maria esisteva nella mente divina come un pensiero eterno prima che vi fosse madre alcuna. Maria è la Madre delle madri: lei è il primo Amore del mondo. (….)

Abbiamo detto che ognuno reca nel proprio cuore un’immagine del proprio amore ideale. Il migliore degli amori umani, per quanto profondo possa essere, deve finire, e non c’è nulla di perfetto che finisca. Se c’è qualcuno di cui si può dire: “Questo è l’ultimo abbraccio”, allora non c’è amore perfetto. Perciò qualcuno, ignorando il divino, tenterà di gustare una molteplicità di amori per supplire all’amore ideale; ma ciò è come dire che per rendere un capolavoro musicale ci si debba servire di una dozzina di violini diversi.

Ogni uomo che corteggia una ragazza, ogni ragazza che desidera essere corteggiata, ogni legame di amicizia nell’universo, cerca un amore che non è il di lui o il di lei amore, ma qualcosa che sommerge tanto lui che lei e che si chiama il “nostro amore”. Ciascuno di noi è innamorato di un amore ideale, un amore talmente lontano dal sesso che questo viene trascurato. Noi tutti amiamo qualcosa più di quanto amiamo. Quando questa sovrabbondanza viene a cessare, l’amore si ferma. Dice bene il poeta: “Non potrei, cara, amarti tanto se non amassi ancora di più l’onore”.

Quell’amore ideale che scorgiamo di là da ogni amore per le creature, e a cui ci volgiamo istintivamente quando viene meno l’amore carnale, è lo stesso ideale che Dio aveva nel suo cuore dall’eternità, la donna che Lui chiama “Madre”.

Maria è colei che ogni uomo ama quando ama una donna, lo sappia o non lo sappia. Lei è ciò che ogni donna desidera essere quando esamina se stessa. Lei è la donna che ogni uomo sposa idealmente quando prende una donna in sposa; lei è nascosta come un ideale nel disagio che prova ogni donna di fronte all’aggressività carnale dell’uomo; lei è il segreto desiderio che ogni donna ha di essere onorata e protetta; lei è il modo in cui ogni donna esige rispetto e amore per la fulgida bellezza del suo corpo e della sua anima.

E questa immagine di amore, che Dio ha amata ancor prima di creare il mondo, questa donna sognata ancor prima che esistessero le donne, è l’unica della quale ogni cuore può dire nelle sue profondità segrete: “È la Donna che amo!”.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo”)

DEDICATO ALLA DONNA CHE AMO:

La Donna che perfino Dio ha sognata prima che fosse fatto il mondo;
La Donna dalla quale sono nato a prezzo di dolore e di travaglio a una Croce;
La Donna che, pur non essendo sacerdote, poté nondimeno sussurrare sul Colle del Calvario “Questo è il mio Corpo; Questo è il mio Sangue” Perché nessun altro che lei Gli aveva dato vita umana.
La Donna che guida la mia penna mancante di parole nel dire della Parola.
La Donna che, in un mondo di Rossi, fa apparire l’azzurro della speranza.
Accetta questi appassiti grappoli di pensieri da questo povero autore che non ha vino;
e con la magia di Cana e il potere del Figlio tuo compi un miracolo e salva un’anima senza dimenticare la mia.

(Fulton J. Sheen, dedica a “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

P.s. Tutti i libri scritti da Fulton Sheen, circa 70, sono stati dedicati alla Madonna. Si consiglia la lettura di questo capolavoro.

BEATI QUELLI CHE PIANGONO…SE VOGLIAMO ESSERE FEDELI A CRISTO DOVREMO VERSARE LE NOSTRE LACRIME IN QUESTO MONDO!

La differenza tra la beatitudine del mondo, “Ridete e il mondo riderà con voi”, e la beatitudine di Nostro Signore, “Beati quelli che piangono perché saranno consolati”, non è che il mondo porta le risate e Nostro Signore le lacrime. Non è nemmeno una scelta di avere o non avere tristezza; è piuttosto una scelta di dove metterla: all’inizio o alla fine.

In altre parole, cosa viene prima: le risate o le lacrime? Mettiamo le nostre gioie nel tempo o nell’eternità, perché non possiamo averle in entrambi. Rideremo in terra o rideremo in cielo, perché non possiamo ridere in entrambi. Piangiamo prima di morire o dopo la morte, perché non possiamo piangere in entrambi. Non possiamo avere la nostra ricompensa sia in cielo che in terra. Per questo crediamo che una delle parole più tragiche della vita di Nostro Signore sia la parola che Egli dirà al mondo alla fine dei tempi: “Avete già avuto la vostra ricompensa”.

Quale delle due strade prenderemo: la strada reale della Croce, che conduce alla Risurrezione e alla vita eterna, o la strada dell’egoismo, che conduce alla morte eterna?

La prima strada è piena di spine, ma se la percorriamo abbastanza a fondo, la troviamo che finisce in un letto di rose; l’altra strada è piena di rose, ma se la percorriamo abbastanza a fondo, finisce in un letto di spine. Ma non possiamo prendere entrambe le strade o trarre il meglio da entrambi i mondi perché non possiamo amare sia Dio che Mammona, così come non possiamo essere vivi e morti allo stesso tempo. “Nessun uomo può servire due padroni. Perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o sosterrà l’uno e disprezzerà l’altro” (Mt 6,24).

Se salviamo la nostra vita in questo mondo, la perdiamo nell’altro; se perdiamo la nostra vita in questo mondo, la salviamo nell’altro. Se seminiamo nel peccato, raccogliamo la corruzione; se seminiamo nella verità, raccogliamo la vita eterna. Ma non possiamo fare entrambe le cose.

Con quale, allora, inizieremo: il digiuno o la festa? Questo è il problema delle Beatitudini. Nostro Signore inizia con il digiuno e finisce con la festa; il mondo inizia con la festa e finisce con il digiuno. (…)

Ma che ne sarà di noi? Quale beatitudine seguiremo? Faremo tutte le nostre risate qui in questo mondo, o ne conserveremo una parte per l’eternità? Fuggiremo dalla croce ora, o la abbracceremo? Pianificheremo la nostra vita, in modo che alla fine potremo dire: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”?

Se lo faremo, allora dovremo piangere. Ma perché dobbiamo piangere?

Dobbiamo piangere, prima di tutto, perché il mondo ci farà piangere se seguiamo le Beatitudini del Redentore. Se pratichiamo la mitezza, il mondo cercherà di provocarci all’ira; se siamo misericordiosi, il mondo ci accuserà di non essere giusti; se siamo puri di cuore, il mondo ci griderà: “Puritani! Moralisti!”; se abbiamo fame e sete di giustizia, non avremo successo; se siamo operatori di pace, il mondo dirà che siamo codardi; se siamo poveri di spirito, il mondo ci guarderà dall’alto in basso. In una parola: la sofferenza segue naturalmente il conflitto del cristiano con il male del mondo.

Poiché siamo stati portati fuori dal mondo, il mondo ci odierà. Il servo non è al di sopra del padrone; se il mondo ha fatto versare a Cristo lacrime di sangue, farà piangere anche noi. Questa è la prima ragione, dunque, per cui dobbiamo piangere: perché abbiamo scelto l’Uomo dei Dolori.

Ma: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.” (Mt 5,11-12). (…)

C’è un’altra ragione per cui dovremmo piangere, ed è per il dolore che abbiamo causato alla Beata Madre di Nostro Signore…la ripercussione del peccato è enorme!

Anche il Calvario ha avuto la sua vittima innocente, una vittima che non ha avuto alcuna parte nel portare Nostro Signore sulla Croce; anzi, l’unica che abbia mai potuto dire: “Sono innocente del sangue di quest’uomo”. Quella vittima innocente era Maria. Che cosa aveva fatto per meritare le Sette Spade? Quali crimini aveva commesso per essere derubata del suo Figlio? Non aveva fatto nulla, ma noi sì!

Abbiamo peccato contro il suo Figlio Divino, lo abbiamo condannato alla croce e, peccando contro di Lui, l’abbiamo ferita. Infatti, le abbiamo messo nelle mani il più grande di tutti i dolori, perché non stava perdendo un fratello, o una sorella, o un padre, o una madre, o anche solo un figlio: stava perdendo Dio. Non c’è un dolore più grande di questo! (…)

E infine, dovremmo piangere per la più grande di tutte le ragioni: cioè per quello che i nostri peccati hanno fatto a Cristo.

Se fossimo stati meno orgogliosi e superbi, la Sua corona di spine sarebbe stata meno perforante e penetrante; se fossimo stati meno avari e avidi, i chiodi nelle Mani sarebbero stati meno ardenti e brucianti; se avessimo camminato di meno nelle vie subdole del peccato, i Suoi piedi non sarebbero stati così profondamente scavati e bucati con l’acciaio; se il nostro parlare fosse stato meno velenoso, le Sue labbra sarebbero state meno aride e assetate; se fossimo stati meno peccaminosi, la Sua agonia sarebbe stata più breve; se avessimo amato di più, Egli sarebbe stato odiato di meno.

C’è un’equazione personale tra quella Croce e noi. La vita con le sue ribellioni, le sue ingiustizie, i suoi peccati, tutto ha avuto un ruolo nella Crocifissione. Non possiamo lavarci le mani dalla nostra colpa più di quanto Pilato abbia potuto lavarsi le sue, mentre le teneva in alto sotto il sole di mezzogiorno e si dichiarava innocente.

Non è stata tanto la Crocifissione a ferirLo e a farGli male, non è stato Anna, non è stato Caifa, non sono stati i carnefici, perché “non sapevano quello che facevano” (Luca 23,34); non sono stati i Suoi nemici a causare il Suo più grande dolore: “Se i miei nemici avessero fatto questo, avrei potuto sopportarlo” (Sal 54,13).

Siamo stati noi a rattristarlo maggiormente, perché sappiamo quello che facciamo; abbiamo assaggiato le sue dolcezze; abbiamo spezzato il Pane con Lui; siamo i suoi familiari. Questo è il nostro dolore: che Colui che è venuto a guarire i cuori spezzati ha avuto il Suo Cuore spezzato da noi.

(Fulton J. Sheen, da “The Cross and the Beatitudes”)

UNA PAROLA AGLI ATEI

Sulla Croce, Gesù Nostro Signore, ha parlato agli atei, ai comunisti, agli agnostici, ai non credenti e a tutti coloro che vivono l’inferno interiore, specialmente a quelli che avevano la fede e poi l’hanno persa. L’inferno non inizia nel mondo futuro. Inizia qui.

Come potrebbe essere salvato un ateo, un agnostico o un miscredente se il Signore sulla croce non avesse preso delle misure per redimerli tutti?

Il Nostro Salvatore si è dunque impegnato a soffrire la solitudine, l’isolamento e la separazione da Dio che tutti gli atei condividono. Ha quindi accettato di rimanere senza alcuna consolazione divina e di essere sull’orlo dell’inferno per sentire cosa significa essere dannati.

In quel momento, nell’oscurità di quel giorno quando il sole si eclissò, come se si vergognasse di far splendere i suoi raggi sul delitto dell’uccisione di Dio, Nostro Signore rivestì la sua anima di tenebre e in riparazione per tutti gli atei gridò: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

Cristo ha vissuto l’inferno di Voltaire, Camus, Sartre, Giuliano l’Apostata e di tutti coloro che hanno rinnegato il loro Dio. Da quel momento in poi, tutto quello che devono fare per essere salvati è invocare Lui. Ma devono invocarLo.

(Fulton J. Sheen)

Perché dovrei soffrire? Cosa ho fatto di male nella vita?

Non solo chi conduce una vita cattiva soffre, ma anche chi conduce una vita buona. Ai piedi della Croce ci sono le vite buone, le vite migliori: specialmente la vita della Santa Madre. A volte ci chiediamo: “Perché dovrei soffrire? Cosa ho fatto di male nella vita?”

E cosa ha mai fatto di sbagliato Maria? Che cosa ha fatto di male Nostro Signore? Ricordatevi che siamo chiamati a partecipare all’opera di Redenzione di Cristo. Come dice San Paolo: “sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa.”

Cristo ha sofferto abbastanza? Sì. Ma a causa di chi? A causa del Suo Corpo, che è la Chiesa. Passano i secoli e noi continuiamo l’opera di Redenzione di Nostro Signore. Alla nascita di Cristo, Maria è stata chiamata a condividere la sua sofferenza. Quando lei portò il figlio di Dio a Simeone, egli disse: “Una spada trafiggerà la tua anima”. Ha dato alla luce il suo Bambino senza dolore, ma tutti gli altri che diventano fratelli di Cristo e figli di Maria sono la causa dell’agonia di questa Madre. Maria ha preso parte all’opera di Redenzione di Nostro Signore dando alla luce noi, suoi figli, in modo spirituale. Per questo possiamo chiamarla: Nostra Madre.

(Fulton J. Sheen, da “Through the Year with Fulton Sheen”)