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-L’EUCARISTIA È IL CIBO DELLA NOSTRA ANIMA- L’Eucaristia è al di sopra di tutti gli altri sacramenti: è il sacramento della fede

«Se tu non mangi la carne del Figlio dell’uomo e non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te»

L’uomo ha un’anima così come ha un corpo. La sua parte spirituale richiede un cibo che è al di sopra di quello materiale, fisico e biologico. (…)
L’anima umana, essendo spirituale, richiede un cibo spirituale. Nell’ordine della grazia, questo cibo divino è l’Eucaristia, o la comunione dell’uomo con Cristo e di Cristo con l’uomo.

Non si tratta di qualcosa di contrario alla legge naturale, poiché se gli elementi chimici potessero parlare, direbbero alle piante: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te». Se la pianta potesse parlare, direbbe all’animale: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te». Se l’animale, la pianta e l’aria potessero parlare, direbbero all’uomo: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te».

Con la stessa logica, ma parlando dall’alto e dal basso, poiché l’anima è spirituale, Nostro Signore dice all’anima: «Se tu non mangi la carne del Figlio dell’uomo e non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te». La legge della trasformazione opera consistentemente attraverso la natura e la grazia. L’inferiore si trasforma nel superiore, la pianta si trasforma nell’animale quando questi se ne ciba; l’uomo è trasformato dalla grazia in Cristo, quando assume Cristo nella propria anima, perché è una qualità dell’amore quella di trasformarsi nell’oggetto amato.

Perché dovremmo sorprenderci del fatto che Egli si doni a noi come cibo? Dopo tutto, se Egli dona il cibo agli uccelli e alle bestie nell’ordine naturale, perché non dovrebbe fornirlo all’uomo nell’ordine soprannaturale? (…)

Se il cristianesimo fosse soltanto il ricordo di qualcuno che è vissuto oltre diciannove secoli fa, non varrebbe la pena di conservarlo. Se colui che è venuto su questa terra non fosse Dio, così come uomo, allora avremmo a che fare semplicemente con il fallibile e con l’umano. Ma anche ammettendo che egli sia Dio incarnato, come dovremmo entrare in contatto con lui? Certamente, non leggendo libri su di lui, benché siano edificanti e istruttivi; ovviamente non cantando inni, benché possano aiutarci dal lato emotivo. Il cuore umano desidera il contatto con l’amato. (…)

L’Eucaristia è il cibo della nostra anima, ma il potere di assimilazione qui appartiene a Cristo ed è lui che, nutrendoci, ci unisce e ci incorpora alla sua vita. Non è Cristo a essere trasformato in noi, come il cibo che mangiamo; siamo noi a essere incorporati a lui. Con Giovanni Battista diciamo: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3, 30). Il momento della Comunione è quella speciale intimità riservata ai veri amanti.

Nella vita ci sono tre tipi d’intimità: ascoltare, vedere e toccare. Il nostro primo contatto con chiunque ci ami è ascoltare la sua voce, il secondo è vederlo, il terzo – e questo è riservato solo ai più intimi – è il privilegio di toccarlo. Noi ascoltiamo su Cristo nelle Scritture, lo vediamo con gli occhi della fede, ma lo tocchiamo nell’Eucaristia. Egli ci chiede soltanto di purificare la nostra coscienza dal peccato e venire a lui pronti a ricevere ciò che Egli vuole donarci, poiché sa di cosa abbiamo bisogno.

La santa Comunione è incorporazione non solo alla vita di Cristo, ma anche alla sua morte. Questo secondo aspetto è talvolta dimenticato. San Paolo vi fa riferimento: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Cor 11, 26). In un altro passo, san Paolo ci dice che dobbiamo compiere nel nostro corpo ciò che manca alla Passione di Cristo. Per salvare le nostre anime, la vita di Cristo deve essere duplicata nella nostra vita.

Ciò che egli ha compiuto nella sua nascita, sul Calvario, nella sua risurrezione e nell’ascensione, dobbiamo farlo noi. Ma non possiamo avere accesso a quelle benedizioni celesti se non attraverso la croce, vale a dire attraverso la penitenza, la mortificazione, il rinnegamento di sé e la morte al nostro egoismo. Di qui, la Chiesa insiste sul fatto che dobbiamo essere in stato di grazia per poter ricevere Nostro Signore nell’Eucaristia. Come un cadavere non può ricevere nutrimento, così nessuno può ricevere il cibo divino senza la vita divina nella sua anima. In aggiunta a questo, la Chiesa richiede un certo tempo di digiuno prima della Comunione. Lo fa per ricordarci che l’Eucaristia non è solo un sacramento dei vivi, ma anche un sacramento di mortificazione.

Solo quando viene impresso in noi il segno della croce possiamo essere segnati dalla gloria della sua risurrezione. Dal momento della sua morte sul Calvario fino alla fine del tempo, quando verrà nella gloria, il Cristo morente è continuamente all’opera, ri-presentando la sua morte sull’altare e spingendoci, a nostra volta, a ri-presentarla nel distacco dai sette becchini dell’anima: i sette peccati capitali.

Noi siamo la cera ed egli è il sigillo. Egli vuole vedere in noi qualcosa della sua immolazione; e spetta a ogni cristiano, quindi, condurre una vita morente: essere più umili quando veniamo ostacolati, più pazienti quando le cose vanno male, morendo un po’ al mondo e al nostro io, essendo sempre felici di «testimoniare la sua morte nel nostro corpo fino a che egli venga». (…)

Il Santissimo Sacramento è presente nel tabernacolo giorno e notte. Qui Cristo dimora in corpo, sangue, anima e divinità sotto le specie sacramentali del pane. Come lo sappiamo? Cristo stesso ce lo ha detto! Ci sono altre evidenze fondamentali? Nient’altro che quella; ma ci sono forse altre ragioni al mondo così forti come la parola di Dio stesso? Per questo l’Eucaristia è al di sopra di tutti gli altri sacramenti: è il sacramento della fede.

I fedeli credono che Cristo è realmente presente, sacramentalmente, nel tabernacolo, come sei presente tu che leggi questo libro. È questo che fa la differenza tra la chiesa e ogni altro edificio. Non è il pulpito, né l’organo, né il coro, ma Cristo è il centro. Come il tabernacolo era il cuore del culto nell’Antico Testamento, così ora il tabernacolo e l’altare sono il cuore del culto nel Nuovo Testamento.

Coloro che visitano la chiesa affermano di «sentire la differenza», benché non sappiano nulla sull’Eucaristia, come si può sentire il calore anche senza sapere nulla sulla natura del fuoco. Ma per i fedeli, membri del Corpo mistico di Cristo, qui è presente Cristo!

Davanti alla sua presenza eucaristica, gli occhi abbattuti dal peccato trovano il ristoro delle lacrime purificatrici; qui il cuore ferito da amori infedeli rompe il suo silenzio con l’invito del Salvatore vivente: «Figlio, donami il tuo cuore». Qui le ginocchia si umiliano nella genuflessione e il cuore è esaltato nell’adorazione; qui i sacerdoti fanno la loro Ora santa, in risposta all’invito del Signore nel Getsemani. Qui si dà appuntamento l’amore, poiché questo è «il pane disceso dal cielo» (Gv 6, 41) e resterà con noi «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Qui Emmaus rivive nel momento in cui i suoi discepoli lo riconoscono allo spezzare del pane.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

PARTECIPARE ALLA MESSA È LO STESSO CHE ESSERE PRESENTI SUL CALVARIO: “Lo svantaggio di non aver vissuto all’epoca di Cristo è azzerato dalla Messa”; “Chi assiste alla Messa, solleva la croce dal suolo del Calvario per piantarla al centro del proprio cuore.”

La Messa, quindi, guarda avanti e indietro. Poiché viviamo nel tempo e possiamo servirci soltanto di simboli terreni, vediamo in successione quello che non è altro che un unico eterno movimento d’amore. Se una bobina cinematografica fosse dotata di coscienza, vedrebbe e capirebbe la storia in una volta; mentre noi non la afferriamo finché non ne vediamo lo svolgimento sullo schermo. Così accade con l’amore da cui Cristo ha preparato la sua venuta nell’Antico Testamento, ha offerto sé stesso sul Calvario e ora lo ripresenta nel sacrificio della Messa.

La Messa, di conseguenza, non è un’altra immolazione, ma una nuova presentazione dell’eterna vittima e la sua applicazione a noi. Partecipare alla Messa è lo stesso che essere presenti sul Calvario. Ma con alcune differenze. Sulla croce, Nostro Signore ha offerto sé stesso per tutta l’umanità; nella Messa noi applichiamo quella morte a noi stessi e uniamo il nostro sacrificio al suo.

Lo svantaggio di non aver vissuto all’epoca di Cristo è azzerato dalla Messa. Sulla croce, Egli ha potenzialmente redento tutta l’umanità; nella Messa noi rendiamo attuale quella Redenzione. Il Calvario è legato a un dato momento nel tempo e a una specifica collina nello spazio. La Messa temporalizza e spazializza quell’eterno atto di amore. Il sacrificio del Calvario è stato offerto in modo cruento mediante la separazione del suo corpo dal suo sangue.

Nella Messa, questa morte è presentata misticamente e sacramentalmente in modo incruento, mediante la consacrazione separata del pane e del vino. I due elementi non sono consacrati insieme, con parole del tipo: «Questo è il mio corpo e il mio sangue»; piuttosto, secondo le parole di Nostro Signore: «Questo è il mio corpo», si dice sul pane; poi, «Questo è il mio sangue», si dice sul vino. La consacrazione separata è una sorta di spada mistica che divide il corpo dal sangue, nel modo in cui il Signore è morto sul Calvario.

Supponiamo che ci sia un’eterna stazione radiofonica che trasmetta onde eterne di saggezza e illuminazione. Le persone che vivono in differenti epoche potrebbero sintonizzarsi a quella sapienza, assimilarla e applicarla a sé stessi. L’eterno atto di amore di Cristo è qualcosa con cui possiamo sintonizzarci nelle successive epoche storiche mediante la Messa. La Messa, di conseguenza, trae la sua realtà e la sua efficacia dal Calvario e non ha senso al di fuori di esso. Chi assiste alla Messa, solleva la croce dal suolo del Calvario per piantarla al centro del proprio cuore.

Questo è il solo perfetto atto d’amore, di sacrificio, di ringraziamento e di obbedienza con cui possiamo ripagare Dio; precisamente, quello che è offerto dal suo Figlio divino incarnato. Da noi stessi non siamo in grado di toccare il cielo perché non siamo abbastanza alti. Da noi stessi non possiamo toccare Dio. Abbiamo bisogno di un mediatore, qualcuno che sia Dio e uomo, che è Cristo.

Nessuna preghiera umana, nessun atto umano né abnegazione, nessun sacrificio è sufficiente a squarciare il cielo. Solo il sacrificio della croce può farlo ed è ciò che avviene nella Messa. Quando la celebriamo, per noi è come essere appesi alle sue vesti, aggrappati ai suoi piedi durante l’ascensione, stretti alle sue mani piagate mentre offre sé stesso al Padre celeste. Nascondendoci in lui, le nostre preghiere e i nostri sacrifici hanno il suo stesso valore. Nella Messa siamo una volta di più sul Calvario, associati a Maria, Maddalena e a Giovanni mentre vediamo tristemente alle nostre spalle i carnefici che disputano ai dadi le vesti del Signore.

Il sacerdote che offre il sacrificio semplicemente presta a Cristo la propria voce e le proprie dita. È Cristo il Sacerdote; è Cristo la Vittima. In tutti i sacrifici pagani e nei sacrifici giudaici, la vittima era sempre distinta dal sacerdote. Poteva trattarsi di una capra, un agnello o un toro. Ma quando è venuto Cristo, Egli, il Sacerdote, ha offerto sé stesso come Vittima. Nella Messa è Cristo che ancora offre sé stesso e che è la Vittima con la quale diventiamo una cosa sola.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

L’EUCARISTIA È UN SACRIFICIO E UN SACRAMENTO: NOI VIVIAMO DI CIÒ CHE UCCIDIAMO.

Il sacramento dell’Eucaristia ha due aspetti: è al contempo un sacrificio e un sacramento. Poiché la vita biologica non è che un riflesso, una debole eco, un’ombra della vita divina, nell’ordine naturale si possono trovare analogie con le bellezze divine. La natura stessa non ha forse un duplice aspetto: un sacrificio e un sacramento? Le verdure servite a tavola, la carne presentata sul piatto, sono i sacramenti naturali del corpo dell’uomo, che vive per mezzo loro. Se avessero la parola potrebbero dirci: «Se non entrerai in comunione con me non potrai vivere».

Ma se esaminiamo in che modo la creazione inferiore degli elementi, della verdura o della carne possano diventare il sacramento o la comunione dell’uomo, veniamo immediatamente introdotti al concetto di sacrificio. I vegetali non devono venire sradicati dalla terra, soggetti alla legge della morte e passare attraverso la dura prova del fuoco prima di poter divenire sacramento della vita fisica o entrare in comunione con il corpo? La carne nel piatto che era un giorno qualcosa di vivente, non è stata soggetta al coltello e il suo sangue versato sul suolo di un naturale Getsemani o Calvario prima che fosse pronta per essere presentata all’uomo? La natura, di conseguenza, suggerisce che un sacrificio deve precedere un sacramento; la morte è il preludio della comunione.

In altre parole, se una cosa non muore, non può iniziare a vivere in un ordine superiore. Per esempio, entrare in comunione senza un sacrificio sarebbe, nell’ordine naturale, come mangiare le verdure e la carne crude. Guardando faccia a faccia le realtà della vita, vediamo che noi viviamo di ciò che uccidiamo. Elevandoci all’ordine soprannaturale, viviamo ancora di ciò che uccidiamo. Sono stati i nostri peccati ad aver ucciso Cristo sul Calvario e, per la potenza di Dio che è risorto dai morti e regna nella gloria dei cieli, egli ora diventa la nostra vita entrando in comunione con noi, e noi con lui. Nell’ordine divino ci deve essere il sacrificio o la consacrazione della Messa prima che ci possa essere il sacramento o la comunione tra le anime e Dio.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

CONSACRIAMOCI CON GESÙ CRISTO NELLA MESSA!

Ecco ciò che tutti noi dovremmo dire a Gesù nel momento della Consacrazione:

“Io offro me stesso a Dio. Mio Gesù, ecco il mio corpo: prendilo. Ecco il mio sangue: prendilo. Ecco la mia anima, la mia volontà, la mia energia, la mia forza, i miei averi, la mia ricchezza: tutto ciò che possiedo è Tuo. Prendilo! Consacralo! Offrilo!

Crocifiggilo! Fallo morire con Te, affinché tutto ciò che di male vi è in me perisca sulla Croce, e ciò che di buono vi possa essere continui a vivere soltanto in Te.
Offrilo con Te Stesso al Padre Celeste affinché Egli, guardando a questo Grande Sacrificio, possa vedere solo Te, il Figlio Suo Diletto, nel quale si compiace.

Cambia il povero pane della mia vita nella Tua Vita Divina; versa il vino della mia vita nel Tuo Spirito Divino; fa della mia croce un Crocifisso. Non permettere che il mio abbandono, il mio dolore e i miei sacrifici vadano sprecati. Raccogli i frammenti e, come la goccia d’acqua viene assorbita dal vino nell’offertorio della Messa, fa’ in modo che la mia vita venga assorbita dalla Tua Vita, che la mia piccola croce venga congiunta alla Tua Grande Croce, così che io possa godere della Felicità Eterna unitamente a Te. Consacra queste sofferenze della mia vita che, se non fossero unite a Te, non verrebbero compensate.

Transustanziami, divinizzami, affinché, come il Pane che adesso è il Tuo Corpo, e come il Vino che adesso è il Tuo Sangue, anch’io possa essere interamente Tuo.

Non mi importa che restino, o Signore, le specie della mia vita, le apparenze del pane e del vino, i doveri della mia monotona vita di ogni giorno e le fattezze di questo mio corpo. Lascia che queste restino pure davanti agli occhi degli uomini. Ma divinizza, cambia, transustanzia tutto ciò che io sono. Voglio che il Padre che abbiamo in Cielo, guardandomi dall’Alto, non veda più me stesso, ma Te, o meglio veda me nascosto in Te, morto a questo mondo corrotto di peccato e possa dirmi: “Tu sei il Figlio prediletto in cui mi sono compiaciuto”

La mia sosta nella vita, i miei compiti quotidiani, il mio lavoro, la mia famiglia, tutte queste cose non sono che le specie della mia vita che possono rimanere immutate; ma la sostanza della mia vita, la mia anima, la mia mente, la mia volontà, il mio cuore, transustanziali, volgili interamente al Tuo Servizio, così che tutti, attraverso me, possano sapere quanto dolce è l’Amore di Cristo”

Questo è il fine della vita! Redimerci unitamente a Cristo, applicando i Suoi Meriti alle nostre anime, assimilandoci a Lui in ogni cosa, perfino nella Sua Morte sulla Croce. Egli visse la Sua Consacrazione sulla Croce così che noi potessimo vivere la nostra nella Messa.

(Fulton J. Sheen)

IN QUESTO VIDEO, CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO, FULTON SHEEN CI SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA SANTA MESSA. CONDIVIDETELO! GRAZIE!

Alla Consacrazione Cristo rinnova il suo sacrificio in maniera incruenta. È tutta l’umanità che il Sacerdote porta all’altare, dove egli congiunge il cielo e la terra.

Alla Consacrazione, Cristo rinnova il suo sacrificio in maniera incruenta. L’atto d’amore che dettò quel sacrificio è eterno, perché Egli è l’Agnello «sgozzato fin dalla fondazione del mondo» (Ap 13, 8). Ogni volta che il Sacerdote pronuncia le parole della Consacrazione, applica i frutti del Calvario a quel luogo particolare in cui viene celebrata la Messa. Il Calvario, situato a un dato punto nello spazio e a un dato momento nel tempo, viene così universalizzato nello spazio e nel tempo.

Il Sacerdote prende la Croce del Calvario, con il Cristo ancora inchiodato su di essa, e la innalza a New York, a Parigi, a Tokyo, al Cairo, oppure nella più povera missione del mondo. Sull’altare non siamo soli. Siamo in rapporto orizzontale con l’Africa, con l’Asia, con la nostra parrocchia, con la nostra città; in una parola, con tutti. Aggrappati alla pianeta di ogni Sacerdote vi sono, per esempio, i 600 milioni di cinesi che ancora non conoscono Cristo. Le nostre mani, mentre prendono l’Ostia, sono quelle corrose dal duro lavoro nelle miniere di sale della Siberia; mentre stiamo ritti davanti all’altare, i nostri piedi sono i piedi sanguinanti dei profughi che si trascinano verso Occidente, verso quelle barriere di filo spinato oltre le quali vi è la libertà. La fiammella delle candele è la vampata degli altiforni, attizzati da uomini sparuti, alla cui fatica è negata la giustizia economica. Gli occhi che contemplano l’Ostia sono bagnati dal pianto della vedova, del sofferente, dell’orfano. La stola è il pettorale del giudizio, il fardello della preoccupazione costante delle nostre chiese, delle missioni del mondo intero.

È tutta l’umanità che il Sacerdote porta all’altare, dove egli congiunge il cielo e la terra. E quando, al momento della Consacrazione, solleviamo le nostre mani al cielo, esse si intrecciano con le mani di Cristo, «sempre vivo per intercedere per noi» (Eb 7, 25). All’Offertorio, il Sacerdote è l’agnello portato alla morte. Alla Consacrazione è l’agnello sgozzato come vittima del sacrificio. Alla Comunione egli scopre di non essere morto affatto, ma di essere invece ben vivo dell’abbondanza di vita che gli viene dall’unione col Cristo.

Colui che cede alle cose materiali e se ne lascia sopraffare è come un uomo che annega, trascinato a fondo dall’acqua che gli è entrata nei polmoni e glieli ha riempiti. Quest’uomo non potrà più riprendersi. Ma quando ci arrendiamo a Dio ci ritroviamo non solo liberi, ma nobilitati e arricchiti. Troviamo che, dopo tutto, nella Consacrazione la nostra morte non era meno transitoria di quella del Calvario, perché la Santa Comunione è come una nuova Pasqua.

Diamo il nostro tempo e riceviamo la sua eternità; abbandoniamo i nostri peccati e riceviamo la sua grazia; sacrifichiamo i miseri affetti e riceviamo la fiamma dell’Amore. In questa unione con Cristo non siamo soli, perché la Comunione non è solamente unione dell’anima singola con Cristo, ma con tutte le membra del suo Corpo Mistico e, per mezzo della preghiera, con tutta l’umanità.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

I VERI CRISTIANI SONO QUELLI CHE RIMANGONO SULLA CROCE CON CRISTO FINO ALLA FINE.

Il senso della Crocifissione non era quello di rappresentare un dramma che ispirasse gli spettatori, ma di costituire un modello di azione alla luce del quale potessimo dare forma alla nostra vita. Non ci viene chiesto di sederci e vedere nella Croce qualcosa di accaduto e concluso, come la “vita di Socrate”. Quanto accadde sul Calvario ha un senso per noi soltanto nella misura in cui lo ripercorriamo nella nostra vita.

La Messa rende questo possibile, perché il Calvario che si rinnova sui nostri altari non ci vede come semplici osservatori, ma come partecipi della Redenzione, resi capaci di portare a termine il nostro compito. Gesù ci ha detto: “E quando io sarò innalzato da terra, attrarrò tutti a Me”. Egli compì la sua missione quando fu sollevato sulla Croce: noi portiamo a termine le nostre quando Gli permettiamo di portarci con Lui nella Messa.

La Messa è ciò che rende la Croce visibile a ciascun occhio: la pone nei momenti chiave della civiltà, porta il Calvario così vicino che anche i piedi stanchi possono intraprendere il viaggio verso il suo dolce abbraccio. Ogni mano può riuscire ora a toccare il suo sacro protagonista e ogni orecchio può ascoltare il suo soave appello perché la Messa e la Croce sono una sola cosa. In entrambi c’è la stessa offerta di una volontà perfettamente fiduciosa da parte dell’amato Figliolo, lo stesso Corpo spezzato, lo stesso Sangue che sgorga, lo stesso Perdono divino.

Dobbiamo portare via con noi tutto quello che è stato detto, fatto e mostrato durante la Santa Messa: dobbiamo viverlo, metterlo in pratica e permearne tutte le condizioni e le circostanze della vita quotidiana. Il Sacrificio di Gesù diviene nostro sacrificio attraverso l’oblazione di noi stessi in unione con Lui. Così possiamo davvero fare ritorno dalla Messa come coloro che hanno compiuto la loro scelta, voltando le spalle all’esistenza mondana e divenendo altri Cristi nel nostro tempo, vivendo la potente testimonianza di quell’Amore che si è sacrificato perché noi potessimo vivere con Lui.

Il nostro mondo è pieno di cattedrali gotiche lasciate incomplete, di vite vissute a metà, di anime che solo in parte hanno accolto la Crocifissione. Alcuni portano la Croce al Calvario per poi abbandonarla, altri vi sono inchiodati ma se ne distaccano prima che essa venga innalzata, altri ancora sono crocifissi ma, non appena il mondo li sfida invitandoli a scendere, se ne vanno dopo un’ora, due ore o due ore e cinquantanove minuti.

I veri cristiani sono quelli che perseverano fino alla fine: Nostro Signore ha resistito fino alla morte. Il prete deve, allo stesso modo, rimanere sull’altare fino alla conclusione della Messa; non può scendere. Così dobbiamo rimanere sulla Croce sino alla fine della nostra vita.

Cristo sulla Croce è schema e modello di una vita compiuta: la nostra natura umana è il materiale grezzo, la nostra volontà è il cesello. La Grazia di Dio è energia e ispirazione. Usando il cesello sulla nostra natura incompiuta, dapprima recidiamo l’enorme ceppo dell’egoismo e poi, operando con più delicatezza, ci liberiamo di piccoli frammenti di egoismo, finché finalmente abbiamo bisogno soltanto di una spazzolata per completare il capolavoro, ossia l’uomo completo, fatto a immagine e somiglianza dell’Esempio sulla Croce.

Noi siamo all’altare sotto il simbolo del pane e del vino: abbiamo offerto noi stessi al Signore, che ci ha consacrato. Non dobbiamo quindi tirarci indietro, ma rimanere sino alla fine, pregando incessantemente cosicché, quando la linfa della nostra vita finirà e guarderemo indietro a un’esistenza vissuta in intimità con la Croce, l’eco della sesta parola di Gesù in Croce: “Tutto è compiuto” riecheggerà nelle nostre orecchie.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”)

Nella Messa la Consacrazione del Sacerdote non è una vuota e sterile ripetizione delle parole dell’Ultima Cena.

Quando pronunciamo le parole della consacrazione, si compie il mistero della transustanziazione. Vi è però un significato secondario, derivante dal fatto che siamo Sacerdoti e Vittime. Quando io dico: «Questo è il Mio Corpo», debbo anche intendere: «Questo è il “mio” corpo». Quando io dico: «Questo è il Mio Sangue», debbo anche intendere: «Questo è il “mio” sangue». «Tu, o Gesù, non sei solo nella Messa», è la preghiera che deve sgorgare dall’anima del Sacerdote consacrante. «Sulla Croce Tu eri solo; in questa Messa io sono con Te. Sulla Croce Tu offristi Te stesso al Padre Celeste; nella Messa Tu ancora offri Te stesso, ma io ora offro me stesso con Te».

La consacrazione non è una vuota, sterile ripetizione delle parole dell’Ultima Cena; essa è mia azione, mia nuova determinazione, nuova Passione che rivive in me: «Caro Gesù, eccoti il mio corpo: prendilo; eccoti il mio sangue: prendilo. Non m’importa se le “specie” della mia vita rimangono quelle di sempre: i doveri particolari della scuola, della parrocchia o della carica. Queste non sono che “apparenze”. Ma ciò che io sono nel mio intelletto, nella mia volontà, prendilo, possiedilo, divinizzalo, perché io possa morire con Te sull’altare.» Allora, il Padre Celeste volgerà il suo sguardo e dirà a Te, e a me in Te: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1, 11).

E discendendo dall’altare mi sentirò, come non mai, tra le braccia di Maria, come lo fosti Tu alla deposizione dalla Croce. Maria non era Sacerdote, ma poteva veramente pronunciare le parole della consacrazione di quel Corpo e di quel Sangue meglio di quanto potesse pronunciarle ogni altro Sacerdote. Abbracciando il suo Figlio poteva dire, come a Betlemme: «Questo è il mio Corpo; Questo è il mio Sangue. Nessuno, in tutto il mondo, Gli diede Corpo e Sangue come ho fatto io». Possa Maria, che fu vittima col Figlio suo, insegnarci a non mai salire il Calvario senza avere il cuore trapassato da una spada. Guai a noi se discendiamo dal Calvario con le mani bianche e illese! Ma saremo pieni di gloria quando, Sacerdoti e Vittime, il Signore vedrà sulle nostre mani i segni della sua Passione e potrà dirci: “Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani” (Is 49, 16).

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

IL SACRIFICIO DELLA SANTA MESSA

L’eresia fondamentale della Riforma Protestante fu la separazione del sacrificio dal sacramento, o la trasformazione del sacrificio della Messa in «cerimonia della comunione», come se fosse possibile il dare la vita senza la morte. Forse che nell’Eucaristia non vi è anche una comunione con la morte oltre che una comunione con la vita? San Paolo non ha omesso questo aspetto: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor 11, 26).

Se noi, nella Messa, mangiamo e beviamo la Vita Divina senza incorporarci alla morte del Cristo mediante il sacrificio, meritiamo di essere considerati come parassiti nel Corpo Mistico di Cristo. Mangeremo il pane senza portare grano alla macina? Berremo il vino senza dare grappoli da pigiare? La condizione della nostra incorporazione alla Risurrezione, Ascensione e glorificazione di Cristo è l’incorporazione alla sua morte. “Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri” (Gal 5, 24).

Nella Messa, noi offriamo il Cristo come Sacerdoti, ma ci offriamo con Lui come vittime? Separeremo ciò che Dio ha unito, vale a dire il Sacerdote e la vittima? L’intima connessione tra sacrificio e sacramento non ci dice del pari che non siamo soltanto Sacerdoti, ma anche vittime? Se tutto ciò che facciamo nella nostra vita sacerdotale è scolare calici e mangiare il Pane della Vita, come potrà la Chiesa, allora, supplire a “quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24)?.

Al momento dell’elevazione, non alziamo il Cristo in croce rimanendo presenti come meri spettatori di un dramma nel quale dovremmo sostenere la parte principale? È la Messa una vuota ripetizione del Calvario? Se così è, che ne facciamo della croce che ci fu comandato di portare quotidianamente? Come può il Cristo rinnovare la sua morte nel nostro corpo? Egli muore di nuovo in noi.

E che ne è del popolo di Dio? Insegniamo ai fedeli che non debbono limitarsi a «ricevere» la Comunione, ma che debbono anche offrire? Essi non possono ricevere la vita, senza compiere alcun sacrificio. La balaustra è un luogo di scambio. Essi danno del tempo e ricevono l’eternità, danno la rinuncia di sé e ricevono la vita, danno il nulla e ricevono il tutto. La Santa Comunione impegna ognuno a una più stretta unione non soltanto con la vita del Cristo, ma anche con la sua morte, impegna a un maggior distacco dal mondo, alla rinunzia allo spreco e al lusso per amore del povero, alla morte del vecchio Adamo per la rinascita, in Cristo, del nuovo Adamo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)