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DIO, LA LEGGE DI GRAVITÀ DELL’AMORE, E IL PARADISO: “Ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale”

Lo Spirito Santo è lo spirito del Padre, com’è lo spirito del Figlio, ma più di questo lo Spirito Santo personifica ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. In Dio l’amore non è una qualità come avviene per noi, poiché ci sono momenti nei quali non amiamo! Ma se lo Spirito Santo è il vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, ne consegue che sarà necessariamente anche il vincolo di amore tra gli uomini!

Ecco perché nostro Signore, la notte dell’ultima cena, disse che come Lui e il Padre erano uno nello Spirito Santo, così gli uomini sarebbero stati una cosa sola nel Suo Corpo Mistico, e per realizzare questa unione mistica Lui stesso avrebbe mandato il suo Spirito. Lo Spirito Santo è necessario alla natura di Dio perché mediante il vincolo dell’amore sussiste l’eterna armonia fra le persone divine!

Con una debole riflessione gli uomini hanno sempre riconosciuto nell’amore la forza unificante e coagulante della società umana, in quanto vedevano nell’odio la causa della sua disgregazione e del caos. Difatti, come Dio nel creare il mondo volle immettervi la forza di gravità di modo che influisse su tutta la materia, allo stesso modo fissò nel cuore dell’uomo un’altra legge di gravità, che è la legge dell’amore mediante la quale tutti i cuori sono attratti nuovamente al centro e alla fonte dell’Amore: Dio.

Sant’Agostino disse: “l’amore è la mia legge di gravità” per indicare che ogni anima ha un appassionato desiderio di tornare alla sua fonte originale, al suo divino cuore, al suo “centro di gravità” vitale. Nella natura umana il desiderio è tutto e, non senza ragione, il paradiso è stato definito una “natura piena di vita divina attratta dal desiderio”. Da ciò si comprende che il paradiso consiste propriamente nell’Amore e che esso è il definitivo approdo dell’anima.

(Fulton J. Sheen, da “Tre per sposarsi” edizioni Fede e Cultura)

GESÙ OGGI È PIÙ VICINO A NOI IN CONFRONTO A 2000 ANNI FA. CRISTO È PRESENTE E VIVE ORA SULLA TERRA CONCRETAMENTE E REALMENTE…MA COME?

-STRAORDINARIA MEDITAZIONE DI FULTON SHEEN-

“Come Cristo vive oggi in noi”

Quanto spesso sentiamo delle anime lamentarsi di essere così distanti dalla Galilea e lontane da Gesù. Il mondo è pieno di uomini e donne che pensano a Nostro Signore solo ed esclusivamente secondo ciò che i loro occhi possono vedere e le loro mani possono toccare. Quanti sono coloro che, a partire dalla verità del fatto che Egli è stato un grande Maestro dalla straordinaria influenza, che ha camminato su questa terra duemila anni fa, ricostruiscono il panorama del lago e delle colline della Galilea e si servono al meglio della propria immaginazione per descrivere le esatte circostanze della sua vita terrena; ma si fermano qui nell’apprezzarne la vita. Hanno imparato a pensare abitualmente a lui come a un personaggio della storia umana, come Cesare, Washington o Maometto; pensano a lui come qualcuno che è vissuto sulla terra e non c’è più. Ma che Egli possa agire su di noi adesso, ovunque si trovi, ovunque sia la sua natura, che possa ascoltarci e lasciarsi avvicinare da noi, è un pensiero accantonato con disprezzo come se rientrasse fra astrazioni teologiche e dogmi insensati. Queste anime possono seguirne l’esempio, applicare le sue Beatitudini a questa o quella situazione della loro vita, ammirarne l’esistenza come un esempio di grande sacrificio e ispirazione, ma al di là di questo, Cristo per loro non significa nulla. Di conseguenza sono tra quelli che, secondo san Paolo, conoscono Cristo soltanto secondo la carne.

Bisogna ammettere che la prolungata presenza sensibile e visibile del nostro Salvatore sarebbe stata di continua ispirazione alle nostre vite, ma non dobbiamo dimenticare che Egli stesso ha detto, nella notte prima di morire: «È bene per voi che io me ne vada» (Gv 16,7). Strane parole, queste. Perché pronunciarle proprio quando ha distaccato i cuori dei suoi apostoli dalle loro reti, dalle loro barche dalle loro abitudini, stringendoli tanto vicino al suo Sacro Cuore? Come gioverebbe loro la sua partenza? Conveniva a lui andarsene per poter essere più vicino a noi. Ecco la vera ragione del suo allontanarsi: «Perché se io non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. […] Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete […] ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (vedi Gv 16,7.16.22).

Pronunciando queste solenni parole alla vigilia della sua crocifissione, il Signore affermava espressamente che stava tornando alle sconfinate profondità della vita di suo Padre, da cui era venuto, ma andando via non li avrebbe lasciati orfani, perché sarebbe tornato in un modo nuovo, vale a dire, attraverso il suo Spirito. Era come se il Signore dicesse che se fosse rimasto sulla terra, con la sua vita corporea, sarebbe stato solo un esempio da imitare; ma se fosse andato al Padre inviando il suo Spirito, allora Egli sarebbe stato una “Vita” da vivere. Se fosse rimasto sulla terra, sarebbe stato sempre al di fuori di noi, una voce esterna, un eterno esempio, non avremmo potuto possederlo che mediante un abbraccio. Ma una volta asceso al Cielo e seduto alla destra del Padre nella gloria, allora poteva mandare il suo Spirito nelle nostre anime, per essere con noi non come una persona esterna, ma come un’anima vivente. Allora, non sarebbe stato solo qualcosa da copiare meccanicamente, ma qualcosa di vitale da riprodurre; non qualcosa di esteriore da raffigurare nelle nostre vite, ma qualcosa di vivente da fare crescere in noi. La sua ascensione al Cielo, la discesa del suo Spirito nelle nostre anime, erano il solo modo per lui di unirsi pienamente a noi, di dimorare con noi, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità, ed essere nel senso più stretto «Cristo in noi».

Era conveniente, dunque, che se ne andasse. Altrimenti sarebbe rimasto confinato nella storia e in un paese. Ora, Egli appartiene agli uomini. Grazie al suo Spirito invisibile che ha inviato nel suo Corpo Mistico, Cristo vive ora sulla terra concretamente e realmente proprio come in Galilea 20 secoli fa. In un certo senso è più vicino a noi di allora, perché il suo vero Corpo all’epoca era al di fuori di noi, ma grazie al suo Spirito ora Egli può vivere in noi, come la vera Anima della nostra anima, il vero Spirito del nostro spirito, la Verità della nostra mente, l’Amore del nostro cuore e l’Anelito della nostra volontà. Pertanto, la vita di Cristo è traslata grazie allo Spirito dal mero ambito della storia, che studiamo attraverso la ragione, al regno dell’esperienza spirituale, dove Lui parla direttamente alle nostre anime.

Sarà stato di grande consolazione per la donna cananea toccare l’orlo della sua veste, per la Maddalena aver baciato i suoi piedi, per Giovanni aver riposato sul suo petto nella notte dell’Ultima Cena, ma si trattava di intimità esteriori, certamente di grande forza e fascino, perché sensibili, ma nessuna in grado di avvicinarsi vagamente all’unione, all’intimità che deriva dal possedere Cristo interiormente, grazie allo Spirito Santo. Le gioie più grandi della vita sono quelle che provengono dall’unione. Non raggiungiamo le vette dell’unione finché non c’è una fusione di amori, di pensieri e desideri, così profonda che pensiamo all’unisono con la persona amata, amiamo con la persona amata, desideriamo ciò che lei desidera; e questa unione raggiunge il culmine quando l’anima diviene una sola cosa con lo Spirito di Cristo, che è lo Spirito di Dio. Le gioie dell’amicizia, anche la più nobile, non sono che ombre e pallidi riflessi della gioia di un’anima in possesso dello Spirito di Cristo. La più alta felicità umana, che proviene dall’unione con l’amato, quanto più sia possibile a un cuore, tuttavia non è che una scintilla in confronto alla Grande Fiamma dello Spirito di Cristo che arde in un’anima che lo ama. Cos’è esattamente questa vita di Cristo nell’anima battezzata? È la grazia, un dono soprannaturale che ci viene elargito grazie ai meriti di Gesù Cristo per la nostra salvezza.

(Fulton J. Sheen, da “Signore, insegnaci a pregare” edizioni Ares)

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P.S. Il libro è stato appena pubblicato dalle edizioni Ares

LA CRESIMA È IL SACRAMENTO DEL COMBATTIMENTO CONTRO IL MONDO, LA CARNE E IL DIAVOLO: LO SPIRITO SANTO CI RENDE SOLDATI DI CRISTO NELL’ESERCITO DELLA CHIESA!

Le parole di Nostro Signore sull’invio dello Spirito di verità che amplierà la nostra conoscenza di lui, prova che l’intera verità non può rientrare in parole scritte. La Pentecoste non è stata la discesa di un libro, ma di vive lingue di fuoco. Il sacramento della Confermazione smentisce quanti dicono che «il discorso della montagna era sufficiente per loro». L’insegnamento di Nostro Signore registrato nei Vangeli, fu implementato, completato e rivelato nel suo senso più profondo dallo spirito di verità che egli ha donato alla sua Chiesa. Certamente conosciamo Cristo leggendo i Vangeli, ma scopriamo il significato più autentico delle sue parole e conosciamo Cristo più pienamente quando abbiamo il suo Spirito.

Soltanto mediante lo Spirito riconosciamo che egli è il divino Figlio di Dio e il Redentore dell’umanità: «Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene» (Rm 8, 8-9).

-Il Sacramento del combattimento-

Ogni sacramento ha a che fare con la morte di Cristo, ma la Confermazione o Cresima intensifica tale rassomiglianza. Il Battesimo dona un tesoro al cristiano; la Confermazione lo spinge a combattere per custodirlo contro i tre grandi nemici: il mondo, la carne e il diavolo. Il carattere militare del sacramento è evidenziato nei quattro simboli o atti che seguono.

1) “La fronte è unta col crisma nel segno della croce”. La croce, per sua natura, evoca opposizione. Più uno crocifigge le sue passioni e rigetta i falsi insegnamenti del mondo, più è calunniato e combattuto. Il Calvario non unisce solo gli amici di Nostro Signore, ma anche i suoi nemici. Coloro che erano opposti l’un l’altro, misero da parte i loro conflitti minori per un odio più grande. Giuda e i sinedriti, i farisei e i pubblicani, i tribunali religiosi e i sovrintendenti romani, benché si disprezzassero l’un l’altro, nondimeno inflissero insieme i colpi di martello e chiodi alle mani e ai piedi di Cristo: «Poiché non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15, 19). Quando il piccolo fiore di Lisieux, santa Teresa, si preparava alla Confermazione, ne vide il legame con la crocifissione: «Sono andata al ritiro per la Cresima. Mi sono preparata con cura alla venuta dello Spirito Santo. Non posso comprendere perché si presti così poca attenzione al sacramento dell’amore. Come gli apostoli, ho atteso con gioia il Consolatore promesso. Ho gioito pensando che presto sarei dovuta essere una perfetta cristiana e avrei avuto la mia fronte segnata eternamente dalla misteriosa croce di questo sacramento ineffabile. Quel giorno ho ricevuto la forza di soffrire, una forza di cui avevo molto bisogno, perché il martirio della mia anima stava per iniziare di lì a poco».

2) “La grazia interiore del sacramento dona fortezza e altri doni destinati alla battaglia dello Spirito”. Nella Pentecoste gli apostoli furono resi testimoni della Risurrezione di Cristo e la parola “testimone”, in greco significa “martire”. Così, nella Confermazione, il cristiano è segnato con potenza e audacia sulla fronte, perché né paura né falsa modestia possano trattenerlo dal confessare pubblicamente Cristo. Il bestiame è spesso marchiato col nome del proprietario e gli schiavi o i soldati al servizio dell’imperatore sono tatuati per potersi riconoscere più facilmente qualora disertassero il servizio. Plutarco attesta che c’era l’usanza di marchiare gli animali destinati al sacrificio, come a sigillare che erano riservati per qualcosa di sacro. Erodoto parla di un tempio in Egitto in cui il fuggitivo poteva reclamare il diritto del santuario: una volta che lo avesse fatto, sarebbe stato marchiato o tatuato, a indicare che era proprietà di Dio e, di conseguenza, inviolabile e sacrosanto. Il significato spirituale del marchio è anticipato qui: «Ammazzate fino allo sterminio: non toccate, però, chi abbia il tau in fronte» (Ez 9,6). L’ultimo giorno, gli eletti saranno sigillati sulla fronte nel nome dell’Agnello e di suo Padre, per essere preservati dalla distruzione (Ap 7, 3). La Confermazione, quindi, consiste nel marchiare una persona nell’esercito dell’Agnello. San Paolo dice: «E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione» (Ef 4, 30).

3) “Al cresimato si dà un colpetto sulla guancia per ricordargli che, in quanto soldato di Cristo, dovrà essere pronto a soffrire ogni cosa per amor suo”. Rinnegare la propria fede per un effimero piacere carnale o arrendersi per timore del ridicolo, è molto più grave agli occhi di Dio del tradimento di un soldato dal suo dovere. Péguy, rimpiangendo un desiderio di coraggio spirituale scrive: «Vergogna a coloro che provano vergogna. Non è questione di credere o meno, è questione di sapere qual è la causa più frequente della perdita di fede. Nessuna causa può essere più vergognosa della vergogna – e della paura. E di tutte le paure, la più vergognosa è certamente la paura del ridicolo, la paura di essere presi per matti. Uno può credere o non credere. Ma vergogna a colui che rinnega il suo Dio per evitare di essere fatto oggetto di scherno. Ho in mente quel povero, timoroso disgraziato che guardava qua e là con paura per assicurarsi che non ci fosse qualche alto personaggio che aveva deriso lui, la sua fede e il suo Dio. Vergogna a coloro che si vergognano. La vergogna implica una codardia che non può far ricorso a nulla. Vergogna a coloro che si vergognano».

4) “Il carattere combattivo della Confermazione è ulteriormente evidenziato dal fatto che il suo ministro ordinario è il vescovo, che è come dire un generale nell’esercito della Chiesa”.
Poiché la Confermazione dona un aumento dello Spirito Santo rispetto al Battesimo, è amministrata opportunamente dall’unico che ha la pienezza del sacerdozio. Quando il vescovo estende le sue braccia sui cresimati, come successore degli apostoli, imita Pietro e Giovanni che imposero le mani sui nuovi convertiti della Samaria, così che «ricevevano lo Spirito Santo» (At 8, 17). Egli imita inoltre Paolo a Efeso: «Non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo» (At 19, 6). Il vescovo non tiene per sé la sua autorità; ne è un dispensatore, perché fu Nostro Signore che disse ai suoi apostoli di fare discepoli in tutte le nazioni (Mt 28, 19-20). Il vescovo, come autorità della Chiesa, incorpora il cresimato nelle responsabilità adulte. Da quel momento in poi il cresimato non conduce una vita cristiana individuale: egli inizia a impegnarsi nell’esercito. La Confermazione, di conseguenza, è la prima grande manifestazione della relazione stabilita tra l’autorità della Chiesa e l’individualità del cristiano.

Ogni sacramento è stato stabilito come una sorta di equilibrio tra l’individuo e la comunità. L’individuo è battezzato, ma il suo Battesimo lo incorpora nella comunità dei credenti: la Chiesa. La grazia discende nell’anima dell’individuo, ma la grazia è per la perfezione del Corpo mistico. Questo è vero anche per il sacramento della Confermazione che, ancor più del Battesimo, ci orienta verso la comunità o compagnia dei credenti. L’amore è un’unione da cui si fugge per egoismo. Quando uno raggiunge l’età adulta è aperto a un amore più ampio. I bambini vivono per sé stessi, gli adulti cessano di vivere solo per sé stessi, specialmente coloro che raggiungono la «perfetta età» dello spirito.

Il combattimento del Battesimo, come abbiamo visto, era un combattimento personale: nella Confermazione il combattimento è militare “ex officio” e sotto gli ordini del comandante. Il Battesimo è principalmente la battaglia contro i nemici invisibili: nella Confermazione c’è la battaglia contro i nemici sociali, vale a dire i persecutori della Chiesa. La morte mistica cui ci si sottopone nel Battesimo è individuale: nella Confermazione la morte mistica è comune. Siamo preparati a morire, a essere martiri, o a testimoniare Cristo per amore del suo «Corpo che è la Chiesa». La Confermazione quindi ci mette in relazione con la comunità; per questo nella Pentecoste lo Spirito fu infuso quando tutti gli apostoli erano radunati insieme con Maria in mezzo a loro.

La Confermazione ci rende soldati di Cristo. I soldati non si riuniscono da sé stessi per costituire un esercito. Così avviene nella Confermazione. La Chiesa non ha un esercito spirituale perché i suoi membri si offrono volontariamente in servizio. Piuttosto la Chiesa li fa crescere spiritualmente fino al punto in cui possono sostenere la battaglia spirituale ed essere autorizzati quali suoi combattenti che portano «la corazza della giustizia… lo scudo della fede… l’elmo della salvezza… e la spada dello Spirito» (Ef 6, 14.16.17).

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

LA CATECHESI PROFETICA DI FULTON SHEEN: L’ANTICRISTO; L’AZIONE DEL DIAVOLO NELLA CHIESA E SULLE ANIME; IL CONCILIO VATICANO; LE DIVISIONI ALL’INTERNO DELLA CHIESA

Vi proponiamo la traduzione di una splendida e profetica catechesi di Fulton Sheen, “The Devil”, tenutasi verso il 1975 .

Il testo è stato tradotto da un video in inglese, qui disponibile per chi volesse vederlo con i sottotitoli in italiano: https://youtu.be/NYRTNvPni_s

La catechesi inizia con lo humor americano di Fulton…Buona lettura!

Ho un bel pubblico giovane qui davanti a me. E ho richiamato l’attenzione dei più giovani di loro solo pochi minuti fa, dicendo: «Se vi stancate, potete andare a dormire». Questo vale anche per tutti gli altri.

Una volta stavo parlando in chiesa. Un bambino ha cominciato a piangere e la madre lo ha preso per portarlo fuori. Quando era già lungo la navata, le ho detto: «Signora, il bambino non mi dà fastidio». Lei mi ha risposto: «No, è lei che dà fastidio al bambino».

Una donna compra un abito costoso, lo porta a casa dal marito, gli mostra il conto e lui le dice: «Quando l’hai provato, perché non gli hai detto: “va dietro a me, Satana?”». Lei risponde: «L’ho fatto, e lui mi ha detto: “Ti sta benissimo, a guardarlo da dietro”».

C’era un uomo che andò in cielo e pensò che forse gli sarebbe piaciuto andare all’inferno per vedere com’era. Chiese a san Pietro se poteva andare giù. Così andò e si divertì abbastanza nel fine settimana. Tornato in cielo, il fine settimana successivo disse a Pietro: «Non mi è dispiaciuto stare laggiù, posso andarci di nuovo?». «Sì», rispose Pietro. Così tornò giù una seconda volta e riferì di nuovo di essersi divertito. Alla terza volta che chiese di andare giù, Pietro disse: «Questa è l’ultima volta». Arrivato giù, il diavolo lo mise in uno degli angoli più roventi dell’inferno, così disse al diavolo: «Sono già stato qui, in precedenza mi hai trattato con gentilezza». «Sì», rispose il demonio, «prima eri un turista, ora sei un residente».

Quindi, ricordate: il diavolo ci tratta bene adesso, ma quando siamo suoi residenti non ci tratta alla stessa maniera.

C’è questo sacerdote missionario, che è stato mio intimo amico per oltre 35 anni. È stato missionario in Cina, Corea, Vietnam. È stato in prigione in Russia. L’ultima volta che l’ho visto, mi ha detto che era andato in una delle chiese del Vietnam e che i bambini si radunavano attorno a una ragazza di circa 10 o 12 anni. Gliel’hanno fatta subito notare. La ragazza aveva un velo sul volto. Lui allora le toglie il velo: era il volto più brutto che avesse mai visto. Non tanto per il volto in sé, fisicamente parlando, quanto per i tratti orribili dei suoi lineamenti. Il sacerdote le prestò poca attenzione, ma i bambini gliela portarono anche il giorno dopo e lui iniziò a provare paura nei confronti di quella ragazza. Le chiese se avesse vissuto nel villaggio. E lei rispose di sì, ma solo per un breve periodo della sua vita. Allora lui le parlò in francese e lei rispose in perfetto francese. Le parlò in italiano e latino, lei rispose correttamente, nonostante non avesse alcuna formazione in nessuna di queste lingue. Il missionario pensò che fosse posseduta. Così prese una reliquia di santa Teresa di Lisieux, il fiorellino di Dio, e gliela portò. La bimba reagì violentemente. Allora estrasse la reliquia e tornò con la sola cornice, ma lei gli rise in faccia. Per dirla in breve, le fece un esorcismo e la ragazza tornò perfettamente normale.

Poiché prendiamo per buona molta di quella teologia che ci presentano i media, ho pensato che forse potrebbe interessarvi ascoltare qualcosa sul diavolo da un punto di vista filosofico e teologico. Vi descriverò il diavolo prima dal punto di vista psichiatrico e poi dal punto di vista biblico.

È interessante notare che da quando abbiamo lasciato cadere in disuso certe cose nella Chiesa, il mondo ha cominciato a farle proprie e a distorcerle. Ad esempio, le suore hanno abbandonato gli abiti lunghi e le ragazze in Messico hanno iniziato a metterli. Abbiamo smesso di dire il rosario e gli hippies se lo sono messo attorno al collo. E non appena i teologi hanno abbandonato la sfera del demoniaco, ecco che la psichiatria se n’è fatta carico.

Il dott. Rollo May, psichiatra del Rockefeller Institute, ha scritto diversi capitoli nel suo lavoro sulla psichiatria del diabolico. Rollo May ha analizzato la parola diavolo. Deriva dalle parole greche διά e βάλλειν. Διαβάλλειν significa lacerare, fare a pezzi. Indica qualsiasi cosa che rompa gli schemi, distrugga l’unità, corrompa le proprie origini, produca discordia. In questo senso il diabolico ha avuto un’enorme crescita nella nostra società. Prendete, per esempio, la discordia nella Chiesa, la discordia nelle comunità religiose, la discordia dei laici nei confronti della Chiesa, la discordia nel clero. Tutte queste sono manifestazioni dello spirito diabolico che ci circonda.

Lo psichiatra ha inoltre analizzato in che modo il diabolico lavora e menziona tre modalità in cui si realizza. In primo luogo, l’amore per la nudità. In secondo luogo, la violenza e l’aggressività. In terzo luogo, la scissione della personalità. Non c’è più pace interiore, le menti sono disconnesse.

Quindi, come primo aspetto abbiamo l’amore per la nudità. Una volta chiesi a un cappellano di un istituto se avessero mai avuto delle manifestazioni diaboliche. Mi rispose: «Sì, a volte quando porto il Santissimo Sacramento tra il popolo qualcuno si spoglia». Ma tralasciamo questo, che non è importante. Preferisco piuttosto rifarmi al Vangelo. Una volta nostro Signore andò nella terra dei Geraseni o dei Gadareni, dipende dalla traduzione delle Scritture. Lì trovò un giovane posseduto dal diavolo.

Il Vangelo menziona tre caratteristiche di questo giovane: prima fra tutte quella di essere nudo; poi, il suo essere violento e aggressivo, tanto da non poterlo tenere nemmeno in catene; infine, la sua mente scissa, in stato di schizofrenia. Nostro Signore gli domandò: «Qual è il tuo nome?». Il giovane rispose: «Il mio nome è Legione». Ora a quel tempo legione voleva dire seimila soldati dell’esercito romano. Si tratta di una persona sola, e allo stesso tempo di una legione con altri seimila. «Il mio nome è Legione, perché siamo molti». La personalità non è più unificata. Io, Legione. Noi, molti. Ora lo psichiatra non mette mai in correlazione le tre manifestazioni del diabolico da lui individuate con il giovane del Vangelo. Lo faccio io, perché non ho potuto fare a meno di notare la somiglianza tra queste due condizioni. Quindi, già solo da un punto di vista superficiale, l’elemento diabolico produce sconvolgimento.

Di più, ogni volta che abbiamo una grande manifestazione dello Spirito, ecco che il diavolo inizia a fare il suo lavoro. Per esempio, quando nell’Antico Testamento Mosè opera miracoli contro il faraone, i maghi del faraone simulano alcuni di questi miracoli. Oppure, quando a Pentecoste lo Spirito Santo scende sulla prima Chiesa, ecco la persecuzione di Stefano. Abbiamo avuto anche un Concilio (Vaticano II), benedizione dello Spirito Santo sulla Chiesa, e immediatamente abbiamo avuto anche la manifestazione dello spirito maligno: divisione nelle famiglie, nelle corporazioni, nelle comunità religiose, divisione nell’unico corpo di Cristo!

Questa è solo un’analisi del diabolico dal punto di vista psichiatrico. La seconda analisi è di tipo biblico. Vi porto dunque nel sedicesimo capitolo del Vangelo di Matteo. Nostro Signore pone la domanda più importante che si potesse mai porre: «Chi dicono che io sia?». Pietro dà la risposta giusta: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Allora il Signore preannuncia che sarebbe salito a Gerusalemme, che sarebbe stato consegnato ai Gentili per ricevere sputi ed essere crocifisso, e che alla fine sarebbe risorto dai morti. Pietro era disposto ad avere un Cristo divino, ma non era disposto ad averne uno sofferente. Non appena nostro Signore disse che si sarebbe fatto vittima per i nostri peccati, Pietro protesta: «Questo non accadrà mai». Noi non vogliamo questo tipo di Cristo. Allora Cristo gli dice: «Va dietro a me, Satana. Non lottare contro di me. Io ti comando, Satana!» Pietro è Satana in persona. Rifletteteci.

Chi avrebbe potuto pensare che nel giro di un minuto e mezzo Pietro sarebbe potuto diventare Satana? Perché nostro Signore lo chiama Satana? Dobbiamo tornare al principio della vita pubblica di nostro Signore, ancora una volta alle tre tentazioni che gli furono rivolte da Satana. E alla fine di questa meditazione impareremo che l’essenza del diabolico è l’odio per la croce di Cristo. È questo il maligno da un punto di vista biblico. Il disprezzo per la croce. Il diabolico è l’anticroce. Sulla montagna Satana offre a nostro Signore tre scorciatoie per fuggire dalla Croce. Lo ripete anche con noi, si presenta come salvatore dal peccato per l’umanità. Ci spiega che non abbiamo bisogno della Croce e anche a noi presenta tre scorciatoie.

La prima. «Vedi quelle pietre laggiù? Sembrano piccole pagnotte di pane, no? Non mangi da 40 giorni, non senti l’istinto della fame?». Altri hanno altri istinti. L’istinto del potere. L’istinto del sesso. Lasciati andare, soddisfa i loro appetiti come ogni uomo, ma dimentica la Croce. Prima scorciatoia, la permissività. Fa’ qualsiasi cosa ti vada di fare.

La seconda. La Croce non riuscirà mai a conquistare l’umanità, perché l’umanità ama i prodigi, le sorprese, gli splendori, tutto quello che fa sospirare: oh, che meraviglia! Poi, in una settimana, l’umanità dimentica quella meraviglia e ne cerca un’altra. Vola fino alla luna! Lanciati dal pinnacolo del tempio e resta illeso! Questa è una meraviglia. Fallo, e la folla ti seguirà. Tu non hai bisogno di croce.

La tentazione finale sarà la stessa per la Chiesa dei prossimi cento anni, una tentazione di cui già scorgiamo gli albori. Satana dice che la teologia è politica. Perché preoccuparsi di Dio e del mistero della redenzione? L’unica cosa che conta è la politica! Con il globo scintillante del mondo nella sua mano, Satana dice: «Tutti questi regni sono miei e li darò a te se, prostrandoti, mi adorerai». Forse che Satana per una volta nella sua vita abbia detto la verità? La terza tentazione di nostro Signore fu dunque di non interessarsi all’ordine divino, ma di interessarsi solo a un ordine sociale e politico.

Ora torniamo al momento in cui Cristo chiama Pietro «Satana». Lo chiama così perché Satana ha tentato nostro Signore proprio rispetto alla Croce, esattamente come Pietro ha cercato di fare dicendogli: «Questo non accadrà mai». Saremo cioè disposti a riconoscere la tua divinità, ma non la tua croce. Questa è l’essenza biblica del demonio.

Lo spirito di Satana è anche nella Chiesa. Abbiamo smesso le mortificazioni, il rinnegamento di sé, la disciplina nelle scuole e nei seminari. Crescono di numero i tentativi di corruzione, circolano libri che descrivono solo il male, reale o immaginario, della gente: sono già in alcune delle nostre scuole, come ben sapete. Questo è l’elemento corruttivo del diabolico, ma il declino dello spirito di disciplina è odio della croce. Il carattere ascetico e di disciplina della vita cristiana è passato agli stati totalitari, come Cina e Russia. Lì c’è disciplina, rinnegamento di sé, dedizione a una causa comune, ma senza la croce, e pertanto vi si assiste a una completa distruzione della libertà umana.

Per quanto tempo questo satanico disprezzo per la Croce continuerà a manifestarsi? Ebbene, non abbiamo la certezza di trovarci nell’era del demonio, ma c’è un passaggio in san Paolo che a prima vista sembra piuttosto difficile. Permettetemi di leggervelo, poi lo spiegherò. Si trova nella seconda Lettera ai Tessalonicesi, capitolo 2, versetto 7. San Paolo sta scrivendo nei primi sessanta anni di cristianesimo: «Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene». In altre parole, non possiamo vedere la manifestazione del male e del demonio. Rimane segreto solamente per il presente, finché chi lo trattiene sparirà dalla scena. Non sappiamo precisamente chi sia colui che lo trattiene, forse Cristo, forse lo Spirito Santo, forse un influsso della grazia, forse la santità della Chiesa. In ogni caso il male è segreto finché Dio non dirà: «Spirito del male, ecco la tua ora!». Dio ha il suo giorno, il male la sua ora.

Continua San Paolo: «Solo allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all’apparire della sua venuta, l’iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di Satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi». Persino dall’ultimo libro della Scrittura possiamo trarre un indizio. Quando l’anticristo verrà, vi sarà una simulazione di morte e resurrezione per indurre in errore.

Dunque nel momento presente non possiamo vedere il demonio al lavoro, ma permettete che vi dia un indizio su come Cristo e Satana agiscono rispettivamente. Se capite ciò che sto per dirvi, vi sarà di grande aiuto nel combattere lo spirito del male e nel superare le prove. Vi descriverò come ci appaiono Cristo e Satana prima che pecchiamo. Quindi vi descriverò come ci appaiono dopo che abbiamo peccato.

Prima di peccare, Cristo ci appare come il Signore sulla Croce. Egli ci sbarra la strada e ci dice: «Come la mia carne è stata crocifissa, così deve esserlo la tua carne. Non percorrere questa strada!». Lui ci sta di fronte. Non siamo liberi, non possiamo fare tutto quello che vogliamo. Cristo è là.

Invece Satana, quando siamo in procinto di peccare, ci dice: «Non essere stupido, non crederai ancora a certe cose! I tempi sono cambiati! Sei ancora vergine? Veramente non ti sei fatto ancora uno spinello? Tutti lo fanno. Non ascoltare questi dottori che dicono che può farti male al cervello. Devi vivere, devi essere te stesso! Non hai mai commesso adulterio? Oggi lo fanno tutti. Questi rigidi criteri di moralità valevano 100 o 500 anni fa, ma questo è il nuovo mondo». Devo essere me stesso, devo essere libero! Satana è dalla nostra parte prima che pecchiamo. Cristo sembra l’accusa, il demonio è la nostra difesa. È dalla nostra parte, dalla parte delle nostre libertà sessuali, del nostro orgoglio, della nostra avidità.

Ma dopo che pecchiamo i ruoli si invertono. Allora Cristo diventa la nostra difesa e il demonio la nostra accusa. Il demonio dirà: «Bene, l’hai fatto. Hai avuto la tua canna. Adesso sei dipendente dalle droghe. Non venire da me, non posso aiutarti. Può darsi che tu smetta da solo così come hai cominciato. Hai perso la tua verginità? Che differenza vuoi che faccia, continua pure! La mia giustizia farà il suo corso. Hai rubato e non ti hanno preso? Ti prenderanno da un momento all’altro!».

Così il diavolo ci riempie di disperazione come riempì il cuore di Giuda. Giuda sarebbe potuto andare dal Salvatore e Lui l’avrebbe perdonato. Ma Giuda prese una corda. Avanzò sul suolo gelido, davanti a sé alberi ghiacciati. Ed ogni nodo di quegli alberi gli sembrava un occhio che lo scrutava, ogni ramo gli sembrava un dito puntato… Traditore! Nella sua disperazione non pensava vi fosse per lui altro da fare se non suicidarsi. Questa è la ragione per cui oggi i suicidi sono in aumento nella nostra civiltà. È la disperazione che viene dal demonio.

In uno dei romanzi di Dostoevskij, “Raskò’lnikov”, un uomo veramente malvagio, dice alla donna che ama: «Sonia, sai come andrà a finire per te? Ti butterai giù da un ponte o diventerai pazza, oppure ti taglierai la gola». Ma non andò in questa maniera, perché Sonia prese il Vangelo di Giovanni e iniziò a leggere la risurrezione di Lazzaro. E pensò: «Posso trovare una nuova vita in Cristo».

Questo pensiero di Sonia m’induce a parlarvi di come nostro Signore si comporti dopo che abbiamo peccato. È Lui ora la nostra difesa. Ha detto: «Venite a me, voi affaticati. Se i vostri peccati fossero rossi come scarlatto, saranno resi bianchi come neve e se sono rossi come cremisi, diverranno bianchi come lana». Rialzati, stringi la mia mano, e vieni. Questo è il linguaggio del Salvatore dopo che abbiamo peccato.

Ecco dunque lo spirito diabolico. La distruzione dell’unità, il disprezzo della mortificazione e del rinnegamento di sé sulla croce. In una parola, il disprezzo di Cristo stesso.

Centinaia di migliaia sono le strade che ciascuno di voi si troverà a percorrere durante la vita, ma alla fine di tutte queste strade, due saranno i volti che vi troverete di fronte: da un lato quello misericordioso di Cristo, dall’altro quello orribile di Satana. E uno di loro vi dirà: «Sei mio!». Perciò badate di non scherzare con quello malvagio, altrimenti siete in trappola.

Prima di concludere, vi lascio con tre potenti armi contro Satana.

La prima, il Santo Nome di Gesù. È un nome che Satana non sopporta perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sottoterra. La seconda arma è il sangue di Cristo. L’invocazione del sangue di Cristo. Potrei farvi tutta una catechesi sul preziosissimo sangue di Cristo, mediante il quale siamo salvati! Perciò, durante la tentazione, invocate su di voi il sangue di Cristo. Poiché senza effusione di sangue non vi è remissione dei peccati. Terza arma, la devozione alla Madre benedetta. Poiché in principio, nel libro della Genesi, si dice che la stirpe di una donna avrebbe distrutto la stirpe di Satana. Siamo dunque difesi da queste tre armi: il Santo Nome, il sangue di Cristo e la Vergine Maria.

D’ora in poi, quando penserete a Satana, non fatevi sviare da ciò che i mezzi di comunicazione vi raccontano. Il demonio è semplicemente l’anticroce, l’antidisciplina, l’anticristo. Questo è satanico, nient’altro, non potete sbagliare. Una volta capito ciò, a poco a poco amerete quella croce.

Un lamento mi sbigottisce. La prima volta che l’ho udito proveniva dalla croce. Andai fuori, cercai e trovai l’Uomo negli spasmi della crocifissione. Gli dissi che l’avrei portato giù, così cercai di togliergli i chiodi dai piedi. Ma Lui mi disse: «Lasciali lì. Perché non posso essere tolto dalla croce finché ogni uomo, donna e bambino non si saranno uniti a te per tirarmi giù». Gli risposi: «Cosa posso fare? Non posso sopportare il tuo lamento!». Mi rispose: «Va’ nel mondo e annuncia a ogni uomo che incontrerai che c’è un Uomo sulla croce».

(Fulton J. Sheen)

P.S. Si ringrazia il sito “Filodiritto” per la segnalazione del video e per la loro traduzione che qui è stata rivista e modificata. (https://www.filodiritto.com/fulton-sheen-devil)

IL CONSIGLIO DEI SACERDOTI E LO SPIRITO SANTO “L’errore di molti Sacerdoti è quello di interessarsi maggiormente alle questioni amministrative che a quelle evangeliche.” “Nell’organizzare la salvezza delle anime, impieghiamo forse tutto lo zelo che dimostriamo nell’organizzare le gite?”

Ogni Sacerdote, quando si troverà al cospetto del Signore per essere giudicato, si sentirà chiedere: «Dove sono i tuoi figli?». La vocazione prima di ogni Sacerdote è quella di generare anime in Cristo.

Saliremo sul pulpito a denunciare contro natura il controllo delle nascite nella carne, mentre noi stessi pratichiamo questo controllo delle nascite nello spirito? Biasimeremo le madri perché non hanno un maggior numero di figli, mentre noi, per anni interi non possiamo registrare a nostro favore neanche la nascita di una sola anima in Cristo? I confini della nostra parrocchia e quelli del nostro dovere non sono unicamente determinati dai fedeli, perché: “altre pecore che non sono di quest’ovile; anche quelle devo condurre” (Gv 10, 16).

Siamo responsabili di ogni anima, e molte entrerebbero a far parte della Chiesa se soltanto lo chiedessimo loro. L’errore di molti Sacerdoti è quello di interessarsi maggiormente alle questioni amministrative che a quelle evangeliche.

Nell’organizzare la salvezza delle anime, impieghiamo forse tutto lo zelo che dimostriamo nell’organizzare le gite? Quando abbiamo bisogno di denaro, noi Sacerdoti non ci pensiamo due volte a organizzare una colletta di porta in porta; ma quando mai pensiamo di organizzarne una per convertire la gente? Dove vi è lo Spirito Santo, le conversioni non mancano. (…)

Qui negli Stati Uniti, le conversioni che abbiamo in un anno sono meno di tre per ogni Sacerdote. Ma chi, tra di noi, non sa di molti che hanno lasciato il solo Ovile, il solo Pastore per un voto non mantenuto, per la brama di un secondo o di un terzo matrimonio, per orgogliosa presunzione o per uno qualunque di quei sette becchini dell’anima comunemente chiamati i sette peccati capitali? Abbiamo centri catechistici, ma li adoperiamo per insegnare ai laici a essere Apostoli e a vivere appieno le responsabilità del sacramento della Cresima?

Ogni parrocchia dovrebbe essere un vivaio di anime che non appartengono ancora all’ovile; ogni Sacerdote un Pastore alla ricerca della pecorella smarrita; ogni Messa una proclamazione che la redenzione deve essere estesa a tutto il mondo.. Forse che lo Spirito Santo nel salvare le anime dimostra adesso minor larghezza che alla Pentecoste? Il tenore della nostra vita sacerdotale soffoca forse le fiamme e i venti impetuosi della conversione? Come mai le fiamme della Pentecoste ardono luminosissime nelle terre di missione e sono così fioche nella nostra parrocchia? Forse che la marea dello Spirito è defluita dai nostri porti? La colpa non è dello Spirito, giacché «Dio non si pente dei suoi doni e della sua chiamata» (Rm 11, 29). Lo slancio dei venti impetuosi non si è calmato e fermato da solo, producendo ristagno e sterilità. Lo Spirito Santo è sempre pronto ad aiutare il nostro sacerdozio, perché possiamo far progredire le anime nella santità.

Il Sacerdote agisce dall’esterno, lo Spirito Santo dall’interno. Noi ci auguriamo reciprocamente grazie e benedizioni. Egli ce le dà. Egli soltanto, con la sua opera divina, può gettare nel cuore quel seme che sboccerà in «una nuova creatura in Cristo» (2Cor 5, 17). Il suo Spirito può distruggere l’egoismo e l’indolenza che ci trattengono dall’andare alla ricerca delle anime. Tutto intorno a noi, nelle nostre parrocchie, nella gente con la quale veniamo quotidianamente a contatto, vi sono folle innumerevoli di anime simili a lingotti d’oro ricoperti di scorie. E noi, se appena avessimo il fuoco dello Spirito, potremmo sottoporli alle fiamme purificatrici e farne dei gioielli del Regno di Dio! (…)

Se il consiglio del Sacerdote si basa esclusivamente sull’esperienza naturale, con un nemico come Satana non la spunta. Il possesso da parte del demonio deve essere fronteggiato dal Sacerdote con il possesso da parte del Cristo; così, egli sarà impaziente di aprire ai cuori i tesori della bontà di Dio, di scoprire i peccati suscettibili di redenzione, di lasciare i novantanove giusti per ricercare quello che si è smarrito, di scovare elementi da istruire nell’apostolato e nella conversione, di avvolgere intorno a essi il manto del Sacro Cuore. Sarà pronto ad ascoltare senza interruzione gli afflitti, riconoscendo la dignità della persona che parla; a riconciliare i coniugi, rivelando loro in qual modo possono santificarsi a vicenda, come fece Paolo con l’infelice coppia di Corinto (1Cor 7, 14); a far sì che nel suo cuore sacerdotale s’incontrino, come già a Betlemme, le due correnti: la corrente delle necessità umane e quella dell’esaudimento divino; a guardare gli sbandati con lo stesso sguardo che Gesù rivolse a Pietro e che gli fece versare lacrime amare (Lc 22, 61); a dar prova della stessa pazienza avuta da Paolo nel ravvedimento di Marco; a contrapporsi ovunque alla rovinosa e funesta dissipazione del peccato; a pregare per chi ricorre a lui (perché la dedizione è l’insonnia dell’anima); a far sì che la gente, lasciando il parlatorio, pensi di essere stata con Cristo; a capire che lo Spirito Santo dà la forza a chi l’impiega; a rendersi conto che nel Sacerdote svogliato non c’è alcuna efficacia, proprio come nell’animale indolente non c’è alcuna bellezza; a pregare quotidianamente lo Spirito Santo di insegnargli a trovare godimento soltanto nelle anime; a convincersi che non è possibile arrivare al peccatore con le diramazioni periferiche dell’organizzazione parrocchiale o elevare un’anima alla santità dispensando a piene mani consigli a buon mercato; a non esitare mai nel ricevere visitatori che disturbino le sue comodità, ricordando che Dio ricompensa soltanto la dura fatica. In breve, a essere un «altro Cristo» e non semplicemente un «altro buon diavolo». (…)

Il consiglio del Sacerdote è fondamentalmente l’applicazione della redenzione all’individuo. Non si tratta semplicemente di predicare a una persona sola anziché a una folla: l’individuo, infatti, quando cerca il consiglio del Sacerdote espone il suo problema come fa il paziente con il medico. Proprio come il medico, il Sacerdote prima stabilisce i fatti, poi fa la diagnosi e prescrive la cura, avendo sempre presenti in mente le parole di Nostro Signore: “È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita” (Gv 6, 63).

Lo Spirito Santo è particolarmente necessario quando il Sacerdote deve affrontare un problema che verte sulla condotta più che sull’intelletto. In almeno nove casi su dieci, coloro che in passato ebbero la Fede e che ora la respingono o negano ch’essa abbia un senso, non sono mossi dal ragionamento, ma dal modo in cui vivono. Di solito, i cattolici sbandano non per difficoltà riguardanti il Credo, ma per difficoltà riguardanti i Comandamenti. Quando ciò accade, è compito del Sacerdote risvegliare la coscienza per mezzo dello Spirito Santo. Nelle Scritture non troviamo molti riferimenti alla sola coscienza, ma troviamo in abbondanza la prova del risveglio della coscienza mediante lo Spirito Santo.

San Paolo ci dice che fu la sua coscienza, illuminata dallo Spirito Santo, a fargli desiderare di dannarsi pur di salvare i fratelli: “Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo” (Rm 9, 1). Spetta alla coscienza testimoniare il compimento del nostro dovere verso Dio, ma spetta al divino Spirito testimoniare l’accettazione da parte di Dio della nostra fede e della nostra obbedienza in Cristo. Grazie allo Spirito Santo, la testimonianza della coscienza e la testimonianza di Gesù Cristo nella nostra vita diventano identici.

La coscienza di una persona si può paragonare a una stanza fiocamente illuminata, sulle cui pareti sono stampati i Comandamenti in piccoli caratteri. Quando lo Spirito Santo illumina la coscienza, una luce brillante investe quei caratteri. Lo Spirito Santo risana le coscienze e queste accettano la guida della legge di Cristo. Lo Spirito Santo indica anche alla coscienza il rapporto tra il peccato e il suo riscatto mediante il Sangue del Cristo, in virtù del quale non vi è più alcuna coscienza di peccato (Eb 9, 14; 10, 2-22). Non è mai sufficiente che un Sacerdote dica ai suoi fedeli che devono seguire la propria coscienza. Il Sacerdote deve costantemente cercare di illuminare questa coscienza attraverso lo Spirito. “Il fine di questo richiamo è però la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera” (1Tm 1, 5).

Non è assolutamente possibile comprendere l’enormità del peccato se non per mezzo dello Spirito Santo, una verità, questa, che Nostro Signore spiegò ai suoi Sacerdoti durante l’Ultima Cena. Più che in termini di infrazione dei Comandamenti, il peccato si può meglio comprendere e debellare in termini di frattura dei nostri legami con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il peccato spezza i nostri vincoli con il Padre Celeste in quanto ci allontana da Lui come suoi figli. È questo il messaggio contenuto nella parabola del figliol prodigo (Lc 15, 11-32).

Inoltre, il peccato rinnova il Calvario di Cristo. Occorre stabilire un’equazione personale tra l’anima e il Cristo Crocifisso. Nei peccati d’orgoglio si deve vedere la corona di spine; nei peccati di lussuria, la carne ferita; nei peccati d’avarizia, la povertà della nudità; nei peccati dell’alcolismo, la sete. Inoltre, si deve vedere il peccato come ostinazione contro lo Spirito Santo (At 7, 51); come soffocamento dello Spirito (1Ts 5, 19); come tribolazione allo Spirito (Ef 4, 30).

La coscienza s’illumina sempre quando si vede il peccato come un dolore dato a qualcuno che si ama. Non vi è peccato che possa toccare una delle stelle di Dio o far tacere una delle sue parole; ma il peccato può ferire crudelmente il Suo Cuore. Quando il penitente comprende questa verità, può sapere perché mai nella sua anima vi sia un tale senso di vuoto, una tale desolazione: egli ha ferito Qualcuno che ama.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene” edizioni Fede e Cultura)

Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17)

Le prediche sulle fiamme dell’inferno suscitano la paura, ma se lo Spirito Santo non è con il predicatore sarà una paura servile, non filiale. Le anime sono condotte al pentimento unicamente attraverso «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef 6, 17).

Ebbene, che cosa fa nelle anime questa spada dello Spirito?

Intensifica il conflitto tra il corpo e l’anima, tra lo spirito del mondo e lo spirito di Cristo. “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12).

I peccatori si liberano nella contrizione per mezzo dello Spirito; scorgono la guerra civile che si combatte nella loro anima mediante lo Spirito; lo Spirito rivela loro i peccati più reconditi, che speravano nessuno avrebbe mai scoperto; lo Spirito mostra che l’uomo è una creatura caduta, bisognosa di aiuto dall’alto. Lo Spirito farà sì che gli atei si ricredano del loro scetticismo.

Nessun male si può crocifiggere prima che sia stato riconosciuto, diagnosticato e messo in luce. L’«io» si camuffa in tante e così diverse maniere che solo lo Spirito può costringerlo a rivelare il suo vero carattere peccaminoso.

Un Sacerdote in possesso dello Spirito di Cristo porterà un peccatore alla confessione laddove un Sacerdote che ne sia privo fallirebbe. Rimproverare un peccatore nel confessionale può voler dire allontanarlo per sempre, mentre sollevandolo nello Spirito di Cristo si farà di lui un vero penitente. Anche un Sacerdote poco dotato di eloquenza può, per mezzo dello Spirito di Cristo, dare alle sue parole un’efficacia che va oltre la sua scarsa oratoria.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)