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“IL PECCATO E LA CONFESSIONE… STORIE DI CONVERSIONI”. STRAORDINARIA CATECHESI DI FULTON SHEEN DA UN VIDEO CON TRADUZIONE IN ITALIANO.

Vi proponiamo la traduzione di una splendida catechesi di Fulton Sheen, “La confessione”, tenutasi verso il 1975 . Il testo è stato tradotto da un video in inglese, qui disponibile per chi volesse vederlo con i sottotitoli in italiano: https://youtu.be/fcFYQLRw1vE

BUONA LETTURA!

Oggi vi parlerò della confessione, miei cari figli. Voi siete tutti innocenti, non ne avete bisogno. Perciò inizierò con la parte più importante del discorso, raccontandovi alcune storie sulla confessione. Poi potete anche dormire.

Il canonico scozzese Mullen mi ha raccontato che una sera stava confessando e un ragazzino è venuto a confessarsi. Il canonico gli dice: “Perché non sei venuto a confessarti questo pomeriggio, quando confessavo i bambini?”. Gli risponde: “Non avevo nessun peccato. Ho dovuto aspettare per averne qualcuno”.

Una volta certi boscaioli in Canada decisero di andarsi a confessare. Non l’avevano più fatto da qualche anno, per cui mandarono per primo il più coraggioso di loro, che disse: “Padre, ho commesso ogni peccato che un uomo possa commettere”. “Be’, hai mai commesso un omicidio?”. “No”, disse. “Va bene, questo è un peccato che non hai mai commesso. Ecco, vedi che non hai esaminato la coscienza come si deve. Esci dal confessionale e esamina la tua coscienza, poi ritorna”. Uscì dal confessionale e vide la lunga fila di boscaioli là fuori. Poi disse: “Questa sera non si fa niente, ragazzi. Ascolta solo casi di omicidio”.

Una volta stavo confessando. Un ragazzino entra e tra le altre cose mi dice: “Ho gettato noccioline nella palude”. Non ci ho badato, perché non pensavo di conoscere la teologia tanto bene da comprendere tutti questi peccati. È venuto un altro ragazzo e tra le altre cose: “Ho spinto noccioline nella palude!” e ho sentito la stessa storia dieci o dodici volte. “Suppongo che tu abbia spinto noccioline nella palude”. “No”, mi disse, “Sono io Noccioline!”. Vi è piaciuta questa, non è vero?

Be’, non possiamo raccontare storie tutto il giorno! Dobbiamo tornare a occuparci dei bambini più grandicelli. Comincio col dirvi che stiamo vivendo per la prima volta nella storia del mondo un’epoca che ha negato la colpa e il peccato. Ciascuno oggi crede di essere stato concepito senza macchia di peccato. Non ci sono peccatori, siamo soltanto dei pazienti. È interessante che Karl Menninger del principale istituto di psichiatria in Kansas abbia appena scritto un libro, domandandosi cosa sia accaduto al peccato. È curioso che quando i nostri teologi moralisti e il nostro catechismo hanno abbandonato l’idea del peccato, uno psichiatra ci ricorda che il peccato esiste. Per esempio afferma che da quando i teologi hanno trascurato il peccato, se ne sono appropriati gli avvocati, facendo del peccato un crimine, e poi da quando l’hanno trascurato i giuristi, se ne sono appropriati gli psichiatri, e allora il peccato è diventato un complesso. Il peccato è una realtà nel mondo e dobbiamo affrontarla perché siamo tutti peccatori. Infatti non possiamo iniziare a ricevere la misericordia del Signore finché non riconosciamo di essere peccatori.

Cosa accade dunque quando reprimiamo la colpa e il peccato? Perché lo facciamo, eccome. Gli uomini peccano e non ci fanno caso, lo stesso succede con le donne. Questo ha un effetto tremendo sulla nostra mente e talvolta sul nostro corpo. Quando non portiamo in superficie i nostri peccati e non li confessiamo al Signore, be’, avete sentito dei trapianti in medicina? Un trapianto di reni, un trapianto di cuore. E spesso avete letto che il trapianto non è stato efficace. Per quale motivo? Perché il corpo ha opposto resistenza. Ci sono degli anticorpi nel nostro organismo, che non assimilano e non si fanno carico di un nuovo organismo. La nostra anima si comporta allo stesso modo. Ha degli anticorpi e quando qualsiasi peccato entra nell’anima, allora siamo disturbati. La mente è infelice. È come avere un osso rotto. L’osso fa male, perché non è nel posto dove dovrebbe essere. E quando la coscienza non è dove dovrebbe essere, allora soffriamo. Abbiamo un disturbo di coscienza, non ci sentiamo a nostro agio. Possiamo cercare di nasconderlo col bere o con il divertimento e via dicendo, ma nei momenti di quiete la colpa è là.

Richiamate alla mente alcuni degli effetti descritti da Shakespeare. Considerate che Shakespeare è nato nel 1564. Spero sia così, perché è un dato che viene fuori dal mio subconscio. Penso che ero al mio secondo anno di università quando ho studiato che Shakespeare è nato nel 1564 ed è morto nel 1616. Ad ogni modo, il fatto importante è che centinaia di anni prima della psichiatria, egli ci racconta di un complesso, di una psicosi nella mente di Macbeth e delle nevrosi di Lady Macbeth. Macbeth e Lady Macbeth avevano studiato il modo di uccidere il re per impadronirsi del trono. Dopo l’assassinio a Macbeth sembra sempre di vedere un pugnale davanti a lui. Dice: “Che cos’è questo pugnale con il manico rivolto verso la mia mano?”. Ma non c’era nessun pugnale, era una psicosi. Era il modo per la colpa di venire fuori. Lady Macbeth si lavava le mani ogni quarto d’ora, vedeva sangue su di esse e si chiedeva: “Non sono forse abbastanza tutte le acque dei sette mari per lavare questo sangue sulle mani?”. Ma non c’era nessun sangue sulle sue mani. Questo era l’effetto sulla sua mente della soppressione della colpa.

Una donna una volta venne da me per suo fratello: “Si è rivolto ai dottori per circa quattro o cinque anni, ma non ha avuto miglioramenti e il suo peso è sceso a 40 chili. Vorreste vederlo?”. Le dissi: “Se il suo problema è mentale, non posso aiutarlo. Deve rivolgersi agli psichiatri. Se comunque c’è una base morale per la sua condizione, allora posso aiutarlo”. L’uomo venne da me, pesava circa 40 chili, fragile e spaventato, e gli dissi: “Parla con me per una mezzora. Non t’interromperò”. Parlò per una quarantina di minuti, poi gli dissi: “Quanto denaro hai rubato?”. “Ma io non ho rubato”. “Quanti soldi erano?”. Rispose: “Questa è un’offesa. Non sono un ladro, non ho affatto rubato”. “Quanti soldi erano?”. “3.000 dollari. Come sapevi che ho rubato?”. “Non lo sapevo”. “Allora perché me l’hai chiesto?”. “Perché mi ha detto che quando metti i soldi nella cassetta prima li pulisci e ho pensato che forse avevi del denaro sporco”. Ebbene, quell’uomo trovò il sistema per restituire il denaro e la sua salute recuperò subito. Era l’effetto della colpa sulla sua anima!

Provate solo a pensare, mie care signore, a quante donne mentalmente disturbate siamo destinati ad avere negli Stati Uniti nei prossimi 10 o 15 anni, quando la colpa di un aborto comincerà ad attaccare la mente e l’anima. Nel presente si giustificano dicendo che tutte lo fanno e si tratta solo di una cicatrice. Come disse a un dottore una volta una ragazza che entrò da lui: “È solo una piccola cicatrice, non me ne ricorderò neppure”. Ma il dottore disse: “Che cosa intende per cicatrice?”. Perciò tra qualche anno a partire da ora, immaginate quando la colpa verrà fuori nella sua caratteristica maniera, benché nel momento presente non si faccia avvertire. La colpa può anche non manifestarsi da subito, il che è evidente nel corso della vita di re Davide. Davide un giorno si trovava in cima al suo palazzo, sulla terrazza, guardò dall’altra parte della strada e vide una donna sulla terrazza attigua, Betsabea. E chiese a Betsabea di raggiungerlo per vedere le sue preziose collezioni. E amò Betsabea con intensità maggiore di ogni accortezza e lei si ritrovò incinta di un bambino. Il marito Uria era lontano in guerra. Davide lo richiamò, perché un re poteva farlo, e gli disse di tornare a casa dalla moglie. Ma Uria rispose: “Siamo in guerra, non ci è permesso di stare con nostra moglie mentre stiamo combattendo”. Davide quindi lo fece ubriacare, invitandolo a tornare a casa, ma Uria si mise a dormire alla porta del palazzo. Davide stava cercando di addossare la responsabilità della paternità sul marito. Alla fine non potendo sbarazzarsi di lui in questo modo, chiede al generale di metterlo in prima linea. Gli uomini sono costretti a morire in battaglia e forse Uria sarebbe stato ucciso. Uria fu ucciso e questo non diede minimamente fastidio a Davide, finché sette o otto mesi dopo il profeta Nathan venne da lui e disse: “Davide, ho un problema e tu in quanto re devi risolverlo. C’era un uomo povero che aveva una pecorella. Accanto a lui viveva un un uomo ricco che rubò la pecorella e ne fece un banchetto per i suoi amici”. Davide subito s’interessò alla giustizia sociale: “Questo non può essere, deve pagare con la sua vita e la proprietà deve essere ristabilita con quattro volte tanto”. Nathan disse: “Tu sei quell’uomo. Hai preso la pecorella di Uria, Betsabea, e l’hai portata via dal marito”. Questo fu il momento in cui Davide si sedette e scrisse il famoso salmo 50: “Pietà di me, Signore, pietà di me”.

Vedete come non sempre, ma spesso possiamo dissimulare il nostro desiderio di giustizia individuale con un grande amore per la giustizia sociale. Ricordate quando Giuda era nella sala del banchetto in casa di Simone, una donna entrò e cosparse un unguento sui piedi del nostro Signore benedetto? Giuda disse: “Perché questo spreco? Perché non dare questo denaro ai poveri?”. Possiamo immaginare Giuda proseguire nella sua requisitoria al Signore, dicendo per esempio: “Ti ho sentito dire sul monte delle beatitudini che i poveri sono beati. Dov’è il tuo amore per i poveri ora? Ti sei dimenticato di tutta quella gente che vive in baracche sulla strada tra Gerico e Gerusalemme? Ricordi quel giorno in cui ci siamo addentrati nel cuore di Gerusalemme? Non ti interessano più quei poveri? Guarda questi umili pescatori di Cafarnao, dov’è il tuo amore per i poveri?”. Il Signore rispose: “Giuda, avrete sempre i poveri con voi, ma non avrete sempre me”. Giuda era davvero interessato ai poveri? No, lui stava rubando dalla cassa comune degli apostoli e questo è il modo in cui lo dissimulò. Pertanto quando sopprimiamo la nostra colpa, essa resta lì per l’eternità, a meno che non venga perdonata. Quando viene perdonata, è completamente distrutta.

Come dunque sono perdonati i nostri peccati per mezzo della misericordia di Dio e la pienezza della fede in Cristo? Mediante la confessione. Cos’è la confessione? Nudità. Nudità dell’anima. Svuotandoci di tutte le false scuse, finzioni e apparenze e rivelando noi stessi per come veramente siamo. Sapete, brava gente, che da quando abbiamo rinunciato all’esame di coscienza e alla confessione la nudità fisica aumenta nel mondo? Soffermiamoci a studiare questa tendenza per un momento. Quando Adamo ed Eva si trovavano nel giardino erano nudi, ma senza vergogna. Perché? Perché erano coperti dall’alone della grazia di Dio, rifulgeva attorno a loro, rivestiti di gloria, e pertanto non c’era nessun senso di nudità. Dopo la caduta, si percepirono come nudi perché persero la grazia di Dio e così furono costretti a vestirsi. Ora vi dirò come si coprirono e ve ne spiegherò il mistero. Sapete come fu coperta la loro nudità? Sì, con foglie di fico, che però appassiscono. La loro vergogna restava manifesta. Come fu dunque coperta? Dio fece loro delle tuniche in pelle di animali. Lo fece Dio, e fu fatto indirettamente perché fu ucciso un animale al posto loro, e implicò lo spargimento di sangue. Potrei portarvi lungo tutto il vecchio Testamento e spiegarvi tutta la storia, ma il punto è che erano nudi e presi dalla vergogna perché avevano perduto la grazia di Dio. Nel nostro mondo moderno stiamo ripristinando la nudità, tentando di riportarla al giardino dell’Eden senza salire sulla collina del Calvario e questo non si può fare.

Cos’è dunque la confessione? Un altro tipo di nudità. Non una nudità epidemica o epidermica, ma una nudità etica, attraverso cui diciamo al Signore: “Questo è quello che sono. Un miserabile peccatore”. E quando facciamo questa confessione, quello che accade potrebbe chiamarsi un riciclo dei rifiuti umani. Sentiamo parlare di un grande interesse oggi per il riciclo dei rifiuti, ma sto parlando del riciclo dei rifiuti umani. Quando andate alla confessione e i vostri peccati sono perdonati dal sangue di Cristo mediante il sacerdote, c’è sempre un effetto di quel peccato che rimane. Supponiamo che un bambino faccia qualcosa di sbagliato come piantare un chiodo in una tavola, o disobbedire a sua madre, per esempio. Ogni volta che la madre lo perdona e il bambino dice che gli dispiace, poi la madre gli chiede di togliere quel chiodo. C’è qualcosa che resta? Oh, sì, un buco. Questo è l’effetto del peccato! Anche se il peccato è stato perdonato, dobbiamo fare qualche riparazione. Questo è il motivo per cui vi viene data una penitenza in confessione per riempire i buchi. Ma non dobbiamo fare una riparazione adeguata per il peccato in quanto abbiamo la misericordia dei santi, voglio dire l’intercessione dei santi e la misericordia del nostro Signore benedetto.

Quando andiamo alla confessione, ecco che le nostre vite sono completamente cambiate. Vi darò qualche esempio su come le nostre vite vengano cambiate se ci arrendiamo alla misericordia di Dio. C’era un uomo a Londra che veniva nella chiesa di San Patrizio. Ogni giorno quando aprivo la chiesa, lui entrava alle 7 e si sedeva sulle ultime panche, s’inginocchiava senza prendere la comunione fino alle 9. Non ha mai usato un libro delle preghiere. Meditava fino alle 11.30 del mattino per poi tornare ancora nel pomeriggio e restare di notte fino alla chiusura della chiesa. Non parlava con nessuno. Dopo averlo notato per diversi mesi, gli ho detto: “Se sei stato tanto buono così come sei ora…”. Fu una domanda per testarlo, perché se avesse risposto che sì, lo era, avrei saputo che non c’era nulla di buono in lui. Lui rispose: “Considerando le grazie che ho ricevuto, sono cento volte peggio ora di quanto non lo sia stato in precedenza”. Allora mi raccontò di sé, era un alcolizzato. “Ero così alcolizzato che toglievo le mie scarpe nel salone del pub e raramente per una sola bevuta, ma facevo un fioretto ogni mercoledì delle Ceneri e lo rispettavo fino alla domenica di Pasqua”. Lo faceva ogni anno, ma un giorno si disse: “Se posso essere buono per 40 giorni, perché non esserlo per 40 anni?”. Così ho deciso di essere buono per 40 anni, ma non era così facile. Decise di andare nella chiesa di santa Maddalena, io me lo ricordo bene, e ho fatto un salto in quella chiesa 9 mesi fa per recitare una preghiera per questo uomo buono, ma sono sicuro che non ne ha bisogno. Comunque dicevamo che quest’uomo entrò in chiesa. Ci sono tre scalini che salgono da Covent Garden fino al basamento della chiesa e uno in prima fila per la benedizione. Padre Kearney afferrò l’ostensorio per iniziare la benedizione, lui si sentì addosso un’opprimente passione per il bere e per il vizio. Disse che se le tentazioni di tutta una vita si fossero concentrate in un solo momento, non avrebbero potuto eguagliare quell’agonia. “Era così forte che non potevo sopportarla! Così sono uscito dal banco, mi sono messo a correre lungo la navata e sono inciampato sui tre scalini. Quando la campanella della benedizione ha suonato, ho aperto il mio cuore, mi sono voltato indietro e ho detto: Perdonami, Signore, andrò a confessarmi. Da allora non ho più bevuto e trascorro la mia vita in preghiera. “. “Quante ore preghi al giorno?” “Circa 18”. “Qual è per te un giorno trascorso bene?”. “24 ore di preghiera. Vivo nella stessa bettola di quando ero alcolizzato e più volte durante la notte m’inginocchio accanto al mio giaciglio a pregare per tutti gli alcolizzati”.

Questo è il riciclo di rifiuti che il Signore ama! Nostro Signore ha detto che c’è più gioia in cielo per un peccatore che si pente che per 99 giusti che non hanno bisogno di penitenza.

Poi un’altra storia che riguarda una ragazza, l’ultima riguarderà un ragazzo. Ho ricevuto una telefonata da due giovani ragazze che vennero nel rettorato, chiedendomi di andare immediatamente in un appartamento vicino al fiume Hudson: “Kitty sta morendo. Non la conosci? Tutti conoscono Kitty”. Ho chiesto informazioni sulla sua malattia, ma mi dissero semplicemente che stava morendo. Ho preso con me il Santissimo Sacramento e gli oli santi, sono salito per cinque squallide rampe di scale fino a una delle stanze più sporche dove sia mai entrato. Cibo, sudiciume, giornali, stracci sul pavimento e negli angoli. Un lurido giaciglio e sopra questa ragazza molto malata. “Stai scherzando?”. “No, è vero. Tutti mi conoscono”. “Kitty, vorresti fare pace con il Signore?”. “No, non posso perché sono la peggiore ragazza della città di New York”. “No, non lo sei. Perché la peggiore ragazza di New York dice di essere la migliore ragazza di New York”. L’ho pregata e scongiurata. “Non posso, sono troppo orribile. Guarda il mio braccio, tutto nero e blu a causa di mio marito. Non guadagno abbastanza soldi sulla strada, mi colpisce. Ora mi ha avvelenato, sto morendo per un veleno”. Ho provato con tutte le parabole del Signore e alla fine si è confessata, ma non l’avevo ancora unta perché ci volle parecchio tempo per convincerla della misericordia del Signore. Il veleno stava raggiungendo le diverse aree del cervello e lei aveva l’impressione di perdere l’uso degli organi esterni. Per esempio, toccandosi l’orecchio: “Madre, ecco il mio orecchio. Tienilo tu quando me ne sarò andata”. E poi una ragazza entrò nella stanza e supplicò di lasciarla stare: “Ecco il mio occhio… Ecco la mia lingua, tienila tu”. Compresi che le sue condizioni erano molto serie. L’ho unta e immediatamente stava benissimo. Le ho detto: “Mi dispiace, Kitty, sei tornata ancora in questo mondo”. “Sì, solo per provare che posso essere migliore”. È diventata un’apostola tra le persone con cui lavorava. Di sera mentre confessavo, aprendo lo sportello, mi sentivo dire: “Padre, questa è la ragazza di cui ti ha parlato Kitty… Questo è il ragazzo di cui ti ha parlato Kitty”. Una notte venne nel rettorato: “Ho una ragazza che ha commesso un omicidio”. “Dove si trova?”. “In chiesa”. “No, la chiesa è chiusa a chiave”. “È in strada, seduta sulla scalinata”. Così sono andato alla porta e l’ho invitata a entrare, in breve tempo si è confessata. Questo era il modo con cui Kitty continuava a esercitare l’apostolato della Misericordia dopo essere stata perdonata.

A questo punto ci siamo goduti queste storie. Siamo le persone più fortunate del mondo, perché quando siamo gravati dal peccato, possiamo andare dal Signore e ricevere un segno esterno che siamo stati perdonati. Il peccato non è la cosa peggiore del mondo, la cosa peggiore al mondo è negare il peccato. Sono cieco e nego che c’è qualcosa come la luce che non ho mai visto. Sono sordo e c’è qualcosa come il suono che non ho mai sentito. Se nego di essere peccatore, come posso mai essere perdonato? Pertanto peggio del peccato è negare il peccato, cioè il nostro atteggiamento moderno riguardo alla vita. Se dunque la tua anima è gravata dal peccato, portala dal Signore. È morto per te, ti perdonerà. E come è difficile trovare qualcosa di altrettanto rinfrescante di un buon bagno, così non c’è niente di spiritualmente più rinfrescante dell’assoluzione. La bellezza di questo è che possiamo ricominciare tutto daccapo. La misericordia del Signore è illimitata, ma dobbiamo soltanto avere fiducia in Lui. Vi lascerò con questo pensiero consolante. Se non aveste mai peccato, non avreste mai potuto chiamare Gesù “Salvatore!”. Amen.

(Fulton J. Sheen, da una catechesi del 1975 circa)

LA CRESIMA È IL SACRAMENTO DEL COMBATTIMENTO CONTRO IL MONDO, LA CARNE E IL DIAVOLO: LO SPIRITO SANTO CI RENDE SOLDATI DI CRISTO NELL’ESERCITO DELLA CHIESA!

Le parole di Nostro Signore sull’invio dello Spirito di verità che amplierà la nostra conoscenza di lui, prova che l’intera verità non può rientrare in parole scritte. La Pentecoste non è stata la discesa di un libro, ma di vive lingue di fuoco. Il sacramento della Confermazione smentisce quanti dicono che «il discorso della montagna era sufficiente per loro». L’insegnamento di Nostro Signore registrato nei Vangeli, fu implementato, completato e rivelato nel suo senso più profondo dallo spirito di verità che egli ha donato alla sua Chiesa. Certamente conosciamo Cristo leggendo i Vangeli, ma scopriamo il significato più autentico delle sue parole e conosciamo Cristo più pienamente quando abbiamo il suo Spirito.

Soltanto mediante lo Spirito riconosciamo che egli è il divino Figlio di Dio e il Redentore dell’umanità: «Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene» (Rm 8, 8-9).

-Il Sacramento del combattimento-

Ogni sacramento ha a che fare con la morte di Cristo, ma la Confermazione o Cresima intensifica tale rassomiglianza. Il Battesimo dona un tesoro al cristiano; la Confermazione lo spinge a combattere per custodirlo contro i tre grandi nemici: il mondo, la carne e il diavolo. Il carattere militare del sacramento è evidenziato nei quattro simboli o atti che seguono.

1) “La fronte è unta col crisma nel segno della croce”. La croce, per sua natura, evoca opposizione. Più uno crocifigge le sue passioni e rigetta i falsi insegnamenti del mondo, più è calunniato e combattuto. Il Calvario non unisce solo gli amici di Nostro Signore, ma anche i suoi nemici. Coloro che erano opposti l’un l’altro, misero da parte i loro conflitti minori per un odio più grande. Giuda e i sinedriti, i farisei e i pubblicani, i tribunali religiosi e i sovrintendenti romani, benché si disprezzassero l’un l’altro, nondimeno inflissero insieme i colpi di martello e chiodi alle mani e ai piedi di Cristo: «Poiché non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv 15, 19). Quando il piccolo fiore di Lisieux, santa Teresa, si preparava alla Confermazione, ne vide il legame con la crocifissione: «Sono andata al ritiro per la Cresima. Mi sono preparata con cura alla venuta dello Spirito Santo. Non posso comprendere perché si presti così poca attenzione al sacramento dell’amore. Come gli apostoli, ho atteso con gioia il Consolatore promesso. Ho gioito pensando che presto sarei dovuta essere una perfetta cristiana e avrei avuto la mia fronte segnata eternamente dalla misteriosa croce di questo sacramento ineffabile. Quel giorno ho ricevuto la forza di soffrire, una forza di cui avevo molto bisogno, perché il martirio della mia anima stava per iniziare di lì a poco».

2) “La grazia interiore del sacramento dona fortezza e altri doni destinati alla battaglia dello Spirito”. Nella Pentecoste gli apostoli furono resi testimoni della Risurrezione di Cristo e la parola “testimone”, in greco significa “martire”. Così, nella Confermazione, il cristiano è segnato con potenza e audacia sulla fronte, perché né paura né falsa modestia possano trattenerlo dal confessare pubblicamente Cristo. Il bestiame è spesso marchiato col nome del proprietario e gli schiavi o i soldati al servizio dell’imperatore sono tatuati per potersi riconoscere più facilmente qualora disertassero il servizio. Plutarco attesta che c’era l’usanza di marchiare gli animali destinati al sacrificio, come a sigillare che erano riservati per qualcosa di sacro. Erodoto parla di un tempio in Egitto in cui il fuggitivo poteva reclamare il diritto del santuario: una volta che lo avesse fatto, sarebbe stato marchiato o tatuato, a indicare che era proprietà di Dio e, di conseguenza, inviolabile e sacrosanto. Il significato spirituale del marchio è anticipato qui: «Ammazzate fino allo sterminio: non toccate, però, chi abbia il tau in fronte» (Ez 9,6). L’ultimo giorno, gli eletti saranno sigillati sulla fronte nel nome dell’Agnello e di suo Padre, per essere preservati dalla distruzione (Ap 7, 3). La Confermazione, quindi, consiste nel marchiare una persona nell’esercito dell’Agnello. San Paolo dice: «E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione» (Ef 4, 30).

3) “Al cresimato si dà un colpetto sulla guancia per ricordargli che, in quanto soldato di Cristo, dovrà essere pronto a soffrire ogni cosa per amor suo”. Rinnegare la propria fede per un effimero piacere carnale o arrendersi per timore del ridicolo, è molto più grave agli occhi di Dio del tradimento di un soldato dal suo dovere. Péguy, rimpiangendo un desiderio di coraggio spirituale scrive: «Vergogna a coloro che provano vergogna. Non è questione di credere o meno, è questione di sapere qual è la causa più frequente della perdita di fede. Nessuna causa può essere più vergognosa della vergogna – e della paura. E di tutte le paure, la più vergognosa è certamente la paura del ridicolo, la paura di essere presi per matti. Uno può credere o non credere. Ma vergogna a colui che rinnega il suo Dio per evitare di essere fatto oggetto di scherno. Ho in mente quel povero, timoroso disgraziato che guardava qua e là con paura per assicurarsi che non ci fosse qualche alto personaggio che aveva deriso lui, la sua fede e il suo Dio. Vergogna a coloro che si vergognano. La vergogna implica una codardia che non può far ricorso a nulla. Vergogna a coloro che si vergognano».

4) “Il carattere combattivo della Confermazione è ulteriormente evidenziato dal fatto che il suo ministro ordinario è il vescovo, che è come dire un generale nell’esercito della Chiesa”.
Poiché la Confermazione dona un aumento dello Spirito Santo rispetto al Battesimo, è amministrata opportunamente dall’unico che ha la pienezza del sacerdozio. Quando il vescovo estende le sue braccia sui cresimati, come successore degli apostoli, imita Pietro e Giovanni che imposero le mani sui nuovi convertiti della Samaria, così che «ricevevano lo Spirito Santo» (At 8, 17). Egli imita inoltre Paolo a Efeso: «Non appena Paolo ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo» (At 19, 6). Il vescovo non tiene per sé la sua autorità; ne è un dispensatore, perché fu Nostro Signore che disse ai suoi apostoli di fare discepoli in tutte le nazioni (Mt 28, 19-20). Il vescovo, come autorità della Chiesa, incorpora il cresimato nelle responsabilità adulte. Da quel momento in poi il cresimato non conduce una vita cristiana individuale: egli inizia a impegnarsi nell’esercito. La Confermazione, di conseguenza, è la prima grande manifestazione della relazione stabilita tra l’autorità della Chiesa e l’individualità del cristiano.

Ogni sacramento è stato stabilito come una sorta di equilibrio tra l’individuo e la comunità. L’individuo è battezzato, ma il suo Battesimo lo incorpora nella comunità dei credenti: la Chiesa. La grazia discende nell’anima dell’individuo, ma la grazia è per la perfezione del Corpo mistico. Questo è vero anche per il sacramento della Confermazione che, ancor più del Battesimo, ci orienta verso la comunità o compagnia dei credenti. L’amore è un’unione da cui si fugge per egoismo. Quando uno raggiunge l’età adulta è aperto a un amore più ampio. I bambini vivono per sé stessi, gli adulti cessano di vivere solo per sé stessi, specialmente coloro che raggiungono la «perfetta età» dello spirito.

Il combattimento del Battesimo, come abbiamo visto, era un combattimento personale: nella Confermazione il combattimento è militare “ex officio” e sotto gli ordini del comandante. Il Battesimo è principalmente la battaglia contro i nemici invisibili: nella Confermazione c’è la battaglia contro i nemici sociali, vale a dire i persecutori della Chiesa. La morte mistica cui ci si sottopone nel Battesimo è individuale: nella Confermazione la morte mistica è comune. Siamo preparati a morire, a essere martiri, o a testimoniare Cristo per amore del suo «Corpo che è la Chiesa». La Confermazione quindi ci mette in relazione con la comunità; per questo nella Pentecoste lo Spirito fu infuso quando tutti gli apostoli erano radunati insieme con Maria in mezzo a loro.

La Confermazione ci rende soldati di Cristo. I soldati non si riuniscono da sé stessi per costituire un esercito. Così avviene nella Confermazione. La Chiesa non ha un esercito spirituale perché i suoi membri si offrono volontariamente in servizio. Piuttosto la Chiesa li fa crescere spiritualmente fino al punto in cui possono sostenere la battaglia spirituale ed essere autorizzati quali suoi combattenti che portano «la corazza della giustizia… lo scudo della fede… l’elmo della salvezza… e la spada dello Spirito» (Ef 6, 14.16.17).

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

-L’EUCARISTIA È IL CIBO DELLA NOSTRA ANIMA- L’Eucaristia è al di sopra di tutti gli altri sacramenti: è il sacramento della fede

«Se tu non mangi la carne del Figlio dell’uomo e non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te»

L’uomo ha un’anima così come ha un corpo. La sua parte spirituale richiede un cibo che è al di sopra di quello materiale, fisico e biologico. (…)
L’anima umana, essendo spirituale, richiede un cibo spirituale. Nell’ordine della grazia, questo cibo divino è l’Eucaristia, o la comunione dell’uomo con Cristo e di Cristo con l’uomo.

Non si tratta di qualcosa di contrario alla legge naturale, poiché se gli elementi chimici potessero parlare, direbbero alle piante: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te». Se la pianta potesse parlare, direbbe all’animale: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te». Se l’animale, la pianta e l’aria potessero parlare, direbbero all’uomo: «Se non mi mangerai, non avrai la vita in te».

Con la stessa logica, ma parlando dall’alto e dal basso, poiché l’anima è spirituale, Nostro Signore dice all’anima: «Se tu non mangi la carne del Figlio dell’uomo e non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te». La legge della trasformazione opera consistentemente attraverso la natura e la grazia. L’inferiore si trasforma nel superiore, la pianta si trasforma nell’animale quando questi se ne ciba; l’uomo è trasformato dalla grazia in Cristo, quando assume Cristo nella propria anima, perché è una qualità dell’amore quella di trasformarsi nell’oggetto amato.

Perché dovremmo sorprenderci del fatto che Egli si doni a noi come cibo? Dopo tutto, se Egli dona il cibo agli uccelli e alle bestie nell’ordine naturale, perché non dovrebbe fornirlo all’uomo nell’ordine soprannaturale? (…)

Se il cristianesimo fosse soltanto il ricordo di qualcuno che è vissuto oltre diciannove secoli fa, non varrebbe la pena di conservarlo. Se colui che è venuto su questa terra non fosse Dio, così come uomo, allora avremmo a che fare semplicemente con il fallibile e con l’umano. Ma anche ammettendo che egli sia Dio incarnato, come dovremmo entrare in contatto con lui? Certamente, non leggendo libri su di lui, benché siano edificanti e istruttivi; ovviamente non cantando inni, benché possano aiutarci dal lato emotivo. Il cuore umano desidera il contatto con l’amato. (…)

L’Eucaristia è il cibo della nostra anima, ma il potere di assimilazione qui appartiene a Cristo ed è lui che, nutrendoci, ci unisce e ci incorpora alla sua vita. Non è Cristo a essere trasformato in noi, come il cibo che mangiamo; siamo noi a essere incorporati a lui. Con Giovanni Battista diciamo: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3, 30). Il momento della Comunione è quella speciale intimità riservata ai veri amanti.

Nella vita ci sono tre tipi d’intimità: ascoltare, vedere e toccare. Il nostro primo contatto con chiunque ci ami è ascoltare la sua voce, il secondo è vederlo, il terzo – e questo è riservato solo ai più intimi – è il privilegio di toccarlo. Noi ascoltiamo su Cristo nelle Scritture, lo vediamo con gli occhi della fede, ma lo tocchiamo nell’Eucaristia. Egli ci chiede soltanto di purificare la nostra coscienza dal peccato e venire a lui pronti a ricevere ciò che Egli vuole donarci, poiché sa di cosa abbiamo bisogno.

La santa Comunione è incorporazione non solo alla vita di Cristo, ma anche alla sua morte. Questo secondo aspetto è talvolta dimenticato. San Paolo vi fa riferimento: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Cor 11, 26). In un altro passo, san Paolo ci dice che dobbiamo compiere nel nostro corpo ciò che manca alla Passione di Cristo. Per salvare le nostre anime, la vita di Cristo deve essere duplicata nella nostra vita.

Ciò che egli ha compiuto nella sua nascita, sul Calvario, nella sua risurrezione e nell’ascensione, dobbiamo farlo noi. Ma non possiamo avere accesso a quelle benedizioni celesti se non attraverso la croce, vale a dire attraverso la penitenza, la mortificazione, il rinnegamento di sé e la morte al nostro egoismo. Di qui, la Chiesa insiste sul fatto che dobbiamo essere in stato di grazia per poter ricevere Nostro Signore nell’Eucaristia. Come un cadavere non può ricevere nutrimento, così nessuno può ricevere il cibo divino senza la vita divina nella sua anima. In aggiunta a questo, la Chiesa richiede un certo tempo di digiuno prima della Comunione. Lo fa per ricordarci che l’Eucaristia non è solo un sacramento dei vivi, ma anche un sacramento di mortificazione.

Solo quando viene impresso in noi il segno della croce possiamo essere segnati dalla gloria della sua risurrezione. Dal momento della sua morte sul Calvario fino alla fine del tempo, quando verrà nella gloria, il Cristo morente è continuamente all’opera, ri-presentando la sua morte sull’altare e spingendoci, a nostra volta, a ri-presentarla nel distacco dai sette becchini dell’anima: i sette peccati capitali.

Noi siamo la cera ed egli è il sigillo. Egli vuole vedere in noi qualcosa della sua immolazione; e spetta a ogni cristiano, quindi, condurre una vita morente: essere più umili quando veniamo ostacolati, più pazienti quando le cose vanno male, morendo un po’ al mondo e al nostro io, essendo sempre felici di «testimoniare la sua morte nel nostro corpo fino a che egli venga». (…)

Il Santissimo Sacramento è presente nel tabernacolo giorno e notte. Qui Cristo dimora in corpo, sangue, anima e divinità sotto le specie sacramentali del pane. Come lo sappiamo? Cristo stesso ce lo ha detto! Ci sono altre evidenze fondamentali? Nient’altro che quella; ma ci sono forse altre ragioni al mondo così forti come la parola di Dio stesso? Per questo l’Eucaristia è al di sopra di tutti gli altri sacramenti: è il sacramento della fede.

I fedeli credono che Cristo è realmente presente, sacramentalmente, nel tabernacolo, come sei presente tu che leggi questo libro. È questo che fa la differenza tra la chiesa e ogni altro edificio. Non è il pulpito, né l’organo, né il coro, ma Cristo è il centro. Come il tabernacolo era il cuore del culto nell’Antico Testamento, così ora il tabernacolo e l’altare sono il cuore del culto nel Nuovo Testamento.

Coloro che visitano la chiesa affermano di «sentire la differenza», benché non sappiano nulla sull’Eucaristia, come si può sentire il calore anche senza sapere nulla sulla natura del fuoco. Ma per i fedeli, membri del Corpo mistico di Cristo, qui è presente Cristo!

Davanti alla sua presenza eucaristica, gli occhi abbattuti dal peccato trovano il ristoro delle lacrime purificatrici; qui il cuore ferito da amori infedeli rompe il suo silenzio con l’invito del Salvatore vivente: «Figlio, donami il tuo cuore». Qui le ginocchia si umiliano nella genuflessione e il cuore è esaltato nell’adorazione; qui i sacerdoti fanno la loro Ora santa, in risposta all’invito del Signore nel Getsemani. Qui si dà appuntamento l’amore, poiché questo è «il pane disceso dal cielo» (Gv 6, 41) e resterà con noi «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20). Qui Emmaus rivive nel momento in cui i suoi discepoli lo riconoscono allo spezzare del pane.

(Fulton J. Sheen, da “I 7 Sacramenti” edizioni Ares)

CONSACRIAMOCI CON GESÙ CRISTO NELLA MESSA!

Ecco ciò che tutti noi dovremmo dire a Gesù nel momento della Consacrazione:

“Io offro me stesso a Dio. Mio Gesù, ecco il mio corpo: prendilo. Ecco il mio sangue: prendilo. Ecco la mia anima, la mia volontà, la mia energia, la mia forza, i miei averi, la mia ricchezza: tutto ciò che possiedo è Tuo. Prendilo! Consacralo! Offrilo!

Crocifiggilo! Fallo morire con Te, affinché tutto ciò che di male vi è in me perisca sulla Croce, e ciò che di buono vi possa essere continui a vivere soltanto in Te.
Offrilo con Te Stesso al Padre Celeste affinché Egli, guardando a questo Grande Sacrificio, possa vedere solo Te, il Figlio Suo Diletto, nel quale si compiace.

Cambia il povero pane della mia vita nella Tua Vita Divina; versa il vino della mia vita nel Tuo Spirito Divino; fa della mia croce un Crocifisso. Non permettere che il mio abbandono, il mio dolore e i miei sacrifici vadano sprecati. Raccogli i frammenti e, come la goccia d’acqua viene assorbita dal vino nell’offertorio della Messa, fa’ in modo che la mia vita venga assorbita dalla Tua Vita, che la mia piccola croce venga congiunta alla Tua Grande Croce, così che io possa godere della Felicità Eterna unitamente a Te. Consacra queste sofferenze della mia vita che, se non fossero unite a Te, non verrebbero compensate.

Transustanziami, divinizzami, affinché, come il Pane che adesso è il Tuo Corpo, e come il Vino che adesso è il Tuo Sangue, anch’io possa essere interamente Tuo.

Non mi importa che restino, o Signore, le specie della mia vita, le apparenze del pane e del vino, i doveri della mia monotona vita di ogni giorno e le fattezze di questo mio corpo. Lascia che queste restino pure davanti agli occhi degli uomini. Ma divinizza, cambia, transustanzia tutto ciò che io sono. Voglio che il Padre che abbiamo in Cielo, guardandomi dall’Alto, non veda più me stesso, ma Te, o meglio veda me nascosto in Te, morto a questo mondo corrotto di peccato e possa dirmi: “Tu sei il Figlio prediletto in cui mi sono compiaciuto”

La mia sosta nella vita, i miei compiti quotidiani, il mio lavoro, la mia famiglia, tutte queste cose non sono che le specie della mia vita che possono rimanere immutate; ma la sostanza della mia vita, la mia anima, la mia mente, la mia volontà, il mio cuore, transustanziali, volgili interamente al Tuo Servizio, così che tutti, attraverso me, possano sapere quanto dolce è l’Amore di Cristo”

Questo è il fine della vita! Redimerci unitamente a Cristo, applicando i Suoi Meriti alle nostre anime, assimilandoci a Lui in ogni cosa, perfino nella Sua Morte sulla Croce. Egli visse la Sua Consacrazione sulla Croce così che noi potessimo vivere la nostra nella Messa.

(Fulton J. Sheen)

IN QUESTO VIDEO, CON I SOTTOTITOLI IN ITALIANO, FULTON SHEEN CI SPIEGA IL SIGNIFICATO DELLA SANTA MESSA. CONDIVIDETELO! GRAZIE!

LA COMUNIONE, NEL SACRAMENTO DELL’EUCARISTIA, È UNO SCAMBIO TRA CRISTO E L’ANIMA

La Comunione, nel Sacramento dell’Eucarestia, implica non soltanto la ricezione della Vita Divina da parte nostra (…)

Qualsiasi amore è reciproco. Non esistono amori unilaterali, perché, per la sua natura stessa, l’amore esige la reciprocità. Dio ha sete di noi, ma ciò significa che anche l’uomo deve, a sua volta, aver sete di Dio. Sennonché, pensiamo mai che Cristo riceve la Comunione anche da noi? Ogni volta che ci avviciniamo alla balaustra, diciamo che “riceviamo” la Comunione, e ciò appunto è tutto quanto fanno molti di noi: si limitano a “ricevere la Comunione” (…)

La Comunione non è soltanto un’incorporazione alla Vita di Cristo: è anche un’incorporazione alla Sua Morte. La Comunione, pertanto, non implica solo una “ricezione” ma anche una donazione. Non si può ascendere a una Vita Superiore se prima non si sia morti ad una vita inferiore (…)

Se durante tutta la nostra vita ci limitassimo ad andare a Messa a fare il Sacramento della Comunione per ricevere la Vita Divina e portarcela via senza dare nulla in cambio, saremmo i parassiti del Corpo Mistico di Cristo.

Alla Mensa Eucaristica noi dobbiamo portare uno spirito di sacrificio: dobbiamo portare la mortificazione della parte più indegna di noi, le croci pazientemente sopportate, la crocifissione del nostro egotismo, la morte delle nostre concupiscenze, dei nostri peccati, e perfino la difficoltà con cui ci avviciniamo alla Comunione.

Allora la Comunione diventa quale si è sempre intesa che fosse, cioè uno scambio tra Cristo e l’anima, nel quale noi diamo la Sua Morte raffigurata nelle nostre vite, ed Egli dà la Sua Vita raffigurata nel nostro stato di figli adottivi.

Noi Gli diamo il nostro tempo, Egli ci dà la Sua Eternità; noi Gli diamo la nostra umanità, Egli ci dà la Sua Divinità; noi Gli diamo la nostra nullità, Egli ci dà il Suo Tutto.

(Fulton J. Sheen, da “Il Calvario e la Messa”)

SE NON C’È LA CODA DI FEDELI AL CONFESSIONALE È TEMPO CHE IL SACERDOTE SI PONGA QUALCHE DOMANDA!

Le anime trovano le guide migliori nei Sacerdoti santi, nei preti che hanno sofferto in unione con Cristo. È attraverso di loro che lo Spirito Santo riversa i suoi doni. Quelli che vivono di Gesù Cristo danno il Cristo. Dice Sant’Agostino: «Ciò di cui vivo, io impartisco». La sofferenza porta con sé la saggezza, i libri non portano che conoscenza naturale. Il Sacerdote che è stato crocifisso e ha sofferto pazientemente la sua passione non potrà che essere, in ogni momento, un Sacerdote misericordioso.

Se a un confessionale i fedeli fanno la coda, mentre a un altro confessionale non c’è che una persona o due, è tempo che il Sacerdote si ponga qualche domanda. La santità attira i penitenti dai Sacerdoti santi. L’attrazione che questi Sacerdoti esercitano è l’attrazione stessa del Cristo: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Nessun Sacerdote percepisce i problemi con tanta comprensione quanto il Sacerdote che ha fatto del Calvario la sua torre d’osservazione. È come il sole: magari non lo si vede, eppure illumina ogni cosa.

Quante sono le anime che di questo grande esercito di santi Sacerdoti dicono: «Mi ha mostrato lo stesso mio cuore» oppure: «Mi ha mostrato tutta la bellezza del Cristo» o ancora: «È stato come parlare con Nostro Signore». Non è possibile al Sacerdote essere, al tempo stesso, un uomo «in gamba» e un uomo capace di mostrare che il Cristo ha il potere di salvare. Con nobile ripetizione, non meno di trentatré volte san Paolo usa l’espressione «in Cristo». Per lui, il segreto sta nella consolazione in Cristo, nel conforto della Carità, nella comunione nello Spirito, nella tenerezza della compassione di cui parla nella lettera ai Filippesi (2, 1). Il Sacerdote imbevuto di questo concetto, avendo «crocifisso la carne con le sue passioni e le sue voglie» (Gal 5, 24), sarà sempre capace di guidare gli altri all’ombra della Croce e alla luce dello Spirito Santo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)

IL SACRIFICIO DELLA SANTA MESSA

L’eresia fondamentale della Riforma Protestante fu la separazione del sacrificio dal sacramento, o la trasformazione del sacrificio della Messa in «cerimonia della comunione», come se fosse possibile il dare la vita senza la morte. Forse che nell’Eucaristia non vi è anche una comunione con la morte oltre che una comunione con la vita? San Paolo non ha omesso questo aspetto: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor 11, 26).

Se noi, nella Messa, mangiamo e beviamo la Vita Divina senza incorporarci alla morte del Cristo mediante il sacrificio, meritiamo di essere considerati come parassiti nel Corpo Mistico di Cristo. Mangeremo il pane senza portare grano alla macina? Berremo il vino senza dare grappoli da pigiare? La condizione della nostra incorporazione alla Risurrezione, Ascensione e glorificazione di Cristo è l’incorporazione alla sua morte. “Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri” (Gal 5, 24).

Nella Messa, noi offriamo il Cristo come Sacerdoti, ma ci offriamo con Lui come vittime? Separeremo ciò che Dio ha unito, vale a dire il Sacerdote e la vittima? L’intima connessione tra sacrificio e sacramento non ci dice del pari che non siamo soltanto Sacerdoti, ma anche vittime? Se tutto ciò che facciamo nella nostra vita sacerdotale è scolare calici e mangiare il Pane della Vita, come potrà la Chiesa, allora, supplire a “quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1, 24)?.

Al momento dell’elevazione, non alziamo il Cristo in croce rimanendo presenti come meri spettatori di un dramma nel quale dovremmo sostenere la parte principale? È la Messa una vuota ripetizione del Calvario? Se così è, che ne facciamo della croce che ci fu comandato di portare quotidianamente? Come può il Cristo rinnovare la sua morte nel nostro corpo? Egli muore di nuovo in noi.

E che ne è del popolo di Dio? Insegniamo ai fedeli che non debbono limitarsi a «ricevere» la Comunione, ma che debbono anche offrire? Essi non possono ricevere la vita, senza compiere alcun sacrificio. La balaustra è un luogo di scambio. Essi danno del tempo e ricevono l’eternità, danno la rinuncia di sé e ricevono la vita, danno il nulla e ricevono il tutto. La Santa Comunione impegna ognuno a una più stretta unione non soltanto con la vita del Cristo, ma anche con la sua morte, impegna a un maggior distacco dal mondo, alla rinunzia allo spreco e al lusso per amore del povero, alla morte del vecchio Adamo per la rinascita, in Cristo, del nuovo Adamo.

(Fulton J. Sheen, da “Il Sacerdote non si appartiene”)