Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

SIETE GIÀ IN PARADISO O ALL’INFERNO: L’INFERNO E IL PARADISO COMINCIANO QUI IN QUESTA VITA! “Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà”

Un verso di una canzone popolare dice: «Sono in paradiso quando sono accanto a te». Per capire il paradiso, benché sia nell’eternità, dobbiamo iniziare parlando del tempo. Il paradiso è al di fuori del tempo, ma dobbiamo servirci del tempo per raggiungerlo. Sembra quasi un paradosso. Nessuno di noi vuole davvero una specie di esistenza senza fine su questa terra. Se fosse possibile per noi vivere 400 anni con qualche nuovo genere di vitamine, pensate che le ingeriremmo tutti? Giungerebbe di sicuro un momento in cui vorremmo morire.

Siete mai stati in un posto dove eravate assolutamente sicuri di voler passare ogni giorno della vostra vita? Non è poi così probabile. La mera estensione del tempo per molti di noi diventerebbe una maledizione piuttosto che una benedizione. Avete mai notato che nei momenti più felici l’eternità sembrava discendere nella vostra anima? Tutte le grandi ispirazioni sono senza tempo, dandoci qualche assaggio del Cielo. A Mozart, una volta, venne chiesto quando ricevesse l’ispirazione per la sua grande musica. Disse che vedeva tutto in una volta: prima c’erano grande luce e calore, quindi la successione delle note. Quando preparo una conversazione o un programma o inizio a scrivere un libro, giunge un momento in cui dall’inizio si intravede il punto d’arrivo. L’eternità è nella mente e il tempo è alla fine della penna, ma le parole non escono abbastanza velocemente. A Jean-Baptiste Henri Lacordaire, il grande predicatore francese, una volta fu chiesto se avesse completato i suoi celebri sermoni da tenere nella cattedrale di Notre Dame. Rispose: «Sì, li ho finiti. Tutto ciò che mi resta da fare adesso è scriverli».

Ciascuno fa esperienza di qualche debole accenno di immortalità, come ha scritto Wordsworth, in ciò che avviene dopo la morte. Ci sono così tanti uomini che tentano di immunizzarsi dal pensiero dell’eternità. Indossano degli impermeabili a prova di Dio per non lasciarsi bagnare dalle gocce della sua grazia. Mettono a tacere l’eterno. Mi chiedo se qualcuno lo abbia mai descritto meglio di T.S. Eliot in “Gli uomini che si allontanarono da Dio” (nei Cori da «La Rocca», 3). È un poema su coloro che intasano il proprio tempo di ogni cosa senza mai concedere un momento allo straniero che ogni giorno bussa alle porte della loro anima, lo straniero che turba il loro sonno, poiché di notte fanno sogni di immortalità. Questo straniero è colui che porta l’eternità nella vostra anima. Benché viviamo nel tempo, è l’unica cosa che rende impossibile la felicità. Vivendo nel tempo non potete combinare i vostri piaceri e gioie. Essendo nel tempo, non potete marciare con Napoleone e con Cesare insieme. Non potete sedervi a prendere il tè con Orazio, Dante e Alexander Pope. Poiché siete nel tempo, non potete fare contemporaneamente sport estivi e invernali. Il tempo esige che godiate dei vostri piaceri in momenti distinti. Il tempo non solo ve li offre, ma ve li toglie anche. A meno che non esaminiate le vostre esperienze e intuizioni psicologiche, scoprirete che i vostri momenti più felici sono quelli in cui non vi accorgete più del passare del tempo.

Quando siete a scuola o in ufficio guardate l’orologio perché non vi divertite. Forse quando assistete a un concerto o vi godete una conversazione con un amico, magari state leggendo, ed esclamate: «Come passa il tempo!». Meno ve ne accorgete, più godete. È un’immagine di ciò che dev’essere il Cielo, fuori dal tempo, quando potete possedere tutte le gioie e ciascuna nello stesso pieno istante. Dovete servirvi del tempo per raggiungere il Cielo.

Spesso pensiamo al Cielo come se fosse “là fuori” e ne delineiamo ogni genere di immagini irreali. Poiché pensiamo al paradiso e all’inferno come qualcosa che ci accade alla fine del tempo, tendiamo a posticiparli. Di fatto, il Cielo non è là fuori: è qui. L’inferno non è laggiù: può essere dentro un’anima. Non è come morire e solo dopo andare in paradiso o all’inferno: siete già in paradiso o all’inferno. Ho incontrato gente che era all’inferno e sono certo che sia capitato anche a voi.

Ricordo di aver assistito un uomo in ospedale, chiedendogli di far pace con Dio. Disse: «Immagino che secondo lei io stia andando all’inferno». «No», gli dissi, «non intendo questo». «Bene», disse lui, «io voglio andare all’inferno!». Gli ho detto: «Non ho mai incontrato un uomo che volesse andare all’inferno, dunque penso che mi siederò qui e la vedrò andare». Non intendevo lasciar passare il tempo senza fare nulla, ma ero assolutamente certo che in pochi minuti avrebbe potuto cambiare prospettiva; così, mi sedetti da solo con lui per venti minuti. Lo vedevo andare incontro a una sorta di lotta interiore. Mi disse: «Lei crede davvero che ci sia un inferno?». Gli dissi: «Nel suo intimo si sente infelice? Ha paura? Prova spavento e angoscia? Le si presentano davanti tutte le cattive azioni della sua vita come fantasmi?». Di lì a poco si riconciliò con Dio.

Ho visto persone con il paradiso dentro di loro. Se volete mai vedere il paradiso in un bambino, guardatelo nel giorno della prima Comunione. Se volete vedere quanto amore c’è in paradiso, guardate una sposa e uno sposo all’altare nel giorno della Messa nuziale. Il Cielo è lì perché c’è l’amore. Ho visto il paradiso in una suora missionaria che si donava tra i lebbrosi. La bellezza di una persona simile non era esteriore, era una sorta di amore imprigionato all’interno, che voleva rompere le barriere della carne per manifestarsi al di fuori. Il paradiso è qui, come l’inferno può essere in alcune anime. Il paradiso è vicinissimo a noi perché ha a che fare con una buona vita come la ghianda che diventa quercia.

Chi non ha il paradiso nel cuore adesso non andrà in paradiso, e chi ha l’inferno nel cuore andrà all’inferno quando morirà. Il paradiso ha a che fare con una vita buona e virtuosa nello stesso modo in cui la conoscenza ha a che fare con lo studio: l’una segue necessariamente l’altro. L’inferno deriva da una vita malvagia così come la corruzione deriva dalla morte: l’una segue necessariamente l’altra. Il paradiso non è lontano; inizia qui, ma non finisce qui. Ne abbiamo pallidi scorci qua e là.

Se rimandiamo il pensiero del Cielo fino al momento della morte, saremo molto simili agli israeliti che vagavano nel deserto. I poveri ebrei erano a circa undici giorni dalla Terra Promessa. Ci volevano solo tre settimane per viaggiare dall’Egitto alla Terra Promessa, ma, per via della loro disobbedienza, delle loro mancanze e deviazioni e ribellioni contro Mosè, impiegarono quarant’anni, che rappresentano il cammino di molte delle nostre vite: facciamo progressi e poi ricadiamo indietro. Grazie al cielo abbiamo un Signore misericordioso che ci perdona settanta volte sette! È necessario il tempo per conquistare il paradiso, ma non è il lasso di tempo in sé a portarci lì: è il modo in cui viviamo e moriamo.

(Fulton J. Sheen da “Perché credere? 50 risposte sul senso della vita. Vol. 2” edizioni Ares)

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO. QUI SOTTO IL LINK SE VOLETE ACQUISTARLO:
https://www.edizioniares.it/prodotto/perche-credere-vol-2/

UN APPELLO ALL’INTOLLERANZA: “LA NECESSITÀ DEI DOGMI E LA CHIESA DI CUI ABBIAMO BISOGNO”

DAL LIBRO APPENA PUBBLICATO:

“VERITÀ E MENZOGNE: UNA CRITICA PROFETICA DEL PENSIERO MODERNO” (Edizioni Mimep).

ESTRATTO DAL CAPITOLO 7: “UN APPELLO ALL’INTOLLERANZA”

Si dice che l’umanità sia colpita dal morbo dell’intolleranza. In realtà è vero il contrario. Essa è affetta da un eccesso di tolleranza, la tolleranza su ciò che è giusto e su ciò che non lo è, sulla verità e sull’errore, sulla virtù e sul vizio, sul Cristo e sul caos. Nel nostro Paese non imperversano tanto i bigotti, quanto gli spiriti tolleranti. L’uomo che sa prendere una decisione secondo un ordine preciso, così come sa rifarsi il letto, viene definito bigotto e colui che non sa organizzare i propri pensieri, più di quanto saprebbe compiere l’impresa di recuperare il tempo perduto, viene definito liberale e tollerante. Il bigotto è colui che rifiuta di accettare una ragione per qualsiasi cosa e l’uomo tollerante è colui che accetta qualsiasi cosa per una ragione – a patto che non sia una ragione valida. È vero che si esige dai più la precisione, l’esattezza, la finalità, ma solo nella valutazione scientifica, non nella logica. Il collasso che ha prodotto tale innaturale tolleranza non è morale, bensì mentale. La prova della nostra affermazione è triplice: la tendenza a determinare le conclusioni non in forza di argomenti, ma di parole; la disposizione ad accettare qualunque autorità nell’ambito della religione; infine, la passione rispetto alla novità.

Voltaire si vantava per il fatto che se fosse riuscito a scoprire soltanto dieci parole negative ogni giorno sul Cristianesimo, avrebbe potuto schiacciarne «l’infamia». Riuscì a trovarne non solo dieci, ma una dozzina al giorno, però non scoprì mai alcun argomento valido, perciò le parole andarono per la solita via che seguono le parole vane e alla fine, l’oggetto contro cui le scagliava, il Cristianesimo, sopravvisse. Oggi nessuno presenta nemmeno il più meschino argomento che tenti di dimostrare che Dio non esiste, ma sono a legioni coloro che credono di aver sigillato i Cieli dopo aver usato la parola «antropomorfismo». Questa parola è solo un esempio di quell’intero catalogo di nomi che servono come scusa a coloro che sono troppo pigri per pensare. Un attimo di riflessione gli direbbe che non ci si può liberare di Dio chiamandolo «antropomorfo», più di quanto si riesca a liberarsi dal mal di gola col nominare gli «streptococchi». In quanto all’uso della parola «antropomorfismo», non vedo che in teologia sia più giustificato di quanto sia nella fisica l’uso del termine «organismo», che i fisici moderni amano tanto praticare. Certi aggettivi come «reazionaria» o «medioevale» vengono applicati alla Chiesa Cattolica e sono usati con la stessa mancanza di rispetto che un uomo potrebbe portare nel deridere l’età di una donna.

-Falsa tolleranza-

La falsa tolleranza non è soltanto tradita da questa tendenza a sostituire le parole agli argomenti, ma anche dalla prontezza da parte di molti ad accettare come autorità in ogni campo del sapere qualsiasi individuo che sia diventato famoso in un campo particolare. Il concetto su cui poggia la religione trattata dal punto di vista giornalistico è che un uomo, per il fatto di essere bravo a fabbricare automobili, sarà altrettanto bravo a trattare i rapporti che intercorrono fra Buddismo e Cristianesimo e che un professore, per essere un’autorità nell’interpretazione dei fenomeni atomici, è necessariamente altrettanto autorevole nell’interpretazione del matrimonio. Allo stesso modo un uomo, il quale s’intende di illuminazione, potrà gettare sempre luce sull’argomento dell’immortalità o addirittura spegnere le luci sull’immortalità stessa. Vi è un limite alle nostre abilità: nessun pittore, abilissimo nel lavorare con la mano destra, potrà, volendo seguire il suggerimento di un cronista, dipingere altrettanto bene con quella sinistra. La scienza della religione ha il diritto di essere ascoltata scientificamente attraverso i suoi rappresentanti qualificati per parlare, esattamente come la fisica e l’astronomia hanno il diritto di essere espresse per bocca dei loro legittimi rappresentanti. La religione è una vera scienza, nonostante che qualcuno la voglia ridurre a semplice sentimento.

La religione possiede i suoi principi, sia naturali che rivelati, ancora più precisi di quelli matematici nella loro logica. Un falso concetto di tolleranza, purtroppo, ha oscurato questo fatto agli occhi di molte persone, che nei più piccoli particolari della vita sono tanto intolleranti mentre nelle loro relazioni con Dio sono molto tolleranti. Nelle questioni ordinarie della vita, queste persone si guarderebbero bene dal chiamare un seguace di Scientology quando hanno bisogno di riparare una finestra, non chiamerebbero mai un oculista perché si è rotta la cruna di un ago, non chiamerebbero il fiorista dopo essersi lacerati la pianta del piede, né andrebbero dal falegname a farsi sistemare le unghie. Non contatterebbero l’agente delle imposte per fargli estrarre una monetina inghiottita per sbaglio dal bambino. Si rifiuterebbero di prestare attenzione ad un sostenitore dell’Unicef, che pone in discussione l’autenticità di un presunto quadro di Rembrandt, così come ad un taglialegna, che si arroga il diritto di risolvere una spinosa questione legale. Tuttavia, nel campo di quell’argomento di somma importanza che è la religione, dal quale dipendono i nostri destini eterni, intorno alla questione di somma importanza sui rapporti dell’uomo con il mondo e con Dio, si dimostrano disposti ad ascoltare chiunque si autodefinisca un profeta. Perciò i nostri giornali sono pieni di articoli per gente straordinariamente tollerante e di «larghe vedute», nei quali ognuno, dal campione di pugilato Jack Dempsey al capo-cuoco del Ritz Carlton Hotel, ci parla della sua idea di Dio e del suo punto di vista sulla religione. Gli stessi individui che si sentirebbero profondamente turbati se i loro figli, in violazione di una fantasia educativa Watsoniana, mangiassero delle caramelle d’un colore «sconveniente», non si preoccuperebbero affatto se gli stessi figli crescessero senza sentir nominare nemmeno una volta il nome di Dio. Non sarebbe forse in perfetta sintonia con il giusto ordine delle cose, esigere alla base di ogni pronunciamento teologico certi requisiti minimi? Se insistiamo sul fatto che l’uomo al quale facciamo riparare le nostre tubature s’intenda di idraulica e chi ci prescrive dei farmaci abbia studiato la medicina, non potremmo, o meglio, non dovremmo esigere che colui il quale ci parla di Dio, della religione, di Cristo e dell’immortalità abbia almeno l’abitudine di pregare? Se il violinista Kreisler non trascura di esercitarsi nelle scale, perché i moderni teologi dovrebbero disdegnare la pratica elementare della religione?

-Una decadenza del pensiero-

Un’altra prova della decadenza della ragione, che ha dato vita allo strano parassita del libero pensiero, è la passione per la novità, in contrapposizione all’amore per la verità. Si sacrifica la verità in cambio di un epigramma e la divinità di Cristo per il titolo di un articolo comparso sul quotidiano del lunedì. Molti predicatori d’oggi si preoccupano meno di predicare il Cristo Crocifisso e più di conquistare la popolarità per loro e per la congregazione alla quale appartengono. La mancanza di una spina dorsale intellettuale fa sì che essi adoperino come cavalcatura sia il bue della verità, che l’asino dell’insensatezza e che si congratulino con i Cattolici in merito alla «loro grandiosa organizzazione» e con i cultori di sessuologia per la loro «onesta sfida ai giovani delle nuove generazioni».

Il fatto che pieghino le ginocchia innanzi alla folla e vogliano piacere agli uomini, più che a Dio, molto probabilmente toglierebbe loro il desiderio di recitare la parte di Giovanni Battista di fronte ad un moderno Erode. Nessuno di loro punterebbe un dito accusatore contro chi pratica il divorzio, oppure vive nell’adulterio, nessuna voce uscirebbe dalle loro bocche per tuonare all’orecchio del ricco e del potente, con l’accento di un’intolleranza quasi divina: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello!» (Mc 6,18). Sentiremo piuttosto: «Amico, i tempi sono cambiati! Gli acidi della modernità hanno corroso i fossili dell’ortodossia. Se la nobile urgenza del tuo istinto sessuale trova stimolo e risposta nella sola persona di Erodiade, prendila dunque come tua legittima sposa, nel nome di Freud e di Russell, e tienila presso di te fino a quando il sesso non vi separi». Le credenze nell’esistenza di Dio, nella Divinità del Cristo, nella legge morale, sono considerate mode passeggere. La tendenza del momento per questa moderna tolleranza viene considerata l’espressione della verità, come se la verità fosse una moda, tipo un cappello, anziché una parte del corpo, come lo è la testa. Oggi, nell’ambito della psicologia, la moda si rivolge al Behaviorismo o Comportamentismo ed in filosofia si volge al Temporalismo. E che non sia una validità oggettiva a dettare il successo di una moderna teoria filosofica, lo dimostra l’affermazione di un famoso filosofo inglese della teoria spazio-temporale, rivolta pochi anni or sono a chi scrive queste pagine, in risposta alla mia richiesta di spiegazione sull’origine del suo sistema. «Dalla mia fantasia», rispose, ed avendo obiettato che la fantasia non può essere la facoltà adatta alla pratica filosofica, egli replicò: «Lo è invece, se il successo di un sistema filosofico dipende non dalla verità che contiene, bensì dall’attrattiva della sua novità». Ecco dunque l’argomento conclusivo in favore della moderna e vasta apertura mentale: la verità non è se non il nuovo, quindi la «verità» muta col passare delle mode. Come il camaleonte che cambia i suoi colori per adattarsi all’ambiente in cui si trova, così si suppone che la verità cambi per adattarsi ai capricci e alle deviazioni dell’epoca.

La verità si accresce, ma in senso omogeneo, come la ghianda che diventa quercia; non gira col vento come la banderuola di una torre. Un triangolo non può avere quattro lati, il leopardo non può mutare le macchie del suo manto, né l’Etiope può cambiare il colore della sua pelle. La natura di certe cose è fissa e non mai tanto fissa quanto quella della verità. La verità può essere contraddetta mille volte, ma ciò dimostra soltanto che ha la forza di sopravvivere a mille assalti. La logica di chi afferma che «siccome “si dice questo” e “si dice quello”, non esiste verità»; è pressappoco la stessa che avrebbe sfoggiato Cristoforo Colombo se dopo aver sentito dire che «la terra è rotonda» e che «la terra è piatta», avesse concluso: «quindi la terra non esiste».

È questo modo di pensare, che non riesce a distinguere fra una pecora e il cappotto di lana, fra Napoleone ed il suo cappello a due punte, fra la sostanza e l’accidente, che ha prodotto delle menti così appiattite per la larghezza di vedute da aver perduto ogni profondità. Come il carpentiere il quale, gettato via il righello, usa ogni trave come simbolo di misura, così anche quelli che hanno buttato via il modello della verità oggettiva non hanno più nulla che serva loro come unità di misura, all’infuori della moda intellettuale del momento. La gioiosa ebbrezza della novità, l’irrequietudine sentimentale di una mente scardinata ed il timore innaturale di sottoporsi ad una rigorosa disciplina di pensiero, tutto ciò contribuisce a produrre un gruppo di sofisticati latitudinari, i quali credono che non vi sia differenza fra Dio in quanto Causa e Dio in quanto «proiezione mentale», che eguagliano Cristo al Buddha, e San Paolo a John Dewey e quindi dilatano la loro larghezza di vedute sino alla formulazione dell’abbagliante sintesi, secondo la quale non soltanto ogni setta cristiana equivale all’altra, ma che persino una religione è altrettanto valida come tutte le altre che esistono sulla terra. Quindi il sommo dio «Progresso» viene elevato sugli altari della moda, e quando agli adoratori disorientati si chiede: «Progresso in che direzione?», si riceve la tollerante risposta: «Verso un progresso sempre maggiore». Nel frattempo gli uomini sani di mente si domandano come può esistere un progresso, se non si ha una direzione e come può esistere una direzione, se non si ha un punto fisso. E per il fatto di aver accennato ad un «punto fisso» vengono accusati di non essere al passo coi tempi mentre in realtà sono oltre i tempi sia spiritualmente che mentalmente.

-Necessità dell’intolleranza-

Per contrapporla a questa falsa larghezza di vedute, il mondo ha un’urgente bisogno dell’intolleranza. La massa del popolo non ha perduto la facoltà di distinguere fra i dollari ed i centesimi, fra una nave da guerra e una da crociera, fra i crediti attivi e quelli passivi, ma pare abbia del tutto smarrito la forza di distinguere tra il bene ed il male, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. La migliore prova della verità di tale affermazione sta nel frequente uso errato che si fa dei termini «tolleranza» ed «intolleranza». Certuni credono che l’intolleranza sia sempre da rifiutare, perché per «intolleranza» intendono l’odio, la ristrettezza mentale, il bigottismo. Gli stessi ritengono sempre legittima la tolleranza, perché per essi vuol dire carità, larghezza di vedute, cordialità.

Che cos’è la tolleranza? La tolleranza è un atteggiamento di meditata pazienza verso il male, ed una sopportazione che ci trattiene dal cedere alla collera o dall’infliggere un castigo. Ma più importante della definizione è il campo in cui la si applica. Il punto importante è questo: la tolleranza si applica solo alle persone, ma mai alla verità; l’intolleranza si applica solo alla verità, ma mai alle persone; la tolleranza si applica all’errante, l’intolleranza all’errore. Quanto detto sopra chiarirà ciò che è stato detto al principio di questo capitolo, vale a dire che l’umanità non è tanto colpita da quell’intolleranza che è fatta di bigottismo, quanto dal dilagare della falsa tolleranza, la quale è indifferente alla verità e all’errore, e da una filosofica negligenza che viene interpretata come larghezza di vedute. Senza dubbio c’è da augurarsi un accrescimento della vera tolleranza, perché non sarà mai troppa la carità che si dimostra verso le persone diverse da noi. Il Signore stesso ci ha chiesto di amare coloro che ci calunniano, perché anch’essi formano il nostro prossimo, ma non ci ha mai detto di amare la calunnia. Tenendosi fedele allo spirito del Cristo, la Chiesa incita a pregare per coloro che si trovano fuori dalla Chiesa e vuole che verso di essi venga esercitata una grandissima carità. Come diceva San Francesco di Sales: «È più facile prendere le mosche con una goccia di miele, che con un barile d’aceto».

Se alcuni di noi che hanno la fortuna di far parte della Chiesa credessero nelle stesse cose in cui credono i suoi denigratori, se noi la conoscessimo solamente attraverso le parole dei traditori o le menzogne di storici disonesti e se la comprendessimo soltanto per mezzo di coloro che mai attinsero alla fonte dei suoi Sacramenti, forse anche noi odieremmo la Chiesa quanto essi la odiano. I nemici più irriducibili della Chiesa – coloro che l’accusano di antipatriottismo, stessa accusa ricevuta da Cristo davanti a Pilato; di essere insignificante, come Cristo fu accusato di essere davanti ad Erode; di essere troppo dogmatica, come Cristo fu accusato di essere davanti a Caifa; di essere troppo poco dogmatica, come Cristo fu accusato di essere davanti ad Anna; o di essere posseduta dal demonio, come Cristo fu accusato di esserlo davanti ai farisei – tutti questi non odiano veramente la Chiesa. Non possono odiare la Chiesa più di quanto possano odiare Cristo: odiano esclusivamente ciò che per errore credono sia l’essenza della Chiesa Cattolica, ed il loro odio non è che un vano tentativo di ignorare la realtà.

Si deve praticare la carità verso le persone ed in modo speciale verso coloro che si trovano fuori dall’ovile e che nell’ovile saranno ricondotti dalla carità, affinché vi sia un solo gregge ed un solo Pastore. Fino a qui arriva la tolleranza, ma non oltre. La tolleranza non si deve applicare alla verità, né ai principi. Sulla verità e sui principi si deve essere intolleranti e per questo tipo d’intolleranza, così necessaria per risvegliarci dal sentimentalismo in cui viviamo, faccio un appello. L’intolleranza di questo genere è la base di ogni stabilità. Il Governo dev’essere intollerante nei confronti della propaganda sovvertitrice. Durante la Prima Guerra Mondiale esso compilò un indice dei libri proibiti per difendere la stabilità nazionale, esattamente come la Chiesa, sempre in guerra contro l’errore, compila il suo indice dei libri proibiti per difendere la permanenza della Vita di Cristo – la Grazia – nelle anime degli uomini. Durante la guerra il Governo adottò rigorose misure nei confronti degli eretici nazionali che rifiutavano di accettare i suoi principi intorno alla necessità delle istituzioni democratiche e per mantenere in vigore tali principi ricorse anche alla forza. I soldati che combatterono si dimostrarono intolleranti nell’affermare i principi per i quali lottavano, come dev’essere intollerante il giardiniere nei confronti delle erbacce che crescono nel giardino. La Corte Suprema degli Stati Uniti non tollera alcuna interpretazione personale del primo paragrafo della Costituzione, secondo il quale ogni cittadino ha diritto alla vita, alla libertà, ed al conseguimento di un’esistenza felice e pertanto, ogni individuo che si considerasse «libero» di proseguire per la sua via quando il semaforo è rosso provocando un incidente mortale, si troverebbe senza dubbio rinchiuso in una cella, dove non splenderebbe nemmeno quella luce gialla che è il colore delle anime timide, le quali non sanno se andare avanti o fermarsi. Gli architetti non tollerano la sabbia come fondamenta per i grattacieli, i medici non tollerano la presenza di germi nel laboratorio e nessuno di noi si mostra tollerante verso l’allegro cassiere di vedute particolarmente larghe, il quale, nel fare il conto, fa risultare che sette più dieci fa venti.

Orbene, se è giusto – come lo è veramente – che i governi si mostrino intolleranti quando sono in gioco i principi dello Stato, che i costruttori di ponti siano intolleranti intorno alle leggi della tensione e del carico e che i fisici lo siano rispetto ai principi della forza di gravità, perché mai il Cristo e la Sua Chiesa e tutti gli uomini benpensanti non dovrebbero avere il diritto di essere intolleranti quando sono in gioco le verità del Cristo, le dottrine della Chiesa ed i principi della ragione? Le verità di Dio saranno meno rigide delle verità matematiche? Potranno le leggi del pensiero essere meno impegnative delle leggi della scienza, le quali si conoscono soltanto attraverso le leggi del pensiero? Possiamo definire «saggio» l’uomo che, non ignaro delle verità naturali, rifiuta di avere lo stesso occhio di riguardo sia per il matematico il quale dice «due più due fa cinque», sia per quello che dice «due più due fa quattro» e negheremo, per la stessa ragione, l’appellativo di «Sapienza Infinita» a Dio perché si rifiuta di avere lo stesso occhio di riguardo verso tutte le religioni della terra? E per questo motivo, lo definiremo un Dio «intollerante»? Affermeremo forse che i raggi riflessi del sole sono caldi, ma non è caldo il sole? Stiamo dicendo la stessa cosa quando ammettiamo l’intolleranza dei principi del la scienza e la neghiamo al Padre della scienza, che è Dio. E se un governo, fornito degli inflessibili principi della sua costituzione, può investire degli uomini col potere esecutivo di tale costituzione, perché non può il Cristo scegliere e delegare coloro a cui Egli dà l’incarico di rendere esecutivo il Suo Volere e di distribuire le Sue benedizioni? E se ammettiamo l’intolleranza attorno ai fondamenti di un governo che nel migliore dei casi si occupa del corpo dell’uomo, come non ammetteremo l’intolleranza intorno ai fondamenti di un governo che si cura degli eterni destini dello spirito dell’uomo? «Non vi è alcun fondamento sul quale gli uomini possano costruire, se non sul nome di Gesù»

-Necessità dei dogmi-

Perché dunque irridere i dogmi col definirli intolleranti? Oggi da ogni parte si sente dire: «Il mondo moderno ha bisogno di una religione libera dai dogmi», il che rivela quanto poco pensino coloro che si servono di tale formula, perché chi afferma di volere una religione senza dogmi sta nello stesso tempo formulando un dogma, che è ben più difficile da giustificare rispetto a molti dogmi della fede. Il dogma è un pensiero autentico ed una religione senza dogmi è una religione senza pensiero o una schiena senza spina dorsale. Tutte le scienze hanno dei dogmi. «Washington è la capitale degli Stati Uniti» è un dogma geografico. «L’acqua si compone di due atomi di idrogeno e di uno di ossigeno» è un dogma chimico. Vogliamo essere di larghe vedute e dire che Washington è un mare della Svizzera? Vogliamo avere la libertà di dire che l’H2 O è il simbolo dell’acido solforico?

Non siamo in grado di verificare tutti i dogmi della scienza, della storia e della letteratura e quindi dobbiamo fidarci delle competenze altrui. Io, per esempio, credo al professor Eddington quando mi dice che «la legge di gravità di Einstein asserisce che dieci coefficienti principali di curvatura sono zero nello spazio vuoto», come non credo invece al dottor Harry Elmer Barnes quando mi dice che «lo scarafaggio vive sulla terra, senza avere subito sostanziali mutamenti, da cinquanta milioni di anni». Accetto la testimonianza del dottor Eddington, perché egli ha dimostrato con le sue opere scientifiche di conoscere abbastanza bene le teorie di Einstein. Non accetto la testimonianza del dottor Barnes sulla vita degli scarafaggi, perché di fronte al mondo moderno egli non ha mai dato alcuna prova di essere uno specialista su tale argomento. In altre parole, metto al vaglio le testimonianze e le accetto alla luce della ragione. Allo stesso modo la mia ragione mette al vaglio le prove storiche sul Cristo, essa pondera la testimonianza di coloro che lo conobbero e quella data da Lui stesso. La mia ragione non si lascia influenzare da coloro che prendono le mosse da una teoria preconcetta, rifiutano ogni evidenza contraria alla loro teoria ed accettano come Vangelo tutto il resto. (…)

La mia ragione stessa mi porta alla fine ad accettare come divina la testimonianza di Gesù Cristo. Ed infine accetto quelle verità che non sono in grado di provare, come ho fatto per l’affermazione del professor Eddington intorno ad Einstein, e tali verità diventano dogmi. Esistono quindi sia i dogmi della religione che quelli della scienza, ed essi possono essere rivelati, gli uni da Dio, e gli altri dall’uomo. E inoltre questi dogmi fondamentali, come i primi principi di Euclide, possono essere usati come materia prima per il ragionamento e come un fatto scientifico può servire di base per un altro, così un dogma può servire di base per un altro. Ma per iniziare a pensare ad un primo dogma, bisogna identificarsi con esso sia in termini di tempo che di principio.

La Chiesa s’identificò in Cristo sia nel tempo che nel principio, essa incominciò a riflettere sui primi principi di Lui, e più rifletté, e più dogmi essa sviluppava. Essendo organica come la vita e non istituzionale come un’associazione, essa non dimenticò mai quei dogmi, li ricordò incessantemente e la sua memoria è la tradizione. Come lo scienziato deve risalire con la memoria ai primi principi della sua scienza, dei quali si serve come terreno per ulteriori conclusioni, così la Chiesa risale alla sua memoria intellettuale che è la tradizione e si serve dei primi dogmi come base per altri. In tutto questo procedimento essa non dimentica mai i suoi primi principi. Se lo facesse, assomiglierebbe ai dogmatisti antidogmatici d’oggi, i quali credono che il progresso consista nel negare il fatto invece di costruire su di esso, che si volgono verso nuovi ideali perché non hanno mai messo in pratica quelli antichi e che condannano come «oscurantista» la verità che ha una discendenza, celebrando le glorie «progressiste» della menzogna che non conosce né padre né madre. Questi antidogmatici appartengono alla scuola che sarebbe disposta a negare la natura stessa delle cose, che vorrebbe togliere al cammello la gobba e continuare a chiamarlo cammello; accorciare il collo alla giraffa e chiamarla sempre giraffa; a non incorniciare mai un quadro, perché la cornice è una limitazione e quindi un principio, un dogma. Ma significa essere tutt’altro che fautori del progresso se ci si comporta come topi che rodono le fondamenta del tetto che serve loro di protezione.

L’intolleranza riguardo ai principi è il fondamento dello sviluppo, ed il matematico disposto a deridere un quadrato perché ha sempre quattro lati e che in nome del progresso volesse incitarlo a rifiutare anche solo uno dei suoi lati, scoprirebbe ben presto di aver perduto tutti i quadrati. Lo stesso avviene per i dogmi della Chiesa, della scienza e della ragione: sono come i mattoni, oggetti solidi con i quali l’uomo può costruire, non come la paglia, che è «un’esperienza religiosa», adatta soltanto per essere bruciata. Quindi il dogma è la necessaria conseguenza dell’intolleranza intorno ai primi principi e la scienza o la Chiesa che ha la maggior quantità di dogmi è anche quella che ha lavorato di più con il pensiero. La Chiesa Cattolica, maestra da più di venti secoli, ha accumulato una somma enorme di pensiero solido e rigoroso e quindi ha costruito i suoi dogmi, come un uomo potrebbe edificare una casa di mattoni, fondata sulla roccia. Essa ha visto passare davanti ai suoi occhi i secoli con i loro entusiasmi transitori e le fedi del momento, con i medesimi errori, le stesse posizioni, le cadute nelle identiche trappole mentali, così da diventare molto tollerante e paziente verso gli alunni che sbagliano, ma anche molto intollerante e severa rispetto all’errore. È stata e sarà sempre intollerante quando sono in gioco i diritti di Dio, perché l’eresia, la menzogna e la mancanza di verità non colpiscono questioni personali sulle quali essa possa cedere, bensì un Diritto Divino sul quale non è lecito fare alcuna concessione. Mite verso l’errante, la Chiesa è violenta contro l’errore. La verità è divina, mentre l’eretico è umano. Una volta compiuta la dovuta riparazione, essa riaccoglierà l’eretico nel tesoro delle sue anime, ma non ammetterà mai l’eresia nel tesoro della sua saggezza.

La verità è sempre giusta, anche se nessuno si trovasse dalla parte della giustizia e l’errore è sempre sbagliato, anche se tutti si trovassero dalla parte dell’ingiustizia. Ai nostri giorni noi abbiamo bisogno, come disse Chesterton, «non di una Chiesa che sia nel giusto quando il mondo è nel giusto, ma di una Chiesa che sia nel giusto anche quando il mondo è nell’errore». L’atteggiamento della Chiesa in rapporto al mondo moderno su tale importante questione si può simbolizzare nella storia delle due donne presentatesi alla corte di Salomone (1Re 3,16–28). Entrambe reclamavano per sé un figlio. La madre legittima insisteva per avere il figlio intero, oppure nulla, perché un figlio è come la verità: indivisibile. La madre illegittima, al contrario, era disposta ad accettare un compromesso: avrebbe accettato di dividere il bambino, ed il bambino sarebbe morto, vittima di quella tollerante larghezza di vedute.

P.S. IL LIBRO È STATO APPENA PUBBLICATO!

Vi invitiamo a leggere l’anteprima cliccando sul link qui sotto e, se siete interessati, a comprarlo sul sito della casa editrice per aiutare maggiormente le suore nel loro preziosissimo lavoro di apostolato: 👇

Verità e menzogne

RIFLESSIONI SULLA GUERRA E LA POSSIBILITÀ DI UNA CATASTROFE MONDIALE: “Nulla può essere salvato se non vengono salvate le anime: non può esservi pace nel mondo se non c’è pace nelle anime”

Nulla può essere salvato se non vengono salvate le anime: non può esservi pace nel mondo se non c’è pace nelle anime. Le guerre mondiali sono solo proiezioni dei conflitti combattuti all’interno delle anime di uomini e donne, poiché nel mondo esterno non accade mai nulla che non sia accaduto per la prima volta in un’anima. (…)

Sarebbe bene che noi tutti, al giorno d’oggi, considerassimo la possibilità di una immane catastrofe indipendentemente dall’aspetto: guerra atomica, rivoluzione mondiale o sollevamento cosmico, non si tratta che di forma e la forma non è che un particolare.

Ma ciò che conta è questa possibilità che ci incombe, non solo perché il Santo Padre (al tempo Pio XII) ci ha ammoniti che la bomba atomica può eventualmente risolversi in un disastro per lo stesso pianeta, ma anche perché una tragedia di proporzioni catastrofiche rivelerebbe a un mondo scettico che l’universo è morale e che le leggi di Dio non possono essere violate impunemente.

Come la mancanza di cibo causa il mal di testa, perché viola una legge naturale, così le grandi crisi storiche sono giudizi sul modo di pensare, di volere, di amare e di agire dell’uomo. Periodi di delirio e ore tragiche che seguono lo scisma dell’anima da Dio operano a volte per un popolo ciò che la malattia o il disastro personale fanno per un solo individuo. (…)

Il mondo si è tanto allontanato da Dio e dal sentiero della pace divina che una tragedia sarebbe la grazia maggiore. Il peggior castigo di Dio sarebbe l’abbandonarci in questo caos, in questa contaminazione.

Due guerre mondiali, invece che migliorare il mondo, lo hanno reso peggiore. E ci si chiede se la prossima catastrofe sarà una guerra simile alle altre due o non piuttosto qualche calamità più sicuramente calcolata per produrre nell’uomo il pentimento.

Quando un’anima nel peccato si rivolge a Dio nell’impeto della Grazia, c’è penitenza; ma quando un’anima nel peccato si rifiuta di redimersi, Dio manda il castigo.

Non occorre che questo castigo sia esteriore, e certamente non è mai arbitrario: esso è l’inevitabile conseguenza della violazione della legge divina. Ma le forze trincerate del mondo moderno sono irrazionali; non sempre gli uomini d’oggi interpretano i disastri come avvenimenti morali. (…)

Il solo pensiero di una guerra atomica e di una conseguente catastrofe cosmica affretterà in molti uomini la crisi, anticipando la tensione e iniziando fin d’ora la loro conversione.

Questa specie di conversione può verificarsi anche tra coloro che già hanno la fede.
I cristiani diventeranno cristiani “veri”, con minore facciata e maggiori fondamenta.

La catastrofe li dividerà dal mondo, li costringerà a dichiarare la loro vera fede, farà rivivere pastori preoccupati di guardare il gregge piuttosto che di amministrarlo, rovescerà la proporzione tra scienziati e santi in favore dei santi, creerà più mietitori per il raccolto, più colonne di fuoco per i tiepidi, dimostrerà al ricco che la vera ricchezza è al servizio del bisognoso, e, soprattutto, farà brillare la gloria della Croce di Cristo nell’amore dei fratelli per i fratelli quali veri e fedeli figli di Dio e creature devote della Madre dal Cuore Immacolato.

La crisi incombe su noi tutti, chiunque noi siamo e qualunque sia la nostra condizione. (…)

Si è detto: “In tempo di pace prepara la guerra”. Ma sarebbe meglio modificare il detto così: “In tempo di tormenti e di disordini, preparati a incontrare Dio!”.

Quando il disastro sopraggiunge e i tesori si dissolvono come “orpello inconsistente”, l’anima, impaurita e disperata, è meglio disposta a rivolgersi a Lui.

Qui la tensione non è tra il peccatore e la misericordia di Cristo, non tra l’anima aspirante e il Cristo unico Figlio di Dio, ma tra l’uomo avvilito e il Cristo Giudice. Ci sarà qualcuno, anche durante una crisi, che si ergerà contro Dio, poiché i peccati di bestemmia, come dice l’Apocalisse, si moltiplicano col traboccare delle fiale della collera.

Ma la grande maggioranza degli uomini capirà, per la prima volta, che tanto più severo è il giudizio di Dio, quanto più noi ci allontaniamo dai Suoi sentieri.

La catastrofe può essere, per un mondo che ha dimenticato Dio, ciò che la malattia può essere per un peccatore; in conseguenza di tale catastrofe, milioni di individui possono essere condotti a una crisi non volontaria, ma forzata.

Questa calamità metterebbe fine all’ateismo e indurrebbe molti uomini, che altrimenti perderebbero la loro anima, a rivolgersi a Dio.

Dopo una successione di giornate calde e soffocanti, abbiamo la sensazione che scoppierà un temporale prima che tornino le giornate fresche. Similmente, in quest’epoca di confusione, avvertiamo l’imminenza di una catastrofe, di un’anormale, immensa perturbazione che farà rovinare tutto il male del mondo prima che noi possiamo essere nuovamente liberi. (…)

Sbaglierebbe chi immaginasse che le catastrofi storiche sono necessarie perché in una parte del mondo gli uomini sono buoni e in un’altra cattivi. Quando un virus arriva nella corrente sanguigna, non si isola nel braccio destro risparmiando il sinistro, ma colpisce tutto il corpo perché tutta la circolazione ne è infettata. Così è dell’umanità.

Poiché questa è un unico corpo, chiunque vi appartenga è peccatore in un grado più o meno elevato. È tutto il nostro mondo che è cattivo e corrotto, non solo il loro. Non soltanto i comunisti sono causa dei mali del mondo, perché tutte le idee comuniste hanno avuto origine nel nostro mondo occidentale. Tutti noi abbiamo bisogno di redenzione.

Più un’anima è cristiana, più si sente responsabile dei peccati del suo prossimo; allora – uomo o donna che sia – cerca di assumerli come se fossero suoi, come Cristo, l’Innocente, si assunse i peccati di tutto il mondo. Come la più grande prova di simpatia per chi piange sta nel piangere con lui, così il vero amore per il colpevole si dimostra espiando le sue colpe.

Il fardello della rigenerazione del mondo è posto su colui che conosce Cristo e ascolta la Sua voce nella Chiesa, e incorpora il suo corpo e il suo sangue nell’Eucaristia.

Un senso della nostra solidarietà nel male può allora diventare una solidarietà nel bene. Ma non c’è eguaglianza matematica nell’opera di redenzione. Dieci uomini giusti avrebbero potuto salvare Sodoma e Gomorra. Nei calcoli divini, le suore Carmelitane e i monaci Trappisti fanno, per salvare il mondo, molto più di quanto non facciano politici e generali.

Lo spirito ostile della civiltà odierna può essere ricondotto sulla via giusta soltanto attraverso la preghiera e il digiuno.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

Dio permette quello che sta accadendo solo per un bene più grande, attualmente invisibile. La guerra è più simile al Purgatorio che all’inferno, perché attraverso le sue fiamme purificatrici dobbiamo far bruciare le scorie del nostro materialismo.

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione che purghi il cuore dell’uomo dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria e dall’ira. La vera battaglia contro il comunismo ha inizio nel cuore di ogni singola persona. La rivoluzione deve aver inizio nell’uomo prima che nella società. La rivoluzione comunista è stata un fallimento basilare: non è abbastanza rivoluzionaria, perché lascia l’odio nel cuore dell’uomo. Più che del comunismo, dobbiamo aver paura di vivere senza Dio. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

C’è una sola certezza contro la bomba atomica: mantenersi in stato di Grazia, vivere in Grazia di Dio. Dio, con l’acqua, ha una volta distrutto l’umanità peccatrice; vorrà il nostro pazzo mondo, senza capo e senza Dio distruggersi da se stesso col fuoco? Non lo sappiamo, ma è possibile!

(Fulton J. Sheen, da “Ancore sull’abisso” edizioni Fede e Cultura)

Ciò che siamo noi, lo è la Chiesa; ciò che la Chiesa è, lo è il mondo. Il mondo, con tutto ciò che contiene, è in sostanza una strada maestra sulla quale la Sposa, ossia la Chiesa, avanza incontro allo Sposo per le nozze celesti. Non è la politica, in fondo, a decidere della guerra o della pace. Decisiva è la condizione della Chiesa che vive nel mondo e lo fa lievitare. Leggere l’Antico Testamento è riconoscere nella storia la mano del Signore che benedice o punisce le nazioni a seconda dei loro deserti. Ciò che noi facciamo per santificarci, santifica il mondo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

AMATE I VOSTRI NEMICI E COLORO CHE VI ODIANO: L’amore di Dio rende possibile amare coloro che sono “difficili ad amarsi”…Quanto più saremo lontani da Dio, tanto più saremo lontani gli uni dagli altri.

Fondamentalmente, il motivo per cui noi dovremmo amare noi stessi, è il fatto che Dio ci ama. Se Lui vede in noi qualche cosa di degno e se è morto per salvarci, vuol dire che abbiamo un motivo più che valido per amarci. Come un uomo si sente nobilitato quando è amato da una bella e graziosa amica, quale allora dovrebbe essere l’estasi di un’anima nel momento in cui si risveglia alla travolgente verità: “Dio mi ama!”

È facile amare coloro che ci amano, e il nostro divino Signore ci disse che per questo non c’era ricompensa. Ma che cosa dire di quella parte di umanità che noi consideriamo indegna di amore? Uno dei più forti argomenti sociali che confermano l’esistenza di Dio è il seguente: ci deve essere un Dio, altrimenti tante persone non sarebbero amate. L’amore di Dio rende possibile amare coloro che sono “difficili ad amarsi”. Perché mai dovremmo amare coloro che ci odiano, che malignano sul conto nostro, che ci pestano i piedi a teatro per assicurarsi i posti migliori? C’è solamente una ragione: per amore di Dio.

Forse possono non piacerci perché il piacere è emotività, ma possiamo comunque amarli poiché l’amore risiede nella volontà ed è soggetto al comando: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5,44). Perciò, dal momento che amiamo Dio, siamo resi capaci di amare chiunque per amor suo, come un innamorato si farà piacere l’aragosta per far contenta la sua bella. Perciò quando ci imbattiamo in qualche persona particolarmente scostante e siamo tentati di respingerne la presenza sia pure per breve tempo, dovremmo pensare che in quel momento Dio ci appare dicendo “Ascolta, io l’ho sopportata per quarant’anni, tu non puoi sopportarla per dieci minuti?”.

Inoltre, l’amore di Dio ci ricorda che non dovremmo giudicare il prossimo in base alla sua apparenza, poiché se esso avesse ricevuto tutte le grazie e le possibilità che abbiamo ricevuto noi, quanto maggiormente potrebbe amare Dio! Il fariseo all’ingresso del Tempio che amministrava la legge e che dava ai poveri l’ammontare deducibile dalle tasse non fu elogiato da Dio, mentre il pubblicano che donò la sua anima a Dio domandando perdono, tornò a casa perdonato. Fu questo pensiero che fece dire a San Filippo Neri, quando vide un uomo salire sul patibolo: “Potrebbe essere Filippo, se non fosse stato per la grazia di Dio”.

Dopo un certo tempo tutte quelle persone che prima ci sembravano così poco attraenti ci appaiono molto migliori di noi. Su un piano spirituale arriviamo a un punto in cui sentiamo i loro peccati come fossero i nostri, e ci assumiamo i loro debiti in penitenza come il Salvatore si assunse i nostri perché le amiamo in Dio. (…)

L’amore del prossimo, quando è pervaso dall’amore di Dio, non sfrutta mai il prossimo per il proprio vantaggio. E ben sappiamo che nulla ha tanto contribuito ad abbassare il livello dei rapporti umani quanto l’idea che possiamo accattivarci amicizie mediante lusinghe. Niente di più lontano dal vero amore, il quale aiuta il prossimo ad adempiere la sua vocazione in Dio, e in tal modo coincide anche con l’adempimento della propria vocazione.

Disse San Paolo ai Romani: “Noi, che siamo i forti, abbiamo il dovere di portare le infermità dei deboli, senza compiacere noi stessi. Ciascuno di noi cerchi di piacere al prossimo nel bene, per edificarlo” (Rm 15,1-2).

Di solito nelle nostre relazioni noi limitiamo l’orizzonte del nostro affetto a coloro che amiamo, ma pochi sono i samaritani che amano coloro che li odiano. Nulla, però, può ampliare tanto questo orizzonte quanto il considerare non soltanto quelli che noi amiamo, ma quelli che sono anzitutto amati da Dio, che sono cioè tutti gli uomini. In tal modo l’anima si fa più simile a Dio, Lui che è il “creatore” di colui (o colei) che amiamo. In Lui queste creature che “a pelle” ci appaiono umanamente detestabili, cominciano con il diventarci amabili. L’amore di Dio, infatti, non soltanto prolunga la creazione divina, come abbiamo visto con la procreazione dei figli, ma continua anche la sua redenzione, almeno nella misura in cui vorremmo anche noi rigenerare e redimere coloro che amiamo.

Immaginiamo un gran cerchio dal cui centro s’irradiano tanti raggi luminosi verso la circonferenza, e facciamo conto che la luce al centro sia Dio, e ognuno di noi sia un suo raggio: quanto più i raggi si troveranno vicini al centro, tanto più vicini si troveranno tra loro. Perciò, quanto più viviamo vicini e uniti a Dio, tanto più vicini ci troveremo al suo e nostro prossimo, viceversa quanto più saremo lontani da Dio, tanto più saremo lontani gli uni dagli altri. E quanto più un raggio si allontana dal centro, tanto più si indebolisce, mentre quanto più gli si avvicina, tanto più si rafforza.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

PERLE DI FULTON SHEEN PER I NOSTRI TEMPI E LA NOSTRA VITA SPIRITUALE

LA VERITÀ È FISSA E NON CAMBIA MAI

La mentalità moderna crede che la verità è una novità e quindi la “verità” cambia con le fantasie passeggere del momento. Come il camaleonte cambia i suoi colori per adattarsi al vestito su cui è collocato, così si suppone che la verità cambi per adattarsi alle manie e alle debolezze dell’epoca.

La natura di certe cose è fissa, e nessuna lo è più di quella della verità. La verità può essere contraddetta mille volte, ma questo prova solamente che è abbastanza forte da sopravvivere a mille assalti.

Dire: “Alcuni dicono questo, altri dicono quello, quindi non c’è verità”, è tanto logico quanto lo sarebbe stato per Colombo che sentendo alcuni dire: “La terra è rotonda”, e altri dire “La terra è piatta” avrebbe concluso: “Quindi, la terra non esiste”.

Come un falegname che potrebbe buttare via il suo metro e usare ogni trave come asta di misura, così, anche coloro, che hanno buttato via lo standard della verità oggettiva non hanno più nulla con cui misurare se non la moda mentale del momento.

(Fulton J. Sheen)

È una delle curiose anomalie della civiltà attuale che quando l’uomo raggiunge il massimo controllo sulla natura, ha il minimo controllo su se stesso.

Il grande vanto della nostra epoca è il nostro dominio dell’universo: abbiamo imbrigliato le cascate, reso schiavo il vento per trasportarci su ali d’acciaio, e spremuto dalla terra il segreto della sua età.

Tuttavia, nonostante questa padronanza della natura, forse non c’è mai stato un tempo in cui l’uomo fosse meno padrone di se stesso. È attrezzato come un vero gigante per controllare le forze della natura, ma è debole come un omiciattolo per controllare le forze delle sue passioni e delle sue inclinazioni.

(Fulton J. Sheen, da “The Moral Universe – L’Universo Morale”)

Più diventiamo cristiani, più siamo timorati di Dio, più insistiamo sulla moralità nell’educazione, nella vita famigliare e nella politica, più saremo considerati con sospetto e con odio. La nostra stessa esistenza sarà considerata un pericolo. Non dobbiamo fare nulla per provocare una reazione contro di noi, non più di quanto abbiano fatto i primi cristiani di Roma, che erano buoni cittadini, e non erano colpevoli di nessun crimine se non quello di rifiutarsi di chiamare Nerone “dio”.

(Fulton J. Sheen, da “Seven Pillars of Peace”)

UNA SOLA ANIMA VALE PIÙ DELL’INTERO UNIVERSO

In questi giorni di socialismo dove viene esaltato l’uomo nella massa, non si insisterà mai troppo sul valore della personalità. L’anima personale di un uomo vale più di tutti gli stati collettivi, perché gli stati sono fatti per servire la personalità, e non il contrario. Una personalità umana vale più dell’universo materiale, perché un uomo può portare l’intero universo nella sua mente attraverso la conoscenza. Lo stesso Buon Dio ha messo sul piatto della bilancia il cosmo con un’anima, e ha chiesto: “Che cosa potrà dare l’uomo in cambio della propria anima?”

(Fulton J. Sheen; “Lift Up Your Heart” 1950)

“La politicizzazione si è insinuata anche nelle chiese, dove la teologia sta diventando politica”

Un esempio di come la politicizzazione distrugga l’etica nel diritto è Pilato, quando aveva Cristo davanti a sé come prigioniero. Il suo giudizio fu: “Chiaramente non ha fatto nulla per meritare la morte. Propongo quindi di lasciarlo andare con una severa fustigazione”. Aveva ceduto al dominio della folla, alla convenienza: nessuna preoccupazione per la giustizia, ma molta preoccupazione per la stampa e le pressioni della folla.

La politicizzazione si è insinuata anche nelle chiese, dove la teologia sta diventando politica, e l’atteggiamento verso le cose di Dio è meno importante dell’atteggiamento verso Cesare.

Come cambierebbe il nostro atteggiamento verso il giusto e lo sbagliato, il male e il bene, se ogni giudice fosse rapinato e ogni legislatore subisse un furto per la sua auto. Almeno in quei settori, l’etica sostituirebbe presto la politica.

(Fulton J. Sheen, “Bishop Sheen Writes, 3 giugno 1972”)

Alcuni amano parlare ininterrottamente di religione, come fece Erode fino a quando Giovanni il Battista non gli rinfacciò il suo problema morale. Più che di discussione, la religione è argomento di decisione.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

Le passioni, le lealtà profonde, che un tempo erano legate alla visione di Dio, alla morale, alla religione, ora ruotano intorno a partiti, punti di vista e gruppi di potere. Il risultato è che gli americani si arrabbiano per le cose sbagliate. Filtrano i moscerini e ingoiano i cammelli (Matteo 23: 23,24).

(Fulton J. Sheen)

AMA DIO E FA’ CIÒ CHE VUOI

“Se ami Dio, non farai mai nulla che possa offenderlo”

Il vero amore si impone sempre delle restrizioni per amore di altri, tanto nel caso del santo che fugge il mondo per meglio aderire a Cristo, come in quello del marito che si allontana dalle persone che ha frequentato prima del matrimonio per appartenere più completamente alla sposa di sua elezione. Il vero amore, per sua stessa natura, non ammette compromessi; è un atto di liberazione dall’egoismo e dall’egotismo. Il vero amore si serve della libertà per darsi immutabilmente ad altri.

Disse Sant’ Agostino: “Ama Dio, e fa’ ciò che vuoi”. E con ciò vuol significare che se tu ami Dio, non farai mai nulla che possa offenderlo. Nell’amore coniugale c’è del pari una perfetta libertà e insieme una sola limitazione che sta a difesa di tale amore, ossia il rifiuto di offendere l’essere amato. Nella libertà non c’è momento più sacro di quello in cui la capacità di amare altre persone è sospesa e arrestata da ciò che ci attrae nell’essere a cui abbiamo votato il nostro cuore.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

“La famiglia come società, precede sia lo Stato che la Chiesa”

La famiglia è il principio morale fondamentale della Società Domestica: è l’unità naturale della società e il diritto all’educazione appartiene principalmente ai genitori, non allo Stato.

La famiglia è, nell’ordine naturale, l’unica istituzione divina nel mondo. Dio non ha fondato la Camera di Commercio Americana, il C.I.O., la Lega Nazionale, o l’U.S.S.R.; ma creando l’uomo e la donna, che trovano il loro naturale complemento l’uno nell’altra, e i cui figli sono l’incarnazione del loro amore reciproco, Dio ha fondato la famiglia.

Come la famiglia è la società divinamente organizzata dell’ordine naturale, così la Chiesa è la società divinamente organizzata dell’ordine soprannaturale. Poiché la grazia è costruita sulla natura, la Chiesa non può distruggere i diritti naturali della società. La famiglia quindi, come società, precede sia lo Stato che la Chiesa.

(Fulton J. Sheen; discorso pronunciato il 6 febbraio 1944)

Se desiderate che qualcuno si converta alla piena conoscenza di Gesù Nostro Signore e del Suo Corpo Mistico, insegnategli a pregare il Rosario. Accadrà che: o costui sospenderà la recitazione del Rosario oppure otterrà il dono della Fede.

(Fulton J. Sheen, da “Maria Primo Amore del Mondo” edizioni Fede e Cultura)

La libertà non è tanto un diritto di nascita quanto una conquista. Siamo nati con la libertà di scelta, ma il modo in cui usiamo le nostre scelte ci rende schiavi o uomini liberi. La libertà interiore di questo tipo è l’ultima cosa che un uomo raggiunge, ed è ciò che San Paolo chiama la “gloriosa libertà dei figli di Dio”.

(Fulton J. Sheen, da “Lift up Your Heart”)

Siamo in una condizione della società in cui la scuola ha sostituito la Chiesa nell’educazione, e stiamo arrivando a una condizione in cui lo stato sostituirà la scuola. Questa è sempre la logica della storia: quando la famiglia rinuncia ai suoi diritti, lo Stato li assume come propri. Per evitare questa condizione, il nuovo ordine deve integrare in qualche modo la religione all’educazione.

(Fulton J. Sheen, da “Philosophies at War” 1943)

A differenza dell’estremo freudianesimo, il cristianesimo non è così meschino da fare del sesso l’istinto più importante della vita o da attribuire alla sola repressione sessuale i disordini psichici. Se la repressione dei più brutali istinti del sesso è l’unica causa delle anomalie mentali, come mai quelli che si abbandonano alla licenza carnale sono i più anormali degli uomini mentre quelli che credono nella religione e nella morale sono perfettamente normali?

Con una visione più comprensiva e più sana della vita, il cristianesimo scopre non la causa, ma le cause dei disturbi psichici. Oltre al sesso, il cristianesimo indica altre sei possibili cause: superbia, avidità, ira, invidia, gola e accidia.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)

“C’è così tanto male nel mondo che non può esserci un Dio…”

Il male è dunque una specie di parassita del bene. Se non ci fosse un bene con cui misurare le cose, il male non potrebbe esistere. Gli uomini a volte dimenticano questo, e dicono: c’è così tanto male nel mondo che non può esserci un Dio. Dimenticano che, se non ci fosse Dio, non avrebbero modo di distinguere il male dal bene. Il concetto stesso di male ammette e riconosce uno Standard, un Tutto, una Regola, un Ordine. Nessuno direbbe che la sua automobile è fuori uso se non avesse una concezione di come un’automobile dovrebbe funzionare.

(Fulton J. Sheen, da “Crisis in History”)

LE QUATTRO FASI DELL’ANIMA INNAMORATA DI DIO

Possiamo dunque individuare quattro fasi attraverso cui deve passare l’anima innamorata di Dio:

1) L’anima che comincia dall’amare se stessa per se stessa non tarda a sperimentare la propria insufficienza, in quanto si accorge che amare se stessa senza amare Dio è come amare il raggio senza amare il sole. Forse a questo punto l’anima scopre anche che l’individuo non sarebbe addirittura degno di essere amato qualora non vi fosse stata infusa da Dio stesso una certa amabilità o energia d’amore.

2) Dio non è amato per se stesso, ma nel nostro proprio interesse. A questo punto si fanno preghiere invocando questa o quella grazia, perché Dio viene amato in quanto può concedere dei favori. Tale era l’amore di Pietro quando chiese al Signore: “Che cosa ne ricaveremo?”.

3) Dio è amato per se stesso, non per il nostro proprio vantaggio. L’anima quindi invoca Dio, e non ciò che Dio può dare. Nell’ordine romantico questo corrisponde al momento in cui l’amata comincia ad amare il suo corteggiatore per se stesso, e non per le rose che le manda. È come l’amore materno che non chiede nulla in cambio.

4) Lo stadio finale è uno di quei rari momenti in cui l’amore di se stessi viene completamente abbandonato, svuotato e immolato per amore di Dio. Questo potrebbe corrispondere a quel momento della vita di una madre in cui lei non pensa più alla sua esistenza pur di salvare dalla morte il figlio. In questa forma di amore divino l’individuo non è distrutto ma trasfigurato: è questo quell’amore “al cui confronto ogni altro amore è pena”.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

Non è lontano il momento in cui gli uomini moderni lanceranno un appello frenetico a Dio perché li sollevi dalla cisterna vuota del loro ego… Il mondo è pieno di profeti dell’oscurità, e io sarei uno di loro se non credessi praticamente in Dio…Questo atteggiamento di pessimismo varia in rapporto diretto e proporzionale alla frequenza con cui si seguono le notizie del mondo…Di conseguenza, le persone conducono una vita politica, non una vita spirituale.

(Fulton J. Sheen, da “Way to Happiness”)

Il giorno in cui adotteremo nella nostra democrazia le idee già diffuse di alcuni giuristi americani secondo cui il diritto e la giustizia dipendono dalle convenzioni e dallo spirito del tempo, scriveremo la condanna a morte della nostra indipendenza…e quando negheremo Dio come fondamento dei nostri diritti, non avremo più diritti.

(Fulton J. Sheen)

OGNI PAESE HA IL GOVERNO CHE SI MERITA

Se marito e moglie vivono come se Dio non esistesse, allora l’America avrà dei burocrati che invocano l’ateismo come politica nazionale, ripudiando la Dichiarazione d’Indipendenza e negando che tutti i diritti e le libertà ci vengono da Dio. È la casa che decide la nazione. Quello che succede in famiglia accadrà più tardi al Congresso, alla Casa Bianca e alla Corte Suprema. Ogni paese ottiene il tipo di governo che si merita. Come viviamo in casa, così vivrà la nazione.

(Fulton J. Sheen, da “Communism and the Conscience of the West” 1948)

“Se il male venisse sempre chiamato con il suo vero nome, perderebbe gran parte delle sue attrattive”

Se ci chiediamo perché mai l’alcoolizzato ami l’alcool, perché il libertino ami certe perversioni, perché il criminale ami il furto, è perché ciascuno di loro ravvisa in quello che fa un qualche bene. Quel che ogni uomo cerca non è il massimo bene, perché, dotato com’è di libero arbitrio, ognuno può sempre scegliere un bene parziale anziché un bene totale, divinizzando così i propri appetiti. Per riuscire attraente, il male deve per lo meno assumere la parvenza della bontà. Bisogna che l’inferno s’indori dell’oro del paradiso, altrimenti gli uomini non desidererebbero mai quel male che esso comporta. Se il male venisse sempre chiamato con il suo vero nome, perderebbe gran parte delle sue attrattive. Quando le esagerazioni e le perversioni sessuali vengono chiamate “Kinsey Reports”, conferiscono un aspetto di bontà scientifica a ciò che non avrebbe alcuna attrattiva se venisse chiamato “lussuria”.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

Nota: I rapporti Kinsey sono due libri sul comportamento sessuale dell’essere umano: Sexual Behaviour in the Human Male (Il comportamento sessuale dell’uomo; 1948) e Sexual Behaviour in the Human Female (Il comportamento sessuale della donna; 1953), scritti dai Dott.ri Alfred Kinsey, Wardell Pomeroy e altri.

LA “BARACCOPOLI INTELLETTUALE” DEI NOSTRI GIORNI: EDUCAZIONE SENZA RAGIONE.

Il fatto triste è che i nostri intellettuali sono andati a “baraccopoli”. Nell’epoca vittoriana, c’era la “baraccopoli economica” in cui i ricchi scendevano dai poveri, non per sollevare i poveri dal loro bisogno, né per liberarsi delle loro superfluità, ma per godere dello shock e del brivido del contrasto economico. La “baraccopoli intellettuale” dei nostri giorni consiste nell’andare verso le masse non per alleviare la loro ignoranza dando loro la verità, ma per godere dello shock e del brivido dei movimenti rivoluzionari di massa senza una direzione intelligente… Come risultato, molte scuole oggi non stanno educando i giovani; stanno “condizionando” i giovani ad accettare un’autorità anonima senza ragione.

(Fulton J. Sheen, dal “discorso all’Associazione Nazionale Cattolica per l’Educazione, aprile 1954”)

Gli sconvolgimenti politici ed economici non sono che i sintomi del male più radicale, che nasce dall’irrazionalità perché la ragione umana ha perso le sue radici quando ha abbandonato la Ragione Eterna di Dio; nasce dalla violenza, perché vivere senza scopo è follia; nasce dall’ateismo, perché le coscienze inquiete devono perseguitare il bene.

(Fulton Sheen, da “The Declaration of Dependence, 1941”)

Nessuna ingiustizia che i nostri vicini ci hanno fatto può essere paragonata all’ingiustizia che facciamo a Dio attraverso i nostri peccati. Per questo dobbiamo perdonare i nostri nemici, perché ci è stato perdonato un peccato molto più grande: il peccato di aver trattato Dio come un nemico.

(Fulton J. Sheen, da “Go to Heaven – Andate in Paradiso”)

“Non è la nostra economia o la politica che ha fallito; è l’uomo che ha fallito, l’uomo che ha dimenticato Dio!”

Viviamo in tempi pericolosi, in cui i cuori e le anime degli uomini sono messi a dura prova. Mai prima d’ora il futuro è stato così imprevedibile…

E in tutta questa confusione e sconcerto i nostri “profeti” moderni dicono che la nostra economia ci ha deluso…No! Non è la nostra economia che ha fallito; è l’uomo che ha fallito, l’uomo che ha dimenticato Dio!

Quindi, nessun metodo di riaggiustamento economico o politico potrà salvare la nostra civiltà; possiamo essere salvati solo da un rinnovamento dell’uomo interiore, solo da una purificazione del nostro cuore e delle nostre anime; perché solo cercando prima il Regno di Dio e la Sua Giustizia tutte queste altre cose ci saranno date in aggiunta. In questo modo, 2000 fa, il mondo si è salvato dal paganesimo e dall’egoismo. Ed è così che sarà salvato di nuovo.

(Fulton J. Sheen, da “The prodigal world” 1935)

Quando Dio dona la libertà, non la toglie mai; per questo l’inferno è eterno. L’inferno è una garanzia della libertà umana; è il luogo dove l’uomo può gridare per sempre a Dio il suo rifiuto: “NON SERVIAM!”

(Fulton J. Sheen, da “Thinking Life Through” 1955)

La tragedia del mondo moderno è che in così tanti negano il peccato. Mai prima d’ora nella storia del mondo c’è stato così tanto male, e mai prima d’ora c’è stata così poca coscienza di esso. Parlate con un uomo moderno della riconciliazione della sua anima con Dio, e lui vi dirà: “Che cosa Gli ho mai fatto? L’ho lasciato in pace. Perché non dovrebbe lasciarmi in pace?”.

Perché dice questo? Per la stessa ragione per cui un uomo malato direbbe ad un chirurgo che volesse operarlo: “Non c’è niente che non vada in me. Lasciami in pace”. Allo stesso modo, se tu sei la tua legge, se tu stabilisci le norme, e se tu sei il tuo dio, allora non ha senso chiedere di essere riconciliato con Dio.

(Fulton J. Sheen)

Con la preghiera vocale andiamo da Dio a piedi. Con la meditazione andiamo da Dio a cavallo. Con la contemplazione andiamo da Dio come in un jet.

(Fulton J. Sheen)

Nella Chiesa, soltanto la preghiera ha importanza primaria; la pubblicità e i suoi metodi sono secondari. La ricerca delle vocazioni deve cominciare nelle nostre immediate vicinanze. Per due anni un Vescovo non ebbe alcun candidato al sacerdozio. Diede inizio a una campagna di preghiere nelle scuole della sua diocesi e nel giro di un anno, senza nessun altro genere di pubblicità, ne ebbe quaranta.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

Senza uomini giusti il mondo sarebbe oscuro e corrotto. Noi ci santifichiamo non per noi stessi come individui, ma per tutti gli altri, per il popolo di Dio. Non salviamo soltanto la nostra anima: o la salviamo col complesso del Corpo Mistico, o la perdiamo. Nessuna cellula del mio corpo può vivere normalmente se ne viene staccata, ma il mio corpo può vivere anche senza una qualunque cellula singola. In toto Christo viviamo e operiamo!

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

I libri rivoltanti contro la virtù sono definiti coraggiosi; quelli contro la moralità sono pubblicizzati come audaci e lungimiranti; e quelli contro Dio sono chiamati progressivi ed epocali. Dipingere le porte dell’inferno con l’oro del paradiso è sempre stata la caratteristica di una generazione in decadenza.

(Fulton J. Sheen, da “The Moral Universe”)

“Tutti nel mondo a un certo punto perdono la testa”

Erode aveva invitato Giovanni Battista nel suo palazzo non per ascoltare la verità ma per godere dell’emozione e provare il brivido della sua predicazione. Ce ne sono tanti al mondo così: non vogliono essere migliori, vogliono solo sentirsi meglio. Ma Giovanni non era il tipo di predicatore che attenuava il suo Vangelo per adattarsi al paganesimo dei suoi ascoltatori. Poiché condannò il secondo matrimonio di Erode, perse la testa. Tutti nel mondo a un certo punto perdono la testa, ma è meglio perdere la testa in difesa della Verità come Giovanni, piuttosto che perderla per il vino e la passione come Erode.

(Fulton J. Sheen, da “Personaggi della Passione”)

LA LOTTA ATTUALE È PER L’ANIMA DELL’UOMO

L’età della ragione è passata. Viviamo ora nei giorni della fede – la fede nei dittatori, ai quali gli uomini cedono la loro libertà per sfuggire al caos creato dal suo abuso. La civiltà secolare ha conquistato il mondo perdendo la sua anima, e avendo perso la sua anima, ora deve essere pronta a perdere il mondo. Ma il dualismo della storia esiste ancora. Ai tempi di Sant’Agostino, era il materiale che stava morendo e lo spirituale che stava per emergere. Oggi è lo spirituale che viene schiacciato e il materiale che rivendica il dominio. La lotta attuale è per l’anima dell’uomo. Ecco perché il Signore della Storia, nonostante tutte le smentite, è ancora coinvolto nella lotta.

(Fulton J. Sheen, da “Philosophy of Religion, The Impact of Modern Knowledge On Religion” 1948)

IL SEGRETO DELLA FELICITÀ: “Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore”

Il segreto della felicità è, per ogni uomo, vivere il più possibile vicino a Dio, e così vivrà anche più vicino al prossimo: tale è la sola e unica soluzione all’enigma dell’Amore. In questo amore, che è Dio, si perfeziona l’amore di sé, poiché in Lui amiamo anche il prossimo nostro come noi stessi e per la stessa ragione. Se dunque io odierò qualcuno, rivolgerò il mio odio verso una creatura che è stata fatta da Dio, e se amerò me stesso escludendo Dio dovrò constatare che in realtà non sto amando, bensì odiando me stesso perché non vivrei all’altezza del mio essere umano chiamato a essere figlio di Dio mediante il battesimo e la vita in Cristo.

L’amore a primo acchito potrebbe sembrare una vera contraddizione: come possiamo infatti amare noi stessi senza essere egoisti? E come amare gli altri senza perdere se stessi? La risposta è questa: amando noi stessi e il prossimo in Dio. È l’amore divino e solo l’amore divino a farci rettamente amare noi stessi e il prossimo. Infatti, Dio ci ha amati per primo nonostante fossimo peccatori. L’amore di sé evita l’egoismo mediante la ricerca dell’auto-perfezione, la quale si raggiunge amando Dio, e di conseguenza l’amore del prossimo evita il totalitarismo, ossia la perdita di se stessi mediante l’assorbimento nella massa, mediante l’amore del prossimo nella fraternità spirituale del Padre Nostro.

Quelle povere anime frustrate, rinchiuse entro la morsa della propria eccentricità, mantengono troppo indaffarati i loro piccoli cervelli egocentrici e troppo in ozio le loro mani e i loro piedi egoisti. Se cominciassero ad amare il loro prossimo per amore di Dio, si accorgerebbero presto di aspirare al loro proprio perfezionamento morale, che consiste non nella ricerca meschina della propria volontà, ma nel conformarsi alla volontà divina. Questa duplice legge, dell’amore di sé e dell’amore del prossimo in Dio, è il segreto della vita; per questo nostro Signore, subito dopo averci impartito la legge dell’amore di Dio e del prossimo, soggiunse: “Fa’ questo e vivrai” (Lc 10,28).

Dio non ha mai avuto l’intenzione di separare l’ “Io” e il “Tu”, né si può considerare in alcun modo Dio come un ostacolo al pieno godimento di se stessi, né, tantomeno, Lui si pone in competizione con noi nell’amore del nostro prossimo. Ma quando l’amore si fa trino, allora al centro dell’ “Io” e del “Tu” viene a prendere dimora Dio stesso, impedendo in tal modo che l’ “Io” diventi egotista e che il “Tu” si trasformi in un utensile o in uno volgare strumento di piacere. In un tale amore è lo stesso Dio che si mette, per così dire, “in pellegrinaggio” al nostro fianco. Ma se volessimo ricercare la ragione per cui occorrono tre elementi perché si realizzi l’amore, dovremmo volgere il nostro sguardo nel cuore stesso di Dio.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

FRASI, PENSIERI, DISCORSI E MEDITAZIONI DI FULTON J. SHEEN LIBRO IN PDF

Qui potete scaricare il PDF con le frasi, i pensieri, i discorsi e le meditazioni di Fulton Sheen. Sono 271 pagine. Condividete il PDF. Grazie e buona lettura!

Cliccare qui sotto per scaricare il file PDF:

Ciò a cui l’uomo tende, ne sia o no consapevole, è la Vita Perfetta, la Verità Totale e l’Amore Estatico: e tale è la definizione di Dio.

La ricerca di ciò che è puramente temporale e secolare non può soddisfare questo desiderio, da parte dell’uomo, di un bene che è trascendente, al di fuori del tempo, e che soddisfa completamente le più sublimi aspirazioni della sua anima.

“L’obiettivo dell’uomo deve trascendere ciò che è possibile stringere in un pugno”.

Ciò a cui egli tende, ne sia o no consapevole, è la Vita Perfetta, la Verità Totale e l’Amore Estatico: e tale è la definizione di Dio. Sicché, come dice Sant’Agostino: “I nostri cuori non avranno riposo finché non riposeranno in Te, o Signore”.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”).

CHI PUÒ INCONTRARE E SCOPRIRE DIO? CHI E’ UMILE.

80064277_461740857829635_8134556672942145536_n

Nostro Signore Gesù non è nato sotto l’ampia volta del cielo, dove gli uomini possono camminare a testa alta, ma in una grotta, in cui solo curvandosi e inchinandosi è possibile entrare. Questo abbassarsi è il gesto dell’umiltà.

Certe menti sono troppo orgogliose per sapersi abbassare, e così perdono la Gioia che li attende nella grotta.

I Pastori ed i Magi erano abbastanza umili per volersi inchinare, e dopo che si furono abbassati scoprirono di non essere affatto in una grotta, bensì in un mondo nuovo in cui si trovava una mirabilissima Donna, alla quale il sole incoronava la fronte e la luna faceva da sgabello ai piedi, che reggeva fra le braccia il Bambino le cui minuscole Dita sorreggono la terra intera che ci ospita.

Ed allorché i pastori ed i Magi si inginocchiarono per adorare, io mi domando se furono i sapienti ad invidiare i semplici, o i semplici ad invidiare i sapienti. Credo fossero i Magi ad invidiare i pastori, perché il cammino di questi era stato molto più breve e non avevano impiegato tanto tempo a scoprire quella Sapienza che è Dio.

Le anime semplici come quelle dei Pastori trovano Dio, perché sanno di non sapere nulla; le anime veramente sapienti come quelle dei Magi trovano Dio perché sanno di non sapere ogni cosa.

(Beato Fulton J. Sheen, da “L’Uomo di Galilea”)

LA VERITÀ È DEGNA DI AMORE.

La filosofia appaga soltanto per un certo tempo, ma lascia poco posto all’amore. Nessuno può mai innamorarsi di un teorema di geometria, o della tavola dei logaritmi, pur se essi sono veri e giusti nell’ordine matematico.

Il Cuore non può trovare pace se non in una Persona. Nessuna persona, di quante sono vissute, ha mai identificato se stessa con la Verità, tranne Cristo; e ciò perché Egli è il Figlio di Dio.

Tutti gli altri riformatori religiosi hanno detto: “Io parlo in termini di verità”, oppure “Io vi dò questo codice di morale”, oppure “Ecco i miei comandamenti”.

Cristo, invece, ha detto: “Io Sono la Verità”. In Lui, la verità e la persona, l’Ideale e la realtà di fatto, si eguagliavano. Perché Dio Si manifesta in Cristo, la Verità è degna di Amore.

(Beato Fulton J. Sheen, da “Pensieri per la vita di ogni giorno”)