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INFEDELTÀ, ADULTERIO, CONVIVENZA “Le unioni sessuali fuori dal matrimonio lasciano un senso d’incompletezza, di vuoto, con una potenziale disposizione all’odio”

La principale ragione per cui le esperienze erotiche extra-matrimoniali provocano una tensione psicologica sta nel fatto che il vuoto tra la carne e lo spirito viene in questo caso più intensamente percepito. Qui sta la chiave per comprendere la diversità degli stati d’animo che si accompagnano a un’unione veramente coniugale e quelli che si accompagnano a un’eccitazione extra-coniugale. La prima è ciò che potrebbe chiamarsi il pagamento di un ‘debitum’: “La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1Cor 7,4).

L’unione coniugale, quindi, in quanto è combinazione di giustizia che implica un debito d’amore, soddisfa lo spirito. L’unione extra-coniugale, invece, in quanto non implica giustizia, ma è solo un dono del corpo senza l’amore dell’anima, non nutre mai lo spirito, bensì lascia un senso d’incompletezza, di vuoto, con una potenziale disposizione all’odio. La prima forma di amore sintetizza le relazioni tra corpo e anima, la seconda le brutalizza. E questo perché mentre lo spirito anela all’unità, l’elemento carnale tende alla separazione e disgregazione attraverso la sua stessa promiscuità.

Quegli psicologi che nel matrimonio vedono soltanto un problema di adattamento sessuale si basano sull’assunto che uomo e donna non siano differenti dagli animali della foresta. La differenza tra l’animale e la creatura umana è invece da ricercarsi nella struttura ontologica di quest’ultima, che si trova in uno stato di costante conflitto perché, pur sapendo di avere ali per volare, è obbligata a camminare sulla terra.

Nessuna vergogna o rimorso si associa all’atto coniugale, neanche nei riguardi di questa tensione corpo-anima, perché il corpo viene usato come tramite di comunicazione spirituale. È allora che il matrimonio santifica e diventa un’occasione di merito. L’anelito verso l’infinito è in gran misura soddisfatto, sia perché il reciproco amore del marito e della moglie riflette l’unione di Cristo e della Chiesa, sia perché un tale amore conduce alla procreazione.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

VUOI TROVARE DIO? VUOI ASCOLTARE LA SUA VOCE? “Il silenzio è la condizione indispensabile per entrare in noi stessi, cioè, in definitiva, per trovare Dio”

Una delle più grandi mancanze dei nostri giorni è precisamente IL SILENZIO. La vita moderna pare avere una vera passione per il chiasso, per il trambusto, per la confusione. Un desiderio eccessivo per tutto ciò che distrae, per la ricerca dei divertimenti, il continuo andare e venire, i vari eccitamenti e brividi, il movimento per il puro gusto del movimento.

Qual è la ragione di questa passione per tutto ciò che ci distrae?

La ragione vera sta in quel grande desiderio che gli esseri umani hanno di realizzare quella cosa che è a loro impossibile, cioè: sfuggire a sé stessi. Essi non amano stare soli con sé stessi perché non ci trovano gusto; non amano stare da soli con la loro coscienza perché essa li rimprovera. Essi non amano stare tranquilli perché i passi del “Levriero del Cielo” possono essere uditi nel silenzio e non nel frastuono. Essi non amano stare in silenzio, perché la Voce di Dio è simile ad un sussurro e non può essere udita nel tumulto delle vie cittadine.

Tutte queste ragioni, per cui il mondo moderno ama la distrazione, si possono ridurre a questa: ciò che distrae soffoca la Voce di Dio e anestetizza la coscienza.

Il risultato è che ben poche persone conoscono sé stesse. Conoscono gli altri meglio di loro. E questa è la ragione per cui pochi vedono le proprie colpe.

Per rimediare a questo stato di cose occorre meno musica, meno distrazioni, meno frastuono, e un po’ più di silenzio. Dobbiamo ritirarci nel deserto delle nostre anime per godervi un po’ di riposo, un po’ di distacco dagli uomini e un po’ di raccoglimento con Dio; un po’ di quiete che permetta all’anima di sensibilizzarsi ai “Sussurri di Dio”; la fuga dalle massime moderne, dai cavilli delle nuove filosofie; dagli eccitamenti sensibili che disturbano l’anima.

Un po’ di ritiro ispirato all’esempio di Cristo, di Colui che, tra tutti gli uomini, era quello che aveva meno bisogno di una preparazione di silenzio per una vita di attività e invece ha fatto precedere alla sua vita di apostolato una preparazione di silenzio e preghiera superiore a quella di tutti gli apostoli; un po’ più di tranquillità ispirata all’esempio di Gesù che, pur assorbito da un vortice di dinamismo, sapeva passare le notti in preghiera sulle montagne.

Il silenzio è la condizione indispensabile per entrare in noi stessi, cioè, in definitiva, per trovare Dio. Non dipende dall’ambiente in cui ci troviamo, ma dipende dai pensieri coi quali c’intratteniamo. Il silenzio è quell’attività per cui ogni nostra facoltà -intelligenza, cuore, volontà- è protesa verso l’interno tutta attenta ad ascoltare la Voce di Dio.

Il silenzio costituisce l’atmosfera necessaria per rientrare in noi stessi e per giungere alla riflessione. Nel silenzio della preghiera l’uomo comincia a cercare Dio. Lo spirito riflessivo riesce a emergere dal marasma della vita e nella contemplazione sente la nausea di tutto quello che ha per aver poi nostalgia di quello che gli manca.

L’anima si separa dai desideri terreni e incomincia a ricercare quell’angolo di raccoglimento dove poter sentire quella continua Presenza che sembra parlarle da un Roveto Ardente. Il Desiderio per le cose del Cielo, nascosto in ogni uomo, adesso grida verso il soggetto; la riflessione comincia e con essa l’individuo è portato a farsi naturalmente la domanda: “Perché sono a questo mondo?”.

La risposta alla domanda non tarda ad arrivare, è quella contenuta nel piccolo catechismo: “Per conoscere, amare e servire Dio in questa vita, per poi goderLo nell’altra in Paradiso!”

(Fulton J. Sheen, da “La più grande urgenza”)

L’EUCARISTIA È UN SACRIFICIO E UN SACRAMENTO: NOI VIVIAMO DI CIÒ CHE UCCIDIAMO.

Il sacramento dell’Eucaristia ha due aspetti: è al contempo un sacrificio e un sacramento. Poiché la vita biologica non è che un riflesso, una debole eco, un’ombra della vita divina, nell’ordine naturale si possono trovare analogie con le bellezze divine. La natura stessa non ha forse un duplice aspetto: un sacrificio e un sacramento? Le verdure servite a tavola, la carne presentata sul piatto, sono i sacramenti naturali del corpo dell’uomo, che vive per mezzo loro. Se avessero la parola potrebbero dirci: «Se non entrerai in comunione con me non potrai vivere».

Ma se esaminiamo in che modo la creazione inferiore degli elementi, della verdura o della carne possano diventare il sacramento o la comunione dell’uomo, veniamo immediatamente introdotti al concetto di sacrificio. I vegetali non devono venire sradicati dalla terra, soggetti alla legge della morte e passare attraverso la dura prova del fuoco prima di poter divenire sacramento della vita fisica o entrare in comunione con il corpo? La carne nel piatto che era un giorno qualcosa di vivente, non è stata soggetta al coltello e il suo sangue versato sul suolo di un naturale Getsemani o Calvario prima che fosse pronta per essere presentata all’uomo? La natura, di conseguenza, suggerisce che un sacrificio deve precedere un sacramento; la morte è il preludio della comunione.

In altre parole, se una cosa non muore, non può iniziare a vivere in un ordine superiore. Per esempio, entrare in comunione senza un sacrificio sarebbe, nell’ordine naturale, come mangiare le verdure e la carne crude. Guardando faccia a faccia le realtà della vita, vediamo che noi viviamo di ciò che uccidiamo. Elevandoci all’ordine soprannaturale, viviamo ancora di ciò che uccidiamo. Sono stati i nostri peccati ad aver ucciso Cristo sul Calvario e, per la potenza di Dio che è risorto dai morti e regna nella gloria dei cieli, egli ora diventa la nostra vita entrando in comunione con noi, e noi con lui. Nell’ordine divino ci deve essere il sacrificio o la consacrazione della Messa prima che ci possa essere il sacramento o la comunione tra le anime e Dio.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

IL MONDO OGGI SOFFRE DI MEDIOCRITÀ, STIAMO MORENDO PER LA MEDIOCRITÀ! NON ABBIAMO BISOGNO DEI POLITICI DEI NOSTRI GIORNI! NON SONO LE ISTITUZIONI CHE OGGI MANCANO! CHE COSA CI MANCA? QUAL’È LA PIÙ GRANDE URGENZA?

C’è nel mondo una grande carestia. Carestia non di pane: ne abbiamo fin troppo al punto che la sua sovrabbondanza ci ha fatto dimenticare Dio. Carestia non di oro: esso è così tanto che il suo luccichio ci ha accecati al punto da non lasciarci più vedere lo scintillio delle stelle. C’è nel mondo la carestia di una cosa più importante, che sta per mancare in tutti i paesi del mondo: si tratta della carestia di uomini veramente grandi.

In altre parole: il mondo oggi soffre di una terribile malattia di mediocrità. Stiamo morendo di mediocrità.

La grande urgenza di oggi sono i grandi uomini. La vita dell’uomo grande di oggi si svolge sotto il segno del piccolo: un piccolo che è eroico, un piccolo che giunge fino al sacrificio, un piccolo che è grande.

In politica sono ben pochi quelli che seguono i giusti principi: si segue l’opinione pubblica. La maggior parte dei nostri politici, anziché guidare la gente verso nobili mete, la guida per le loro ignobili strade. E ciò che si dice della politica, vale anche per la religione.

La religione sta mettendo le pantofole. I suoi “profeti” sono troppo accondiscendenti alle idee moderne solo perché sono moderne, non importa più se siano giuste o sbagliate. I nostri “profeti” evitano di prendere posizione quando si tratta della Verità, per timore di farsi dei nemici. Essi inalberano le loro vele a ogni vento di popolarità e non oserebbero dire una parola contro un pregiudizio corrente, contro un errore che trionfa. Essi sono beati di una beatitudine che Cristo non ha mai promesso e se ne beano perché sono deboli. Non sono le istituzioni che mancano oggi: ci mancano i grandi uomini! (…)

La grandezza non è qualcosa di esterno all’uomo stesso. È piuttosto qualcosa di interno all’uomo. La grandezza è una qualità del cuore e dell’anima con cui l’uomo riesce a conquistare non tanto il dominio sul cuore, quanto piuttosto il dominio sulle sue passioni. La grandezza consiste nell’avere il senso della giustizia, dell’ordine e della carità. Se ci poniamo da questo punto di vista noi dobbiamo riconoscere che l’uomo, mentre è divinamente attrezzato per dominare la natura, al contrario è ben meschinamente equipaggiato per dominare sé stesso. Eppure, è proprio in questo autodominio che sta la vera grandezza.

Oggi il mondo ha uno struggente bisogno di uomini convinti che la più grande vittoria dell’uomo è la vittoria su se stessi; che il vero lavoro è realizzato non tanto nell’attività quanto piuttosto dal silenzio; di uomini che cercano prima il Regno di Dio e la sua Giustizia e che attuano la legge per cui solo attraverso la morte del corpo si giunge alla Vita Eterna dello Spirito; di uomini che affrontano gli orrori del Venerdì Santo per sfociare nella gioia smagliante della Domenica di Pasqua; di uomini che, simili a lampi, bruciano i legami di interesse che legano le nostre energie al mondo; di uomini che con voce coraggiosa come San Giovanni Battista, risveglino la nostra natura sonnolenta dai lacci del nostro pigro riposo; di uomini che vincono le loro vittorie non già scendendo dalla Croce e venendo a compromessi col mondo, ma bensì affrontando dure sofferenze per giungere a conquistare il mondo.

In una parola: noi abbiamo bisogno di santi, perché i santi sono gli uomini veramente grandi… semplicemente perché essi sarebbero grandi della Grandezza di Cristo.

(Fulton J. Sheen, da “La più grande urgenza”)

FULTON SHEEN E LA MADONNA DI LOURDES: “FAMMI SOFFRIRE PER CONVERTIRE UN’ANIMA” – “OGNI ANIMA HA IL SUO PREZZO”

Una storia di Sheen che ricorderò sempre è quella in cui stava dicendo messa alla grotta di Lourdes e chiese al Signore di farlo soffrire per convertire un’anima. Poco dopo la fine della messa, mentre stava tornando a piedi alla sua residenza, una giovane donna sui 20 anni lo ha seguito per tutta la strada.

Quando Sheen le chiese se lo stava seguendo, lei disse: “Sì, ma non so davvero perché”. Sheen ha risposto: “Devi essere il mio problema [per il quale aveva appena pregato]”.

Lei era olandese e faceva parte di un gruppo di 40 persone che si erano recate a Lourdes dall’Olanda, ma disse che era atea.

Sheen ha risposto: “Questa è una sciocchezza. Probabilmente eri cattolica”, al che lei rispose: “Sì”. Sheen le disse che sarebbe rimasto a Lourdes finché non l’avesse riportata alla Chiesa… e dopo circa 3 giorni, lo fece.

Per inciso, entrambi seppero che mentre questa giovane donna veniva riportata a Dio attraverso Sheen, il resto del suo gruppo di 40 persone andò sui Pirenei con un autobus…l’autobus cadde in un dirupo e morirono tutti. Lei era l’unica del suo gruppo rimasta viva.

Fu quando Sheen partì da Lourdes per Parigi che disse che iniziarono tutti i suoi problemi. È stato un viaggio in treno infernale che è durato 3 giorni, quello che sarebbe dovuto essere solo un viaggio di mezza giornata…quando finalmente arrivò, gli venne in mente la sua preghiera e disse: “Ogni anima ha il suo prezzo”.

Questo era il sacerdozio di Sheen e ciò che lo rendeva così potente nella conversione delle anime. Portava Maria e il suo amore sacrificale in ogni incontro che aveva con un potenziale convertito. La sua vita eroica era una vivida icona del messaggio di Maria al mondo a Lourdes e il motivo per cui Sheen ha un numero incalcolabile di amici in Cielo, a cui ha dato il suo amore e la sua vita per portarceli. E se vogliamo riportare l’America e il mondo a Dio, guardiamo al cammino che ci ha indicato Nostra Signora di Lourdes e al cammino percorso da Fulton Sheen: Purezza, Penitenza, Rosario e Guarigione.

(Testimonianza del Dr. Peter Howard)

Fonte in lingua inglese: https://www.google.com/amp/s/www.fultonsheen.institute/amp/fulton-sheen-and-lourdes

Quello che lo zelo è per la religione, la fedeltà e la fecondità lo sono per il matrimonio, ossia la devozione verso la persona cara e la proiezione di quell’amore nella famiglia…“Non ama chi non ama per sempre”

Lo zelo non è soltanto un influsso positivo, come quando la religiosità si trasforma in apostolato, ma si traduce anche in un senso negativo, o meglio, non soltanto attraverso una forza attraente ma anche attraverso una spinta repellente, ossia nel rifiuto di tutto quello che è contrario alla volontà di Dio. Quando Nostro Signore, entrato nel Tempio di Gerusalemme, lo trovò profanato dalla presenza dei mercanti fece con una corda una frusta e scacciò tutti costoro, a testimonianza della Scrittura: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà” (Gv 2,17).

Dal volatile che difende il nido dei suoi nati al martire che muore per la fede, vediamo l’amore traboccare di zelo nel suo senso migliore. Ma anche il malvagio può essere zelante per quei mali che ama, sia che si tratti dell’avaro per il suo oro, o dell’adultera per il suo complice, o del comunista per la rivoluzione mondiale. Le cose che siamo pronti a difendere a costo di spendere tutta la nostra energia, o a dare la vita pur di conservarle, sono l’esatta misura del nostro zelo!

Bisogna persuadersi perciò che il movente di tutti i nostri atti è l’amore. Gli argomenti di cui parliamo, le persone che odiamo, gli ideali che perseguiamo, i fatti che ci contrariano, sono altrettante espressioni di quanto abbiamo nei nostri cuori. Pochi si rendono conto della misura in cui rivelano la loro personalità svelando ciò che più amano: “La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda” (Mt 12,34), e se amiamo ciò che non dovremmo, tutta la nostra vita ne risulterà falsata. (…)

Quello che lo zelo è per la religione, la fedeltà e la fecondità lo sono per il matrimonio, ossia la devozione verso la persona cara e la proiezione di quell’amore nella famiglia. Una tale fedeltà non sorge dall’abitudine, che è affine alle necessità organiche ed economiche, ma è invece un’affermazione del significato assoluto che una data persona ha per la nostra vita. Questo genere di zelo non solo sommerge tutti quei desideri biologici a esso estranei, ma è anche basato sulla consapevolezza che l’altra persona è quella che Dio ha scelta per noi “nella buona o nella cattiva sorte, nella ricchezza o nella povertà, finché morte non ci separi”. Bene scrisse perciò Euripide quando disse: “Non ama chi non ama per sempre”. (…)

Lo zelo si manifesta spiritualmente nel condurre altre anime a Dio, e fisicamente nella procreazione di altri figli a Dio. La fecondità è il naturale effetto dell’amore tra l’albero e la terra, tra il missionario e il pagano, tra il marito e la moglie: l’amore non prospera nella moderazione. Lo zelo è generosità. L’amore che misura i sacrifici da compiere per gli altri tarpa le proprie aspirazioni.

Nostro Signore disse che l’amore zelante aveva due caratteristiche: la prima è il perdono, la seconda consiste nel non conoscere limiti. È perdono perché sa che il perdono di Dio verso di noi è subordinato al nostro perdono verso gli altri, per tale ragione l’amore, quello vero, non inforca le lenti d’ingrandimento quando osserva gli errori altrui. La vita coniugale ha un bisogno vitale di questo zelo sotto la forma della tolleranza, il che non significa che di fronte a ogni contrarietà si debbano stringere i denti o che si debba coltivare l’indifferenza. Si tratta piuttosto di un’azione positiva e costruttrice, che introduce l’amore dove non c’è. Una tale specie di zelo ci fa sentire sottoposti a un obbligo ben più squisito e più divino del semplice contratto matrimoniale.

Lo zelo non conosce limiti, non dice mai “basta”. Nostro Signore disse che i suoi seguaci, dopo aver fatto quanto dovevano, dovevano ancora considerarsi “servi inutili”. Abbattendo ogni limitazione dell’amore, Gesù affermò: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due” (Mt 5,39-41).

Nel servizio di Dio e nel matrimonio occorre quindi una generosità che superi di gran lunga i limiti della giustizia. Il vicino di casa che offre di venire ad aiutare per un’ora e ci rimarrà per due, il medico che oltre alle visite professionali “si fermerà un momento a vedere come state”, il marito e la moglie che gareggeranno in amore reciproco, tutti avranno compreso quello che è uno degli effetti più belli dell’amore: lo zelo, che tutti rende folli l’uno dell’altro. Non per nulla San Paolo dice che per Cristo siamo diventati dei folli! (Cfr. 1Cor 4,10).

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

-LA GUERRA COME GIUDIZIO DI DIO- “Nulla accade nel mondo che prima non sia capitato nel cuore dell’uomo…Il fatto che dimentichiamo Dio ha relazione con la guerra più di quanto si possa realmente pensare”

Alcuni anni fa un illustre docente di Bruxelles ha studiato tutte le guerre che sono intercorse tra il 1496 a.C. e il 1861 d.C., cioè in 3.357 anni di storia. Quale risultato ne consegue? 3.130 anni di guerra e soltanto 227 anni di pace. Altro dato interessante è la frequenza delle guerre nei tempi moderni: l’intervallo tra un conflitto e l’altro si rivela sempre più breve. Corrono infatti 55 anni tra le guerre napoleoniche e la Guerra franco-prussiana, 43 tra la Guerra franco-prussiana e la Prima Guerra Mondiale, 29 tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. 55, 43, 29: ciò in un’epoca in cui si riteneva che l’uomo avesse a disposizione tutte le condizioni materiali indispensabili per la sua felicità. E ora viviamo sotto la minaccia di un suicidio cosmico!

Prendiamo ora in considerazione il problema del meccanismo di pace orientato a evitare le guerre. Consideriamo i trattati di pace stipulati dalla Società delle Nazioni tra il 1920 e il 1939, anno in cui iniziò la Seconda Guerra Mondiale. In soli 19 anni furono firmati ben 4.568 trattati! Durante gli undici mesi che hanno preceduto l’inizio del Secondo Conflitto Mondiale, la Società delle Nazioni ne ha sottoscritti circa 211. Questi documenti erano scritti soltanto sulla carta, oppure erano incisi nei cuori degli uomini? E quando oggi si sente parlare della stesura di alcuni trattati dell’ONU, dobbiamo chiederci se siano scritti in piena coscienza del fatto che coloro che li sottoscrivono sono direttamente responsabili dinanzi a Dio! Le nazioni che firmano tali documenti si possono paragonare a un marito e una moglie che, quando si incontrano al bar per un aperitivo, si scambiano parole amorevoli, mentre tra le mura domestiche si rivolgono le offese più umilianti.

A che giova eliminare le condizioni esterne di conflitto quando permangono le condizioni interne di egoismo, di odio nei confronti del prossimo, di fanatismo, intolleranza e abbandono del divino? Le guerre non sono causate soltanto dalle aggressioni o dalla tirannia esterna: se in certe anime non ci fosse lo spirito di egoismo, non avverrebbe sin dall’inizio alcuna aggressione. Nulla accade nel mondo che prima non sia capitato nel cuore dell’uomo. La guerra è effettivamente una proiezione della malvagità umana. Il fatto che dimentichiamo Dio ha relazione con la guerra più di quanto si possa realmente pensare.

Dio ha stabilito certe leggi nell’universo, in forza delle quali le cose raggiungono la perfezione. Queste leggi sono principalmente di due tipi: naturali e morali. Le leggi naturali, come le leggi dell’astronomia, della fisica o della biologia, corrispondono in verità ai riflessi della ragione eterna di Dio. Egli ha stabilito che le cose si comportassero in un modo particolare (per esempio si può dire che la quercia è un “giudizio” portato sulla ghianda e che il frumento è un “giudizio” sul seme che è stato seminato). Ma Dio non ha creato l’uomo così come aveva creato il sole, il quale può solamente sorgere e tramontare. Creando l’uomo libero, Dio gli ha donato una legge più elevata della legge naturale, ovvero la legge morale. Il fuoco deve obbedire alla legge naturale della propria natura, ma l’uomo dovrebbe soltanto obbedire alla legge morale. La sua libertà gli offre la possibilità di ribellarsi.

Lo scopo di Dio nell’imporre una legge alle cose era condurle necessariamente alla loro perfezione. Diversamente, lo scopo di Dio nel dare all’uomo la legge morale era quello di guidarlo liberamente alla sua perfezione. Nella misura in cui gli uomini obbediscono alla volontà di Dio, sono felici e in pace; nella misura in cui essi disobbediscono liberamente, si fanno del male, e questa conseguenza è chiamata giudizio.

I giudizi nell’ordine naturale sono evidenti. Il mio mal di testa, per esempio, è un giudizio sul mio rifiuto di mangiare, che rientra in una legge naturale; invece la mia atrofia muscolare è un giudizio sul mio rifiuto di fare movimento. La disobbedienza a queste leggi comporta alcune conseguenze, non perché siano volute, ma per la natura stessa di quella realtà che Dio ha creato. Nessuno che eccede nel bere desidera il mal di testa, ma lo provoca. Allo stesso modo nessuno che pecca desidera la solitudine e la frustrazione dell’anima, però tuttavia le avverte. Nell’infrangere una legge soffriamo sempre delle conseguenze che non volevamo (a certi effetti seguono determinate cause).

Quando si presentano delle calamità, in seguito alla negligenza personale o alla sfida rivolta alla volontà di Dio, avviene quello che possiamo definire il giudizio di Dio. Il mondo non ha voluto la guerra, ma ha voluto uno stile di vita che l’ha generata. In tal senso essa è un giudizio di Dio. Il peccato conduce alla rovina, che è l’espressione della condanna del male pronunciata da Dio, quindi la “registrazione” del suo Giudizio. La frustrazione che risulta dalla nostra disobbedienza alla legge divina è il Suo giudizio. E nel disobbedire alla legge morale di Dio non distruggiamo la legge in sé, ma principalmente noi stessi. Io, per esempio, sono libero di fare un cattivo uso della legge di gravità gettandomi dall’alto di un edificio, ma così facendo mi uccido. Tuttavia la legge rimane. (…)

Nella disobbedienza alla volontà divina distruggiamo noi stessi; nel trafiggere Dio trafiggiamo il nostro stesso cuore. Per mezzo delle catastrofi comprendiamo con tristezza che la legge morale è giusta, e che alla fine dovrà prevalere. Visto che il fuoco brucia, non tocchiamolo con le mani: visto che l’assenza di Dio causa le guerre, avviciniamoci a Dio. Popoli e nazioni devono apprendere, con lacrime e sudore, nel dolore e nel sangue, che l’atteggiamento sbagliato nei riguardi della legge naturale e della legge morale è contemporaneamente e necessariamente un atteggiamento errato nei riguardi di Dio, e ci attira un destino inevitabile, il Suo Giudizio.

(Fulton J. Sheen, da “La Vita merita di essere vissuta” edizioni Fede e Cultura)

L’ESAME DI COSCIENZA: “In tutte le altre religioni bisogna essere buoni per andare a Dio; nel cristianesimo, no.”

Come un uomo d’affari alla sera esamina sul suo libro-cassa l’ammontare del dare e dell’avere, così ogni anima dovrebbe, alla fine della giornata, esaminare la sua coscienza, non ponendosi come modello, bensì considerandola alla luce di Dio, suo creatore e giudice. L’esame di coscienza serale porta alla superficie le colpe segrete che abbiamo commesso durante il giorno; cerca di scoprire le erbacce che ostacolano la crescita della grazia di Dio e distruggono la pace dell’anima.

Analizza pensieri, parole e opere, peccati di omissione e peccati di “commissione”. Per “omissione” noi intendiamo il bene che ci si dimentica di fare (non soccorrere il prossimo bisognoso di aiuto, rifiutare una parola di conforto a chi è oppresso dal dolore, ecc.). I peccati di “commissione” comprendono invece le osservazioni maliziose, le menzogne, gli atti disonesti, l’egoismo, l’amore smodato per il denaro, la sensualità illecita, l’odio, l’eccesso di indulgenza, la gelosia e la pigrizia.

Vi è inoltre l’esame di quello che gli scrittori che trattano dei problemi dello spirito chiamano la nostra “colpa predominante”. Ognuno di noi ha un peccato che commette più spesso degli altri. I direttori spirituali dicono che se ogni anno noi cancellassimo un solo peccato grave, diventeremmo perfetti in breve tempo. L’esame di coscienza, che considera la colpa un’offesa all’Amore di Dio o del prossimo, è tutt’altra cosa dal tentativo di guarire le forme patologiche di colpa che ossessionano alcune menti ammalate. Il primo non potrà mai essere annullato da nessuna forma di analisi o di psichiatria; il secondo può rientrare in quel campo o, allo stesso modo, appartenere al dominio spirituale. (…)

L’esame di coscienza non solo dà sollievo alla nostra tristezza, non solo ci offre una seconda possibilità di essere perdonati, ma ci restituisce anche all’Amore. Nell’esame di coscienza una persona si concentra meno sul proprio peccato che sulla Misericordia di Dio, come il ferito si concentra meno sulla sua ferita che sull’abilità del medico che lo fascia e lo cura. L’esame di coscienza non sviluppa alcun complesso perché si compie nella luce della giustizia divina.

L’uomo non è la norma, né la fonte della speranza. Tutta la fragilità e la debolezza umane sono viste nella radiazione dell’infinita bontà di Dio; e una colpa non è mai separata dalla conoscenza della divina misericordia. L’esame di coscienza raffigura il peccato non come una violazione della legge, ma come una rottura di rapporti. Produce dolore non perché è stato violato un codice, ma perché è stato ferito l’amore. Come la dispensa vuota induce a fare la spesa, così l’anima vuota è indotta a cercare il Pane della Vita. Procedere all’esame della propria coscienza non significa concentrarsi su di essa come un mistico Orientale che contempla il proprio ombelico. L’eccessiva introspezione porta all’immobilità e alla morbosità.

Nessuno spirito, nessun’anima è più disperata di quella che dice di volersela “cavare da sola”. L’anima cristiana sa che ha bisogno dell’aiuto divino e perciò si volge a Colui che ci amava anche mentre peccavamo. L’esame di coscienza, anziché indurre alla morbosità, diventa quindi un’occasione di gioia. Ci sono due modi di rendersi conto della bontà e dell’amore di Dio: l’uno è quello di non perderLo mai, conservando l’innocenza; l’altro è quello di ritrovarLo dopo averLo perduto. (…)

Il pentimento non riguarda noi: riguarda Dio. Non consiste nell’imprecare contro di noi, ma nell’amare Dio. Il cristianesimo ci ordina di accettare noi stessi così come siamo, con tutte le nostre colpe, le nostre debolezze, i nostri peccati. In tutte le altre religioni bisogna essere buoni per andare a Dio; nel cristianesimo, no.

Il cristianesimo potrebbe riassumersi in queste parole: “Venite come siete”. Esso ci ordina di smettere di tormentarci per noi stessi, di smettere di concentrarci sulle nostre colpe e sulle nostre mancanze e di confidarle al Salvatore col fermo proposito di migliorarci. L’esame di coscienza non spinge mai alla disperazione, ma sempre alla speranza.

Alcuni psicologi, usando debitamente il loro metodo, hanno ridato la pace mentale a qualche individuo, ma soltanto perché hanno trovato una valvola di sicurezza per l’oppressione mentale. Hanno dato libero sfogo al vapore, ma non hanno riparato la caldaia: che è compito della Chiesa.

Siccome l’esame di coscienza si compie nella luce dell’amore di Dio, comincia con una preghiera allo Spirito Santo perché illumini le nostre menti. Ed ecco che noi ci comportiamo verso lo Spirito divino come verso un orologiaio che debba aggiustare il nostro orologio. Mettiamo l’orologio nelle sue mani perché sappiamo che non lo maltratterà e mettiamo la nostra anima nelle mani di Dio perché sappiamo che se Egli la osserverà attentamente, essa funzionerà a dovere. (…)

È vero che più ci avviciniamo a Dio, più vediamo i nostri difetti. Un quadro rivela pochi difetti alla luce di una candela, ma la luce del sole può rivelarne tutte le pecche. Quelli che sono veramente buoni non credono mai di esserlo, perché si giudicano secondo l’Ideale. In perfetta innocenza, ogni anima, come gli Apostoli all’Ultima Cena, grida forte: “Sono forse io, Signore?” (Mt 26,22).

L’esame di coscienza consiste innanzitutto nel concentrarsi sulla bontà e sull’amore di Dio. Ogni anima che si esamina guarda il Crocifisso e scorge una relazione personale tra se stessa e il Signore.

Essa riconosce che, se fosse stata meno orgogliosa e vanitosa, la corona di spine sarebbe stata un po’ meno pungente; che, se avesse percorso con minore vivacità i sentieri del peccato, i piedi divini sarebbero stati meno profondamente penetrati dal chiodo; che, se fosse stata meno avara, anche le mani sarebbero state meno profondamente penetrate dai chiodi; e che, se fosse stata meno volubile e sensuale, il Salvatore non sarebbe stato spogliato della sua tunica.

Il Cristo Crocifisso non è un agente del KGB o un inquisitore della Gestapo, ma un Medico Divino, che ci chiede soltanto di portare a Lui le nostre ferite perché Egli possa risanarle. Se i nostri peccati sono scarlatti, essi saranno lavati e tornerà in noi il candore della neve; e se sono color porpora, noi torneremo bianchi come la lana.

Forse, Lui non ci ha detto: “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7)? E nella parabola del figliol prodigo non descrisse forse il padre che diceva: “Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,23-24)? Perché c’è più gioia in cielo per il peccatore pentito che per i giusti? Perché la vera essenza di Dio non è il Giudizio, ma l’Amore. (…)

Chi nega la colpa e il peccato è come gli antichi farisei che credevano che il Salvatore avesse un “complesso di colpa” perché li aveva accusati di essere sepolcri imbiancati: puliti al di fuori ma dentro pieni di ossa di morti. Quelli che ammettono di essere colpevoli sono come i pubblici peccatori e i pubblicani di cui Nostro Signore disse: “In verità vi dico che i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio” (Mt 21,31).

Coloro che credono di essere sani, ma hanno un cancro morale nascosto, sono incurabili; l’ammalato che desidera essere guarito ha invece la possibilità di guarire. Ogni rifiuto di riconoscere la colpa allontana gli uomini dall’area di amore e, inducendoli alla presunzione di sé, impedisce la guarigione.

Le condizioni essenziali di ogni trattamento sono le seguenti: un medico non ci può guarire se non ci mettiamo nelle sue mani; e noi non ci mettiamo nelle sue mani se non sappiamo di essere ammalati. Allo stesso modo, il riconoscimento del peccato è per il peccatore una delle condizioni essenziali della sua guarigione; l’altra è il suo ardente desiderio di Dio.

Quando desideriamo Dio, non lo desideriamo come peccatori ma come persone che amano. È vero che, dopo il nostro esame di coscienza, noi ci riconosciamo indegni di essere amati; ma è precisamente questo che ci fa desiderare Dio, perché Lui è l’unico che ama ciò che non è degno di essere amato.

(Fulton J. Sheen, da “La Pace dell’Anima” edizioni Fede e Cultura)